Trenitalia, quando il marketing…deraglia

Molti di voi ricorderanno le scene del film “Titanic”, dove i passeggeri di prima classe venivano fatti accomodare comodamente sulle scialuppe mentre i quelli di terza venivano quasi rinchiusi sui loro ponti per non rubare posti ai privilegiati. Probabilmente si tratta di un esempio un po’ esagerato, ma certe situazioni, diciamo un po’ classiste, sopravvivono ancora oggi.

Ne è un esempio l’attuale politica commerciale di Trenitalia per i treni ad alta velocità. Frecciarossa: quattro modi di viaggiare. Recita così il claim della nuova e discussa campagna pubblicitaria ideata per far conoscere alla clientela i nuovi servizi e le nuove tariffe del trasporto ferroviario di punta di Trenitalia. Quattro livelli di servizio dai nomi accattivanti, Executive, Business, Premium e Standard. I costi dei vari biglietti sono, ovviamente, proporzionati alle comodità offerte. Ma a ben leggere le varie descrizioni, contenute nel sito di Trenitalia, si comprende subito come, in realtà, le nuove quattro categorie di servizio non sono altro che uno spezzatino un po’ raffazzonato delle care e vecchie prima e seconda classe, con un’importante eccezione, la tariffa Standard.

Infatti, per gli sventurati che hanno l’ardire di scegliere l’opzione più conveniente si aprono alcuni scenari inquietanti. Recita testuale il sito ufficiale del servizio, “Le Frecce”: Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive. In parole povere, la nuova “quarta classe” del treni Frecciarossa è completamente separata dal resto del treno e i passeggeri che hanno scelto la tariffa Standard, una volta iniziato il viaggio, vengono avvisati del blocco delle porte tra i vagoni, restando isolati. E quando qualcuno ha fatto notare che questi sfortunati utenti  non avrebbero avuto accesso ad alcun tipo di ristoro durante il viaggio, Trenitalia si è affettata ad introdurre un “carrellino bar per l’acquisto di prodotti food, bevande calde e fredde e caffè espresso in sostituzione dell’accesso alla carrozza bar/ristorante riservata ai clienti Executive“.

A queste discutibili condizioni di trasporto si aggiunge anche la beffa di uno spot pubblicitario costruito in maniera equivoca. La pubblicità fotografa i quattro livelli di servizio con dei rapidi fotogrammi: Manager al lavoro nella sala riunioni della Executive; uno scompartimento vuoto per la Business; due ragazze che chiacchierano in Premium; una famiglia di immigrati in Standard. La scelta di quest’immagine ha subito sollevato un vespaio di polemiche inneggianti al razzismo o ad una subliminale politica di marketing volta a scoraggiare la classe economica a favore dei servizi più costosi.

La replica di Trenitalia, che si è appellata all’attualità dello spot che rappresenta un’Italia multietnica, e la frettolosa sostituzione della foto incriminata, invece di spegnere il fuoco, hanno trasmesso l’immagine di un’azienda, Trenitalia, colta con le mani nel sacco e in grave imbarazzo. Lungi dal voler pensare male, preferiamo considerare il lancio dei nuovi servizi Frecciarossa come una campagna partita decisamente male e gestita peggio. Un’enorme cantonata presa dal reparto marketing dell’azienda che lascia parecchio perplessi e che si aggiunge ad altre iniziative discutibili intraprese da Trenitalia di recente, ad esempio il taglio dei treni notte nord-sud.

La domanda che ci poniamo è questa: in un momento di grave crisi economica, con il costo dei carburanti alle stelle, dove il treno può tornare ad avere un ruolo decisivo per il traffico delle merci e degli uomini, è sensato attuare strategie, politiche tariffarie e non che scoraggiano l’uso del mezzo ferroviario, rendendolo poco pratico o addirittura antipatico?

Ma soprattutto, Trenitalia, che risultati spera di ottenere?

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I nuovi italiani e le vecchie idiozie

Le parole di qualche giorno fa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno riacceso la polemica sulla possibilità di acquisizione della cittadinanza da parte degli stranieri nati in Italia. Lo stesso instaurarsi di una polemica sull’argomento dimostra non tanto la consistenza della questione (evidente agli occhi di chiunque non si rifiuti di vedere), quanto il grado di barbarie che caratterizza l’attuale classe politica italiota.
È facile comprendere che, nella mente di chi promette le “barricate” contro l’attuazione della proposta, il principale impulso sia l’anacronistico e peraltro inutile rifiuto dell’immigrazione e, più in generale, del “diverso” (che brutta parola). È un istinto, questo, che purtroppo alberga in alcuni strati della popolazione di cui la Lega è solo una ridicola espressione ma che, banalmente detto, non c’entra nulla. Qui non si tratta di discutere se accogliere o meno gli extracomunitari sul nostro territorio, conducendo battaglie sul kebab e magari agitando lo spettro della pubblica sicurezza minacciata dagli assalti dei saraceni. Per capire la natura e l’entità della questione, forse è bene dare qualche numero. I dati Istat relativi al 1° gennaio 2010 certificano una popolazione di 4.235.059 di stranieri residenti in Italia. Fra questi, circa 573.000 sono nati nel nostro paese. Sono quelli che compongono la cosiddetta “seconda generazione”, ossia i figli di genitori stranieri nati nel paese di residenza. In termini meno tecnici, per fare solo alcuni esempi, sono tutti i bambini figli di stranieri che affollano i reparti di maternità dei nostri ospedali o i compagni di classe dei bambini italiani, figli degli immigrati. In realtà, non è solo di bambini che stiamo parlando. Vista l’origine temporale del fenomeno dell’immigrazione in Italia, esiste un’intera generazione di persone nate nel nostro paese, educate nelle nostre scuole, cresciute nelle nostre città, che in virtù o a causa dell’attuale sistema di assegnazione della cittadinanza, basato quasi esclusivamente sullo “ius sanguinis” (per cui, in buona sostanza, è italiano chi è figlio di italiani, salvo alcuni casi particolari), non risultano italiani. Chi desideri più informazioni, compresa la differenza tra “ius sanguinis” e “ius soli”, può trovarle in due articoli riassuntivi  de Il Post e Il Sole 24 Ore . Un caso balzato agli onori della cronaca qualche tempo fa è quello di Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi, cresciuto in provincia di Brescia, il quale ha dovuto attendere la maggiore età affinché gli fosse concessa la cittadinanza italiana. È del settembre 2011 l’ultimo rapporto Istat sulla popolazione straniera residente in Italia. Da esso risulta che nel solo 2010 i nati di seconda generazione ammontano a 78.082, in continua crescita rispetto agli anni precedenti (sebbene il tasso di incremento rispetto al 2009 sia inferiore a quello fatto segnare tra il 2008 e lo stesso 2009, probabilmente a causa della situazione economica generale): per dare un’idea delle proporzioni, corrispondono al 13,9% del totale delle nascite di tutti i residenti in Italia; italiani compresi, dunque.
Si potrebbe far notare che da soli, questi nuovi “non-italiani” compensano quasi l’intero saldo naturale (ossia la somma algebrica di nascite e decessi in un anno) negativo di noi “non-stranieri”, pari a -98.502 individui, ma, pur essendo questo un dato demografico interessante, non costituisce un argomento a favore della causa. Chi sostiene la necessità di un adeguamento del sistema di assegnazione della cittadinanza italiana non lo fa a fini utilitaristici: riconoscere l’effettiva italianità di tutte queste persone è giusto a prescindere della convenienza socio-economica che ne deriverebbe. Napolitano ha usato il termine “follia” per descrivere il paradosso di fronte al quale ci troviamo. Negare la cittadinanza italiana a chi ci è cresciuto a fianco, discriminandolo sulla base del colore della pelle e delle tradizioni non tanto sue quanto della sua famiglia alle spalle, equivale a una confessione di cecità nei confronti della storia del mondo e di ignoranza del concetto stesso di cittadinanza. Quanti oggi si dichiarano difensori della purezza degli autoctoni, evidentemente non paghi delle tragedie scaturite da tale concetto, in realtà confondono la nazionalità con il folklore, in buona e in mala fede. Anche volendo assecondare in parte i loro ragionamenti, ammettendo che i figli degli immigrati non assimilino al 100% gli usi e i costumi italiani (risulta comunque difficile non giudicare le contaminazioni culturali come un generale arricchimento), è sufficiente ciò per non essere italiani? Si badi, fra gli usi e i costumi non si intendono la lingua e il senso di appartenenza alla comunità, entrambi requisiti necessari ma pressoché automaticamente acquisiti nel corso della crescita e dello svolgimento della vita sociale (chi ricorda lezioni di grammatica e/o italianità in famiglia negli anni dell’infanzia scagli la prima pietra), considerato, tra l’altro, che nel 2008 il 6,4% degli studenti nelle scuole di ogni ordine e grado era composto da 574.676 studenti genericamente definiti stranieri (elaborazioni Istat su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Scavando nelle argomentazioni di chi si dichiara contrario, si scopre che le obiezioni spesso riguardano “pietre miliari” dell’italianità come la cattolicità, le idee politiche o le abitudini quotidiane. Non è un caso che l’ipotesi di rimozione del crocifisso dagli edifici pubblici abbia suscitato una simile ridda di voci urlanti, accidentalmente provenienti dalle stesse bocche, contro lo sfregio dell’identità nazionale.
Si mantenga pure l’attuale legislazione in materia di cittadinanza. Si aggiunga anche un test genetico a tutti i nuovi nati allo scopo di verificare, e scremare di conseguenza, la presenza di eventuali ascendenze “impure”. Non lamentiamoci però se all’estero ci accartocciamo sempre di più nella macchietta del mangiaspaghetti. È quello che ci ostiniamo a difendere strenuamente.

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ChiamateCIEmigrati

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi!

Siamo lieti di presentarvi una nuova autrice su Camminando Scalzi. Federica Di Martino ha 24 anni, di Salerno ed è laureata in Psicologia. Federica si occupa di volontariato, collaborando con un’associazione che dà sostegno a persone con diverse dipendenze (droga, alcool, gioco d’azzardo), in particolare osserva un gruppo di auto mutuo aiuto per la dipendenza dal gioco d’azzardo. È appassionata di cinema, letteratura, filosofia e cronaca nera. La redazione le dà il benvenuto sulle pagine di Camminando Scalzi. Buona lettura!

La Redazione di Camminando Scalzi

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“Se la terra è Madre, nessun figlio che la abita potrà mai essere definito straniero”

 Erri De Luca

E’ perdurata per tutta la notte la protesta di 150 tunisini, fuggiti dalla struttura di accoglienza di Lampedusa, e recatisi al Molo Favaloro, per manifestare il proprio disappunto per le condizioni di vita disagevoli e l’opposizione al rimpatrio. Dopo una fitta sassaiola contro le forze dell’ordine i deten… cioè gli ospiti della struttura, sono stati riportati con un pullman all’interno del centro.

In una società in cui l’informazione la fa da padrone, assumendo spesso i caratteri dell’estremo voyeurismo, appare incredibile che dei celebri CIE (centri di identificazione ed espulsione) si conosce poco e niente, a causa dell’estremo riserbo mantenuto dal Ministero dell’Interno, che attraverso la circolare del 1° aprile 2011 ha vietato l’accesso a tutti gli organi di informazione,  a causa dell’emergenza temporale degli sbarchi, che poi tanto emergenza non deve essere, vista la passata direttiva Pisanu, che allo stesso modo vietava l’ingresso all’interno dei vecchi CPT (Centri di Permanenza Temporanea), se non attraverso qualche delegazione parlamentare.

I CPT sono nati in sede comunitaria, in seguito all’adozione delle politiche migratorie, ratificate con l’accordo di Schengen. La prima legge italiana in tal senso è stata la n° 943 del 1986 che prevede il ricongiungimento familiare; da allora il percorso è stato molto articolato, con la cosiddetta “legge Martelli”, che introduce l’espulsione del migrante, il quale aveva 15 giorni di tempo per lasciare il Paese, a meno che per motivi di ordine pubblico non dovesse essere accompagnato alla frontiera.

Nel 1998 viene approvata la “legge Turco-Napolitano”, che istituisce per la prima volta i CPT, la cui permanenza era prevista per 30 giorni, con l’eventuale prolungamento di altri 30.

Compimento supremo di queste manovre è stata la famosa “legge Bossi-Fini”, che riduce di molto la possibilità di entrare in Italia, rendendo molto difficile il ricongiungimento familiare, e legando soprattutto la permanenza a un contratto di lavoro maturato prima di partire; considerando che in Italia non troviamo lavoro noi che siamo in loco, ci risulta difficile immaginare come qualcuno possa essere assunto addirittura prima di un’eventuale partenza, se così fosse cortesemente fatemi pervenire il nome dell’azienda a cui spedire il mio curriculum.

La conversione da CPT a CIE, prevede al suo interno l’aggravante di clandestinità per gli immigrati irregolari, e l’utilizzo dell’esercito per sorvegliare i presidi, il che ci fa intuire con chiarezza come queste strutture possano essere definite a diritto come “strutture d’accoglienza”, e non “strutture detentive” come ipotizzato dai maligni e dai maldicenti; in fondo chi di noi non ha sempre sognato per i propri soggiorni, vacanze, dimore, di avere accanto a sé dei militare che imbracciano un mitra per ogni evenienza?

La permanenza nel centro è stata prolungata fino a 18 mesi, per avere il tempo e la possibilità di individuare le generalità degli ospiti e prevederne successivamente il rimpatrio, con un dispendio non indifferente di costi ed energie.

Inoltre, nonostante l’istituzione dei CARA (Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo) e dei più generici CDA (Centri di Accoglienza), molto spesso i CIE raccolgono al suo interno rifugiati politici in attesa di accoglimento della domanda, donne incinte, bambini, e chi più ne ha più ne metta.

Molti sono i documenti pronti a denunciare le condizioni di vita all’interno dei CIE, come la relazione del 2003 della Corte dei Conti, che denunciava strutture fatiscenti, scarsa attenzione ai livelli di sicurezza, e mancata individuazione dei livelli minimi delle prestazioni da erogare. Nel rapporto di Amnesty International, si parla di detenuti raccolti nei container, esposti a temperature estreme, costretti in condizioni di sovraffollamento, e soprattutto di denunce legate ad abusi, aggressioni da parte degli agenti della pubblica sicurezza, in particolare  collegate a tentativi di protesta ed evasione.

Ora, a conclusione di questo excursus c’è da dire che pochi giorni fa ho visto un interessante servizio giornalistico su Italia 1, che riguardava la situazione dei vacanzieri a Lampedusa; devo dire che mi sono molto tranquillizzata vedendo che i turisti, nonostante la spiacevole situazione degli sbarchi, riescono comunque a godere di un tranquillo soggiorno estivo, per cui grazie a quest’Italia che riesce a farsi forza anche nei momenti più duri.

L’ Italia è un Paese dalla memoria troppo corta, a cui sfugge spesso il passato di migranti per terre assai lontane, dove l’immaginario internazionale ci vuole simili ai protagonisti del “Jersey Show” nella migliore delle ipotesi, “mafiosi” in quella  peggiore, ma a cui basta allontanare i problemi per abbronzarsi al sole, mangiare la pizza e gli spaghetti, e suonare il mandolino.

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È tutta colpa dei giudici

È un copione già visto quello andato in scena oggi per l’udienza che vede coinvolto Silvio Berlusconi come imputato -insieme ad altre dieci persone- per il processo sui diritti TV Mediaset. Immancabili i sostenitori dell’Imperatore Maximo fuori dall’aula del tribunale, e immancabile show fatto di dichiarazioni e accuse, i ruoli ancora una volta ribaltati, un imputato – Berlusconi – che entra a sostenere un processo accusando la giustizia e i giudici.

“Accuse completamente inventate” secondo il Premier, l’ennesimo tentativo di ribaltone politico attuato dai giudici. E lo spunto è chiaro, si torna a parlare di quella famosa riforma della Giustizia che serve a “portare la magistratura a essere quello che deve essere, non quello che è oggi, un’arma di lotta politica” (via | Repubblica.it). Insomma, siamo alle solite. Le parole del Premier ripetute quasi ogni giorno da anni, contro quella magistratura che vuole a tutti i costi danneggiarlo per fini politici, contro una Giustizia che va assolutamente riformata perché non equa. Certo, poi viene qualche dubbio nel vedere una dichiarazione del genere fatta da chi le leggi le fa mentre è contemporaneamente imputato in un processo (e non soltanto uno), un processo che riguarda un’azienda televisiva di cui è proprietario. Insomma, ci troviamo di fronte ad un perfetto riassunto di quello che rappresenta il conflitto di interessi totale che vive il nostro Paese. La disperazione che prende leggendo dichiarazioni del genere è come sempre completa e inarrestabile, alimenta quell’enorme sentimento di stanchezza che pervade non soltanto il nostro povero Premier perseguitato dai giudici, ma anche in tutti noi semplici cittadini che dobbiamo assistere all’ennesimo teatrino propagandistico anche fuori dalle aule di un tribunale.

Pensate, pullman di sostenitori da tutta Italia, un palco montato (ma poi fatto sgomberare), gente che canta “Menomale che Silvio c’è”… questo è lo specchio del Paese. Cadono ancora una volta le braccia, cadute ormai infinite volte, che quasi passa la voglia di raccoglierle. Non ci viene risparmiato niente in questo tremendo spettacolo ormai quotidiano di totale decadimento della politica e della vita del Paese. Si torna anche a parlare di Ruby. Pensate, lui l’aveva aiutata. “Alla ragazza ho dato dei soldi per evitare che si prostituisse”. Che bontà. E poi ancora “Io sono sempre cortesissimo e ho chiesto un’informazione, preoccupato per una situazione che poteva dar luogo a un incidente diplomatico. Successivamente mi è stato risposto che la ragazza non era egiziana, ed è caduto tutto. Quindi non c’è alcuna concussione. Accuse risibili, demenziali e infondate.” (via | Repubblica.it) Certo, le accuse sono risibili, demenziali e infondate. Le accuse.

Insomma è tutto un complotto contro di lui, le sue aziende, i suoi soldi, la sua politica. Ancora una volta protagonista dei titoli dei giornali la sua storia giudiziaria, mentre il Paese è ormai allo stremo, pieno di emergenze irrisolte e colpito da un’evidente incapacità del Governo a risolvere i nostri problemi. L’unica cosa che riescono a fare, e su cui lavorano benissimo e a tempo pieno, sono proprio le vicende giudiziarie del Premier. Le altre cose rimangono in secondo piano. Poco importa della disoccupazione dilagante, dell’emergenza rifiuti, della città dell’Aquila ancora abbandonata a sé stessa, del problema immigrazione. L’importante è riformare la Giustizia politicizzata e cattiva. Le altre cose sono molto meno importanti.

Ah no, aspettate, c’è stata una bella idea riguardo al problema degli immigrati, e al fatto che l’Europa ci abbia risposto picche. Un’idea che definirei illuminante. Non pago degli acquisti (fittizi?) immobiliari nell’isola di Lampedusa che verrà proposta come Premio Nobel per la Pace (e qui ridiamo, ma per non piangere), di fronte ad un’Europa che ci tratta come l’ultimissima ruota del carro, l’idea geniale è arrivata: “O fanno come diciamo noi, o ci separiamo.” Mi sembra un’ottima idea di “politica creativa”, in Europa staranno di sicuro tremando di fronte alla terribile minaccia della fondamentale Italia. Insomma, non contenti della assoluta poca credibilità diplomatica internazionale, dei fallimenti sotto tutti i fronti (siamo riusciti a “strappare” la faccenda dei rimpatri con la Tunisia e basta), del fatto che l’Europa ci tratti come dei cretini che non contano niente, l’idea più brillante che viene al nostro Premier e ai suoi seguaci è di “separarsi dall’Europa”. Bene così. Non ci facciamo mancare niente, dai.

Di fronte a tutti questi fallimenti, perché non se ne tornano tutti a casa? Basta, non ce l’avete fatta, non avete risolto niente, non avete affrontato niente. Tornate a casa, deponete le armi e le iniziative, non è più il vostro tempo, cari governanti.

 

Ah no, non si può. Prima bisogna riformare la giustizia, perché è tutta colpa dei giudici.

 

 

Un rigurgito antirazzista

È risaputo. L’ufficio postale è frequentato da tante persone, senza selezione all’ingresso, e troppo spesso capita di dover sentire parole che l’udito ci impedisce di allontanare dai nostri pensieri.

Davanti all’ingresso un’auto della Polizia e una coppia in divisa. Un uomo e una donna che chiacchierano animatamente con un terzo arrivato, nascosto dietro un enorme paio di occhiali da sole.

“Io non sono razzista ma… – afferma il personaggio dalle lenti giganti – avete presente quegli undici che sono morti l’altro giorno alle coste di Lampedusa? Mi dispiace solo per il bambino”.

“Non devi dispiacerti neanche per il bambino – risponde convinta la donna in divisa. – Prima o poi anche quello sarebbe diventato adulto”. “Ah ah ah ah”, risponde il trio di risate.

Risus abundat in ore stultorum”, diceva sempre il mio professore di latino al liceo. “Grasse risate abbondano nelle bocche degli stolti”, ogni volta ripeteva affinché tutti capissero.

Ci deve essere qualcosa di sbagliato in persone che trovano la capacità di ridere davanti alla morte di undici persone, tra cui un bambino. Viene quasi voglia di diventare violenti…

Ripiego su un ostentato sguardo di disapprovazione e un morso alla lingua per impedirle di dare voce alle insolenti offese che mi ingombrano la mente. Non sarebbe un bel modo di chiudere la settimana essere accusata di oltraggio a pubblico ufficiale.

Un altro respiro profondo per scaricare la rabbia e una pedalata verso casa, tentando di convincermi che in fondo ognuno è libero di avere le proprie idee e di esprimerle quando e dove vuole. Che in fondo Umberto Bossi ha il diritto di liquidare una questione complessa come gli sbarchi a Lampedusa con un colorito “fuera da i ball”. E che in fondo la maggioranza delle persone non riuscirebbero mai a ridere della triste battuta di quella strana donna con la divisa blu. Spero.

 

Immigrati: lo show

Bloccata dall’incapacità di risolvere il problema dell’immigrazione, la rappresentanza del Governo che nei giorni scorsi hanno fatto tante chiacchiere e pochi fatti si è recata oggi in quel di Lampedusa, guidata dall’Impreatore Maximo B in persona.

È stato un vero e proprio show, uno di quelli a cui ci ha abituato il miracolato e miracoloso Silvio negli scorsi anni. E così come per il problema dei rifiuti a Napoli (ancora oggi irrisolto), il copione si ripete, con l’annuncio della soluzione del problema nel giro di 48-60 ore, insieme a tutta una serie di butade pubblicitarie degne del peggior venditore di materassi in TV. Il Premier è arrivato a Lampedusa per fare quello che sa fare meglio, propaganda elettorale. D’altronde i risultati degli scorsi anni gli hanno sempre dato ragione, non ha senso cambiare il copione. E così vengono fatte le solite promesse, un piano per ri-valorizzare Lampedusa dal punto di vista turistico, sgravi fiscali (questi non mancano mai), per finire con l’annuncio della casa acquistata su Internet in nottata dal Premier in persona, cosicché possa sentirsi anche lui un “lampedusano”. Addirittura ha parlato di “premio Nobel per la pace a Lampedusa”. Incommentabile.

E gli immigrati? E i problemi di questi giorni? Quali sono le soluzioni? Chi lo sa. Vengono date indicazioni poco precise, basate soprattutto sulla strategia del rimpatrio forzato (“fora da i’ bal”, come dice Bossi) e di accordi con il nuovo governo tunisino per riaccettare in patria i clandestini fuggiti. Insomma, la strategia del nostro Governo, che finora è stata assolutamente fallace e  poco risolutiva sotto tutti i fronti, con l’Italia che insiste per essere aiutata dall’Europa, che annuncia la collaborazione di tutte le regioni italiane per aiutare l’isola di Lampedusa (finora solo la Puglia ha accolto circa mille profughi), che propone soluzioni aleatorie, si trova ad un punto morto. Senza considerare le condizioni in cui risiedono i poveri cittadini lampedusani, abbandonati al loro destino, con un’isola che non può sostenere gli arrivi di migliaia di profughi senza un’opportuno “scambio” con altri centri, magari in tutta Italia, e che si ritrovano oggi il Premier tirato a lucido che fa promesse su promesse, ma che non propone alcun fatto concreto, se non un ipotetico rimpatrio a breve di parte degli immigrati. E ora c’hanno pure un abitante in più, l’Imperatore Maximo in persona (amara ironia).

E non dimentichiamo i poveri migranti, clandestini, profughi, gente che ha sfidato il mare, che ha investito i risparmi di una vita per fuggire da una realtà che non vuole vivere, madri incinte, ragazzi di vent’anni che vogliono un futuro in una nazione libera, che si ritrovano in condizioni disumane in un centro d’accoglienza che è pieno ormai oltre cinque volte la sua capienza. È questo il massimo che l’Italia può fare? L’Italia, quello stesso popolo che subito dopo la seconda guerra mondiale emigrò in massa in tutto il mondo, quello stesso Paese che si è trovato con quattro milioni dei suoi abitanti imbarcati con l’iconica valigia di cartone legata con lo spago, nascosti nelle navi, diretti a Libery Island negli USA, alla ricerca di un futuro, di una possibilità, trattati come capi di bestiame. Cosa abbiamo imparato da questa lezione del passato? Assolutamente nulla, stiamo trattando delle persone, degli uomini e delle donne come un fastidio, qualcosa che sta invadendo e “sporcando” la nostra penisola. Nel 2011 ancora non siamo in grado di fare una politica atta all’integrazione, ad una società multiculturale, moderna, figlia di questo mondo che sta cambiando, che è già cambiato. Senza contare che tanti di questi profughi che arrivano in Italia lo fanno solo di passaggio, le loro mete sono altre, la Francia, la Germania e il resto d’Europa. Evidentemente anche loro lo sanno che qua da noi non è che si stia così tanto bene se cerchi di cambiare la tua vita e fuggire da una situazione opprimente.

È un problema complesso, che va analizzato sotto tanti punti di vista, senza sottovalutare il fattore del rischio criminalità, ma anche lo sfruttamento del mercato dell’emigrazione da parte di chissà quali organizzazioni criminali che mettono delle persone su delle bagnarole per migliaia di euro, senza garantire nulla. Se ti va bene, sarai trattato come una bestia, e verrai forse addirittura rimandato indietro. Questa è l’unica garanzia. Eppure queste persone ci provano lo stesso.

Questo dovrebbe farci capire quanto hanno bisogno di andare via dalle loro nazioni.

I problemi non si risolvono con le chiacchiere ed i proclami. Non facciamoci abbindolare.

E nel frattempo oggi a Roma si discute sul processo breve. Come dire, facciamo casino da un’altra parte, cosicché si distolga l’attenzione. Benvenuti in Italia.

Centri di pessima accoglienza…

Erano circa un centinaio gli immigrati che l’11 ottobre sono riusciti a scappare dal CPA (centro di prima accoglienza) di Cagliari e hanno raggiunto l’aeroporto di Elmas per una compatta manifestazione di protesta. Una mobilitazione che si è conclusa con una decina di arresti e la cancellazione di alcuni voli aerei, così come lo scorso anno la protesta di Lampedusa terminò con il conteggio delle decine di persone ferite.

Le cause della ribellione “sono quelle di sempre – si legge nell’articolo di Carlo Mercuri su “Il Messaggero” del 12 ottobre – le stesse che affliggono le carceri italiane: sovraffollamento, scarsa assistenza, inadeguatezza delle strutture. La permanenza in questi centri, che la legge ha elevato da 60 a 180 giorni, ha complicato la situazione”.
Il problema fondamentale di questi centri consiste spesso nel fatto che quelli che dovrebbero occuparsi di gestirlo non comprendono la differenza tra un luogo adibito all’accoglienza e uno finalizzato a punire chi delinque. Da quando lo status di clandestino si è trasformato in un reato, e da quando la stessa parola clandestino è divenuta un sinonimo della parola immigrato, tutte le questioni che concernono l’argomento immigrazione si sono trasformate in un problema di sicurezza e ordine pubblico. Poco importa se una grossa parte degli uomini che sbarcano sulle coste italiane sono molto spesso rifugiati politici e richiedenti asilo, e importa ancora meno che il Diritto internazionale ne imponga l’accoglienza… Per il governo italiano questi sono clandestini, senza distinzioni di sesso, età, paese di provenienza o storia personale.

“Se si pensa che in Italia tra Cpa e Cie ci sono 29 strutture, – prosegue l’articolo di Mercuri – per un totale di 7.653 posti e che, dal 1 gennaio 2010, sono stati quasi diecimila i clandestini transitati nei Centri per essere riaccompagnati in patria, si capisce che la differenza di quasi 2.500 clandestini in più rispetto ai posti disponibili è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

E adesso immaginate di essere un perseguitato politico, in un Paese in cui l’unico modo per scappare è quello di rischiare la vita su un barcone guidato da uomini senza scrupoli. Perché l’acquisto di un biglietto aereo sarebbe più comodo e meno costoso di quell’assurdo viaggio della speranza, ma gli aeroporti non sono un bel posto per un individuo che fugge dalle persecuzioni di un regime dittatoriale. Immaginate di arrivare sulle coste dell’Italia dopo giorni e giorni di viaggio, e di essere sbattuti dentro una struttura sovraffollata carente delle basilari norme igieniche, e di esser costretti a passarvi 180 giorni, senza possibilità di uscire e respirare un po’ di libertà… Sei mesi di “carcere” per un uomo che non ha commesso alcun reato, se non quello di aggrapparsi alla speranza di avere diritto a un trattamento speciale in virtù di quello status di rifugiato politico che dovrebbe essere tutelato dalle leggi internazionali. Immaginate di aver speso tutti i vostri risparmi e di aver lasciato la vostra famiglia, gli amici e la vostra terra per inseguire questo sogno… e di ritrovarvi in un luogo in cui l’accoglienza è solo un sostantivo utile a completare i nome del centro.
Immaginate tutto questo e adesso ditemi: non sarebbe venuta voglia di manifestare anche a voi?

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Banlieue italiane

Chi semina vento raccoglie tempesta, e c’era da aspettarselo che prima o poi anche l’Italia avrebbe conosciuto le rivolte delle banlieue francesi… Già nel dicembre 2008 Medici Senza Frontiere era intervenuta a Rosarno e nella Piana di Gioia Tauro e aveva denunciato le spaventose condizioni in cui vivevano i circa 1500 migranti che abitavano nella zona.
Nel rapporto “Una stagione all’inferno”, citato anche da Elisa Battistini su “Il Fatto Quotidiano” del 13 gennaio, MSF denunciava che il 62% di questi immigrati non disponeva dei servizi igienici e il 64% non aveva accesso all’acqua potabile.
Impiegati come forza lavoro nel settore agricolo, alloggiavano in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura fatiscente, disumanamente accampati in precarie condizioni igieniche, con una paga che si aggirava intorno ai 25 euro per un’intera giornata di lavoro.
Il vaso oramai colmo d’acqua è dunque traboccato. Il ferimento di un paio di migranti con un’arma ad aria compressa è stata la goccia di troppo… quella che ha dato il via alla rivolta, alla violenza e allo sgombero che ne è seguito.

Lavorare come schiavi e vivere come bestie, mentre la politica italiana continua a trattare la questione “immigrazione” come se fosse un problema esclusivamente legato alla Sicurezza, spesso supportato da un sistema d’informazione che asseconda questo pregiudizievole punto di vista. Ma Rosarno, così come l’Italia intera, incapace di indignarsi per la completa soppressione dei diritti umani di quegli individui, non ha esitato a scandalizzarsi non appena quelle stesse persone hanno deciso di ribellarsi.

E adesso poco importa se “dietro le quinte” aleggia l’ombra delle cosche della ‘Ndrangheta. Se persino Maroni ha dovuto ammettere che la maggioranza di quei migranti aveva un regolare permesso di soggiorno. Se questa violenta sommossa non è stata altro che la conseguenza di troppi sbagli e dell’indifferenza generale in cui sono stati commessi.
I riflettori si spegneranno e le tante Rosarno d’Italia continueranno a percorrere la loro solita strada, incuranti del passato e di ciò che esso ha da insegnare…

Il "White Christmas" di Brescia

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Una nuova collaboratrice su Camminando Scalzi.it

Si unisce a noi Erika Farris, autrice del blog “Isterika“. Erika nella vita è un’aspirante giornalista e oggi ci propone il suo primo articolo di attualità.
Buona lettura!

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Un bianco Natale senza immigrati – titola un articolo di Repubblica.it del 18 novembre – Per le feste il comune caccia i clandestini”.
A Coccaglio, in provincia di Brescia, il sindaco leghista e la sua amministrazione comunale hanno deciso di “Far piazza pulita”, giacché il “Natale non è la festa dell’accoglienza ma della tradizione cristiana”. Anche Monica la pensa come loro. Lei è mamma di due ragazzi e lamenta: “I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l’altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. È razzismo questo?”.

immigrazioneRazzismo? Ma figuriamoci… Disprezzare qualcuno solo perché è romeno o africano sta alla base del processo d’integrazione, così come il “White Christmas” a caccia di neri, per debellare il pericoloso morbo di clandestinità tanto diffuso tra i cittadini di colore.
Ma cosa si intende con la parola clandestino? Come spiega Giuseppe Faso in Lessico del razzismo democratico, «si può essere senza “permesso di soggiorno” perché lo si aveva, e non si è riusciti a rinnovarlo; o perché si è entrati in Italia con un visto turistico, che poi è scaduto; oppure perché si è entrati in Italia di soppiatto. I primi due sono “irregolari”, quest’ultimo è “clandestino”. Cosa cambia? I primi due hanno dato “contezza di sé” presso un ufficio di polizia, il terzo no».
Ma il recente “Decreto Sicurezza” sancisce l’illegalità di questo status, dove irregolare è sinonimo di clandestino. Dove avere un documento scaduto equivale ad essere un criminale perseguibile dalla legge…

integrazioneGeoffrey è californiano, studia in Italia da circa 5 anni e il suo permesso di soggiorno va annualmente rinnovato, con un preavviso di 60 giorni. “Nessuno mi ha mai controllato, – afferma – ma mi è capitato più di una volta di avere il permesso scaduto, in attesa di un rinnovo che spesso arrivava a pochi giorni dalla scadenza. La burocrazia italiana è terribilmente lenta ed inefficiente”.

Fatjona è albanese e vive a Firenze da quasi 6 anni, dove lavora per pagarsi gli studi. “Ogni anno è la stessa storia – spiega. – Due mesi prima della scadenza del permesso presenti la domanda per rinnovarlo, ma non puoi mai sapere quando arriverà. In Italia è molto facile diventare clandestini”.

Maria è nata in Toscana 21 anni fa, ma è figlia di immigrati cinesi e neppure la sua condizione è troppo facile. “Non sono un’immigrata perché sono nata qui, – afferma – eppure mi definiscono migrante di seconda generazione. Mi sento come una persona senza radici: i miei tratti somatici mi caratterizzano come cinese, ma la lingua e la cultura che conosco mi rendono italiana, sebbene sino ai 18 anni io non avessi neppure il diritto di chiedere la cittadinanza”.

Persino il noto giornalista Gad Lerner, intervistato da Fabio Fazio durante la puntata di Che tempo che fa del 21 novembre, ha affermato di essere stato “clandestino” in più di un’occasione prima di ottenere la cittadinanza italiana, e sempre per disguidi burocratici.

Criminali senza crimine e clandestini senza clandestinità, in un Paese incoerente, opportunista e con una memoria troppo corta per ricordare il proprio passato…