2011, Istruzioni per l'uso.

Per questo nuovo anno, la sfida tra due colossi della tecnologia, Apple e Microsoft, si prospetta abbastanza interessante.

Apple, già dal 6 Gennaio, ha dato il via a un progetto del quale abbiamo già parlato in passato ovvero il Mac App Store, che pare abbia deluso molti sviluppatori (a causa di vari limiti), e in tanti sperano nell’arrivo di Cydia anche sul Mac (il cosidetto Jailbreak è una pratica che invalida la garanzia del prodotto, pertanto CS non lo consiglia, l’utilizzo è a rischio e pericolo dell’utente, ndCS).
Restando in ambito mac arriverà in estate il nuovo OsX chiamato Lion del quale abbiamo già parlato.
Nel settore mobile invece, tra maggio e giugno Steve Jobs (sperando guarisca presto) presenterà i nuovi modelli di i-phone 5 e di i-pad, e nei prossimi mesi sarà lanciata la versione bianca dell’i-phone 4.
Microsoft ha invece presentato, al CES di Las Vegas, tantissimi nuovi tablet sviluppati in collaborazione con Arm.
Instant fundas ha pubblicato la lista di tutti i modelli presentati, quindi l’elenco sotto non è altro che una traduzione della pagina per voi lettori di Camminando Scalzi:
Motorola XOOM
Uno dei migliori tablet presentati, senza dubbio. Basato sul sistema operativo mobile Google Android, versione 3.0, è stato “incoronato” come miglior gadget tecnologico di tutta la manifestazione.
Dotato di caratteristiche di tutto rispetto, la “tavoletta” prodotta da Motorola ha un largo display da 10.1″ (con risoluzione 1280 x 800 pixel), peso 730 grammi, processore dual core NVIDIA Tegra 2 da 1 GHz, 1 GB di RAM, due fotocamere (anteriore e posteriore) rispettivamente da 2 e 5 mpx con registrazione video in HD Ready (720p), memoria interna  da ben 32 GB, supporto al Wi-Fi, integrazione dei servizi online “sociali” quali Facebook, Picasa, Twitter.
Notion Ink Adam
La tavoletta d’India, durante il CES ha raccolto una sorprendente attenzione. Basato sul chip NVIDIA Tegra 2, nel tablet è installata una versione altamente personalizzata di Android 2.3 Gingerbread. Lo schermo è di 10.1 pollici con una risoluzione di 1024 x 600 pixel, possiede una fotocamera da 3.2 mpx girevole e uno slot per inserire le microSD.
Un tablet economico rispetto ai suoi rivali, visto che il prezzo si aggira da 376$ a 550$.
Tablet Acer
Iconia Tab A500
Acer certo non poteva stare a guardare mostrando, durante il CES, diversi interessantissimi tablet. Il primo di questi è Iconia Tab A500. Dispone di un display touchscreen da 10.1 pollici, un processore NVIDIA Tegra 2 da 1 GHz, compatibilità con le reti 4G Verizon, ovviamente negli USA visto che da noi questo tipo di connettività non ancora esiste.
Il sistema operativo installato è Android 3.0. Dispone di una porta USB 2.0, micro USB per l’inserimento dell’apposito cavo, uscita HDMI. Presente anche, nella parte posteriore, una fotocamera con flash LED.
Iconia Dual Screen
Un prodotto rivoluzionario, senza ombra di dubbio. Si tratta di un portatile (sì, un vero e proprio PC) avente un doppio schermo touch screen senza tastiera fisica. Ambo i display hanno 14 pollici con risoluzione 1366 x 768, multi-tocuh, processore Intel Core i5 nelle varianti 480M / 560M / 580M. Processore grafico Intel da 128 MB di RAM, porta VGA e HDMI, microfono integrato, 2 porte USB 2.0 ed una 3.0. Al suo interno è presente Windows 7.
Vizio Tablet
La tavoletta Vizio Tablet è un “piccolo” tablet avente un display da 8 pollici, basato su Android, montante un processore da 1 GHz, 4 GB di spazio disponibile, slot per le microSD, porta microUSB e HDMI. Ulteriori dettagli non sono stati resi noti.
BlackBerry PlayBook
Anche BlackBerry non manca di certo all’appello. Ha da poco mostrato un suo tablet dalle caratteristiche di tutto rispetto. Display da 7 pollici, CPU da 1 GHz, 1 GB di RAM, fotocamera anteriore da 3 mpx, posteriore da 5 (con registrazione video in HD), il tutto condito dal sistema operativo BlackBerry Tablet OS.
La connettività è ben farcita: Wi-Fi, Bluetooth, microUSB, porta HDMI.
MSI Winpads
MSI ha mostrato due tablet. Uno basato su Windows 7 Home Premium (modello Winpad 100W) e l’altro basato su Android (modello 100A).
Per quanto riguarda il primo, è alimentato da un processore da 1.66 Ghz Intel Atom Z530, 2 GB di RAM ed un dico SSD da 32 GB di memoria. Presenti inoltre due porte USB, una HDMI, una webcam e un lettore di schede di memorie SD. Inoltre, il tablet dispone del G-Sensor (un dispositivo di rilevamento), un localizzatore GPS, un sensore ambientale, Wi-Fi con l’opzione 3G disponibile. Insomma, un vero e proprio PC!
L’altro tablet, equipaggiato con Android, differisce dal primo per il chip ARM Cortex A8 e per la quantità di RAM inferiore, 1 GB. Il resto delle specifiche sono identiche al suo “gemello”.
Asus Eee Pad Transformer
Forse il più accattivante. Si tratta di un tablet “convertibile” in un vero e proprio netbook. Dotato di un display da 10.1 pollici, può essere separato dalla tastiera o può essere collegato alla periferica. Dispone di una CPU NVIDIA Tegra 2, 512 MB di RAM per eseguire Android 3.0 (Honeycomb). Ha il bluetooth, WLAN, due fotocamere, un lettore di schede SD e una porta HDMI.
Asus Eee Pad Slider
Un vero e proprio PC portatile dotato di una tastiera fisica e uno schermo che, a “scivolo” può coprire e mostrare i tasti. Anch’esso ha una CPU NVIDIA Tegra 2 con 512/1 GB di memoria. Le altre specifiche, per la maggior parte, sono del tutto simili al modello precedentemente descritto.
Asus Slate EP121
Si tratta del più potente tablet esistente. Ha caratteristiche hardware straordinarie: CPU Intel Core i5M, fino a 4 GB di RAM, disco SSD da 64 GB, display da 12.1 pollici con tecnologia IPS e risoluzione 1280 x 800, wireless-N, HDMI, USB, bluetooth 3.0, lettore schede SD, fotocamera 2 megapixel, Windows 7 Home Premium.
Samsung Sliding PC 7
Altro dispositivo a scorrimento presentato al CES 2011. Viene fornito con una CPU Intel Z670, un ampio display da 12.1 pollici con risoluzione 1366 x 768, 2 GB di RAM e disco SSD da 32 GB. Opzionalmente potrà integrare anche la nuova tecnologia WiMAX. La connettività è 3G e il sistema operativo installato è Windows 7.
Lenovo LePad
Il tablet di Lenovo è equipaggiato con Android, una CPU dual core Snapdragon da 1.3 Ghz, 1 GB di memoria e disco SSD disponibili nelle varianti da 16 e 32 GB. La risoluzione dello schermo è di 1280 x 800 pixel. Dispone di bluetooth, Wi-Fi, 3G, uno slot per una SIM ed una webcam. L’interfaccia utente, basata su Android, è stata completamente personalizzata da Lenovo.
Dell Streak 7
Funzionante con Android 2.2 (aggiornabile alla versione 3.0), il tablet prodotto da Dell dispone di un display da 7 pollici, processore dual core Nvidia Tegra 2 da 1 Ghz e 16 GB di memoria interna. Ha una fotocamera posteriore da 5 megapixel nella parte posteriore, un’altra da 1.3 megapixel nella parte anteriore per effettuare le videochiamate.
Toshiba 10.1-Inch Tablet
Toshiba ha presentato un tablet da 10.1 pollici alimentato da una CPU Tegra 2 con sistema operativo Android 3.0. Lo schermo ha una risoluzione di 1280 x 800 pixel, visualizza video a 720p e 1080p, ha una porta HDMI, una doppia fotocamera, una porta USB, Wi-Fi, bluetooth e GPS.
Tra le novità “future” di Microsoft, il rilascio di una nuova versione di Internet Explorer e dell’arrivo di Kinect su pc.
Tornando agli smartphone non dimentichiamoci di Android, OS proprietario della grande G, che nel mercato degli smartphone è in continua crescita e a un passo dal superare gli avversari di Cupertino.
Per quanto riguarda i tablet android ha chiuso il 2010 uscendo nettamente sconfitto da iPad, che attualmente detiene il 90% delle quote di mercato, secondo una ricerca condotta da IMS Research.
Sarà quindi un anno duro, e sicuramente “quelli di Android” andranno molto avanti. Hanno già annunciato una nuova versione del sistema operativo che passerà alla versione 4.0 e che prenderà probabilmente il nome di “Ice Cream” rispettando la tradizione di nominare ciascuna versione del software con nomi di dolciumi: Cupcake, Donut, Eclair, Froyo, Gingerbread, Honeycomb e infine ICE CREAM.
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Un anno insieme: buon compleanno Camminando Scalzi!

“Qualche anno fa, con un gruppo di amici decidemmo di mettere su una blog-zine, spinti dalla semplice passione di scrivere…”

Con queste parole si apriva il primissimo articolo di Camminando Scalzi, una presentazione, una dichiarazione di intenti di un esperimento più volte rimandato, che era diventato finalmente realtà. Nessuno di noi ancora sapeva che saremmo riusciti a fare quello che abbiamo fatto, la redazione era composta da pochissime persone, e si cominciò con una recensione, quella dell’album dei Muse. Eravamo ai tempi ospitati dalla wordpress.com, avevamo tantissime idee, tanto entusiasmo, e la voglia di fare informazione tutta nostra, un’informazione che fosse libera, che venisse dal basso, che fosse disponibile per tutti.

Mentre la redazione cominciava ad allargarsi, si decise di dare a tutti la possibilità di dire la propria, e si cominciarono ad affrontare i temi di attualità più importanti, dalla politica al lavoro, dall’ambiente alla cultura, qualsiasi cosa noi (e voi) ritenessimo interessante trovava posto sulla nostra blogzine libera. Le difficoltà non erano poche, ma i collaboratori erano tutti molto entusiasti e validi, e cominciamo dapprima a migliorare la grafica, poi ad aggiungere un sacco di feature, e alla fine passammo ad un dominio tutto nostro (quello attuale) e sbarcammo anche sui social network.

Di quei mesi ricordiamo con piacere le interviste importantissime che vi abbiamo proposto (Neil Blevins di Pixar, la Repubblica degli stagisti), il tema del lavoro, con un occhio di riguardo alla crisi e ai precari della scuola. Si parlava anche di musica, con gli interessanti approfondimenti di Listening, le recensioni cinematografiche e tanto altro. La redazione cresceva, tante persone cominciavano a seguirci, e tante altre a voler collaborare con noi. Anche l’area tecnica dei nostri collaboratori migliorava sempre di più l’interfaccia del blog, e le possibilità di interazione da parte dei nostri lettori.

L’attualità e la politica sono stati altri due fiori all’occhiello di Camminando Scalzi, e abbiamo seguito per voi e con voi il primo No B-Day del Popolo Viola, con la cronaca in diretta e la trasmissione in streaming. E siamo stati sempre in prima fila per la lotta della libertà di informare, basti ricordare che abbiamo dedicato un articolo al Fatto Quotidiano poco dopo la sua nascita, e vi abbiamo trasmesso Raiperunanotte, evento unico della stagione passata.

Non bisogna dimenticare anche i temi legati alla tecnologia e l’Informatica, con gli ormai mitici “Sistemista Disperato”, e i tantissimi articoli scritti riguardanti la scienza e la tecnologia, sbocciati oggi in una rubrica scientifica che vi offre la possibilità di scoprire tantissime cose interessanti che forse ignoravate. E l’ambiente, l’economia, il cinema con le sue recensioni, la musica che è diventata via via sempre più ricca (con il Jazz, la musica classica dei Classics). Per non parlare dello sport, con la puntualissima rubrica dedicata al calcio, che vi ha raccontato la scorsa stagione di Serie A, e tutti i mondiali, e contemporaneamente abbiamo seguito la Formula 1, con i suoi scandali e le sue gare. E le  vignette che hanno fatto per noi i migliori vignettisti del web (le trovate tutte qua, e sulla nostra fanpage di Facebook).

Insomma, un elenco sterminato di argomenti, di articoli, di idee e di informazioni che ci hanno e vi hanno tenuto compagnia per trecentosessanticinque giorni. E’ davvero difficile elencarli tutti, ma la blogzine è qua, consultabile quando volete. Fa un certo effetto guardarsi indietro e vedere tutti i passi che abbiamo fatto. Oggi siamo orgogliosi delle quasi 125.000 visite, dei più di 1.100 fan su Facebook, dei 2018 commenti ai post del blog, e delle tantissime condivisioni su Twitter. Insomma, Camminando Scalzi è entrata nei cuori di molte persone, è seguita, e noi della redazione vogliamo ringraziare soprattutto voi lettori, senza i quali questa fantastica esperienza non sarebbe potuta continuare nel tempo con questa forza e questa brillantezza. Immaginate la nostra passione come il motore che guida questa grande macchina, un motore che ha bisogno di un carburante speciale, e questo carburante siete voi, con la vostra partecipazione a tutti i livelli (articoli, commenti, facebook e tutto il resto), la vostra interazione, il vostro confrontarvi con noi. Grazie a voi, di cuore.

E infine, come è giusto che sia, dopo questo primo anno e dopo aver tratto dei bilanci e avervi raccontato un po’ la nostra storia, vorrei ringraziare personalmente tutti i collaboratori che hanno lavorato per Camminando Scalzi in questi mesi, uno a uno. Penso sia il minimo.

Quindi GRAZIE A:

Carlo Valente, che si è occupato dei contatti con l’esterno e del reclutamento dei nuovi collaboratori. Andrea Rizzo, che ci ha dato una mano infinita con la pubblicità e per far conoscere il blog. Francesco Stefanacci, al secolo Obi-Fran Kenobi, che ci da una mano enorme con la revisione degli articoli. E poi tutti i nostri redattori e collaboratori che hanno scritto per noi in questo anno (in rigoroso ordine sparso), dal primo giorno a oggi (in grassetto i redattori fissi attuali e passati):  Alessandro Laraspata, Arianna Galati (Ari), Camilla Rotunno, Carlo Ruberto, Ciro Trocciola, Franco Cappuccio (MobyJones), Daniel Monetti, Dino Moio, Martino Nannoni (Do Urden), Enrico Renna, Erika Farris, Eugenio Romano, Eva Danese, Fabiana Mordenti, Fabio Siniscalco, Jacopo Giove, Francesco Fumarola, Giada Demurtas, Giuseppe Pirò, Giuseppe Pontoriere, Mattia Mangiavacchi (Greenwich), Jack D’Amico, Iacopo Iorio (Krop), Mauro Fava (linuxedintorni.org), Luca Manes, Luigi Sambataro, Marco Moccia, Marco Vercesi, Ina Macina (Marina), Mauro Rubin, Alessandra Ambra (millecose), Novalgina2fast, Paolo Ratto, Pier Mario Demurtas, Pietro Ilardi, Riccardo Sarta (richpoly), Roberto Pirani, Rosalinda Gianguzzi, Samanta Di Persio, Sergio Baffoni, Francesco Mazzocchi (Steppenwolf), VEERU, Vincenzo Pascuzzi.

Un grazie speciale ai nostri collaboratori dell’area tecnica, senza di loro tutta l’infrastruttura di Camminando Scalzi non esisterebbe: Luca “Jacen” Iorio per la programmazione e Andrés Roberto Miraglia (rgb) per la grafica.

Infine, l’ultimo grazie, il GRAZIE più grande, lo voglio dedicare a voi lettori:

Cercate sempre l’Informazione Libera, cercate di farla, di condividerla, di leggerla. In questi tempi in cui è sempre più difficile dire la propria opinione, noi siamo con voi. E ci auguriamo che questa lista di ringraziamenti diventi ancora più lunga l’anno prossimo.

Liberi, come ci si sente CAMMINANDO SCALZI….

Consigli pratici audio-informatici

Il rapido sviluppo del computer come mezzo di produzione musicale dalla fine del novecento fino ai giorni nostri ha permesso a tutti di cimentarsi con uno strumento dalle grandi potenzialità e dai costi contenuti. Basti pensare quanto fosse complesso, nei primi studi di musica elettronica di metà secolo scorso,  compiere un semplice taglio: si lavorava su nastro e i tagli si dovevano fare “artigianalmente”. Erano quindi necessarie ore e ore di lavoro per ottenere il risultato voluto. Ora in ambiente digitale, e con gli adeguati programmi, bastano pochi click e il gioco è fatto – per la gioia dei tecnici del suono.

Sicuramente ognuno di noi avrà avuto l’esigenza di riversare da cassetta qualche vecchio concerto che non si voleva perdere; registrare un brano o un’idea da non dimenticare. In quest’articolo dispenseremo dei rapidi suggerimenti di “modus operandi”, al fine di rendere concrete le vostre intenzioni; spesso si perde molto più tempo a far funzionare l’informatica che ad ottenere ciò che si vuole.

RIVERSARE CONTENUTO AUDIO ANALOGICO SU PC

Avrete sicuramente visto in commercio degli appositi strumenti che riversano automaticamente vecchi vinili o cassette in formato digitale. Beh, se avete un pc, sappiate che potete fare la stessa cosa anche voi, in poche mosse, sborsando pochi soldi. Dovete collegare l’uscita audio (line out) del vostro stereo all’ingresso di linea (line in) del vostro pc. Solitamente le uscite sono del tipo “rca“, quindi vi serve un cavo come quello mostrato nella figura a destra. Potete in alternativa utilizzare l’uscita cuffie, anche se il segnale ne perderà in qualità.

PC line in

Per la registrazione vi serve un pc ed un software: noi vi consigliamo Audacity, che è scaricabile gratuitamente ed è compatibile con tutti i sistemi operativi. Ora non vi resta che impostare dal programma la fonte di ripresa del suono (line in) e premere il tasto con il cerchio rosso per avviare la registrazione (seguite il manuale per ulteriori chiarimenti). Dovrete aspettare la fine dell’intera riproduzione della cassetta o vinile che sia, quindi nel frattempo potete anche spegnere le casse e dedicarvi ad altro.

REGISTRARE UN’IDEA MUSICALE

Conosco tante persone che suonano strumenti, e sicuramente ognuna di loro ha avuto almeno una volta l’esigenza di registrare. Il musicista è un creativo e non vuole che vadano perdute nel tempo le sue piccole (e personali) opere d’arte. Se volete registrare una tastiera potete collegarla al pc seguendo le connessioni citate sopra, e Audacity può andare ancora bene. Se invece volete registrare una chitarra elettrica oppure un basso, basterà collegare lo strumento al pc con un riduttore minijack e procurarsi un software più indicato, come Amplitube 3, che però è a pagamento. Oltre ad avere svariate versioni di simulazione di amplificatori ed effetti, quest’ultima versione supporta anche la registrazione, oltre che la riproduzione di un file audio da utilizzare come base. Se cercate qualcosa di gratuito, virate su piattaforma Linux con Ardour (da poco disponibile anche per Mac OS X), un sequencer (non adattato ai non esperti) che ha dei discreti effetti per suonare una chitarra su computer. Non provate a collegare la chitarra con la distorsione direttamente alla line in del pc, ne otterrete un suono osceno.

Diverso è il discorso per la registrazione di strumenti acustici. Ho notato da sempre quanto possa essere freddo e secco il suono di un qualsiasi strumento acustico registrato via pc. Tuttavia, per un uso non professionale, possiamo anche accontentarci. Se non ci sono particolari esigenze, potete ad esempio usare il microfono del portatile, con l’accorgimento di regolare la distanza da esso in base al vostro picco di volume: suonate più forte che potete per vedere a quale distanza minima il segnale di registrazione non distorce. Così facendo cercate di avvicinare lo strumento il più possibile, senza rumori ambientali. Per regolare meglio la ripresa audio, consiglio l’acquisto di un microfono esterno, per disporlo al riparo da fonti di disturbo.

Per chi invece non è smanettone con i software musicali e vuole qualcosa di semplice da usare con qualità più che apprezzabile, sono in commercio degli interessanti registratori digitali, come questo in figura. Certo, dovrete sborsare un po’ di quattrini, ma il risultato è veramente notevole. In ogni caso vi consiglio di farvi le ossa su Audacity, che ha diverse funzioni utili per la vostra creatività e che possono essere nuovamente messe in gioco con software più professionali, qualora poi vogliate passare a qualcosa di più avanzato.

In linea di massima, cercate di preferire il computer fisso a quello portatile per questo tipo di lavori, che sia mac, windows o linux. Lavorare con l’audio vuol dire impegnare molte risorse di sistema, quindi vi consiglio di chiudere tutte le applicazioni non necessarie per non incappare in problemi e inconvenienti.

Equo dissenso sull'equo compenso

Comincio l’articolo con una premessa: non parlerò di diritti d’autore, del ruolo della SIAE come intermediario nel percepire i proventi di questi diritti o della effettiva redistribuzione che ne viene fatta; parlerò invece dell’ennesimo tentativo dello Stato di rallentare lo sviluppo tecnologico di questo paese, imponendo una tassa che costringe un italiano a pagare cifre sensibilmente più alte di un qualsiasi cittadino europeo per beni ormai entrati a far parte dell’uso comune.

L’equo compenso è una somma di denaro versata a priori alle società preposte alla protezione ed all’esercizio dei diritti d’autore (nel nostro paese la SIAE) e serve a compensare le presunte perdite che l’industria discografica e cinematografica affermano di subire a causa della condivisione illegale di brani musicali e film. Questa tassa, diffusa in tutta Europa, viene versata dai consumatori solo in seguito all’acquisto di Cd, Dvd e masterizzatori, oltre a supporti ormai obsoleti come VHS ed audiocassette.

Lo scorso 30 dicembre però qualcosa è cambiato: il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Sandro Bondi, sfruttando il ben noto trucchetto di utilizzare il periodo festivo di fine anno per far uscire in sordina leggi scomode – vedi gli articoli sul digitale terrestre (decreto salva Rete4) e sul wireless (proroghe al decreto Pisanu) per altri esempi – ha firmato un decreto legge che estende il range di applicabilità dell’equo compenso ad un numero di dispositivi e supporti molto più ampio di quello precedente. In sostanza, qualunque dispositivo dotato di “supporto registrabile” come ad esempio pendrive, schede di memoria, hard disk, cellulari, console, decoder viene interessato dall’applicazione della tassa, con un contributo fisso o in proporzione alla quantità di dati stoccabile, secondo delle tabelle presenti nello stesso decreto.

Facciamo qualche esempio, tenendo conto di alcuni tra i prodotti tecnologici più diffusi :

  • Un hard disk esterno da oltre 400 Gbyte (la quasi totalità di quelli attualmente in vendita) verrà tassato per 0,01 € al Gbyte. Considerando che l’attuale street price di un’unità da 1 Terabyte è intorno agli 80 €, si avrà un aumento di 10 €, pari ad oltre il 10%.
  • Un lettore Mp3 con una capacità tra i 2 e gli 8 Gbyte (i più venduti attualmente) vedrà aumentare il suo prezzo dai 5,15 € ai 6,44 €, quelli di capacità superiori arriveranno ad aumenti fino a 12,88 € .
  • Per quanto riguarda i cellulari, la cifra da pagare sarebbe di soli 0,90 € ad apparecchio; ma il decreto specifica che per gli apparecchi polifunzionali dotati di memoria (in pratica tutti i cellulari di ultima generazione) bisogna pagare invece in base alle dimensioni di quest’ultima, ad esempio un Iphone da 32 GB costerà 6,44 € in più.

Provate anche voi come Giacomo Dotta ad effettuare, basandovi sulle tabelle del decreto, un rapido calcolo di quanto vi sarebbero costati in più i vari prodotti tecnologici che avete in casa. Io, arrivato a cifre vicine ai 200 euro, ho dovuto smettere per sopraggiunto esaurimento nervoso.

La manovra farà confluire ingenti flussi di denaro nelle casse della Società Italiana Autori ed Editori: secondo le stime di Confindustria e Assinform infatti, vedrà i suoi introiti per l’equo compenso quadruplicare nel solo 2010, passando dagli attuali circa 70 milioni di euro a oltre 300, recuperati a danno dei consumatori in un periodo di feroce crisi economica. La cosa in assoluto più grave è che si tratta, per la prima volta nella storia, di una tassa sullo sviluppo tecnologico: al migliorare delle tecnologie aumenta la quantità di dati che è possibile registrare su di un supporto e quindi anche l’obolo dovuto alla SIAE. Inoltre il decreto prevede una revisione delle tabelle dopo 3 anni che porterà certamente, visti i precedenti, ad ulteriori aumenti.

La SIAE si difende comunicando che queste entrate saranno redistribuite agli autori, editori, artisti ed a tutti gli aventi diritto, affermando inoltre che non si tratta di una tassa ma di diritti d’autore e quindi dello stipendio di chi produce opere (film, canzoni, ecc). Come scritto nell’introduzione, non è mia intenzione trattare in questo articolo del diritto d’autore (che ritengo sacrosanto) né di quanta parte dei soldi raccolti vadano davvero a finire agli autori (si parla di cifre prossime al 76% del bilancio della società utilizzate per pagare il solo personale); proverò invece a fare alcune considerazioni, ovviamente passibili di smentite, sui possibili effetti che questa legge potrebbe portare a tutto il mercato tecnologico italiano.

Per i consumatori di beni tecnologici di tutto il mondo, gli effetti della crisi economica si faranno sentire con maggior forza nel corso del 2010. L’anno appena trascorso ha visto infatti una riduzione del volume di produzione di componentistica, dovuto alla minor richiesta, e una riduzione degli investimenti in nuove fabbriche. Quindi i previsti aumenti della domanda nel corso dell’anno faranno sì che ci sia un aumento generalizzato dei prezzi, in particolare nel mercato delle memorie, dove i produttori operano in sofferenza già da un paio di anni. A questi andrà sommato soltanto in Italia quanto dovuto a causa del decreto Bondi, portando i consumatori italiani a subire aumenti anche superiori alle 2 cifre percentuali. Quanto impatterà questa situazione sui consumi, nel paese dei 1000 euro al mese?

Gli effetti più gravi però si avranno probabilmente nel mercato professionale. Le nostre aziende, già martoriate dalla crisi e dal sistema fiscale, messe in difficoltà dalle resistenze delle banche a concedere prestiti ed in costante debito di competitività nei confronti delle aziende straniere, si troveranno a dover fronteggiare gli aumenti nel momento peggiore. Questo porterà ad un ulteriore decremento di quegli investimenti in nuova tecnologia che sono indispensabili per uscire dalla crisi e per competere con le aziende estere, relegando sempre di più il nostro paese in quel terzo mondo tecnologico nel quale stiamo scivolando.

Ovviamente non pretendo di trattare in maniera esaustiva un argomento così complesso e sfaccettato, spero però di essere riuscito a dare sufficienti spunti a chi intenda approfondire. Si parla da tempo di azzeramento del digital divide, dell’idea di un pc con collegamento ad internet in tutte le case ed in tutte le scuole, della digitalizzazione della pubblica amministrazione; ma a tutti questi buoni propositi si contrappone l’attuale movimento politico, che sembra fare di tutto per svilire ogni tentativo del nostro paese di risalire la china. Il decreto Bondi non farà altro che precipitare ancora di più il nostro paese verso l’abisso della mediocrità e dell’arretratezza, e a farne le spese non saremo soltanto noi, ma soprattutto le future generazioni. Abbiamo soltanto un’arma a disposizione: persone in grado di prendere decisioni simili, miopi e dannose, non sono degne di essere elette. Quando lo capiremo?

Internet ed il “tutto gratis”!

[stextbox id=”custom”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Paolo Ratto, autore di un interessante blog che ha come tematiche centrali internet e teconologia. Dopo averci parlato del rapporto tra web e burocrazia, oggi ci propone un nuovo articolo nel quale analizza un altro interessante aspetto della rete internet.[/stextbox]

L’utente di Internet, navigando, ha la sensazione che tutto ciò che si utilizza sul Web debba essere gratuito. Nel mondo dei beni digitali, dove i costi di copia e distribuzione sono tendenti a zero, si è fatta largo l’idea del gratis sempre e comunque. Ma questo tipo di economia è reale ed è destinata a proliferare? O siamo dinnanzi ad una bolla di sapone minacciata dalle spinte materiali del business? Alcuni spunti per poter valutare…

Google, un’esempio di azienda che prospera, regalando servizi. Quale esempio migliore si può considerare se non Google, per analizzare questo tipo di “alternative economy”: grazie alla miriade di servizi offre gratuitamente (dal motore di ricerca a Google maps, da strumenti di traduzione a gestione dei flussi di documenti, Youtube, e chi più ne ha più ne metta…), Big G ha contribuito sicuramente ad amplificare la sensazione che il gratis su internet sia un diritto acquisito. Non dobbiamo però dimenticare che il colosso di Mountain View è una delle aziende più potenti al mondo, conseguenza di un fatturato da capogiro. È questo che le permette di offrire gratuitamente una serie di applicazioni. Ma non si tratta di filantropia! Il core business è basato sulla pubblicità “profilata” (rivoluzionari i business di Adword e Adsense..), sui dati raccolti sugli utenti (pensate a tutti coloro che utilizzano i servizi anche più “basic” come Gmail o Youtube…), e sulla “search appliance”, servizio che prevede la gestione del knowledge management delle aziende, con la stessa funzionalità e semplicità del motore di ricerca a cui tutti siamo abituati.

timesIn controtendenza: il mondo delle informazioni. Ci sono però settori in cui la ricerca sfrenata del gratuito ha comportato delle recessioni: è innegabile che con l’espansione numerica degli utenti di internet, uno degli ambiti entrato in profonda crisi sia quello della carta stampata. Il fatto che le notizie che si leggono sui giornali siano presenti gratuitamente sul WEB ha fatto si che molte persone (compreso, per esempio, il sottoscritto!) smettessero di comprare quotidianamente il periodico per documentarsi in maniera più rapida, diretta e pluralistica su Internet. Anche in questo campo (news on-line) probabilmente a breve assisteremo a grossi cambiamenti: Rupert Murdoch (e non solo lui…!) sostiene che “l’equazione internet=informazione gratuita sia agli sgoccioli e presto le news on-line saranno disponibili solo dietro forme di micro-pagamento”, per il momento solo abozzate dalle aziende. A conforto della sua tesi, il magnate dei media cita argomenti ad effetto come la devastante crisi economica che investe la carta stampata statunitense o, d’altro lato, il confortante boom di ricavi derivanti dalle sottoscrizioni a pagamento per accedere ai contenuti del Wall Street Journal, testata divenuta di sua proprietà lo scorso anno. Valutando anche la recente notizia che vede dal 2010 il Times on-line a pagamento, il futuro sembra essere diretto versa questa opzione “non free”.

napster-incProblemi legali: il file sharing. L’economia del gratuito chiama in causa anche tutta una serie di difficili problematiche legate al “Diritto dell’Internet”. Fin dalla nascita di Napster (1999), poi con i successivi Kazaa, Winmx e eMule e fino ai più recenti torrents, l’utente ha avuto la possibilità di “scaricare” gratuitamente, più o meno illegalmente, dapprima musica e poi tutti i tipi di file dalla Rete. La costruzione delle reti “peer to peer” è stato solo l’ultimo passo tecnologico per permettere la pratica del download che, seppur generalmente illegale, viene percepito dalla maggioranza degli internauti come strumento “buono e giusto”. Ora che in tutto il mondo, i governi spinti dalle major multimediali stanno cercando di dare un giro di vite evidente alla pirateria informatica – come dimostrano l’ormai celebre querelle Pirate Bay ed i vari tentativi del parlamento francese di approvare la Dottrina Sarkozy – gli utenti avvertono come un sopruso l’eventuale possibilità di non poter più usufruire gratuitamente di musica, film e videogame. Ed il dibattito assume contorni sociali, politici ed economici di grande rilievo. È innegabile che il diritto di proprietà intellettuale vada rispettato e garantito, ma bisogna stare attenti a non eccedere nel controllo della Rete che, per conformazione naturale e soprattutto tecnica, è difficile (se non impossibile!) da sorvegliare. Non si può tralasciare il fatto che l’accesso ad internet in tutti i paesi è ormai considerato essenziale, quasi un diritto dell’uomo, in quanto strumento principe per accedere ad informazioni e cultura. Nel momento in cui la protezione accordata alle opere divenisse tale da impedire l’accesso alla cultura, il sapere diverrebbe oggetto fruibile solo da pochi privilegiati.

Il “meraviglioso mondo” dell’ Open-Source Un ambito che ha sfruttato la spinta della “free economy” è senza dubbio l’Open Source, settore variegato e del tutto particolare. L’uso non esclusivo e proprietario del software, l’assenza dei costi di licenza o la mancanza, in senso tradizionale, di strutture aziendali possono sembrare ostacoli alla realizzazione di un profitto. A dispetto di tutto questo si è dimostrato, però, come anche con il software open sia possibile creare giri d’affari soddisfacenti.

imagesUn segmento fondamentale è quello della distribuzione e del relativo supporto. I distributori vendono copie di software libero e/o open source: certo il software è reperibile anche in rete, ma spesso necessita di conoscenze tecniche che non sono nel bagaglio culturale di chiunque. L’utente medio non ha sempre le competenze per affrontare agevolmente l’installazione e la gestione dei pacchetti software, dunque preferisce pagare una cifra ragionevole per disporre di una distribuzione costruita apposta per essere accessibile anche ai meno esperti. Accanto alle distribuzioni sono forniti a pagamento una serie di prodotti e servizi di supporto post vendita. Questa è un’applicazione tipica: i beni ceduti non sono prodotti ma servizi. Ciò che si vende è il valore aggiunto dall’assieme dei diversi moduli software e la garanzia di un buon funzionamento e compatibilità con altri sistemi della stessa marca, oltre all’assistenza gratuita per un certo periodo di tempo.Alcune aziende, infatti, si specializzano in particolare modo sui servizi. Quelli più diffusi sono il supporto tecnico, la personalizzazione del software, la formazione su un prodotto e la correzione di bug a pagamento. Quindi ci possiamo rendere conto che anche questo settore, a prima vista “paladino” dell’economia del tutto gratis, presenti strategie di business più complesse e articolate per permettere alle aziende di soddisfare il bisogno primario di fare soldi.

Fiducia o sfiducia? Come ci si deve porre dunque dinanzi alla questione “free economy”? Chris Anderson (direttore di Wired U.S.A. ndR), celebre autore dell’articolo divenuto poi “cult book” di business, La lunga coda, si è lanciato nel nuovo libro “Free” (distribuito gratis on-line) in un’analisi sul modo di fare economia nell’era del web, dei blog, di Facebook e Twitter, dove fare informazione è diventato semplice, immediato, economico, e spesso anche redditizio. Ma Anderson va oltre e si focalizza sulla nuova economia, proprio l’economia del gratuito. “Il web cambierà il mondo. È la patria del gratuito ed inaugura un nuovo tipo di economia: la freeconomics, che diventa non una scelta ma persino una necessità a partire dal momento in cui l’esborso primario di un’azienda diventa qualcosa che abbia a che fare con il silicio”.

Non tutti però la pensano così: sul settimanale The New Yorker”, Malcolm Gladwell ha accusato il collega di essere un “utopista tecnologico che nel suo entusiasmo dimentica alcuni particolari. Per esempio, che YouTube, offerto gratis al mondo da Google, sottrae un sacco di soldi al motore di ricerca. Alla faccia dei costi marginali declinanti: solo la banda per trasmettere i video (il cui prezzo, per Anderson, volge inesorabilmente verso lo zero, ndA) costa 362 milioni di dollari l’anno. Nel complesso le stime dicono che il sito per la condivisione di video perde 470 milioni di dollari l’anno.

A mio avviso, si può tranquillamente sostenere che l’economia del gratis, nonostante sia di evidente attrazione soprattutto nei confronti degli utenti, non funzioni come modello di business a sé stante. La conclusione è di per sé banale ma assolutamente logica: chiunque sa che nel mondo dei beni materiali se non si coprono i costi si chiude baracca. La situazione globale di crisi impone poi alcune riflessioni, e sembra che l’economia della scarsità torni a chiedere il conto a quella dell’abbondanza. È poi evidente che anche la mentalità degli utenti di Internet sia destinata a mutare: ci si deve rendere conto che laddove c’è un servizio, ci sono persone che lavorano e che sono (o dovrebbero essere!) retribuite per far funzionare tale servizio. Ci sono dei costi anche nel mondo digitale, e questi costi vanno coperti per garantire dei ritorni d’investimento adeguati. Se poi il gratis fa parte di strategie economiche più ampie ed innovative ben venga ma togliamoci dalla testa l’idea che tutto ciò che può essere sfruttato nella Rete possa essere gratuito perché potremmo presto restare molto delusi. Il punto è che spesso i servizi del Web sono “free” nel senso che non dovrai usare direttamente il portafoglio o la carta di credito per pagarli; li pagherai però in altri modi: con la pubblicità, con i dati profilati, con l’uso di una piattaforma invece che un’altra… Oppure li pagherà qualcun’altro per te (l’esempio del portale turistico Atrapalo è più che calzante!).

È forse questo che l’utente medio non ha ancora capito del tutto.

Il web e la burocrazia: a che punto siamo?

[stextbox id=”custom” float=”false” width=”350″ color=”000000″ ccolor=”000000″ bcolor=”d36f02″ bgcolor=”fdf9c9″ cbgcolor=”fab837″ image=”http://www.camminandoscalzi.it/50px”%5D

Un nuovo collaboratore su Camminando Scalzi.it

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Vi presentiamo il nostro nuovo collaboratore, Paolo Ratto. Laureato in Scienze della Comunicazione, esperto di internet e autore di un blog (che vi consigliamo di visitare, come sempre), Paolo cerca di spiegare e illustrarci l’importanza rivoluzionaria del Web, e di come possa cambiare la vita quotidiana delle persone (esperte e non). In questo primo articolo ci parla della burocrazia online. Buona lettura![/stextbox]

Qualche giorno fa era Halloween, giorno in cui i Celti celebravano l’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Non potevo cogliere momento migliore per “parlare” di quello che considero uno dei più pericolosi “morti viventi” della società moderna: la burocrazia.

burocraziaLa burocrazia è riconosciuta universalmente come “l’organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità ed impersonalità. Il termine, definito in maniera sistematica da Max Weber indica il “potere degli uffici” (dal francese bureau): un potere (o, più correttamente, una forma di esercizio del potere) che si struttura intorno a regole impersonali ed astratte, procedimenti, ruoli definiti una volta per tutte e immodificabili dall’individuo che ricopre temporaneamente una funzione“.

Negli ultimi tempi, anche in Italia, si sente spesso parlare in riferimento all’apparato burocratico dei tentativi di snellire le pratiche, di superare gli stalli, di accelerare i processi, in tutti i campi economico-sociali, ma soprattutto nella Pubblica Amministrazione.

In molti invocano il passaggio in toto all’ e-government, visto dagli esperti come il paladino nella lotta agli sprechi di tempo e denaro.

Ma cosa si intende esattamente per e-government? Quando si parla di e-government -ossia “amministrazione elettronica”- si fa riferimento a tutti quei servizi pubblici che possono essere svolti senza difficoltà attraverso internet: dalle semplici ricerche di informazioni a servizi più complessi, che normalmente richiedono carte da compilare, code da affrontare e tanta burocrazia da sopportare.

I lati positivi sono molti: l’uso di internet rende più facile e più diretta la comunicazione, ci sono meno costi sia per gli utenti che per l’amministrazione e le procedure sono molto più rapide.

Molte sono le amministrazioni regionali e locali che hanno deciso di seguire questa via. Sono di questi giorni le notizie della “conversione” di Roma all’amministrazione digitale con il “patto” tra Alemanno e Brunetta e dell’aumento della quantità e qualità dei servizi on-line nella PA di Toscana ed Emilia Romagna … e molteplici sono gli esempi in tutta la Penisola.

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Ed è proprio il ministro della PA Brunetta che sta spingendo molto l’acceleratore su questo tema , anche in maniera piuttosto ambiziosa: si pensi al Piano e-gov 2012 o al dibattito sulla tanto criticata PEC (posta elettronica certificata), considerata dal ministro passo fondamentale per lo sviluppo dell’e-gov, e dai detrattori (tra cui voci del calibro di Guido Sforza, presidente dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione) una mossa avventata -oltre che monopolistica!- per la privacy dei cittadini (un soggetto privato controllerebbe una sorta di “anagrafe dei domicili informatici”) e secondaria dinanzi ai problemi derivati dal “digital divide”.

Per Digital Divide si intende, alla lettera, “divario digitale”: esso viene inteso come la divisione tra chi può accedere alle nuove tecnologie di comunicazione ed informatiche e chi no, principalmente a causa di condizioni economiche, dell’istruzione e dell’assenza di infrastrutture. Secondo le ultime ricerche di Giancarlo Livraghi, sembra credibile che il numero di persone online in Italia si possa collocare (secondo diversi criteri di frequenza d’uso) fra i 17 e i 21 milioni, che su una popolazione di poco più di 60 milioni, rappresentano un ottimo bacino d’utenza, da cui però restano fuori alcune fasce sociali, anagrafiche e/o geografiche importanti.

Lo stesso Obama, negli USA, sta avendo qualche problema nel tentativo di rivoluzione internettiana della burocrazia federale. Il presidente si sta già scontrando con attrezzature vecchie e regolamenti troppo vincolanti, che sembrano impedirgli di portare a compimento in breve tempo quello che era uno dei punti della campagna elettorale.

Scendendo poi dal macromondo nazionale ed internazionale al mio micromondo personale, voglio riportare un’esperienza di questi giorni che ben fotografa il momento attuale di “vorrei ma non posso”, e dimostra che tutti noi siamo ancora intrappolati nelle strette maglie della burocrazia (sfido chiunque a sostenere il contrario!).

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Ieri ho (finalmente!) completato il lento e macchinoso iter burocratico per poter usufruire di una borsa di studio Erasmus, assegnatami presso l’Università di Strasburgo.

E con cognizione di causa posso sostenere che dove sarebbero potute bastare alcune mail, al massimo “supportate” da un paio di fax, mi sono trovato di fronte ad un percorso Kafkiano ad ostacoli fatto di firme, timbri, raccomandate con ricevuta di ritorno, che avrebbe potuto mettere alla prova anche il burocraticissimo Luigi XIV!

Il fatto poi che il paese in cui mi stia dirigendo sia proprio la Francia (paese in cui ancora oggi ci sono delle università destinate a “sfornare” i burocrati del domani, alle quali si accede dopo un anno di scuola preparatoria e un esame molto difficile, che assicura la partecipazione solo ai migliori, perché la burocrazia deve essere efficientissima!) ha aggiunto un pizzico di ironia pirandelliana alla situazione…

A che punto siamo quindi? Qualcosa si muove, non si può negare. Certo, la via è ancora lunga. Resto convinto comunque che si debba tentare di dissolvere il mostro burocratico dapprima in apparati sociali più “ridotti” ed in cui il digital divide non rappresenti un problema. Mi riferisco, per esempio, proprio all’Università, in cui le infrastrutture mediamente funzionano e l’anagrafica e l’istruzione non dovrebbero rappresentare un ostacolo. In seguito si può tentare di affrontare la sfida in ambiti ben più “affollati” ed eterogenei quali la Pubblica Amministrazione.

Vi lascio con un ultimo dubbio sorto nella mia mente quando, giunto all’ufficio postale del mio quartiere, dopo mille peripezie, una volta spedita la lettera contenente tutte le pratiche necessarie alla mia iscrizione all’ università estera, sono stato invaso da una sensazione piacevole: forse la burocrazia esiste proprio per il sublime senso di appagamento che si prova quando la si sconfigge…

Paolo Ratto

Hacker: malvivente o semplice curioso?

Nel giornaliero peregrinare lungo le autostrade dell’informazione, a tutti è capitato di imbattersi nella parola hacker. Dai mezzi di comunicazione l’hacker viene descritto come un malvivente, pronto a derubare grazie al furto delle password, all’introduzione nei computer delle proprie ignare vittime, alla violazione dei sistemi informatici di aziende ed istituti di credito. Ma cos’è davvero un hacker? In questo articolo proverò a spiegarlo.

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La maggioranza degli odierni hacker fa risalire l’etimologia del termine al MIT, dove compare nel gergo studentesco all’inizio degli anni ’50. Per quanti frequentano l’istituto in quegli anni,  il termine “hack” viene usato come sinonimo di goliardata, ad indicare gli scherzi tipici da campus. È a questo che si ispira il termine “hacking”: prendere in giro qualcuno, divertirsi, in modo creativo e innocuo. Più avanti negli anni ’50, la parola acquista una connotazione più netta e ribelle. Al MIT vige un elevato livello di competizione e l’attività di hacking emerge come reazione alla tensione accumulata e per dare spazio a pensieri e comportamenti creativi repressi dal rigoroso percorso di studio dell’istituto. Gli hacker si divertono ad esplorare la miriade di corridoi e tunnel sotterranei presenti nel campus, non intimoriti da porte chiuse e cartelli di divieto, il cosiddetto “tunnel hacking”, e prendono di mira il sistema telefonico interno violandolo con un’attività battezzata “phone hacking“, poi diventata il moderno ”phreacking”.

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Sul finire degli anni ’50, arriva nel campus il TX-0, uno dei primi modelli di computer lanciati sul mercato. Non ci vuole molto perché gli hacker mettano le mani sulla macchina, utilizzando il proprio spirito di gioco creativo: a differenza della scrittura del software “ufficiale”, gli hacker compongono i propri programmi con poco rispetto di metodi e procedure. Questo porta ad un mutamento etimologico del termine: hack prende il suo significato moderno, quello della forma sostantiva del verbo inglese “to hack” che significa “tagliare”, “aprirsi un varco”, inteso appunto tra le righe di codice che compongono i programmi software.  Un classico esempio di quest’ampliamento della definizione di hack è Spacewar!, il primo videogame interattivo. Sviluppato nei primi anni ’60, Spacewar ha le caratteristiche tipiche dell’hack tradizionale: un divertimento, una distrazione per le decine di hacker del MIT. Inoltre è completamente libero e gratuito: avendolo realizzato per puro divertimento, gli hacker  non vedono motivo per restringerne in alcun modo l’utilizzo, favorendone così la diffusione in ogni parte del mondo.

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Nella seconda metà degli anni ’70 il termine “hacker” assume la connotazione di élite. Per potersi definire hacker, una persona deve compiere qualcosa di più che scrivere programmi interessanti: deve far parte dell’omonima cultura e onorarne le tradizioni. Pur se con una struttura sociale aperta, gli hacker di istituzioni elitarie come il MIT, Stanford e Carnegie Mellon iniziano a parlare apertamente di “etica hacker“: le norme non ancora scritte che ne governano il comportamento quotidiano. Nel libro del 1984 “Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica“, l’autore Steven Levy, dopo un lungo lavoro di ricerca e consultazione, codifica questi principi fondamentali:

  • L’accesso ai computer – e a tutto quello che può insegnare qualcosa sul modo in cui funziona il mondo – deve essere illimitato e totale;
  • Obbedire sempre all’imperativo hands-on (ovvero prova, sperimentazione ed esperienza in prima persona ndCT);
  • Tutte le informazioni dovrebbero essere libere;
  • Diffidare dell’autorità – promuovere la decentralizzazione;
  • Gli hacker devono essere giudicati per la loro azione di hacking, non per falsi criteri come grado, età, razza o posizione;
  • E’ possibile creare arte e bellezza su un computer;
  • I computer sono in grado di migliorare la vostra vita.

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A partire dai primi anni ’80 i computer cominciano a diffondersi, e i programmatori che una volta dovevano recarsi presso grandi istituzioni o aziende soltanto per aver accesso alla macchina, si trovano a stretto contatto con hacker di grande livello via ARPANET e cominciano ad appropriarsi delle filosofie anarchiche tipiche della cultura hacker. Tuttavia, nel corso di un simile trasferimento di valori va perduto il tabù culturale originato al MIT contro ogni comportamento malevolo. Mentre i più giovani iniziano a sperimentare le proprie capacità con finalità dannose – creando e disseminando virus, facendo irruzione nei sistemi informatici militari, provocando il blocco di macchine quali lo stesso Oz del MIT, popolare nodo di collegamento con ARPANET – il termine “hacker” assume connotati punk, nichilisti. Quando polizia e imprenditori iniziano a far risalire quei crimini a un pugno di programmatori che citano a propria difesa frasi di comodo tratte dall’etica hacker, quest’ultimo termine inizia ad apparire su quotidiani e riviste con una denotazione del tutto negativa. Nonostante libri come quello di Levy avessero fatto parecchio per documentare lo spirito originale di esplorazione giocosa da cui nacque la cultura dell’hacking, per la maggioranza dei giornalisti “computer hacker” diventa sinonimo di “rapinatore elettronico”.

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Anche di fronte alla presenza, negli ultimi due decenni, delle lamentele degli stessi hacker contro questi abusi, le valenze ribelli del termine risalenti alla nascita del fenomeno rendono difficile distinguere tra un quindicenne che scrive programmi capaci di infrangere le protezioni e li utilizza per il puro scopo di far danni, dallo studente degli anni ‘50 che sfonda le porte per puro spirito di scoperta e conoscenza. D’altra parte, quella che per qualcuno è soltanto sovversione creativa dell’autorità, non è altro che un problema di sicurezza per qualcun altro. L’essenziale tabù contro comportamenti dannosi trova conferma a tal punto da spingere la comunità hacker a coniare il termine cracker – qualcuno che volontariamente decide di infrangere un sistema di sicurezza informatico per rubare o manomettere dei dati – per indicare quegli hacker che abusano delle proprie capacità. Scrive Randolph Ryan, giornalista del Boston Globe, in un articolo del 1993: “L’azione di hack richiede attenta pianificazione, organizzazione e finezza, oltre a fondarsi su una buona dose di arguzia e inventiva. La norma non scritta vuole che ogni hack sia divertente, non distruttivo e non rechi danno. Anzi, talvolta gli stessi hacker aiutano nell’opera di smantellamento dei propri manufatti“.

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Rispondendo alla domanda presente nella prima parte dell’articolo, un hacker è semplicemente una persona curiosa, che sfrutta le proprie conoscenze informatiche per esplorare, noncurante delle barriere imposte; non crea alcun tipo di danno ma anzi, aiuta i gestori dei sistemi violati a chiudere i buchi nella sicurezza che gli hanno permesso di accedere; il suo unico scopo è approfondire la conoscenza del mondo che lo circonda. La percezione negativa che l’opinione pubblica ha del fenomeno dell’hacking è frutto della cattiva informazione, che punta più al sensazionalismo fine a sé stesso che alla verità dei fatti. Nessuno può negare che esistano persone che sfruttano le proprie capacità informatiche per provocare danni ed ottenere un profitto economico: questi non sono hacker ma cracker, e la distinzione non è semplicemente nei termini, ma nel sistema etico che regola un intero movimento.

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Windows 7, il nuovo sistema operativo di casa Microsoft

windows7_logo
Sono passati tre anni dall’uscita del tanto discusso Windows Vista ed ecco che il suo successore esce dalle sedi di Redmond ed è pronto per il mercato.
Da oggi (22 ottobre) Windows 7 è disponibile per le architetture a 32bit e 64bit in 6 versioni:

Starter e Home Basic: Più limitate rispetto alle altre, destinate a sistemi meno performanti (netbook, ecc.).
Home Premium e Professional: Pressochè uguali ma orientate, rispettivamente, all’uso domestico o a quello aziendale.
Enterprise: Come la Professional, destinata all’uso aziendale con volume licensing (la possibilità di usare la stessa chiave di licenza per più installazioni).
Ultimate: La più completa tra tutte.

windows7_boot

Per progettare e mettere a punto Windows 7 abbiamo deciso di partire dai vostri commenti. In molti ci avete chiesto un PC facile da usare e vi abbiamo accontentato: Windows 7 è più veloce, più intuitivo e lavora proprio come vi serve. Come abbiamo fatto? Facile, abbiamo apportato centinaia di miglioramenti e troverete anche qualche sorpresa che – ne siamo sicuri – non avreste mai immaginato.

Viene introdotto così il nuovo sistema operativo sul sito ufficiale della Microsoft; noi l’abbiamo provato e siamo qui per descrivere le nostre impressioni:

Già dall’installazione, semplice e veloce, si nota il passo avanti fatto con questo nuovo sistema operativo (OS). In nemmeno una ventina di minuti avrete il vostro nuovo Windows pronto e funzionante (sì, avete letto bene, funzionante).
I driver per la maggior parte delle svariate periferiche che possono essere “attaccate” al vostro pc sono già compresi nell’installazione. Per quanto riguarda l’aggiunta di nuove periferiche o gli eventuali aggiornamenti, praticamente tutte le case produttrici di componenti per pc hanno già sviluppato driver e software compatibili. In caso non abbiate trovato quello che vi serve in versione per Window 7 c’è sempre la possibilità di installare programmi in “modalità compatibilità” che, attraverso un semplice procedimento, ci permette di scegliere la versione di windows in cui questi funzionavano in modo da eseguire il software adeguatamente.

La Superbar
windows7 Finita l’installazione e creato il nostro nuovo account, ci ritroveremo ad avviare per la prima volta il nuovo sistema.
La prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto della nuova barra delle applicazioni: la Superbar (così chiamata dalla Microsoft) è più spessa rispetto a quella dei predecessori e, a mio parere, anche più funzionale.
Ma in che modo può essere più funzionale? Faccio un esempio: Passando il mouse sulle icone della barra vediamo apparire delle miniature delle rispettive finestre o file e, spostandoci su queste, avremo anteprime a pieno schermo. Cliccando col tasto destro del mouse sulle icone, invece, possiamo accedere alla Jump List, un menu che consente di accedere a contenuti diversi a seconda del programma: La Jump List di Windows Media Player per esempio conterrà i file riprodotti più spesso; quella di Windows Live Messenger, invece, ci permette di inviare messaggi instantanei o gestire lo stato (In Linea, Occupato, ecc.).

Aero
La grafica Aero pare diventata più leggera rispetto a quella presente su Vista, e il sistema non ne è rallentato in alcun modo; in più vediamo l’aggiunta di qualche nuova simpatica feature (davvero utili per chi ha a che fare con molte finestre) come l’Aero Shake, lo Snap e l’Aero Peek:
“Prendendo” la parte superiore di una finestra e, letteralmente, agitandola (da cui Aero Shake) la finestra in questione rimarrà in primo piano sul desktop mentre tutte le altre finiranno nelle icone della barra delle applicazioni. Allo stesso modo se al posto di agitarla la trasciniamo verso i bordi laterali questa si allungherà adattandosi allo schermo (con la possibilità di combinare più finestre) mentre se la trasciniamo verso l’alto lo riempirà (Snap).
Passando il puntatore del mouse nell’angolo inferiore destro dello schermo (sul tasto Mostra Desktop della Superbar) entrerà in azione l’Aero Peek e tutte le finestre diverranno trasparenti come lastre di vetro permettendoci di vedere il desktop e i suoi gadget.
La sidebar di Vista è stata sostituita dai singoli gadget (meteo, orologio, monitor di sistema…): il vantaggio principale di questa scelta sta sempre nella velocità del sistema (pare davvero sia stata la parola chiave degli sviluppatori) e i gadget non sono processi separati come in precedenza ma fanno parte dello stesso explorer.exe che ci permette di vedere la grafica del nostro Windows.
E se si possiede un touch screen, la tecnologia Windows Touch permette di usare queste ed altre funzionalità tramite l’uso delle dita. Per esempio si possono usare per ingrandire e spostare immagini sullo schermo.

Software “allegati”
I programmi di base sono i soliti già visti nei vari sistemi operativi Microsoft: dal Blocco note a Paint passando per un rinnovato Windows Media Player 12 che integra un maggior numero di codec video e audio al suo interno rispetto alla versione precedente.
Degno di nota anche il nuovo Media Center, molto semplice da usare ed interfacciabile con altri dispositivi collegati in remoto denominati Extender (lettori DVD, Xbox 360…).

Rete
Col nuovo sistema operativo quelli di Redmond hanno puntato a rendere il tutto quanto più User Friendly possibile e non è stata fatta eccezione per la gestione delle reti. Trovare una rete a cui connettersi (cablata o wireless che sia) è davvero semplice tramite l’utilizzo delle icone sulla superbar e dell’intuitivo Centro Connessioni di Rete.
Semplificato anche il sistema di rete locale per la condivisione di singoli file (o raccolte) e stampanti: Con l’installazione del OS verrà automaticamente creato il Gruppo Home, con il quale condividere le risorse, ed una password, per accedere al gruppo da altri pc.

Stabilità
Ormai è passato un mese da quando ho cominciato ad usare Windows 7 (seppur non nella sua versione definitiva) e fino ad ora non ho avuto alcun tipo di problema. Finalmente un OS della Microsoft per architetture a 64bit (la versione da me provata) che funziona a dovere. Il sistema non è mai crashato e, come già detto, mi sono ritrovato davanti ad una versione di Windows davvero veloce ed affidabile.

Riuscirà, quindi, il nuovo lavoro dei ragazzi di Redmond a cancellare i brutti ricordi legati al suo predecessore? Vedremo, per ora le premesse ci sono tutte; noi di CamminandoScalzi.it torneremo sicuramente a parlarne in futuro. Intanto, a questo indirizzo trovate un’applicazione Microsoft utile a testare se il vostro computer è pronto a far girare una copia di Windows 7.

Cronache semiserie di un sistemista disperato – Capitolo n°1 : L'utonto

Spesso amici e conoscenti mi chiedono cosa faccia esattamente per vivere. A volte provo loro a spiegarlo, ma visto che la parola sistemista è sconosciuta ai più, mi limito a dire di essere un tecnico informatico: loro pensano di aver capito, io mi tolgo dall’impiccio, 0-0 palla al centro. Ma alcuni insistono nel volere i particolari, ed è a loro che è dedicato questo articolo: spero di riuscire a spiegare una volta per tutte in quale inferno mi sono cacciato quando ho scelto questo mestiere.

  • Lui: “Ho un problema con il condizionatore, mi si spegne da solo dopo poco che l’ho acceso”
    Me: “Guarda che non mi occupo di condizionatori…”
    Lui: “Scusa ma non lavori con i computer? Ormai sono tutti pieni di chip questi aggeggi, sono sicuro che puoi fare qualcosa!”
    Me:“…”

Il lavoro del sistemista è semplice, in teoria: ci si occupa dell’infrastruttura informatica di un’azienda facendo in modo che sia sempre funzionante in efficienza, si riparano guasti e malfunzionamenti vari, se ne progettano gli ampliamenti, cose di questo tipo. Ovviamente la complessità può diventare enorme a causa della miriade di tecnologie diverse coinvolte, che generano problematiche di ogni tipo; ma per chi come me è appassionato fin da piccolo di ogni campo dell’informatica è una vera e propria pacchia, e ogni problema da risolvere diventa una sfida personale, rendendo questo lavoro uno dei meno noiosi che ci siano.

  • Lui: “Sai che anche mio figlio lavora nel campo dell’informatica? Magari vi conoscete pure!!”
    Me: “Si, infatti conosco tutti gli informatici d’Italia… Comunque, di cosa si occupa?”
    Lui: “Fa le modifiche alle console, sai Playstation, il Nintendo di Panariello (!), e quella nuova con cui fai ginnastica (!!).”
    Me: “Si, facciamo proprio lo stesso lavoro…”

Se mi piace così tanto, qual è allora il motivo per il quale torno a casa la sera con il vago desiderio di uccidere ogni forma di vita presente nell’universo? Il motivo è lui, l’inesplicabile mistero della natura che prende il nome di Utonto. L’etimologia è semplice, si tratta dell’unione delle parole utente e tonto; ma questo non basta a spiegare l’enorme quantità di danni che una singola persona è in grado di arrecare ad un intero sistema informatico (e ai miei neuroni). Sia chiaro che non considero tutti gli utilizzatori di pc con scarse capacità degli utonti: si può essere degli utenti accorti pur avendo un grado di cultura informatica o persino di intelligenza scarsi, come si può essere degli utonti pur possedendo incredibili capacità intellettive, un paio di lauree ed essendo a capo del settore informatico di una grande azienda.

  • Lui: “Mi hanno regalato una penna usb ma non funziona, dai un’occhiata?”
    Me (mentre guardo allibito la pendrive infilata brutalmente in una porta ethernet): “Scusa, ma non hai notato la forma leggermente diversa e la leggera resistenza che opponeva la porta?”
    Lui: “Ma allora non va lì? Pesavo resistesse un po’ perché era nuova…”

Ma cos’è che distingue un semplice utente da un utonto? Il primo semplicemente accetta i propri limiti di conoscenza, evitando di far danni se non è sicuro di come effettuare una certa operazione, e chiedendo aiuto se ne ha bisogno. Il secondo invece ha assoluta fiducia nelle proprie capacità informatiche, non chiede mai aiuto a nessuno se non all’amico superesperto (che spesso lo aiuta a fare ancora più danni); non legge i messaggi di errore o di avviso e clicca furiosamente su qualsiasi pulsante compaia sullo schermo cancellando dati, accettando di installare virus, chiudendo senza salvare file ai quali stava lavorando da ore; utilizza password difficili da trovare come “password” o la classica “pippo”, che inoltre per non dimenticare scrive su un post-it che appiccica sul monitor; accetta di versare migliaia di euro in conti esteri, convinto da una mail in italiano stentato di doverlo fare per ricevere un’eredità da un misterioso parente sudafricano; in ogni caso, non ammette mai di aver sbagliato.

  • Lui: “Ho un problema con il file, lo apro ma non ci sono le modifiche che ho effettuato ieri!”
    Me: “Evidentemente non l’hai salvato, tranquillo, ora ti recupero la copia del salvataggio automatico.”
    Lui: “Ma io l’ho disattivato, mi rallentava il computer! Il capo mi uccide!! Cosa posso fare???”
    Me: “Iniziare a pregare per la tua anima…”

I metodi che utilizza per condurti alla disperazione sono quelli tipici della guerriglia di resistenza, alla Vietnam per intenderci: crea di continuo piccoli danni, spesso irreparabili, per poi nascondersi facendo finta di niente; quando scoperto si lancia al contrattacco, lamentando fantomatiche mancanze ed errori casuali dei programmi che sta utilizzando; se posto di fronte alla verità, è in grado di giurare sulla propria madre di non aver effettuato nessuna delle azioni delle quali lo si accusa; messo alle strette, arriva a vendere il proprio collega, reo magari di aver urtato il mouse per sbaglio con il gomito, cancellando secondo lui in questo modo gli ultimi 15 anni di email aziendali.

  • Lui: “Non trovo più le email che avevo salvato!! Questo programma di posta fa schifo!!”
    Me: “Senti, mi spieghi cosa ci fa il file di archivio nel cestino?”
    Lui: “E io come faccio a saperlo, non sei tu l’informatico? Scoprilo.”
    Me: “…”

Sistemisti di tutto il mondo e di ogni epoca si sono cimentati con codesti individui malefici capaci di trasformare, con un domanda all’apparenza innocua, una normale giornata di lavoro in 20 ore di straordinario per rimettere a posto i danni da loro provocati. Nel corso degli anni, numerose tecniche sono state sviluppate per resistere ai loro attacchi. Inoltre non pensiate che l’utonto sia il solo ostacolo a frapporsi tra il sistemista e la sua sanità mentale, molte altre sono le difficoltà da superare per portare a casa la pagnotta. Ma di queste e di tante altre cose vi parlerò nei prossimi articoli; per ora, vi saluto (a meno che non siate degli utonti in incognito).

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Web Comics

Camminando Scalzi.it darà la possibilità ai fumettisti del web di mettersi in mostra tra le pagine della blogzine. Iniziamo con una striscia di Gabville, autore di “Supporto Buongiorno“, fumetto che si addice alla perfezione ad un articolo come questo !!![/stextbox]

Supporto Buongiorno 01