Intervistando Marco Travaglio – II parte

– NOTA: Qui il link alla prima parte dell’intervista.


LINEE EDITORIALI

Come si legge nel tuo libro “La scomparsa dei fatti” (Saggiatore Editori, 2006), nel giornalismo “c’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale”. Un concetto a cui dedichi ampio spazio anche all’interno dello spettacolo teatrale. Ti riferisci solo alla tua esperienza ne Il Giornale, che hai abbandonato assieme a Montanelli a seguito delle pressioni dell’ex editore Silvio Berlusconi, oppure ti senti di includere anche la Repubblica e l’Unità, nei quali hai lavorato per diverso tempo?
Parlo di tutti i giornali che fanno parte, chi più chi meno, di un sistema malato. Io per ritrovare la libertà che avevo a Il Giornale di Montanelli e a La Voce, ho dovuto fondare insieme ad alcuni amici un giornale indipendente, dal punto di vista politico ed economico, nel senso che si autofinanzia insieme ai suoi abbonati e lettori. Ho anche avuto delle bellissime esperienze, come all’Espresso, con cui continuo a collaborare e dove nessuno si è mai permesso di toccarmi una riga, dai tempi di Claudio Rinaldi, poi Daniela Hamaui e adesso con la direzione di Manfellotto. Ma a la Repubblica è stato molto diverso, perché è proprio un giornale-partito, dove mi sono spesso trovato in difficoltà e a disagio, e infatti me ne sono andato. A l’Unità sono sempre stato molto libero grazie a Padellaro e Colombo, che poi quando c’erano loro non era più un giornale di partito, perché il partito lo aveva chiuso e loro lo avevano riaperto. Però c’era sempre questo ricatto che il partito faceva, visto che devolveva il finanziamento per la stampa di partito a l’Unità e quindi la mia presenza metteva in difficoltà i direttori, che probabilmente sono stati cacciati anche a causa mia. Probabilmente se avessero accettato di tagliare i miei pezzi non sarebbero stati mandati via, o almeno non con quella brutalità. Così a un certo punto, come aveva fatto Montanelli nel 1994 lasciando Il Giornale e fondando La Voce, anche io mi sono reso conto che l’unico luogo in cui uno come me poteva lavorare era un giornale veramente nostro: dei giornalisti e dei lettori, senza alcun partito o editore che potesse imporre il proprio volere.Read More »

Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Read More »

Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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Servizio Pubblico: esperimento di informazione libera

Il 3 Novembre andrà in onda la prima puntata di Comizi D’Amore, nuova trasmissione di Michele Santoro e del suo staff che, attraverso l’iniziativa “Servizio Pubblico”, ha aperto le porte a un nuovo modo di fare televisione e informazione. In un momento storico in cui una trasmissione di successo come Annozero viene inspiegabilmente ritirata dalla Rai – nonostante i costanti successi di pubblico della passata stagione – nasce un nuovo modo di fare televisione: forti dell’esperienza di Raiperunanotte, i Santoros hanno lanciato un’iniziativa di “finanziamento popolare”. Con una donazione di dieci euro è possibile finanziare una trasmissione che è stata cancellata dalle TV generaliste italiane, che andrà invece in onda su di una piattaforma di media incrociati quali internet e le TV locali. Anche Sky ha dato la sua adesione. Santoro quindi andrà in onda per volere dei cittadini e dei suoi stessi spettatori, fedelissimi e non, che non vogliono accettare la “cancellazione” del suo programma per motivi che di “aziendale” hanno poco e di “politico” hanno molto.

Non si spiega altrimenti l’abbandono di un format di successo che ha battuto record su record (e viene subito alla mente l’altro grande assente, quel “Vieni via con me” che ha fatto sfaceli la scorsa stagione) di ascolto, per una rete come la Rai in costante calo di spettatori. Far fuori Santoro significa togliere una voce importante al pluralismo dell’informazione, che si sia d’accordo o meno con le sue idee. Per fortuna il mondo si muove veloce, è proiettato nel futuro, non segue più le logiche di palazzo, e scavalca il problema in una maniera tutta nuova, quantomeno per l’esperienza italiana in materia. Un programma autofinanziato dagli stessi spettatori in maniera così diretta non si era mai visto. E bisogna soprattutto porre l’attenzione all’enorme successo che ha riscosso la campagna di adesioni. Le persone hanno una voglia pazzesca di una trasmissione che faccia un’informazione senza bavagli di sorta, che dica le cose che vanno dette, che vada ad approfondire le questioni di cui i media tradizionali sembra non vogliano più parlare.

httpv://www.youtube.com/watch?v=hMlc1CczdjA&list=UUq3QhkV1-S5KonNKUqQP8fw&index=13

Conflitto d’interessi, politiche di esclusione delle voci scomode, presidenti che eseguono ordini “dall’alto”, programmi di successo cancellati. Tutte queste riflessioni sono state affrontate in mille modi diversi. Quello che a noi più interessa però è questa sorta di spostamento del potere decisionale nelle mani dello spettatore che, abbandonato dalla “sua” televisione nazionale, preferisce finanziare di tasca propria la trasmissione che desidera vedere. Sarà un successo? Lo è già stato. L’iniziativa di Servizio Pubblico ha di fatto messo in evidenza le dubbie decisioni della Rai che, trincerandosi dietro le solite scuse, vede parte del suo pubblico prendere coscienza su questa problematica e trovare una soluzione “faidate”. È il primo esempio di “pay-per-know”, pagare per essere informati. Certo, la cosa dovrebbe accadere già in maniera automatica con il fantomatico abbonamento Rai, ma visto che tutte le televisioni sono controllate in maniera diretta o indiretta dal solito personaggio che tutti conosciamo, per trovare un po’ di aria fresca bisogna andare altrove. L’informazione esce definitivamente dai confini dei canali tradizionali, viaggia sempre più veloce attraverso il web (che ancora una volta è stato il vero motore trascinante di Servizio Pubblico), diventa parte integrante della vita dell’individuo che la va a cercare e non la subisce più passivamente.

È un atto di modernità, è un atto di futuro che avanza, è l’inizio della fine di un’epoca dell’imposizione dell’informazione. E se già tanti passi erano stati compiuti sinora, con Servizio Pubblico e Comizi D’Amore viene posta l’ennesima pietra miliare nella lotta alla libertà di informarsi e di informare. È un punto di non ritorno, è l’inizio di una nuova epoca anche per il cittadino italiano, storicamente attore passivo dei media, che si “rivolta” e prende coscienza di sé. Questa forse è la vittoria più bella di quest’iniziativa che, comunque vada, ha cambiato per sempre le carte in tavola. Che sia arrivata anche per noi l’epoca di una rivoluzione intellettuale? Noi non lo sappiamo, ma di sicuro scommettiamo che Comizi D’Amore sarà un grande successo. Con buona pace dei vecchi tromboni che controllano i media, che si renderanno conto ogni giorno di più di essere ormai gli ultimi esemplari di una razza di dinosauri votata all’estinzione.

Per quanto possano provare a fermarlo, il futuro è là fuori,  ricco di speranze e di novità.

 

Vi lasciamo alcuni contatti per approfondire:

La home page di Servizio Pubblico 

La pagina Facebook con tutti gli aggiornamenti

Il canale youtube

httpv://www.youtube.com/watch?v=OH9DA0e2PUQ&list=UUq3QhkV1-S5KonNKUqQP8fw&index=12

 

 

 

 

 

Libertà di informazione, bye bye…

Il disegno di legge n. 1611, dai più conosciuto come “legge bavaglio” contro le intercettazioni, mette in gravissimo pericolo la libertà di informazione sul web e l’esistenza di tutti i blog e i siti che in Italia cercano di fare un’informazione alternativa.

Per i siti informatici, ivi

compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le
rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto
ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia
cui si riferiscono."

Nel simpatico disegno che vuol porre fine alle intercettazioni (chissà come mai i politici ne hanno così tanta paura, eh?), al comma 29 dell’articolo 1, appare una norma che è destinata a distruggere gli ultimi scampoli di libertà che ci rimangono in rete. In pratica, se dovesse essere approvato (ma vista la fretta dell’esecutivo di pararsi il didietro, questo accadrà), obbligherà ogni blogger, autore o semplice utente a rettificare il contenuto pubblicato semplicemente dietro una segnalazione del diretto interessato.

Se già in passato lo strumento della querela (abusato e stra-abusato) teneva i bloggers con il fiato sospeso e il terrore di finire in tribunale (causa penale, ricordiamolo) per aver espresso una semplice opinione (con nessun “rischio” per la parte in causa, che quindi poteva querelare quanto voleva), adesso non servirà neanche tutta la trafila. O arriva la rettifica in 48 ore, oppure multe salatissime fino a 12.000 euro. Capirete che è nient’altro che un bavaglio, una censura assoluta che mette in pericolo qualsiasi contenuto online. Fermo restando che è sacrosanto il diritto di sentirsi diffamati e di ricorrere agli organi per difendersi da dichiarazioni false, sbagliate o offensive, ed è giusto che le persone siano tutelate in qualche modo, è sconvolgente l’idea che basterà segnalare qualsiasi contenuto per farlo rimuovere-rettificare in tempi rapidissimi, e senza discussioni.

Rimane ancora l’equiparazione tra blog e prodotti editoriali classici, che è forse a monte il primo problema da risolvere. Da un lato media che hanno dietro finanziamenti, protezioni sindacali, copertura legale, dall’altro i semplici cittadini (spesso giovani) che esprimono le loro opinioni, che raccontano delle storie, sprovvisti di alcun tipo di tutela. Capirete anche voi che “minacciare” velatamente un blog è semplice. Mentre un quotidiano, ad esempio, alla querela/richiesta di rettifica si mette lì e analizza, decide, si tutela, il blogger di turno è già attualmente costretto a battere in ritirata se non si vuole trovare a spendere denaro e tempo appresso ad una causa.

Se questo disegno di legge dovesse passare, oltre ai tremendi lati negativi della limitazione delle intercettazioni (di quanti casi non saremmo a conoscenza, oggi?), il blogger non potrà neanche più riflettere concretamente sulla possibilità di difendere le proprie idee. Devi rimuovere il contenuto entro due giorni, oppure ti becchi la multa. E chi decide se c’è vera diffamazione? Nessuno. Il passaggio è automatico: segnalazione – obbligo di rettifica. Sconvolgente. 

Questo potrebbe significare la morte totale della libertà di opinione sul web. Senza esagerare con gli allarmismi, appare molto concreta la possibilità che un blog o un sito, che dà fastidio a qualcuno semplicemente perché dice le cose con una voce fuori dal coro, possa essere tartassato di segnalazioni, articolo su articolo, e alla fine sarebbe costretto a chiudere. La Cina con il suo controllo totale della rete non è poi così lontana, pensateci.

Una classe politica vecchia, rimasta nella preistoria, con decine di scheletri nell’armadio, si protegge togliendo giorno per giorno ogni libertà ai cittadini. Si sono resi conto molto bene che la rete non ha scudi, non ha specchietti per le allodole, non è, in poche parole, controllabile. Non è come la TV, dove sei obbligato a vedere quello che dicono loro. Non è come i giornali, dove sei obbligato a leggere quello che dicono loro. No. La rete dà la parola alle persone, ai semplici cittadini, a chi vota quella gente e a chi li manda a governare (spesso male) e a fargli ottenere le loro pensioni d’oro e le loro poltrone. E questo evidentemente non è più tollerabile.

Non resta che la sensazione di schifo di fronte a idee così arretrate, fuori dal tempo, che ci costringeranno a vivere in un Paese sempre meno libero. Sono curioso di sapere voi lettori cosa ne pensate a riguardo. Io sono ormai senza parole.

Libertà di disinformazione

“Le minacce alla libertà dei media rimangono una preoccupazione in democrazie consolidate. Varie pressioni limitano la libertà di stampa in paesi democratici diversi come India, Israele, Italia e Sud Africa. […] L’Italia è rimasta un’eccezione nella sua regione (Europa occidentale, ndA) con il suo status ‘parzialmente libero’, e ha registrato una piccola diminuzione del punteggio durante il 2010 a causa degli accresciuti tentativi del governo di interferire con la politica editoriale presso le emittenti di Stato, in particolare sulla copertura degli scandali che accerchiano il Primo Ministro Silvio Berlusconi”.

Queste parole sono tratte dal rapporto “Freedom of the Press 2011” di Freedom House. Per chi non lo sapesse, Freedom House è un istituto di ricerca statunitense che si occupa di promuovere la democrazia e la libertà nel mondo. Ogni anno stila un rapporto sulla situazione della libertà della stampa e dei servizi di informazione a livello globale. Nel 2010 l’Italia era al 72esimo posto (su 196 paesi) della classifica. Male, eh? Quest’anno siamo ulteriormente peggiorati. Ora siamo 75esimi, confermando lo status di paese parzialmente libero come, fra gli altri, Benin, Bulgaria, Bielorussia (Lukashenko, chi è questo?), Namibia, Botswana, Haiti o Timor Est. Paese parzialmente libero. Alla faccia di chi continua a blaterare che “Santoro e il TG3 sono la prova che in Italia non ci sono limiti alla libertà di informazione”.
Nel mese di aprile Freedom House aveva pubblicato il rapporto “Freedom on the Net 2011“, che come dice il titolo espone i risultati di un analogo studio sulla libertà di espressione su Internet. In questo rapporto l’Italia si piazza decisamente meglio, al sesto posto, guadagnandosi lo status di paese libero. Non c’è molto da sorridere, però. Fra le pagine dedicate al nostro paese, ecco cosa si legge:

“La spinta per restringere la libertà su internet proviene in parte dalla struttura della proprietà dei mezzi di comunicazione in Italia. Il Primo Ministro Silvio Berlusconi possiede, direttamente e indirettamente, un grande raggruppamento privato di media, e la sua posizione politica gli conferisce una significativa influenza sulla nomina di funzionari della televisione di Stato. Un tale dominio finanziario ed editoriale dei media radio-televisivi può offrire alla classe dirigente del paese un incentivo a restringere la libera circolazione dell’informazione online, per ragioni politiche o per influenzare la competizione per gli spettatori derivante dai contenuti video online. Ciò nonostante, alla fine del 2010, la varietà di vedute e il livello di critica al governo nelle discussioni online erano in gran parte non controllate e apparivano più grandi che nei mezzi di comunicazione radio-televisivi e di stampa”.

Non a caso, puntualmente, le analisi di Freedom House trovano molto più spazio e vengono sottoposte ad analisi e commenti molto più su blog, forum e organi di informazione su internet che in TV. Tuttavia, internet è uno strumento che richiede una partecipazione attiva dell’utente alla ricerca dell’informazione, mentre i mezzi cosiddetti “tradizionali” permettono un approccio passivo, purtroppo molto più gradito al pigro italiano medio, soddisfatto dell‘infotainment di basso livello che ogni giorno gli viene riversato addosso. Il rapporto non fa che sottolineare un dato di fatto noto da tempo e per questo costantemente sminuito: il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi è gigantesco e influenza, in negativo, la vita democratica del nostro paese. Un paese disinformato non possiede l’arma più importante in difesa della democrazia, ossia la possibilità di verificare l’operato della classe dirigente, fondamento della sovranità popolare.

James Madison, quarto Presidente degli Stati Uniti d’America, scriveva:

Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe. La conoscenza governerà sempre sull’ignoranza, e un popolo che intende essere il proprio governante deve armarsi con il potere che la conoscenza fornisce”.

Duecento anni dopo, in un’epoca in cui le notizie sono veramente a portata di tutti, affrontiamo ancora gli stessi problemi. È interessante il fatto che Freedom House significhi “Casa della libertà”. Evidentemente il concetto di libertà non è uguale per tutti.

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Idratati e contenti

Immaginate di trovarvi di fronte a due ristoranti, uno di fianco all’altro. Date un’occhiata al menù esposto fuori e vi accorgete che le pietanze sono più o meno simili. Quale scegliete? Io andrei in quello con più gente, credo: se uno è affollato e l’altro no, un motivo ci sarà pure, no? Entrate in quello con più clienti, la cena è di vostro gradimento e tornate a casa soddisfatti. Il giorno dopo venite a sapere che gira voce che le cucine del ristorante dove avete mangiato siano poco igieniche. Il caso vuole che la sera siate di nuovo di fronte alla stessa scelta. In quale ristorante entrate? L’altro, vero? Che ci crediate o no, tantissime persone continuano comunque a frequentare il primo, incuranti delle voci sui topi. È anche abbastanza probabile che molti di voi siano fra questi. Fino a poco tempo fa ero anch’io un avventore abituale, finché un bel giorno la mia futura moglie non ha cominciato a interessarsi dei prodotti cosmetici e per la cura del corpo. Allora abbiamo scoperto che in casa nostra entravano quasi esclusivamente schifezze. L’intento di questo articolo non è di divulgazione scientifica, per cui rimando al forum dell’Angolo di Lola e al Biodizionario per tutte le informazioni. Quello su cui mi voglio concentrare è il motivo per cui tantissime persone continuano a mangiare nel ristorante con i topi. Fondamentalmente i fattori sono due: ignoranza e pigrizia.

Cominciamo dal primo. La maggioranza dei consumatori basa le proprie scelte per gli acquisti su informazioni errate o lacunose. Quanti sono quelli che prima di comprare un sapone per le mani o uno shampoo leggono l’etichetta? Quanti sanno cosa sono quelle sostanze scritte in piccolo e che effetti hanno? Pochi, altrimenti non credo che si spalmerebbero addosso siliconi, conservanti e derivati dal petrolio. Non sto dicendo che tutto ciò che proviene dal petrolio sia negativo (non sarebbe un’informazione scientificamente corretta), ma neanche il contrario… Gran parte delle creme idratanti (sì, anche quella carissima, di una marca conosciuta, che la vostra amica adora) basano gran parte della loro efficacia sulla presenza di siliconi, soprattutto dimeticone. L’impiego domestico più comune del silicone è probabilmente quello di sigillare il box doccia. Non è molto diverso dall’effetto della portentosa crema idratante che avete comprato. Il silicone “sigilla” la vostra pelle, ostacolando l’evaporazione dell’acqua. Non avete idratato proprio un bel niente! E infatti dopo poco tempo ne spalmerete altra, poiché vi sentirete esattamente come prima, nel caso migliore. In quantità limitate non si hanno grossi effetti collaterali, ma di sicuro non fa bene. Peccato che in molti preparati il dimeticone costituisca il costituente principale. Il Cosmetic Ingredient Review ha concluso che l’uso di dimeticone nelle formulazioni cosmetiche è sicuro. Resta il fatto che esistono prodotti senza questo componente, che indispensabile non è di certo. Lascio a voi il compito di cercare le sostanze presenti nel sapone per le mani, nello shampoo, nel balsamo per capelli, nel bagnoschiuma, nel dopobarba…
Il punto è proprio questo: spesso si compra a scatola chiusa. Si parla molto, a ragione, della necessità di leggere le etichette degli alimenti, per poi ignorare completamente i componenti dei prodotti che ci applichiamo addosso. Se gran parte della colpa è senza dubbio attribuibile alla cattiva informazione in materia, il resto è dovuto alla riluttanza degli individui nel ricercare attivamente le medesime informazioni. E qui entra in gioco il secondo fattore: la pigrizia. “L”umanità non si estinguerà mica per i parabeni del sapone…” Verissimo. Allo stesso modo non si muore mica per un topo nella cucina del ristorante. Sinceramente mi sembra una banalità. Sarebbe più onesto dire che non si ha voglia di passare un paio d’ore su internet per imparare qualcosa. È incredibile la potenza del marketing, specialmente se confrontata con quella della logica. Cominciano a far mostra di sé sugli scaffali dei supermercati i prodotti “senza parabeni” o “senza siliconi”. Ovviamente contengono tutto il resto, ma grazie a queste scritte le stesse persone che il giorno prima avrebbero fatto orecchie da mercante, le comprano perché “ecco, questo è naturale”.
A casa nostra non si compra più il sapone liquido. Adesso le mani si lavano col sapone di Marsiglia. È ottimo e costa la metà. Spesso infatti i prodotti “senza” hanno un prezzo uguale o inferiore rispetto a quelli “con”, il che dovrebbe far riflettere. Perché si continua a produrre “con”, se è possibile farlo “senza”? Perché molti continuano a comprarli, ovviamente… E dato che, come sempre, il quattrino è più importante del resto, poco importa se gli effetti sono negativi. Sarà pur vero che quando si è iniziato a utilizzare certe sostanze nella formulazione dei prodotti, non se ne conoscevano gli effetti, soprattutto a lungo termine, ma ora è diverso. Non si tratta di tornare al medioevo, è semplicemente una questione razionale. È una questione simile a quella dei cibi biologici. Non è tutto oro quel che luccica, ma spesso si commette l’errore opposto. Oltre al danno la beffa, verrebbe da dire, visto che si corre anche il rischio di essere etichettati come radical chic, espressione alquanto in voga ultimamente. Di recente ho avuto una conversazione a proposito, e la conclusione è stata che l’utilizzo di prodotti contenenti sostanze potenzialmente nocive è una questione che rimanda alla coscienza personale di ognuno. Sono totalmente d’accordo. Voi li usereste sui vostri figli?

 

 

La macchina del fango si abbatte su Assange…

Persino Il Giornale del 9 dicembre ha scelto di difendere Julian Assange dalle assurde calunnie che gli sono state mosse: “Le accuse di violenza sessuale usate per arrestare Assange – scrive Gian Micalessin – sono dubbie e dimostrano l’inadeguatezza e l’impreparazione con cui grandi potenze, agenzie di sicurezza, diplomazia e giustizia internazionale affrontano i rischi determinati dalla pirateria elettronica e dall’uso di internet come strumento per la diffusione di segreti di Stato”. A ciò si aggiunge l’inadeguato utilizzo della parola “violenza sessuale” da parte di una grossa parte della stampa, che non ha tenuto conto del fatto che il crimine di cui è realmente accusato il noto giornalista legato alla rivoluzionaria vicenda di WikiLeaks è il “sesso di sorpresa”. Un reato che, come si legge su Esse, consiste nel comportamento per cui, se durante un rapporto sessuale con una persona consenziente utilizzi contraccettivi come il preservativo e ne interrompi l’uso (ad esempio perché si rompe) questa condotta per la legge svedese si equipara allo stupro, sebbene sia punito con una multa e non con il carcere, come accadrebbe in caso di violenza sessuale. Un reato che non esiste negli altri Paesi europei, ma che ha comunque permesso di emettere un mandato di cattura internazionale per il terribile criminale dal preservativo bucato.

E’ evidente che la vicenda che ha condotto Julian Assange davanti al magistrato londinese Caroline Tubbs con un’accusa di stupro e due di molestie sessuali non è altro che un imbarazzante stratagemma per legare le manette ai polsi di un uomo la cui sola colpa è quella di aver reso pubblici dei documenti che sono sfuggiti al controllo del dipartimento di stato statunitense. E mentre la Svezia tratta sull’estradizione del pericoloso criminale negli USA, l’Independent, citando fonti diplomatiche, scrive che le autorità di Washington avrebbero avviato discussioni informali con quelle svedesi sulla possibilità di consegnare il fondatore di WikiLeaks alla giustizia americana. Mark Stephens, legale del giornalista più controverso del pianeta, intervistato dalla BBC si è detto “inquieto per le motivazioni politiche che sembrano esservi dietro l’arresto”. E non serve certo un avvocato per capire che si tratta di una incredibile messa in scena organizzata col solo scopo di infangare la reputazione di uno degli uomini più “scomodi” del momento.

“Un profilattico bucato, la gelosia di una femminista rancorosa, la rabbia di una ragazzina illusa. Sono gli unici cavilli di cui dispone la giustizia internazionale per sbattere in galera un uomo colpevole di aver messo a repentaglio la sicurezza planetaria”, scrive Gian Micalessin su Il Giornale, e forse questa volta bisognerà pure dargli ragione. Perché poco importa se alla fine Assange verrà giudicato colpevole o innocente… Nel frattempo le sue vicende personali faranno il giro del mondo, infangando la sua reputazione e impedendogli di concentrarsi sulle importanti informazioni che WikiLeaks avrebbe da raccontare.

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alieNazione: l'Italia dei fido.

Da quando c’è la destra al governo, ci sono più cani per tutti. La campagna di sensibilizzazione contro l’abbandono dei cani del luglio 2008 “Tu di che razza sei? Umana o disumana?” è stata una tra le prime mosse della destra.  Oramai il miglior amico dell’uomo è un tema di attualità costante: a rotazione su tutti i tg (quasi) quotidianamente.

I maltrattamenti e gli abbandoni sono atti deprecabili. Vergogna.
Su facebook spuntano come funghi iniziative, gruppi a favore di questo animale. Per non contare delle associazioni già esistenti. Per un singolo istante sei rapito dalla frenesia di questo attivismo. Vedi cani tristi. Cani resi storpi. Sanguinanti. Dalle orecchie mozzate. Sparato in pieno volto con un fucile (come nella foto). Il tuo umore ne risente. Sei shockato ed invogliato a partecipare: diventi (pseudo)attivista canino, fai girare con comodi click post di cuccioli che cercano padrone.

Ma non sono solo spine. Ci sono i telefilm con i cani protagonisti. E le gare di cani? Ah, quelle ti mettono di buon umore. I cani più belli del mondo, dal pelo lucido, straordinari esemplari. Per non parlare delle competizioni sportive. Cani da caccia. Cani abbandonati, i più sfortunati. Lotte tra cani, gladiatori di una società (umana) violenta.  Cani che muoiono di fame. Ce n’è per tutti i sentimenti, un caleidoscopio dalle mille tinte.

Il cane è un argomento di cui ben volentieri si parla. Il cane non può parlare, ma è felice perché è il miglior amico dell’uomo. Vedremo stampata in lui una faccia sempre sorridente a fianco del suo padrone. E nell’informazione di oggi ci sono tanti piccoli “fido”, pronti a sfoderare notizie confortanti e di discreto interesse, con il loro bel sorriso. C’è chi scodinzola, c’è chi fa le feste. C’è proprio chi non smette mai di leccare il culo ma oddio, quello il cane non lo fa essendo un animale di nobili virtù.

Povero fido! Sei vittima malcapitata e inconsapevole, nel bene e nel male, di questa squallida politica! Parlare costantemente di te, oh cane,  rispecchia tutta l’ipocrisia di fondo – tutta borghese-verso il prossimo: se sei un umano fottiti, se sei un cane vieni allora da papà: posso essere tuo padrone. Se non sei mio, non mi appartieni. E’ disumano parlare così tanto di cani quando ci sono tanti problemi umani, da ignorare con cura. E’ disumano vedere persone che si attivano immediatamente per un cane e che sono indifferenti verso il mondo.
Ma poi il lusso per il cane è quanto di più egoistico e allo stesso tempo disprezzante per la razza umana.

Da che era materia informativa di margine, questa goccia si è amplificata enormemente, grazie ai mass media. Da internet, da questa tv. Scavalca quell’oceano di gocce di drammi umani che si consumano a bagno maria, che ribollono senza poter evaporare.  Si cristallizza, divenendo un trauma permanente. Sedato ma pronto a risvegliarsi in un attimo. E quindi non si vive più un rapporto genuino con lessie, è tutto così morboso.

Ma in fondo il precariato del cane non esiste,si continuerà a parlare di te.
Sei salvo mio fido.

Non è la Rai…

Giovedì 20 maggio 2010. Sono le ore 21 e Rai2 trasmette una delle ultime puntate di Annozero. Michele Santoro apre il programma col suo solito editoriale, lanciato in una strenua difesa del proprio diritto a lavorare liberamente, con l’auspicio di poter conoscere una Rai diversa, quella stessa del Paladozza di Bologna, quella stessa della storica serata di “Raiperunanotte”.

Su “Il fatto quotidiano” dello stesso giorno, Marco Travaglio commenta la questione riguardante la possibilità che il suo collega continui a lavorare per la Rai solo da esterno, con le parole tristi ma comprensive di uno che conosce la vicenda da vicino. “So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole – scrive Travaglio – e non solo non gli dice grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per 4 anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su Rai2)”.

Nel frattempo quotidiani e tg, a braccetto con un malpensante entourage politico, commentano la notizia della possibile chiusura di Annozero parlando di denaro e buonuscite, e mentre Santoro attende il temine della contrattazione per spiegare le proprie motivazioni, si diffonde l’ipotesi che le sue dimissioni siano state “comprate” da un’allettante liquidazione.

Un pubblico di affezionati alla trasmissione commenta la notizia sulla pagina Facebook di Annozero, tra biasimi, condanne e frasi d’incoraggiamento affinché non venga più chiuso il programma. Cinque milioni di telespettatori a puntata che oggi non vogliono rinunciare a uno dei pochi spazi alternativi del panorama culturale ed informativo italiano. Una trasmissione che in più di un’occasione ha dato spazio a quelle deboli voci che in quello studio hanno avuto la possibilità di gridare al Paese la propria opinione. Un elenco di puntate e di consecutive polemiche, sempre immancabili verso qualunque programma osi osteggiare i poteri forti di questa folle Italia, tra le serate dedicate alla Chiesa, ai casi di pedofilia e ai video-scandalo che nessun’altra trasmissione si è mai sognata di rendere pubblici. Tra la fortissima puntata su Gaza e le innumerevoli accuse di antisemitismo, per continuare con l’esclusiva intervista in diretta a Patrizia D’Addario, contro ogni autorizzazione e tutela da parte dei vertici Rai.

Uno dei programmi più seguiti e meno costosi dell’intero palinsesto Rai, con uno share medio di 20,34%, si ritrova oggi a dover fare i conti con l’incapacità di una rete pubblica che non riesce a distaccarsi dagli interessi partitici che siedono al tavolo del Consiglio di amministrazione. Una trasmissione che neppure la più cruda logica di mercato è riuscita a salvaguardare, perché non è sufficiente essere uno dei programmi maggiormente seguiti della tv quando il record di ascolti è garantito dagli interventi di giornalisti come Santoro, Travaglio, Ruotolo o Vauro.

Ma un’altra televisione è possibile, e la serata del 26 marzo 2010 a Bologna ce lo ha già dimostrato…

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