Ambiente e ricchezza – Intervista ad Antonio Galdo

Dopo il boom economico degli anni settanta, il consumo ha impennato veementemente rendendo noi consumatori ossessionati, giorno dopo giorno, dall’idea di avere a portata di mano una tessera di plastica rigida che ci può riempire la casa di oggetti, balocchi, cibo… tutto superfluo. Questa vita capitalistica, comoda e monotona ha però celato gli effetti gravosi che ha lo spreco maniacale sulla nostra vita, il quale negli ultimi decenni ha aizzato il fuoco della crisi economica e ambientale.  Sono ancora in pochi a rendere chiara questa gravità. È doveroso, quindi, passare la parola a chi sa cosa comporta avere i frigoriferi stipati di cibo, i bidoni della spazzatura pullulanti di avanzi e la casa piena di oggetti nuovi ma già obsoleti. Antonio Galdo, giornalista e scrittore italiano e progettista del sito www.nonsprecare.it, ha dato risposte abbastanza chiare da capire cosa si può e si deve fare:

Gandhi diceva “nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità”. Per troppo tempo abbiamo lasciato che le miniere si svuotassero e le discariche si riempissero, per troppi anni abbiamo deciso che trasgredire i limiti e le regole fosse una moda, per tutta la storia dell’umanità abbiamo dimenticato il vero significato dell’ambiente e l’importanza delle nostre azioni sul mondo. Non pensa che attualmente la nostra società sia animata esclusivamente da desideri materiali, bisogni superflui e capricci infantili che stipano i bidoni della spazzatura?
La Grande Crisi ha fatto suonare la sveglia, per tutti. Non basta consumare sempre di più per essere felici, il PIL non è l’unico parametro per misurare il benessere di un popolo, la ricchezza non si crea distruggendo la natura. Partiamo da qui, per un cambio d’epoca, nella consapevolezza che insieme, e non da soli, usciremo prima e più forti dal tunnel della Grande Crisi.Read More »

Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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Comodamente omertosi

Se ne sente parlare di rado. Anche a scuola stanno zitti, nessuno osa raccontare quel che hanno fatto Pasquale Zagaria – detto “Bin Laden” – e suo fratello Michele – capoclan dei Casalesi – quando la loro libertà era ancora viva; non vogliono nemmeno ricordare l’omicidio di Aldo MoroPaolo Borsellino e Ilaria Alpi. Nessuno si attenta a parlare di queste crude realtà perché – ne sono certa – quasi tutti trovano comodo vivere nel silenzio dell’omertà. Poi capita di sentire che il vicino è stato minacciato, che il cantiere edile dietro a casa è stato incendiato da un racket che era in conflitto con il clan proprietario della costruzione, che i propri rifiuti hanno una destinazione così misteriosa da indurci a chiedere dove diavolo finiscono. E quando sporadicamente senti questi eventi sconcertanti, ti accorgi che tacere e lasciare scorrere questo luridume sono le opposizioni più sbagliate che i cittadini immacolati possono fare contro l’abominevole problema nazionale: la mafia. Non ti senti colpevole sapendo che l’omertà è la tua reazione primaria davanti a questo remoto dilemma che ha colpito il nostro Stato?

Il cemento avanza, devasta parchi, foreste, campi agricoli. In Italia il terzo millennio funziona così: le mafie vivono di ininterrotte lotte all’ultimo pezzo di terreno per scopi lucrativi e chi più imbratta il suolo di calcestruzzo e mattoni diventa il più potente: attributo che nelle organizzazioni criminali significa molto. Infatti, dai primi anni duemila fino a ora, al nord si è registrato un esponenziale aumento di espansione edilizia: è il decennio in cui il verde vira gradualmente al grigio, in cui gli interessi mafiosi roteano attorno all’appropriazione di terreno edificabile per riciclare il danaro sporco e per scopi speculativi.

Case, capannoni, palazzi: tutti vuoti. Sull’altra sponda parchi, campi agricoli e zone verdi diminuiscono a vista d’occhio, sottolineando il rischio di una totale estinzione di aree naturali e agrarie. È evidente a chiunque che si sta fagocitando terreno a dismisura e si sa che tutto questo aggraverà le condizioni ambientali già sfavorevoli a causa dell’inquinamento atmosferico. Ma le giunte comunali, diversi sindaci e i politici in sé non sembrano nutrire molto interesse per questa questione ambientale che, spesso e volentieri, viene resa una tematica poco rilevante. Il nodo cruciale si trova soprattutto in quest’avida classe dirigente infettata dalle organizzazioni criminali che l’hanno silenziosamente rovinata attraverso la corruzione. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se abbiamo una politica sleale, manipolata da un potente volere criminale, e un sistema ingiusto che il nostro Stato sembra accettare amichevolmente.

La mafia sotterra i rifiuti nei campi agricoli, dai quali poi germogliano cereali e vegetali che finiscono sulle nostre tavole; li esporta e li vende all’estero, in Africa, nell’Europa orientale e in Cina, li usa come cemento per costruire case e come asfalto per stendere nuove strade, li nasconde nei mari. La gestione dei rifiuti invece di essere nelle mani di persone competenti, si trova nelle grinfie di questi criminali che fanno illecitamente tutto quello che vogliono. E noi, donne e uomini immacolati, continuiamo a vivere nel silenzio delittuoso della comoda omertà, lasciando che la gestione dei rifiuti, come tante altre iniziative, rimanga sotto lo stretto controllo delle organizzazioni criminali.

Forza, ammettiamo di essere persone schifosamente omertose! Ammettetelo voi che vendete i vostri scarti industriali alle criminalità organizzate solo perché vi offrono il servizio a un prezzo bassissimo: preferite spendere dieci centesimi (per chilo) per smaltire i vostri rifiuti illegalmente, piuttosto che spenderne sessanta per sbrogliarveli da dosso in modo del tutto legale. Ci sono parecchi politici che desiderano falsamente un’Italia migliore dove non esiste alcuna briciola di illegalità, quando in realtà sono gli ultimi a volersi rimboccare le maniche, a compiere azioni legalmente accettabili, a evitare collaborazioni mafiose. Vogliono una politica sobria, efficiente, sincera, ma non sanno che per fare questo dovrebbero destituirsi, perché sono loro stessi parte integrante della mafia. Dobbiamo cercare di smetterla di cedere alle varie tentazioni che vengono proposte e provare a reagire in modo civile alla lugubre questione sociale protagonista nel nostro Stato. Essere omertosi, comportarsi come tali, è solo una scusaun atto negligente col quale abbiamo deciso di lasciare sporco il sistema italiano che riguarda tutti quanti, perché la paura non è niente se ci si unisce e si lotta tutti assieme!

Sindaci, politici, imprenditori, professori, gente comune, uscite da questo comportamento stereotipato! Il silenzio è lo scudo del vigliacco e dell’impotente, non del risoluto e del prode. Davanti a tale problema molti di noi sono vigliacchi e impotenti, sono comodamente omertosi, ma è arrivata l’ora di uscire da questo conformismo, da quest’assurda complicità silenziosa che troviamo confortevole, dalla paura. Professori, parlate di tutto questo ai ragazzi! Sindaci, ammettete il vero! Imprenditori, siate forti e non cedete alle tentazioni criminali!
Il sistema è sporco e ingiusto; io non lo voglio, né per me né per i miei figli. E come me, moltissimi altri non lo tollerano. Il futuro è certo e a noi non resta altro che combattere fino all’ultimo per dare al Paese un’immagine migliore e restituirgli un po’ di dignità. Questa non è l’Italia di Zagaria, Provenzano e Riina, è l’Italia di Falcone e Borsellino. Quindi, facciamoci coraggio e usiamo la purezza e la giustizia che ci sono rimaste in tavola per vincere questa temibile battaglia!

Dov'è finito il nostro diritto alla vita?

Guardi il fiume che scorre, la montagna innevata, i campi che biondeggiano al vento, il cielo dalle fronde d’un albero profumato, i frutti che lentamente maturano nell’orto. Guardi tutto questo, te lo godi intensamente perché sai già che un senso di tristezza e colpevolezza ti indurranno a destarti, a sospirare e a dire che un giorno probabilmente tutta questa bellezza sparirà. Poi impulsivamente guardi la discarica che esala sbuffi nauseanti, l’inceneritore che emette particelle invisibili ma mortali, cantieri e ancora cantieri che rubano ciò che appartiene alla terra. Guardi tutto questo e, mentre il tuo battito cardiaco aumenta gradualmente e l’ira comincia a far bollire il tuo sangue, vorresti correre verso la discarica e l’inceneritore per protestare fino allo sfinimento, o andare a occupare i cantieri che mangiano insaziabilmente nuovo terreno. Ma sai che non puoi fare niente se non lasciarti invadere da un altro senso di tristezza e colpevolezza, che ti inducono a sospirare e a chiederti “dove diavolo è finito il mio diritto alla vita e alla salute?”.

L’articolo 32 della costituzione italiana dice che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”, ma dov’è l’effettiva attenzione alla salute e all’ambiente da parte dei governanti? Come possiamo pretendere di vivere una vita salubre e sicura se, come capita in molte città italiane, il sindaco vuole ostinatamente aprire le porte dell’inceneritore a pochi passi dal centro abitato, dal campo agricolo, o se si antepongono i fatti finanziari a quelli ambientali, salutari? Capita troppo spesso che i caparbi capi supremi rendano l’interesse per la reale vita dei cittadini e per le faccende ambientale delle questioni di poco conto e noiose. Ma questo è tollerabile? Possiamo lasciare che questo terribile disinteresse ed egoismo in campo politico e ambientale continuino a scorrere ininterrottamente? No, perché quel che dovremmo fare è tamponare quest’emorragia, arrecata da un profondo taglio che per anni è stato fintamente dimenticato, e smetterla di convivere con l’illusione che è sufficiente la pubblicazione di una stupida legge salvaguardante l’ambiente a salvarci dal triste futuro che ci attende. Se volessimo veramente evitare il futuro sfacelo che si prospetta davanti ai nostri piedi, ci converrebbe cominciare a uscire dagli schemi civili che ci sono stati implicitamente trasmessi, ed entrare in una logica ben diversa da quella attuale che, a quanto pare, non sembra andare d’accordo con quella del mondo biologico: trasgredire i limiti, le regole, superare la linea di demarcazione, sprecare in modo smisurato ogni giorno, schivare ogni sorta di rispetto per la nostra terra sono i verbi propri di questo dannato ventunesimo secolo, azioni e gesta che descrivono in modo accuratamente atroce la sporca logica della società civile attuale.

Spesso mi chiedo dove sia la necessità di comprare a tutti i costi qualcosa ogni giorno, di gettare in modo indifferenziato i rifiuti, di sperperare le proprie ricchezze in baggianate quando si potrebbero investire in cose utili, o di aprire per forza il termocancrovalorizzatore a pochi passi da un parco, da una scuola, da un campo dove pascolano le mucche, il cui latte, nonostante sia ricco più di diossina che calcio e lattosio, finisce comunque sulla nostra tavola. Ogni giorno quando passeggio, quando vado alla fermata del bus o quando osservo dalla finestra della mia camera l’orizzonte dal colore plumbeo, ho la sensazione che questo sistema, adottato da anni, non può continuare a funzionare, e vengo devastata da un triste sentimentalismo che, con gli occhi lucidi, mi spinge a urlare che la gente, soprattutto i bambini, non possono vedere la loro vita sbiadita da tumori causati dall’inquinamento antropologico.
In modo adolescenziale, mi chiedo vanamente se è veramente indispensabile bruciare i rifiuti per produrre un’irrilevante quantità di energia e al contempo esalare diossine, furani, cellule cancerogene che non fanno altro che portarci via la vita in modo lento ma progressivo; mi domando come mai al comando esistono quasi esclusivamente persone egoiste e avide che, nonostante le varie proteste, riescono a ottenere ciò che vogliono, cioè ciò che il popolo non vuole. Non pretendo dei santi al governo, basterebbe qualcuno con un po’ di sale in zucca.

Ci sono molti comuni come Pistoia – dove la dr.ssa Gentilini ha denunciato che la diossina oltre a trovarsi negli alimenti si trova pure nell’acqua -, Albano – dove il 28 aprile si è tenuta un’importante assemblea pubblica riguardante l’apertura del termocancrovalorizzatore -, Parma e Reggio Emilia – che mi riguardano più da vicino – e tantissimi altri, che sono in continua lotta contro quei tiranni che desiderano tenacemente bruciare la mondezza, quindi uccidere noi tutti. Stimo tutti coloro che protestano, che informano e mantengono viva la democrazia individuale obiettando in modo pacifico e civile; stimo quei pochi politici sani che, silenziosamente, lottano contro ciò che non vogliono per il loro comune, per il loro territorio, e per dimostrare che la politica italiana non è sempre fatta solo di corruzione ed egoismo.

Mi rivolgo a Graziano Del Rio, sindaco della mia città – Reggio Emilia – che sostiene da anni che l’inceneritore non comporti rischi salutari, poiché il nostro termocancrovalorizzatore di Cavazzoli, essendo moderno, è sempre stato sicuro. Caro Del Rio, ha studiato chimica? Lo sa che, come diceva Lavoisier, “nulla si crea e nulla si distrugge”? Come mai lei non è sicuro che incenerendo i rifiuti si disperdono nell’aria sostanze cancerogene, quindi molto pericolose? Scommetto che se lei vivesse a pochi passi dall’inceneritore, forse cambierebbe idea.
Il termocancrovalorizzatore reggiano chiuderà i battenti a breve – si spera – anche se devo ammettere che non mi accontento, perché il suo sostituto bastardo è in arrivo a Parma, una delle città più inquinate d’Italia. Difatti, l’inquinamento industriale e automobilistico sembrano essere faccende poco importanti per i governanti parmensi; non è una mia invenzione, ma un dato di fatto, visto che il signor Bernazzoli, candidato sindaco di Parma, vuole a tutti i costi bruciare la spazzatura. Quell’uomo è troppo cocciuto,  perché sa che la sua città potrebbe essere un angolo di paradiso, invece continua a essere una schifosissima palude, il cui puzzo di smog fa rivoltare lo stomaco a tutti. Sono certa che, se tutto continua ad andare così, i parmigiani saranno costretti ad andare a vivere nelle botole: probabilmente moltissime altre città italiane, soprattutto nordiche, arriveranno a seguire il loro esempio. Bernazzoli è così testardo che lascerà che la sua città si nasconda dalla coltre puzzolente e piena di diossina andando a vivere sottoterra: solo allora sia lui che Del Rio, vedendo l’aumento dei casi di tumore, si renderanno conto che avrebbero dovuto studiare meglio Lavoisier.

In nome di chi muore a causa dell’inquinamento, di chi protesta, di chi disperatamente vede il mondo andare a rotoli, io chiedo: dov’è finito il nostro diritto alla vita e alla salute?

Abbiamo sbagliato per anni, adesso è ora di rimediare

Carenza d’acqua potabile, diminuzione delle aree coltivabili, impoverimento dello strato superficiale finalizzato alla produzione agricola, estinzione di diverse specie viventi, aumento dei casi di deforestazione, distruzione di barriere coralline, inquinamento atmosferico, marino e terrestre. Tutto questo è già in atto, si può vedere chiaramente. Se non ci si alzerà dal divano, queste manifestazioni apocalittiche ci porteranno a un inammissibile peggioramento. Volete ancora che quei disastri sopraelencati continuino ad essere gli emblemi d’oggi e la paura di domani? Io no.
È ora di dire basta a questa sporca umanità, a questo snervante e incomprensibile degrado sociale, a questo immenso menefreghismo nei confronti della realtà tangibile. Noi umani disperdiamo ogni giorno nell’aria inestimabili quantità di sostanze tossiche senza rendercene conto mai abbastanza. Questo è un dato di fatto, non l’ho inventato io. Abbiamo tra le mani la verità e ininterrottamente la sottoponiamo a prove per renderla possibilmente meno vera e meno visibile. Provo vergogna nel sapere che siamo tutti a conoscenza del disastroso domani e nonostante ciò rimaniamo ancora seduti sul divano a guardare la TV. È vergognoso non tanto perché stiamo zitti e immobili, ma perché ora ho la certezza che all’umano non importa nulla di quella immensa fortuna che ci ha donato questo bellissimo pianeta verde-blu.
Stiamo consapevolmente, ripeto consapevolmente, sparando su nel cielo sostanze inquinanti da troppo tempo. Il vero problema è che esse trattengono calore, quindi elevano la temperatura dell’aria, degli oceani e della superficie terrestre. L’incremento termico a sua volta causa tutto quanto elencato nelle prime righe, oltre a: scioglimento dei ghiacciai, aumento del numero e della potenza degli uragani, diminuzione delle foreste, diminuzione dei raccolti e così via. Se ora anche voi, come me, non volete che questa crisi climatica peggiori, dobbiamo subito cominciare a risolverla partendo proprio dai gas serra liberati nell’atmosfera.
Le sostanze inquinanti che causano il surriscaldamento globale sono diverse. La più importante è il biossido di carbonio (CO2) che proviene dalla combustione di carbone per la produzione di energia, e dalla combustione di derivati del petrolio nei trasporti; la CO2 è il più inquinante rispetto agli altri gas serra, poiché è quello maggiormente prodotto, per tal motivo bisognerebbe trovare un modo di produrre energia senza sprigionare biossido di carbonio nell’aria. Ma non tutto è compromettente! Una cosa che ci dovrebbe far diventare più zelanti è la straordinaria capacità detenuta dalla Natura: le piante assimilano la COatmosferica; quindi dobbiamo assolutamente diminuire i casi di deforestazione perché portano soltanto a un minor smaltimento di CO2, ovvero ad un suo maggior accumulo nell’atmosfera.
Spesso ci si chiede quale sia la vera via di fuga, o meglio, la soluzione più giusta a questa grave crisi, ma generalmente non si riesce mai a darsi valide risposte. Forse perché la falsa convinzione che tutto è irrimediabile ci rende negligenti, o forse perché si ha paura di dover dar ragione alla realtà e ammettere i propri errori. Probabilmente la cosa più esatta da fare, ma più complicata da attuare, è unirsi e combattere la ardua situazione con buonsenso e diligenza. La terra è abitata da circa sette miliardi di persone; in qualche modo riusciremo a creare una pacifica coalizione tra le nazioni mondiali. Sarà difficile, ovviamente, ma non ci sono dubbi che la benevolenza nascosta in noi possa vincere sulla codardia dei “potenti”. Inoltre, la politica potrebbe darci una mano limitando le emissioni di biossido di carbonio, di metano e di altri gas serra, ma, pensandoci a modo, sarebbe come chiedere al mondo di smettere di ruotare per un giorno.
Come dice Al Gore: “se smettessimo domani di produrre COin eccesso, circa metà della COprodotta dall’uomo ricadrebbe giù nell’atmosfera (per essere assorbita dagli oceani e da piante e alberi) nel giro di 30 anni […] la parte rimanente ricadrebbe con molta più lentezza, e fino al 20% di ciò che abbiamo immesso nell’atmosfera quest’anno sarebbe ancora lì tra 1000 anni. E ogni giorno spariamo fin lassù 90 milioni di tonnellate di CO2“. Incredibile, vero?
L’unica cosa che in questo periodo non dobbiamo assolutamente fare è perdere la speranza, perché nulla è per sempre, nemmeno il dolore, le ingiustizie e ogni cosa che fa parte della frazione morta del mondo. In ogni piccola realtà che noi viviamo c’è sempre un margine di speranza. E noi – noi che vogliamo lottare contro questa forte crisi climatica – gestiremo questa speranza col fine di renderla ampiamente reale. Prima, però, dobbiamo convincerci che il problema basilare della crisi climatica è l’assenza di un’unione mondiale, di una vera pace tra cittadini… Noi faremo in modo che questo buco fondamentale possa essere ricucito in fretta.

Noi, batteri che produciamo tossine

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi

Mi chiamo Sara. Sara e basta. Vivo nello squallido nord Italia: squallido perché la mia città non sa essere accogliente e amichevole con me. Vorrei andarmene a sud, nel bellissimo meridione; non ci sono mai stata, sarà perché non mi è stato “insegnato” a viaggiare o sarà perché non ho mai saputo cogliere l’occasione per fuggire laggiù. So solo che mi piacerebbe tanto compiere un viaggio nel meridione, una sorta di peregrinazione, per conoscere posti nuovi e gente apparentemente diversa da quella del nord. 
Son giovane, frequento ancora le superiori. In futuro mi piacerebbe proseguire gli studi, ma non ho ancora le idee ben chiare per decidere che facoltà intraprendere. Quel che voglio dalla vita è un enigma! Non è facile saperlo e di certo non lo si può capire attraverso una stupida domanda: “Sara, che vuoi fare da grande?”. La sicurezza sa essere soltanto amica delle mie passioni, per fortuna! Mi piace molto capire come gira il mondo, quindi tenermi informata attraverso i quotidiani; mi piace anche leggere (mi perdo soprattutto nei romanzi ottocenteschi) e scrivere poesie e critiche contro la vita moderna (sì, son complicata, lo so!). 
Beh, questa era ed è Sara, quella ragazza che spera di poter farvi capire sé stessa attraverso articoli scritti con un infinito amore per la parola. Spero di cuore di poter rendere questo mondo contorto quel mondo agognato da milioni di persone umili quanto me.[/stextbox]

Mi capita molto spesso di domandarmi vanamente quand’è che finirà quest’evo disastroso. Quand’è che si fermeranno le automobili, i tram e i treni, e quand’è che si andrà a scuola e al lavoro su carri trainati da cavalli, in bicicletta o a piedi. Quand’è che si smetterà di scavare a terra per ricercare quel fottuto oro nero che sfrutta i paesi indigenti e soddisfa la sete di capitalismo dei paesi occidentali. Quand’è che si attueranno politiche le cui prassi si fondano su principi sani e consapevoli. Quand’è che la gente accetterà di aver sbagliato per anni e accoglierà nuovi stili di vita capaci di rispettare sia il mondo civile che quello naturale. Già, io mi chiedo tutto questo, voi no?

Io ho paura di quest’era. Non sono disperata, non credo che la disperazione possa essere di qualche aiuto; come disse Al Gore, essa è solo un modo per cui nutrire maggior negligenza poiché c’è sempre un margine di speranza dietro a ogni errore, grande o piccolo che sia. Ho soltanto il timore che niente di tutto questo, che io chiamo “sporcizia del ventunesimo secolo“, si fermi. O meglio, che nessuno lo fermi. Ho il presentimento che veramente poche persone sappiano che peso ha la Natura su di noi e di cosa essa ha realmente bisogno dalle società umane. Lo possiamo vedere nella politica: esiste qualche partito che mette alla base delle proprie utopie il rispetto per l’ambiente? Non credo, perlomeno non che io sappia. La politica attuale non conosce limiti e nemmeno prova a imporseli, attua sbadatamente leggi insensate come se si trovasse continuamente sotto l’effetto di narcotici; le sue ideologie sono animate da un incomprensibile amore per la ricchezza materiale e la potenza monarchica. I politici attuano e ci persuadono che la vita migliore sia quella da loro tracciata: non c’è niente di meglio che città moderne, fabbriche megagalattiche e inquinanti, centrali nucleari ben piazzate su tutto il territorio, automobili moderne, e così via. Ma tra tutto questo dov’è il riguardo verso l’ambiente naturale? Perché si pensa che una vita occidentalizzata (= moderna) debba essere per forza il modello da seguire? Perché – cazzo – nessuno si ferma e decide di attuare un cambiamento radicale capace di rimanere per sempre fedele alle leggi della Natura? Stiamo inconsapevolmente (ma anche consapevolmente) distruggendo il nostro nido. Ma… che faremo quando non ci sarà più luogo di riparo per noi?

Non sono naturalista o fanatica di Greenpeace, sono solo eco-consapevole. Non serve per forza tornare a vivere come facevano gli uomini delle caverne, non serve chiudere ogni fabbrica produttrice di sostanze inquinanti. Non chiederei mai di fare questi sforzi, perché so benissimo che una notevole percentuale delle società mondiali li declinerebbe ferocemente. Penso che basterebbe soltanto che venissero incentivati gli studi nel campo delle energie rinnovabili, e che le politiche e le società divenissero più consapevoli del fatto che la Natura esige rispetto e amore dai suoi figli; la cosa più buffa di tutto questo è che noi – figli – siamo degli “invincibili batteri” che, purtroppo, non fanno altro che produrre un’incalcolabile quantità di tossine altamente dannose per la madre.

Ehi, ma… non vi sentite un po’ in colpa?

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Blog personale dell’autrice: www.saravox.wordpress.com

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Tra marea nera e fanghi rossi

Martedì 11 gennaio 2011, nelle coste di Porto Torres, la petroliera Emerald ormeggiata nel terminal di Fiume Santo (polo chimico del nord Sardegna al confine con il Parco Naturale dell’Asinara) sta immettendo olio combustibile nelle condotte d’alimentazione di uno dei due gruppi ad olio ancora attivi nell’impianto della società tedesca EON, una fra le aziende energetiche più grandi al mondo.

Il nero petrolio che da oltre due settimane colora le limpide acque marine delle coste settentrionali dell’isola oramai comincia a tingere anche i 18 km di spiagge colpite da questa deprimente catastrofe naturale, da Porto Torres a Punta Tramontana… Enormi chiazze di liquido scuro e nauseabondo si stanno infatti formando sopra e sotto la sabbia, e nessuno è ancora in grado di stabilire l’entità dei danni ambientali di tale disastro.

E’ stato un “imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina”, hanno dichiarato i responsabili di EON. Ci sono però molte questioni che non quadrano, come spiega il giornale online Ecologiae. “Prima di tutto l’allarme – spiega Marco Mancini – lanciato 36 ore dopo la fuoriuscita del carburante dalla nave cisterna Esmeralda”. Quel fatidico martedì notte scorre infatti senza interventi o segnalazioni, senza che nessuno decida di assumersi le responsabilità dell’accaduto, e “quando risuona l’allarme è oramai troppo tardi – spiega Agora Vox il 26 gennaio. – Il mare è stato violentato da 18.000 litri di catrame misto ad olio”.

Nelle ore successive all’incidente il sindaco Beniamino Scarpa venne peraltro più volte tranquillizzato con la garanzia, da parte dell’azienda responsabile, che non ci fossero pericoli né problemi di alcun genere. Nel frattempo, da Platamona a Stintino, davanti all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara, le chiazze d’olio continuano a spostarsi verso l’arcipelago protetto della Maddalena.

Intanto i quotidiani parlano di un piano dell’Eni che avrebbe in progetto di installare nella stessa zona il più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo, incrementando quindi il traffico delle navi cisterna e, di conseguenza, il rischio di ulteriori incidenti…

Un tempo si parlava di Sardegna come di un’isola da sogno, dove i paesaggi inviolati e la natura incontaminata riuscivano ad attirare visitatori da tutto il mondo e rendevano gli abitanti del territorio orgogliosi di essere nati in una terra così meravigliosa. Oggi i quotidiani parlano invece della marea nera di Porto Torres, della sindrome di Quirra per l’uranio impoverito prodotto dal poligono militare, dei fanghi rossi dell’Eurallumina di Portovesme e delle mutazioni genetiche nel dna dei bambini che vivono nella zona dello stabilimento petrolchimico di Sarroch.

La rabbia prende quindi il sopravvento, ed io comincio a chiedermi fino a che punto dovremo arrivare, noi sardi, per capire quale tesoro siamo stati capaci di svendere al peggior offerente e quanto lo rimpiangeremo il giorno in cui non avremo più la possibilità di tornare indietro…

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Gli sviluppi sul referendum per l'ambiente a Milano

Continua la corsa per la raccolta firme a Milano. 14.000 sottoscrizioni sono state già raccolte per i referendum sull’ambiente e la qualità della vita, nonostante la pochissima informazione che è stata data ai cittadini milanesi. L’ora X scoccherà il 6 novembre quando sarà necessario aver raggiunto ill traguardo delle 15.000 richieste per indire i referendum.

Intanto arriva il sostegno da personaggi dello spettacolo e della politica, locale e internazionale. Il 24 novembre in Piazza Mercanti si sono esibiti gratuitamente al “Referendum Party” i comici di Zelig con esilaranti gag sui temi ambientali. È intervenuto inoltre Angelo Bonelli presidente nazionale dei Verdi: “Il referendum di Milano è importante a livello non solo locale, ma anche nazionale perchè costituisce una forma di democrazia diretta significativa per rimettere l’ambiente al centro di un progetto di riqualificazione del territorio”.

Non è mancato l’appello di Giulia Maria Crespi, presidente onorario del FAI, ai cittadini milanesi affinchè “non piangano su come Milano è ora ridotta, sullo smog e sul traffico, sul verde pubblico sempre più risicato, nella gestione incontrollata dei rifiuti, sullo sperpero energetico, sul pericolo di un Expo che dimentica la sua vocazione agroalimentare, sulle subdole mire verso il Parco Agricolo Sud, sulla darsena e sui navigli cari ai nostri ricordi. Perché con una vostra firma, unita alla firma dei vostri familiari, amici e conoscenti, voi potete dare un inizio nuovo a questa città, un nuovo diverso indirizzo che potrebbe cambiare il volto di Milano”. Giunto anche il sostegno di Elio de Capitani, direttore artistico del teatro Elfo Puccini, all’interno del quale è stata organizzata una raccolta firme in concomitanza di uno spettacolo: “La sostenibilità ambientale non è una ideologia, come per anni molti hanno voluto credere e molti vogliono far credere ancora oggi. E’ il modo in cui dovremo saper coniugare tutte le nostre scelte in modo intelligente per imparare a vivere meglio, ma in prospettiva è meglio dire imparare a sopravvivere”.

Ma ciò che sicuramente ha più valore è il sostegno internazionale al referendum, arrivato in particolare da Denis Baupin (vicesindaco di Parigi), Evelyne Huytebroeck (ministro dell’Ambiente a Bruxelles), Imma Mayol I Beltran (vicesindaco di Barcellona), Hep Monatzeder (vicesindaco di Monaco), Lisa Ruecker (vicesindaco di Graz), affinchè Milano possa diventare più vivibile e unirsi alle altre città europee che hanno già fatto questa scelta.

I fondatori del Comitato, Marco Cappato, Edoardo Croci ed Enrico Fedrighini invitano a continuare a sottoscrivere i quesiti: “Ringraziamo tutti coloro che sostengono i referendum. L’obiettivo delle 15.000 firme è vicino. Chiediamo ai milanesi di venire a firmare nei prossimi giorni per innescare un vero miglioramento della qualità della vita in città”.

Sul sito www.milanosimuove.it sono costantemente aggiornati i punti di raccolta delle firme, gli eventi, i promotori e le donazioni. Per chiunque viva a Milano, l’istante di una firma che può cambiare il futuro.

I 5 quesiti referendari:

http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/un-referendum-per-lambiente-a-milano.html

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Inquinamento e Web Marketing: è l'ora di accorgersene

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Paolo Ratto, specialista di contenuti online e autore di articoli relativi ad internet e web marketing. Qui il link al suo interessantissimo blog: http://paoloratto.blogspot.com[/stextbox]

Quando si parla di Internet si ha comunemente una concezione errata di quelle che sono le conseguenze per l’ambiente. Il Web e tutto il mondo dell’ ICT (information comunication technology) infatti viene spesso immaginato come un universo “ecologico”. Non illudiamoci che sia così.

Negli ultimi tempi si è scatenata una querelle mediatica tra Facebook e Greenpeace che ha portato alla ribalta proprio il tema dell’inquinamento causato dal Web. La celebre associazione, che da sempre difende l’ecologia planetaria, ha accusato il gigante blu di inquinare a dismisura a causa del suo nuovo data center in Oregon, alimentato a carbone. Greenpeace ha avviato una serie di iniziative tra cui una richiesta di adottare una politica ambientale più rispettosa, controfirmata da 500.000 utenti di Facebook, una lettera scritta dal direttore esecutivo Naidoo indirizzata direttamente a Facebook e un video che ha rapidamente fatto il giro della Rete.

Se la diffusione delle email e la progressiva sostituzione di archivi cartacei con archivi digitali hanno sicuramente contrbuito a diminuire l’utilizzo della carta, dobbiamo domandarci quali sono le conseguenze ambientali che il massiccio utilizzo della Rete comporti.

Siamo d’innanzi ad un nuovo tipo di inquinamento: una scia di dati (spesso inutili) che lasciamo alle nostre spalle, alimentata da non poca energia elettrica. Ogni volta che visitiamo un sito, mandiamo una e-mail o facciamo qualsiasi altra cosa in rete, mettiamo in moto dischi, testine, impulsi che viaggiano da una parte all’altra del globo e che vengono inviati, smistati e ricevuti.
Quindi nonostante i computer non utilizzino fonti di energia altamente inquinanti come per esempio la benzina, non possiamo parlare di tecnologie a leggero impatto ambientale.
Addirittura alcune ricerche dell’agenzia di protezione ambientale americana, confermate da uno studio di Gartner rivelano che il settore ICT contribuisce all’inquinamento mondiale a pari livello del settore aereo, ciò significa il 2% di tutto l’inquinamento mondiale prodotto. In particolar modo il settore informatico sarebbe responsabile del 2% di tutta l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera.

Il forte impatto ambientale è dovuto principlamente a 2 fattori:

  • il consumo energetico;
  • la difficoltà nello smaltire e riciclare la vecchia tecnologia.

Ma scendendo nel particolare, in che modo il Web Marketing può considerarsi parzialmente responsabile dell’inquinamento?

Il Web Marketing rappresenta tutta quella serie di attività che sfruttano il canale online per studiare il mercato e sviluppare rapporti commerciali tramite il Web. Il Web Marketing si basa sull’utilizzo di strumenti quali l’email, i motori di ricerca, i social network e soprattuto sulla connessione quotidiana al WWW, vero ed unico palcoscenico del business online.

Andiamo ad analizzare ognunga di queste attività in relazione all’inquinamento prodotto, coadiuvati da ricerche in materi.
L’email è stata spesso considerata, anche giustamente, come uno strumento ecologico. D’altronde grazie alla mail si è ridotto il numero di carta utilizzata dagli uffici nelle comunicazioni internet ed esterne. Una piccola ricerca di EMC2 (leader dello stoccaggio dati su Storage Area Network) ha però evidenziato dati preoccupanti: una email di poche righe con allegato un file di da 1 megabyte, inviata a 4 persone, riesce ad occupare uno spazio di 50 megabyte nella rete. Ciò è dovuto essenzialmente ad operazioni “meccaniche” quali le copie conservate da pc d’invio, di destinazione, e dal server e dai vari file di log prodotti dai server stessi durante il cammino dell’email. Ora rapportate questo piccolo numero ai 245 miliardi di email inviate quotidianamente al mondo e capirete l’enorme quantità di dati che per esistere devono essere alimentati da energia elettrica.

Secondo diversi studi recenti anche il comparto della “Search”, ossia l’utilizzo dei motori di ricerca (principalmente Google) per trovare informazioni, dati e quant’altro (essenziale per il Web Marketing) è fonte di inquinamento. Un ricercatore di fisica della Harvard University, Alex Wissner-Gross, ha spiegato che ogni query lanciata tramite Google da un qualsiasi computer fisso genera 7 grammi di CO2. Per offrire un esempio pratico, due ricerche lanciate sul motore di ricerca richiederebbero lo stesso consumo di energia che serve per riscaldare una tazza di the.

La search (ma non solo!) si basa sul Cloud Computing, ossia l’ insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto. Si pensi a tutti i dati presenti nei motori di ricerca e nei social network, a tutti i video che guardiamo, a tutta la musica e i film che scarichiamo: tutto ciò fa parte della “nuvola”. Questo tipo di tecnologia non è esente da problemi con l’inquinamento, anzi in questo momento è respnsabile dei maggiori danni ambientali.

Un rapporto di GreenPeace del 2010 avverte che la crescita del cloud computing sarà accompagnata da un forte aumento delle emissioni di gas ad effetto serra, altamente nocivi per l’ambiente. D’altronde tutti i grandi colossi del mercato in questione (Facebook, Google, Yahoo e Microsoft) tenuti sotto pressione dall’opinione pubblica stanno cercando (almeno apparentemente) dei compromessi tra la nascita di nuovi centri di stoccaggio e server (i famigerati data center), alimentati da centrali elettriche spesso anche a carbone, e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili coadiuvati da piani di educazione ambientale del personale e dell’utenza.

Insomma sembra proprio che non si possa più ignorare l’impatto ambientale dell’industria dell’ICT ed in particolare del Web. Per quanto riguarda le soluzioni, il dibattito è quanto mai avviato. Voi cosa ne pensate?

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Un referendum per l'ambiente a Milano

VENGHINO SI’ORI, VENGHINO!

Cari milanesi,

siete stufi di vivere una città che ci sta soffocando con il suo inquinamento, una città in cui gli unici spazi verdi scarseggiano sempre più e presto dovremo accontentarci delle nostre amate piante sul nostro balcone? Vorreste vivere questa città anche nel weekend senza dover scappare alla ricerca di aria un po’ più pulita, lasciandovi quell’orribile cappa marrone alle vostre spalle? Siete stanchi di dover prendere la macchina o di dover rischiare la vita ogni volta che vi muovete in bicicletta?
Vorreste che il colore della vostra città non sia più questo sporco grigio?

Allora cari cittadini è il momento di fare qualcosa. Basta lamentarsi da un computer, alzatevi da quella sedia e fate qualcosa di concreto. Qualcosa che vi costa davvero poca fatica ma che potrebbe essere un primo passo importante. Il piccolo gesto di una firma per un progetto di rinnovamento della nostra città

MilanoSiMuove, in collaborazione con una serie di associazioni civiche e ambientaliste (Legambiente, Italia Nostra, WWF, Fondo Ambiente Italiano, Ambiente Milano, Genitori Antismog, Fiab Ciclobby, CamminaMilano, Nondimenticareilfuturo, Impegnati, Darsena Pioniera, Fa’la cosa giusta, Esterni, MILeft, Studenti Liberali Bocconi, Verdi, PLI, Radicali italiani, Milano Civica) ha promosso infatti, nella Settimana Europea della Mobilità Sostenibile, i “Referendum Days”, 3 giorni (17-19 settembre) di raccolta firme per poter sottoporre ai cittadini milanesi 5 quesiti in un referendum consultivo.

I cinque quesiti:

1: ridurre traffico e smog attraverso il potenziamento dei mezzi pubblici, l’estensione di “ecopass” e la pedonalizzazione del centro. L’obiettivo è realizzare, attraverso 10 punti, un piano di interventi per potenziare il trasporto pubblico e la mobilità “pulita” alternativa all’auto, attraverso l’estensione a tutti gli autoveicoli (esclusi quelli ad emissioni zero) e l’allargamento progressivo fino alla “cerchia ferroviaria” del sistema di accesso a pagamento (Ecopass), con l’obiettivo di dimezzare il traffico e le emissioni inquinanti.
Per maggiori informazioni: http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti/1-ridurre-traffico-e-
smog

2: raddoppiare gli alberi e il verde pubblico e ridurre il consumo di suolo. Il Comune di Milano rifiutò circa un anno fa un progetto di Renzo Piano per la riqualificazione delle brutture di Milano e per consegnare ai cittadini milanesi una città più vivibile e anche più sana. Ora il comitato referendario propone una fondamentale riduzione del consumo di suolo di almeno il 50%, ridestinandolo, attraverso riqualificazione, ad aree verdi ad uso pubblico; preservare gli alberi e le aree verdi esistenti; garantire il raddoppio del numero di alberi e dell’estensione e delle aree verdi e la loro interconnessione entro il 2015, assicurando che ogni residente abbia a disposizione un giardino pubblico con aree attrezzate per i bambini a una distanza non superiore a 500 metri da casa.
Per maggiori informazioni: http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti/2-raddoppiare-gli-
alberi-e-il-verde

3: conservare il futuro parco dell’area EXPO. Il comitato referendario chiede che il Comune di Milano adotti tutti gli atti ed effettui tutte le azioni necessarie a garantire la conservazione integrale del parco agroalimentare che sarà realizzato nel sito del prossimo EXPO (2015) senza che venga poi ridestinato all’edilizia, connettendolo al sistema delle aree verdi e delle acque. L’intervento inoltre non comporterà costi a carico del bilancio comunale.

4: Risparmio energetico e la riduzione della emissione di gas serra. Si richiede che il Comune di Milano adotti un piano di sei punti in favore dell’energia sostenibile, in modo da conseguire, almeno localmente, gli obiettivi europei di riduzione di almeno il 20% delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra, attraverso il dimezzamento delle principali emissioni inquinanti connesse al riscaldamento degli edifici. Il risultato ottenibile è sicuramente un’aria più pulita grazie sì a un investimento iniziale, che poi permetterebbe comunque di ammortizzare le spese attraverso l’installazione di impianti di energia “pulita”.
Per maggiori info: http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti/4-risparmio-energetico-e-
riduzione

5: Ripristino della Darsena e riapertura del sistema dei Navigli milanesi. Il comitato propone la riqualificazione della Darsena e la riapertura del meraviglioso progetto di Leonardo da Vinci, una rete di navigli che attraversano la città, grazie a uno specifico progetto che ne consenta la navigabilità. Chiunque abbia visitato città come Stoccolma, Amsterdam o tante altre sa sicuramente quanto una gita in battello per i canali della città possa essere magica. E Milano in quanto a gioielli dell’architettura non ha null da invidiare alle altre città straniere.
Per maggiori info: http://www.milanosimuove.it/wordpress/quesiti/5-ripristino-della-darsena-e-
riapertura-del-sistema-dei-navigli-milanesi

Per chi fosse davvero interessato, e tutti i cittadini di Milano dovrebbero esserlo per la propria città, la raccolta firme si chiude oggi alle 19, quindi affrettatevi. Non è necessario condividere tutti i punti, si può firmare anche per 3 o 4. Anche uno. Ma l’importante è agire, fate qualcosa di concreto, perché questa è la città in cui viviamo. Avere una città più vivibile può solo giovarci. La città è nostra e siamo noi a decidere del suo futuro.

Altrimenti poi non ci lamentiamo della Moratti o del Sindaco di turno. Non lasciamo ai nostri figli e ai nostri nipoti questo inferno di città!

Per maggiori informazioni sui banchetti della raccolta firme, visitate il sito:
http://www.milanosimuove.it/wordpress/17-19-settembre-al-via-i-%E2%80%9Creferendum-
days%E2%80%9D.html

Carlo Ruberto
Link al blog dell’autore: http://carloruberto.blogspot.com/