Parlando di progresso e povertà

Chiunque non abbia avuto l’occasione di leggere l’Internazionale n° 980, forse potrà essere interessato a leggere questo articolo. È un numero in gran parte dedicato a economia, mercati e finanza, al termine del quale ti pare quasi di aver trovato l’antidoto di ogni male e la soluzione a molti dei problemi della società.

ProgressAndPovertyBookA colpire particolarmente è il pezzo di Christopher Ketcham dello statunitense Harper’s Magazine, dedicato alla storia del Monopoli, il celebre gioco da tavolo “giocato da almeno un miliardo di persone in centoundici Paesi e quarantatre lingue”, inizialmente ideato con lo scopo di insegnare a combattere i monopòli, e poi tramutatosi in una gara dove l’accumulo dei monopòli è invece il principale obiettivo dei giocatori che s’impossessano della pedina a forma di funghetto, bottiglione etc…

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I migliori blog della primavera araba

Qualche tempo fa Rebecca Solnit ha scritto un bellissimo articolo su TomDispatch.com, che è stato tradotto dalla rivista Internazionale. Il titolo è molto evocativo: “Lettera a un giovane che ha cambiato il corso della storia”. Il riferimento è a Mohammed Bouazizi, il venditore ambulante tunisino che, dandosi fuoco per protesta nel Gennaio di quest’anno, ha simbolicamente e materialmente dato il via alla cosiddetta “primavera araba”. Per la Solnit però, quell’evento non ha solo riacceso il desiderio di ribellione e la speranza di tanti giovani arabi, ma anche l’indignazione e la voglia di riscossa di tante persone nella parte occidentale del mondo. È la dichiarazione di un legame diretto tra le rivoluzioni arabe e le occupazioni e le manifestazioni che da mesi richiamano l’attenzione sui limiti anche delle nostre democrazie.

Scrive la Solnit: “Ti sei dato fuoco il 17 dicembre 2010, esattamente nove mesi prima dell’inizio di Occupy Wall street. E la tua morte, due settimane dopo, ha dato inizio a eventi molto importanti. Ti sei dato fuoco perché eri senza voce, senza potere ed evidentemente senza speranza. Eppure dovevi avere ancora una piccola speranza: che la tua morte sarebbe servita a qualcosa. Pensavi che tu, che avevi così poco potere, che non potevi neanche guadagnarti da vivere o proteggere i tuoi pochi beni o essere trattato in modo giusto e corretto dalla polizia, avevi il potere di protestare”.

In questi mesi, ho speso molto tempo a seguire le vicende della cosiddetta “primavera araba”, e credo che la scrittrice americana abbia ragione. C’è un collegamento tra questi mondi apparentemente lontani. Vorrei allora approfittare di questo spazio per condividere una lista di risorse online intelligenti, originali, competenti, per capire uno dei fenomeni meno previsti e più straordinari della nostra storia recente. Ciò che leggerete in questi blog non lo troverete mai nei mass media e nel mainstreaming della comunicazione dominante. O forse sì, qualcosa vi leggerete, ma di seconda mano. Seguire la “primavera araba” vuol dire capire qualcosa di noi e del nostro futuro.

Fortress Europe
http://fortresseurope.blogspot.com/
La straordinaria testimonianza di Gabriele del Grande per comprendere le sofferenze dei migranti dai paesi dell’altra sponda del mediterraneo.

Gli Italiani di Cartagine
http://italianidicartagine.blogspot.com/
Occhi italiani interni ed esterni sulla nuova Tunisia del dopo Ben Ali.

Istambul, Avrupa
http://istanbulavrupa.wordpress.com/
Una visione particolare dalla frontiera turca. Un osservatorio privilegiato di ciò che avviene “al di là del confine”.

Kelebek Blog
http://kelebeklerblog.com/
I graffianti post di Miguel Martinez.

Mediaoriente
http://mediaoriente.com/
curato da Donatella Della Ratta (premio Ilaria Alpi 2000 migliore autore televisivo under 30) si occupa soprattutto di media.

Mona Kareem
http://monakareem.blogspot.com/
Kareem è una scrittrice e giornalista apolide che scrive per Global Voices. Molto influente sui social networks.

Naturaltina in Tunisia
http://naturaltina.blogspot.com/
Curato da Margherita Pallottino, professoressa e amante degli animali, uno sguardo davvero originale e competente dal sud della Tunisia.

Reset DOC
http://www.resetdoc.org/
Lo spin-off della rivista Reset dedicato al dialogo interculturale.

Salamelik
http://salamelik.blogspot.com/
Il blog di Sherif El Sebaie, esperto di cultura, politica e lingua araba.

ShotofWhisky
http://shotofwhisky.blogspot.com/
Scritto da Milano ma con conoscenza e passione della cultura araba.

SiriaLibano
http://www.sirialibano.com/
Il blog di Lorenzo Trombetta, giornalista con vista su Beirut.

The Mediterranean Monitor
http://medmonitor.blogspot.com/
Articoli sempre puntuali e informati di uno studioso di geopolitica.

Tutto in 30 secondi
http://in30secondi.altervista.org/
I commenti di Lorenzo Declich e Valerio Peverelli, studiosi di Islam.

Zmagria
http://karimamoual.blog.ilsole24ore.com/zmagria/
Il blog di Karima Moual sul sito del Sole24Ore.

Perché non dovremmo vietare il burqa

Martha Nussbaum

Mi è sempre piaciuta Martha Nussbaum. In foto sembra una bellissima signora perfettamente anglosassone, e la sua scrittura è sempre lucida e razionalmente spiazzante. D’altra parte è uno dei maggiori filosofi viventi e una pensatrice a cui non servono dotte elucubrazioni e pensose citazioni per trasmettere la profondità del proprio pensiero. Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di leggere un suo intervento sul New York Times dal titolo “Minacce velate”, ripubblicato da Internazionale.

Con questo articolo intendo riproporvi il succo della sua riflessione perché fa pensare e, soprattutto su certi temi, pensare è necessario, prima di parlare o, peggio, di agire.

Il tema è quello della proibizione del burqa, oggetto di interventi legislativi in molti paesi occidentali. La questione ha a che fare con il tema della libertà nelle nostre società dove la legislazione, non ce lo scordiamo, è espressione del pensiero di una maggioranza ma dove la tutela dei pensieri e delle azioni minoritarie è la cartina tornasole della loro credibilità democratica.

Dice Nussbaum che i primi due argomenti usati dai proibizionisti sono: (1) “il volto deve essere lasciato scoperto per motivi di sicurezza“; (2) “la copertura del viso impedisce la reciprocità e la relazione“. Coerenza vorrebbe che tali affermazioni valessero anche per chi si copre per il freddo gelido dell’inverno o per chi deve coprirsi per motivi professionali. Logica vorrebbe che il divieto valesse sempre, e invece così non è, perché il problema non è il volto coperto ma il fatto che quel volto appartenga a persone musulmane. Una terza argomentazione porta a proprio sostegno il fatto che (3) “il burqa sarebbe un segno della dominazione maschile che concepisce la donna come oggetto“. Sempre coerenza vorrebbe che anche buona parte della pubblicità, la chirurgia estetica e i jeans attillati venissero banditi per legge, mentre sono ampiamente tollerati. Il problema del sessismo esiste e permea la nostra quotidianità, ma il burqa sembra non essere il primo dei problemi su questo versante. Vi è poi l’argomento della costrizione (4). Tale argomento però mal si presta a una generalizzazione, perché sarebbe necessario verificare caso per caso se questo corrisponda al vero e, soprattutto, perché la non costrizione presupporrebbe una reale possibilità di scelta e consapevolezza. Quest’ultima non spunterebbe magicamente da una legge che imponesse di non indossare il burqa, ma dallo sviluppo di istruzione e opportunità professionali e sociali e, quindi, da serie politiche utili non solo alle donne musulmane ma anche a tutte coloro che subiscono, ogni giorno, forme di coercizione e violenza nelle nostre famiglie “senza veli”. Infine, vi è l’argomento estetico (5): il burqa è scomodo, impedisce liberi movimenti. Beh, che dire dei tacchi a spillo?

Il nocciolo della riflessione di Nussbaum è che una società democratica e liberale dovrebbe affrontare il tema centrale della libertà di scelta e di coscienza partendo dalla rimozione degli ostacoli economici, culturali e sociali, che ne impediscono l’esercizio, e non dalla proibizione di forme espressive esteriori. In questo senso non è incoerente la sua giustificazione della proibizione del velo in Turchia. Lì la ragione che ha portato, tempo fa, a quella decisione era la difesa della minoranza di donne che non portandolo erano oggetto di violenza e discriminazione. Con quell’intervento legislativo si è protetta una minoranza nel nome di un interesse pubblico più ampio. Il problema non è il velo ma la possibilità di ognuno di cercare la propria strada verso la realizzazione personale: in democrazia lo si affronta con l’esempio e la persuasione, non con la restrizione degli spazi di libertà.

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Sperperando gli sprechi…

“Quest’anno in Italia è stato tagliato il 76,3 per cento delle spese per i servizi sociali”, scrive l’economista Tito Boeri nella rivista Internazionale del 25 febbraio 2011. “Il fondo nazionale per le politiche sociali – prosegue – è stato ridotto a 275 milioni di euro. Tre anni fa la dotazione del fondo era più del triplo”.

I finanziamenti per la famiglia, tanto amata da questo governo, si sono ad esempio ridotti dai 185 milioni dello scorso anno ai 51 di quest’anno. “Cresce, inoltre, il numero dei fondi letteralmente svuotati: – scrive Boeri – dopo il piano straordinario per gli asili nido è toccato al fondo per la non autosufficienza, che perderà 400 milioni. Altri, come quello per gli affitti, sono ridotti ad una cifra simbolica”…

Ma la colpa è sempre solo della solita “crisi”. Non ci sono responsabilità politiche in Italia, solo difficili situazioni in cui qualche sfortunato esecutore dovrà cedere alla tentazione di sferrare il colpo di grazia per atterrare definitivamente un Paese sofferente e stremato.

In compenso, la carenza di risorse non ha impedito ai nostri amati rappresentanti di inserire all’interno del recente testo “Milleproroghe” l’ennesima Sanatoria manifesto “selvaggio”, che riguarda le violazioni compiute dai partiti con manifesti politici, di cui non ci è dato modo di conoscere a quanto ammonti la multa che i partiti “incriminati” avrebbero dovuto pagare e quanti soldi sarebbero potuti entrare nelle casse dello Stato, ma ci è permesso sapere che adesso basterà versare mille euro entro il 31 maggio di quest’anno per vedersi automaticamente cancellata la sanzione.

La carenza di risorse non ha impedito i nostri rappresentanti nemmeno di vergognarsi per la scelta di non organizzare un’unica giornata di elezioni per referendum e amministrative. “Trecento asili, 2000 auto per la polizia, messa in sicurezza delle scuole, ripristino del fondo per le non autosufficienze, assistenza ai malati di Sla. Ecco come potrebbero essere spesi in maniera utile i 350 milioni di euro che il governo vuole gettare al vento facendo votare il 12 giugno per i referendum anziché prevedere l’election day (www.iovotoil29maggio.it) con le elezioni amministrative del 29 maggio”, ha affermato il capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori Massimo Donadi.

Ma il governo è deciso! Quando si tratta di mettere a rischio il raggiungimento del quorum ai referendum e rompere i coglioni alla gente che nel giro di due settimane dovrà votare due volte, lo sperpero di risorse non è certo mai stato un ostacolo!

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Centri di pessima accoglienza…

Erano circa un centinaio gli immigrati che l’11 ottobre sono riusciti a scappare dal CPA (centro di prima accoglienza) di Cagliari e hanno raggiunto l’aeroporto di Elmas per una compatta manifestazione di protesta. Una mobilitazione che si è conclusa con una decina di arresti e la cancellazione di alcuni voli aerei, così come lo scorso anno la protesta di Lampedusa terminò con il conteggio delle decine di persone ferite.

Le cause della ribellione “sono quelle di sempre – si legge nell’articolo di Carlo Mercuri su “Il Messaggero” del 12 ottobre – le stesse che affliggono le carceri italiane: sovraffollamento, scarsa assistenza, inadeguatezza delle strutture. La permanenza in questi centri, che la legge ha elevato da 60 a 180 giorni, ha complicato la situazione”.
Il problema fondamentale di questi centri consiste spesso nel fatto che quelli che dovrebbero occuparsi di gestirlo non comprendono la differenza tra un luogo adibito all’accoglienza e uno finalizzato a punire chi delinque. Da quando lo status di clandestino si è trasformato in un reato, e da quando la stessa parola clandestino è divenuta un sinonimo della parola immigrato, tutte le questioni che concernono l’argomento immigrazione si sono trasformate in un problema di sicurezza e ordine pubblico. Poco importa se una grossa parte degli uomini che sbarcano sulle coste italiane sono molto spesso rifugiati politici e richiedenti asilo, e importa ancora meno che il Diritto internazionale ne imponga l’accoglienza… Per il governo italiano questi sono clandestini, senza distinzioni di sesso, età, paese di provenienza o storia personale.

“Se si pensa che in Italia tra Cpa e Cie ci sono 29 strutture, – prosegue l’articolo di Mercuri – per un totale di 7.653 posti e che, dal 1 gennaio 2010, sono stati quasi diecimila i clandestini transitati nei Centri per essere riaccompagnati in patria, si capisce che la differenza di quasi 2.500 clandestini in più rispetto ai posti disponibili è la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

E adesso immaginate di essere un perseguitato politico, in un Paese in cui l’unico modo per scappare è quello di rischiare la vita su un barcone guidato da uomini senza scrupoli. Perché l’acquisto di un biglietto aereo sarebbe più comodo e meno costoso di quell’assurdo viaggio della speranza, ma gli aeroporti non sono un bel posto per un individuo che fugge dalle persecuzioni di un regime dittatoriale. Immaginate di arrivare sulle coste dell’Italia dopo giorni e giorni di viaggio, e di essere sbattuti dentro una struttura sovraffollata carente delle basilari norme igieniche, e di esser costretti a passarvi 180 giorni, senza possibilità di uscire e respirare un po’ di libertà… Sei mesi di “carcere” per un uomo che non ha commesso alcun reato, se non quello di aggrapparsi alla speranza di avere diritto a un trattamento speciale in virtù di quello status di rifugiato politico che dovrebbe essere tutelato dalle leggi internazionali. Immaginate di aver speso tutti i vostri risparmi e di aver lasciato la vostra famiglia, gli amici e la vostra terra per inseguire questo sogno… e di ritrovarvi in un luogo in cui l’accoglienza è solo un sostantivo utile a completare i nome del centro.
Immaginate tutto questo e adesso ditemi: non sarebbe venuta voglia di manifestare anche a voi?

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Incredible India!

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi è scritto per Camminando Scalzi da VEERU, che scrive per noi direttamente dall’altra parte del globo, dall‘incredibile India! Veeru è un ragazzo indiano di 25 anni, il primo blogger straniero che ospitiamo, e ci racconterà di volta in volta qualcosa riguardo una cultura così lontana dalla nostra. Questo è il primo dei suoi articoli. La traduzione è a cura della nostra redattrice Eva Danese

Today’s Camminando Scalzi post is written by VEERU, who is writing for us from other side of the planet, from incredible India! Veeru is 25, first stranger blogger that we host, and he will tell us everytime something about a so distant culture. Welcome Veeru![/stextbox]

Traduzione a cura di Eva Danese

In un paese così vario e complesso come l’India, non è sorprendente scoprire che qui la gente ha ereditato non solo le ricche glorie del passato, ma anche la cultura, le tradizioni e i valori relativi alle diverse posizioni geografiche. A seconda dei luoghi abbiamo diverse maniere, abitudini e cibi che, nonostante la loro diversità, restano sempre autenticamente indiani. E questo per tutti i 5000 anni di storia documentata.
Dalle nevi eterne dell’Himalaya ai terreni coltivati della penisola del lontano sud, dai deserti dell’ovest all’umido delta dell’est, dal caldo secco e il freddo dell’Altopiano Centrale alle fresche foreste pedemontane, gli stili di vita indiani rendono chiaramente onore alla geografia. Il cibo, il vestiario e le abitudini di un indiano differiscono secondo il luogo d’origine.
Gli indiani credono nella condivisione della gioia e del dolore. Un festival o una celebrazione non sono mai ristretti a un’unica famiglia; l’intera comunità o il vicinato vengono coinvolti per portare vivacità in qualsiasi occasione. Molti Festival come Ditali, Holi, Id, Natale, Mahaveer Jayanthi sono celebrati scambiandosi dolci e convenevoli con la famiglia, i vicini e i conoscenti. Un matrimonio indiano è un’occasione che richiama la partecipazione sia dei parenti che degli amici. Similarmente, la comunità offre sempre il proprio aiuto in tempi di bisogno.
Dal punto di vista etnico gli indiani parlano differenti lingue, professano differenti religioni, mangiano i cibi più diversi, e tutto ciò si aggiunge alla ricca cultura indiana. La bellezza del popolo indiano risiede nello spirito di tolleranza, nel dare e ricevere e nella composizione di culture comparabili a un giardino di fiori di vari colori e forme che, pur mantenendo la loro identità, contribuiscono all’armonia e alla bellezza del giardino, ovvero l’India!
“Noi tutti indiani vogliamo che il mondo sia unito e che tutti si rispettino gli uni con gli altri”
“Guardate la bellezza di questo disegno, che ha lo stesso messaggio: JAI HIND*”
"Hand of Hope" by ABHI - Click to enlarge
Articolo originale
In a country as diverse and complex as India, it is not surprising to find that people here reflect the rich glories of the past, the culture, traditions and values relative to geographic locations and the numerous distinctive manners, habits and food that will always remain truly Indian. According to five thousand years of recorded history.
From the eternal snows of the Himalayas to the cultivated peninsula of far South, from the deserts of the West to the humid deltas of the East, from the dry heat and cold of the Central Plateau to the cool forest foothills, Indian lifestyles clearly glorify the geography. The food, clothing and habits of an Indian differ in accordance to the place of origin.
Indians believe in sharing happiness and sorrow. A festival or a celebration is never constrained to a family or a home. The whole community or neighbourhood is involved in bringing liveliness to an occasion. A lot of festivals like Diwali, Holi, Id, Christmas, Mahaveer Jayanthi are all celebrated by sharing sweets and pleasantries with family, neighbours and friends. An Indian wedding is an occasion that calls for participation of the family and friends. Similarly, neighbours and friends always help out a family in times of need.
Ethnically Indians speak different languages, follow different religions, eat the most diverse varieties of food all of which add to the rich Indian culture.The beauty of the Indian people lies in the spirit of tolerance, give-and-take and a composition of cultures that can be compared to a garden of flowers of various colours and shades of which, while maintaining their own entity, lend harmony and beauty to the garden – India!
“WE ALL INDIANS WANT WORLD TO BE UNITED AND ALL PEOPLE SHOULD RESPECT EACHOTHER ACCROSS THE WORLD.
SEE THE BEAUTY OF SKETCH  “Hand of Hope” WITH SAME MESSAGE: JAI HIND*”
*Jai Hind è una frase in hindi che potremmo tradurre con “Amiamo la nostra nazione”
Jai Hind is a phrase in hindi language that we can translate as “We love our nation”

Ipocrisia ecclesiastica

Andrew Sullivan è un giornalista britannico che lavora negli USA. È cattolico e conservatore, ma persino lui non manca di criticare il recente comportamento della Chiesa Cattolica e la maniera in cui Papa Ratzinger&Co. hanno scelto di affrontare gli scandali che l’hanno coinvolta nell’ultimo periodo… Nella rivista “Internazionale” n°841, Sullivan scrive di Benedetto XVI e del suo coinvolgimento “nell’insabbiamento di due casi di stupro e molestie sui bambini, avvenuti uno in Germania e l’altro negli Stati Uniti”.

Il caso tedesco parla di un sacerdote di nome Peter Hullermann, colpevole di aver stuprato almeno tre bambini di Essen intorno alla fine degli anni ’70. Il caso fu sottoposto all’allora cardinale Ratzinger, il quale mandò il sacerdote in terapia senza denunciarlo, permettendogli peraltro di proseguire la sua attività. Hullermann nel frattempo abusò di molti altri bambini, ma l’attuale pontefice continuò a disinteressarsi del problema e delle svariate telefonate fatte dallo psichiatra del sacerdote che riteneva il suo paziente un potenziale pericolo per i bambini.

“Il caso statunitense è più complesso – scrive Sullivan – Riguarda gli abusi commessi nel Wisconsin su 200 bambini sordi da parte di un certo padre Lawrence Murphy. Gli stupri, le molestie e gli abusi sono andati avanti per decenni e le gerarchie ecclesiastiche si sono rifiutate di intervenire. […] Ma quando il caso è arrivato all’attenzione di Ratzinger, nel 1996, la Congregazione ha preso tempo, non ha allontanato il colpevole dal sacerdozio e quando Murphy stava oramai per morire, ha chiesto alle autorità ecclesiastiche di interrompere il processo canonico”.

In risposta a questi scandali, dopo aver incontrato 8 vittime di abusi sessuali a Malta, Papa Benedetto XVI non è riuscito a fare altro che condannare i mezzi di comunicazione, criticandone “idee e valori che sono talvolta in contrasto con quelle vissute e predicate da nostro Signore Gesù Cristo, spesso presentati con un grande potere persuasivo, rinforzato dai media e dalla pressione sociale, da gruppi ostili alla fede cristiana”. In risposta a questi scandali il segretario di Stato della Santa Sede Tarcisio Bertone ha invece perso un’occasione per riflettere in silenzio, sentenziando che “non c’è relazione tra celibato e pedofilia [mentre] c’è una relazione tra omosessualità e pedofilia”.

Alla luce di questi scandali tornano peraltro alla mente le parole del cardinale Angelo Bagnasco, che durante le ultime elezioni regionali ha pubblicamente offerto indicazioni di voto agli elettori italiani, elencando alcuni “valori non negoziabili” come la “dignità della persona umana”. E adesso verrebbe da chiedersi come abbia fatto la Chiesa cattolica a considerare “negoziabili” i comportamenti di quei sacerdoti che hanno completamente ignorato il concetto di “dignità umana”, calpestando l’innocenza dei molti bambini che hanno dovuto rinunciare alla propria infanzia troppo presto.

Nasce spontanea la necessità di riflettere sul coraggio di una gerarchia ecclesiastica che invece di pensare alla “trave dentro il proprio occhio” si concentra nel giudicare la pagliuzza nell’occhio altrui. Una totale incapacità di autocritica e un’ipocrisia dilagante che porterà la Chiesa Cattolica a soccombere sotto le macerie dei suoi stessi errori, perché, come ha affermato Sullivan, “un papa privo di autorevolezza morale non può fare il papa. Certo ha il potere ecclesiastico. Ma questo potere da solo sottolinea il vuoto di un clero che vuole solo perpetuare sé stesso”…

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Il Derby della Madonnina – Serie A giornata 21

Nel film “Eccezziunale veramente” Diego Abatantuono nei panni di Donato, capo della curva, convocava tutti i suoi seguaci alle otto della domenica mattina perchè l’argomento del giorno era di capitale importanza: “Il debbo”. Milan-Inter o Inter-Milan, poco importa. Stadio Giuseppe Meazza (che i rossoneri preferiscono comunque chiamare San Siro). Una stracittadina importantissima, fra le più illustri del mondo. In Italia è quella che vede in campo il maggior numero di trofei (il derby di Torino nonostante i tanti scudetti juventini è lontano). Due squadre che hanno alle spalle una storia ricchissima, fatta di gioie e dolori, vittorie e disfatte. Più di un secolo è passato da quando un gruppo di dirigenti del Milan per protestare contro la Lega che non voleva consentire l’utilizzo di giocatori stranieri in campionato si staccarono e decisero di formare un club per conto loro (ripensandoci oggi suona davvero strano…i nerazzurri che si lamentano perchè vogliono gli stranieri…). Nacque così l’Internazionale (“Perchè siamo fratelli del mondo”, a detta dei fondatori), diventata poi Ambrosiana sotto la dittatura fascista. Il primo derby lo vince il Milan 6-0, e da quel giorno tanti sono stati i protagonisti della sfida. Se ne possono elencare a bizzeffe. Quante le partite storiche. La Milano proletaria dei tifosi del Milan (chiamati “casciavìt” dai cugini, proprio perchè in dialetto vuol dire “caciaviti” per sottolineare l’origine operaia) contro la Milano borghese dell’Inter (i “bauscia“, bavosi nel senso di gradassi). Sarebbe impossibile elencare tutti i derby, ma alcuni li voglio ricordare.

1949: Milan sul 2-0 con doppietta di Cadiani, accorcia Nyers. Nordhal e Franzosi segnano le reti del 4-1 ma poi l’incredibile visto che il “Fornaretto di Frascati” Amedeo Amedei sigla una doppietta, con Nyers e “Veleno” Lorenzi a completare il sorpasso! Annovazzi pareggia, Amedei segna ancora e Candiani colpisce la traversa…vince l’Inter 6-5!!!

2001: Inter-Milan 0-6! Il più grande scarto nella storia di un derby ufficiale. Due Sheva, due Comandini, uno Giunti ed uno Serginho…Inter umiliata. 2004: nerazzurri sul doppio vantaggio all’intervallo con le reti di Stankovic e Zanetti ma nella ripresa Tomasson, Kakà e Seedorf ribaltano il punteggio ed il “Diavolo” si impone 3-2.

2006: altro match ricchissimo di reti, prevalgono i ragazzi di Moratti per 4-3! In gol Crespo, Stankovic, Ibra, Seedord, Materazzi, Gilardino e Kakà. Spettacolo a San Siro! 2009 e 2010: doppia vittoria dell’Inter, 4-0 all’andata, 2-0 al ritorno con la truppa di Mourinho che vola verso lo scudetto numero 18.

In conclusione, come non ricordare i derby “europei”. Prima la semifinale di Champions League del 2003, col Milan che prevale per le reti fuori casa e vince poi il trofeo a Manchester con la Juve ai rigori, poi due anni dopo nei quarti con 2-0 firmato Sheva-Stam e 3-0 a tavolino al ritorno per lancio in campo di petardi da parte della curva interista.

Passano gli anni ma il Derby della Madonnina rimane sempre affascinante ed è vero…certe sere Milano ha dei colori straordinari.

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Piccoli gesti per la salvaguardia della Terra

Si è conclusa la prima settimana del summit di Copenaghen, che sino al 18 dicembre radunerà  i leader di tutto il mondo per discutere dei cambiamenti climatici in corso e delle possibili strategie da adottare per porvi rimedio.  Al momento sembra che l’unico accordo raggiunto consista nello stanziare dei fondi per i paesi più poveri, al fine di agevolarli in una crescita economica eco-sostenibile e tecnologicamente avanzata… Una proposta ammirevole, ovviamente, sebbene cifre e statistiche evidenzino quotidianamente le responsabilità degli Stati più ricchi, quelli che già da tempo avrebbero dovuto preoccuparsi di limitare le proprie emissioni.

Basti ricordare, come spiega brillantemente l’economista Loretta Napoleoni in una articolo dell’”Internazionale” n° 824, che “gli Stati Uniti non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, [mentre] la Cina vi ha aderito e ha raggiunto l’obiettivo che si era fissata”. La tanto criticata Pechino, peraltro, si è presentata al vertice danese con un rivoluzionario piano di conversione energetica che, entro il 2030, si pone l’obiettivo di ricavare da fonti pulite il 50% dell’energia elettrica consumata in Cina.

alberoTuttavia, nessun accordo è ancora stato firmato, e un’ombra di turbamento si abbatte sulle coscienze dei tanti che temono due settimane di belle parole concluse senza progetti concreti.

E allora che fare? Piangiamo? Scrolliamo le spalle con un cipiglio di menefreghismo? Urliamo il solito “e chi se frega” alla faccia di chi vive il presente e il futuro di questo pianeta?

Oppure sfruttiamo il nostro grande potere di cittadini, lungimiranti e consapevoli?

La potestà individuale di scegliere come vivere la propria vita, quotidianamente, che può trasformarsi nella supremazia globale di un popolo che non ha bisogno di una carica istituzionale per cambiare le cose…

lampadinaPiccoli gesti. In questa stagione tenere il termostato a massimo  20° C: per ogni grado in meno si limita il consumo di energia tra il 7 e l’11%. Chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti significa risparmiare 6 litri d’acqua potabile al minuto. Lo stesso vale per coloro che lavano i piatti col getto continuo mentre sarebbe più efficiente  utilizzare una bacinella, sfruttando l’acqua corrente solo per il risciacquo. Per l’insaponamento delle stoviglie si può inoltre usare l’acqua impiegata per bollire la pasta: è già calda e contiene amido, un ottimo sgrassante naturale.
Prediligere bicicletta e mezzi pubblici. In città un autobus libera la strada da 40 automobili, mentre il treno è il mezzo più efficiente per i viaggi più lunghi. Per ridurre l’inquinamento da trasporto si può acquistare frutta e verdura locale, possibilmente di stagione. E’ buona abitudine conservare gli oli esausti da cucina e consegnarli agli appositi centri di raccolta: 1 litro d’olio può inquinare e soffocare una superficie d’acqua delle dimensioni di un campo di calcio.
Limitando il consumo della carne, soprattutto rossa, si migliora la propria salute e l’ambiente che ci circonda. “Un kg di carne bovina corrisponde all’emissione di una quantità di gas serra pari all’effetto di 16 kg di anidride carbonica”, spiega un recente studio della Nathan Pelletier della Dalhousie University, in Canada, e per produrre 1kg di carne occorrono 15mila litri d’acqua contro i 1.500 utili per 1 kg di cereali.
Basta badarci. Staccare il caricatore dalla presa di corrente quando il telefonino è carico, spegnere gli stand by, inserire filtri rompigetto nei rubinetti e usare lampadine a basso consumo… Etc, etc…

Piccoli gesti quotidiani alla portata di tutti, giusto per contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo e dare l’esempio a chi ancora non lo fa.

Giusto per dire che i veri “grandi della terra” siamo NOI!

[stextbox id=”custom” caption=”Web-comics”]Ormai è quasi una tradizione… l’articolo di Erika anche oggi è accompagnato da una vignetta di Segolas! Per rivedere tutte le vignette apparse su Camminando Scalzi, visitate la galleria dei fumetti![/stextbox]

12-12-2009