Servizio Pubblico: buona la prima!

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di “Servizio Pubblico” di Michele Santoro. Dai primi dati che stanno emergendo in queste ore, il progetto partito “dal basso” è stato un successo senza ombra di dubbio. 12% di share sulle reti  (tv locali e Sky) che l’hanno trasmesso – sebbene il dato non sia definitivo – centinaia di migliaia di contatti sul web nelle varie piattaforme che ospitavano lo streaming video, il terzo canale più seguito della “tv italiana”. Doveva essere un successo d’ascolto, e tale è stato.

Santoro e i suoi hanno portato la televisione fuori dalla televisione, dai suoi meccanismi, dai suoi paradigmi. È l’aspetto più interessante di tutta quest’operazione, quel finanziamento popolare che ha permesso a una trasmissione “cacciata” dalle TV ordinarie di andare comunque in onda, senza limitazioni, senza controlli dall’alto. Le persone devono poter scegliere liberamente cosa guardare. Gli spettatori, i cittadini, hanno fatto uno step in più che fa sembrare la televisione classica un vecchio dinosauro ormai destinato all’estinzione. Da una parte le vecchie regole decisionali, uno strapotere mediatico che decide cosa devono ascoltare e guardare i cittadini, dall’altra parte ciò che i cittadini (perlomeno una parte) hanno voglia di sentire. Servizio Pubblico ci ha ridato la possibilità di scelta, la possibilità di decidere cosa guardare, e non di subire le decisioni di qualcun’altro. Il Paese, anche dal punto di vista dei media, si comincia a muovere a due velocità diverse; non si può infatti non notare come questo nuovo modo di fare la tv si sia spinto oltre, facendo mostrare il fianco ad una visione antica del mezzo televisivo: non c’è più l’imposizione del palinsesto, il palinsesto lo decide lo spettatore.

Una reazione naturale all’impossibilità di guardare quello che si vuole, senza dover tenere conto di logiche di partito, di influenze del governante di turno e così via. In fondo, a prescindere da come la si pensi, non bisogna guardare Servizio Pubblico come un programma “sovversivo” (per quanto lo possa sembrare nelle intenzioni.) Non è importante di cosa si parla, si può benissimo essere in disaccordo totale con la visione santoriana del mondo politico italiano; ciò che la gente, il suo pubblico, chiedeva, era semplicemente la possibilità di ascoltare anche un’altra campana (schierata), di decidere personalmente e liberamente cosa guardare e non guardare nella TV italiana. Ma se una campana viene messa a tacere, questa possibilità decade, e muore il tanto decantato pluralismo.

Ciò che ci è piaciuto di più della trasmissione di Santoro non sono stati tanto i contenuti o lo stile, che comunque si è mantenuto molto simile a quello di Annozero e delle scorse tramissioni… anzi, a dirla tutta, da un certo punto di vista ci si aspettava qualcosa in più (considerazione forse figlia dell’enorme aspettativa sviluppatasi attorno a questo “evento” mediatico). La cosa più interessante è stata quella di guardare una trasmissione senza preoccuparsi troppo delle varie folli leggi televisive non scritte; si è avvertita a pelle quest’aria di libertà editoriale, di mancanza del terrore della telefonata di rimprovero di turno, delle inutili regole volte a scandire le tempistiche di intervento degli ospiti in studio, del dictat dell’orario di chiusura. I giornalisti e il pubblico avevano un volto rilassato, tranquillo. E, soprattutto, tanta informazione in questa prima puntata dedicata agli sprechi immensi della casta.

Staff confermato, con Travaglio, Vauro, Ruotolo (anche se ci sono mancati un po’ i suoi collegamenti in esterna), Giulia Innocenzi, e ospiti in studio De Magistris e Della Valle; gli altri giornalisti presenti sono stati Paolo Mieli, Luisella Costamagna e Franco Bechis, oltre a un interessantissimo intervento del duo Stella e Rizzo, famosi per i loro libri-inchiesta. Ma tanta parola è stata data anche ai “sovversivi”, agli spettatori, ai racconti della gente comune. Molto importante (a livello di cifre) anche la partecipazione online in diretta, con centinaia di migliaia di contatti sui vari social network, segnale distintivo di questa trasmissione che viaggia oltre i confini del piccolo schermo attraverso il web e le nuove tecnologie.

Ieri sera in Italia è cominciata una nuova epoca di informazione libera, e questo possiamo dirlo senza remore o eccessivi entusiasmi. Non ci vorrà molto tempo prima che i cittadini e gli spettatori si abituino a queste nuove forme di comunicazione. Il mondo continua a viaggiare velocemente, e prima o poi anche i tradizionalismi tutti italiani, rimasti bloccati a decine di anni fa, andranno a sciogliersi come castelli di sabbia colpiti dal mare di questo mondo moderno.

Ci hanno tolto la possibilità di scelta, e noi ce la siamo ripresa. Un piccolo mattone è stato posto. Non a caso il progetto si chiama “Servizio Pubblico”. Pubblico. Speriamo si continui così.

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L'informazione on line: intervista ad Alessandro Gilioli

In un periodo in cui la mannaia della censura rischia di calare sulla libertà di informazione e su quella di opinione di tutti i cittadini, grazie alla vergognosa legge bavaglio promossa dalla maggioranza, una riflessione sul ruolo di internet, dei blog e dell’informazione on-line è quanto mai attuale. A questo proposito, abbiamo deciso di intervistare Alessandro Gilioli, giornalista de l’Espresso e autore del blog Piovono Rane per la stessa testata.

1) Quanto è calzante, a livello di contenuti, il paragone fra un blog, come Piovono Rane, curato per una testata e una rubrica fissa sulla versione stampata della stessa testata?

Sono due cose molto diverse. Diverse nei linguaggi (quello del blog è più diretto, informale e soggettivo), nei contenuti (il blog ti permette di variare molto gli argomenti e le corde) nonché nelle misure (la rubrica ha spesso un ingombro fisso, nel blog puoi fare un post di una riga o di diecimila caratteri). E ovviamente cambia tutta la relazione con il lettore, che si fa più colloquiale e interattiva.

2) Quali sono le analogie e le differenze fra essere giornalista “classico” e blogger? Il web cambia solo la diffusione delle informazioni o modifica anche il contenuto e la natura dell’attività giornalistica?

La seconda che hai detto, almeno per quanto riguarda i blog (che sono personali) ma spesso più in generale nell’informazione digitale. La possibilità di usare un linguaggio diverso e più soggettivo cambia il modo in cui ti rapporti ai lettori. Senza dire cose già note: gli hyperlink modificano il contenuto, così come la relazione con chi ti legge è modificata dalla possibilità di interagire, di commentare, di rispondere, di correggerti etc etc. Sarebbe molto sbagliato pensare che la comunicazione sul web sia come quella sulla carta, ma fatta di bit anziché di inchiostro.

3) Internet offre a chiunque la possibilità di rendere pubblica la propria opinione su qualunque argomento. Cosa pensa del giornalismo “dal basso” e del cosiddetto “cloud journalism”? In questo senso, internet cambia il modo di fare giornalismo o lo soppianta?

Credo che la comunicazione (parlerei di comunicazione più che di giornalismo, parola quest’ultima legata all’informazione verticale) sia sempre di più una galassia in cui c’è dentro di tutto e in cui ciascuno si serve di quello che vuole, senza neppure stare a chiedersi se è cloud o mainstream. Semmai all’interno di questa galassia, la differenza che resterà è quella tra comunicazione professionale (fatta cioè da chi ha il tempo e i soldi per fare comunicazione professionalmente traendone un guadagno) e chi invece fa comunicazione non professionale (non necessariamente peggiore, ma senza il tempo e gli investimenti dei primi).

4) Lo scambio di informazioni e di opinioni sulla rete può sostituire il giornalismo professionistico o non può che esserne il complemento?

Lo scambio di informazioni e di opinioni in rete è e sarà sempre di più una componente importante della galassia complessiva della comunicazione. Quindi chi fa comunicazione professionale sarebbe un pazzo se non la frequentasse e se non ne facesse parte. Né sostituzione né complemento dunque: parte molto importante di una più ampia e intrecciata galassia comunicativa.

5) Sempre più spesso, i media “mainstream” inseguono tendenze e dibattiti aperti sul web. Di fronte alla possibilità di un “passaparola” globale e istantaneo, la figura del giornalista di professione è ancora sinonimo di autorevolezza?

L’autorevolezza nel Web te la conquisti giorno per giorno, e non in breve tempo, che tu sia giornalista o no. Poi certo: un comunicatore professionale ha più tempo materiale per dedicarsi meglio e di più (se non è un cialtrone) a conquistare un rapporto di fiducia e di credibilità con chi lo segue.

6) Ai primi di giugno, a Barga (Lu), durante la consegna del “Premio Benedetti”, il direttore de L’Espresso Bruno Manfellotto ha criticato il giornalismo on line, che a suo parere trabocca di dilettantismo. “Questi ragazzi” ha proseguito “non me ne vogliano, hanno poca memoria di questo Paese”. Lei cosa ne pensa?

Io credo che parlare di »giornalismo on line» sia un po’ vago: parliamo di testate tradizionali che vanno anche on line (tipo Repubblica o Corriere, ma anche il sito dell’Espresso che ha due milioni di visitatori al mese), parliamo di testate solo on line (tipo il Post o Linkiesta), parliamo di blog, parliamo di social network? È, come dicevo, tutto parte di una galassia molto ampia e variegata rispetto alla quale un giudizio unico mi pare un po’ riduttivo. In ogni caso, grazie a Dio L’Espresso non è una caserma e ognuno può pensarla in merito come crede.

7) Vista l’enorme difficoltà ad entrare nel mondo del giornalismo per i giovani “colpiti” da questa passione e la totale mancanza di apertura verso le nuove leve, trova che un progetto partito dal basso (ad esempio il nostro) sia una strada giusta da percorrere?

Certo. Avendo però ben presenti le difficoltà economiche che si devono sostenere per affermarsi in un mercato della comunicazione digitale in cui anche i brand più affermati faticano. E frequentando il più possibile ogni forma di comunicazione, mainstream o cloud che sia, digitale o su carta o su altro supporto che sia.

8)Cosa pensa dell’Ordine dei giornalisti? Trova sia un organo finalizzato a tutelare la qualità dell’informazione e la libertà d’opinione dei giornalisti, oppure uno strumento per limitare il numero di soggetti che fanno questo mestiere?

L’Ordine dei giornalisti è una sovrastruttura che serve soltanto a garantire una poltroncina e un po’ di potere a chi lo governa.

 

 

Domande a cura di: Salvo Mangiafico, Erika Farris, Marco “Griso” Iorio.

Libertà di disinformazione

“Le minacce alla libertà dei media rimangono una preoccupazione in democrazie consolidate. Varie pressioni limitano la libertà di stampa in paesi democratici diversi come India, Israele, Italia e Sud Africa. […] L’Italia è rimasta un’eccezione nella sua regione (Europa occidentale, ndA) con il suo status ‘parzialmente libero’, e ha registrato una piccola diminuzione del punteggio durante il 2010 a causa degli accresciuti tentativi del governo di interferire con la politica editoriale presso le emittenti di Stato, in particolare sulla copertura degli scandali che accerchiano il Primo Ministro Silvio Berlusconi”.

Queste parole sono tratte dal rapporto “Freedom of the Press 2011” di Freedom House. Per chi non lo sapesse, Freedom House è un istituto di ricerca statunitense che si occupa di promuovere la democrazia e la libertà nel mondo. Ogni anno stila un rapporto sulla situazione della libertà della stampa e dei servizi di informazione a livello globale. Nel 2010 l’Italia era al 72esimo posto (su 196 paesi) della classifica. Male, eh? Quest’anno siamo ulteriormente peggiorati. Ora siamo 75esimi, confermando lo status di paese parzialmente libero come, fra gli altri, Benin, Bulgaria, Bielorussia (Lukashenko, chi è questo?), Namibia, Botswana, Haiti o Timor Est. Paese parzialmente libero. Alla faccia di chi continua a blaterare che “Santoro e il TG3 sono la prova che in Italia non ci sono limiti alla libertà di informazione”.
Nel mese di aprile Freedom House aveva pubblicato il rapporto “Freedom on the Net 2011“, che come dice il titolo espone i risultati di un analogo studio sulla libertà di espressione su Internet. In questo rapporto l’Italia si piazza decisamente meglio, al sesto posto, guadagnandosi lo status di paese libero. Non c’è molto da sorridere, però. Fra le pagine dedicate al nostro paese, ecco cosa si legge:

“La spinta per restringere la libertà su internet proviene in parte dalla struttura della proprietà dei mezzi di comunicazione in Italia. Il Primo Ministro Silvio Berlusconi possiede, direttamente e indirettamente, un grande raggruppamento privato di media, e la sua posizione politica gli conferisce una significativa influenza sulla nomina di funzionari della televisione di Stato. Un tale dominio finanziario ed editoriale dei media radio-televisivi può offrire alla classe dirigente del paese un incentivo a restringere la libera circolazione dell’informazione online, per ragioni politiche o per influenzare la competizione per gli spettatori derivante dai contenuti video online. Ciò nonostante, alla fine del 2010, la varietà di vedute e il livello di critica al governo nelle discussioni online erano in gran parte non controllate e apparivano più grandi che nei mezzi di comunicazione radio-televisivi e di stampa”.

Non a caso, puntualmente, le analisi di Freedom House trovano molto più spazio e vengono sottoposte ad analisi e commenti molto più su blog, forum e organi di informazione su internet che in TV. Tuttavia, internet è uno strumento che richiede una partecipazione attiva dell’utente alla ricerca dell’informazione, mentre i mezzi cosiddetti “tradizionali” permettono un approccio passivo, purtroppo molto più gradito al pigro italiano medio, soddisfatto dell‘infotainment di basso livello che ogni giorno gli viene riversato addosso. Il rapporto non fa che sottolineare un dato di fatto noto da tempo e per questo costantemente sminuito: il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi è gigantesco e influenza, in negativo, la vita democratica del nostro paese. Un paese disinformato non possiede l’arma più importante in difesa della democrazia, ossia la possibilità di verificare l’operato della classe dirigente, fondamento della sovranità popolare.

James Madison, quarto Presidente degli Stati Uniti d’America, scriveva:

Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe. La conoscenza governerà sempre sull’ignoranza, e un popolo che intende essere il proprio governante deve armarsi con il potere che la conoscenza fornisce”.

Duecento anni dopo, in un’epoca in cui le notizie sono veramente a portata di tutti, affrontiamo ancora gli stessi problemi. È interessante il fatto che Freedom House significhi “Casa della libertà”. Evidentemente il concetto di libertà non è uguale per tutti.

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Le migliori applicazioni online: valide alternative ai più comuni software desktop

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Tancredi Matranga è un blogger e web designer milanese, appassionato di Internet e di nuove tecnologie a 360°. Già da un po’ di anni cura TheNorbaBlog, il suo blog personale nella quale condivide quotidianamente notizie sulle migliori applicazioni online, software gratuito, grafica digitale e web design. Oltre a ciò, gestisce numerosi progetti web personali e lavora come consulente web freelance collaborando con diverse società milanesi. Benvenuto su Camminando Scalzi.[/stextbox]

Le applicazioni online, con l’evolversi del web, sono diventate sempre più diffuse e utilizzate da un grande numero di internauti.

Stiamo parlando di strumenti web-based, disponibili in rete gratuitamente, che permettono di svolgere diverse tipologie di operazioni.

Esistono applicazioni online dedicate all’editing di immagini, alla scrittura di documenti, al backup di files, all’ascolto di musica in streaming e molto altro ancora.

Alcuni di questi tool sono così efficaci e ben realizzati da poter essere considerati ottime alternative ai più comuni software desktop in commercio.

Utilizzare applicazioni online è senza dubbio vantaggioso, questi strumenti “on the cloud” non appesantiscono il sistema operativo perché funzionano senza essere installati sul computer, ma hanno unicamente bisogno di una connessione a Internet e di un browser web.

Le applicazioni web possono essere utilizzate da qualsiasi computer, con la possibilità di lavorare su un singolo documento anche da più terminali in contemporanea.

Ecco una lista delle migliori applicazioni disponibili gratuitamente online, valide alternative ai principali software desktop sul mercato.

1. Splashup

Splashup è un ottimo servizio online che consente di effettuare foto editing sul web in modo semplice e efficace, l’applicazione infatti mette a disposizione numerosi strumenti di fotoritocco.

Spashup può senza dubbio essere considerato un’alternativa al software Photoshop Elements, utile a modificare immagini al volo in caso di necessità.

2. Grooveshark

Grooveshark è un servizio online di music streaming che permette di ascoltare gratuitamente una miriade di canzoni dei generi più vari.

Si tratta di un’applicazione web davvero ben realizzata, una vera e propria web radio che consente ai suoi utenti di cercare, ascoltare, condividere e caricare musica online in maniera estremamente semplice e senza la necessità di registrazione.

3. Google Docs

Google Docs è il servizio online per eccellenza dedicato alla creazione di documenti di testo, presentazioni e fogli di calcolo.

L’applicazione web sviluppata dal colosso di Mountain View può essere considerata come una valida alternativa a programmi desktop come Microsoft Office e Open Office.

4. DropBox

DropBox è un ottimo tool per effettuare backup di dati sul web, si tratta di una comoda applicazione di online storage che mette a disposizione 2GB di spazio per archiviare i propri documenti online.

L’applicazione consente inoltre di usufruire di un software che, una volta installato, permette di salvare i propri file in rete in modo semplice e rapido all’interno di una cartella sincronizzata con il server del servizio.

5. QubeOS

QubeOS è un progetto tutto italiano lanciato di recente, si tratta di un innovativo sistema operativo cloud che può essere avviato e utilizzato direttamente sul browser.

Il servizio mette a disposizione diverse tipologie di programmi da utilizzare online: un word processor, un programma per creare presentazioni, un foglio di calcolo, un browser web, un player audio/video e altro ancora.

QubeOs è un cloud OS completamente gratuito e per essere utilizzato necessita registrazione.

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Tancredi Matranga

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Una generazione fa: 1991 – 2011

Gli anni 2000 sono finiti, e l’inizio di un nuovo decennio mi è sembrato una giusta occasione per fare un salto indietro di vent’anni, in quel 1991 che non sembra essere poi così lontano; un anno in cui si sono succeduti avvenimenti che hanno cambiato per sempre la storia del mondo. Non ci credete? Beh, accendiamo la macchina del tempo e facciamo un salto nel passato, per quelli che c’erano e “sembra ieri”, e per quelli che nel 1991 nemmeno erano nati, e oggi guidano la macchina.

Nel mondo
L’anno inizia con la sanguinosa Guerra in Iraq, che si rivelerà successivamente come la prima di una serie. Bush padre ottiene, l’11 Gennaio 1991, l’ok dal Congresso per dare il via alle operazioni che prenderanno il nome di “Guerra nel Golfo”. Il conflitto comincerà ufficialmente il 17 Gennaio, quando gli alleati cominceranno i bombardamenti e l’Iraq reagirà lanciando missili su Israele. La liberazione del Kuwait, con le immagini – rimaste impresse nella memoria di noi tutti – dei pozzi petroliferi dati alle fiamme, segna l’inizio della guerra via terra. Il conflitto si chiuderà nell’aprile dello stesso anno. Saddam Hussein verrà destituito anni e anni dopo da Bush figlio, nella seconda guerra in Iraq.
L’Unione Sovietica si sfalda, con molti stati che dichiarano l’indipendenza in rapida successione; un diritto che viene riconosciuto a tutte le Repubbliche dell’Unione nell’agosto di quello stesso anno. Nascono Georgia, Lituania, Azerbaijan, Kirgizistan, Uzbekistan, Armenia, e nel mese di Dicembre l’URSS, per anni superpotenza mondiale, si scioglie ufficialmente, dopo le dimissioni di Michail Gorbachev. Anche la Croazia e la Slovenia dichiarano la propria indipendenza in Jugoslavia, andando a formare altri due nuovi Stati che ritroviamo nell’attuale fotografia geografica dell’Europa.
E proprio l’Europa a fine anno conoscerà un momento fondamentale, storico, che cambierà l’economia e la politica del mondo per sempre: l’11 dicembre nasce a Maastricht l’Unione Europea.

In Italia
Il Partito Comunista Italiano viene sciolto, e si trasforma, a opera di Achille Occhetto, nel PDS (Partito Democratico della Sinistra). Una parte del vecchio partito convergerà, sotto la leadership di Armando Cossutta, nel partito di Rifondazione Comunista. Nasce inoltre un altro gigante delle telecomunicazioni, che cambierà le sorti del nostro Paese: a gennaio Fininvest (oggi Mediaset) apre i battenti con Studio Aperto, diretto da Emilio Fede. Manca ancora qualche anno perché Berlusconi “scenda in campo” (espressione curiosa che oggi suona come un normale sinonimo di “darsi alla politica”, ndR), ma non se ne sta certo con le mani in mano. Risale proprio al 1991 il famoso lodo Mondadori, con l’accordo post-disputa tra De Benedetti e Berlusconi sulla gestione dell’editoria Mondadori. I giudici che si occuparono della vicenda saranno poi processati negli anni successivi. Il dominio dell’Imperatore Maximo cominciava a crescere esponenzialmente.
Il presidente della Repubblica era Francesco Cossiga, che a fine anno verrà accusato dal PDS di aver attentato alla Costituzione a proposito della vicenda del Gladio, che vi invito ad approfondire più ampiamente qui. Una delle tante storie “sottobanco” accadute nella Repubblica Italiana…
Nel 1991 nasce anche la Lega Nord, oggi uno dei maggiori partiti presenti nel Governo che ha influito negli anni successivi più volte sulla storia della nostra Repubblica.

Tecnologia.
Il 1991 è un anno da ricordare. Se oggi siamo qua a leggerci, a scriverci, a comunicare attraverso la rete, lo dobbiamo proprio al 1991. Nasce infatti il 6 agosto il World Wide Web, con Tim Bernes-Lee che mette online il primo sito. In realtà lo sviluppo di una rete di comunicazione attraverso la linea telefonica è leggermente precedente, ma il primo sito pubblico arrivò online proprio in quel giorno. Il mondo sarebbe stato stravolto totalmente da quell’avvenimento, e in vent’anni Internet sarebbe diventato presente in ogni campo della nostra vita. Riuscite a immaginare una giornata senza Internet? Ecco, fino al 1991 era proprio così…
E i cellulari? Il GSM nasce proprio in quegli anni, in Francia, con l’obiettivo di creare una rete cellulare standardizzata che permettesse a tutti di comunicare telefonicamente in mobilità. Comincia qui la lunga scalata che ci ha portati dalle telefonate “aspetta-che-qui-non-c’è-campo”, alla nascita degli smartphone che ci permettono di fare praticamente tutto, sempre connessi, sempre raggiungibili.

Musica e Cinema.
Diciamolo subito, il 1991 è stato un anno musicale che rimarrà per sempre nella Storia, quella con la S maiuscola. Qualche nome? I Nirvana pubblicano Nevermind, che porta il rock alternativo su MTV e sdogana ufficialmente il Grunge. I Soundgarden pubblicano Badmotorfinger, i Red Hot Chili Peppers escono con Blood Sugar Sex Magik, gli U2 con il loro masterpiece Achtung Baby. Innuendo dei Queen (proprio nel 1991 scomparirà il grande leader e frontman Freddie Mercury, malato di Aids da tempo) è l’ultimo album di studio della band inglese… Solo a guardare questi nomi e questi album viene un’immensa nostalgia confrontata alla situazione attuale della musica, che latita ormai da anni sguazzando nel già visto-già sentito.
A Cannes trionfano i fratelli Coen con il loro “Barton Fink – È successo ad Hollywood“, con protagonista un immenso Turturro che porterà via anche il premio di miglior attore protagonista. A Hollywood a trionfare è Balla coi Lupi, mentre il premio per il miglior attore va a Jeremy Irons. Da segnalare i due attori non protagonisti che vincono le statuette: una bravissima Kathy Bates nella trasposizione cinematografica di Misery di King, e il grande Joe Pesci che vince per il film Goodfellas (“Quei bravi ragazzi”, di Martin Scorsese).

Tanti, tantissimi avvenimenti importanti accaduti soltanto vent’anni fa. Con un po’ di necessaria retorica viene da pensare “sembra ieri”, eppure sono passate due decadi, che hanno visto nascere e crescere un’intera nuova generazione, che deve tantissimo a quell’anno particolare della storia del mondo sotto tutti gli aspetti, dalla politica alla tecnologia, alla musica, alla vita di tutti i giorni. Pensateci quando ascoltate “Come as you are” dei Nirvana nel vostro iPhone, dopo una videochiamata, condividendo qualche notizia su Internet, mentre magari fate acquisti online in euro

Vi lascio questa vignetta un po’ nostalgica, che ben si sposa con l’articolo(click per zoomarla):

Il fenomeno del flash mob

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi ospita oggi una nuova autrice!

Angela, 62 anni napoletana, docente di italiano e latino, attualmente in pensione. I suoi interessi sono molteplici: lettura, scrittura, cinema, teatro e la continua partecipazione ad eventi culturali. Fa parte inoltre di un gruppo di lettura per la fondazione “Premio Napoli“.
Benvenuta su Camminando Scalzi!
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Quando pensiamo alle mobilitazioni di massa ci vengono in mente sempre le grandi mobilitazioni del passato che riunivano tanti individui sotto la bandiera di un sindacato, di un’associazione ambientalista o di movimenti in difesa dei diritti umani violati. Oggi, la mobilitazione parte dalla rete. Questo perché è cambiato il modo di comunicare, gli emittenti sono tanti quanto i destinatari, e il canale è l’etere.

E nell’etere si muovono tutti per una comunicazione globale, in un mondo fuori dal quale non si può avere altra esperienza che non sia il prendervi parte o lo starsene in disparte.

Il coro di voci che riempie l’etere elimina quelle poche differenze esistenti tra razze e uomini che, alla stregua degli antichi capo-tribù indiani, i quali comunicavano tra loro con anelli di fumo, creano il loro anello di contatti, semplicemente cliccando un tasto del computer oppure inviando degli sms.

È nato dunque un nuovo modo di comunicare attraverso un linguaggio, destrutturato e non convenzionale – se pensiamo al linguaggio del passato ventennio – basato sulla comunicazione di rete. Figlio di questo nuovo modo di comunicare, sbarca in Italia direttamente dall’America il flash mob, fenomeno di forte impatto sociale, definito “scherzo di massa”, che si diffonde presto nel globo creando anche un misto di preoccupazione e timore. Già, perché la comunicazione non è più nelle mani dei gruppi di potere, e le mobilitazioni possono essere anche più rapide. Il fenomeno deve essere analizzato.

FLASH MOB PALERMO

In Italia si comincia a capire un po’ di più la nuova creatura dopo la pubblicazione su “La Repubblica”, nel 2003, di un articolo che intitola: “Sbarca il flash mob in Italia, fenomeno che ha come unica intenzione la rottura degli schemi della quotidianità”.

Il fine è dunque quello dell’interazione allegra, dello scherzo.

Niente sigle politiche, appartenenza a confessioni religiose o di carattere sociale.

Così si presentava sul nascere il flash mob, movimento di massa, creato da individui che, sempre in rete, attraverso un passaparola su internet o degli sms, stabiliscono un luogo in cui incontrarsi, per attuare una performance di pochi minuti e poi  disperdersi velocemente.

Londra registra un flash mob con 4000 presenze (vedi video), ragazzi che alla stazione Victoria ballano per due ore, trasportati da una musica che gli altri non sentono. Hanno le cuffiette. A Napoli performance di massa per ricordare Michael Jackson. Palermo, invasione: gli alieni camminano tra le auto in città, poi scompaiono.

Il fenomeno è di grande impatto sociale su chi assiste, e mentre i detrattori affermano che questi individui, per lo più giovani, sono stupidi e che non hanno nulla da fare, i curiosi – linguisti, sociologi, artisti – scendono in campo per dare una definizione al fenomeno.

È nato un fatto nuovo e bisogna incasellarlo, rinchiuderlo in una definizione strutturata. Allora ecco che partendo dalla definizione di neoavanguardia, il fenomeno rientrerebbe in un evento artistico, per l’esattezza “un’opera d’arte momentanea che dopo 10 minuti scade”.

Altri, ancora, lo definiscono happening, nonsense, tecnologia e trasgressione.

FLASH MOB LONDRA

Ma forse, i ragazzi non avevano intenzione di dar vita a un fenomeno artistico, difatti in rete è possibile trovare una piccola guida su come organizzare un flash mob, un calendario con i prossimi flash previsti nelle varie città, le relative istruzioni da seguire per la corretta riuscita dell’evento; prima tra tutte: non creare danni. L’organizzazione è capillare, e non sfugge il ruolo essenziale dei social media a quanti sono pronti a studiare e utilizzare il movimento di rete. Questo fenomeno di costume, sul nascere scherzoso, metterà radici nella cultura popolare, da noi in Italia, con il film “Notte prima degli esami”, quando il regista, per realizzare il famoso bacio di massa a Castel Sant’Angelo, ricorrerà a un flash mob.

La rete ha poi fatto il resto, e il fenomeno, nato come momento surreale, ha trovato poi un suo campo di realizzazione anche per pacifiche proteste sociali. Sono nati flash sull’ambiente, contro l’omofobia, sulle emergenze umanitarie, sulle mine antiuomo… Non più una ragazzata di chi non ha nulla da fare, come sostenevano i detrattori, al contrario un modo incisivo di “parlare”, in maniera silenziosa, in una società che di rumore ne fa tanto. Sono proprio i più giovani  che ci fanno capire lo spirito di questa nuova partecipazione attiva, dove la parola si fa evanescente e non serve più, si frantuma.

L’appuntamento è sempre sul web, ma il movimento non è unico, perché sulla strada ci sono anche studiosi di marketing che si occupano di registrare le tendenze di mercato. Ecco che il fenomeno viene sfruttato per diffondere in rete messaggi commerciali, o per realizzare autentiche campagne pubblicitarie.

Quindi la regia dei flash mob è spesso curata da un blogger esperto di marketing.

Si tratta solitamente di un giovane uomo, che lavora in qualità di PR online delle reti comunicative. Per aiutarci a capire l’evoluzione del fenomeno, il curatore dei flash mob di Roma ci spiega che esistono tre tipi di Flash: il primo puro, nato nel 2003, quello per così dire spontaneo. Al secondo appartengono quei flash organizzati da esperti di marketing per la realizzazione di  un grande evento. Il terzo, di tipo commerciale per promuovere un prodotto, è organizzato dalle aziende, e quelli che realizzano la performance sono ballerini e attori. C’è quindi una spontaneità recitata: il flash è diventato una strategia di marketing.

Da movimento giovanile del web e dalla realizzazione in città, della durata di pochi minuti, il flash mob ha interessato, per l’efficacia del richiamo, anche gruppi politici e associazioni, che lo utilizzano con il solo scopo di propagandare un ideale, così come  le aziende per reperire nuove idee, e poiché le nuove tendenze le individuano i giovani, meglio girare a lungo su internet per scoprire dove va il mondo.

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Windows Phone 7

Windows Phone 7

È ufficiale, l’uscita del prossimo sistema operativo Microsoft per smartphone è stata fisata per l’11 ottobre e le vendite dei primi prodotti inizieranno pochi giorni dopo quindi non prima della fine del mese. Windows Phone 7 presenta molte nuove caratteristiche. Tenendo presente che la versione finale potrebbe introdurre qualche piccola novità dell’ultima ora, ve ne descrivo un po’.

La nuova interfaccia grafica chiamata Metro, è stata completamenta riprogettata, per cui scompaiono i classici menu dando spazio ai tiles, mattonelle animate che costituiscono la home e rappresentano le applicazioni principali. I tiles possono essere spostati e personalizzati dall’utente, ad esempio per portare sulla home le applicazioni o i widget preferiti oppure organizzarli in hub.

Gli hub sono come i tiles ma racchiudono le diverse applicazioni in base al genere:

People ad esempio include GMail, Facebook, Twitter e Windows Live;

Picture contiene tutte le immagini memorizzate sullo smartphone e quelle caricate sui social network;

Games si integra con Xbox Live per giocare online con i profili amici;

Music+Video permette di sfogliare file musicali e video, oltre alle possibilità di effettuare download e streaming via Wi-Fi e 3G;

Marketplace per accedere allo store online di Microsoft;

Office, infine, racchiude le note applicazioni da ufficio(Word, Excel, PowerPoint e OneNote).

Per quanto riguarda la gestione delle email, Windows Phone 7 permette di utilizzare anche software diversi da Live Mail, tra cui Yahoo! MailGMail. Non poteva ovviamente mancare Internet Explorer che funziona abbastanza bene, con discreta velocità e buona qualità di rendering delle pagine. Stranamente, al momento attuale, non ha il supporto per Flash.

Per quanto riguarda le prime impressioni l’interfaccia è gradevole, il sistema risponde molto bene al tocco delle dita ed è rapido nell’apertura delle applicazioni. La tastiera virtuale è paragonabile a quella dell’Iphone ma per questo aspetteremo le prime recensioni dei prodotti.

In un sistema Microsoft diciamo che non ci saremmo mai aspettati la mancanza di funzioni di copia-incolla e di multi-tasking… Applicazioni come Internet Explorer possono essere messe in background (in sospensione quindi), ma nel caso in cui il sistema necessiti di ulteriori risorse per l’esecuzione di un processo l’applicazione verrebbe chiusa senza preavviso; si spera quindi in un update del sistema.

Altra funzione mancante è il tethering, ovvero la tecnologia per utilizzare il cellulare come modem tramite connessione Bluetooth o WiFi. È presente comunque una roadmap di update basata proprio sui consigli degli utenti, quindi molto probabilmente tutte queste mancanze non ci saranno più.

Con il nuovo Windows Phone 7 arriva, ovviamente, il progetto anti Ipad da parte di Microsoft, che lancerà due nuovi tablet. Peccato però che l’uscita di entrambi sia prevista per il prossimo anno.

Il primo è prodotto da Asus, e si tratta di un Eee Pad, molto simile nelle forme al già citato iPad, con un processore Intel Culv e la durata della batteria che arriva a 10 ore. L’Eee Pad comprenderà anche una webcam integrata e almeno una porta USB.

Il secondo dispositivo invece, verrà prodotto da MSI: si tratterebbe di un tablet con un processore Intel Atom Z530 da 1.66GHz, 2 GB di RAM, una SSD da 32 GB che avvia Windows 7 Home Premium.

I requisiti per competere con Ipad e i tablet Android ci sono tutti, peccato però per le lunghe tempistiche annunciate che potrebbero spazientire gli utenti fedeli a Windows. Se entrambi i progetti venissero ultimati massimo entro novembre possiamo anche prepararci a un inverno molto caldo per quanto riguarda il mercato di questi ultimi “oggetti del desiderio”.

Ancora una volta ci chiediamo: chi la spunterà?

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Inquinamento e Web Marketing: è l'ora di accorgersene

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Paolo Ratto, specialista di contenuti online e autore di articoli relativi ad internet e web marketing. Qui il link al suo interessantissimo blog: http://paoloratto.blogspot.com[/stextbox]

Quando si parla di Internet si ha comunemente una concezione errata di quelle che sono le conseguenze per l’ambiente. Il Web e tutto il mondo dell’ ICT (information comunication technology) infatti viene spesso immaginato come un universo “ecologico”. Non illudiamoci che sia così.

Negli ultimi tempi si è scatenata una querelle mediatica tra Facebook e Greenpeace che ha portato alla ribalta proprio il tema dell’inquinamento causato dal Web. La celebre associazione, che da sempre difende l’ecologia planetaria, ha accusato il gigante blu di inquinare a dismisura a causa del suo nuovo data center in Oregon, alimentato a carbone. Greenpeace ha avviato una serie di iniziative tra cui una richiesta di adottare una politica ambientale più rispettosa, controfirmata da 500.000 utenti di Facebook, una lettera scritta dal direttore esecutivo Naidoo indirizzata direttamente a Facebook e un video che ha rapidamente fatto il giro della Rete.

Se la diffusione delle email e la progressiva sostituzione di archivi cartacei con archivi digitali hanno sicuramente contrbuito a diminuire l’utilizzo della carta, dobbiamo domandarci quali sono le conseguenze ambientali che il massiccio utilizzo della Rete comporti.

Siamo d’innanzi ad un nuovo tipo di inquinamento: una scia di dati (spesso inutili) che lasciamo alle nostre spalle, alimentata da non poca energia elettrica. Ogni volta che visitiamo un sito, mandiamo una e-mail o facciamo qualsiasi altra cosa in rete, mettiamo in moto dischi, testine, impulsi che viaggiano da una parte all’altra del globo e che vengono inviati, smistati e ricevuti.
Quindi nonostante i computer non utilizzino fonti di energia altamente inquinanti come per esempio la benzina, non possiamo parlare di tecnologie a leggero impatto ambientale.
Addirittura alcune ricerche dell’agenzia di protezione ambientale americana, confermate da uno studio di Gartner rivelano che il settore ICT contribuisce all’inquinamento mondiale a pari livello del settore aereo, ciò significa il 2% di tutto l’inquinamento mondiale prodotto. In particolar modo il settore informatico sarebbe responsabile del 2% di tutta l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera.

Il forte impatto ambientale è dovuto principlamente a 2 fattori:

  • il consumo energetico;
  • la difficoltà nello smaltire e riciclare la vecchia tecnologia.

Ma scendendo nel particolare, in che modo il Web Marketing può considerarsi parzialmente responsabile dell’inquinamento?

Il Web Marketing rappresenta tutta quella serie di attività che sfruttano il canale online per studiare il mercato e sviluppare rapporti commerciali tramite il Web. Il Web Marketing si basa sull’utilizzo di strumenti quali l’email, i motori di ricerca, i social network e soprattuto sulla connessione quotidiana al WWW, vero ed unico palcoscenico del business online.

Andiamo ad analizzare ognunga di queste attività in relazione all’inquinamento prodotto, coadiuvati da ricerche in materi.
L’email è stata spesso considerata, anche giustamente, come uno strumento ecologico. D’altronde grazie alla mail si è ridotto il numero di carta utilizzata dagli uffici nelle comunicazioni internet ed esterne. Una piccola ricerca di EMC2 (leader dello stoccaggio dati su Storage Area Network) ha però evidenziato dati preoccupanti: una email di poche righe con allegato un file di da 1 megabyte, inviata a 4 persone, riesce ad occupare uno spazio di 50 megabyte nella rete. Ciò è dovuto essenzialmente ad operazioni “meccaniche” quali le copie conservate da pc d’invio, di destinazione, e dal server e dai vari file di log prodotti dai server stessi durante il cammino dell’email. Ora rapportate questo piccolo numero ai 245 miliardi di email inviate quotidianamente al mondo e capirete l’enorme quantità di dati che per esistere devono essere alimentati da energia elettrica.

Secondo diversi studi recenti anche il comparto della “Search”, ossia l’utilizzo dei motori di ricerca (principalmente Google) per trovare informazioni, dati e quant’altro (essenziale per il Web Marketing) è fonte di inquinamento. Un ricercatore di fisica della Harvard University, Alex Wissner-Gross, ha spiegato che ogni query lanciata tramite Google da un qualsiasi computer fisso genera 7 grammi di CO2. Per offrire un esempio pratico, due ricerche lanciate sul motore di ricerca richiederebbero lo stesso consumo di energia che serve per riscaldare una tazza di the.

La search (ma non solo!) si basa sul Cloud Computing, ossia l’ insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto. Si pensi a tutti i dati presenti nei motori di ricerca e nei social network, a tutti i video che guardiamo, a tutta la musica e i film che scarichiamo: tutto ciò fa parte della “nuvola”. Questo tipo di tecnologia non è esente da problemi con l’inquinamento, anzi in questo momento è respnsabile dei maggiori danni ambientali.

Un rapporto di GreenPeace del 2010 avverte che la crescita del cloud computing sarà accompagnata da un forte aumento delle emissioni di gas ad effetto serra, altamente nocivi per l’ambiente. D’altronde tutti i grandi colossi del mercato in questione (Facebook, Google, Yahoo e Microsoft) tenuti sotto pressione dall’opinione pubblica stanno cercando (almeno apparentemente) dei compromessi tra la nascita di nuovi centri di stoccaggio e server (i famigerati data center), alimentati da centrali elettriche spesso anche a carbone, e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili coadiuvati da piani di educazione ambientale del personale e dell’utenza.

Insomma sembra proprio che non si possa più ignorare l’impatto ambientale dell’industria dell’ICT ed in particolare del Web. Per quanto riguarda le soluzioni, il dibattito è quanto mai avviato. Voi cosa ne pensate?

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La Pirateria e il valore della Conoscenza

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi  Giuseppe Pirò, ventottenne laureato in Ingegneria delle Telecomunicazione già autore di un interessante articolo riguardante la tecnologia. Giuseppe (qui il link al suo profilo twitter) è autore della pagina facebook Prospettive Telematiche nella quale condivide le news tecnologiche provenienti dal web. Buona lettura![/stextbox]

Non si parlerà qui ancora una volta della necessità di trovare il miracoloso compromesso tra Web e Copyright. Non spenderemo ulteriori parole per evidenziare il fatto che siamo di fronte alla singolarità del diritto d’autore, cioè il momento storico in cui si abbandonerà il vecchio modello di protezione dei contenuti per passare ad un nuovo concetto che abbia senso nel mondo di Internet. Questo cambiamento, che sta faticando ad arrivare ma che in moltissimi attendono, rappresenterà la trasformazione della regolamentazione e dello sfruttamento delle opere protette in una direzione per cui i produttori, i distributori e gli utilizzatori dei contenuti sul web nutriranno un mercato economico, senza però essere intrappolati nella vecchia concezione fondata sull’impedimento della duplicazione e della condivisione delle opere. Tale concezione infatti è un modello che necessariamente perde di significato quando l’opera è costituita da bit e risiede in rete, cioè nel luogo dell’immaterialità per eccellenza, dove l’informazione non è altro che una serie di numeri, ricopiati continuamente alla velocità della luce in supporti come hard disk e schede di memoria ram sparsi spesso in tutto il mondo, al punto che non è né facile né realmente significativo individuarne l’esatta posizione per vietarne la duplicazione.

Nondimeno, questo articolo non vuole promuovere la cultura dell’illegalità: né quando è intesa come l’atto di appropriarsi dei prodotti della genuina creatività degli autori senza pagare, né tantomeno quando è intesa come l’atto di superare i biechi monopoli dei contenuti attuati dai loro distributori. Cercheremo qui invece di valutare unicamente gli innegabili vantaggi culturali che l’attività di scaricare illegalmente dalla rete, nel bene o nel male, procura.

Da sempre, nella storia dei contenuti duplicabili, si è osservato il fenomeno per il quale il livellamento economico per il loro accesso dovuto alla pirateria ha permesso, sia a chi non disponeva della capacità finanziaria per l’acquisto, sia ai giovani che volevano estendere la sperimentazione di argomenti del tutto nuovi (per esempio alcuni nascenti generi musicali), di poter ottenere tali contenuti senza grossi investimenti; è similmente palese che la maggior parte delle persone non acquisterebbe indefinitamente prodotti di cui non abbia certezza di ricavarne soddisfazione. Ciò ha provocato un evidente arricchimento del patrimonio di conoscenze individuali, per non parlare del fatto che ha altresì sancito spesso l’effettivo apprezzamento del prodotto, il quale, spogliato del valore economico del supporto fisico, esigeva valore contenutistico per poter rimanere in vita e non essere ignorato.

Oggi però, con l’avvento di Internet, il fenomeno si è evoluto dando vita a uno scenario che non può più essere classificato con il vecchio nome. È sufficiente ripercorrere ad esempio la storia dei maggiori supporti musicali per rendersene conto: il vinile ha permesso per la prima volta l’ascolto domestico della musica, la musicassetta ne ha permesso la duplicazione privata, il cd ne ha permesso la copia indistinguibile dall’originale, l’mp3 ne ha permesso la distribuzione planetaria a tempo e costo zero. Oggi gli impatti sociali della pirateria sembrano aver toccato quindi aspetti più profondi della semplice duplicazione. Ora si parla di condivisione. L’informazione digitale ha prodotto il totale annullamento dei costi di distribuzione ed è quindi paragonabile ad uno scambio di battute tra amici: non costa ripeterle e tutti le vogliono sentire.

Ma ciò non significa esclusivamente svago, è anche conoscenza. Distogliamo un attimo lo sguardo dal contesto musicale e pensiamo a tutto ciò che attualmente è informazione. È qui che sorge davvero la questione: qual è per noi il valore di usufruire gratuitamente delle informazioni? La risposta è che, come uomini, viviamo di informazioni; non ci accontentiamo mai di quelle che abbiamo. Se non hanno costo infatti, siamo generalmente portati a volerne di più, perché sappiamo che più ne abbiamo e più siamo coscienti, istruiti e in grado di difenderci.

Il divario formativo tra generazioni, in termini di capacità di accedere all’informazione, è evidente. E forse mai nella storia dell’uomo lo è stato tanto quanto per quelle generazioni a cavallo della diffusione del personal computer.

Oggi, i giovani che hanno un accesso estremamente economico ai contenuti della rete hanno un vantaggio culturale innegabile sugli altri. Se economico infatti vuol dire accaparrarsi tanto, gratis vuol dire accaparrarsi tutto. Ebbene, la pirateria vuol dire accaparrarsi tutto.

Usiamo la parola “pirateria” nonostante storicamente sia stata utilizzata per la sua connotazione negativa. Non diamo qui giudizi di valore sulla sua legittimità. Consideriamo soltanto che chi scarica tutta l’informazione che vuole è favorito. Paradossalmente anche chi fa una rapina è favorito poi dall’avere una grossa somma di denaro, ma nel caso della pirateria stiamo parlando di conoscenza, che viene scaricata, utilizzata e ridistribuita. Ci si potrebbe scandalizzare del fatto che tali considerazioni implichino la violazione della legge. Lecito.

Certamente ci si potrebbe scandalizzare, se non fosse però che gran parte del tessuto sociale italiano (limitiamoci a parlare del nostro paese, ma credo che valga per tutti) ha competenze che derivano in parte dall’aver non pagato qualcosa. Facciamo degli esempi.

Le ultime generazioni di ingegneri, architetti, medici, designer, giornalisti, ecc. hanno contribuito certamente alla loro formazione specialistica universitaria con lo scambio illegale di informazioni non liberamente distribuibili. In primis con l’utilizzo di software non originale. Gran parte degli attuali laureati ha raggiunto le proprie competenze professionali violando la legge. E le università hanno beneficiato largamente di queste competenze acquisite fuori dai percorsi formativi accademici; molti dei corsi infatti prevedono che gli studenti possiedano già certune nozioni informatiche; la possibilità per gli allievi poi, di imparare sul proprio pc di casa ad utilizzare i costosissimi software dei corsi accademici, ha permesso alle università di risparmiare sulle licenze software, ridurre le postazioni pc dei laboratori e probabilmente molte ore di lezione teorica aggiuntive. Oppure pensate che questi esclusivi software siano sempre forniti agli studenti dalle università?

Prendiamo la società in generale, non solo gli studenti; pensiamo a Microsoft Windows, il sistema operativo che ha spiegato al mondo intero come si utilizza un PC; oppure Microsoft Office, che ha insegnato a generazioni intere a scrivere e impaginare un testo. Questi sono i software a pagamento più piratati della storia, dato il prezzo elevato. Ma quanto è stato utile piratarli? Quanta gente si è informatizzata grazie alla copia che gli veniva passata sottobanco? Mai nessun corso di Informatica avrebbe insegnato a milioni di persone ciò che ha permesso la pirateria. E quali sono le opportunità che ha generato? Pensiamo altresì a Photoshop, il più famoso programma di grafica di sempre. È così famoso proprio perché tanta gente ne ha potuto provare le ottime qualità senza spendere le svariate centinaia di euro della licenza. Quanti creativi designer ha prodotto la pirateria di Photoshop? Quanti talenti del marketing e della web-grafica sono emersi dopo aver provato da ragazzini una copia illegale del programma?

Si può obiettare che le alternative gratuite esistono e sono sempre esistite (un esempio è Linux), spesso qualitativamente superiori. Questo è vero, ma solo per il software. Se si parla però di prodotti per l’intrattenimento non è così. Per questi prodotti unici nel loro genere, la pirateria non offre soltanto l’enorme opportunità di avere l’intera discografia e filmografia mondiali, ma spesso anche l’unico modo per poter usufruire di determinati contenuti. A questo proposito l’esempio delle serie televisive americane è lampante. La maggior parte di queste straordinarie produzioni viene trasmessa al di fuori degli Stati Uniti anche uno o due anni dopo la prima uscita; ciò principalmente a causa degli accordi commerciali tra le emittenti televisive che vogliono evidentemente impacchettarle in format adatti alla Tv. In Italia giungono quindi solo dopo molto tempo e non in lingua originale. Lo scambio degli episodi di queste serie tramite filesharing supera tali limitazioni. Ma non si banalizzi questa azione: tali produzioni si portano dietro un largo interesse nel dibattito e nutre vastissimi gruppi di appassionati da tutto il mondo che si ritrovano sul web per accompagnarne l’uscita degli episodi. La web-community è un fattore importante di dialogo e condivisione di idee, e travalica l’appartenenza a uno stato, a un credo religioso o a una comunità linguistica. Lasciare indietro l’Italia nella fruizione di queste produzioni significa di fatto escludere tanti italiani dalla vita di community in rete, quest’ultima imperniata per sua natura sulla contemporaneità dei fatti.

Abbiamo visto il passato, il presente e ora gettiamo uno sguardo al futuro, perché il prossimo protagonista della condivisione illegale a livello globale è forse il caso più emblematico del rapporto tra pirateria e conoscenza: l’eBook. Il libro in formato digitale inevitabilmente sarà presto tra i contenuti più piratati; la sua introduzione nasce dalle spinte dell’editoria in cerca di nuove frontiere e dello sviluppo dei dispositivi elettronici per la lettura confortevole dei testi, come gli ebook-reader e i tablet. I due ostacoli principali che finora hanno limitato la copia dei libri, cioè l’uso degradante della fotocopiatrice e l’affaticante lettura a monitor, sono stati superati. Il formato condiviso per i libri digitali ePub probabilmente risalterà a breve agli onori della cronaca, proprio come quando il suo cugino mp3 iniziò a sdoganare la musica in rete. Pensiamo alle opportunità, la possibilità di avere milioni di testi in tasca, nei quali è possibile trovare le informazioni in pochi secondi.

Ci si deve chiedere allora che occasioni di conoscenza, di collegamenti mentali, di innovazioni concettuali e di dialogo traggano origine dall’utilizzo di materiale protetto. Quanto vale per noi tutto questo? È davvero vantaggioso combattere ciò che svincola la conoscenza dalle briglie economiche? O meglio: è vantaggioso demandare la lotta alla pirateria solo a chi detiene degli interessi e omette l’aspetto culturale del fenomeno? I produttori di contenuti che non hanno ancora strutturato un nuovo modello di business tenendo conto di Internet, ostacoleranno rigidamente la pratica della copia illegale. Manterranno questa posizione di intransigenza e di denigrazione perché gli permetterà di mantenere, finché possono, introiti economici. Per il momento, finché non si scopre l’agognata soluzione al problema, sarebbe conveniente che lo Stato intervenisse per difendere l’accesso dei propri cittadini ai contenuti, estendendo l’opportunità a tutti di usufruirne e potersi potenziare, permettendo all’Italia di essere culturalmente concorrenziale nei confronti delle altre nazioni. La pirateria è un meccanismo che regge la competitività del paese, anche se non lo si ammette. La soluzione tampone per questo periodo di transizione allora, rischia di rimanere davvero quella di lasciare le cose così come sono, cioè consentendo sottobanco la fruizione dei contenuti a molti lasciando che paghino in pochi. Non è bella, ma si è rivelata per adesso l’unico modo per non creare una frattura insanabile nella società di Internet, esito verosimile se dovessero passare proposte di legge anti-copia come quelle che ogni tanto vengono fuori indebitamente dalla bocca di qualche politico non avvezzo a comprendere il cambiamento storico in atto. Se saranno imposte forti limitazioni al download illegale, potrebbe realizzarsi un digital divide temporale tra le attuali generazioni e quelle future. Ci si deve augurare che sempre più materiale sia disponibile in rete e che sempre più persone possano usufruirne. La possibilità dell’uso personale di contenuti protetti andrebbe preservata, perché ha valore sociale. È un investimento nel progresso digitale della nazione, che in Italia tende tristemente a mancare.

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La disinformazione dei giovani

[stextbox id=”custom” big=”true”]Quest’oggi scrive per Camminando Scalzi la giovanissima Camilla Rotunno. Lasciamo che si presenti da sola: “Mi chiamo Camilla, ho 15 anni e frequento il secondo anno del liceo linguistico. Adoro le lingue straniere, in particolare l’inglese. Il giornalismo mi ha sempre affascinata e ho seguito dei corsi riguardanti l’argomento a scuola. Mi piace molto leggere e ascoltare la musica, ed ultimamente sta nascendo in me un interesse nei confronti della politica in quanto credo che ognuno debba farsi un’idea fin da subito e debba essere cosciente di ciò che gli accade intorno. Spero di poter fare la giornalista un giorno…chissà! Per ora posso dirmi più che felice per la pubblicazione del mio primo articolo!”  [/stextbox]

Purtroppo oggi, tra i tanti problemi che interessano l’Italia, c’è anche la disinformazione, che è anche una delle cause principali di tutti gli altri, probabilmente. Questo “fenomeno” riguarda molto i giovani; sono pochissimi quelli che acquistano ancora un quotidiano, o si informano sul web, oppure guardano un tg. Le uniche cose che ormai interessano i giovani sono il gossip e la TV trash. Molti preferiscono guardare un reality come ad esempio il “Grande Fratello”, piuttosto che un talk show. È questo il genere di cose che piace ai giovani, che li attira: la corsa verso un successo effimero ed illusorio, in cui l’ignoranza è requisito fondamentale. Insomma, si dedica molto tempo a cose futili. Poco importa di quello che accade nel mondo, di un’Italia che va a rotoli. I più se ne fregano e vivono in questo “mondo a parte” dove tutto è facile e i problemi non esistono. Colpa forse della TV che non propone una vasta e libera informazione; la poca presente infatti è manipolata o addirittura censurata, basti pensare alla chiusura temporanea dei talk show, in un periodo simile. Oltre alla TV, un altro elemento che porta i giovani ad essere sempre più disinformati è la società. Si tendono a ignorare le cose negative prediligendo quelle di scarsa importanza, e si trasmette ai giovani questo modo di evadere dai problemi, evitandoli. Viviamo in un paese manipolato, in cui informarsi seriamente è difficile, un paese che tende a tappare le orecchie e chiudere gli occhi ai giovani, al futuro, di fronte a quelli che sono i temi che dovrebbero principalmente interessarli. Un tempo erano loro i primi a muoversi per cambiare le cose che non andavano, ora quanti sono quelli disposti ad alzarsi e manifestare per ciò che non va? Quanti sono pronti a mettersi in gioco e a far sentire la propria voce? Ancora pochi, purtroppo!

Va certo detto che la colpa non deve essere attribuita ai giovani, non del tutto. Va piuttosto attribuita a questa società sempre più mediocre che cerca di nascondere le cose invece di risolverle nel modo più corretto. Ma non bisogna nemmeno fare di tutta l’erba un fascio: esistono ancora giovani che combattono per i propri ideali; persone pronte a gridare a gran voce che qualcosa non va e che è tempo di intervenire, propense a divenire consapevoli di ciò che accade e di conseguenza ad informarsi. Persone che potranno essere prese come modello da coloro che non hanno ancora capito che la cultura è il mezzo fondamentale per raggiungere una giustizia ed una libertà che stanno pian piano svanendo.

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