Un'Italiana a Bruxelles: una spesa formativa

Fare la spesa è un’esperienza in grado di insegnarti tantissime cose sulla città in cui vivi e le persone che la abitano.

All’ingresso del Delehaize sotto casa ti ritrovi un ristretto spazio dedicato alle poche varietà di frutta e verdura concesse, in una Bruxelles in cui ancora sopravvivono i piccoli negozietti di fruttivendoli, panettieri e macellai senza carne di maiale, aperti anche la domenica e gestiti da svariati accenti multietnici. Un’alternativa a cui si aggiungono i meravigliosi mercati del fine settimana e i minuscoli “night shop” per gli acquisti d’emergenza in tarda notte.

Un paio di metri col carrello e ti ritrovi davanti a una distesa di scaffali adibiti a patatine insaporite di ogni cosa, chilometri di marshmallow, caramelle di ogni forma e golosissimi assortimenti di cioccolata.

Basta uno sguardo fra i ristretti spazi dedicati alla pasta per imbattersi negli ingegnosi prodotti d’imitazione di piatti italiani, indice di quanti conterranei abbiano scelto Bruxelles come meta d’emigrazione, e di quanto la cucina nostrana venga apprezzata oltre i confini nazionali. Un ragù alla bolognese amichevolmente detto “alla bolò”, esposto in numerosi vasetti di dimensioni differenti e affiancati da un pesto verde chiaro e una densa salsina ai quattro formaggi. Un tris di prelibatezze che scompare al confronto col giallo paglierino del condimento per la carbonara: un contenitore di vetro da cui traspaiono pezzettoni di pancetta affogati in un miscuglio di surrogato all’uovo e conservanti impareggiabili. Il tutto non troppo lontano dai mitici ravioli in scatola di latta, pronti in cinque minuti di microonde.

Pochi passi ancora per incappare nell’interminabile mondo dei “fromage”, fra il Gouda dai mille colori e la miriade di Brie con forma e stagionatura diversa, ogni volta ribattezzati con nomi sconosciuti e impossibili da ricordare.

A farti perdere completamente il senno è la meravigliosa vetrina dei dolci, con esagerate torte ricoperte da sontuosi merletti di panna montata e altre cremine dal peso specifico del piombo. Un sogno per gli occhi e un incubo per il palato, quando ti ritrovi a morsicare croccanti glasse di zucchero o stucchevoli farciture dalla consistenza del burro. Subito a fianco un’ampia gamma di brioches da colazione con pinze sparse per riporle nell’apposito sacchetto trasparente, in una città dove anche i bar si servono dai supermercati e solo panifici e pasticcerie offrono dolci freschi.

E poi il pane da tagliare a fette, un banco frigo con prodotti strani, e i mitici “speculoos” fra i biscotti da inzuppare nel latte. Fantastiche gallette che hanno oramai colonizzato l’intero reparto dolciario, tra cioccolati allo speculoos, gelato allo speculoos, tiramisù allo speculoos, crema spalmabile allo speculoos e numerosi eccetera eccetera allo speculoos. Prelibati biscottini a base di cannella tradizionalmente preparati per la festa di San Nicola: il protettore dei bambini da cui avrebbe anche avuto origine il mito di Santa Claus e che viene festeggiato il 6 dicembre con interminabili pranzi in famiglia e dolci infilati in ogni pietanza.

Dulcis in fundo, scaffali di birre, tra bionde, scure e trappiste, che costano meno delle rare casse di acqua in bottiglia, un prodotto praticamente bandito in un Paese in cui la maggioranza preferisce dissetarsi dal rubinetto.

Una spesa formativa dunque, alla scoperta di una cultura così vicina eppure tanto lontana.

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I nuovi italiani e le vecchie idiozie

Le parole di qualche giorno fa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano hanno riacceso la polemica sulla possibilità di acquisizione della cittadinanza da parte degli stranieri nati in Italia. Lo stesso instaurarsi di una polemica sull’argomento dimostra non tanto la consistenza della questione (evidente agli occhi di chiunque non si rifiuti di vedere), quanto il grado di barbarie che caratterizza l’attuale classe politica italiota.
È facile comprendere che, nella mente di chi promette le “barricate” contro l’attuazione della proposta, il principale impulso sia l’anacronistico e peraltro inutile rifiuto dell’immigrazione e, più in generale, del “diverso” (che brutta parola). È un istinto, questo, che purtroppo alberga in alcuni strati della popolazione di cui la Lega è solo una ridicola espressione ma che, banalmente detto, non c’entra nulla. Qui non si tratta di discutere se accogliere o meno gli extracomunitari sul nostro territorio, conducendo battaglie sul kebab e magari agitando lo spettro della pubblica sicurezza minacciata dagli assalti dei saraceni. Per capire la natura e l’entità della questione, forse è bene dare qualche numero. I dati Istat relativi al 1° gennaio 2010 certificano una popolazione di 4.235.059 di stranieri residenti in Italia. Fra questi, circa 573.000 sono nati nel nostro paese. Sono quelli che compongono la cosiddetta “seconda generazione”, ossia i figli di genitori stranieri nati nel paese di residenza. In termini meno tecnici, per fare solo alcuni esempi, sono tutti i bambini figli di stranieri che affollano i reparti di maternità dei nostri ospedali o i compagni di classe dei bambini italiani, figli degli immigrati. In realtà, non è solo di bambini che stiamo parlando. Vista l’origine temporale del fenomeno dell’immigrazione in Italia, esiste un’intera generazione di persone nate nel nostro paese, educate nelle nostre scuole, cresciute nelle nostre città, che in virtù o a causa dell’attuale sistema di assegnazione della cittadinanza, basato quasi esclusivamente sullo “ius sanguinis” (per cui, in buona sostanza, è italiano chi è figlio di italiani, salvo alcuni casi particolari), non risultano italiani. Chi desideri più informazioni, compresa la differenza tra “ius sanguinis” e “ius soli”, può trovarle in due articoli riassuntivi  de Il Post e Il Sole 24 Ore . Un caso balzato agli onori della cronaca qualche tempo fa è quello di Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi, cresciuto in provincia di Brescia, il quale ha dovuto attendere la maggiore età affinché gli fosse concessa la cittadinanza italiana. È del settembre 2011 l’ultimo rapporto Istat sulla popolazione straniera residente in Italia. Da esso risulta che nel solo 2010 i nati di seconda generazione ammontano a 78.082, in continua crescita rispetto agli anni precedenti (sebbene il tasso di incremento rispetto al 2009 sia inferiore a quello fatto segnare tra il 2008 e lo stesso 2009, probabilmente a causa della situazione economica generale): per dare un’idea delle proporzioni, corrispondono al 13,9% del totale delle nascite di tutti i residenti in Italia; italiani compresi, dunque.
Si potrebbe far notare che da soli, questi nuovi “non-italiani” compensano quasi l’intero saldo naturale (ossia la somma algebrica di nascite e decessi in un anno) negativo di noi “non-stranieri”, pari a -98.502 individui, ma, pur essendo questo un dato demografico interessante, non costituisce un argomento a favore della causa. Chi sostiene la necessità di un adeguamento del sistema di assegnazione della cittadinanza italiana non lo fa a fini utilitaristici: riconoscere l’effettiva italianità di tutte queste persone è giusto a prescindere della convenienza socio-economica che ne deriverebbe. Napolitano ha usato il termine “follia” per descrivere il paradosso di fronte al quale ci troviamo. Negare la cittadinanza italiana a chi ci è cresciuto a fianco, discriminandolo sulla base del colore della pelle e delle tradizioni non tanto sue quanto della sua famiglia alle spalle, equivale a una confessione di cecità nei confronti della storia del mondo e di ignoranza del concetto stesso di cittadinanza. Quanti oggi si dichiarano difensori della purezza degli autoctoni, evidentemente non paghi delle tragedie scaturite da tale concetto, in realtà confondono la nazionalità con il folklore, in buona e in mala fede. Anche volendo assecondare in parte i loro ragionamenti, ammettendo che i figli degli immigrati non assimilino al 100% gli usi e i costumi italiani (risulta comunque difficile non giudicare le contaminazioni culturali come un generale arricchimento), è sufficiente ciò per non essere italiani? Si badi, fra gli usi e i costumi non si intendono la lingua e il senso di appartenenza alla comunità, entrambi requisiti necessari ma pressoché automaticamente acquisiti nel corso della crescita e dello svolgimento della vita sociale (chi ricorda lezioni di grammatica e/o italianità in famiglia negli anni dell’infanzia scagli la prima pietra), considerato, tra l’altro, che nel 2008 il 6,4% degli studenti nelle scuole di ogni ordine e grado era composto da 574.676 studenti genericamente definiti stranieri (elaborazioni Istat su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Scavando nelle argomentazioni di chi si dichiara contrario, si scopre che le obiezioni spesso riguardano “pietre miliari” dell’italianità come la cattolicità, le idee politiche o le abitudini quotidiane. Non è un caso che l’ipotesi di rimozione del crocifisso dagli edifici pubblici abbia suscitato una simile ridda di voci urlanti, accidentalmente provenienti dalle stesse bocche, contro lo sfregio dell’identità nazionale.
Si mantenga pure l’attuale legislazione in materia di cittadinanza. Si aggiunga anche un test genetico a tutti i nuovi nati allo scopo di verificare, e scremare di conseguenza, la presenza di eventuali ascendenze “impure”. Non lamentiamoci però se all’estero ci accartocciamo sempre di più nella macchietta del mangiaspaghetti. È quello che ci ostiniamo a difendere strenuamente.

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Un'Italiana a Bruxelles: stupidi spunti di nostalgia patriottica

L’Italia ha tanti problemi. La seconda prima Repubblica, i soliti condoni, i soliti evasori fiscali, le solite collusioni con la mafia, il solito debito pubblico e i soliti “tanto funziona così”. Pagine di giornale che si ripetono giorno dopo giorno spingendoti oltre i confini nazionali, proprio laddove, inaspettatamente, riemerge quell’inventario di meraviglie che te la fanno ricordare come uno dei Paesi più belli.

Senza troppa ironia, inizierei dal bidet. Quel meraviglioso oggetto dimenticato dagli stati nordici e ingiustamente rimpiazzato da insulse salviettine umidificate. Quell’ingegnoso sanitario senza il quale la doccia non rappresenta più un piacere da fine giornata quanto un bisogno da prima mattina.

Continuerei col cibo, ripensando alle distese di frutta e verdura a chilometro zero, mentre faccio la spesa scegliendo fra prodotti di colore e forma diversa accomunati dallo stesso insapore, arrivati a destinazione chissà da dove, chissà da quando.

Proseguirei ancora con la strana organizzazione della raccolta differenziata, nella capitale europea da cui s’impongono le percentuali minime di rifiuti necessariamente recuperabili. Una Bruxelles in cui si separa il vetro colorato da quello bianco ma l’organico finisce nel sacchetto dell’indifferenziato insieme a svariati tipi di plastiche che in Italia si riciclano ormai da tempo.

Procederei con l’idea di organizzare il letto con due lenzuola e una coperta invece che ridurre la seconda a semplice “fodera per piumone”, decisamente poco adattabile alle mezze stagioni e incomprensibile per chi ama coprirsi anche ad alte temperature. E andrei avanti con la mancanza di avvolgibili o tapparelle, che impongono doppie tende alle finestre per cercare il buio nelle meritate notti di sonno.

Concluderei infine con la banale nostalgia per quella colorata luminosità che caratterizza il rinomato “Bel Paese”, contrapposta a quel pesante grigiore che impregna l’architettura bruxellese, anche quando il sole concede una visita alla città.

Piccoli particolari che ti condizionano la vita, ricordandoti l’originalità di certe abitudini che un tempo davi per scontate. Un’esperienza da capire e una città da amare anche per questa sua contraddittoria opportunità: fra la curiosa scoperta di una realtà inesplorata e un’imprevista rivisitazione delle tue origini.

 

Un'Italiana a Bruxelles: il viaggio

Una coppia di giovani speranzosi, una Renault Clio del 2001 e un bagagliaio stracolmo di valige e scatole, dominato da una testa parlante di Darth Fener: totem di ricordi universitari e di una stravagante passione cinematografica.
Una lacrima interrotta e un abbraccio di saluto, per scappare da una quotidianità pagata a quattro soldi, fra pacche sulle spalle e bile nello stomaco.

1200 chilometri da percorrere e sei nazioni da attraversare, con un bagaglio di nostalgia e punti di domanda, diretti verso quell’Estero tanto invidiato. Alle spalle una città di ricordi e l’amicizia delle persone che l’hanno vissuta insieme a te.

Un viaggio da 16 ore, alla scoperta di quei piccoli particolari che i libri di geografia non ti raccontano.

In Svizzera un uomo in divisa ti ferma alla dogana e ti invita a scendere dall’auto per pagare 40 franchi di autostrada (poco meno di 40 euro), con una differenza restituita in spicciolini elvetici mai più riutilizzabili.

In Germania le autostrade non si pagano e la mancanza di limiti di velocità ti invoglierebbe a schiacciare il piede sull’acceleratore, se non fosse per i continui “baustelle” (lavori in corso) “umleitung” (deviazioni) di cui nemmeno gli impeccabili tedeschi riescono a fare a meno.

Una notte nel freddo campeggio della meravigliosa Friburgo e due pasti a base di wurstel e birra prima di ritrovarsi ai caselli autostradali francesi, dove il panico per la mancanza del ticket passa solo dopo aver scoperto che la tariffa è già prestabilita.

Neppure Lussemburgo e Belgio riescono a riportarti al vecchio motto “all’estero la benzina costa meno”, sebbene fare il pieno dopo aver chiesto a due passanti quale fosse il carburante giusto per la tua auto ti faccia provare sensazioni impareggiabili: tra gusto del rischio e cieca fiducia verso il prossimo.

Una coppia di italiani in terra straniera, in una Bruxelles meno fredda e piovosa del previsto, dove la prospettata internazionalità lascia invece ben poco spazio a coloro che non parlano francese e fiammingo. La capitale dell’Unione Europea in cui viene richiesto un interprete per iscriversi all’ufficio di collocamento, e dove scopri che non solo in Italia le persone manifestano una certa avversione per la lingua inglese.

Un’avventura appena cominciata e una pagina bianca da riempire, tra ansie, speranze e mille curiosità…

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Al-Sakkeh e Vanzhata: i figli degli emigranti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Mi chiamo Salvo Mangiafico Sono nato a Siracusa all’alba di un giorno di settembre del 1983. Ho trascorso i successivi 18 anni nella più classica della “provincia”, nel bene e nel male. Torino mi ha coccolato per i sei anni di università (vado orgogliosissimo dell’anno in più), prima di imbarcarmi su un aereo per il Wisconsin (un pezzo del mio cuore è rimasto a Madison, WI). Altri due anni al di là dell’oceano e adesso sono in Francia, a Lione.

Mi piace leggere, ascoltare musica, dare calci a un pallone, la buona tavola, la settimana enigmistica. Non mi piacciono i film doppiati. Non sopporto un mondo che vorrebbe costringermi ad apprezzare più un pezzo di carta con la filigrana che un sorriso di Elisa. Non mi avranno mai.[/stextbox]

La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti viene spesso ricordata a memoria del difficile passato da emigranti degli italiani, di quando eravamo noi che chiudevamo la famosa valigia di cartone, abbandonavamo spesso per sempre i luoghi dove eravamo nati e cresciuti e sognavamo un futuro migliore; se non per noi, per i nostri figli. Ci trasferivamo in un paese sconosciuto, ci spaccavamo la schiena, spesso non riuscivamo a integrarci subito e cercavamo un rimedio alla nostalgia formando delle comunità di italiani in cui sentivamo il profumo delle nostre radici. Ovunque siamo andati abbiamo trasmesso al paese che ci adottava un po’ della nostra cultura, del nostro spirito, delle nostre usanze. Due i prodotti più famosi: la pizza e la mafia. L’Italia è famosa nel mondo per mille altre ragioni, ben più nobili, ma qui sto prendendo in considerazione le “specialità” italiane che abbiamo materialmente esportato con le nostre mani e il nostro lavoro. La Primavera del Botticelli, in un certo senso, si “vende” da sola. La sua fama si è propagata da sé… Botticelli non l’ha certo caricata su un carro e portata in giro per il mondo. Lo stesso vale per la letteratura, la musica, l’arte, tutte quelle cose che ci piace elencare quando vogliamo sentirci migliori degli altri. Senza l’emigrazione dei nostri padri, nonni e bisnonni, invece, la pizza e la mafia sarebbero probabilmente rimaste entro i nostri confini nazionali. Passi per la pizza, ma la criminalità non poteva essere un gran bel biglietto da visita. E infatti insieme all’ammirazione ci siamo creati anche una certa nomea, tanto da vederci rifiutati gli ingressi nei luoghi pubblici e gli affitti. Sacco e Vanzetti ci hanno rimesso anche la vita, per quella nomea. La loro è una storia di ingiustizia, discriminazione, in una parola: razzismo.

Quante sono le famiglie italiane che hanno visto partire qualcuno, a volte ritornato, a volte no? Penso che tutti abbiamo ascoltato di quel parente o amico di parenti che si è trasferito chissà dove. In un certo senso, siamo tutti figli o parenti di emigranti. Come popolo, ci ritroviamo un enorme bagaglio di storie, esperienze e vite, che abbiamo chiuso in soffitta. Oggi che le nostre città si riempiono di volti di gente fuggita dalla miseria, venuta da noi in cerca di serenità, noi ci sforziamo in tutti i modi di smentire la nostra fama di popolo caldo, accogliente e generoso. Volendo forzare un po’ la mano, è come se ci stessimo vendicando delle angherie subite ai nostri tempi, come se dicessimo “adesso tocca a voi”. Spesso le persone che arrivano da noi hanno un’ulteriore spinta, che noi non avevamo. Noi fuggivamo dalla povertà. Loro scappano anche dalle guerre o da situazioni politiche instabili.

In questa sede non ha senso la distinzione fra clandestini e regolari, perché voglio riflettere sul nostro atteggiamento come singoli e dei comportamenti che teniamo nella vita quotidiana. È inevitabile toccare argomenti che hanno a che fare con la politica, ma ciò che mi preme sottolineare sono le motivazioni che le spingono. Mentire a sé stessi non è impossibile, ma per lo meno richiede uno certo sforzo. Affittereste un vostro appartamento a uno straniero? Non c’è neanche bisogno di usare il termine “extracomunitario”, visto che mi riferisco anche a polacchi e rumeni. Però le badanti ci fanno comodo, vero? In nero, si intende. Una delle bestialità più frequenti è “la maggior parte di quelli che vengono qui poi lavorano in nero e non pagano le tasse”. Al di là delle statistiche del tutto soggettive, di chi è la colpa quando qualcuno è assunto in nero? L’ipocrisia a volte non ha limiti… Un altro argomento in voga è la mancata volontà degli immigrati di integrarsi. L’integrazione si realizza quando entrambe le parti ne hanno voglia e convenienza. Faccio un esempio legato a ciò che vedo qui in Francia. Com’è noto,  i flussi migratori in Francia sono frutto del passato coloniale di questo paese, il che fa sì che la grande maggioranza degli stranieri presenti oggi nel paese siano di origine maghrebina, prevalentemente tunisini e algerini. Esiste un problema di integrazione anche qui, ma guarda caso i casi problematici riguardano pressoché sempre persone che sono relegate nelle banlieues. Ne avevo sempre sentito parlare, ma quando ci sono andato sono rimasto colpito. Questi nuclei suburbani hanno un aspetto da romanzo di fantascienza post-atomico. Casermoni abitativi con decine, a volte centinaia di appartamenti, alle periferie delle città, vicino o nel pieno delle zone industriali. Progettati per essere ghetti. Esattamente come lo ZEN di Palermo o le Vele di Scampia. Esattamente con gli stessi problemi. Strano, vero?

L’ho detto e lo ripeto: l’integrazione si attua da entrambe le parti, non dipende esclusivamente da noi. Ma di sicuro noi non stiamo facendo la nostra parte. Le ronde non costituiscono propriamente una politica di integrazione, così come l’attenzione morbosa dei media nei confronti degli stranieri a ogni nuovo episodio di cronaca. Quando si parla di legge poi, l’atteggiamento è “colpirne uno per educarne cento”.

I meccanismi per assumere la cittadinanza italiana sono proibitivi. Il figlio di una coppia di stranieri, nato e cresciuto in Italia, educato nelle scuole pubbliche italiane, deve aspettare i 18 anni per essere riconosciuto come un italiano. È illogico, oltre che assurdo.

In fondo ci conviene che le cose siano così. Una persona debole non è nella posizione di far valere a pieno i suoi diritti, quindi è di fatto subalterna. L’effetto principale del reato di clandestinità (finché regge, vista l’entrata in vigore della direttiva europea n° 2008/115/CE) non è prevenire la crescita della schiera di “invisibili”, ma impedire loro di rivolgersi alle autorità in caso di soprusi. Infatti se da un lato fa ridere l’idea di fermare le migrazioni di popolazioni con una leggina, dall’altro dichiarare criminali i clandestini è il modo migliore per evitare che un lavoratore sfruttato assunto in nero denunci il suo sfruttatore alla polizia. Sulla stessa scia l’oscena proposta di obbligare i medici degli ospedali a denunciare i clandestini dopo averli curati al pronto soccorso.

A quando un Sacco o un Vanzetti nigeriano? E se fossero già in galera?

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Gli italiani non esistono

Ho deciso di rendere nota la mia traduzione di un articolo svedese riguardante l’Italia, pubblicato poco prima delle nostre elezioni regionali.

Perché ho deciso di sottoporlo alla vostra attenzione? Prima di tutto, perché può essere sempre interessante conoscere punti di vista esterni o alternativi su qualsiasi situazione, compresa quella italiana. Secondo, per stimolare in voi una riflessione e magari, perché no, per conoscere le vostre sensazioni a riguardo. Che ve ne pare? Buona lettura!

“Gli italiani non esistono”

Di Kristina Kappelin, pubblicato il 27 marzo 2010 sul quotidiano svedese “Sydsvenskan” (http://sydsvenskan.se)

Il treno da Salerno a Roma è ovviamente in ritardo. Quando finalmente entra in stazione è infinitamente lento. E’ partito da Palermo stamattina alle sette. Ora sono le quattro del pomeriggio. Praticamente è avanzato sui malridotti binari a una velocità media di 80 kilometri orari.

Le cabine sono degradate e i sedili così sporchi che quasi si è restii sedersi. La situazione rispecchia il razzismo che ancora esiste in Italia. I ferrivecchi servono per i viaggi verso il sud, mentre i vagoni nuovi e belli si dirigono da Roma verso il nord. Ci sono voluti anni e anni per fare arrivare il treno rapido Eurostar a Napoli e a Bari. Eppure va ancora più lentamente nella tratta Milano-Torino.

L’Italia è fatta. Ora dobbiamo fare gli italiani”. Più o meno così scrisse il capo di stato Massimo d’Azeglio nel 1860. È ancora vero.

Gli italiani si sentono patrioti solamente in occasione dei mondiali o delle olimpiadi. Altrimenti sono ancora prima di tutto siciliani, lombardi o veneziani. Si noti che gli sportivi italiani non gareggiano indossando i colori della bandiera italiana, ma l’azzurro, il “blu Savoia”, un tempo il colore della famiglia reale.

Insomma, quanto sono uniti gli italiani? Il paese si prepara a celebrare i suoi primi 150 come nazione il prossimo anno. La dichiarazione di unità è datata  17 marzo 1861. Il conto alla rovescia è già cominciato.

Uno dei siti prescelti per i festeggiamenti è Torino. La città fu la capitale durante i primi quattro anni. Divenne anche rapidamente il centro industriale del paese, più che altro grazie alla Fiat. Quando coloro che cercavano lavoro dal sud prendevano il treno verso il nord per trovarne impiego nelle fabbriche di automobili, si andavano a scontrare con il dramma degli italiani che non erano ancora “fatti”. Il lavoro lo ottenevano. La residenza andava male. “Stanze in affitto, ma non ai cani e ai meridionali” si vedeva scritto su molti cartelli.

Torino è il capoluogo del Piemonte. Quando l’Italia nel fine settimana andrà al voto per le regionali, avrà fra i candidati Roberto Cota, del partito settentrionale “Lega Nord”. Il partito conduce una politica contro gli extracomunitari così come contro i meridionali e vuole fare dell’Italia uno stato federale. Il sogno è che il nord Italia diventi un piccolo regno a sé, con il fiume Po come confine meridionale.

Cota ha buone probabilità di vincere. La Lega Nord potrebbe prendere il posto del partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, nelle regioni del nord. Gli italiani, fino ad oggi, non sono ancora stati “fatti”.

Mentre il vecchio treno lentamente si avvicina a Roma, vedo il paesaggio campano, con le sue costruzioni abusive, e i mucchi di spazzatura fra i peschi in fiore. L’Italia del sud avrebbe avuto lo stesso problema di criminalità organizzata oggi se gli italiani fossero stati “fatti”, se tutto il paese si riconoscesse nella Costituzione, se la politica fosse considerata giusta e i politici onesti?

La bandiera italiana sventola sulla stazione di Formia. È verde, bianca e rossa come il basilico, la mozzarella e il pomodoro. Una cosa sulla quale la maggior parte degli italiani vanno d’accordo.

[Ringrazio per la collaborazione Emilio Ballatore, ndT]

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