Campagna di obbedienza civile per il referendum sull'acqua

È passato quasi un anno da quando, il 12 e 13 giugno del 2011, ben 26.130.656 cittadini italiani hanno barrato “sì” sul secondo quesito referendario che faceva riferimento alla “determinazione della tariffa del servizio idrico integrato”.

Il 20 luglio 2011 la pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n°116 sanciva ufficialmente l’abrogazione della norma che consentiva ai gestori di caricare sulle nostre bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”: una cifra pari a circa il 7% della sommatoria degli investimenti effettuati nel periodo di affidamento al netto degli ammortamenti. Una voce che incide fra il dieci e il venticinque percento del valore complessivo delle bollette e che nessun gestore si è ancora degnato di cancellare, con tanti cari saluti a quel 95,8% di votanti che ha espresso parere favorevole riguardo alla soppressione di tale contributo.

È per questo motivo che dal gennaio 2012 il Forum dei Movimenti per l’Acqua ha lanciato la “Campagna di Obbedienza Civile”, invitando i cittadini a pagare le bollette relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011 applicando una riduzione pari alla componente di costo della “remunerazione del capitale investito”. Una campagna in cui non si “disobbedisce” a una legge ingiusta, ma semplicemente si applica una legge esistente con l’obiettivo di ottenerne l’applicazione da parte dei gestori del servizio idrico.

Un’azione collettiva sostenuta dagli svariati comitati per l’acqua disseminati sul territorio nazionale, che si occupano di guidare i cittadini in questa mobilitazione per l’affermazione di un diritto sancito legalmente. Un’attività che prevede un preciso iter burocratico, come l’invio della diffida all’AATO (Autorità Ambito Territoriale Ottimale) e di un reclamo all’ente gestore, con procedure che dovrebbero garantire ai cittadini di non incappare in azioni giudiziarie o sanzioni di alcun genere.

Una campagna a cui tutti possiamo prendere parte, consultando il sito www.acquabenecomune.org e scoprendo il proprio sportello informativo di riferimento in base al comune di residenza. Perché il referendum è uno dei pochi strumenti di democrazia diretta che ci è rimasto e perché, come afferma lo slogan dei Movimenti per l’acqua: il nostro voto va rispettato!

 

 

Annunci

Più ombre che luci sulla nuova “prescrizione breve”

In questi giorni ne abbiamo lette e sentite davvero di tutti i colori ma, nonostante questo, nessuno ci ha spiegato cosa significhi davvero questa ennesima proposta di riforma della giustizia penale. Non sto parlando dell’acclamatissima – da parte del Governo – intenzione di riformare la Carta Costituzionale, ma del disegno di legge sulla “prescrizione breve”. Mi riferisco, in particolare, all’emendamento proposto la scorsa settimana dall’onorevole del PdL Maurizio Paniz, e facente parte del più ampio disegno di legge relativo al “processo breve”.  La questione è proprio quella che è stata al centro del dibattito (e delle risse) che si sono susseguite in questi giorni dentro e fuori dal Parlamento e sulle quali sinceramente preferisco soprassedere. La norma in oggetto è da annoverare tra le tantissime che nell’ultimo ventennio hanno coinvolto l’istituto della prescrizione. In realtà l’emendamento in questione è l’unico rimasto in piedi delle tante disposizioni a suo tempo proposte dalla apposita commissione governativa. Credo sia utile fornire una breve spiegazione di una modifica normativa assai complicata da leggere per i non addetti ai lavori.

Lo scopo della norma è quello di modificare la disciplina dei tempi di prescrizione, attualmente regolati dall’art. 161 del codice penale. In particolare mira a ridurre i termini del giudizio nei confronti degli imputati incensurati, coloro, cioè, che non abbiano subito condanne in via definitiva.

Alcuni atti giuridici interrompono il corso della prescrizione. Tanto per citarne qualcuno a titolo esemplificativo indichiamo l’ordinanza che applica le misure cautelari personali, quella di convalida del fermo o dell’arresto, l’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice, l’invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l’interrogatorio e, in caso di interruzione, il termine di prescrizione già decorso viene meno e comincia nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione. L’articolo 161 del codice penale attualmente prevede regimi applicativi differenziati in funzione sia della tipologia dei reati che degli imputati.

Con riferimento al tipo di reati coinvolti, il testo vigente esclude dal suo ambito di applicazione i reati di grave allarme sociale, come ad esempio i reati associativi. Con riferimento al tipo di imputati coinvolti prevede, come regola generale, che in nessun caso l’interruzione della prescrizione possa comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere; della metà e, in alcuni casi, dei due terzi, in ipotesi speciali di recidiva. Recidivo è colui che dopo essere stato condannato per un reato non colposo, ne commette un altro parimenti non colposo.

Per quanto riguarda il primo punto, relativo al tipo di reati coinvolti, il testo approvato dalla Commissione conferma il limite oggettivo dei reati di grave allarme sociale (che restano esclusi dalla nuova disciplina) mentre, con riferimento invece alla condizione soggettiva dell’imputato, la nuova proposta riduce da un quarto a un sesto il limite del prolungamento del tempo necessario a prescrivere nel caso di imputati incensurati e mantiene il limite di un quarto nel caso di recidivi semplici.

All’articolo 161 del codice penale, il secondo comma è sostituito dal seguente:
«Salvo che si proceda per i reati di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale, in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un sesto del tempo necessario a prescrivere, di un quarto nel caso di cui all’articolo 99, primo comma, della metà nei casi di cui all’articolo 99, secondo comma, di due terzi nel caso di cui all’articolo 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli articoli 102, 103 e 105». Inoltre, le disposizioni di cui sopra non si applicano ai procedimenti nei quali alla data di entrata in vigore della presente legge è già stata pronunciata sentenza di primo grado, quindi si applicano a tutti i processi nei quali ancora non sia intervenuta la sentenza di primo grado.

La falla principale della disposizione sta nell’essere retroattiva, applicandosi ai procedimenti tuttora in corso.

Il problema si ingigantisce se solo pensiamo alla quantità di reati coinvolti dalla normativa. Alcuni dei reati a cui si applicherebbe, nel caso di sentenza di primo grado non ancora emessa, sono: Abuso d’ufficio, Corruzione, Rivelazione di segreti d’ufficio,Truffa semplice o aggravata, Frodi comunitarie, Frodi fiscali, Falsi in bilancio, Bancarotta preferenziale, Intercettazioni illecite, Reati informatici, Ricettazione, Vendita di prodotti con marchi contraffatti, Traffico di rifiuti, Vendita di prodotti in violazione del diritto d’autore, Sfruttamento della prostituzione, Violenza privata, Falsificazione di documenti pubblici, Calunnia e falsa testimonianza, Lesioni personali, Omicidio colposo per colpa medica, Maltrattamenti in famiglia, Incendio, Aborto clandestino.

Quanto appena detto potrà sembrare insignificante, in realtà produce degli effetti devastanti dal momento che rischia di far saltare un incredibile numero di processi in corso, sulla base di meccanismi tecnici che indurranno i giudici a chiudere incontestabilmente il processo per “intervenuta prescrizione”.

Solo a mero titolo di cronaca occorre ricordare come gli effetti di tale riforma saranno rivolti anche a tre processi che vedono Silvio Berlusconi attualmente imputato, primo fra tutti la morte del processo Mills, che dovrebbe avvenire tra fine maggio e fine giugno; poi la prescrizione, nei primi mesi del 2012, del processo sui Diritti tv/1 e del Mediatrade. Motivo per cui l’opposizione, e non solo, ha tacciato questa modifica normativa di essere l’ennesima riforma “salva Premier”.

Tutto questo a discapito delle persone offese, cioè delle vittime dei reati, che si troveranno d’un tratto completamente prive di tutela.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

 

Giustizia, verità e bellezza: i più concreti tra i canoni astratti

Le parole “giustizia” e “verità” evocano valori, scopi, finalità astrattamente stimabili, lodevoli, ma soprattutto caratteri che devono essere propri di ogni uomo che ricopra la funzione del giudice. L’uomo giudice, per essere un buon magistrato, deve essere terzo e imparziale, deve essere distaccato da ogni legame umano, superiore a ogni simpatia e a ogni amicizia.

I concetti di verità e giustizia sono difficilmente rintracciabili nei nostri codici, ma sono generalmente considerati la vera e propria radice fondante dell’intera materia giuridica.

Del resto, come potremmo pensare a un giudice non giusto? Come immaginare una verità non vera?

Gli studiosi e le alte Corti del nostro Stato per decenni hanno tentato, e tuttora tentano affannandosi non poco, di dare una definizione di terzietà e imparzialità, di trovare loro una collocazione sistematica, di decifrarne i codici, all’apparenza esclusivamente astratti, creando istituti potenzialmente idonei a sanare quei vuoti che inevitabilmente si incontrano in un ordinamento giuridico in perenne mutamento.

Terzietà e imparzialità come due facce della stessa medaglia, ma allo stesso tempo due principi così imprescindibili,  irrinunciabili e così astratti da far sembrare addirittura improprio un loro imprigionamento in un codice di procedura o all’interno del più ampio ordinamento giuridico.

Entrambi i principi sono espressamente indicati come valori di rango costituzionale, che devono caratterizzare non solo il processo penale, ma l’intero esercizio della giurisdizione e della funzione giudiziaria in tutte le sue forme.

Semplificando, si potrebbe affermare che il concetto di terzietà attiene specificatamente alla posizione del giudice chiamato a esercitare la sua funzione nell’ambito del singolo processo affidatogli, posizione di “alterità” rispetto a quella delle parti in causa – attore e convenuto nel processo civile; pubblico ministero, parte civile e imputato in quello penale -.

La terzietà non esiste o non rileva al di fuori del processo.

Il concetto d’imparzialità è invece molto più ampio, e la sua realizzazione dipende non solo da come l’ordinamento disegna la figura del giudice e l’esercizio della giurisdizione, ma anche dal modo di porsi della persona giudice rispetto alla vicenda che deve decidere.

Si potrebbe affermare che l’imparzialità corrisponde al disinteresse” del giudice per la soluzione della vicenda, considerando che “disinteresse personale” è proprio l’espressione utilizzata dal codice deontologico, sia pure in un contesto non identico.

È possibile quindi affermare che l’ordinamento deve conformare l’esercizio della giurisdizione in modo da garantire terzietà e imparzialità.

Per garantire il principio dell’imparzialità occorre fare riferimento anche a situazioni o fatti esterni ed estranei alla vicenda processuale in quanto tale, ma suscettibili di influenzarne la soluzione – quali ad esempio i rapporti del magistrato di tipo affettivo, economico, personali o d’altro tipo – tali da far comunque pensare al rischio di un pre-giudizio, nel senso di giudizio preconcetto.

Tuttavia, per quanto siano concetti diversi, terzietà e imparzialità finiscono per intrecciarsi in un vincolo che non è facilmente risolvibile, tanto che non può parlarsi di vera terzietà se non in relazione o in collegamento con l’imparzialità. Non può parlarsi di giustizia se non in rapporto con la verità. Una decisione del giudice ingiusta è pur sempre una decisione non vera. Una decisione giusta spesso è una decisione vera, spesso e non sempre perché applicare la legge alla lettera è praticamente impossibile. Come può interpretarsi la formula “oltre ogni ragionevole dubbio”? Il dubbio è qualcosa di soggettivo, come fa a essere sindacabile?

La verità è oggettiva? La bellezza è oggettiva? Allo stesso modo la giustizia. È difficile rispondere, ma quando penso al binomio verità – giustizia, mi viene sempre in mente un passo del grandissimo giurista  Piero Calamandrei ( 1889 – 1956) che, con una metafora, ci illustra la difficoltà di percepire la verità, paragonando l’attività del giudice a quella del pittore.

mettete due pittori davanti allo stesso paesaggio, l’uno accanto all’altro, ognuno con il suo cavalletto:  tornate dopo un’ora a guardare quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela. Vedrete due paesaggi assolutamente diversi, tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso. Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità?

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Modificare la Costituzione… Come si può?

Alla domanda se sia possibile modificare la Costituzione dobbiamo rispondere immediatamente di sì. Proprio a questo scopo, infatti, è previsto lo strumento della Legge Costituzionale. Una Costituzione come la nostra si dice “rigida” perchè non può essere modificata dalle leggi ordinarie, ma soltanto tramite l’approvazione di leggi costituzionali seguendo l’iter che a breve spiegheremo. Al contrario, una Costituzione  “flessibile” occupa lo stesso grado delle leggi ordinarie nella gerarchia delle fonti. La costituzione flessibile può essere modificata a maggioranza parlamentare tramite l’approvazione di leggi ordinali. La modifica costituzionale non richiede leggi costituzionali né iter speciali di approvazione. La nostra prima forma di Costituzione, in vigore fino alla caduta del regime fascista, era una costituzione flessibile.

Nella storia del Novecento i regimi dittatoriali più noti – per esempio la Germania nazista di Hitler – nacquero da partiti che occupavano la sola maggioranza relativa dei voti dell’elettorato. Essendo difficilmente modificabile, la costituzione rigida tende però ad adattarsi con lentezza ai cambiamenti storico-sociali di un paese. La costituzione flessibile, che  può essere modificata dalle assemblee parlamentari a maggioranza semplice, comporta il fatto che si adatta più velocemente alle esigenze di un paese, ma lo espone più facilmente alle derive dittatoriali.

La storia ha dimostrato che un regime democratico può trasformarsi facilmente in un regime dittatoriale se le regole costituzionali sono troppo flessibili.  Non a caso uno dei principali obiettivi dei giuristi costituzionalisti dell’epoca contemporanea è proprio quello di plasmare una Carta Costituzionale in grado di unire i vantaggi della costituzione rigida con quelli della costituzione flessibile.

La legge Costituzionale è attribuita alla competenza del parlamento ed è adottata con un procedimento “aggravato“, ossia più complesso rispetto a quello previsto per le leggi ordinarie. Nella gerarchia delle fonti del diritto, la Costituzione e le leggi Costituzionali sono collocate in un grado superiore alla legge ordinaria, con la conseguenza che, ove la legge ordinaria contenesse disposizioni in contrasto con la costituzione o le leggi costituzionali, le stesse sarebbero invalidate in virtù del principio per cui la legge di rango superiore prevale su quella di rango inferiore.

Nel nostro ordinamento la costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge è valutata dalla Corte Costituzionale. La Costituzione italiana, all’art. 134, assegna alla Corte il compito di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni“.

L’art. 135 invece, prevede che la Corte costituzionale sia composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune (Camera e Senato congiuntamente), per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa.

Questa struttura mista è finalizzata a conferire equilibrio alla Corte Costituzionale: per favorire tale equilibrio infatti sono previsti, in capo ai soggetti scelti per la composizione dell’organo, sia un’elevata preparazione tecnico-giuridica sia la necessaria sensibilità politica. Nel caso in cui la Corte dichiari l’atto incostituzionale, la sentenza retroagisce fino al momento della entrata in vigore dell’atto.

L’iter per la revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione.  Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi.Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Quest’ultimo può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due camere, da cinque consiglieri regionali o da 500.000 elettori. Insomma, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso, raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell’opposizione.

Generalmente nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale, può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito“. Accesissimi dibattiti sono tutt’oggi aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”; tuttavia, per concludere queste righe senza addentrarsi troppo nei meandri delle più disparate interpretazioni che sono state assegnate a  tale inciso, è opportuno e sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti e riconosciuti.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]



Non c'è P2 senza P3…

“Salta la legge Falcone che consentiva una corsia più rapida per le investigazioni sulle associazioni criminali – scrive Liana Milella su La Repubblica online del 23 luglio 2010. – Per un gruppo come quello sotto inchiesta in questi giorni i magistrati avranno bisogno di “gravi indizi” di reato per far scattare gli ascolti”. La “cricca” di cui si parla nell’articolo è, ovviamente la famigerata new entry del panorama politico italiano: la P3... Nel frattempo l’irrefrenabile entourage di Mr. Silvio si impegna scrupolosamente per complicare la vita dei pm e agevolarla ai loro compari. Altro che fratelli Cohen… Questo è un paese per vecchi, possibilmente affiliati ad associazioni a delinquere che si macchiano di reati come corruzione, concussione, peculato, truffa, bancarotta e usura. “Per mettere sotto controllo i telefoni degli adepti al gruppo non basteranno i “sufficienti indizi di reato” – prosegue l’articolo di La Repubblica – come per la mafia e il terrorismo, ma ci vorranno i “gravi indizi” e tutti i numerosi paletti imposti dalla riforma”, quella stessa che cancella l’articolo 13 della Legge Falcone del 1991.

Persino Napolitano è rimasto allarmato e indignato per “l’emergere dei fatti di corruzione e trame inquinanti da parte di squallide consorterie”…
Al centro della rete di complotti e relazioni troviamo, guarda caso, il povero bistrattato Marcello Dell’Utri, che continua a negare l’evidenza persino dopo una condanna a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa… Ma anche l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, che il 14 luglio è stato persino costretto a dimettersi, cosa che di questi tempi, in Italia, non è da considerarsi troppo scontata. Ciononostante la super votata maggioranza parlamentare non ha autorizzato l’arresto del loro caro amico, che infondo è solo accusato di complicità con la Camorra… Che sarà mai??

Nel frattempo il piccolo Cappellacci e la sua “cricca” sono riusciti a trascinare nella melma persino un investimento importante e intelligente come quello sull’energia eolica.
Gli imprenditori Flavio Carboni e Arcangelo Martino, l’ex dirigente democristiano Pasquale Lombardi e il coordinatore nazionale del PDL Denis Verdini. “Non c’era livello della magistratura a cui la “banda” non potesse arrivare – scrive Emilio Randacio su La Repubblica online del 23 luglio. – Promuovere magistrati, fermare processi, condizionare i giudici, tutto pur di raggiungere i propri scopi. E, quando Carboni e i suoi complici decidono di far salire Nicola Cosentino sullo scranno più alto della Regione Campania, gli appoggi vengono attivati”.

Sembra che assieme al tappo della BP nel Golfo del Messico sia partito pure quello che da tempo tratteneva, tra una perdita e l’altra, la fuoriuscita di questa oscura fiumana di scandali…
Nel frattempo l’uomo più perseguitato della storia continua a puntare il dito contro la magistratura rossa e l’opposizione comunista, affermando di voler “restare fuori dalle artificiose burrasche scatenate dalla vecchia politica politicante e da quanti, in maniera irresponsabile, giocano una partita personale a svantaggio dell’interesse di tutti. Il clima giacobino e giustizialista nel quale alcuni stanno cercando di far ripiombare il nostro paese non è certo d’aiuto”.

Da Milano1 a Milano2 e poi dalla P2 alla P3… Perché le uniche cose in cui l’Italia riesce ad andare avanti sembrano essere le cifre delle vergogne che continuano a coinvolgerla…

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Il lodo (Alfano) che esce dalla porta e rientra dalla finestra

La legge è uguale per tutti? Una domanda banale, per la quale ci si aspetterebbe una risposta ancora più banale. Invece, sembra essere diventata la questione filosofica più complicata in assoluto (almeno in Italia).

La questione non è più banale da quando Berlusconi è salito al governo. Evidentemente lui è più uguale degli altri.

Ecco la  notizia di oggi: il Pdl ha messo a punto un nuovo disegno di legge – in sostituzione del Lodo Alfano – costituito da tre articoli, che prevede uno scudo giudiziario per il Presidente della Repubblica, per il Presidente del Consiglio e per i ministri. Rispetto al Lodo, sono stati esclusi dallo scudo le figure del presidente della Camera e quello del Senato per rispondere all’obiezione della Corte Costituzionale secondo la quale, a quel punto, lo scudo sarebbe dovuto essere esteso anche ai parlamentari.

Il gioiellino è stato firmato da Maurizio Gasparri e dal (presidente) vicario dei senatori Gaetano Quagliarello.

L’ennesimo tentativo di leggina ad personam, perlomeno, non tenta di nascondere – a partire dal nome – lo scopo per cui nasce. “Scudo”: appena penso a questa parola mi vengono in menteLo scudo e il Cavaliere immagini di combattenti, validi eroi che si difendono dagli attacchi nemici, da draghi; gentiluomini che mettono a rischio la propria vita per il bene dell’umanità. E cos’altro è il nostro caro presidente del Consiglio, se non un valoroso Cavaliere combattente, costretto a difendersi dagli attacchi di chi gli vuole male?

Il ddl in questione prevederebbe che il procedimento giudiziario possa andare avanti, obbligando invece il Magistrato a informare la camera di competenza (Camera o Senato) e chiedere a questa l’autorizzazione a procedere, che può essere negata entro 90 giorni dall’avvio delle indagini. Detto in parole povere: mettiamo che io sia indagata per un’ipotesi di reato. Il procedimento nei miei confronti comincia, si raccolgono prove e si fanno le indagini del caso. Il Magistrato che si occupa del mio caso, intanto, avverte mia madre e le chiede gentilmente se può continuare ad indagare. Ovviamente mia madre, che mi vuole bene, se vede davanti a sé porsi la possibilità di fare in modo che io non abbia fastidi di alcun genere cerca di evitarmeli, quindi risponde al Magistrato: “la ringrazio tanto per la sua proposta, ma preferisco che mia figlia non venga indagata”. Allora, il Magistrato non può far altro che ringraziare e allontanarsi con la coda fra le gambe, aspettando che io abbia voglia di farmi processare.

È assolutamente assurdo. Non vedo come – a meno che non siano malate – delle menti riescano a pensare a qualcosa del genere. Ovviamente si parla solo di sospensione del processo fino al termine del mandato, non di annullamento, ma ponendo ad esempio il caso remoto che Berlusconi continui a governare fino al termine del suo mandato e che, per assurdo, venga poi eletto Presidente della Repubblica… Beh, fate voi i conti.

Le informazioni al riguardo sono ancora poche, ho appreso la notizia dall’ANSA. Ma l’esperienza mi dice che  le cose possono solo essere peggiori di quello che sembrano all’inizio, sicuramente non saranno migliori.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

Compagno Fini

1943_Ossessione

Ossessione.

La parola che mi rimbalza più spesso in testa in questi giorni è proprio questa, “ossessione”. L’ossessione del nostro premier riguardo le leggi ad personam. La ricerca continua e costante di una scappatoia che possa metterlo al riparo dalle sue beghe giudiziarie. Bocciato il lodo Alfano, si passa alla riforma dei processi. Quello che ci viene venduto come “processo dalla durata certa”, altro non è che un modo per ridurre ulteriormente i tempi di prescrizione, un’ennesima scappatoia messa in piedi dal pool di legali vicini al Presidente del Consiglio che gli permetta di “governare legittimamente”. Che poi questo “governare legittimamente” significhi non affrontare i processi per cui si è imputati (in una maniera o nell’altra), poco importa.

L’ossessione della sinistrainesistente, sempre pronta a fare la sua sterile e inutile polemica contro le leggi ad personam del Premier. Sembra di rivedere lo stesso percorso visto altre decine di volte negli ultimi anni. Da un lato l’eterna nemesi che cerca di sistemarsi le leggi a suo piacimento, dall’altro un’opposizione che ha come unici argomenti proprio questa sua eterna nemesi. Nel concreto però non fa mai niente. Si limita a dire “è una proposta di legge sbagliata” oppure “è un’ingiustizia”, ma siamo sempre lì, fermi allo stesso punto. Opposizione che è simbionte, che sembra non poter sopravvivere senza il suo ospite. Verme solitario che si ciba degli scarti digestivi delle proposte del centro-destra. E nel mezzo ci siamo noi gente comune.

L’ossessione della ricerca per il popolo di sinistra di una rappresentanza che non esiste. Masochisti noi, ormai all’eterna ricerca di qualcuno che possa rappresentarci, che possa urlare i “no” che urliamo ogni giorno nelle nostre case, nei nostri blog, nei nostri piccoli circoli di provincia, nei forum, nei gruppi di discussione e nei gruppi di amici. Masochisti perché ci aggrappiamo alla flebile speranza che qualcosa cambi, una flebile speranza che ancora non si vuol spegnere, nonostante l’atmosfera di totale desolazione che ci circonda.

legge3

E ancora una volta ci troviamo di fronte ad una situazione grottesca, che dovrebbe far rabbrividire anche il meno assennato dei cittadini. Il grosso pupazzone travestito da “giustizia certa”, buttata giù la maschera, svela la sua terribile identità di impunità, di privilegio. Impunità per tanti reati, che finirebbero semplicemente nel dimenticatoio (poi qualcuno, esperto giurista, un giorno riuscirà a spiegarmi che senso ha il concetto di prescrizione… Lo spero), con un colpo di forbici. E poco importa se dentro questo calderone finiranno anche tante disonestà, tanti obbrobri e reati che andrebbero giustamente perseguiti. Cosa fare lo si è detto più volte, ci vogliono più risorse per i magistrati, per le forze dell’ordine, ci vuole più denaro per la macchina giudiziaria. Questo assicurerebbe un miglior funzionamento della Giustizia. Non certo garantire l’impunità qua e là, pur di gratificare e di placare l’Ossessione.

Incredibile dictu, le parole più sovversive, più di sinistra, più d’opposizione, arrivano dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Non è difficile distinguere un uomo politico serio, un politico vero, in mezzo a tutti i Giovanardi, Brunetta, Calderoli, fino ad arrivare agli enfant prodige Gelmini e Carfagna. L’unico che si sta in qualche maniera “opponendo”, che sta facendo delle giuste riflessioni, sembra essere proprio l’ex-AN Fini, dall’alto della sua lunga esperienza politica.

fini 3Oggi (ieri ndr) ha dichiarato “La maggioranza non può fare le regole a proprio piacimento. Una riscrittura delle regole deve essere quanto più possibile condivisa perché non deve accadere che ogni maggioranza modifichi a proprio piacimento quelle che sono le regole del vivere civile. Riscrivere le regole deve necessariamente comportare l’impegno per una riscrittura che sia quanto più possibile condivisa perché le regole riguardano tutti, perché le istituzioni della Repubblica sono le istituzioni di ogni italiano […] sarebbe certamente un momento difficile per il nostro Paese quello in cui dovesse affermarsi il principio che in una democrazia dell’alternanza ogni maggioranza modifica a proprio piacimento quelle che sono le regole del vivere civile, le regole che devono impegnare tutti gli italiani”  (via | Repubblica.it)

E così mi ritrovo nel 2009 a tessere le lodi di Gianfranco Fini, esponente di una frangia politica da cui ho sempre preso il più possibile le distanze e che rappresenta l’esatto opposto dei miei ideali. Eppure…
Eppure questo Governo dei saltimbanchi è riuscito anche in questa incredibile impresa: far cose talmente fuori di testa che ci si ritrova ad allearsi anche con i “vecchi nemici”, almeno dal punto di vista idealistico, riguardo un argomento così importante e così fondante come la legalità. Gente, questa è una cosa che riguarda la vita di tutti noi, si sta mettendo in dubbio l’unica cosa che ci rende tutti davvero uguali, la Legge. E’ l’unica cosa che davvero non conosce razza, età, religione, sesso, stato sociale. La Legge è uguale per tutti (recitano le grosse targhe nei tribunali), anche se sempre più spesso siamo portati a pensare il contrario. E adesso si sta facendo di tutto per far sì che davanti alla Legge qualcuno sia più uguale di qualcun’altro. Non permettiamoglielo.

monopoliAnzi, facciamo una cosa, andiamo a prendere le nostre scatole di Monopoli, cerchiamo in mezzo alla candela e il fiasco, agli alberghi e i contratti, e prendiamo il mitico cartoncino arancione degli Imprevisti che titola “Uscite gratis di prigione”. Imbustiamolo, e mandiamolo tutti a Palazzo Chigi. Può darsi che in questa maniera l’Ossessione finisca un po’. Non si sa mai.

Battute a parte, vi segnalo la raccolta firme promossa da un appello di Roberto Saviano che sta facendo Repubblica in questi giorni. Le firme sono (al momento) già più di 150mila, non possiamo far altro che invitare tutti voi a sottoscrivere la petizione, le istruzioni le trovate cliccando sul link:

Presidente, ritiri quella norma del privilegio

Certo, magari nel concreto non servirà a molto. Forse non risolverà le cose. Ma noi continuiamo a provarci. Ricordate: il silenzio è molto peggio.