Libertà di informazione, bye bye…

Il disegno di legge n. 1611, dai più conosciuto come “legge bavaglio” contro le intercettazioni, mette in gravissimo pericolo la libertà di informazione sul web e l’esistenza di tutti i blog e i siti che in Italia cercano di fare un’informazione alternativa.

Per i siti informatici, ivi

compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le
rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto
ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia
cui si riferiscono."

Nel simpatico disegno che vuol porre fine alle intercettazioni (chissà come mai i politici ne hanno così tanta paura, eh?), al comma 29 dell’articolo 1, appare una norma che è destinata a distruggere gli ultimi scampoli di libertà che ci rimangono in rete. In pratica, se dovesse essere approvato (ma vista la fretta dell’esecutivo di pararsi il didietro, questo accadrà), obbligherà ogni blogger, autore o semplice utente a rettificare il contenuto pubblicato semplicemente dietro una segnalazione del diretto interessato.

Se già in passato lo strumento della querela (abusato e stra-abusato) teneva i bloggers con il fiato sospeso e il terrore di finire in tribunale (causa penale, ricordiamolo) per aver espresso una semplice opinione (con nessun “rischio” per la parte in causa, che quindi poteva querelare quanto voleva), adesso non servirà neanche tutta la trafila. O arriva la rettifica in 48 ore, oppure multe salatissime fino a 12.000 euro. Capirete che è nient’altro che un bavaglio, una censura assoluta che mette in pericolo qualsiasi contenuto online. Fermo restando che è sacrosanto il diritto di sentirsi diffamati e di ricorrere agli organi per difendersi da dichiarazioni false, sbagliate o offensive, ed è giusto che le persone siano tutelate in qualche modo, è sconvolgente l’idea che basterà segnalare qualsiasi contenuto per farlo rimuovere-rettificare in tempi rapidissimi, e senza discussioni.

Rimane ancora l’equiparazione tra blog e prodotti editoriali classici, che è forse a monte il primo problema da risolvere. Da un lato media che hanno dietro finanziamenti, protezioni sindacali, copertura legale, dall’altro i semplici cittadini (spesso giovani) che esprimono le loro opinioni, che raccontano delle storie, sprovvisti di alcun tipo di tutela. Capirete anche voi che “minacciare” velatamente un blog è semplice. Mentre un quotidiano, ad esempio, alla querela/richiesta di rettifica si mette lì e analizza, decide, si tutela, il blogger di turno è già attualmente costretto a battere in ritirata se non si vuole trovare a spendere denaro e tempo appresso ad una causa.

Se questo disegno di legge dovesse passare, oltre ai tremendi lati negativi della limitazione delle intercettazioni (di quanti casi non saremmo a conoscenza, oggi?), il blogger non potrà neanche più riflettere concretamente sulla possibilità di difendere le proprie idee. Devi rimuovere il contenuto entro due giorni, oppure ti becchi la multa. E chi decide se c’è vera diffamazione? Nessuno. Il passaggio è automatico: segnalazione – obbligo di rettifica. Sconvolgente. 

Questo potrebbe significare la morte totale della libertà di opinione sul web. Senza esagerare con gli allarmismi, appare molto concreta la possibilità che un blog o un sito, che dà fastidio a qualcuno semplicemente perché dice le cose con una voce fuori dal coro, possa essere tartassato di segnalazioni, articolo su articolo, e alla fine sarebbe costretto a chiudere. La Cina con il suo controllo totale della rete non è poi così lontana, pensateci.

Una classe politica vecchia, rimasta nella preistoria, con decine di scheletri nell’armadio, si protegge togliendo giorno per giorno ogni libertà ai cittadini. Si sono resi conto molto bene che la rete non ha scudi, non ha specchietti per le allodole, non è, in poche parole, controllabile. Non è come la TV, dove sei obbligato a vedere quello che dicono loro. Non è come i giornali, dove sei obbligato a leggere quello che dicono loro. No. La rete dà la parola alle persone, ai semplici cittadini, a chi vota quella gente e a chi li manda a governare (spesso male) e a fargli ottenere le loro pensioni d’oro e le loro poltrone. E questo evidentemente non è più tollerabile.

Non resta che la sensazione di schifo di fronte a idee così arretrate, fuori dal tempo, che ci costringeranno a vivere in un Paese sempre meno libero. Sono curioso di sapere voi lettori cosa ne pensate a riguardo. Io sono ormai senza parole.

Due anni insieme! Auguri Camminando Scalzi

Due anni fa cominciava l’avventura Camminando Scalzi. Un’idea un po’ folle di quattro amici appassionati di scrittura, che misero su un sito con la voglia di condividere le proprie opinioni, di fare un’informazione alternativa, libera da ogni vincolo, diventava realtà in quell’ormai lontano settembre 2009. Nessuno di noi avrebbe immaginato di compiere due anni insieme, e di vedere la nostra creatura arrivare a questo punto.

635 articoli pubblicati, 2.787 commenti ai post, quasi 300.000 click unici, una media giornaliera che tocca le mille visite, 3.245 fan sulla nostra pagina Facebook, centinaia di iscrizioni rss, decine di blogger che hanno scritto per noi… numeri, freddi numeri, che descrivono nel modo più accurato e caldo quanto grande è diventato questo piccolo sito che ha soltanto due anni di età, ma è già abbastanza cresciuto da camminare (scalzo) sulle proprie gambe. Tante sono le persone che sono passate su queste pagine a collaborare con noi, chi è andato via, chi è arrivato soltanto una settimana fa, e tanti sono stati gli articoli che ci avete mandato voi lettori, che abbiamo puntualmente pubblicato, dando a tutti la possibilità di esprimersi in questi tempi così bui.

Non è stata una strada tutta in discesa, bisogna ammetterlo. Abbiamo incontrato delle difficoltà, le più disparate, abbiamo visto persone che avevano contribuito a fondare l’idea di Camminando Scalzi andare via inseguendo gli impegni più pressanti della vita, abbiamo fatto amicizia con nuove persone che hanno sposato piene di speranza la nostra idea e la nostra filosofia. Amici, è così che ci sentiamo di definirci, amici con una passione in comune, quella della scrittura, dell’informazione, del giornalismo. Amici che stanno diventando una famiglia virtuale.

Cominciavamo quest’avventura quando l’ormai stra-abusato termine “dal basso” era ancora al di là da venire, e noi proprio “dal basso” abbiamo fatto i nostri piccoli passi, impegnandoci quotidianamente a fornire un’informazione originale (tutti i nostri articoli sono scritti apposta per noi!), gratuita (siamo totalmente autofinanziati, sul nostro sito non c’è una sola riga di pubblicità e, dopo due anni, siamo ancora molto orgogliosi di questo), cercando di raccontarvi storie in una maniera nuova, storie che nessun’altro racconta, con gli occhi di chi le ha vissute, di chi le ha osservate, di chi ha voluto raccontarcele e raccontarvele.

E poi ci siete voi lettori, persone che ci seguono dalla primissima ora, persone che sono arrivate solo oggi, ma a tutti voi va il nostro primo ringraziamento. Avere una comunità così numerosa che ci segue è la nostra più grande soddisfazione, perché è proprio da questa comunità che andiamo a pescare la nostra voglia di andare avanti, la nostra voglia di condivisione e di informazione libera. Quindi, a nome di tutta la redazione, il primo ringraziamento -e il più grande- va proprio a voi lettori, che ci seguite quotidianamente o saltuariamente, ma che non mancate mai.

Il secondo enorme ringraziamento va a tutte le persone che lavorano o hanno lavorato per Camminando Scalzi. Questo piccolo maniero che abbiamo costruito è fatto di mattoni posati uno per uno, e ognuno di quei piccoli mattoni rimarrà sempre nella storia del sito. Senza queste meravigliose persone con cui collaboriamo giorno per giorno, con cui abbiamo collaborato in passato, non saremmo sicuramente arrivati fino a questo punto. Quindi grazie anche a tutta la redazione passata, presente e futura.

Quando si spengono le candeline, bisogna chiudere gli occhi ed esprimere un desiderio. Il nostro desiderio è quello di continuare ad offrirvi un altro anno fantastico di informazione libera fatta senza scudi e senza influenze, mantenendo la nostra libertà di fondo e battendoci per essa. E ci auguriamo che la nostra community possa crescere ancora di più, che possiate diventare più numerosi ancora, che possiate continuare a “premiarci” con la vostra presenza come avete fatto finora e ancora di più (e qui ci dovete aiutare anche voi a farci conoscere!)

Siamo davvero commossi di essere arrivati fino a questo punto, e siamo davvero contenti di averlo fatto. Questo ci darà energia e forza per andare avanti, ancora meglio, ancora più caparbi nell’inseguire la nostra passione.

La Redazione di Camminando Scalzi

Tanti auguri Camminando Scalzi, di cuore.

Che possiate essere tutti liberi, liberi come ci si sente Camminando Scalzi

Giornalismo e libertà di informazione: Intervista a Luca Telese

Abbiamo intervistato Luca Telese , attualmente giornalista de “Il Fatto Quotidiano” e di La7, che ci ha concesso una piacevole chiacchierata sui temi a noi cari della libertà di informazione e del mondo del giornalismo in Italia. Telese ha lavorato per dieci anni al Giornale, per poi passare al quotidiano diretto da Antonio Padellaro, oltre a essere autore televisivo (Chiambretti c’è, Batti e Ribatti, Cronache Marziane), conduttore di Tetris, si occupa anche della collana Sperling&Kupfer “Radici nel presente”, dedicata a vicende storico-politiche scomode.

Qui trovate il suo sito ufficiale e qui il suo blog su ilfattoquotidiano.it

Camminando Scalzi: Nella biografia di wikipedia a te dedicata si legge che sei stato “giornalista parlamentare ed ex portavoce del partito Rifondazione Comunista e poi nell’ufficio stampa del Movimento dei Comunisti Unitari” e che il 21 agosto 2008 ti sei definito “un comunista italiano a lungo impegnato in un giornale di destra”. Potresti raccontarci come sei riuscito a conciliare la linea editoriale del quotidiano in cui hai lavorato per 10 anni (Il Giornale) e le tue personali opinioni politiche?

Luca Telese: Quando sono entrato al Giornale ero dichiaratamente di sinistra; sapevano come la pensavo, e quindi mi hanno preso dicendomi “a te garantiremo la libertà di scrivere quello che pensi, non ti imbavaglieremo, perché di giornalisti di destra ne abbiamo già tanti”. Inoltre io facevo cronaca, non facevo editoriali. Raccontavo tendenzialmente quello che vedevo. C’è una cosa che spiego sempre, cioè che la libertà di stampa è una condizione soggettiva. Al Corriere della sera, dove ero prima, con un contratto che scadeva ogni tre mesi, ero oggettivamente più libero ma anche oggettivamente meno libero. Se invece sei in un giornale più schierato (come il Giornale), però ti hanno preso, ti hanno voluto e ti hanno  fatto un contratto a tempo indeterminato, è il loro interesse che tu funzioni, non hanno interesse a imbavagliarti.

CS: Uno dei principi cardine della professione giornalistica è l’obiettività. Dalla tua esperienza personale ritieni che sia davvero possibile, per un giornalista, scegliere la notizia e raccontarla in modo neutrale e oggettivo?

LT: Non esiste la neutralità perché ogni racconto è per definizione soggettivo. Esiste la possibilità di essere onesti nel racconto che si fa ed esiste la possibilità di spiegare ai lettori, raccontare insieme a quello che si vede qual è il proprio punto di vista, qual è il proprio modo di vedere le cose. Quindi non è oggettivo, ma è onesto, questa è la grande differenza. Ovviamente ci deve essere un minimo di aderenza ai fatti, e c’è gente che viola anche quella. Ma tolta questa, c’è proprio un bisogno di raccontare. Io racconto quello che vedo e dico come lo vedo e perché.

CS: Il principio di obiettività si scontra molto spesso anche con le scelte editoriali del giornale per cui si scrive. Nel corso della tua carriera giornalistica hai mai subito pressioni politiche o censure?

LT: Sono stato licenziato più o meno sei volte, e ognuno di questi licenziamenti era una censura non riuscita. Quindi c’era una reazione, o il prodotto di una fama di rompicoglioni che uno si fa. I licenziamenti che ho avuto sono le censure che non ho accettato, diciamo.

CS: Dall’esterno il Fatto Quotidiano viene percepito come un giornale innovativo, perché non accetta finanziamenti pubblici ed è esclusivamente finanziato dalle vendite, dalla pubblicità e da una SpA realizzata ad hoc, dove ciascun azionista non può possedere oltre il 16% delle azioni complessive (per evitare che vi sia un azionista di maggioranza). Trovi che questa formula riesca a garantire una maggiore libertà al giornale? Per la tua personale esperienza, ad esempio, hai riscontrato delle differenze quando sei passato da Il Giornale (di proprietà della famiglia Berlusconi) a Il Fatto Quotidiano?

LT: Ho lasciato Il Giornale, in cui avevo un’ottima condizione personale, per poter costruire un giornale in cui ci fosse un’ottima condizione collettiva. Il Fatto è il primo giornale che io conosca, tra i tanti in cui ho lavorato, dove non c’è il cono d’ombra. Cioè il luogo buio dove non puoi scrivere, che è dove risiede la proprietà del giornale. Al Fatto questa cosa non c’è.

CS: Il giornalista Giuseppe Altamore nel libro “I padroni delle notizie”, ha scritto che la maggior parte degli introiti delle società editoriali oggi provengono dagli inserzionisti pubblicitari e che questo influenza molto le scelte dei direttori delle testate. Ritieni che abbia ragione? Pensi che, in un periodo di crisi della carta stampata, anche un giornale indipendente come il Fatto Quotidiano potrebbe cedere alle pressioni degli inserzionisti?

LT: Nel nostro caso non possiamo cedere perché già siamo un giornale che macina utili in maniera prodigiosa. Noi non abbiamo in questo momento nessun problema. Anche se avessimo pubblicità zero avremmo comunque dei profitti. Siamo un’isola felice e non abbiamo problemi di inserzioni. Non risentiamo della crisi. Siamo anche molto morigerati: avevamo un obiettivo di pareggio molto basso proprio perché non volevamo essere dipendenti da nessuno.

CS: Pensi che la libertà d’informazione in Italia sia compromessa dal noto conflitto d’interessi del premier Silvio Berlusconi? E come spieghi il fatto che la Freedom House ci collochi sempre in posizioni bassissime sul fronte della libertà di informazione?

LT: Sicuramente il conflitto di interessi è un grave vulnus che dovrebbe essere aggirato, ed è una delle coglionerie (sic) del centro-sinistra, una di quelle per cui si passa alla storia, il fatto di non aver cancellato il conflitto di interessi con una legge. È importante però anche dire che non è che Berlusconi vince perché ha le televisioni. Berlusconi vince perché è più convincente degli addormentati del centro-sinistra. Il conflitto di interessi c’è, e il tentativo di Berlusconi di controllare l’informazione anche. Anche i democristiani controllavano l’informazione, certo non con la scientificità. Si potrebbe battere Berlusconi anche se avesse sei canali. Detto questo, il conflitto di interessi c’è ed è una zavorra pesantissima per chiunque lavora nei giornali di Berlusconi. Il fatto che io fossi libero quando ero al Giornale è perché non scrivevo di Berlusconi. Se avessi scritto di Berlusconi sarei stato molto colpito dal conflitto di interessi. Il mio modo per ritagliarmi la mia libertà al Giornale era non scrivere di Berlusconi.

CS: Cosa pensi dell’Ordine dei giornalisti e del fatto che l’Italia sia uno dei pochissimi paesi europei ad averne uno? Tenendo conto delle svariate problematiche che affliggono il giornalismo italiano, ritieni che l’Ordine sia realmente in grado di tutelare la libertà di espressione dei giornalisti e il diritto di buona informazione dei lettori?

LT: Purtroppo l’Ordine in Italia è un apparato burocratico che solo ogni tanto si ricorda di quale dovrebbe essere la sua funzione. Amministra tendenzialmente dei fondi previdenziali (male), amministra una cassa sanitaria (male), e ogni tanto si ricorda di fare le grandi campagne in difesa della libertà di stampa. È un’anomalia che non è giustificata dal modo in cui lavorano.

CS: Il futuro dell’Informazione: ci troviamo in un’epoca in cui il giornalismo cede ogni giorno di più il passo a un’informazione dal basso, libera. La gente sta imparando a crearsi il proprio giornale virtuale, ed è una realtà che prende sempre più piede, con veri e propri scoop (vedi Wikileaks). Come dovrà evolversi il giornalismo tradizionale per sopravvivere?

LT: Il giornalismo tradizionale può sopravvivere se si rinnova. Se perde la presunzione di superiorità, se perde la sua assoluta capacità di appiattirsi sul potere, cosa che in questo momento non sembra abbia la minima intenzione di fare. Poi si dice la cazzata epocale “c’è la crisi ai giornali perché c’è Internet”. Il Fatto è un giornale che è nato da internet, è arrivato sulla carta dopo essere nato come sito. C’è sempre un enorme spazio di mercato per la carta. Quindi se i giornali si rinnovano e diventano interessanti hanno tutta la possibilità di vendere e guadagnare consensi e credibilità dai lettori. Non lo fanno; anzi fanno esattamente il contrario, di questi tempi. I giornali sono macchine di tristezza, sono chiusi a qualunque rinnovamento. Se arriva un giovane deve essere iperprecario e il babbione che sta accanto a lui deve guadagnare il doppio, sennò non funzionano, i giornali.

CS: Giovani e giornalismo. Una domanda secca e concisa: quale futuro c’è per i giovani che vogliono intraprendere questa carriera?

LT: Intanto dico di non cedere alla committenza. Tendenzialmente nei primi vent’anni della tua carriera tutto quello che ti chiedono è sbagliato, quindi uno dovrebbe fare il contrario. Quando entrai nei giornali mi chiedevano le cose che non mi piacevano e che non sapevo fare e che neanche a loro servivano; è proprio un esercizio sadico che i giornali di oggi fanno e che la generazione dei bolliti cinquanta-sessantenni tende ad applicare. Semplicemente loro ammazzano tutto quello che si muove, sono invidiosi del gap generazionale. Sono meno preparati e più cialtroni, quindi l’unico modo che hanno per dominare la nostra generazione e le successive è nonnizzarle; questa è la costante dei giornali italiani: analfabeti, impreparati, hanno studiato poco, tiravano il libretto agli esami, hanno un’idea vecchia del potere, quindi per loro il giornale non è manco la questione di fare il giornale, ma un luogo di potere. I giovani dovrebbero rifiutare tutti gli input, dato che tutto quello che ti chiedono è sbagliato. Dovrebbero formarsi per cazzi propri sulle cose che ritengono importanti (scusate la crudezza oxfordiana). E soprattutto crederci, perché alla fine ci si arriva. Tolti i servi e i raccomandati, in giro c’è una tale quantità di brocchi che alla fine si fa carriera.

CS: Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato.

LT: Grazie mille a voi tutti.

Oggi muore un pezzo di libertà

Alla fine ci sono riusciti. Il Senato ha votato in tarda mattina la fiducia sul discusso ddl intercettazioni. Un incubo per la libertà di stampa, un attacco diretto e senza pietà alla democrazia. Oggi l’Italia perde un altro pezzo di libertà, la libertà di essere informati.

Dimenticatevi delle risate la notte di L’Aquila, dimenticatevi il lettone grande, dimenticatevi le banche dei partiti… Dimenticatevi di tutto questo, perché non sentiremo parlare più di nessuna intercettazione. E non bisogna essere di chissà quale fede politica sinistroide per ritenersi derubati di questa libertà, perché a destra e a sinistra, a chi non ha nulla da nascondere, a chi è veramente onesto, poco importa delle intercettazioni. La maggioranza ha dipinto questo provvedimento come una grande libertà, una difesa della privacy, l’ha definito democratico, ha venduto una pillola che puzza di escrementi come fosse una squisita caramella alla frutta. La gente insorge, l’opposizione timidamente protesta, persino i finiani ci trovano qualcosa di male (per poi fare dietrofront). Il testo viene rimandato, modificato, fino a che il nostro futuro Sovrano Maximo si infuria, si innervosisce, sbraita che con la nostra Costituzione non si può governare (e vattene allora!), e decide di blindare il decreto e porlo sotto fiducia. Insomma, qui si fa come dice lui, è bene che tutti se lo ricordino, e non sono ammesse repliche. Kaputt!

La gravità del momento è enorme, e c’è da chiedersi quante persone se ne stiano veramente rendendo conto. Ieri sera l’Italia dei Valori ha occupato i banchi del Senato, oggi sono stati espulsi da Schifani. Il resto dell’opposizione non ha saputo far altro che rilasciare un’accesa e accorata dichiarazione del Presidente dei Senatori democratici Anna finocchiaro: “Il Pd non parteciperà al voto. Questa legge non tutela la privacy dei soggetti ma i criminali, uccide la libertà di informazione e limita i mezzi a disposizione degli investigatori per individuare e punire i colpevoli”. (fonte | Repubblica.it). Poi i senatori del PD lasciano l’aula, ritirandosi dalle operazioni di voto (perché non votare contro?). Di Pietro tuonerà ancora contro il resto dell’opposizione, colpevole di aver fatto troppo poco per impedire questo ddl (“Voi dell’opposizione e voi cittadini svegliatevi perchè fare Ponzio Pilato e anche peggio di Erode”), e annuncia una raccolta firme per un referendum abrogativo. Nel frattempo fuori dal palazzo si affolla un sit-in del Popolo Viola.

La Fnsi annuncia che il 9 luglio ci sarà “una giornata del silenzio per la stampa italiana con lo sciopero generale contro il ddl intercettazioni”. Persino i comitati di redazione della Mediaset (TG5, TG4, Studio Aperto, News Mediaset, Sport Mediaset) annunciano il loro completo sostegno a qualsiasi iniziativa di protesta che prenderà la Federazione nei confronti del decreto.

Questo decreto, insomma, non va bene a nessuno, tranne che a pochi: i soliti pochi. Chissà come mai si affrettano tanto a risolvere un “problema” del genere quando l’Italia sta vivendo una profonda crisi economica. È successo già altre volte, questa è l’ennesima legge ad personam di una casta che non vuole più essere toccata, che sta limitando la libertà dei cittadini lentamente, rosicchiandola piano piano, senza che questi se ne accorgano. È come una gangrena, un processo necrotico irreversibile, indolore, che piano piano finisce per mangiarti pezzi del tuo corpo, senza che quasi te ne accorga.

Oggi è morto un altro pezzo di Libertà. L’informazione permette alle menti di rimanere sveglie, di stare attente ai dettagli, di farsi le proprie opinioni sulla nostra classe dirigente. Meglio che non sappiano niente di niente, meglio che il lettone di Putin e le puttane rimangano nel segreto, meglio che le risate di L’Aquila si perdano in quella notte tremenda.

Il controllo dà fastidio a chi deve fare cose turpi.

La stampa è per eccellenza lo strumento democratico della libertà. (Alexis de Tocqueville)

Un'indimenticabile "Raiperunanotte"…

Una scena in bianco e nero apre la diretta. È una piazza stipata di persone definite da sfumature di grigio, esattamente come il Ventennio che evocano. Una folla di automi che inneggia un leader urlante che pensa, parla e decide per loro, per tutti loro…
La scena cambia. L’immagine prende colore e la sbiadita figura di quel passato si tinteggia delle vivaci tonalità del presente in una Piazza San Giovanni che acclama un solo uomo, beatificandolo come un martire e venerandolo come colui che indosserà le vesti del salvatore d’Italia.

Il filmato termina e le luci si accendono su un enorme Paladozza colmo di persone euforiche ed entusiaste per il valore della storica serata a cui stanno prendendo parte. Michele Santoro apre il programma con un efficace editoriale che richiama alla memoria la data del 25 marzo e l’apertura di quella che fu la prima trasmissione radiofonica libera in Italia: Radio Libera Partinico di Danilo Dolci. Gli incisivi interventi di Marco Travaglio, l’ironica genialità musicale di Elio e le Storie Tese e le sagge considerazioni di un Mario Monicelli che critica la passiva concezione di “speranza” auspicando a quella “rivoluzione” che l’Italia non ha mai avuto…

La greve e particolareggiata descrizione di un metaforico rapporto anale mandato in scena dalla satirica rappresentazione di un esilarante Daniele Luttazzi, che non manca di citare la cultura con una celebre frase del greco Aristofane: “Odiare i mascalzoni è cosa nobile, perché onora gli onesti”…

Milena Gabanelli, il racconto di un padre che le ha insegnato e trasmesso il valore della pluralità di pensiero e l’importanza della capacità di critica, e la “normalità” che dovrebbe contraddistinguere quelle scelte che oggi appaiono come eroiche. Un Riccardo Iacona che mette in risalto le differenze che intercorrono tra il significato di Politica in Italia e nei tanti altri Paesi europei dove nessun capo di Governo sarebbe uscito incolume dalla serie di scandali che hanno coinvolto il nostro Premier.
Il caso di Trani, riprodotto con disegni animati e raccontato dal testo delle scottanti intercettazioni tra Innocenzi, Masi e Berlusconi.
Le cassa integrate della “Omsa” e la voce dei troppi posti di lavoro perduti. La pazza comicità del celebre Benigni e gli informati interventi dei grandi nomi del giornalismo che hanno partecipato all’evento, da Gad Lerner a Barbara Sanna, da Norma Rangeri a Giovanni Floris

La meravigliosa interpretazione di un Crozza “mascherato” da ministro Brunetta, l’escalation di ilarità del sintetico tratto di matita della genialità di Vauro, e persino la voce del contraddittorio nello spazio riservato all’intervista di Emilio Fede.

L’orologio decreta che la mezzanotte è oramai passata e l’appuntamento con “Raiperunanotte” sta per volgere la termine. Una mano sul cuore di tutti i presenti suggella un ironico giuramento: il patto tra il diritto di espressione dei giornalisti e il diritto di informazione dei cittadini. Santoro afferra la mano di una cassaintegrata Omsa originando una catena umana di persone che corrono verso la piazza esterna al Paladozza.
Un record di connessioni alla Rete, un record di ascolti, un record di partecipazione popolare, e soprattutto un record di orgoglio, nell’idea che sia ancora possibile realizzare qualcosa di tanto eccezionale e poter affermare di averne fatto parte…

Per chi volesse guardare tutta la puntata in replica su youtube, basta partire da questo video: Raiperunanotte – Annozero – Replica integrale.

Raiperunanotte – La Diretta

Ecco la pagina dove seguire Raiperunanotte qui su Camminandoscalzi.it.

Se volete approfondire o se ancora non conoscete l’iniziativa Raiperunanotte, ecco gli articoli di riferimento:

Raiperunanotte – L’informazione che si strappa il bavaglio

Raiperunanotte su Camminando Scalzi

E il sito ufficiale dell’evento:

www.raiperunanotte.it

Vi lasciamo alla diretta, che partirà alle ore 21. Mi raccomando, dobbiamo essere numerosissimi. Buona visione, ci sentiamo nei commenti al post.

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TG1: Mills assolto?

Partiamo prima di tutto da due definizioni:

Assoluzione: dichiarazione del giudice che riconosce innocente l’imputato. (via | Worldreference)

Prescrizione: La prescrizione nell’ordinamento penale italiano indica l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. (via | Wikipedia)

Sono due termini che non hanno, come si può ben vedere, nulla a che fare l’uno con l’altro. Dove il primo si riferisce ad una riconoscenza della diretta innocenza da parte del giudice riguardo l’imputato, il secondo sancisce la decadenza dei termini processuali, ma non cambia lo status della sentenza. In soldoni, chi viene condannato oltre una certa decorrenza dei termini (che variano in base ai vari reati), non è obbligato a scontarne la pena. Ma non c’è alcuna traccia di dichiarazione di non colpevolezza da parte del giudice.

Bene, questo più o meno lo sanno tutti. Più o meno.

Il 26 Febbraio scorso, il TG1 dichiara per ben due volte che David Mills è stato assolto, e non prescritto. Ecco il video che lo testimonia:

L’avvocato Mills, nei primi due gradi di giudizio, si era visto infliggere una pena di quattro anni e mezzo per il reato di corruzione. La Corte di Cassazione ha però deciso per l’estinzione del reato causa prescrizione, in quanto il suddetto procedimento era andato oltre la decorrenza dei termini (il passaggio di denaro, secondo il processo, è avvenuto nel novembre del 1999, e i termini scadevano più di tre mesi fa, quindi). Tantopiù che la Cassazione ha confermato la pena pecuniaria di 250 mila euro da pagare alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile ai tempi del governo Prodi. Quindi, ironia della sorte, le pene accessorie (la parte pecuniaria) devono essere  comunque scontate, mentre la condanna alla reclusione, come già detto, non viene eseguita in quanto sono passati dieci anni dal reato.

Questi sono i Fatti.

Procediamo con un’altra definizione: “Il giornalismo è la professione di chi, operando nel mondo dell’editoria, è specializzato nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie.” (via | Wikipedia)

In questi tempi in cui l’informazione appare in una crisi profonda, soprattutto quella dei media tradizionali (giornali e televisioni), si viene a riproporre un tema sempre attuale, quello della “realtà imposta”. Il TG1 è probabilmente il telegiornale più importante e seguito della televisione italiana, è il telegiornale della prima rete nazionale della Televisione di Stato. La Rai è finanziata dalle tasse pagate dai cittadini (ricordiamo, l’abbonamento Rai non è facoltativo, è una tassa sul possesso dell’apparecchio ricevente), è un servizio statale, è qualcosa che dovrebbe avere un rispetto infinito per l’informazione e le notizie.

Questa volta, invece, c’è stata una totale deformazione della realtà, anzi, diciamo pure che è stata data una notizia che nella pratica è assolutamente falsa. L’etica dei giornalisti dovrebbe stare davanti a qualsiasi altro tipo di interesse personale. Così come i medici non devono fare nulla -per etica- che danneggi il paziente, così il giornalista non dovrebbe dare mai una notizia falsa. Per un giornalista dichiarare il falso, farlo in un telegiornale nazionale, farlo nel più importante telegiornale nazionale della tv di Stato, è la summa dell’errore etico. È una manipolazione palese delle masse, è un inquinamento totale e assoluto dell’istituto del “dare una notizia”. Può esserci una linea editoriale, possono essere scelte le notizie, può essere seguita una linea politica (penso ai giornali), e ognuno può esprimere una sua opinione, questo è poco ma sicuro; ma nessun giornalista deve dare mai una notizia falsa, una notizia che fa venire a tutti il sospetto di una propaganda, di un’informazione manipolata, di un dire alla gente quello che non è vero, di nascondere la verità. Un errore (perché noi vogliamo sperare che di errore si tratti, lo vogliamo sperare perché altrimenti c’è da preoccuparsi seriamente) imperdonabile, un errore a cui ancora non è stato posto rimedio.

Intanto però alla rete non sfugge niente. L’ultimo luogo rimasto di informazione pulita, libera, senza vincoli dei poterucoli, si è immediatamente mobilitata contro questo totale abuso. Su Facebook (avete notato quanto stia diventando importante questa piattaforma per quanto riguarda l’attivismo dei cittadini?) è nata una raccolta firme, firme che verranno inviate domani o dopodomani all’ordine dei giornalisti e alla Rai. È bello sapere che la gente sa ancora indignarsi, e che è rimasto qualcuno che crede ancora fermamente nell’Informazione Libera, base di ogni democrazia (peccato poi pensare che ora tutti i programmi di approfondimento verranno sospesi per il periodo elettorale… Ma di questo ne riparleremo.)

Concludo con un estratto dalla lettera della raccolta firme del suddetto gruppo, un brano di Michele Serra che è più che pregnante sulla questione:

“Certo che per dire in un tigì, o scrivere su un giornale, che “Mills è stato assolto”, spacciando la prescrizione di un reato accertato per “assoluzione”, bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. È proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l’aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l’impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all’Ordine dei giornalisti? È più realistico sperare che intervenga Batman).
Per altro in un Paese di impuniti, perché proprio i giornalisti dovrebbero essere esentati dal privilegio di poter sparare bugie e ingannare la pubblica opinione senza conseguenze? Molti dei loro padroni e dei loro referenti politici negli ultimi vent’anni hanno perseguito con ogni mezzo, e ampiamente sperimentato, il piacere dell’impunità. Se ne sentono partecipi anche i loro impiegati”

Michele Serra

Dov'è finita la speranza?

A volte ci si sveglia la mattina e ci si sente semplicemente pessimisti. Inizia così questo 2010, e non so quanto sia poi diverso dal 2009 appena trascorso. Quello che si sente, che si tasta con mano, è che la Speranza la stiamo perdendo un po’ tutti.

Viviamo in un Paese in cui la democrazia viene costantemente calpestata giorno per giorno, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Semplicemente uno non ci fa più caso. E’ un paese diventato ormai palesemente razzista (vedi i fatti di Rosarno), che si concentra tanto a criticare le parole di un calciatore di nome Balotelli che si è permesso di dire che il pubblico che lo insulta “fa schifo”. Pensate un po’, fa più scandalo questo, che il coro razzista e i buu ai giocatori di colore.

Viviamo in un Paese in cui un giovane ha pochissime speranze di fare quello che desidera nella vita. Un Paese in cui per quanto tu possa essere laureato a pieni voti, nessuno ti cerca, nessuno ti vuole. Ah no, qualcuno sì, i call center. Di quelli sembra non esserci mai penuria in Italia, rappresentazione tangibile di quell’incubo che sono i contratti a tempo determinato, che non ti permettono di organizzare un qualsiasi progetto di vita perché si sa, tra un anno sarò di nuovo in mezzo alla strada.

Viviamo in un Paese in cui l’arte e la creatività vengono in tutti i modi bistrattate, in cui un creativo ha possibilità pari a zero di mostrare le proprie capacità. Semplicemente, da noi, la cultura non esiste. Guardate un po’ alla Musica Italiana ad esempio… Sempre le stesse facce, sempre le stesse canzoni, incastrati come siamo tra un presunto gotha della canzone autoriale (mi viene in mente Vasco) e i mostri che vengono fuori dal reality show di turno, destinati, come le farfalle, a durare soltanto una stagione, e poi addio. Proponendo rigorosamente musica melodica di cinquant’anni fa, si intende. Per non parlare dell’aspetto televisivo, dove ci tocca barcamenarci tra fiction qualitativamente degne della peggior telenovela sudamericana, a fronte di produzioni internazionali che ormai poco si discostano da un prodotto di qualità cinematografica. Nel 2010 noi abbiamo sempre le stesse facce in televisione, un’intera schiera di attorucoli che si contendono il posto nella “nomeacasofiction 3, 4, 5, ventimila”.

Viviamo in un Paese in cui la televisione pubblica è in mano a pochi elementi, in cui la diversificazione non esiste, in cui la tanto decantata libertà di scelta offertaci dal mirabolante digitale terrestre non si riduce altro che ad una semplice moltiplicazione per dieci di tutto quello che già abbiamo. E’ un paese in cui la contro-informazione è vista di malocchio, continuamente attaccata, continuamente bistrattata: un dictat qua, una cancellazione di là, un editto bulgaro e così via.

Siamo un Paese in cui il Digital Divide la fa ancora da padrone, in cui ci sono zone ancora difficilmente raggiunte da internet, vera ultima frontiera di libertà di espressione e di informazione. La TV però, quella si prende dappertutto. Per carità, che non si perda l’occasione di indottrinarci nella giusta maniera.

Viviamo in un Paese in cui la classe politica è troppo impegnata a cercare di risolvere i propri problemi piuttosto che pensare a quelli della gente. A fare proclami su inutili e costosissime opere pubbliche che poi alla fine funzionano anche male (vedi Alta Velocità), mentre per fare un viaggio in treno intercity le persone se la devono vedere con il Signore, sperando di non morire assiderati/bolliti/malati. E guai a chiedere un risarcimento, guai a chiedere informazioni. Nella migliore delle ipotesi si viene trattati a pesci in faccia. Mancano le infrastrutture ferroviarie, e ci imbarchiamo in un progetto quale il ponte sullo stretto.

E certo non si occupa della gente, la classe politica; la gente comune, quella stessa gente che poi inevitabilmente continuerà a dare la vittoria allo stesso schieramento, sebbene nulla sia stato fatto, le pensioni scendano, non ci sia lavoro, non ci siano soldi, tutti si lamentino. Continua però imperterrita a votare da una sola parte (ma guai ad ammetterlo in giro eh!). D’altronde l’alternativa non esiste, stanno semplicemente facendo di tutto per rimanere ognuno al proprio posto, perché conviene così, perché dei problemi veri del Paese non frega niente a nessuno.

Viviamo in un Paese in cui ogni decisione etica deve passare per bocca di esponenti dello Stato Vaticano; gente, per capirci, che continua ad essere contro all’uso del preservativo, unico vero strumento di prevenzione di malattie che hanno fatto ecatombi nel mondo. Dove se una persona ormai ridotta ad un vegetale ha intenzione consapevolmente di andarsene da questo posto in cui siamo tutti di passaggio, deve affrontare inferni che sono solo in terra.

Viviamo in un Paese dalla memoria corta, dove tante emergenze vengono risolte con semplici proclami, una soluzione immediata che faccia tanta scena da mostrare nel salotto televisivo di turno, e poi tutti dimenticano. E le persone passano gli inverni nelle tende. Intere stagioni. Mesi. E poi anni. Ma insomma, in TV hanno detto che il problema è risolto, quindi possiamo dimenticarcelo.

Viviamo in un Paese in cui quei pochi che riescono a trovare un lavoro decente rischiano spesso la vita ogni giorno, per un salario da fame, solo per tenere su una famiglia e crescere dei figli, figli che rappresentano il nostro futuro. Un futuro che però non è mai stato tanto incerto come oggi. Fate un po’ il conto di quante notizie di incidenti mortali sul lavoro ci sono ogni anno… Ma è più importante chi esce dal Grande Fratello, quella sì che è una grande tragedia.

Viviamo in un Paese dove ogni discussione tra giovani riguardo al loro futuro finisce per essere intrisa di un malcelato sconforto, della consapevolezza che tutto quello che si è provato a costruire negli anni non servirà a niente. E ci si chiede un domani cosa fare, e sempre più spesso si sente paventare l’ipotesi di andare all’estero, di scappare da questo posto che sembra non funzionare più. Ma è davvero così?

Cosa saranno i prossimi dieci anni di questo nuovo millennio nessuno può dirlo, anche se le prospettive, al giorno d’oggi, sembrano tutt’altro che rosee. Le scelte rimangono poche. O si va via, si scappa il più lontano possibile, o si resta a combattere cercando di tenere in piedi i cocci di ciò che rimane della parola “Speranza”.

Ipocrisia 2.0

Si chiama Massimo Tartaglia e, ad oggi, è uno degli uomini più famosi del mondo… Altro che “Grande Fratello”! Tra odio e amore, il suo nome ha fatto il giro del pianeta, pubblicato da giornali, pagine web e programmi televisivi di ogni sorta. Lui col suo souvenir del Duomo di Milano, troppo pacchiano per abbinarsi alla cassettiera del soggiorno, ma abbastanza appuntito per poter essere delegato ad un secondo scopo. Un aggressore con diversi anni di cure psichiatriche alle spalle e un aggredito con 15 anni di trascorso politico e molti altri di “vissuto giudiziario”.

maroni
Roberto Maroni

Tutti hanno espresso un parere sulla vicenda: dalle scontate condanne a qualunque forma di violenza, sino alle più ciniche dichiarazioni di coloro che avrebbero preferito una 11 mm al posto dei gotici spuntoni del monumento milanese. Ma è la strumentalizzazione politica che ha preso il sopravvento: ciascuno dei politicanti di turno si è messo in coda davanti alle telecamere per lanciare il suo spot promozionale sul tema. Una gara a chi la spara più grossa.

Fra i tanti, si aggiudica la medaglia d’oro Roberto Maroni, sfoderando le dichiarazioni più impressionanti e smisurate del caso: estendere le norme contro la violenza negli stadi alle manifestazioni pubbliche e valutare l’oscuramento di siti internet che istigano a delinquere.

Proprio lui! Quello stesso Roberto Maroni esponente della Lega Nord: il partito che sull’istigazione all’odio e alla violenza ci ha costruito la campagna elettorale…

lega nordQuello stesso Maroni che nel 1998 è stato condannato in primo grado per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, per un suo tentato morso alla caviglia di un poliziotto. Quello stesso Maroni che ha dichiarato che “contro gli immigrati clandestini bisogna essere cattivi”. Quello stesso Maroni collega di partito di un certo Giancarlo Gentilini: due volte sindaco di Treviso e attualmente vice-sindaco, recentemente condannato in primo grado per il reato di “istigazione all’odio razziale”. Quello stesso Maroni che al raduno leghista di Venezia, il 14 settembre del 2008, non ha battuto ciglio mentre il suo socio di partito, dal palco, inneggiava alla “rivoluzione contro gli extracomunitari” vantandosi di voler “eliminare tutti i bambini DEI zingari”, in un clamore di ignoranza che non trova spazio neppure per le regole grammaticali della lingua italiana. Quello stesso Maroni che non si è mai permesso di contestare il suo leader Umberto Bossi, mentre preparava il suo elettorato alla possibilità di “imbracciare il fucile e di andare a prendere queste carogne… la canaglia centralista romana”. Quello stesso Maroni che non si sogna di polemizzare contro le moderate parole di un Mario Borghezio, mentre da Tele-Padania parla di “cornuti islamici di merda”, peraltro condannato dalla Cassazione nel 2005 come responsabile di un incendio scoppiato presso i giacigli di alcuni immigrati, a Torino. Quello stesso Maroni delle ronde e delle impronte digitali ai rom…

Profilo_imbavagliatoLo stesso Roberto Maroni che dovrebbe accorgersi che nel suo partito non vi è “un caso isolato” di uno psicolabile che commette un reato, e che l’istigazione all’odio fomentata da un partito politico che rappresenta i cittadini di un Parlamento ha una rilevanza pubblica nettamente più forte di un social network e di qualunque stronzata possa esserci pubblicata al suo interno…

La stessa ipocrisia di chi crede di poter censurare la rete senza rendersi conto di rappresentare un “cattivo maestro” di un Paese di alunni, che dalla politica sta solo imparando il peggio di ciò che il genere umano è riuscito a concepire…

Digitale terrestre, la solita storia all'italiana

Il digitale terrestre (DDT) arriva finalmente anche nel nostro paese. Decantata come una tecnologia innovativa negli spot, presentata nel 2003 dal ministro Gasparri come “paradiso digitale terrestre”, è in realtà una tecnologia vecchia, le cui sperimentazioni risalgono addirittura ai primi anni ’70. Già verso la fine degli anni ’90, paesi come Stati Uniti, Inghilterra, Finlandia, Svezia e Svizzera hanno effettuato il passaggio globale a questa tecnologia. L’Italia come suo solito arriva in mostruoso ritardo: proviamo a ripercorrere le tappe di questo storico passaggio, e a capire cosa comporterà per il futuro della fruizione televisiva.

Paradiso digitale terrestre

La storia del passaggio dal sistema analogico a quello digitale terrestre in Italia è stata lunga e travagliata. Dagli anni Ottanta, più del 90% degli introiti pubblicitari sono in mano alla Rai e alla Mediaset. Le istituzioni sollecitano l’apertura del mercato televisivo ma è dal 2001, con l’elezione a presidente del Consiglio del proprietario di quest’ultima, Silvio Berlusconi, che la questione diventa spinosa. Nel luglio dell’anno successivo il presidente della Repubblica Ciampi invia un messaggio alle camere nel quale richiama l’attenzione sull’importanza, per il corretto funzionamento di una democrazia, del cosiddetto pluralismo dell’informazione, cioè della necessità che tutti i punti di vista, politici e non, siano adeguatamente rappresentati nei mezzi di comunicazione: evidente riferimento al mercato italiano, nel quale tre reti sono di proprietà del presidente del Consiglio e le altre tre sono l’emanazione di uno stato del quale è capo del governo. Si tenta di riequilibrare almeno in parte la situazione quando nel novembre dell’anno successivo la Corte Costituzionale fissa un limite: entro il 31 dicembre 2003 una rete Mediaset (Rete 4) si sarebbe dovuta spostare sul satellite per far posto ad Europa Sette. Ma prima della scadenza vengono approvati la riforma Gasparri, non controfirmata da Ciampi e, alla vigilia di Natale, il cosiddetto decreto salva Retequattro: si permette a Rete4 di continuare a trasmettere fino al 30 aprile successivo, quando l’Authority delle comunicazioni (AGCOM) avrebbe presentato il risultato di uno studio sulla diffusione sul territorio nazionale dei decoder digitali terrestri. La diffusione è considerata sufficiente, salvando così la terza rete Mediaset.

Digitale sulla terra

Qualcuno si è chiesto in che modo quella diffusione è stata raggiunta? In teoria, dopo tutti i ritardi del passato, non c’era fretta di passare al digitale terrestre proprio in quel periodo: solo nel 2005 l’Unione Europea ha legiferato in proposito, rendendo obbligatorio il passaggio in tutta Europa entro il 2012. Ma la volontà da parte del governo di salvare Rete4 spinge a stanziare 210 milioni di euro per l’acquisto dei decoder (molti dei quali vengono distribuiti da una società, la Solari.com Srl, controllata dal fratello del premier, Paolo Berlusconi), permettendo così di raggiungere la soglia minima prevista per il superamento dello studio dell’authority. Ovviamente questo mette in allarme l’Antitrust dell’UE che apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver fornito aiuti di stato, violando il principio di libera concorrenza. Per giustificare questa improvvisa fretta, viene posta come data di passaggio al DDT in Italia il 2006… Data questa che viene più volte rimandata – ovviamente, essendo un obiettivo impossibile da raggiungere – fino ad arrivare ad oggi.

Decoder

Esaminati i soliti aspetti di “inciucio politico all’italiana”, passiamo alle problematiche di tipo tecnico. E’ il 3 gennaio 1954 quando cominciano le trasmissioni televisive regolari, ad opera della Rai. Due anni dopo il segnale analogico è già molto diffuso, ma per raggiungere la quasi totalità del paese è necessario un grande sforzo negli anni successivi: molte sono le leggende sulla straordinaria bravura dei tecnici Rai nel portare il segnale nelle più sperdute e inaccessibili zone delle valli alpine e della dorsale appenninica. Adesso il problema si ripropone, in quanto gli impianti attuali sono spesso inadeguati per il digitale terrestre: mentre la tecnologia analogica permette la visione, seppur disturbata, anche in presenza di scarso segnale, il segnale digitale deve arrivare perfettamente pulito all’impianto di ricezione, pena la visione a “scatti” o la mancanza totale di visione. Questo porta costi sia per chi distribuisce i contenuti che per i fruitori finali: i primi devono adeguare gli impianti di trasmissione esistenti o costruirne di nuovi in quanto la tecnologia digitale è più “pesante” e ne richiede di più potenti e in numero maggiore, mentre i secondi devono ripuntare o in molti casi sostituire le antenne, eliminare i vecchi filtri e acquistare decoder o nuovi televisori con decoder integrato. Attualmente nemmeno le regioni nelle quali è stato effettuato lo spegnimento totale del segnale analogico (switch-off) sono completamente coperte. Si spera che la situazione migliori entro breve tempo.

antenne

Un altro grave problema del digitale terrestre è che si tratta di una tecnologia comunque limitata dal suo essere trasmessa attraverso le stesse frequenze utilizzate finora da quella analogica: questo vuol dire un maggior numero di canali, ma comunque limitati dallo scarso numero di frequenze utilizzabili. In un confronto con la tecnologia satellitare ad esempio, il digitale terrestre ne esce con le ossa rotte. Facciamo un esempio pratico con un programma molto seguito (purtroppo), come il grande fratello. Sulla piattaforma Sky si ha la possibilità di alternare le diverse inquadrature con la semplice pressione di un pulsante senza pesare troppo, in quanto il numero massimo di canali visualizzabili è enorme. Tramite il digitale terrestre invece, ogni inquadratura occupa lo spazio di un intero canale. Proviamo anche a pensare al futuro della televisione, l’alta definizione (HD): questa occupa una quantità di banda superiore a quella a definizione standard, facendo così diminuire il numero di canali che è possibile veicolare attraverso lo scarso numero di frequenze utilizzabili. Senza contare che la maggior parte dei decoder e televisori compatibili con lo standard digitale terrestre, sopratutto se economici, non hanno il supporto all’HD, e quindi chi in futuro vorrà usufruire di questo tipo di canali, dovrà rimettere mano al portafogli.

Molti canali, ma sono abbastanza?

Riassumento: il DDT è una tecnologia obsoleta, spinta a forza e nel momento sbagliato dall’esecutivo per mantenere una posizione dominante nel mercato dell’informazione e non di certo per ottenere uno sviluppo tecnologico del paese. Inoltre la diffusione del segnale prosegue molto a rilento per problematiche tecniche e di scarso dispiegamento di fondi, e non c’è la certezza che al momento dello spegnimento totale del segnale analogico tutti gli italiani saranno in grado di usufruirne. Ovviamente la trattazione dell’argomento non pretende di essere completa, dato lo scarso spazio a disposizione su di un blog generalista. Molti altri sono gli argomenti che andrebbero trattati o approfonditi: la piattaforma satellitare Tivu’-Sat, che dovrebbe portare gratuitamente (agli abbonati rai) i canali del digitale terrestre nelle zone non coperte dal segnale; gli effetti della legge Gasparri, che hanno portato anche nel DDT lo stesso duopolio Rai – Mediaset presente nella tv analogica, prendendo a schiaffi la necessità di pluralismo dell’informazione che tanto bene farebbe al nostro paese; le alternative presenti e sopratutto future per la diffusione della televisione nel nostro paese, tra cui la WebTv. Sulla televisione digitale terrestre torneremo sicuramente a parlare in futuro, a switch-off totale avvenuto, per tirare le somme e capire se gli attuali timori sono fondati. Se qualcuno degli altri argomenti vi interessa particolarmente e volete sia approfondito, o se avete dubbi e perplessità, non esitate ad utilizzare i commenti.