Perché non dovremmo poter essere cristiani?

Piergiorgio Odifreddi è un matematico, logico e saggista italiano. Continuando a copiare da wikipedia, pare che sia “la frusta laica della Chiesa in Italia” e che il suo vizio sia “smontare dogmi”. È tutto vero. Aggiungo di mio che Odifreddi è un genio – nel senso moderno del termine – cioè ha un’intelligenza sopra la media, che ha sfruttato per tutta la vita per costruirsi un intellettualismo fuori parametro e una cultura smodata che spazia in (quasi) ogni angolo dello scibile umano (è l’unico matematico capace di intrigarmi anche quando parla di arte e musica classica) e che mette a disposizione della divulgazione scientifica grazie alla sua dialettica pimpante, energica e divertente, sotto forma di libri, interviste, documentari e quant’altro.

E questi sono gli ultimi complimenti che gli rivolgerò.Continua a leggere…

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“Tutto ciò che sono” (Anna Funder) – Recensione

“Tutto ciò che sono” – di Anna Funder

Germania, gennaio 1933: la Storia – l’ascesa al potere di Adolf Hitler – e le vite di quattro giovani, Ruth, Dora, Ernst, Hans, si intrecciano nel romanzo di Anna Funder, una giornalista australiana. Il romanzo è stato pubblicato in inglese nel 2011 e tradotto in italiano nel 2012.

I personaggi sono realmente esistiti: si tratta di quattro giovani attivisti politici che tentarono di mettere in guardia il loro Paese e l’Europa intera sui pericoli derivanti dall’ascesa al potere del dittatore di Braunau. Le loro vicende sono state studiate e attentamente ricostruite dalla Funder sulla base di documenti e testimonianze, prima fra tutte quella dell’amica Ruth Blatt, fotografa e attivista che, dopo la fuga dalla Germania, si stabilì in Australia; gli elementi romanzeschi fungono da collante delle varie vicende, conferendo al testo una certa fluidità e godibilità.

I quattro vivono in Germania negli anni della Repubblica di Weimar: la disoccupazione alle stelle, l’inflazione, lo scontento e l’orgoglio ferito per la sconfitta subita nella I Guerra mondiale sono i caratteri più evidenti del contesto in cui Hitler muove i primi passi verso la dittatura. Sin dal conferimento dell’incarico di Cancelliere a Hitler vengono stilate delle liste, in cui figurano tutti gli oppositori politici del nascente regime e anche i semplici sospettati di esserlo. Alcuni vengono eliminati immediatamente, uccisi frettolosamente o semplicemente lasciati morire chiusi nelle cantine.

I quattro giovani, che con le loro pubblicazioni cercano in ogni modo di allertare il popolo tedesco sulla deriva antidemocratica a cui sta andando incontro il Paese, fuggono all’estero, in Inghilterra. Qui, da rifugiati, continuano le loro attività, consentendo di mettere in piedi un processo “alternativo” per l’incendio del Reichstag, per il quale riescono a far emergere le responsabilità dell’apparato nazista, in un’Europa che sembra ancora scettica rispetto ai reali pericoli derivanti dall’avanzata del partito nazionalsocialista in Germania. La morsa della paura si stringe attorno a loro, giungono notizie di altri rifugiati uccisi dai servizi segreti, sinistri segnali annunciano una catastrofe che sembra inevitabile. L’amicizia, l’amore, il coraggio: sono questi gli elementi fondamentali del racconto, affidato alle voci di Ruth e del drammaturgo Ernst Toller, aderente al partito socialdemocratico tedesco, il quale si rifugiò dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove si suicidò nel maggio del 1939.

Anna Funder

La scelta di affidare il racconto a queste due voci mi è sembrata molto efficace: i due narratori riescono a tracciare i caratteri dei personaggi e del contesto storico dall’interno, sulla base del loro coinvolgimento diretto nella vicenda. Ruth è il personaggio meno “esposto”, funge soprattutto da osservatrice e ci restituisce un ritratto d’insieme che definirei appassionante: vivere per testimoniare, per denunciare, per gridare al mondo che qualcosa di terribile sta accadendo, mentre tutti marciano in senso opposto, affascinati dalla figura del Führer e già succubi della propaganda nazista. Le storie di questi giovani rifugiati, immerse nel grande flusso della Storia, sembrano diventare “necessarie” oggi, a distanza di ottant’anni, nell’era di Internet e del flusso costante di informazioni, quasi a ricordarci che la coscienza critica e la libertà intellettuale sono elementi da custodire e da coltivare sempre, in ogni situazione.

Tra i quattro protagonisti spicca senza dubbio la figura di Dora Fabian, finora poco conosciuta, ma che grazie a questo romanzo emerge finalmente dall’oblio. La sua vicenda mi ha colpito molto, e credo anche che ogni lettore rimarrà affascinato dalla vitalità, dal coraggio, dalla fermezza, dalla libertà intellettuale di Dora.

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"Dietro le spalle", un libro raccontato dall'autrice

Si chiama “Dietro le spalle” ed è un libro, non esattamente un giallo, che porta il lettore nel centro di un intreccio che ne assume le connotazioni. L’autrice, Francesca Sifola, racconta la trama del suo libro, incontrando giornalisti e lettori nei bar del centro di Napoli, la città in cui è nata.

Le immagini dell’intrigo – spiega la scrittrice – non vengono esposte a narrazione dettagliata, ma a una veloce esposizione, come se fossero dei fotogrammi, e l’elaborazione descrittiva cede il passo all’incisività, dove i paesaggi sono esposti a trame di vita di cui l’uomo del nostro secolo è spesso inconsapevole. Un percorso di idee e azioni che –  costruite dietro le spalle di tutti – possono operare per il Bene e per il Male”.

Il primo libro che Francesca Sifola ha scritto s’intitola “La scatola bucata”, ma delle sue opere letterarie si ricorda soprattutto “Luna Park”, una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 2002. Ha scritto anche alcuni romanzi, come “Sogno”, “Scene di scrittura”, “Tempo senza maschera” e il racconto giallo “Don Carmine Paterno”. Tra i vari premi ricevuti si ricorda in particolare Il Premio Internazionale Calabria nel 2009.

“La passione per la scrittura – afferma la Sifola– è nata da ragazzina, quando guardavo la realtà come se volessi fotografarla”. Per “Dietro le spalle”, l’autrice utilizza tre aggettivi: “Altruista perché è un testo la cui incisività va verso gli altri. La scrittura è una missione che cerca di far conoscere il proprio testo agli altri, cercando di fare in modo che tutti possano leggerlo; ironico, da non confondere con sarcastico; nostro, perché può essere letto e interpretato da tutti”.

Francesca Sifola

Se dovesse definire il libro come uno dei cinque sensi, Francesca Sifola non ha dubbi: “Sceglierei la vista, perché il libro ha una vista molto ampia, direi a 360 gradi”.

La scrittrice si sofferma anche a parlare del termine “valore”, il cui significato oggi è stato mistificato: “Oggi certi valori non esistono più. In compenso esistono parole nuove, come la globalizzazione, la multiculturalità. Anche questi sono valori, ma molte volte vengono utilizzati come forme di mercato”.

Il libro “Dietro le spalle” può essere acquistato nella libreria Feltrinelli a Napoli. L’autrice, però, preferisce incontrare i suoi lettori per la strada per raccontare la trama della sua opera e cercare di suscitare l’interesse della gente.

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Nel mare ci sono i coccodrilli – Recensione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi Claudia Caldarola, docente di lettere che esordisce su Camminando Scalzi con la recensione del libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda. Buona lettura![/stextbox]

“Nel mare ci sono i coccodrilli, e potrebbe esserci qualunque cosa, in quel buio scuro” – è questa la convinzione di Hussein Alì, compagno di viaggio di Enaiatollah Akbari, il protagonista della storia vera raccontata da Fabio Geda. Hussein ha paura del mare, non lo conosce, e teme soprattutto di essere divorato dai coccodrilli.

A tre anni di distanza da “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, Fabio Geda, educatore e animatore culturale torinese, nel 2010 è tornato a raccontare la storia di un ragazzino costretto dagli eventi a intraprendere un lungo e faticoso viaggio.

“Nel mare ci sono i coccodrilli” è la storia vera di Enaiatollah Akbari, un bambino di dieci anni di etnia hazara, che intraprende un lungo e avventuroso viaggio dal suo paese, Nava, in Afghanistan, per sfuggire ai pashtun che reclamano la sua vita come risarcimento per un carico perso dal padre durante un trasporto. È sua madre a spingerlo ad allontanarsi dalla sua casa per sottrarlo alle minacce dei pashtun, dai quali lo divide l’appartenenza al gruppo religioso: loro, i pashtun, sunniti, Enaiatollah e la sua famiglia, sciiti. “La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento”, dice Enaiatollah, cercando di spiegare a noi europei, lontanissimi nelle nostre esperienze quotidiane da tutto ciò che egli va raccontando, quanto possa essere dolorosa la scelta di una madre che, pur di offrire a suo figlio la speranza di un futuro differente, non esita ad affidarlo ai “trafficanti di uomini”.

Sin dall’incipit di questo libro irrompe la voce narrante del ragazzino, che, ormai stabilitosi in Italia, all’età di ventun’anni racconta in una sofferta e dettagliata narrazione le sue incredibili vicende:  dall’Afghanistan fino in Italia, Enaiatollah ha affrontato pericoli, disagi, fatiche. Un lungo dialogo tra Fabio ed Enaiatollah è la struttura portante di questo libro: la voce di Geda interviene solo sporadicamente per sottolineare alcuni punti o sollecitare chiarimenti al suo interlocutore, lasciando spazio ai ricordi del ragazzo.

Pakistan, Iran (con due ritorni forzati in Afghanistan), Turchia, Grecia, e infine Italia: queste le tappe del suo cammino. Tra lunghe soste in vari paesi, durante le quali il ragazzo si guadagna da vivere lavorando duramente, e pericolose traversate a bordo di vari mezzi di trasporto, Enaiatollah incontra una varia umanità: silenziosi ma risoluti trafficanti che speculano sulla pelle dei ragazzi e degli uomini in fuga, in preda alla solitudine e alla disperazione; uomini che si fanno partecipi delle sofferenze altrui, ma che non hanno la possibilità di aiutare concretamente tutti coloro che ne avrebbero bisogno; compagni di viaggio più o meno solidali, ognuno con la propria vicenda di sofferenza alle spalle. Tra le tante avventure narrate, ce n’è una che colpisce in maniera duratura la sensibilità del lettore: la lunga traversata a piedi delle montagne tra Iran e Turchia, in compagnia di curdi, pachistani, iracheni, bengalesi; ventisette giorni di cammino, dodici persone su settantasetteche perdono la vita lungo il tragitto, vittime della fame, della stanchezza, del freddo.

Enaiatollah ce l’ha fatta, e oggi sente la necessità di raccontare il suo passato; noi allo stesso tempo proviamo il desiderio di ascoltare le sue parole. Il suo racconto ci mostra, da un lato, ciò che l’uomo è in grado di provocare quando perde di vista la sua umanità, quando persegue esclusivamente l’interesse; d’altra parte, la presenza di Enaiatollah tra di noi, al sicuro, accolto da una famiglia italiana e finalmente libero di studiare, è anche il segno dell’esistenza di uomini e donne che non si sottraggono alla richiesta d’aiuto di chi si trova in difficoltà.

Enaiatollah ha vinto: i talebani che, una mattina d’autunno, hanno chiuso la sua scuola e ucciso il suo maestro – “Il mullah Omar ha deciso di chiudere le scuole hazara”, dicono – nulla hanno potuto contro la sua voglia di vivere e il suo desiderio di avere un futuro migliore, di imparare. I talebani, ci spiega Enaiatollah, non sono solo afghani: tra di loro ci sono pachistani, marocchini, egiziani, senegalesi, tutti ignoranti che impediscono ai bambini di studiare affinché non capiscano che non fanno ciò che fanno in nome di Dio, ma per i loro sporchi interessi.

Dalla voce di Enaiatollah Akbari giunge fino a noi una lucidissima e semplicissima analisi del senso dell’essere “umani”. In questa storia riconosciamo la storia di tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro casa per andare in cerca di un futuro migliore, e che, da quel momento, orfani delle loro radici, si perdono nel grande mare dell’umanità: se riusciranno a raggiungere la loro mèta, non sarà solo grazie alla fortuna, alla tenacia e al coraggio, ma anche alla mano tesa di chi avrà visto in loro il proprio fratello.

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La legge è uguale per tutti. Come lo sconto.

Negli ultimi mesi si è combattutta una guerra silenziosa nel mondo dell’editoria italiana. Proviamo a riassumere le mosse salienti.

Il Senato ha approvato un disegno di legge che stabilisce, tra le altre cose, la regolamentazione degli sconti effettuabili sui libri. In sostanza al prezzo di vendita non si potranno applicare sconti superiori al 15% (25%, nel caso di promozioni della durata massima di un mese). Il limite riguarda tanto le librerie indipendenti quanto le grandi librerie online che effettuano “vendite per corrispondenza”. Che, tradotto in parole povere, significa provare a contrastare l’attività di un colosso come Amazon.it.

[Qui però bisogna dirla tutta: Amazon fa – anzi, faceva – il 35% di sconto su parecchie novità. I libri arrivavano a casa in meno di 48 ore, laddove Ibs.it ci mette almeno 5 giorni. Se avete un Kindle e lo rompete, anche per vostra sbadataggine, ve lo sostituiscono gratis in due giorni, mandandolo dall’America, e se telefonate al servizio clienti non vi fanno passare da duecentro voci registrate ma parlate direttamente con degli impiegati gentilissimi. *Nessun* editore e/o distributore e/o retailer in Italia offre servizi simili. Tu chiamalo se vuoi capitalismo! Dalla prospettiva di noi lettori, Amazon era una pacchia! Ora, noi difendiamo la biodiversità editoriale (cioè culturale) e vogliamo bene a tutti gli editori  e a tutti i distributori, ma quando accidenti si decideranno a capire che la concorrenza si fa offrendo non solo libri belli ma anche servizi di qualità? E che il vero modo di limitare lo strapotere delle multinazionali à la Amazon non è porre lucchetti giuridici ma pensare e implementare un rapporto rinnovato con noi lettori, fatto di prezzi sensati, condivisione delle informazioni, servizi efficienti?]

La cosa interessante è che questa legge non riguarda gli ebook (su cui però vige ancora un’ IVA al 20%, contro il 4% dei testi cartacei).  Mercato ancora troppo piccolo per essere regolato? Terra di nessuno, dove vige la legge del più forte? Immaginiamo che conseguenze possa avere questa singolare dimenticanza del legislatore: da qui a 3-5 anni il mercato degli ebook crescerà anche in Italia e diventerà una parte consistente dell’editoria, dunque la torta si farà più grande e saporita e i più agguerriti vi si getteranno sopra senza remore. Ora come ora la conseguenza primaria è evidente: conviene molto di più vendere ebook che libri di carta, visto che ciascun retailer può applicare le politiche di prezzo (cioè fare gli sconti) che ritiene più opportune. Probabilmente si  assistera a un proliferare di editori digitali e rivenditori di ebook.

Per dovere di cronaca sarebbe più corretto illustrare tutti i punti e le specifiche della proposta ma siccome la giurisprudenza non si impara leggendo qualche post in rete, è forse più onesto rimandarvi direttamente al testo integrale della legge.

E proprio Marco Cassini di Minimun Fax, è stato uno dei primi ad intervenire direttamente sulla questione con un lungo e appassionato post sul blog della casa editrice (in cui cui cita un articolo di Simone Barillari). A Cassini ha risposto poi, dalle pagine del suo sito personale, Luca Sofri (“Il Servizio pubblico e i libri“). Ma da questi scambi è nato anche un altro filone di discussione: quello della “descrescita editoriale”, ovvero della possibilità cambiare le prospettive del mondo editoriale iniziando a pensare più in termini di qualità che di quantità. Sul blog di Loredana Lipperini c’è un’ottima sintesi e un’interessente discussione succesisva. Il dibattito può sembrare ovvio e la risposta scontata (in questo settore è abbastanza logico preferire la qualità) ma non lo è poi tanto: come scrive Sofri: e dei lettori che leggono solo i libri brutti che facciamo? Non gli diamo più niente?”

Che si fa? La smettiamo coi libri dei calciatori e ne facciamo due l’anno ma belli belli in modo assurdo?

Rileggendo Accabadora

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi!

Vi presentiamo Silvana Cerruti. All’interno dello SPI CGIL si occupa del  coordinamento donne pensionate e di Laboratori sulla memoria per rendere fruibili i ricordi degli anziani alle nuove generazioni. Uno dei suoi progetti “Il Laboratori delle memorie al femminile” ha vinto il premio Generazioni indetto da Liberetà mensile dello SPI CGIL . Il libro che raccoglie le  memorie si intitola “La guerra all’improvviso”.

L’articolo che state per leggere è una riflessione sul libro Accabadora, scaturita da una rilettura fatta una domenica pomeriggio….[/stextbox]

Michela Murgia, autrice dello splendido romanzo d’esordio Accabadora (Einaudi) ha vinto il Premio Campiello 2010, con 119 voti su 300.

Accabadora. ‘Acabar’, in spagnolo, significa finire. E in sardo accabadora è colei che finisce. Maria, bambina, vive in casa dell’anziana sarta Tzia Bonaria Urrai e tutti sanno a Soreni che, pur non essendo parenti, la piccola è destinata diventare la sua erede. Maria è spaventata dalle uscite notturne della vecchia vestita di nero, ma capirà che la sua è una pazienza quasi millenaria delle cose della vita e della morte. Il suo compito è quello di entrare nelle case per portare una morte pietosa: il gesto finale e amorevole dell’accabadora, l’ultima madre.[1]

Rileggo Accabadora. Ne voglio discutere con un gruppo di pensionate al “Posto delle fragole” di Riccione, il luogo in cui si incontra il coordinamento donne dello SPI.

Eutanasia –  testamento biologico – Eluana… sono rimasta folgorata quando ho capito la missione  di  Tzia Bonaria. Per questo desidero condurre una discussione sull’argomento e su tutte le implicazioni morali, etiche e sociali  che lo caratterizzano, partendo proprio da questo libro e aiutata dalla scrittura asciutta e incisiva di una grande Michela Murgia.

Continuare a occuparci dei grandi temi che dividono la politica  è indispensabile, e soprattutto non si deve fare l’errore di accantonarli  per seguire lo sfarfallìo mediatico del momento.

Prendo appunti perché  una parte di me rilegge il libro e l’altra continua a essere impantanata nello schifo dell’attualità che mi assedia, ed ecco a pagina 11 i pensieri si confondo e si uniscono:

Maria, ragazzina osserva in silenzio Tzia Bonaria che ufficialmente sembra faccia la sarta. Sta prendendo le misure a un uomo considerato importante, che è giunto accompagnato da una ragazzina:

“Tzia Bonaria non si lasciò impressionare e misurò Boriccu Silai con la cura che usava sempre, osservandogli le forme sotto la cintura con l’occhio esperto di chi dal poco capisce tutto.

–          Da che parte lo portate? – chiese alla fine secondo l’usanza dei sarti minuziosi, guardandogli la patta. Lui si voltò verso la ragazzina appoggiata al muro facendo un cenno con la testa.

–          A sinistra, – rispose  per lui…”

In silenzio la donna si alza e con fermezza, adducendo troppo lavoro lo manda da un’altra sarta. E conclude:  “Che vadano in malora, un lavoro perso… Ma di certe cose la misura esatta è meglio non conoscerla, Maria. Hai capito?”

Integrità morale? Dignità? Rettitudine? Non so che termine usare per descrivere questo atteggiamento, sono termini in rottamazione, non si usano più, mi rimane “disgusto”. Il disgusto può aiutarci a prendere le distanze dal malcostume, a scatenare una sana indignazione nei confronti di persone o situazioni che sono assunte al ruolo di normalità.

Michela Murgia

E non penso solo ai fatti di questi giorni, alla pochezza di un uomo, alle donne politiche che si ostinano a difendere un vecchio patetico satrapo. Penso a quella che viene considerata normalità: ai programmi in cui nei flash dello zapping intravedo vecchie signore svestite di paillettes che sculettano per accalappiare altrettanto vecchi signori, ragazze che furiosamente cercano di attirare l’attenzione di qualche giovane seduto su un trono, giovani donne che vestite da un filo interdentale  aiutano aitanti presentatori, bambini allo sbaraglio trasformati in maschere di se stessi per imitare cantanti famosi.

Cosa è accaduto al nostro paese, a una parte del popolo italiano?

Ritorno alle parole di Michela Murgia a pagina 62, Nicola per farsi giustizia da solo nei confronti di un vicino di casa che gli ha spostato i confini, dà fuoco al raccolto, ma mentre scappa un colpo di fucile lo raggiunge.

Otto testimoni  confermano che si è trattato di un incidente di caccia, il maresciallo dei carabinieri non ci crede ma : “Ci sono posti dove la verità e il parere della maggioranza sono due concetti sovrapponibili, e in quella misteriosa geografia del consenso, Soreni era una piccola capitale morale. Il verbale fu scritto, firmato e archiviato…”

La verità e il parere della maggioranza sono due concetti sovrapponibili, appunto.

Questo è diventato un paese dove una buona parte delle persone non ha ascolto, non ha senso critico, non è obiettiva e  se la prende con il dito di chi  indica loro la palude di malcostume che sta avanzando lentamente ma inesorabilmente sospinta dalla quotidiana insinuazione di quali siano i nuovi valori: l’apparire, il lusso, la sfrontatezza, l’impudenza, la menzogna.

Per uscirne dobbiamo alzare lo sguardo al di là dei nostri  orizzonti limitati dalla pressione mediatica manipolata, riprenderci la nostra dignità, darle voce  e fare ascoltare il  dissenso per spronare quelli che si dicono “politici” a creare una vera alternativa concreta e costruttiva e  vincere il timore di farsi carico delle proprie responsabilità.


[1] Accabadora di Michela Murgiahttp://www.Il messaggero.it

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E poi nacquero i "terroni"…

Ci hanno sempre parlato di un grande Giuseppe Garibaldi affiancato da mille coraggiosi uomini, partiti in spedizione per unificare quell’Italia che ancora oggi stenta ad essere davvero unita…
Ci hanno detto che già prima dell’unione il Meridione era povero ed arretrato, e il brigantaggio la faceva da padrone in quella manciata di regni in cui il potere borbonico era riuscito a creare solo miseria ed ignoranza, al confronto di un Nord ricco ed istruito per mano dei Savoia.

La storia, è risaputo, l’hanno sempre scritta i vincitori, quegli stessi che oltre a stabilire i ricordi delle memorie passate hanno dettato le regole degli avvenimenti futuri. E mentre i bambini crescono ammirando un eroico Garibaldi e maledicendo un regno borbonico colpevole delle innumerevoli disavventure del famigerato Sud, il giornalista Pino Aprile pubblica il libro Terroni, sbattendo in faccia un tassello di storia sconosciuta alla Padania e a tutti i suoi militanti cittadini leghisti.
“Ho fatto elementari, medie, superiori e ho cambiato tre facoltà universitarie – scrive Aprile in un articolo de Il Manifesto – avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato”.

Nitti, da presidente del Consiglio scoprì che quando si fece cassa comune dopo l’unificazione dell’Italia, i due terzi dei soldi furono presi dal Sud, quello stesso da cui non si emigrava a milioni come invece accadeva al Nord. Solo dopo l’Unità e la creazione della cosiddetta Questione meridionale si cominciò a partire da quello stesso territorio che la storia aveva reso terra d’immigrazione, in cui erano giunti popoli da ogni dove. “Il Regno delle Due Sicilie – prosegue Aprile – con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente, e Napoli, terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica)”.

Eppure oggi li definiscono “terroni”, quegli stessi meridionali che durante la famosa “liberazione” contarono centinaia di migliaia di morti, stupri, saccheggi e paesi completamente distrutti.
Li definiscono “porci” (Bossi), “topi da derattizzare” (Calderoli), “merdacce mediterranee” (Borghezio) e “cancro” (Brunetta), incuranti della complessità del tema ed accecati da un’ignoranza e da una superficialità che li rende incapaci di guardare oltre i pregiudizi su cui hanno costruito la propria miope opinione politica…

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L'illusione della ricostruzione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi.it Samanta Di Persio, cittadina aquilana autrice del libro “Ju Tarramutu“, che ci ha presentato in questo articolo. Samanta torna a scrivere della sua città, per raccontarci da due differenti punti di vista come fu vissuto quel tragico 6 aprile 2009[/stextbox]

ore 3.32 più di centomila aquilani (città e paesi) devono evacuare le abitazioni. Alcuni vengono colpiti, seppelliti dalle macerie: feriti e morti. Subito lacrime, dolore, dispersi, distruzione.

ore 3.32 alcuni costruttori si sfregano le mani: “Un terremoto non capita tutti i giorni!” si pensa alla colata di cemento e alle tasche gonfie.

Nel primo pomeriggio i vigili del fuoco scavano fra le macerie per trovare persone vive e corpi. I familiari aspettano fra lacrime, dolore e speranza.

Nel primo pomeriggio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi arriva a L’Aquila. Nella conferenza stampa presso la scuola per sottoufficiali della Guardia di finanza dichiara l’intenzione di fare una new town.

Ormai è sera le speranze di poter trovare gente ancora viva si affievoliscono. Il terremoto ha ucciso molte famiglie, molti bambini e giovani. Si sono fidati delle rassicurazioni delle istituzioni. Per sei mesi uno sciame sismico ha tenuto in allerta la popolazione, meno in allerta le istituzioni che fino all’ultimo hanno rassicurato per non diffondere il panico. Fra coloro che hanno detto “Non c’è pericolo!”: Protezione civile, il presidente dell’INGV Boschi, la Commissione grandi rischi.

Ormai è sera; il Presidente del Consiglio e scorta se ne sono tornati a casa. Ha nominato commissario straordinario Guido Bertolaso. Per la prima volta viene nominato commissario una persona che non è del posto.

Dal martedì si cominciano a predisporre i campi di accoglienza. Non bastano per tutti gli sfollati. Metà popolazione viene spostata negli alberghi della costa abruzzese.

Dal martedì un via vai di imprenditori per capire l’entità del danno e capire chi è il referente, per partecipare alla fetta della new town.

Il sindaco Cialente assente fra i cittadini. È nella scuola della Guardia di finanza per fare gli onori di casa, non per dare solidarietà agli aquilani. Nessuna visita nei campi, nessuna divergenza con le scelte di Governo e Protezione civile. Ormai la popolazione è stata divisa, un modo per sedare le polemiche e il dissenso.
Gli sfollati nelle tende prima al freddo e poi al caldo, mentre le intercettazioni telefoniche che emergono a dieci mesi narrano di incontri per accaparrarsi gli appalti sottraendoli ad imprese abruzzesi che sono rimaste senza lavoro. La gara si svolge in pochi giorni, non importa il prezzo più vantaggioso… Ditte che fanno i ribassi minori vengono scartate. Quelli delle intercettazioni vincono (o gli viene confermato) l’appalto.

Ma l’appalto di cosa?

Il Presidente del consiglio quando parla de L’Aquila in televisione descrive una città ricostruita, dove tutti hanno un tetto. Il tetto di nuove costruzioni -nulla è stato riparato- costate 700milioni di euro di soldi pubblici. Non più una new town, ma 20 new town. In deroga a tutte le regole: espropri, terreni non edificabili, colata di cemento ovunque. L’Aquila è il più grande cantiere a cielo aperto, tutto fatto di fretta. Un’arma vincente per la campagna elettorale. Le abitazioni con danni leggeri ed i loro proprietari, non rilevanti ai fini elettorali, lasciati in balia degli eventi. Molto rilevante in termini economici. Gli sfollati con danni leggeri sono ancora al mare, costano 55 euro al giorno. Centinaia di milioni di euro dopo dieci mesi. Le casette di legno avevano un costo di 600/700 euro al mq, vivibili e confortevoli. Le case delle new town hanno un costo di 2.700 euro al mq.

Il 6 aprile non si è deciso come ricostruire una città distrutta, ma come speculare.

American Gods – Recensione

American Gods è un romanzo fantasy scritto da Neil Gaiman pubblicato nel 2001. Ho finito di leggere questo libro più di un mese fa, ma ho volutamente aspettato a riportare nero su bianco le mie impressioni: avevo bisogno che il testo si sedimentasse, altrimenti sono sicuro che preso dall’entusiasmo post-libro avrei dato delle impressioni non del tutto veritiere.
Chi, come me, ha letto solo i libri di Gaiman rivolti ai più giovani, come “Stardust“, “Coraline” o “Il Figlio del Cimitero“, noterà immediatamente la differenza; si renderà conto fin dai primi capitoli che questo libro non è rivolto ai più piccoli, e forse si troverà disorientato. Dopo tre anni di prigione Shadow sta per tornare in libertà, quando viene a sapere della morte misteriosa della moglie e del suo migliore amico. Durante il viaggio di ritorno a casa, Shadow viene assunto da un enigmatico Mister Wednesday, che vede in lui una perfetta guardia del corpo. Qui inizia il viaggio del protagonista attraverso l’America, un viaggio a tratti onirico in un mondo per metà reale e per metà mistico, attraverso tutte le usanze, tutte religioni e tutte le superstizioni che in America sono arrivate dai vari paesi del mondo, portate dalle tante etnie che oggi popolano il territorio degli Stati Uniti.
Le antiche divinità sono state trasportate e poi abbandonate in America dai propri fedeli per far posto a religioni più moderne e più attuali; i vecchi Dei sono costretti a sopravvivere con mezzi di bassa lega, lavorando, truffando, o addirittura prostituendosi.
Gaiman prende tutti questi esseri divini e li rende tangibili, li rende umani, indeboliti da una fede che non esiste più, eppure così attaccati a questa vita materiale da usare tutto quanto in proprio potere per poter anche solo sopravvivere, come farebbe una qualsiasi persona sulla faccia della terra.
La storia è avvincente e l’intreccio è ben raccontato, per quanto i ritmi non siano dei più vivaci si rimane comunque attaccati al libro perché sempre circondati da quell’alone di mistero che non se ne va mai, nemmeno giunti all’epilogo. Gaiman mostra un’America diversa da quella televisiva; mi sono immaginato una nazione nebbiosa, cupa, in cui tutto è offuscato, molto simile alle rappresentazioni della Londra del ‘900 di Stevenson. L’unica cosa che a mio avviso può infastidire il lettore è la gestione di alcuni personaggi secondari, presentati, descritti a fondo e poi lasciati nel limbo per molte pagine per essere brevemente ripresi o addirittura completamente dimenticati.
Dietro questo libro c’è sicuramente uno studio approfondito dei pantheon delle varie culture e, anche se la maggior parte viene a volte appena accennata, suscita nel lettore la voglia di informarsi un po’ di più sulle antiche civiltà, e in particolare sulla mitologia norrena.
Non mi sento di suggerire questo libro a tutti: l’ambientazione, i temi e come gli stessi vengono trattati rendono la storia un racconto fantasy fuori dai canoni classici. “American Gods” è un libro che va letto con attenzione; Gaiman non usa il classico linguaggio immediato dei fantasy ma ti costringe a ragionare e non solo a fantasticare su quello che leggi.

La Normale Scuola di Saviano

22 gennaio 2010. Appuntamento alle ore 17 nella “Sala Azzurra” della Normale di Pisa. Il noto giornalista Roberto Saviano tiene un incontro dal titolo “Strategie e tattiche criminali internazionali”, il primo del ciclo di seminari che seguirà in primavera… Alle ore 16:15 una fiumana di persone ammassate impedisce la visuale delle marmoree scale della rinomata Scuola pisana. Gli 80 posti della sala adibita all’incontro sono già stati occupati dai pochi privilegiati a conoscenza della possibilità di prenotare. Le altre 4 aule in collegamento video riusciranno ad accogliere solo una minima parte dei tanti aspiranti caoticamente disposti in fila che inutilmente attendono di varcare la bramata soglia.

Normale di Pisa

Svanita la prospettiva di poter accedere a quell’elitario incontro per “potenti” ed “insigni” fortunati, una rapida pedalata mi riaccompagna sul divano di casa, dove lo streaming della diretta ha già cominciato a divulgare il discorso del celebre autore di “Gomorra”… I suoi tratti scuri e marcati, il suo onesto sguardo appassionato, il suo manifesto sorriso affabile e la timida gestualità di un uomo che nonostante il meritato successo ha custodito la semplicità di chi si emoziona per un complimento. La sua incantatrice esposizione narrativa e le tante parole che per oltre tre ore hanno rapito la mente dei tanti che hanno scelto di ascoltarlo. Non ama definirsi un eroe, ma certamente rappresenta un simbolo, di singolare talento giornalistico e spiccata integrità umana.

Roberto Saviano ha parlato di poche città, emblema dei luoghi in cui le radici delle mafie hanno attecchito prima di espandersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Perché non esiste sbaglio peggiore di pensare che tale questione sia confinabile nel solo “Meridione”.

Roberto Saviano ha parlato di Villa Literno, dove negli anni ’70 un’ondata di manodopera africana giunse nelle vaste campagne della provincia casertana per la raccolta dei pomodori. Dieci anni dopo… la rivolta, nello stesso stile della recente Rosarno. Nel 2008 la ribellione scoppia a Castel Volturno, a seguito di un regolamento di conti interno al Clan dei Casalesi. Assieme alla vittima predestinata Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato al clan, persero la vita sei passanti innocenti. Sei giovanissimi immigrati africani vennero brutalmente assassinati in quella che successivamente venne chiamata “la strage di Castel Volturno”. Il giorno seguente al massacro donne, bambini e lavoratori scesero in strada per gridarlo a gran voce: “Mai più. Non osate!”. E’ l’urlo audace e convinto di coloro che hanno già rischiato tutto e non hanno più niente da perdere. L’ostinata determinazione di chi ha scelto quella terra nella ricerca di un futuro migliore, e non riesce ad accettare l’ingiusta condizione dei tanti italiani che oramai si sono adeguati a convivere con un Male troppo potente per essere debellato.

Territori ostili, dove i fori di proiettile sui cartelli stradali simboleggiano il chiaro segnale di una zona “dominata”, sotto controllo. Luoghi dove chi lavora nei campi viene spesso costretto ad ingerire pericolose misture di droghe ed alcol, per sopperire a condizioni di lavoro umanamente insostenibili. Zone dove si può essere assassinati per una denuncia, come il centinaio di lavoratori polacchi misteriosamente scomparsi in Puglia, dopo che tre connazionali ventenni, il 10 agosto 2005, decisero di smascherare i perversi meccanismi del caporalato pugliese.

Stavolta è toccata a Rosarno: l’attuale simbolo di una lotta che coloro che nascono in questi territori non riescono a fare. “L’immigrazione come potenzialità antimafia”, sostiene lo scrittore, perché chi nasce in certi territori è oramai rassegnato al fatto che in quelle zone o si convive o si va via, e non c’è nulla che si possa fare per sovvertire l’ordine prestabilito dalle mafie. Ma per gli immigrati la rivolta è lecita.

Loro vogliono stare lì, – prosegue Saviano – non vogliono andare via. Loro hanno scelto di crescere in un territorio migliore”.

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