Listening 04: The Wall

Si riparte con Listening, la rubrica-guida all’ascolto che ci guida nella scoperta (o ri-scoperta) di artisti e band!

Questa volta parleremo però di un album, uno di quei dischi che hanno cambiato la storia della musica rock e hanno impresso le loro note marchiate a fuoco nelle menti e nelle orecchie di cinquant’anni di ascoltatori e fan.

Mettete su The Wall, volume a palla, e buona lettura!

Tutto nacque da uno sputo.

urlNel 1977 i Pink Floyd erano in tour per promuovere il loro album Animals, uscito proprio quell’anno. Durante una delle date in Canada, allo stadio Olimpico di Montreal, accadde l’episodio che probabilmente diede la spinta creativa a quello che poi sarebbe diventato l’ultimo disco (ci ritorneremo dopo) della band. Roger Waters aveva cominciato già da tempo a mal sopportare il rapporto con i propri fan, soprattutto durante i concerti, quando iniziò a rendersi conto della separazione che si stava creando tra la band e il suo pubblico. Orde di ragazzi impazziti che urlavano, ballavano, si dimenavano, quasi non ascoltavano più i brani. La band stava diventando una “merce”, un parco dei divertimenti. In quella esibizione, un gruppo particolarmente facinoroso di fan (Nick Mason – batterista – nella sua biografia Inside Out li descrive come “un gruppetto relativamente piccolo ma sovraeccitato di fan, probabilmente imbottiti di sostanze chimiche e sicuramente poco inclini a seguire con attenzione lo spettacolo”) stava in qualche modo influenzando l’esibizione dei Pink Floyd. In una delle pause uno dei ragazzi urlò a Roger “suona Careful with that Axe Eugene !”, e Waters, stizzito, gli sputò. Era una cosa mai accaduta prima, sintomo di una situazione che stava cominciando a diventare insopportabile. I Floyd si trovavano a fare i conti con l’estremo successo e la totale sregolatezza del proprio pubblico (come tutte le grandi band), e questo avvenimento aveva generato quello strappo che mise in moto la creatività di Waters, che rimase molto colpito (in negativo) dall’episodio che l’aveva visto protagonista.Continua a leggere…

Radiohead – The King of Limbs

I Radiohead sono tornati. Dopo una lunga attesa dall’ultimo meraviglioso In Rainbows, a gran sorpresa hanno annunciato il loro nuovo album a una settimana dal rilascio online. Ancora una volta l’utilizzo di una nuova forma di distribuzione che bypassa le major e permette alla gente di acquistare la musica direttamente da loro. Lasciata andare l’idea del “paga-quanto-vuoi” dell’ultima produzione (che è comunque stata un successo), questa volta il sistema di distribuzione si è basato sul pre-order (ma l’album è acquistabile anche adesso ovviamente, sul loro sito) dei formati digitali, e una versione deluxe misteriosamente chiamata “Newspaper album”, che conterrà oltre alla versione digitale anche due vinili con l’album (otto tracce per due vinili? Mistero? Ne riparliamo a fine articolo).

Otto tracce soltanto, quindi, solo trentasette minuti di musica dei Radiohead, forse l’unico lato negativo di questa produzione: un’eccessiva brevità. Sarà perché quando si comincia ad ascoltarli vorresti un po’ che non finissero mai, sarà che eravamo stati abituati diversamente, la lunghezza non propriamente da LP è un po’ deludente per chi ha aspettato fremendo quest’album per quasi tre anni.

La musica dei Radiohead rimane sempre particolarissima, sperimentale oltre il limite, e quest’album prosegue una strada evolutiva che è iniziata ai tempi di Amnesiac e Kid A, culminata nel capolavoro che è stato In Rainbows. Questo The King of limbs è un album “difficile”, diciamolo subito, che non si comprende appieno a un primo ascolto, ma che necessita di un minimo di impegno attivo per farlo entrare nelle proprie corde, anestetizzate da una attualità musicale soporifera e ripetitiva. Sicuramente troviamo molto dell’ultima (e per ora unica) produzione di Yorke solista, con un uso dell’elettronica ormai preponderante rispetto alla parte più rock, che possiamo dire sia stata ormai abbandonata dal gruppo da tempo nella sua forma più classica. L’album si apre con una disorientante Bloom, una base ritmica in controtempo, e la voce di Yorke che sembra arrivare da lontanissimo, con il solito accostamento dissonante tra melodia e accompagnamento a cui ci hanno (bene) abituato. Ci si sente in parte a casa, e in parte in un posto nuovo. Si continua con le dissonanze ritmico-melodiche di Morning Mr Magpie, e poi Little by Little, che ricorda i pezzi più arditi di Ok Computer. L’esperimento elettronico culmina in Feral, un brano particolare, forse quasi inascoltabile in un primo momento, ma che con un minimo di attenzione dimostra tutta la sua sperimentazione portata all’estremo, e riesce a funzionare sin troppo bene. Non mancano classiche “ballad” (se possiamo definirle così) come Codex, che lascia senza parole per le melodie disegnate dalla voce di Yorke che ormai ha raggiunto il suo apice, diventando un vero e proprio “strumento” nelle mani della band. Lotus Flower, singolo scelto per il lancio dell’album, è forse il brano che raccoglie l’eredità più vicina ad In Rainbows, probabilmente scelto proprio per questo legame a doppio filo con il predecessore, per non disorientare troppo i fan. Ma è soltanto un’esca lanciata, perché quando ci si ritrova dentro The King of Limbs si respira tutt’altra aria, e ancora una volta i Radiohead ci portano avanti nel futuro (o in quello che a noi sembra il futuro). Meravigliosa anche l’acustica Give up the ghost, con il suo mantra “don’t haunt me” che si ripete per tutto il brano, e il brano di chiusura, che si intitola Separator. Separator? E da cosa?

The King of Limbs part 2?

E arriviamo così alla seconda parte di questo articolo, quella un po’ più speculativa. Ciò che segue potrebbero essere soltanto coincidenze, o forse no. Girando qua e là per la rete ho scoperto (grazie alla segnalazione del mio grande amico Francesco “Frank” Arena) che ci sono parecchi indizi che lasciano pensare che The King of Limbs non finisca qua. Prima di tutto, come già detto in apertura, i due vinili previsti per la Newspaper Edition sembrano troppi per contenere soltanto gli otto brani dell’album. Inoltre non si spiega il perché di una differita di tanti mesi tra la pubblicazione online e l’invio delle copie “fisiche” del disco (che saranno disponibili dal 9 Maggio, ma distribuite a giugno). Se è tutto pronto e registrato come mai questa grossa pausa? Potrebbe quindi spuntare una seconda parte del disco in questi mesi, che andrà a completare l’album, che sarà così tutto unito nella Newspaper Edition, e si spiegherebbero in tal modo i due vinili. Altro interessante indizio è proprio la canzone di chiusura dell’album, che si intitola Separator. Separator da cosa? Cosa separa? Potrebbe essere anche questa soltanto una coincidenza, è vero, eppure nel testo viene ripetuta insistentemente la frase “if you think this is over Then you’re wrong”: “se pensi che sia finita, allora ti stai sbagliando”. È soltanto una parte del testo o Thom e soci ci stanno dando qualche indizio sulla seconda metà del Re dei Rami (il nome si riferisce a una quercia centenaria che si trovava in un bosco vicino alla località di registrazione dell’album)? E poi si sono susseguiti account misteriosi su twitter che davano indizi e facevano riferimenti a riguardo, e uno di questi pare anche abbastanza accreditato, essendo tra i soli cinque follower che segue Thom personalmente sul social network. Gli indizi naturalmente sono molti di più, e citarli tutti sarebbe lungo, ma insomma, un’idea ve la sarete fatta anche voi. Se volete approfondire questo “mistero”,  su questo blog trovate tutti i dettagli, e credetemi, ce ne sono veramente tanti che fanno diventare questa grossa speculazione molto ma molto credibile. Magari è tutta una pura coincidenza, ma se ci fosse davvero una sorpresa del genere ad attenderci, non potrebbe che farci oltremodo piacere, considerando anche le sperimentazioni in fatto di distribuzione che ormai sono marchio di fabbrica Radiohead. E quale maniera migliore per vendere un album che quella di distribuirlo in parte, far venire l’acquolina, e poi dare in pasto una seconda metà (ve ne dico un’altra: pare che le tracce saranno 14 in tutto)?

Vi lasciamo con il video di Lotus Flower, coreografato da Wayne McGregor (della Random Dance Company, autore di questa coreografia in passato), con un Thom Yorke scatenato. Qui trovate tutti i testi dell’album invece.

La stessa barca? Assolutamente no!

Psichedelico, energico, sorprendente e visionario: ecco il nuovo lavoro dei 24 Grana, la band napoletana che ormai è un punto di riferimento per l’underground musicale italiano. Il loro suono reggae – dub si è trasformato negli anni in qualche cosa di più maturo e deciso, dagli inizi molto “almamegrettiani”, a un presente deciso e personalissimo.

I testi di Francesco Di Bella, storico leader della band, sono sempre più vicini alla poesia che alla musica, concepita in uno schema classico, e in questo nuovo lavoro si legano benissimo a una sonorità nuova ed energica. Forse i fan storici del gruppo, quelli che hanno cantato e vissuto i tour  di Loop e Metaversus, composti da concerti assolutamente gratuiti e in posti impensabili, storceranno un po’ il naso e vivranno ancora di più lo scossone già avvertito in Underpop – un cambio di rotta non repentino perché maturato in tre album – ma che ha cambiato completamente lo stile musicale del gruppo.

La stessa barca è stato prodotto e registrato presso gli studi Electrical Audio di Chicago da Steve Albini, completamente in presa diretta, così da poter catturare la forza live del gruppo. Un suono pulito, non più elementare, legato di più al rock e alle individualità e che dal vivo, sicuramente, troverà il suo compimento con un’esplosione artistica, che renderà un po’ tutti invogliati a lanciarsi nel pogo più sfrenato. L’album in sé è composto da 10 tracce; un disco non certo lunghissimo, ma in questo simile agli altri lavori del gruppo. I testi del solito Di Bella, ancor di più in questo disco, sembrano acquisire un senso solo dopo vari ascolti, dovuti alle loro caratteristiche visionarie, molto avvenenti e cantati con un brillante accento napoletano. La prima traccia, “Salvatore”, è anche la prima degna di nota che affronta temi cari ai fan del gruppo: la vita quotidiana sembra quasi la continuazione virtuale di Stai mai ccà. La terza traccia, “Ombre”, trasuda la vena psichedelica del disco; “… So’ fierr filat attuorn a me…” ai primi ascolti sembra la canzone al top del disco ma, logicamente, è solo la  prima impressione “non confermata”. Invece ascoltando  “Germogli d’inverno” si libera una ballata dolce, delicata e che lascia all’ascoltatore una sensazione di pace in un bianco e nero d’altri tempi.  La nona traccia, “Stop!”, ha un ritmo cadenzato, orecchiabile e con un testo non privo di ottimi spunti di riflessione.

Occorrerà altro tempo per ascoltare e sviscerare questo disco ma, per adesso, c’è una certezza, e cioè che questo 2011 comincia con un ottimo prodotto discografico, il nono album dei 24 Grana, consigliato a chi ha voglia di ascoltare dell’ottima musica, assolutamente lontana dai format e dalle banalità della musica italiana.

Gruppo: 24 Grana
Titolo: La stessa barca
Uscita prevista: 18 gennaio 2011
Tracklist:

01    Salvatore
02    Cenere
03    Ombre
04    Ce Pruvate Robé
05    Malevera
06    Turnamme a casa
07    La stessa barca
08    Germogli d’inverno
09    Stop!
10    Oggi rimani laggiù

Lavorazione dell’album

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Fabrizio De André e la sua "ora di libertà"

Ho iniziato ad ascoltare De Andrè per curiosità. Il mio professore di lettere del liceo lo conosceva personalmente, era cresciuto con lui a Genova, conosceva la sua famiglia, ma soprattutto, conosceva lui. Ricordo che in classe diverse volte raccontava a noi, alunni svogliati e disattenti, le disavventure di un ragazzo semplice cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia industriale cittadina. Dalle parole del mio professore emergeva il suo pessimo rapporto con i genitori, la sua vita da vagabondo, il suo isolatismo e la sua diversità.

Fabrizio Cristiano De André nacque il 18 febbraio 1940 nel quartiere genovese di Pegli, in via De Nicolay 12, dove oggi si può notare una piccola targa commemorativa. Inizialmente visse nella campagna astigiana, luogo originario della sua famiglia e dove si trasferì a causa degli eventi bellici. Si trasferì poi nella Genova del dopoguerra, in un periodo di conflitti mossi dalla contrapposizione tra cattolici e comunisti, inflessibili e bigotti entrambi.

Dopo aver frequentato le scuole elementari in un istituto privato di suore, passò alla scuola statale, dove il suo comportamento “fuori dagli schemi” gli impedì una pacifica convivenza con le persone che vi trovò, in particolar modo con i professori. Per questo fu trasferito nella severa scuola dei Gesuiti dell’Arecco, frequentata dai giovani della “Genova bene”, dove fu vittima di un tentativo di molestia sessuale da parte di un gesuita dell’istituto. Nonostante l’età, la reazione verso il “padre spirituale” fu pronta e, soprattutto, chiassosa, irriverente e prolungata, tanto da indurre la direzione ad espellere il giovane De André, nel tentativo di placare lo scandalo. Dell’episodio venne a conoscenza il padre di Fabrizio, esponente della Resistenzavicesindaco di Genova, che informò il Provveditore agli studi, pretendendo un’immediata inchiesta che terminò con l’allontanamento dall’istituto scolastico del gesuita.

In seguito il cantautore frequentò la facoltà di Giurisprudenza. A sei esami dalla laurea, tuttavia, decise di intraprendere una strada diversa: la musica. Il primo vero e folgorante incontro con la musica avvenne con l’ascolto di Brassens, del quale De André tradurrà alcune canzoni, inserendole in alcuni dei suoi primi album. La passione crebbe anche grazie all’assidua frequentazione degli amici TencoBindiPaoli ed altri, con cui iniziò a suonare e cantare nel locale “La borsa di Arlecchino”.

De André, allora, iniziò una vita sregolata ed in contrasto con le consuetudini della sua famiglia, frequentando amici di tutte le estrazioni culturali e sociali, prendendo inconsapevolmente la strada che lo conduceva nella storia.

Dalle parole del mio professore trapelavano sempre emozioni forti nel ricordare la sua amicizia con De Andrè. Quando giunse la notizia della sua morte il nostro professore era fortemente provato. Quel giorno in classe non facemmo lezione, ascoltammo per due ore di fila l’album di de Andrè “Storia di un impiegato”. Lui che è conosciuto come il “Faber” per la perfezione dei suoi tecnicismi verbali, per le sue metafore sulla vita, per la sua semplice complessità. Non mi vergogno nel dire che ha segnato profondamente la mia crescita. Ho il ricordo nitido di quando ascoltavo i suoi album come un bambino sfoglia le figurine dei calciatori.  Ricordo i brividi profondissimi passarmi sulla pelle e lasciarsi abbandonare alle parole mai stonate e, soprattutto, mai sbagliate. Ricordo di aver sempre condiviso la sua poesia, di essermi sempre riconosciuto nelle sue poesie, di aver sognato di saper raccontare il mondo come faceva lui, con le sue semplice e umili parole, con i suoi riferimenti sapienti, con le sue rime intrecciate, e con la sua “polemica di dignità e libertà”.

Lui che inopinatamente è uno dei più grandi poeti dei nostri tempi, che con le sue canzoni ha saputo raccontare la vita, quella di tutti i giorni, ma anche quella sconosciuta o, per meglio dire, difficile da accettare.  Lui, disegnatore di realtà crudeli ma mai parallele, che indicava la morte con la metafora della collina e colorava la vita dei suoi personaggi donandogli dignità soltanto grazie alle sue descrizioni minuziose e ficcanti. Lui così duro contro l’istituzionalismo ed il perbenismo, lui così spietato contro il potere, lui così semplice ma blasfemo contro le crudeltà di un mondo che sembrava non appartenergli mai. Lui così lontano da un universo che, a mio modesto avviso, non lo ha mai valorizzato, meritato né apprezzato abbastanza. “Nella mia ora di libertà”, tratto dall’album “Storia di un impiegato”, è una delle poesie che forse più di tutte racchiude il suo “animus vivendi”. Racconta la storia di un carcerato che per ribellione decide di non voler uscire dalla prigione durante l’ora di libertà. Questo perché il condannato non vuole condividere con i sui “piantoni” (secondini) l’unica ora d’aria buona da respirare durante l’arco della giornata. È la storia di uomo normale, oggi diremo “comune”, che seppur innocente si ritrova a sfogliare i tramonti in prigione. De Andrè va duro contro il giustizialismo ma è proprio dalle sue critiche efferate e dalle sue lotte contro il potere che, paradossalmente, trapela un gran desiderio di giustizia e meritocrazia, desideri che oggi risuonano come un’eco più attuale che mai, per la serie “i tempi cambiano ma non i problemi”.

Questa canzone termina con il racconto di tutti i carcerati che imprigionano in galera i secondini e, intimandoli di ascoltarli,  gridano loro “Venite adesso alla prigione / state a sentire sulla porta / la nostra ultima canzone / che vi ripete un’altra volta / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”. Questa celebre frase, e citazione del “Faber”, risuona con violenza nelle orecchie di un potere assai scaltro, muto al punto da negare un sorriso al bisognoso, sordo alle esigenze del popolo, insensibile alla vita degli uomini che lavorano e sopravvivono a stento, correndo dietro a una vita in salita con il fiatone e, il più delle volte, senza fiato. Il mio professore quel giorno pianse quasi ininterrottamente per tutta la lezione e io non capivo il perché. Oggi ripensandoci, invece, lo capisco, o per lo meno credo di aver capito, e mi dispiace di non aver condiviso con lui quelle lacrime. Però, da quel giorno la mia curiosità mi ha aperto gli occhi su di un mondo che è sempre uguale, nel quale i problemi sono sempre gli stessi, se non più acuiti. Quello che per me è più importante, in realtà, è che si tratta anche di un mondo in cui, guidato dalla poesia del “Faber”, cerco ogni giorno di non sentirmi “coinvolto” e, per non tradire il mio poeta preferito, di guardare la vita avendo negli occhi, nel mio piccolo, la mia “polemica di dignità e libertà”.

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Listening 03: Dave Grohl

Quella di Dave Grohl è una lunga storia. Mettetevi comodi quindi, indossate le vostre cuffie migliori, e mettete il volume al massimo. Si comincia.

L’ultimo Listening, quello dedicato a Josh Homme, si chiudeva con l’annuncio del nuovo “supergruppo”, quei Them Crooked Vultures di cui abbiamo parlato anche su Camminando Scalzi. Partiamo dalla fine della storia questa volta, e guardiamoci Dave Grohl che ritorna dietro alla batteria. Questa è Scumbag Blues:

Le origini: Dave, i Led Zeppelin e la band del liceo
Dave GrohlDavid Eric Grohl nasce a Warren, nell’Ohio, il 14 Gennaio 1969, da padre flautista classico e madre cantante. Da bambino capisce subito che la sua vita sarà la Musica e, sebbene schivi con una certa facilità le lezioni di chitarra, la scoperta del punk lo porterà a suonare nella classica band del liceo. Dave ha un carattere subito molto aperto e disponibile, segno caratteristico della sua personalità. Lui stesso ha dichiarato “fumavo erba con chi lo faceva, facevo rock con i rockettari ed ero cordiale con tutti gli altri”. Un carattere che si rivelerà fondamentale per la sua carriera. I Freak Baby, questo il nome della band, è il gruppo in cui Dave muove i suoi primi passi. Subito dimostra la sua intraprendenza e la voglia di suonare qualsiasi cosa. E’ proprio in questi anni che mollerà la chitarra per mettersi dietro alla batteria, lo strumento che lui ha sempre (allora come adesso) apprezzato di più. La sua fonte di ispirazione è John Bonham dei Led Zeppelin, tanto che si tatua da solo il simbolo del batterista degli Zep sull’avambraccio, all’età di sedici anni. Chissà se a quell’età pensava che un giorno sarebbe arrivato a suonare con due degli Zeppelin originali… Negli anni dell’adolescenza Dave suona in tantissime band locali, fino ad entrare negli Scream dopo un provino, inaspettatamente. Una delle sue band preferite di quel periodo sono i Melvins di Buzz Osborne, ed è proprio con quest’ultimo che Dave stringerà un’amicizia che si rivelerà fondamentale per la sua vita. E’ proprio Buzz infatti a portare due suoi amici ad un concerto degli Scream. Uno di questi due amici era Kurt Cobain.

Qui siamo nel 1988, e questi sono gli Scream, con un giovanissimo Dave Grohl che picchia come un pazzo la batteria.

I Nirvana: Dave, Kurt, la morte, la rinascita.
nirvana-3Nel 1994 Kurt Cobain si suicida, ponendo fine a quella che è stata una delle band fondamentali del rock anni ’90, e quasi sicuramente dell’intera storia della Musica. Dave entra nella band nel 1989, quando i Nirvana avevano già registrato parte delle demo di Bleach. Con lui completeranno l’album d’esordio che farà raggiungere ai Nirvana la fama mondiale. Di lì a Nevermind il passo è breve. L’album che ha probabilmente distrutto Cobain è allo stesso tempo uno degli album più conosciuti e più venduti della storia del Rock. A mio parere è anche il più sopravvalutato dei Nirvana. In ogni caso in quegli anni Dave dimostra ancora una volta il suo carattere molto disponibile e non interferisce troppo nel suono della band, non volendo modificare in alcun modo l’alchimia che si era creata nel gruppo. Tutta la sua creatività la sfogherà in un album solista pubblicato sotto lo pseudonimo di Late!: Poketwatch, album distribuito solo in cassetta, e in cui Dave suona tutti gli strumenti. Dave in quegli anni visse per un periodo insieme a Kurt Cobain, e strinse una forte amicizia con lui, sebbene abbia sempre dichiarato che Kurt non si fosse mai espresso troppo riguardo questa amicizia. Dave suonava bene la batteria, faceva sentire sicuro Kurt, e tanto bastava. Pare che solo una volta Kurt si sia espresso, ubriaco, nei confronti di Grohl chiamandolo “fratello”. Eppure Dave porterà per sempre nel suo cuore Cobain. In quel periodo, insieme a Cobain, scriverà una canzone dal titolo “Colours of Marigold”, successivamente rilasciata prima come B-Side di Heart Shaped Box, e poi come canzone acustica dai Foo Fighters anni dopo (dal titolo Marigold). Le cronache narrano anche della scrittura del riff di Scentless Apprentice, a cui Dave avrebbe partecipato. Eccola qua, live, con i Nirvana al completo.

Con la fine dei Nirvana, Dave si trova a dover ricostruire la sua carriera musicale. Ma come si fa a ripartire dopo essere stati il batterista di una delle band più importanti di sempre? Nelle ultime sessioni di registrazione dei Nirvana, Dave riesce a produrre qualcosa di suo (Big Me, February Stars ed altre), materiale che andrà a comporre il primo album della sua nuova vita. Nascono così i Foo Fighters.

Foo Fighters: dalle ceneri dei Nirvana agli 86.000 di Wembley
foo_fightersCon il titolo omonimo, nel 1995 uscì l’album di debutto dei Foo Fighters. In realtà erano tutte demo sistemate e remixate per l’occasione, sebbene Dave si dia da fare sin da subito per formare una vera e propria band. Dismessi i panni di batterista, imbraccia la sei corde, gomma da masticare sempre in bocca(più che un tic una questione pratica, visto che il suo modo di cantare gli porta secchezza alla gola), e passa dietro al microfono. I Foo conosceranno l’inizio di un grande successo con il loro successivo album, The Colour and the Shape, datato 1997. Nell’album ci sono pezzi fondamentali che diverranno dei veri e propri classici della band. Tanto per citarne un paio: Everlong, My Hero, Monkey Wrench. E questo è proprio il video ufficiale di Monkey Wrench.

Il terzo album del gruppo si intitola “There is nothing left to lose“, “non è rimasto niente da perdere”. Nel frattempo alla band si uniscono in pianta stabile Chris Shiflett e il batterista Taylor Hawkins (che precedentemente suonava per Alanis Morisette). E’ forse l’album più “commerciale” – mi si passi il termine – della band. Il prossimo video l’ho scelto per analizzare un altro aspetto fondamentale della vita di Dave Grohl: il gioco. Dave non perde mai occasione per ridere, per fare casino, per travestirsi, per partecipare alle cose più stupide e divertenti. Una cosa che mi è sempre piaciuta è che tutto quello che fa lo fa con il sorriso sulle labbra. Insomma, è impossibile non farsi coinvolgere empaticamente da un semplice fatto: Dave si diverte facendo Musica, e non lo nasconde. La canzone si intitola Learn to Fly.

Arriva così il momento di “One by one”, album del 2002. In realtà le registrazioni erano cominciate più di un anno prima, ma Dave si è preso una pausa per andare a registrare “l’album definitivo” con i Queens of the stone age, il più volte citato su questa rubrica “Songs for the deaf” (il gruppo di Josh Homme, altro Them Crooked Vultures). Ma delle sue collaborazioni parleremo dopo. Intanto andiamoci ad ascoltare All my life, canzone che è una chiara ode al cunnilingus (leggetevi il testo).

Il capolavoro assoluto di Dave arriva però nel 2005, e si intitola “In your Honor”. L’album è un vero e proprio doppio LP, con una prima parte elettrica e una seconda acustica. E’ la pietra miliare dei Foo Fighters, e probabilmente l’album in cui Dave mette più cuore in assoluto. Ci sono capolavori indiscutibili, e tante collaborazioni, soprattutto nella parte acustica. Over and Out, Friend of a friend (canzone ripresa da “Pocketwatch”, che parla di Kurt, scritta nel 1990, quando i due vivevano insieme in uno squallido appartamento), Another Round (il piano è suonato da John Paul Jones, altro TCV), Virginia Moon (la voce femminile è di Norah Jones), Razor (la chitarra la suona Josh Homme, e tutto ritorna…). Ma anche la prima parte, quella più rock, è piena di pezzi di indiscutibile valore, come la title track, DOA e la meravigliosa Best of you. Eccola qua.

L’ultimo album di studio del gruppo risale al 2007 e si intitola Echoes, Silence, Patience and Grace. Lavoro leggermente al di sotto delle aspettative, ma con un paio di brani veramente forti (The Pretender, scritta in piena campagna per le elezioni presidenziali in america, ne è un esempio), e ancora tanta musica acustica. È dell’anno successivo il concerto che consacrerà i Foo Fighters nella storia del Rock. Il 6 e il 7 Giugno 2008 i Foo Fighters si esibiscono a Wembley nello show da loro stessi definito “the biggest show ever”. 86.000 spettatori ogni sera, lo special guest di Page e Jones dei Led Zeppelin, uno stadio pieno, i fuochi d’artificio. È difficile raccontare quell’esperienza per me, per il semplice motivo che io ero là, tra quegli 86.000 spettatori, e riguardando il video che state per vedere mi vengono ancora i brividi e le lacrime agli occhi. Perdonate la qualità non eccelsa, ma questo lo dovevo mettere per forza, il MIO video di Everlong a Wembley. Ottantaseimila voci che cantano all’unisono insieme a quella di Dave Grohl. Non riesco neanche a immaginare che emozione abbia provato lui mentre cantava “The only thing I’ll ever ask of you/You’ve got to promise not to stop when I say when/She sang”. Che spettacolo.

Skin and bones: la musica acustica fatta da Dio.
Capitolo a parte merita il tour acustico, culminato con un DVD e un CD live, dal titolo Skin and Bones. Grohl e soci hanno riarrangiato i loro pezzi più famosi in versione acustica, spostando i brani in una dimensione più intima, più sensibile. Sebbene gran parte della tracklist sia basata sulla parte acustica di “In your Honor”, trovano spazio anche versioni riviste dei loro brani più famosi. Un altro concerto imperdibile. Se potete, regalatevi questo DVD; una volta messo nel player sarà difficile che lo tiriate fuori, fidatevi. Questa qui è Razor, tratta da Skin and Bones. Il concerto si apre così…

Le collaborazioni, ovvero: anche io vorrei avere la sua rubrica telefonica.
4b20b_18471760-18471761-slargeSebbene abbia lasciato per ultimo questo aspetto della personalità di Grohl, forse questa è la caratteristica predominante del suo carattere. Non c’è gruppo importante con cui non abbia collaborato. Nel 2001 suona insieme al suo batterista Taylor con i QueenBrian May e Roger Taylor– alla Rock and roll hall of fame. May ricambierà registrando la chitarra di Tired of you in One by one. Registra le batterie per due album dei Tenacious D, del suo grande amico Jack Black. I due sono legati a doppio filo, e spesso uno partecipa ai progetti dell’altro. Non è raro vedere Black in qualche video dei Foo Fighters, e viceversa Grohl in quelli dei Tenacious D. Dave parteciperà anche come attore al film di questi ultimi, nei panni di Beelzeboss. Nel 2001, come già detto, va a sedersi dietro la batteria dei Queens of the stone age, e registra Songs for the Deaf (raccontando il simpatico anedotto che mentre tutti i QOTSA si facevano, lui andava a guardare Il signore degli Anelli), album fondamentale che consiglio sempre di ascoltare e di tenere nella propria collezione di CD. L’incontro con John Paul Jones degli Zeppelin comincia in In Your Honor e arriva fino ad oggi con i Them Crooked Vultures. Altro progetto interessantissimo quello del 2003 che porta il nome di Probot. Dave decide di registrare un album metal, riunendo grandi personalità del genere, come Lemmy dei Motorhead e Max Cavalera dei Sepultura. Registra diversi pezzi dell’album With Teeth dei Nine inch Nails. Registra You are free di Cat Power. Partecipa all’ultimo album dei Prodigy e a quello dei Killing Jokes. Appare in un video degli Eagles of Death Metal (altro progetto alternativo di Josh Homme…qui in un live). Appare anche come special guest ad un concerto di Paul McCartney per i Grammy nel febbraio di quest’anno.  Senza contare un’altra miriade di partecipazioni qua e là. Ora come ora è in giro con i signori che avete visto nel primo video, e per il futuro è prevista una sua collaborazione nell’album solista di Slash (poteva mai mancare lui? Figuriamoci). Insomma, una vera macchina da guerra, una persona che vive per la Musica.

Poliedrico, creativo, inarrestabile. Questo è Dave Grohl. L’anima del Rock.

Come piace pensare a me, in realtà, è la Musica che vive attraverso Dave.

Vi lascio con una chicca, una cover di “Have a Cigar” dei Pink Floyd, fatta dal vivo con Dave alle pelli. Buon ascolto e alla prossima, con Listening.

Listening 02: Josh Homme

Volume a palla. Si comincia.

3Joshua Homme nasce nel 1973 a Joshua Tree, in California. La sua infanzia la trascorre a Palm Desert, cittadina situata nella Coachella Valley. Cominciamo a focalizzarci su questa parola: “Desert” – il deserto. A nove anni comincia a suonare la chitarra e, sebbene la sua altezza lo pone subito all’attenzione dei coach sportivi del liceo, la sua passione rimane la musica.

Nel 1987 fonda una band, la sua prima band, che si chiama Sons of Kyuss (dal nome di un dio del famosissimo gioco di ruolo Dungeons’n’Dragons), che successivamente si chiamerà soltanto Kyuss. Sono gli antesignani dello stoner rock nei primi anni novanta.

Ma che cos’è lo stoner rock? “Stoned” è una parola slang americana che significa “fumati, sballati“, ed è la sensazione che si può provare ascoltando questo “genere”. E’ un rock duro, pesante, concentrato sulle tonalità basse, ed è ripetitivo, dannatamente ripetitivo. Ma attenzione, in questo caso la parola “ripetitivo” non deve trarre in inganno o  essere vista con un’accezione negativa. La forza dello stoner rock è proprio in questa sua caratteristica principale, che affonda le sue radici nella musica psichedelica degli anni ’70, psichedelia che ritroviamo già in questi inizi del Josh musicista.

Colpisce sicuramente l’uso degli effetti che fa Josh con la sua chitarra, avvalendosi di un vecchio preamp per basso e suonando due toni sotto (per gli esperti: chitarra accordata in C), dando ulteriore cupezza al suono espresso nella musica dei Kyuss. Personalmente trovo il generale mood musicale dei Kyuss molto coinvolgente, sebbene sia ancora una musica “acerba”, considerato soprattutto cosa Homme farà poi nella maturità musicale. Ma andiamo per gradi: ecco un video dei Kyuss, per farvi un’idea di cosa sia lo stoner rock duro e puro (si sente anche qualche influenza del grunge, che a quei tempi spopolava).

Nel 1995 i Kyuss si sciolgono, e Josh fa un incontro importante, diventando il chitarrista degli Screaming Trees di Mark Lanegan (un gotha del grunge). I due diventano molto amici, e la collaborazione di Josh come lead guitarist dura fino al  1997, anno in cui nascono i Gamma Ray (niente a che vedere con il gruppo power metal fondato da Kay Hansen, ndR), che successivamente diventeranno i mastodontici Queens of the stone age.

2Josh si ritrova così per la prima volta nella sua vita a fare anche il cantante. Il suo modo di cantare mi ha sempre affascinato tantissimo, ha qualcosa che ricorda inevitabilmente Elvis. Con il Re condivide la timbrica vocale e quei falsetti che fanno tanto rock’n’roll anni ’50, decontestualizzati, e reinseriti in una musica che con quel rock’n’roll condivide soltanto la prima parte del nome. La musica dei Queens of the Stone Age è sicuramente più “matura”, e Josh fa un altro incontro importante, quello con Nick Oliveri, che lo porterà a produrre il più bell’album rock alternativo degli anni 2000: “Rated R“. Di questo periodo è indimenticabile la prossima canzone, si intitola “Feel Good Hit of Summer”. Quando gli chiesero del testo, Josh rispose che era la sua lista della spesa per quando va in vacanza. Non stento a crederci.

Basso distorto, batteria che batte sulle sinapsi, chitarre nervose nel ritornello, e sempre lo stesso accordo che si ripete per più o meno tutta la canzone. Questo è Rock ragazzi.

Canzoni per Sordi.
Nel 2002, per quella strana coincidenza astrale che colpisce tutti i grandi gruppi, anche i QOTSA si ritrovano a sfornare il loro album capolavoro. Alla batteria c’è Dave Grohl (parleremo di lui in una delle prossime puntate di Listening), ex Nirvana; al basso Nick Oliveri; Troy Van Leuween è il pazzo secondo chitarrista; Mark Lanegan che è la voce “ospite”, e Josh canta e suona la lead guitar. Una formazione perfetta. 1A mio avviso non sono più stati raggiunti questi livelli successivamente. Songs for the Deaf è un album che dovrebbe far parte delle collezioni musicali di tutti gli appassionati. Registrato in maniera che ogni brano sembri arrivare dallo switching del sintonizzatore di una radio vecchio stile, ci fa immergere in un viaggio attraverso il deserto californiano, dove ogni canzone è introdotta da un’interferenza radio, un programma in spagnolo, o una radio religiosa. In quest’album possiamo trovare tutte le sfaccettature musicali che caratterizzano i Queens of the Stone Age. Ci sono i pezzi rock che ti entrano in testa e non escono più (No one Knows, Go with the flow), Nick Oliveri e le sue urla disperate (Millionaire), la “canzone perfetta” che è Song for the Dead, lo stoner più puro di Song for the Deaf e il gran finale con la bellissima ballad “Mosquito Song”. Il tutto condito con Grohl che picchia come una bestia quella batteria. Difficile scegliere il pezzo più rappresentativo, non posso che consigliarvi di ascoltarvelo tutto, quest’album. Questa la conoscete tutti, ne sono sicuro, ma è sempre un piacere riascoltarla.

I QOTSA continuano il loro percorso musicale. Oliveri esce dal gruppo per una lite con Homme (a quanto pare c’entrava l’allora ragazza di quest’ultimo, ma sono tutte voci mai confermate) e fonda i Mondo Generator. La formazione si arricchisce di nuovi membri ed esce Lullabies to Paralize, titolo che prende spunto da uno dei versi di Mosquito Song, ed è una sorta di concept album che ha come tema le vecchie storie che si raccontavano ai bambini. Ospiti importanti anche in questo lavoro (Lanegan ancora, ma anche il cantante degli ZZ Top, quelli di LaGrange, che tutti voi chitarristi avrete suonato almeno una volta nella vita), che dimostra una maggiore maturità musicale. Lo stoner dei primi tempi comincia a sparire a favore di pezzi elaboratissimi dal punto di vista tecnico. Non è propriamente un passo indietro, ma si capisce che Songs for the Deaf rimarrà il loro capolavoro assoluto.
Nel 2007 esce Era Vulgaris, attualmente ultimo lavoro della band. C’è un ritorno ad uno stoner più grezzo, con pezzi (come il singolo d’apertura Sick, sick, sick) che ricordano non poco i brani da “one-chord” dei primi tempi. L’album è molto valido, ma a mio parere il continuo cambiamento di formazione del gruppo ha portato a perdere per strada un po’ di qualità, a favore magari della leadership di Josh. Sembrano più album suoi personali, che veri e propri “lavori di gruppo”. Da ricordare quanto loro siano veramente devastanti in live, e a dimostrazione di ciò, tratta proprio dall’album Era Vulgaris, ecco una mostruosa Misfit love. Oh, non c’è un minimo errore.

Side Project
Come ogni grande musicista che si rispetti, il buon Homme ha molteplici progetti “esterni” che segue. Cominciamo con le Desert Session. Josh raduna di tanto in tanto, al Rancho della Luna, in pieno deserto californiano, tutta una schiera di musicisti. La caratteristica delle Desert Session è proprio il loro essere improvvisazioni musicali, seguendo il flow che scorre in ogni musicista presente. Le registrazioni sono spesso fatte in presa diretta. Immaginatevi cosa vuol dire stare là, scrivere e improvvisare musica, e intorno a voi il sole che tramonta in una cornice di cactus e terra brulla. Ecco un brano delle Desert Session, si intitola Subcutaneous Phat. Si ritorna allo stoner nudo e crudo. Chiudete gli occhi e immaginate di essere al Rancho della Luna.

Nel 1998 Josh fonda, con il suo amico Jesse “The Devil” Huges, gli “Eagles of death metal“, gruppo in cui suona la batteria (Josh è anche un polistrumentista…nel primo album dei QOTSA ha registrato tutti i bassi e parte delle batterie), dal piglio più rock’n’roll. Anzi, sexy rock’n’roll. Siamo un po’ fuori dal suo genere preferito, ma i risultati sono altrettanto interessanti. Io l’ho sempre visto un po’ come il gruppo “scacciapensieri” di Josh. Da notare nel seguente video la presenza di Grohl e di Jack Black come guest star.

Chiudiamo il capitolo delle sue collaborazioni esterne con un Homme produttore. Quest’anno ha deciso di produrre il gruppo indie Arctic Monkeys. Ecco, ascoltate il loro nuovo singolo. Si sente puzza di deserto lontano un miglio, tanto che molti li hanno giustamente ribattezzati Desert Monkeys. Lo zampino di Josh produttore è riuscito a farmi piacere una indie band (che tendenzialmente disprezzo), quindi direi complimenti. Un altro album consigliatissimo.

Attenti arrivano gli Avvoltoi.
Quest’anno Josh partecipa ad un altro progetto che mi sta facendo già fremere le orecchie. Quest’estate appaiono sulla scena musicale i Them Crooked Vultures. Una superband composta da Josh, Dave Grohl (che torna a picchiare le pelli per il nostro amico del deserto) e al basso un mostro sacro della musica rock, John Paul Jones, il bassista dei Led Zeppelin. Dopo due mesi di promozione virale (per dirvene una, i loro concerti erano più o meno a sorpresa, si scoprivano qualche giorno prima) e la totale mancanza di brani registrati in studio, è di questi giorni la notizia dell’uscita dell’album omonimo (lo recensirò senz’altro, lancette puntate al 13 Novembre). Chiudiamo quindi con il singolo ufficiale, New Fang. Dentro c’è il rock di Josh, con i suoi classici giri, il ritmo di Grohl (che sembra divertirsi sempre tanto dietro la batteria) ed i classici riff alla Led Zeppelin.

Alla prossima. E ricordate, volume sempre a palla, su Listening.

Listening 01: Thom Yorke

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Diamo il via ad una nuova rubrica musicale. Cercherò di guidarvi nell’ascolto e nella scoperta della Musica, quella con la M maiuscola. Ogni settimana prenderemo in considerazione un nuovo artista, raccontando la sua storia e cercando di avvicinarci a lui in una maniera diversa. Mettetevi belli comodi, indossate le cuffie, alzate il volume. Questa settimana si parla di Thom Yorke.

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Thom Yorke in ConcertoSolitudine. Se c’è una parola che vi deve venire subito in mente quando pensate alla nascita del genio di Thom Yorke, quella parola è probabilmente “solitudine”. Tutti conoscono i successi dei Radiohead, e sono sicuro che almeno una volta nella vostra vita avrete ascoltato Creep, Karma Police o Paranoid Android.
La carriera di Yorke e dei suoi Radiohead però comincia, come accade molto spesso per i geni della musica, da una sfortuna, una sfiga che lo colpisce sin dalla nascita. Thom è purtroppo affetto da un grave problema all’occhio sinistro che lo costringerà a compiere ben cinque interventi correttivi prima di raggiungere l’età di cinque anni. I “rappezzamenti” (spesso definiti così dal cantante inglese) non riescono a migliorare tantissimo la situazione, e il cantante si ritrova in tenera età a vivere una condizione di emarginazione. Complice anche il fatto che i suoi si trasferissero spesso da un posto all’altro, il piccolo Thom si ritrova sempre di più ad essere schernito ed escluso dai suoi compagni per il suo difetto fisico, e comincia a sviluppare un’introspezione che diventa quasi morbosa. Un’introspezione che lo porta a sviluppare la genialità musicale che ritroverà una volta adulto, con la maturità musicale. E, ironia della sorte, quell’occhio sinistro un po’ chiuso, un po’ paralizzato, è il segno tangibile della genialità, che si porta dietro da allora. Una genialità musicale unica. Ascoltare il brano seguente (peraltro in una esibizione live da brivido, fatta da solo, quest’estate) ci fa capire molto meglio cosa intendo con genialità musicale unica:

Un pezzo del genere lo può scrivere soltanto Thom Yorke. Questo brano fa parte del suo album solista, che si intitola The Eraser,  che è un ascolto obbligato che vi consiglio assolutamente.

Thom Yorke
Thom Yorke

Ma non ci perdiamo troppo in chiacchiere. Quello che si evince dalla sua musica è un tormento interiore costante, è una musica che appare spesso elettronica, fredda, in alcuni tratti quasi minimalista. E’ una specie di occhio (non a caso) robotico sul pensiero dell’uomo, uno sguardo artificiale che seziona, divide, e ricompone successivamente i nostri sentimenti più profondi. Ma il genio compositivo di Yorke non si vede soltanto nei brani più “sperimentali” ed elettronici. Una cosa che mi ha sempre colpito dei Radiohead è la loro capacità di passare dal rock all’elettronica, dalla musica sperimentale alle ballad acustiche, con un tatto e una finezza che sono indici di una infinita sensibilità musicale. E’ davvero difficile trovare un’altra band nell’era moderna che riesca a passare così facilmente attraverso i tempi, ritrovandosi in qualche maniera sempre un passo avanti rispetto a tutti gli altri.

True Love Waits è un brano che per un lungo periodo di tempo veniva eseguito soltanto dal vivo (verrà poi successivamente registrato in un B-Side). La dimensione dal vivo è un’altra faccia importante dei Radiohead. Ascoltate un loro disco, un loro brano registrato in studio, e dopo lanciatevi in un ascolto dello stesso brano nella sua veste live. Come accade sempre per le più grandi band, incredibilmente tutto assume una dimensione enorme, e i brani vengono spesso arricchiti, modificati, resi ulteriormente magnifici, come se già non lo fossero. Inutile parlare di una abilità tecnica nell’uso degli strumenti tradizionali  e non (le loro attrezzature sono a volte fuori di testa) che è fuori dal comune. Come al solito, la musica molto spesso vale più di mille parole. Ascoltate cosa sono capaci di fare i Radiohead live, il brano si intitola Everything in its righ place.

Siete ancora tutti interi? Bene.

Thom YorkeThom Yorke, ai tempi della scuola superiore, passava molto del suo tempo all’interno delle aule di musica, e lui stesso ha più volte raccontato di come amasse rinchiudersi in quelle stanzette dove c’era soltanto un pianoforte, alla ricerca di ispirazione. E’ un’immagine molto malinconica, che però ci aiuta ancora di più ad entrare nella testa del personaggio. L’industria della musica rock arriverà però quasi a distruggerlo, con il grande successo di Pablo Honey, e di quella Creep che è rimasta nella storia della musica (e che qualcuno dalle nostre parti si è azzardato a stuprare…ma preferisco non commentare). Yorke in quel periodo cade nel tunnel dell’alcolismo, e secondo le cronache, uscirà lentamente da questa situazione, anche grazie all’aiuto del grande amico Michael Stipes dei R.E.M. Da quel momento in poi, la carriera di Yorke è costellata di grandi successi. Prima quell’Ok Computer che lascerà il mondo a bocca aperta (Karma Police? No surprises? Vi dicono qualcosa?), e poi l’improvviso salto nella musica sperimentale, che lascerà molti fan allibiti, con i vari Amnesiac, Kid A, Hail to the thief. A proposito di Kid A, ascoltiamo assieme Idioteque.

Non tutti sanno che il famoso giro di note, che supporta il beat dance di tutta la canzone, è un piccolo brano di una composizione dello scienziato informatico Paul Lansky, che nel 1975 scrisse “Mild und leise” su un computer grosso come una stanza, direttamente da linea di comando. Questo solo per farvi fare un’idea di dove arriva la ricerca sonora di Yorke e soci.

Si arriva così all’era moderna, a quell’In Rainbows che continua a risuonare ininterrottamente nelle mie cuffie da due anni ormai, vero capolavoro e summa della produzione dei ragazzi inglesi. Un album venduto via internet ad offerte (altra rivoluzione…tu scegli quanto pagarlo, a partire da 1 cent), l’album dell’anno 2007, e a parere del sottoscritto ancora insuperato anche nell’anno 2009. E’ una specie di enorme sinossi di quello che sono Yorke e i Radiohead. C’è tutta la loro musica portata all’estremo. Inutile dire che anche questo è un ascolto consigliato obbligato.

Di recente il buon Thom ci ha regalato un’altra bella idea, ha portato live i suoi brani solisti (alcuni anche provenienti dal suo nuovo album, che è in lavorazione al momento) con musicisti tutti nuovi (in realtà un paio già stazionavano nell’orbita Radiohead, come il produttore Godrich). Tanto per farvi un esempio, al basso Yorke ha chiamato Flea. E’ in questi momenti che un po’ mi dispiace di non abitare in Inghilterra.

Altra caratteristica da non sottovalutare sono i testi scritti da Yorke. Le sue canzoni sono molto spesso pura poesia, riesce a giocare con le metafore in una maniera sublime ed esprime con due parole quello che forse noi comuni mortali non riusciremmo ad esprimere con mille. Ma per questo vi devo rimandare ad una vostra ricerca personale, tali e tanti sono i capolavori, e soprattutto le diverse emozioni che trasmettono in base all’ascoltatore.

Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire, e milioni di caratteri da battere sulla tastiera, ma non vorrei dilungarmi troppo. Spero di essere riuscito ad incuriosirvi e di avervi fatto venire voglia di esplorare il magico mondo della musica di Thom Yorke (e chissà che non torneremo a parlarne in qualche altra puntata).
Concludiamo questa prima puntata di Listening con un brano che adoro, si intitola How to disappear completely. Difficile davvero commentarlo. Io resto senza parole ogni volta che l’ascolto.