Mai più Silvio Berlusconi

Ieri era uno degli hashtag -in breve, le parole chiave degli argomenti “caldi” del momento- più seguiti su Twitter è stato #maipiù, insieme a tanti altri che hanno costellato tutta la lunga giornata di sabato. Dopo diciassette anni e spiccioli, Silvio Berlusconi si è dimesso.
Durante tutta l’infinita serata di ieri, in attesa della dichiarazione che ponesse fine a tutto, si sono susseguite manifestazioni di giubilo in tutte le piazze antistanti gli edifici della nostra Repubblica. Bottiglie di spumante, hallelujah, una generale aria di “liberazione”, un lungo sospiro di sollievo tirato dalle tantissime persone che dopo diciassette anni non ne potevano veramente più.

Non ci sono riuscite le opposizioni (che, a dire il vero, hanno spesso fatto i suoi comodi), non ci sono riuscite le megamanifestazioni popolari, non c’è riuscito Fini con la sua “scissione”, non c’è riuscita una maggioranza risicata salvata dal più squallido dei mercati del trasformismo politico. Sono servite il crollo dell’economia mondiale ed europea, la mancanza di fiducia del mondo della finanza nei confronti del nostro Paese, le “imposizioni” della Comunità Europea. E dopo l’ennesima settimana di stallo, Silvio ha finalmente (e giustamente) rassegnato queste benedette dimissioni.

Un’epoca della Repubblica italiana (una brutta epoca, permettetemi) si chiude così; dopo nipoti di Mubarak, bunga bunga, corna agli incontri istituzionali, “culone inchiavabili”, smentite e controsmentite, cacciate dei personaggi scomodi dalle TV nazionali, alla fine tutto questo teatrino si è infranto contro la macchina della crisi e del denaro. Ci rimane un Paese in enorme difficoltà, un cumulo di macerie su cui dover ricostruire il nostro futuro, la nostra reputazione, la nostra credibilità internazionale. Adesso toccherà al tecnico Mario Monti sistemare (o almeno provarci) la situazione, così è stato deciso dalle forze politiche. Un governo auspicabilmente “tecnico” che vada a mettere in atto le misure che possano tirarci fuori da questa situazione di enorme difficoltà. Osserveremo con attenzione il suo operato. Monti è un uomo delle banche, è un finanziere, e la paura che si sia finiti dalla padella alla brace è tanta. Certo, fare peggio di quanto s’è fatto finora è difficile, ma diciassette anni di Silvio Berlusconi ci hanno insegnato che al peggio, da noi, non c’è mai fine. Stiamo attenti!

L’opposizione reagisce gioiosa, Bersani arriva addirittura a dire che è merito suo e del PD se Berlusconi si è dimesso, continuando in quella strada “saltocarrista” intrapresa ai tempi del referendum e delle elezioni amministrative scorse. Qualcuno dovrebbe spiegargli che è anche grazie al centro-sinistra, a quella famosa legge sul conflitto di interessi (di cui nessuno parla più, lasciata a marcire in un passato lontano) che avrebbe potuto evitare tutto questo, se Silvio è rimasto al governo tanto a lungo. Stendiamo un velo pietoso.

Mi hanno colpito anche le reazioni degli irriducibili pessimisti di Sinistra, che non hanno perso tempo a urlare che ora sarà peggio di prima, che Monti è un guaio, che bisognava ricorrere alle elezioni subito (come dice anche la Lega); continuo a chiedermi quanto possano giovare, in un momento simile, due mesi di campagna elettorale con i nostri politici, con la nostra legge elettorale ecc ecc. Non abbiamo bisogno di altra immobilità. Per una volta, pessimisti di Sinistra, provate a rilassarvi e a gioire della fine di un’epoca buia, di un taglio con il passato.

L’altra categoria che in questi giorni invece sembra assolutamente scomparsa sono i militanti del PDL, i Berluscones. Ragazzi, parliamoci chiaro, il signor Silvio Berlusconi non è stato al governo per diciassette anni per magia, ma perché qualcuno (la maggioranza degli italiani) l’ha votato. Oggi i berlusconiani sembrano scomparsi, approfittano della caduta dell’Imperatore Maximo per rifarsi una reputazione, un “chi io? Mai votato Silvio”. Ad esempio mi ha fatto specie assistere a miei amici e amiche, un tempo berlusconiani convinti, festeggiare sui social network e nelle piazze la caduta di questo governo. Gente che sin dalla prima ora ha votato questo baraccone che si è trascinato (e ci ha trascinato nel baratro) in questi diciassette anni, oggi fa finta di niente, fischietta sul cadavere del suo stesso Imperatore. Questo mi spinge a riflettere molto sulla cultura dell’italiano medio (senza generalizzare troppo), ma forse sono stato sfortunato io ad avere tanti ex-berlusconiani convinti intorno. Chi lo sa. Fatto sta che io e tanti altri non vogliamo che si mischino a noi, oggi. Puntualizziamolo.

E adesso? Adesso si vedrà, abbiamo poco tempo come Paese per sistemare le cose, abbiamo poco tempo per rimboccarci le maniche e uscire da questa stramaledetta “crisi”, una parola che sentiamo ogni giorno, e che sinceramente non vorremmo ascoltare più.

Resta da dimenticare il più in fretta possibile (anche se le cicatrici le porteremo per sempre) quest’uomo che inseguendo i suoi interessi ha fatto così poco per l’Italia e così tanto per sé stesso. Mi auguro che riusciremo a parlarne sempre meno (o a non parlarne proprio) in futuro.

Mai più Silvio Berlusconi. In tutti i sensi.

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Referendum: storia dei SÌ e dei NO

Tra circa un mese si terrà un referendum su alcuni argomenti molto importanti. I quesiti saranno quattro: il primo riguarderà il “legittimo impedimento”, il secondo sarà incentrato sul nucleare e gli ultimi due quesiti riguarderanno la privatizzazione dell’acqua pubblica.

Come sempre, non mancano polemiche di vario genere e la classe politica si divide in favorevoli e contrari. Quando il popolo viene chiamato a votare, è un momento di grande democrazia e la storia del nostro paese di consultazioni popolari. Il primo referendum è stato quello “istituzionale” del 2 giugno 1946 quando il popolo italiano fu chiamato a votare per la monarchia oppure la repubblica. La maggioranza della gente si dichiarò favorevole a quest’ultima con circa dodici milioni di voti contro i dieci in favore della monarchia. Da qui nacque la Repubblica e non mancarono incidenti e scontri nelle piazze dopo il risultato elettorale. Per questo referendum non era previsto il quorum di validità, cioè il raggiungimento della soglia del 50% + 1 dei votanti.

Sono stati tre i referendum per cui non era previsto il quorum:

Nel 1989 sul conferimento del mandato costituente al parlamento Europeo: vinsero i sì con l’88%.

Nel 2001 sulla modifica del titolo V della Costituzione: i favorevoli furono circa il 64,2%

Nel 2006 sulla modifica della parte seconda della Costituzione. Stavolta vinsero i contrari con il 53,6% dei votanti.

I referendum abrogativi di determinate leggi sono 62.

Uno dei più importanti è quello sul divorzio nel 1974. In pratica, si trattava di votare l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini del 1970 con la quale era stato introdotto in Italia il divorzio. Vinsero i NO con il 59,3%

Un’altra consultazione elettorale da ricordare è quella riguardante l’abolizione della pena dell’ergastolo. Era il 1981 ed anche stavolta i NO prevalsero con il 77,4%.

Nello stesso anno il popolo italiano fu chiamato a votare per l’abrogazione di alcune norme riguardanti l’interruzione di gravidanza, ma i NO vinsero anche in questo caso con l’88,4%.

Nel 1985 i NO vinsero con il 54,3% sull’abolizione della norma che comportava un taglio dei punti della scala mobile. Il referendum fu promosso dal PCI e trovò la forte opposizione del PSI.

Come detto, il prossimo 12 giugno saremo chiamati a decidere anche sul nucleare, cosa che il popolo italiano ha “già fatto” nel 1987 (per usare una semplificazione, ndR). In questo caso la maggioranza si espresse con il SÌ per l’80,6%.

Ci sono poi casi di consultazioni popolari dal carattere esclusivamente politico, tipo quella del 1993 quando il popolo decise sull’abrogazione della legge elettorale per introdurre il sistema maggioritario: i SÌ furono l’82,7%.

Ci sono poi i referendum non validi per il mancato raggiungimento del quorum: tra questi i principali sono quello del 1995 sull’abolizione dei poteri speciali riservati al Ministero nelle aziende privatizzate; quello del 1997 sull’abolizione del sistema di progressione delle carriere dei magistrati; quello del 1999 che riguardava l’abolizione della quota proporzionale nelle elezioni della Camera dei Deputati; quello del 2005 sulla procreazione assistita.

Il referendum resta, comunque, uno strumento di democrazia molto importante, con il popolo chiamato a decidere su questioni di una certa rilevanza. Certe volte, però, i quesiti vengono appositamente formulati dalla politica in un modo molto tecnico per cui non sempre è facile comprendere il significato del referendum. La storia è piena di referendum fatti fallire appositamente dalla politica che, dopo una consultazione “sorprendente”, ha fatto leggi per aggirare il verdetto popolare.

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L’invincibile B.

Parlare di politica in questi giorni tumultuosi è veramente difficile. L’ennesima vicenda giudiziaria che ha colpito il nostro Imperatore Maximo la fa da padrone su tutti gli organi di stampa. Non si sente parlare d’altro: Ruby, Nicole Minetti, il giro di squillo, le notti bunga bunga

Un’atmosfera desolante, in un momento in cui il Paese ha tantissimi problemi, problemi di non facile soluzione, mentre tutta l’attenzione si sposta sull’ennesimo vizietto politico, sull’ennesima vicenda degradante che coinvolge il Presidente del Consiglio. Siamo stanchi. Siamo stanchi di vederci rappresentati da una persona che ha degli evidenti problemi a rapportarsi con le donne (per dirla politically correct), che viene coinvolto in uno scandalo che in qualsiasi altro paese occidentale avrebbe portato alle immediate dimissioni di chiunque, dal sottosegretario al ministro, dall’assessore del comune di venti abitanti al capo di stato. Da noi non funziona così, e lo sappiamo bene. Ma siamo stanchi anche di questo, di dire “da noi non è così” o “da un’altra parte non sarebbe successo”. Siamo stanchi di quindici e passa anni di governo berlusconiano, di scandali, di processi rinviati, di legittimi impedimenti.

Cadono le braccia. Viene da pensare che il Silvio Berlusconi sia davvero invincibile. Rappresenta il più grosso problema della politica italiana, ne è il portabandiera: il rimanere attaccati alla propria poltrona. Poco importa il modo, l’importante è il risultato, in una distorsione totalmente negativa del machiavellico fine che giustifica i mezzi. E pazienza se si va a trans, se si va a puttane o se si manda a puttane il Paese in cui viviamo. L’importante è rimanere attaccati nella posizione più ambita da tutti, quella inattaccabile.

Immagino un normale cittadino che si fosse trovato invischiato nella stessa brutta vicenda (ultima di tante.) Sarebbe stato processato, arrestato e tutto il resto senza neanche passare dal via. Ma se sei un politico hai un’arma in più. È come pescare “uscite gratis di prigione” al Monopoly; qui si chiamerebbe “non andate mai a fare un processo”. Siamo stanchi di questo degrado politico, di questa politica vecchia. Nel 2011 stiamo ancora a farci mille domande sulle notti brave del premier, a chiederci chi sia la fidanzata immaginaria apparsa casualmente proprio in questo momento di scandalo. Cosa deve accadere perché questo Paese si indigni e si svegli una volta per tutte e mandi a casa un uomo anziano che si sta distruggendo da solo ossessionato dai suoi vizi? Possibile che dobbiamo ancora sentire frasi politically correct come quella del Presidente della Repubblica che dice “Serve chiarezza”? Serve chiarezza? Ma siamo davvero diventati così stupidi e inutilmente garantisti? Sei coinvolto in uno scandalo sessuale dai contorni inquietanti? Bene, a casa, vatti a difendere, poi se ne riparla.

È ovvio che tutte le cose andranno provate in sede giudiziaria, che le prove andranno vagliate (sebbene le evidenze di fatto siano già sotto gli occhi di tutti, ad esempio qui), che bisognerà vedere se è tutto vero  e tutto il resto, e su questo non ci piove. Ma in una situazione del genere bisogna prendersi la responsabilità morale e politica di dire “ok, mi avete accusato, mi dimetto e mi difendo in tribunale”. Tutto qua. Fantascienza.

L’Imperatore Maximo sembra davvero “invincibile”, rimane là sul suo trono, respinge ogni attacco, attorniato dai suoi fedelissimi che lo difendono a spada tratta, da una Chiesa che misteriosamente tace in questi giorni (ma d’altronde si sa, fanno più male alla famiglia i DICO che le puttane minorenni e le porno-orgie del potere)… ma sì, sarà tutto inventato, aspettiamo che si sgonfi anche questa faccenda, magari portando Ruby in TV dal suddito Signorini, rimontiamo la storia, convinciamo la gente che è stata tutta una bufala. Passate un paio di settimane ce lo saremmo dimenticati tutti questo brutto evento, si sgonfierà. Ed ecco il più grande potere dell’Imperatore: qualsiasi cosa accada, nega, evita i tribunali, si arrocca nel suo palazzo, e con un po’ di tempo e pazienza tutto si dimentica. È stato così per scandali ben più gravi (da un punto di vista politico) nel passato, dei tanti soldi pubblici sperperati, dei risultati non raggiunti e tutto il resto, figuriamoci se non ci riesce anche questa volta per quattro ragazze sgallettate. La storia della D’Addario ce lo ha dimostrato non più tardi di un anno fa. O Noemi Letizia. Che fine hanno fatto queste vicende? Ce le siamo dimenticate, semplicemente, perché si parla di altro, perché si tentenna, perché ognuno vuole rimanere al proprio posto, e guai a rompere l’equilibrio delle cose.

Poi pazienza se il nostro capo di Governo, la persona che dovrebbe rappresentare tutto il Paese, che dovrebbe essere dotata di un’etica e di una moralità al di sopra del comune, abbia il leggero vizietto di organizzare serate che manco Alvaro Vitali ai tempi d’oro avrebbe immaginato.

La cosa sconcertante e triste e che, in tutto questo, a prenderlo in quel posto siamo sempre noi comuni cittadini. E a noi manco ci pagano…

Meridiano Zero – La nave Italia affonda.

Ci si è completamente dimenticati del popolo. Noi stessi, cittadini con un’opinione, ormai nicchiamo, facciamo spallucce, perché “tanto è così”, perché il mondo gira in questo modo e che ci vuoi fare, perché loro sono i potenti e noi solo pecore e via così.

Il popolo è sovrano di questa nazione e pare che se ne siano dimenticati tutti, dai politici che non eleggiamo più direttamente (e così ecco le veline e le pompinare in parlamento) al popolo stesso che non rivendica ciò che è suo.

Un Governo, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ha tutto il diritto di fare il suo lavoro e in linea generale non apprezzo i criticoni del primo giorno. Sono liberale in questo. Ma quando un Governo implode su sé stesso e inizia a perdere i pezzi, e a cedere, a dire “non è più sostenibile” è pure uno come Fini, è lampante che sia l’ora di schiacciare forte sul tasto reset e fare tabula rasa di quel che rimane; invece il Parlamento viene usato trasversalmente come il giardino di casa propria, da destra a sinistra: è assurdo che Napolitano (ex comunista e mai stato simpatizzante di Berlusconi) si appelli al dovere istituzionale del presidente della Camera (un mese fa) per far votare la sfiducia oggi, dando tutto il tempo a Berlusconi per fare i conti necessari a strappare un 314 a 311 con 2 astenuti; è diventata un’oligarchia che si rimbalza il joystick del paese, un po’ a me e un po’ a te e tutti contenti e i franchi tiratori (in questo caso con fucili caricati a salve) a pararsi il culo (http://www.domenicoscilipoti.it/ già online le motivazioni del voto di fiducia, non male per un sito normale) e a pienarsi le tasche a suon di consulenze da 100.000 euro.

E ora? Passerà Natale, ma il Governo non ha i numeri per governare seriamente e, esattamente come 16 anni, è tenuto per le palle da Bossi che avrà carta bianca prima di far staccare la spina al moribondo.

E’ una nave che sta affondando e io, onestamente, vorrei tanto scendere.

La politica è morta.

Tre voti. Tre voti che hanno ancora una volta confermato il signor B, il nostro Imperatore Maximo, a capo del nostro governo. Una maggioranza che stenta a resistere a questo voto di fiducia, ma ci riesce, seppur comprando voti qua e là da personaggi di dubbio spessore politico e umano, che da totali sconosciuti hanno guadagnato il loro quarto d’ora di popolarità (e probabilmente anche qualche altro tornaconto personale) e hanno consegnato ancora una volta il paese in mano ad un governo che finora si è dimostrato fallimentare sotto tantissimi punti di vista.

Un Paese ormai allo sbando, una popolazione che non ce la fa più, stretta nella morsa della crisi, della disoccupazione, del precariato, della riforma dell’Istruzione che distrugge il nostro futuro. I giovani picchiati a Roma dai poliziotti che non si rendono conto che la manifestazione di protesta è stata fatta anche per loro, che quei ragazzi sono i loro figli e figlie, i loro fratelli e sorelle; quegli stessi poliziotti che proprio qualche giorno fa manifestavano ad Arcore per i tagli che questo governicchio di nani e ballerine stipendiati ha perpetrato ai danni delle forze dell’ordine. E si assiste ai paradossi più assurdi: la politica rinchiusa nel palazzo d’ebano a votare per il futuro della gente comune, barricata, protetta, nascosta. Nel frattempo i ragazzi per strada e le forze dell’ordine dall’altra che si fronteggiano, fratelli coltelli. Senza parlare dei presunti infiltrati nelle fasce più estremiste e rissose dei manifestanti (che è bene ricordare essere composti per la stragrande maggioranza da semplicissimi studenti), come si evince da questo articolo del Post Viola, su cui ognuno può trarre le proprie conclusioni a riguardo. Insomma, un presunto infiltrato picchia (fa finta?) un finanziere, che viene salvato dall’ennesimo finanziere, e non si capisce più chi sta con chi, tra abiti civili, divise e infiltrati. E alla fine tornano tutti amici e non si capisce più dove sono i manifestanti… il festival del paradosso insomma (senza contare la simpaticissima pistola brandita che per fortuna non ha esploso nessun colpo). AGGIORNAMENTO 16/12/2010: Come riportato anche da ilfattoquotidiano.it in questo articolo, pare che “l’uomo con la pala” fosse in effetti un manifestante e non un infiltrato. Per completezza e correttezza lo segnaliamo anche noi. Era in effetti un violento che ha sottratto manganello e manette al finanziere pestato.

Scene di guerriglia urbana, una Roma distrutta, il dubbio imperante che tutto sia stato organizzato per far succedere gli scontri, la pazienza portata allo stremo. E la cosa più triste di tutte è che le due frange di questa inutile e maledetta guerriglia urbana dovrebbero stare dalla stessa parte, mentre il bel circo della politica se la gode nel palazzo, un palazzo che non ha più alcun valore per molti, dove il voto si compra con qualche favore o qualche spicciolo, dove la parola “dimissioni” è stata dimenticata nelle pieghe dello spazio-tempo, dove i politici rissosi urlano, litigano, si mostrano le dita medie a vicenda, gongolano per le loro vittorie da quattro soldi, e alla fine della fiera circense sono sempre tutti lì seduti, non cambia niente, non cambia mai niente.

È difficile fare un’analisi politica di questa situazione, è difficile perché ci troviamo di fronte all’ennesima delusione totale di chi dovrebbe governarci, di chi è quantomeno pagato per farlo, visto che di dignità umana è realmente troppo difficile parlare. Dal Pdl oggi si alzano grossi cori per le dimissioni del presidente Fini che -è bene dirlo- è stato sconfitto. Rimane realmente patetico ascoltare dichiarazioni come quella di Capezzone oggi, che riporto per spingere anche voi lettori ad una riflessione sul calibro di certi seguaci del nostro Imperatore Maximo: “Perfino la grande stampa che gli è stata amica, e che per mesi gli ha perdonato tutto, sollecita un suo passo indietro. Come fa Fini a non dimettersi, a questo punto? Come può fingere di non vedere quello che ormai è chiaro a tutti, e cioè la piena incompatibilità tra il ruolo super partes che si addice alla terza carica dello Stato e la scatenata campagna partigiana e faziosa (peraltro, perdente) che ha condotto anche avvalendosi del suo incarico? Siamo dinanzi a una ferita istituzionale profonda e sempre più grave”. (via | Repubblica.it)

Trovo veramente incredibile, surreale e assurdo leggere cose del genere, che vanno ben oltre “il bue che dice cornuto all’asino”. E’ una dichiarazione che si commenta praticamente da sola, e ci fa capire il vero valore politico e l’ideologia che c’è dietro i seguaci della maggioranza. L’Imperatore Maximo è uno e uno soltanto, non ci possono essere due imperatori. Quindi chi viene sconfitto deve sparire.

Ma è stata davvero una vittoria quella di ieri? La risposta è sotto gli occhi di tutti, tre voti in più non vogliono dire nulla, una maggioranza così risicata e ottenuta in questa maniera dal punto di vista politico è molto più vicina ad una sconfitta. Sebbene la campagna acquisti continui imperterrita, con i posti “promessi” da Berlusconi a chi si unirà alla squadra di governo, al momento attuale la situazione è molto chiara: un governo con una maggioranza così risicata difficilmente potrà governare in maniera tranquilla, dopo il palese passaggio di Fini all’opposizione. E possiamo scommettere che i provvedimenti dell’Imperatore e dei suoi accoliti non avranno vita facile alla Camera. Di conseguenza l’unica opzione che appare realmente praticabile è l’arrivo alle tanto vituperate (e non a torto) elezioni anticipate. La Lega non ha esitato a ripeterlo più e più volte nella giornata di ieri, il destino pare abbastanza scritto.

Le opposizioni si trovano in una situazione decisamente complessa al momento: bisognerà vedere cosa decideranno tatticamente di fare, se allargarsi al Centro prima che Berlusconi faccia i suoi acquisti elettorali, se scegliere un leader forte che li traghetti verso la prossima tornata elettorale o se continuare a fare le solite chiacchiere sulle solite inutili divisioni. Il governo ha perso, ma la Sinistra non ha vinto, questo è bene ricordarlo. Un piccolo appunto per IDV, che avrebbe dovuto fare molta più attenzione ai deputati da mandare alla Camera. Immagino la delusione di molti elettori che si sono visti un proprio rappresentante cambiare fronte in questa maniera così repentina e per giunta per salvare l’odiato nemico Signor B. Un errore in partenza, un errore che costerà caro dal punto di vista elettorale a Di Pietro e compagni a mio parere.

La situazione in Italia diventa sempre più difficile, la disoccupazione aumenta, l’Istruzione viene ogni giorno bistrattata da riformucole ammazzafuturo, la cultura è trattata come una cosa inutile (d’altro canto con la cultura non si mangia, si sa…), la gente che non arriva a fine mese aumenta sempre di più.

Tutto ciò che rimane certo, ancora una volta, è che nel palazzo d’ebano tutto rimane uguale. Anche se più che un palazzo che ci porta alla mente tempi nobili e aristocratici forse dovremmo parlare di un grosso circo, con le bestie più strane, i freak più inguardabili, le ballerine, i nani, tutti con il comune obbiettivo di non alzare mai il culo da quelle poltrone che noi paghiamo. E scusate la conclusione volgare.

"Il Pdl non c'è più."

Quelle del titolo sono le parole che più sono rimaste impresse nella giornata di ieri, giornata in cui si è svolta l’attesissima “Festa Tricolore”, dove il presidente della Camera è intervenuto e ha finalmente detto la sua in maniera chiara e netta sulla crisi nella Maggioranza.le

Più di ottanta minuti di intervento in cui il leader di Futuro e Libertà ha sparato a zero e si è tolto parecchi sassolini dalla scarpa. Niente nuovo partito, ma a gran voce è stata chiesta una sorta di “rifondazione”. Il Pdl come lo conoscevamo sinora è morto, e se da quella stessa alleanza che ne aveva sancito la nascita provengono le più aspre critiche, è ovvio quanto la crisi sia concreta e palpabile.

È un fiume in piena il Compagno Fini. Bisogna andare avanti con questa maggioranza, ma c’è bisogno di un patto che porti alla stabilità, e punta  a rialzare la posta in gioco. Non più leggi ad personam, non più provvedimenti che non sono nel programma di governo. La priorità va data all’economia. Tra le tante critiche, colpiscono quelle alla Lega (la quale, di tutta risposta, agita lo spauracchio delle elezioni anticipate), con una richiesta di un federalismo giusto che non vada a penalizzare il mezzogiorno. Critiche anche alla situazione delle quote latte e alla situazione della liberalizzazione delle municipalità e all’abolizione delle provincie. Ma non si fermano qui gli attacchi alla maggioranza (ormai Fini ne è fuori, anche se non concretamente). La Gelmini con i suoi provvedimenti sul capitolo scuola è un’altra vittima degli attacchi a distanza del presidente della Camera. Troppi precari, troppo precari. Non è mancata una difesa incondizionata della legalità, con un particolare appunto ai tagli operati ai danni delle forze di polizia.

Ma è sul cuore della folla che Fini fa più pressione, con due argomenti che gli valgono due vere e proprie standing ovation. Il primo è stato la critica apertissima alla recente visita di Gheddafi in Italia (di cui abbiamo parlato qui), dove Fini ha affermato che il leader libico è uno “che non può insegnare niente né sui diritti civili né sulla libertà della donna” (fonte | Repubblica.it). Una totale bocciatura della “genuflessione” del nostro capo del governo nei confronti di Gheddafi e del suo circo ambulante, argomento piaciuto molto alla piazza, che forse si aspettava questo tipo di “condanna” sin dal mattino. Dall’altro lato la pesante critica nei confronti degli ex-colonnelli di AN, oggi fedelissimi dell’Imperatore Maximo Berlusconi: Gasparri, Larussa e Matteoli. Sono “quei colonnelli o capitani, che hanno soltanto cambiato generale e magari sono pronti a cambiarlo di nuovo” (fonte | Repubblica.it). Anche qui applausi e ovazioni a scena aperta. Il Compagno Fini ne ha per tutti, dopo più di un mese di silenzio.

Non manca un accenno agli attacchi personali ricevuti durante questa estate (ne parliamo qui) dalla stampa schierata con il Premier (“il Giornale” in particolare) e dal resto della maggioranza. Insomma, la “cacciata” non è andata proprio giù al presidente della Camera.

Di tutta risposta le reazioni non si sono fatte attendere, con la Lega che alza la voce e insiste sulle dimissioni di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è ormai l’unico esponente concreto di un’opposizione che riesce a dare in qualche maniera fastidio a Berlusconi e ai suoi seguaci. Una scheggia piantata in una mano che continua a fare male e a rendere difficoltosa la situazione politica della maggioranza di Governo. Difficile dire cosa accadrà da qui in avanti, certo è che la rottura è ormai più che evidente, e ci si chiede come mai non si sia arrivati ancora a una vera e propria rottura, con la conseguente caduta del governo e le elezioni anticipate. Le strategie politiche dei vari protagonisti di questa vicenda sono ancora in fase di rivelazione, e se dopo tanto silenzio Fini ha rincarato la dose, forse lo spauracchio delle elezioni non è una cosa temibile come sembrava all’inizio.

Peccato che l’Opposizione, quella vera, probabilmente non saprà approfittare di questa situazione di difficoltà per trarne vantaggio. Ma questa è un’altra storia.

Il ritorno del Popolo Viola

Li avevamo lasciati il 5 dicembre nel famoso giorno del No B-Day, dedicando un ampio speciale a tutto l’evento anche qui su Camminando Scalzi. Ma il Popolo Viola, come promesso in questi mesi, non si è fermato. Oltre alle tante iniziative che già stanno seguendo i ragazzi in viola (basti pensare al sit in di protesta per la Costituzione, davanti al Parlamento, o la patente viola ai politici virtuosi), ieri a Roma si è tenuta una nuova manifestazione, totalmente autofinanziata. Un grande successo anche questa volta.

Come al solito però nessuno ne ha parlato come si deve, come se quelle migliaia di persone non esistessero. Ma poco importa in fondo: la partecipazione in massa della gente ci dimostra che, nonostante l’informazione faccia di tutto per far passare sotto banco certe notizie -e modificarne altre- questo nuovo movimento nato dal basso sta diventando sempre più solido e presente.

Ieri in piazza del Popolo si è manifestato a favore della legalità, a difesa della Costituzione e contro le leggi ad personam tanto care al Presidente (ne riparleremo sicuramente nei prossimi giorni, ma basti pensare al caso Mills). Due sono, a nostro parere, gli elementi importanti di questo secondo grande appuntamento del Popolo Viola: l’assenza di finanziamenti “esterni” e l’adesione di larghissima parte dell’opposizione.

Il primo fattore, quello dell’autofinanziamento, rappresenta il vero e proprio fulcro dell’essere del Popolo Viola. Un movimento che ha sempre urlato a gran voce la propria lontananza da qualsiasi vecchio partito, quasi a prendere le -dovute- distanze da un’opposizione che si ritrova a rappresentare una parte sempre più piccola del paese. Una macchina organizzativa nata  su Facebook, che ormai conta sedi in tutta Italia, e che ha dimostrato di funzionare in maniera perfetta – vista anche l’enorme quantità di gente accorsa a Roma da tutto il Paese – senza alcun intervento economico da parte dei partiti.

Questa volta, inoltre, i partiti di opposizione sono scesi coesi in campo accanto alle sciarpe Viola, compreso il Partito Democratico (che, ricorderete, aveva fatto nascere una bella bagarre sulla sua adesione al No B-Day). Chiare le parole del Senatore Marino: “È importante essere qui come Partito Democratico che, rispetto alla precedente edizione della manifestazione, ha dato adesione piena” (via | Repubblica.it). Almeno questa volta hanno evitato figure ridicole, diciamolo. Non sono mancati naturalmente gli esponenti dell’Italia dei Valori, dei Verdi, ma anche Pannella e la candidata alla presidenza del Lazio Bonino. Certo, a fare i maligni viene da pensare che in vista delle elezioni fa anche bene farsi vedere con un movimento che sta risultando così positivo e propositivo, ma l’importante è che questa volta la presenza della presunta opposizione sia stata comunque massiccia, segno che questo Popolo Viola comincia a prendere sempre più dei contorni definiti.

Non sono mancati gli interventi di grandi personalità del mondo della cultura, della stampa, del mondo del lavoro. Interventi di Roberto Saviano, Giorgio Bocca, Marco Travaglio e tante altre persone serie che donano credibilità a tutto il movimento.

Cosa farà adesso il Popolo Viola? Sicuramente apprezzabile la decisione di non candidarsi alle regionali, perché sì, qualche preoccupazione che sarebbe diventato un nuovo partito-accozzaglia c’era tutta. Non so se e quanto durerà, ma mi auguro che la strategia scelta dai fondatori e dagli organizzatori possa rimanere questa, prendendo le distanze e rimanendo ben lontani dalla massa gelatinosa (è proprio il caso di dirlo di questi tempi) dei partiti politici italiani. La gente, quella di sinistra, quella di opposizione vera, riesce a difficoltà a trovare una controparte politica, un punto di riferimento che possa rappresentare un’opposizione vera. Il Popolo Viola sta andando pian piano a colmare questo vuoto, sta riportando la gente in piazza, sta unendo le persone sotto un’unica idea, quella di difesa della legalità, della democrazia, della Costituzione.

E di questi tempi, scusate se è poco.

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Il Processo Breve passa al Senato

163 voti favorevoli, 130 contrari, 2 astenuti. Questi i numeri che hanno portato oggi all’approvazione del cosiddetto “Processo Breve” in Senato. Un primo passo verso questo possibile disastro giudiziario è stato compiuto.

E se da un lato (la maggioranza) si professano tutti i presunti vantaggi dell’arrivo di questa legge, dall’altro (Idv, Anm) le proteste si fanno più aspre, e in Senato oggi ci sono stati momenti di tensione per le solite bagarre a cui ci hanno abituato i nostri politici. Striscioni di protesta esposti, provocazioni, le carte degli emendamenti lanciate dal Pdl sui banchi dell’Italia dei Valori. Una situazione desolante a fronte di un argomento così importante.

Ciò che passa è sempre la solita confusione degna del nostro Paese. Discutono, sbraitano, urlano (il presidente Schifani ha dovuto sospendere la seduta), e alla gente comune nessuno fa capire niente. Fumo negli occhi, quando forse sarebbe stato molto più utile informare realmente le persone su quello che è questo ddl.

E’ però incontestabile il fatto che questo provvedimento serva a dare una spinta alle situazioni controverse del nostro Presidente del Consiglio. La normativa infatti si applica anche ai processi in corso con reati punibili con pene inferiori ai 10 anni, commessi fino al maggio del 2006 (vi dice qualcosa?) che abbiano superato i due anni di procedimento. Il giudice, in soldoni, potrà decidere di archiviare questi processi, per il semplice motivo che è trascorso “troppo” tempo.

Quello che rimane, a fondo della vicenda, è sempre la solita domanda. Ma invece di ridurre i tempi dei processi (che poi sembra più che si stia facendo di tutto per far “sparire” certi processi di qualcuno in particolare), non sarebbe più importante garantire la giustizia, garantire che i reati vengano giustamente contestati nei tre gradi di giudizio e giustamente puniti? Perché concentrarsi tanto a ridurre i tempi, quando forse sarebbe più importante dotare gli organi preposti di maggiori mezzi per portare a termine i suoi “processi interminabili”? E in definitiva, con tutti i problemi che ci sono in Italia, con la mancanza di lavoro che sta effettivamente mangiando l’aspettativa di una vita serena alle persone, con le pensioni che diventano sempre più un miraggio, è davvero necessario concentrare tutte queste energie su una certa giustizia? Perché la gente non si rende conto che non sono questi i problemi REALI del paese, ma semplicemente i problemi di qualcuno in particolare?

Tante domande a cui, in fondo, è facile rispondere.