Santa Maradona: la sregolatezza pura mi esalta

Torino. Andrea, Bart, Lucia e Dolores: giovani, carini e disoccupati. Basterebbero queste tre parole per riassumere in breve il senso e la trama di questo lavoro, uno scorcio di vita in una città non più tetra e satanica – come la tradizione vuole – ma che, anche se solare e pulita, respinge in ogni modo i suoi figli. Andrea è quello che le prova tutte per avere un posto di lavoro degno della sua laurea in lettere ma senza fortuna; Bart invece, è sempre davanti alla televisione al limite dello stress; i due sono amici e dividono lo stesso appartamento, in costante gara fra loro a chi racconta cazzate sempre più stupide e inutili. Lucia, indiana, è a un esame dalla laurea mentre Dolores è il compromesso lavorativo della quale Andrea s’innamora. Il lavoro come nuova maledizione che si abbatte su questa città, la Juventus come squadra vincente, il compromesso come tradimento. Saltando da un colloquio di lavoro all’altro, Andrea si innamora perdutamente di Dolores contro la quale sbatte un pomeriggio mentre si precipita correndo a un appuntamento con l’ennesimo direttore del personale. Una storia d’amore improvvisa e appassionata che paradossalmente sarà d’aiuto a tutti i protagonisti, spingendoli a ritentare il salto: inventarsi un nuovo futuro e cambiare tutto ciò che non piace.

Cosa significa il titolo ce lo spiega il regista : “Santa Maradona è una canzone di Manu Chao del 1994, che – compresa la tournée ancora in corso – il cantante franco-spagnolo utilizza per chiudere i suoi concerti. In questa canzone si mescolano cori da stadio, telecronache, musica punk: un modo di rendere epico il mondo del pallone. Maradona diventa un santo protettore che vegliava sugli italiani e che ora non c’è più. Gli hanno aggiunto Santa come per metterlo sul calendario. Nel film c’è questa stessa commistione di elementi: commedia, azione, dramma, cartoni animati, musica, e naturalmente calcio. E un’analoga voglia di rendere epico il quotidiano: due persone che parlano, il volto di una persona che si ama, le chiacchiere quotidiane.”

Ma l’avventura dei quattro avanza rapidamente tra battute salaci e divertenti, fino alla discussione urlata tra Andrea e Bart, che si vomitano addosso verità dure e drammaticamente dolorose.

Questo dialogo serrato è uno scatto ben preciso delle paure, delle insicurezze, dell’insoddisfazione che ci spinge a cercare qualcosa di meglio. Per quelli che dell’aperitivo in centro alle sei, della passeggiata al parco e del cinema la domenica pomeriggio si sono rotti i coglioni. Perché a volte siamo tormentati dal desiderio perenne di cose lontane, dalla ricerca di un altrove che non conosciamo, dalla volontà di fare qualcosa convinti che si possa cambiare e fare meglio.

Perché spesso ci troviamo risucchiati da un vortice, da quel movimento continuo da cui non riusciamo a uscire. E ci rende insoddisfatti, scalpitanti e desiderosi di abbandonare il vecchio per la ricerca di un altrove. Sullo sfondo, una Torino che è sinonimo di sicurezza, continuità e impegno garantiti dalla fabbrica. Con il rischio di perdere la percezione di sé, delle proprie idee e della propria personalità. Perché diciamolo: molti di noi hanno giurato “Non farò mai la fine dei miei genitori”.

Non perché disprezziamo le loro scelte ma pensiamo di volere altro con tempi, modi, ritmi diversi. Cosa sia poi questo altro è da definire.

Ma spesso ci lasciamo travolgere da meccanismi in cui non ci riconosciamo e viviamo come se fossimo distaccati da noi stessi, per inerzia o abitudine. Università, lavoro, amici di sempre, partite di calcetto e magari il grande amore. Accontentarsi? O forse è la normalità la vera rivoluzione?

Milan-Napoli: revival anni '80 in salsa scudetto

Quanto tempo è passato da quelle sfide epiche. Era il Napoli di Diego Armando Maradona, di Careca ed Alemao. Era il Milan di Marco Van Basten, Franco Baresi e Rudd Gullit. Era una sfida meravigliosa. Lo è ritornata ad essere ai giorni nostri. Bella come un tempo, spigolosa ed affascinante. Non è una questione di punti, di gol o di giocate sopraffine; è una questione di prestigio, di grandezza, è una questione d’onore. E’ una lotta infinita che va al di là di un campo di calcio, è la sfida di un’Italia da sempre soggiogata dallo scontro NORD-SUD.

Ma se un tempo tutto sembrava ruotare intorno a un Cigno di Utrecht e a un Pibe de Oro, quest’oggi il ruolo di attori protagonisti è nei piedi di un “mago” chiamato Zlatan Ibrahimovic e di un “matodor ” chiamato Edinson Cavani, e di questi tempi è come dire potenza e irruenza contro finalizzazione e velocità. Un match che soprattutto mette in palio (fate gli scongiuri se tifate per una delle due squadre, ma è così) punti scudetto. Saranno tantissimi i tifosi napoletani assiepati sugli spalti del “Giuseppe Meazza”, pronti a sostenere la propria squadra in quella che sembra una impresa difficilissima. Saranno nella “Scala del calcio”, unod egli stadi più suggestivi del mondo. Chi non ci sarà è Ezequiel “El pocho” Lavezzi, per uno sputo che lo ha bloccato per tre giornate, ma sulla vicenda ci siamo già espressi. Un peccato per il Napoli, perchè l’argentino è davvero colui che poteva fare male alla difesa del Milan, che soffre i giocatori razzenti come lui (all’andata in pratica non dribblava Bonera, semplicemente gli correva davanti). Ma concentriamoci sui due uomini che possono essere decisivi.

Dicevamo di Ibrahimovic e Cavani, giocatori diversi. Lo svedese è un attaccante possente, col fisico del tipico centravanti, ma non lo è. Gioca stupendamente spalle alla porta ed è troppo dotato tecnicamente per essere la classica-boa. Al suo attivo vanta 325 presenze e 160 gol tra i vari colori che ha vestito, di cui 13 sono con la maglia rossonera in campionato. Cavani invece è diverso, più rapido e più punta, seppur atipica nel senso moderno del termine. . Possiede un tiro preciso e potente, ma sa accarezzare la palla con una dolcezza unica che gli permettono di segnare reti con parabole davvero uniche, ma anche movimenti che lo rendono imprendibile per i difensori avversari ed un senso del gol sviluppatissimo. Ci si aspetta molto da loro due, ma non si può escludere che la sfida possa invece essere decisa da altri. Pato ad esempio, il ragazzino con la media reti/partite giocate che è impressionante, oppure Marek Hamsik, il centrocampista più “offensivo” del mondo. E perchè no gente come Zuniga o Boateng? Gli ingredienti per vedere uno spettacolo ci sono tutti. Gli azzurri non vincono a Milano dal 13 aprile 1986, quando Maradona e Giordano segnarono le reti che permisero di espugnare “San Siro” (Di Bartolomei accorciò per i rossoneri). Addirittura fra il 1978 ed il 1979 arrivarono tre successi di fila, purtroppo per i partenopei rappresentano anche gli unici exploit da mezzo secolo a questa parte. Ma in match come questo la storia conta poco.

Tenetevi pronti. È nuovamente Milan-Napoli, di quelle che contano.

L'oro di Napoli è tornato

Se siete tifosi del Napoli ed avete meno di ventiquattro-venticinque anni allora questa è la miglior stagione di sempre della vostra squadra del cuore da quando la seguite. Già, perchè gli azzurri non adavano così bene in campionato dalla stagione del secondo scudetto, che risale al 1990. Scomodare Maradona e compagni è una cosa blasfema, ma proviamo a fare comunque un paragone. Il Napoli ha quaranta punti dopo ventuno partite attualmente: a quei tempi “El pibe de oro” e compagni col conteggio odierno ne avrebbero avuti quarantaquattro (quanti ne ha il Milan, attuale capolista della Serie A), contando anche due gare in più del girone di ritorno, visto che a quei tempi si giocavano andata e ritorno di diciassette giornate per trentaquattro complessive.

C’è però da sottolineare una cosa. Quel Napoli storico di successi in trasferta ne fece solamente due, non sei come la truppa di Mazzarri, con la principale differenza che fu l’assoluta superiorità schiacciante nelle partite casalinghe, quando al “San Paolo” anche il solo pareggiare per le squadre avversarie era una gioia immensa. Cosa hanno invece in comune? Vediamo i confronti diretti con le grandi. In quell’anno il risultato al “Meazza” contro l’Inter fu lo stesso, ovvero un tre a uno per i nerazzurri (al San Paolo però fu due a zero per il Napoli). Contro la Juventus successo per tre a uno  Napoli (la tripletta di Cavani ha duque fatto anche meglio) ed un pari a Torino. Contro il Milan un successo per parte (e qui per eguagliare Lavezzi e compagni dovrebbero espugnare San Siro). Con i tre punti a vittoria il Napoli di Maradona avrebbe chiuso a settantadue punti, con una media di 2,11 punti per match. Per fare lo stesso l’attuale formazione partenopea dovrebbe chiudere ad ottanta punti, forse davvero troppi considerando che dovrebbe farne altri quaranta, ma quel che è certo è che un Napoli così bello non si vedeva da quei tempi. Il capocannoniere fu Maradona con sedici gol e Cavani è già a quattordici.

Visto che il Napoli è ancora in corsa su tre fronti (Villareal e soprattutto Inter permettendo) proviamo anche a fare un parallelisimo anche sulla Coppa Italia. Gli azzurri non la vincono dal 1987 (anno del primo scudetto) ma sono arrivati in finale nel 1989 (perdendo nel doppio confronto con la Sampdoria di Vialli, Mancini e Pagliuca) e nel 1997 (la dolorosa sconfitta col Vicenza, dove non bastò l’uno a zero dell’andata firmato da Fabio Pecchia, ribaltato dal tre a zero targato Maini-Rossi-Iannuzzi. Come andò invece nel 1989-90? Così così, perchè dopo i turni preliminari, che erano simili a quelli odierni, le cose promettevano bene ma finirono male. Al primo turno venne eliminato il Monza ai rigori dopo l’uno a uno del San Paolo, con errore decisivo del portiere lombardo Davide Pinato e rete di Giuliani, mentre al secondo venne spazzata via la Reggina per due a zero sul neutro di Avellino. Si giocò poi una fase a gironi, con le dodici squadre rimaste divise in quattro gruppi con la prima che si sarebbe qualificata per le semifinali ed il Napoli regolò Bologna e Fiorentia. La semifinale col Milan però fu amara: dopo lo zero a zero del “Meazza” arrivò un clamoroso 1-3 al “San Paolo ed addio Coppa.

Chiudiamo anche con una comparazione sui singoli. Questo Napoli segna molto di più rispetto a quello, ma subisce anche troppe reti, nonostante De Sanctis sia a mio parere nettamente meglio di Giuliani. Baroni e Corradini erano così superiori a Cannavaro e Campagnaro? Probabilmente, ma non si tratta di un distacco abissale. Centrocampo? Moduli diversi, ma comprimari identici. Gargano non è Alemao e Pazienza non è Crippa ok, ma è anche vero che un trittico d’attacco come Hamsik-Lavezzi-Cavani viene battuto solo perchè il Napoli del 1990 aveva il più grande giocatore della storia di questo sport. Abbiamo scherzato forse, ma nonostante una comparazione rimanga scomodissima alle pendici del Vesuvio è più che lecito sognare.

Mai come quest’anno.

Day 21 Mondiali di calcio: le magnifiche quattro

Ci siamo. Ecco le semifinaliste. I quarti di finale si concludono con sorprese, delusioni cocenti e certezze sempre più salde. Un minestrone di emozioni degno della Coppa del Mondo. Vediamo come sono andati i quarti.

Olanda-Brasile: la Gazzetta dello Sport il giorno della partita titolava “E il vincitore è…” con la foto di Maicon, visto che tutti gli esperti si dicevano certi della vittoria finale della squadra di Dunga. Gli esperti come sempre, non ci hanno capito nulla. Passa il Brasile con un gol di Robinho, con un lancio di Felipe Melo che taglia in de un’addormentata difesa olandese. Gli “orange” però si riscattano nella ripresa, grazie al Felipe Melo “versione Juventus”. Incredibile e goffissimo autogol su cross di Snejider ed espulsione qualche minuto dopo il vantaggio olandese, messo dentro sempre dall’asso dell’Inter che insacca di testa su azione da corner dopo una “spizzata” si Kuyt. Carioca a casa, processi e lutto nazionale. Eh poverini…! Olanda invece meritatamente avanti.

Ghana-Uruguay: Se in Uruguay qualcuno malato di cuore ha visto la partita…per me ci è rimasto secco. Due gol con due errori dei portieri: il primo è un tiro da distanza siderale di Muntari (neanche angolato) sul quale Muslera (forse impressionato dal fatto che Muntari abbia velleità offensive) non riesce ad arrivare, il secondo è una punizione di Forlan sulla quale Kingson non è impeccabile (ma fino a quel momento era stato più che positivo). Supplementari! All’ultimo secondo…rigore per il Ghana! Espulso Suarez per aver fermato la palla con la mano sulla linea di porta, ma Asamoah Gyan calcia sulla traversa. Si va ai tiri dal dischetto canonici e Muslera si riscatta parandone due. Finisce il sogno africano, continua quello “charrua”.

Germania-Argentina: Piange Buenos Aires, piange anche Napoli. L’idolo Diego Armando Maradona, il più forte giocatore di tutti i tempi, non riesce a vincere il mondiale come allenatore, dopo averne vinto uno praticamente da solo nel 1986. Quattro a zero secco secco, che testimonia la netta superiorità tedesca, contro un’albiceleste fragilissima in difesa e con un portiere che sembra quello del palazzo di Luciano De Crescenzo in “Così parlo Bellavista”. I teutonici giocano di qualità in ogni parte del campo e stravincono meritatamente. Ma il punteggio dice tutto, meglio non infierire sull’Argentina.Germania sempre più sorprendente!

Paraguay-Spagna: Emozioni e rimpianti. L’albirroja che veniva dal girone dell’Italia da molto molto filo da torcere alle “furie rosse”. Nel primo tempo annullato un gol forse regolare a Valdez, nella ripresa doppio rigore fallito! Sbaglia prima Cardozo e poi Xabi Alonso (che deve tirare due volte, perché sulla prima conclusione andata a segno l’area di rigore è affollata come una spiaggia della costiera romagnola ad agosto). A risolvere come sempre ci pensa “El guaje” Villa, che diventa anche capocannoniere del mondiale (chi se l’aspettava? Io! L’ho giocato alla Snai!). Potrebbe essere un segnale, perché solitamente quando la Spagna giocava male perdeva sempre, ora invece riesce ad essere vincente in ogni caso.

Le semifinali sono Olanda-Uruguay e Spagna-Germania! Fate i vostri pronostici!

Day 7 Mondiali di calcio: Que viva Mexico!

Dopo il successo dell’Uruguay sul Sud Africa continua la seconda “ronda” di partite. Nel girone dell’Argentina continua a dettare legge la squadra di Maradona, che seppellisce quattro a uno la Corea del Sud grazie ad una tripletta di Higuain, con Messi che invece rimane ancora a bocca asciutta. La albiceleste adesso si mette in tasca non solo il passaggio ai quarti ma anche il primo posto nel girone (meritatissimo). Nello stesso gruppo invece perde la Nigeria, che va in vantaggio contro la Grecia grazie ad un gol di Uche con la complicità dell’estremo difensore ellenico ma poi perde Kaita per espulsione (molto molto ingenuo) e subisce il ritorno dei greci che prima pareggiano con un tiro di Salpingidis deviato sfortunatamente nella propria porta da Haruna, poi nella ripresa approfittano di un errore del portiere nigeriano Enyeama (fin a quel momento quello che meglio si era disimpegnato nel mondiale) segnando con Torosidis.

Infine nella sfida tra Messico e Francia sono i ragazzi di Javier Aguirre ad avere la meglio, battendo due a zero i transalpini e condannandoli con ogni probabilità all’eliminazione. Vendetta irlandese compiuta, con Domenech che ha fallito completamente e finalmente lascerà il posto a Blanc. Javier “El chicharito” Hernandez e Cuauhtemoc Blanco su rigore regalano una gioia immensa alla truppa azteca che è ad un passo, anzi, a mezzo passo dagli ottavi di finale. Ci sarà un “biscotto” in Uruguay-Messico? Lo scopriremo presto!

Day 2 Mondiali di calcio, Green stoppa l'Inghilterra

Seconda giornata, arriva finalmente la prima vittoria. Vince due a zero la Corea del Sud che mette in evidenza tutti i limiti (e non era facile, visto che sono molti) della Grecia di Rehhagel. Gli ellenici se non si riprendono rischiano seriamente di candidarsi a barzelletta della Coppa del Mondo. Gli asiatici guidati dall’ottimo Park (quello dello United) trovano un successo meritato. Nello stesso girone gioca bene l‘Argentina di Maradona, meritando il successo contro una Nigeria che sebbene chiuda a zero dopo la prima giornata per il bel gioco espresso sembra essere la seconda forza del girone. Bravi gli africani anche se tremendamente evanescenti al momento di concludere. Infine nella prima partita del girone C gli Stati Uniti bloccano l’Inghilterra (per me assieme alla Spagna la favorita numero uno), ma lo fanno grazie ad un clamoroso errore del portiere del West Ham (non più di Zola ormai) Robert Green, che lascia passare un innocuo tiro di Dempsey che impatta la rete iniziale dopo quattro minuti di Lampard. Pensate a quelli che hanno perso una succulenta scommessa alla Snai proprio per colpa di quella rete…a me viene proprio facile pensarci…

El clásico de los clásicos

Ci sono partite che sono incandescenti, rivalità che nascono, scontri tra tifosi, litigi fra le società, scontri memorabili, imprese e vergogne. E poi c’è Boca Juniors-River Plate. Oltre tutto. Perchè non è una partita, ma è LA partita. El clásico. In questo fine settimana si sarebbe dovuta giocare, ma una pioggia torrenziale abbattutasi su Buenos Aires ha portato l’arbitro a sospendere (giustamente) l’incontro.

Ma come si è arrivati fino ad oggi? Cosa portava la questura a vietare la trasferta ai tifosi di una squadra nello stadio dell’altra come accadde nella semifinale della Libertadores del 2004? Molto prima di Maroni e del Casms! Le due squadre, anche se sembra strano, sono nate nello stesso quartiere, sui lati opposti del fiume. Davanti alla stamperia Gentile in via Almirante Brown, nel pieno centro del quartiere Boca, delle persone fondarono una squadra e le diedero il nome dopo aver letto nel porto su delle casse provenienti dall’Inghilterra la destinazione: The River Plate (El Rio del Plata). Quattro anni dopo un gruppo di immigranti genovesi (mi piace ricordare che entrambe le squadre hanno origini e storie italiane al 100%) seduti su una panchina sempre vicino al porto decisero di fondare un’altra squadra, con sentimenti diversi, ma intenti simili. Prendendo spunto dai colori di una bandiera che videro (era quella della Svezia) deciso per “azul y oro” e decisero di chiamare la squadra “Hijos de la Boca” (“Figli della Boca”), inglesizzandolo in Boca Juniors (un soprannome che resite a tuttoggi è “xeneizes“, ovvero…genovesi!). Il River Plate, squadra aristocratica, ed il Boca Juniors, i plebei, il popolino. Vicini di casa come Paperino ed Anacleto Mitraglia…in pratica non si sono mai amati (eufemismo). Quando il calcio era ancora amatoriale si affrontarono per la prima volta, ed il River si impose con ampio scarto. Per anni il Boca non riuscì a vincere. Un bel giorno, i “millonarios” (“i milionari”) decisero di spostarsi nel quartiere Palermo, la zona più in della città.

Nei primi anni 30′, quelli del professionismo, cominciarono le super-battaglie. Nel 1931 il primo titolo boquense, strappato proprio ai rivali nel finale. Il River spese una fortuna per porvi rimedio (capito ora perchè “millonarios”?) ma i successi si alternavano ed il Boca acquistava consensi. Nel 1939 la prima vittoria gialloblu in campo avverso all’Antonio Vespucio Liberti, meglio noto come Monumental, restituita dai biancorossi nel 1942 alla Bombonera. Venne un periodo duro per i “bosteros” (“netturbini”, indovinate perchè…), visto che il River aveva un saldo nettamente positivo. Poi negli anni ’60 con ll’arrivo degli stranieri il Boca cominciò ad andare alla grande. Rivalità sempre accesissime, decenni di alti e bassi per entrambe le squadre, poi la parentesi di Maradona e i fasti degli xeneizes, fino ad arrivare alle sfide poù moderne come la semifinale storica di Libertadores o gli scontri del nuovo millennio. Parliamo anche di qualche personaggio, di ambo le parti. Per il Boca Maradona è fuori concorso, visto che una frase degli azul y oro a tuttoggi è “El Diego es de Boca, y està todo dicho“, ma ricorderei il brasiliano Paulo Valentim autore di dieci gol nei derby (otto al povero portiere Carrizo), Ruben Suñe, autore di un gol storico su calcio di punzione che diede la vittora ed il titolo alla squadra ed anche l’uruguayano Severino Varela, che giocava con una coppola della quale si diceva avesse messo una punta di cuoi per fare colpi di testa più potenti. Per il River Plate da citare Angel Labruna, massimo bomber della sfida con sedici gol, oppure Norberto Alonso, odiatissimo dal pubblico dell’Alberto Armando (la Bombonera), così come Carlos Morete, perchè ogni volta che segnava…il River vinceva. Chiudiamo con due momenti storici, uno per parte. 8 novembre 1942: tre giornate al termine del campionato, al River bastava un pari per vincere il titolo, ma mai aveva vinto in campo avverso. Il Boca si portò sul due a zero ma la doppietta di Pedernera fece piangere i boquenses e diede il trionfo ai millonarios. 9 diciembre 1962: lo hanno chiamato “El clásico del siglo”. Pari punti nella penultima giornata, derby. Rigore per il Boca e Valentim segna. A sei dal termine…rigore per il River. Tira Delem ma “El Tano” (“L’Italiano”) Antonio Roma para il penalty…ed il Boca è campione.

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Interventi al limite del penale – Dodicesima giornata

Vieira entra con…..diciamo virile durezza su De Rossi, lo costringe ad uscire in barella e nel post-partita monta la polemica. Claudio Ranieri, il tecnico della Roma, alla fine del posticipo sul campo dell’Inter non usa mezzi termini ed accusa decisamente il giocatore francese nerazzurro.

Andoni Goicoechea
Andoni Goicoechea

Nel calcio però gli interventi ai limiti del penale ci sono sempre stati, molti giocatori addirittura hanno dovuto appendere anzitempo le scarpette al chiodo a causa dei colpi ricevuti. Se si pensa ai falli più cattivi della storia…ci sono senza dubbio tantissimi esempi. Uno su tutti, probabilmente quello che fece più scalpore, fu il fallo di Andoni Goicoechea, difensore basco dell’Atletico Bilbao. L’intervento che ruppe la gamba al Maradona fu così cattivo e tremendo (alle spalle e senza neppure cercare il pallone) che si temette per la carriera di Diego (era il 1983). Inizialmente furono inflitte al giocatore ben diciotto giornate di squalifica (pena poi ridotta). Fortunatamente però el Pibe de Oro tornò più forte di prima. Un altro intervento che difficilmente potrò dimenticare vide protagonista Taribo West, che stroncò la carriera del russo della Fiorentina Kanchelskis (ed a West andò bene, mentre nel corso di una edizione della Coppa del Mondo di calcio un difensore jugoslavo fu cacciato dal ritiro per aver rotto una gamba sempre ad un russo). Rimanendo in ambito di nazionali…ricordate l’entrata di Georghe Hagi su Antonio Conte ad Euro2000? Impressionante il modo in cui si piegò il malleolo dell’attuale tecnico dell’Atalanta. Un altro attuale allenatore di serie A, Ciro Ferrara, dovette saltare i mondiali per un fallaccio subito a Lecce in un Lece-Juventus.

Taribo West
Taribo West

Anche Larsson, lo svedese, difficilmente ricorderà con piacere un fallo che gli fece dire addio all’europeo (video a fine articolo). L’iralndese Roy Keane del Manchester United ha diverse carriere sulla coscienza, essendosi reso protagonista di alcuni falli che giudicare non cattivi e non intenzionali è da folli. Uno divertente fu il gesto da wrestling col quale Sebastiano Rossi, portierone del Milan, stese bucchi del Perugia dopo un rigore subito perchè il perugino cercava di recuperare il pallone in fondo al sacco. Risultato? Lunga squalifica e girone di ritorno giocato da Abbiati, col Milan campione d’Italia proprio nel match di ritorno (ultima di campionato) a Perugia. Toccò anche a dei campioni fare gesti del quale non vanno fieri: George Best, il meraviglioso talento nordirlandese chiuse in anticipo la storia calcistica di un avversario del Newcastle, Pelè dopo un entrata da dietro da lui giudicata troppo rude si “autoespulse” uscendo dal campo dicendo di non meritare di restare sul terreno di gioco. Concludo con un infortunio al quale ho assistito dal vivo: ero al San Polo, in curva, il match era Napoli-Cosenza, serie B. Le grida di Russo ed il pianto dei compagni per un fallo subito da un cosentino riecheggiano ancora in testa, così come le immagini della sua gamba che poi vidi in televisione successivamente.

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Orrori dal dischetto – Undicesima giornata

Minuti di recupero, un calcio di rigore a favore.  Si va sul dischetto consapevoli che si può regalare una importantissima vittoria alla propria squadra. Si trema dentro…e poi…

…si sbaglia.

PARMA-BARI SERIE B 10-11-2008Nella giornata appena trascorsa è accaduto a Barreto del Bari, che si è fatto ipnotizzare da Castellazzi mandando il pallone clamorosamente fuori. Ci sono tanti rigori storici falliti, il talentuoso giocatore del Bari ovviamente è solo l’ultimo di una lunghissima lista. Sono stati tanti i tiri dagli undici metri falliti che hanno avuto conseguenze anche pesanti.

Nei mondiali la storia viene scritta ad ogni edizione, è toccato anche a noi. Tante volte è andata male, l’ultima volta fortunatamente benissimo (cinque su cinque) e chissà come si sarà sentito David Trezeguet. Alcuni però rimangono impressi nella memoria. Uno che difficilmente dimenticherò è quello calciato da John Terry in finale a Mosca contro il Manchester United in quella finale tutta inglese, dove il giocatore-simbolo del Chelsea ha avuto sul piede il pallone che poteva valere la coppa. Com’è andata a finire? Scivolone da “Paperissima” e palla a diversi metri dal palo. Disperazione blues. Ma c’è chi per un errore del genere ha visto tutta la sua nazione rivoltarglisi contro, con diverse minacce di morte. Tutto ciò è accaduto a Pierre Wome, esterno sinistro del Camerun, che l’8 di ottobre del 2005 ha calciato all’ultimo minuto un penalty contro l’Egitto, che poteva regalare la qualificazione al Mondiale per i “Leoni Indomabili”. palermoDecisa la rincorsa, altrettanto l’errore. Camerun a casa e macchina incendiata per Wome. Ci sono esempi meno “tragici” e magari più divertenti, come ad esempio la tripletta di Martin Palermo contro la Colombia. Tripletta in negativo però, perchè il bomber xeneixe ha fallito tutti e tre i calci di rigore, stabilendo un record difficilmente battibile a livello di nazionale. Oppure David Beckam in Turchia, che scivolando manda il pallone nella curva dei tifosi turchi prendendosi i copioso sfottò di Alpay col quale aveva appena litigato. Tanti sono gli illustri che ci son cascati. Successe anche al “Divino”, Diego Armando Maradona, che contro il Tolosa calciò sul palo, con la sfera che ricadde quasi per magia tra le braccia del portiere che neanche s’era mosso e si ritrovò “salvo”.

Per tornare al comico….direi che è doveroso citare un paio di episodi. Il primo, il fenomenale rigore calciato da Costacurta contro il Boca Juniors nella finale della Coppa Intercontinentale, dove “Billy” colpì un 20% di pallone ed un 80% di erba con “Pato” Abbondanzieri (già di per sè uno specialista) che parò semplicemente inginocchiandosi. Il secondo, un cucchiaio di Simone Inzaghi contro la Reggina, parato da Taibi che era rimasto immobile…beh la cosa divertente? La reazione di Taibi, che non seppe resistere e lo schernì in modo unico. In conclusione vorrei citare quello che è stato il penalty che più m’ha fatto ridere: protagonista assoluto Peter Devine del Lancaster City, capace di cadere e calciare il pallone così piano che…dopo due metri si fermò. A tuttora la “perla” migliore dal dischetto… a voi il video!

Risultati Undicesima giornata.

Juventus Napoli 2-3
Milan Parma 2-0
Chievo Udinese 1-1
Roma Bologna 2-1
Sampdoria Bari 0-0
Livorno Inter 0-2
Fiorentina Catania 3-1
Cagliari Atalanta 3-0
Siena Lazio 1-1
Palermo Genoa 0-0

Allenatori sull'orlo di una crisi di nervi.

Cari lettori, ritorno a scrivere su CamminandoScalzi e voglio farlo con un articolo piuttosto leggero e divertente. In questa settimana hanno tenuto banco gli sfoghi dei C.t. italiano Marcello Lippi e del C.t. argentino Diego Armando Maradona. Entrambi hanno ottenuto l’accesso alla partecipazione ai mondiali del prossimo anno, sebbene il compito di Maradona sia stato più arduo; la sua Argentina – tra le più confuse e sgangherate di tutti i tempi – è stata in bilico fino all’ultima partita con l’Uuruguay, vinta poi negli ultimi minuti. A fine partita l’ex “pibe de oro” scoppia a piangere e a farneticare, ma più tardi  in conferenza stampa è ancora “troppo emotivo”…

Sebbene Maradona abbia specificato che gli insulti erano riferiti ai detrattori della “selecion”, la Fifa ha aperto una procedura di giudizio nei suoi confronti e corre il rischio di incappare fino a 5 giornate di squalifica e quindi tanti saluti alla panchina per i mondiali.

Sfogo più misurato è stato quello di Lippi, persona sempre stata ruvida verso la stampa, colpevole di intossicargli ogni partita con domande su Cassano e recentemente su Totti… Guardiamo.

Che sia uno stile di Lippi per mantenere alta la tensione della squadra? Da questi  due  video denotiamo la difficoltà dell’ allenatore di una nazionale, che deve reggere la pressione dei sogni di una nazione intera: Argentina ed Italia sono due nazioni dove il calcio è sport nazionale. Essi hanno a disposizione una squadra “mobile”, con poco tempo per allenarla e rodarla nei meccanismi di gioco, mentre la stampa, nei pochi giorni di lavoro a disposizione, rompe le balle sugli “assenti” e non concede mai un complimento alla squadra. Maradona ha fallito nel reggere la pressione dei media e non mi sembra all’altezza – mi dispiace dirlo profondamente da napoletano –  nell’allenare la nazionale argentina, a prescindere dalle questioni tecniche. Lippi è un vecchio marpione ed usa la stampa per caricare il suo gruppo…

Oltre ai casi di questa settimana volevo ricordare due sfoghi celebri a livello di club: cominciamo a gustarci, prima del gran finale -ahahahah- Alberto Malesani,  che allenava in Grecia il Panathinaikos con l’esilarante commento della Gialappa’s.

Il gran finale: conferenza stampa di Trapattoni ai tempi del Bayern Monaco. Un evento storico MONDIALE.
Sotto il video vi riporto la traduzione in italiano del suo discorso…

“Ci sono in questo momento in questo squadra, oh, alcuni giocatori dimenticano il loro professionista cosa sono. Non leggo molti giornali, ma molte situazioni ho sentito.

Non abbiamo giocato in modo offensivo. Non c’è nessuna squadra tedesca gioca offensivo e i nomi offensivo come Bayern. Ultimo partita avevamo tre punte nella campo: Elber, Jancker e poi Zickler. Non dobbiamo Zickler dimenticare. Zickler è una punte in più, Mehmet più Basler.

È chiaro queste parole? È possibile di capire, cosa io ho detto? Grazie.

Offensivo, offensivo è come fare nella campo.

Io ho dichiarato con queste due giocatori: dopo Dortmund hanno bisogno forse pausa un tempo. Ho visto in Europa anche altre squadre dopo questa mercoledì. Ho visto anche gli allenamento due giorni.

Un allenatore non è nessun idiota! Un allenatore è lì … vedere cosa succedere in campo. In questo partita esistevano due, tre o quattro giocatori, loro erano deboli come una vuoto bottiglia (“una bottiglia vuota” significa in tedesco: una persona che non vale niente)

Avete mercoledì visto, quale squadra giocato ha mercoledì? Mehmet ha giocato, o giocuato Basler, o giocato Trapattoni? Questi giocatori lagnano più che gioco!

Sapete, perché le squadre Italia comprano non questi giocatori? Perché noi visto abbiamo molta volte tali partita. Hanno detto, giocatori non sono per italianen, eh…, campionis.

Struuunz! Strunz è qui da due anni, dieci partita ha giocato, è sempre ferito. Cosa permetten Strunz?! Anni scorsi diventato campione con Hamann, eh…, Nerlinger. Questi giocatori erano giocatori ed erano diventati campioni. È sempre ferito! Ha giocuato 25 partite in questo squadra, in questa club. Respectare deve gli altri collegen!

Hanno molto simpatici collegen. Ponga a questo collegen la domanda! Non hanno nessuna coraggio di parole, ma io so, cosa pensaren su questo giocatori. Devono mostrare ora, io voglio, sabato (in Germania si gioca di sabato), questi giocatori devono mostrare me, …, i suoi tiffosi, devono vincere la partita da soli. Deve da soli vincere la partita!

Io sono ora stanco padre di queste giocatore, eh.., difendo sempre questi giocatoren. Io ho sempre i debiti (Trappattono confonde le parole tedesche per “debito” e “colpa”), su questi giocatori. Uno è Mario, uno, un altro è Mehmet. Strunz invece non è, ha solo giocato il 25 per cento questi partita!

Io sono finito (=Ho finito)
!”

Cari lettori vi saluto, grazie e alla prossima!