Questo è un articolo impopolare.

Questo è un articolo impopolare, perché non sarà l’ennesima invettiva contro Berlusconi o, tanto per cambiare, un’apologia del criptico Monti. Non sarà un bilancio di diciassette anni di berlusconismo, culminante in una drammatica presa di coscienza del degrado delle istituzioni e dello squallore degli scandali passati. Certo, non si può archiviare un intero arco storico come se nulla fosse accaduto e potrebbe rivelarsi anche interessante sedersi e discutere davanti a un caffè di come il decoro dei vertici dello stato possa influire sul prestigio internazionale dello stesso e sui mercati.

Come al solito, il problema è la carenza di domande. Gli italiani, da tempo abituati ad una politica incurante ma carnevalesca e quindi, di per sé, auto-delegittimante hanno perso il fiuto per  i taciti imbrogli. Quelli architettati a “porte chiuse”, che neanche i giornalisti antiregime più esperti possono, o vogliono, denunciare. Gli italiani non si chiedono dopotutto chi sia Monti, lanciano le monetine a Berlusconi ma forse il tintinnio stesso di quelle monetine ostacola la formulazione di altri pensieri.

Il popolo di Internet è impietoso, sulla pagine di informazione più frequentate dagli amanti delle notizie si leggono le timide ma decise polemiche di coloro che sono stufi del “disfattismo” , del “qualunquismo” o semplicemente del classico “complottismo”. Nell’eterogeneo universo virtuale c’è ancora chi, sicuro della soluzione adottata dal Presidente della Repubblica,  vorrebbe, al massimo, criticare ancora Berlusconi, farsi qualche altra risata sui condizionali della Gelmini o, perché no, sull’inglese di La Russa, quasi ci fosse una sorta di sindrome di Stoccolma che preclude ai cittadini l’opportunità di ricominciare a vivere.


A un certo giornalismo questo piace. Piace perché ridere del passato, quanto meno, distoglie l’attenzione dal presente, piace perché questo Monti, in giacca e cravatta, ha un suo fascino retrò. Ce lo si immagina a giocare a golf, portare a spasso il cane, discutere con l’amico Napolitano.  Ah sì, c’è anche lui, Napolitano, ringraziato da tutti e osannato per la scelta di invitare il premier a fare un passo indietro.

Come lui c’è da ringraziare Bersani, oppositore incallito che è probabilmente convinto di aver persuaso, con le sue continue richieste di dimissioni, Berlusconi. “L’abbiamo preso per sfinimento”, avrà gongolato tra sé e sé la sera della conferenza. Oppure potremmo semplicemente ringraziare il gruppo Bilderberg (del cui comitato direttivo Monti è membro), la commissione trilaterale (di cui è presidente europeo), Goldman Sachs (di cui è international advisor), il rischio default, il debito pubblico e le banche, sempre presenti (anche nel governo Monti, eh? Passera, nuovo ministro ad interim dello sviluppo economico ha lasciato il posto di consigliere delegato di Intesa Sanpaolo per l’incarico), che hanno dato uno scossone notevole alle istituzioni.

E il paradosso di questa nuova realtà è che il panorama dei (pochi) dissidenti si è arricchito di quei violinisti che ancora suonavano mentre la nave berlusconiana affondava. Capita di sentire, per esempio, il 16/11/2011 Giuliano Ferrara tuonare contro il governo tecnico, a sostegno della democrazia (fonte). Poco importa quali siano le motivazioni che lo spingono, le vie della verità sono infinite. L’elefantino cita il New York Times  e la sua descrizione di una certa operazione politica non appare una totale sciocchezza. Lo sostiene anche l’Herald Tribune, versione internazionale del New York Times, in un articolo intitolato “Il capo della banca rifiuta le richieste d’aiuto dell’Eurozona” (fonte):

If the collapse of the euro seemed imminent, the central bank would become lender of last resort to countries like Italy, many analysts say. But the bank seems to be far from that point and instead is insisting that countries take steps to cut budget deficits and improve their economic performance

Che tradotto significa:

Molti analisti sostengono che se il collasso dell’euro sembrasse imminente la banca centrale diventerebbe prestatore di ultima istanza per stati come l’Italia. Ma la banca sembra molto lontana da quel punto e sta insistendo, invece, affinché quelle nazioni prendano provvedimenti per tagliare i deficit del budget e migliorino le proprie prestazioni economiche”

Cos’è un prestatore di ultima istanza? È sufficiente una breve ricerca su Google. Il primo link che appare ci collega a una pagina di wikipedia. Leggendo:

Un prestatore di ultima istanza è una istituzione disposta a concedere credito quando nessun altro lo fa. In origine il termine si riferiva a un’istituzione finanziaria di riserva che si faceva garante in ultima istanza per banche o altre istituzioni definite; nella maggior parte dei casi si trattava della banca centrale di un paese. Lo scopo del finanziamento e del finanziatore è prevenire il collasso delle istituzioni che stanno attraversando difficoltà finanziarie, spesso vicine al tracollo.

E ancora:

“Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha la funzione di prestatore di ultima istanza per quelle istituzioni che non riescono ad ottenere credito altrimenti e il cui collasso avrebbe serie implicazioni per l’economia. Nel Regno Unito e in Nuova Zelanda, il ruolo di prestatore di ultima istanza è ricoperto dalle rispettive banche centrali nazionali, la Banca d’Inghilterra e la Reserve Bank of New Zealand.

Questi argomenti validi, purtroppo, perdono credibilità nel momento in cui a pronunciarli sono quelle stesse persone, che erano fermamente convinte che Ruby fosse la nipote dell’ex capo di stato Egiziano Hosni Mubarak. Bisognerebbe, però, imparare ad andare oltre l’interlocutore, a soffermarsi sul discorso per giudicarlo in quanto tale.

Facciamo un altro esempio. Quando Alfonso Luigi Marra fa sfilare showgirl nude per promuovere i suoi libri sullo strategismo sentimentale ci viene da ridere. Perché si tratta di una situazione assurda, paradossale. Le starlette  che con il seno scoperto discutono di tecnicismi macroeconomici rappresentano davvero il colmo. Se però, anziché lasciare esaurire quell’ilarità in una risata vuota, cercassimo di capire esattamente che cosa sia questo fantomatico signoraggio, magari con la solita, banale ricerca su Internet, verremmo probabilmente a sapere che l’Italia NON ha una banca nazionale, pubblica, preposta all’emissione di moneta per conto del ministero dell’economia, ma una BANCA CENTRALE, una società per azioni, che aderisce al sistema europeo delle banche centrali,  le cui quote sono detenute da altre banche private, che stampa denaro e LO PRESTA allo stato, in cambio dei cosiddetti titoli di stato, sui quali vanno pagati gli interessi.

E a quel punto il cittadino potrebbe domandarsi chi sia il reale proprietario del denaro. Anche perché è palese che esso non nasca di proprietà dello stato ma di alcuni privati.

Lo disse anche Tremonti, in un momento di onesta lucidità
httpv://www.youtube.com/watch?v=HVVa–bZIa0

Gli stati spesso rinunciano alla sovranità monetaria e consentono che al fianco della moneta buona, quella sovrana, nasca una moneta privata, commerciale, parallela, fondata su nulla. È quello che ha causato la crisi. Ha ragione il presidente americano, quello che va fatto, quello che farei è … più stato, più decisamente”

Il problema esiste. Non lo si può semplicemente considerare come l’ennesimo espediente dei berluscones per riesumare il patriarca. Soprattutto non si può celebrare la figura di Monti e soffocare nel livore tutte le prese di posizione di una certa stampa, che per quanto deludente sia stata finora, potrebbe comunque rivelarsi funzionale agli interessi dei cittadini, magari denunciando inconsapevolmente dei meccanismi a lungo taciuti. Ovviamente sarebbe sbagliato riporre cieca fiducia in quegli organi pro-regime che, per usare un’espressione di Marco Travaglio, “ci pisciano addosso e ci dicono che piove”, ma magari guardare con occhio critico ai presunti idoli, domandandosi sempre il perché di determinate scelte, del silenzio che copre certi temi. Senza dare nulla per scontato.

Il debito pubblico è sanabile?
È possibile che l’emissione del denaro sia un business?

Prima di stendere il tappeto rosso ai tecnici, potremmo cominciare da qui.

Le grandi sfide di Mario Monti

Tre concetti: rigore di bilancio, crescita ed equità. Sono questi i pilastri che sosterranno il neonato governo Monti. Il nuovo Presidente del Consiglio ha illustrato ieri al Senato il suo piano per risollevare il Paese. Cinquanta di minuti di discorso accorato, sovente interrotto da applausi, che ha fornito un quadro chiaro della drammatica situazione del Sistema Italia e, soprattutto, della terapia d’urto al quale verrà sottoposto.

Le idee e le intenzioni sembrano, sulla carta, ottime. Finalmente, dopo anni ignavia tremontiana, si torna a parlare di crescita. È questo l’obiettivo dichiarato di tutto il programma di governo, far ripartire l’economia, stimolare la nascita di nuove imprese, rendere l’Italia un terreno fertile che permetta lo sviluppo dell’imprenditorialità, soprattutto di quella giovanile. Per fare ciò e reperire le risorse per finanziare la crescita, Mario Monti ha elencato una serie di punti programmatici. Si inizia dall’armonizzazione dei bilanci dei vari enti pubblici in modo da riorganizzare e razionalizzare la spesa, tagliando il superfluo e riducendo i privilegi di cui godono tutte le cariche elettive. Particolare attenzione avrà il sistema previdenziale, giudicato “tra i più solidi d’Europa” ma bisognoso di correttivi specialmente in tema di contributi e di tagli agli “inaccettabili privilegi” che negli anni sono stati elargiti. Pessime notizie per i possessori di case e terreni. Il governo mira a reintrodurre la famigerata ICI, eliminata dal governo Berlusconi e di far pagare l’IRPEF su immobili e proprietà non locate. Oltre a questo, sono previsti altri interventi sul prelievo fiscale, non meglio identificati, che mirano a fare gettito e a non deprimere i consumi. Altre entrate dovrebbero arrivare dalla dismissione graduale degli immobili pubblici e dalla revisione della legge sul Project Financing, ridistribuendo equamente tra Stato e soggetto privato il rischio dell’investimento. Nessun accenno a tasse patrimoniali.

Il nuovo premier è stato altrettanto chiaro nell’illustrare cosa il suo esecutivo vuol fare per stimolare la crescita. Il punto più importante è la riduzione del cuneo fiscale e delle imposte sulle attività produttive, chiesta a gran voce da Confindustria anche al precedente governo. Saranno previste agevolazioni fiscali per le nuove imprese, la liberalizzazione dei mercati e nuove norme per favorire la libera concorrenza. Quest’ultimo è forse uno dei punti più critici del programma presentato in Senato. Il capo del governo ha esplicitamente espresso la volontà di ridurre o abbattere “privilegi corporativi che bloccano il libero mercato”, puntando il dito, implicitamente, contro i vari ordini professionali. Una sfida durissima che si affianca a quella, forse più problematica, che riguarda il mercato del lavoro. La volontà del nuovo governo è quella di revisionare il sistema degli ammortizzatori sociali e di estendere la protezione di questi a tutti quei contratti atipici, nati negli ultimi anni, che al momento non la prevedono. Monti ha anche parlato di una semplificazione dei contratti di lavoro e di nuove norme che punterebbero a rendere più conveniente, per un’impresa, assumere un lavoratore con contratto a tempo indeterminato, cercando, allo stesso tempo, di favorire la mobilità e la flessibilità del mercato del lavoro. Ultimo punto, ma non per importanza, del discorso del nuovo premier, riguarda i giovani e la volontà di questo governo di valorizzarli e renderli i veri protagonisti della riscossa dell’Italia. È intenzione del nuovo governo, dopo anni di tagli, investire sui giovani, sulle imprese giovanili, sulla formazione e la ricerca.

Tutto sommato era quello che ci si aspettava. Il programma del governo Monti, esposto in Senato, ricalca grosso modo la famosa lettera inviata a Bruxelles dal governo Berlusconi e prende spunto dalle proposte formulate da Confindustria qualche settimana fa. Ora bisogna passare ai fatti. Mai come in questo caso, il tempo è tiranno e le sfide che attendono il nuovo governo sono difficili. C’è da cambiare un paese che da troppo tempo galleggia sull’acqua torbida. Lo stesso Monti, nelle battute finali del suo discorso, si dichiara consapevole delle difficoltà: “Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di contrapposizione e di scontri nella politica nazionale. Se sapremo cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo su scelte e obiettivi di fondo avremo occasione di riscattare il Paese e potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni”.

La lista dei Ministri è fatta, ora facciamo la lista (del risparmio) della spesa

Il nuovo Presidente del Consiglio Mario Monti ha reso noti i nominativi dei Ministri che faranno parte del Governo che avrà come obiettivo il superamento della crisi economica che sta travolgendo il nostro paese. Per far ciò è stata stilata una lista di esponenti esclusivamente tecnici  che dovrà tentare di fare il possibile per risollevare le sorti dell’Italia.

Cinque i Ministri senza portafoglio:

Enzo Moavero Milanesi è Ministro degli Affari Europei. 57 anni, avvocato e attualmente giudice del Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia dell’UE. Conosce molto bene il nuovo premier perché ne è stato capo di gabinetto ai tempi della Commissione UE. In realtà sembrava dovesse essere lui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma Monti ha deciso di affidare l’incarico ad Antonio Catricalà. Moavero  era stato Consigliere a Palazzo Chigi di Amato e Ciampi nel biennio 1992-1993,  è esperto di mercato e concorrenza, con  una grande esperienza maturata all’estero e dedicata principalmente al mercato e al diritto internazionale.

Piero Gnudi è il Ministro del Turismo. Classe 1938, laurea in Economia e Commercio all’Alma Mater, titolare di uno studio commercialista, Gnudi è stato presidente di Enel e ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’IRI. Per quanto riguarda i suoi precedenti politici questi risalgono al governo Dini, nel 1995, quando fu nominato consigliere economico del Ministro dell’Industria che all’epoca era Alberto Clò.

Fabrizio Barca è il Ministro per la Coesione Territoriale, che – strano gioco del destino – prende il posto del Ministero per il Federalismo. Docente universitario di primo livello, Barca ha un curriculum specifico per le problematiche territoriali a qualunque livello. Come gran parte degli altri neo ministri anch’egli si è formato prevalentemente all’estero anche se  ha poi sviluppato la sua carriera totalmente in Italia. Laurea in Scienze statistiche e demografiche. Nel 1999 è stato nominato presidente del comitato per le Politiche territoriali dell’OCSE. Ha insegnato nelle Università di Siena, Bocconi, Roma ‘Tor Vergata’, Modena e Urbino.

Piero Giarda è il Ministro per i Rapporti con il Parlamento. Laureato in economia e commercio nell’Università Cattolica di Milano nel 1962, Giarda vanta un lunghissimo curriculum accademico. Responsabile del Laboratorio di Analisi Monetaria nell’Università Cattolica, componente del Comitato direttivo della scuola per il dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche. Ha svolto attività di consulenza alla Presidenza del Consiglio e al Ministero delle Finanze. È stato Presidente della Commissione Tecnica per la Spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1986 al 1995 e Sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro dal 1995 al 2001.

Andrea Riccardi è il Ministro della Cooperazione e dell’Integrazione. Fondatore della Comunità di Sant’Egidio e docente universitario di Storia contemporanea. Monti gli ha affidato un dicastero nuovo, mai esistito sinora, che ha la finalità di assegnare agli aiuti umanitari, ordinari e straordinari, uno status formalmente – speriamo non solo apparentemente – più rilevante.

Dodici, invece, i Ministri con portafoglio, compreso quello dell’Economia, che Mario Monti si è, come prevedibile, autoaffidato.

Agli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, si è laureato in Giurisprudenza a Milano, con specializzazione in Diritto Internazionale. È stato Console Generale a Vancouver durante l’Expo’86, dove ha promosso importanti eventi per il commercio e la cultura italiana. Nel 1987 è tornato a Roma per prestare servizio presso la Direzione Generale degli Affari Economici. Dal 1993 al 1998 è stato a New York presso la Rappresentanza d’Italia all’ONU. Ambasciatore d’Italia in Israele tra il 2002 e il 2004. Dall’ottobre 2009 è ambasciatore italiano a Washington.

Agli Affari Interni Anna Maria Cancellieri, nata a Roma, 67 anni. Laureata in Scienze politiche, nel 2010 diventa commissario a Bologna poi, dopo un breve periodo di vacanza, viene nominata commissario prefettizio a Parma. Ha ricoperto anche il ruolo di prefetto a Genova e Catania, quando si trovò a gestire l’emergenza dopo la morte del poliziotto Filippo Raciti, a seguito degli scontri nel derby siciliano, che tutti ricorderete, tra ultras catanesi e palermitani.

Alla Giustizia Paola Severino, uno dei più noti avvocati penalisti italiani, sessantatré anni, napoletana. La prima donna ministro della Giustizia italiana è stata Prorettore vicario dell’Università Luiss Guido Carli, professore ordinario di diritto penale presso la stessa Università della Confindustria e avvocato, tra gli altri, di Prodi, Acampora, Caltagirone e Geronzi. Laureata in Giurisprudenza all’Università di Roma La Sapienza nel 1971, gli inizi della sua carriera universitaria sono al CNR. Dal ’75 all’87 ricopre l’incarico di assistente ordinario presso la seconda cattedra di diritto penale dell’Università La Sapienza. In seguito, è professore  ordinario di diritto penale commerciale alla facoltà di Economia di Perugia. È titolare dell’insegnamento di diritto penale alla Scuola ufficiali. Dal luglio 1997 al luglio 2001 è stata vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura militare.

Alla Difesa Gianpaolo di Paola, 67 anni, campano di Torre annunziata ed attuale presidente del Comitato militare della Nato. Entrò a far parte del governo Dini dal gennaio ’95 al maggio 1996. Di Paola indossa l’uniforme da quasi cinquant’anni. Dal 1994 al 1998 allo Stato maggiore della Difesa, come capo del Reparto “politica militare”. Sempre nel 1998 è stato nominato capo di gabinetto del ministro della Difesa. Dal 2001 al 2004 Di Paola è stato Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, viene poi nominato capo di Stato Maggiore della Difesa, nella cui veste ha coordinato la pianificazione di tutte le più recenti missioni internazionali dell’Italia, dall’Iraq all’Afghanistan.

Allo Sviluppo Economico, alle Infrastrutture e ai Trasporti Corrado Passera, comasco, classe 1954 e laureato alla Bocconi. Dal settore editoriale, dove diventa amministratore delegato di Arnoldo Mondadori Editore e successivamente vice presidente e Chief Executive Officer del Gruppo Espresso-Repubblica, passa nel 1992 al Gruppo Olivetti dove è chiamato in qualità di co-amministratore delegato. Nel ’96 diventa amministratore delegato del Banco Ambrosiano Veneto che lascerà dopo aver portato a termine il consolidamento con Cariplo. Nel 1998 il governo lo nomina alla guida di Poste Italiane dove rimarrà fino all’aprile 2002. Dal gennaio 2007 assume l’incarico di consigliere delegato e CEO in Intesa SanPaolo, nata dalla fusione di Banca Intesa e Sanpaolo Imi.

All’Agricoltura Mario Catania, nato a Roma nel 1952. Dal 2009 è capo Dipartimento delle politiche europee e internazionali del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Il compito del neo ministro Catania, sarà quello di far rientrare una parte dei tagli che l’Europa agricola ci vorrebbe imporre sottraendoci 1,4 miliardi di euro nella riforma tra il 2014 ed il 2020. Catania è un esperto di politiche comunitarie e ha affiancato dal 1996 in poi tutti i Ministri nelle trattative comunitarie. A Bruxelles svolgerà gran parte del suo impegno, ma allo stesso tempo dovrà rilanciare questo settore, fortemente indebolito dalla crisi economica e dall’emarginazione patita a causa delle ultime Finanziarie di destra e sinistra.

Alla Cultura Lorenzo Ornaghi è Lombardo, classe 1948, laureato in Scienze politiche nel 1972 all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove ha lavorato fino all’87 come ricercatore. Diviene poi Professore associato presso l’Università di Teramo. Riveste, inoltre, incarichi di prestigio in enti pubblici e privati: ad esempio è direttore dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), e della rivista “Vita e pensiero”, vicepresidente del quotidiano Avvenire e della Fondazione Vittorino Colombo di Milano. Dal 2001 al 2006 è stato presidente dell’Agenzia per le Onlus.

All’Ambiente Corrado Clini, nato a Latina nel 1947. Si è laureato nel 1972 in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Parma, ha conseguito nel 1975 il diploma di specializzazione in Medicina del Lavoro presso l’Università di Padova e, nel 1987, il diploma di specializzazione in Igiene e Sanità Pubblica presso l’Università di Ancona. È stato direttore generale del ministero dell’Ambiente dal 1990, attualmente della Direzione per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia.

Al Lavoro ed alle Politiche Sociali Elsa Fornero, nata a San Carlo Canavese nel 1948. È professore ordinario presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino. Esperta di sistemi previdenziali, pubblici e privati, e temi quali l’invecchiamento della popolazione, le scelte di pensionamento, il risparmio delle famiglie e le assicurazioni sulla vita. È Coordinatore Scientifico del CeRP (Center for Research on Pensions and Welfare Policies, Collegio Carlo Alberto), Vice Presidente della Compagnia di San Paolo, membro del Collegio Docenti del Dottorato in Scienze Economiche dell’Università di Torino e del dottorato in Social Protection Policy presso l’ Università di Maastricht, in cui è anche docente.

Al Ministero della Salute Renato Balduzzi, nato a Voghera il 12 febbraio 1955, professore ordinario di diritto costituzionale nell’Università del Piemonte Orientale e, dal 2011, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica. Nei primi anni novanta è stato consigliere giuridico dei ministri della Difesa e dal 1996 al 2000 di quello della Sanità, dove ha ricoperto anche l’incarico di capo ufficio legislativo con il ministro Rosy Bindi, e delle Politiche per la famiglia dal 2006 al 2008. Da sempre impegnato nell’associazionismo cattolico, è stato presidente del Movimento ecclesiale di impegno culturale, movimento esterno dell’Azione Cattolica Italiana.

All’Università e all’Istruzione Francesco Profumo, 58 anni, ingegnere e docente universitario italiano. Dal 13 agosto 2011 presidente del  CNR. Presidente della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino dal 2003 al 2005, viene poi nominato Rettore. Il suo ruolo di rettore è caratterizzato dalla collaborazione con diverse aziende internazionali, come Microsoft e Motorola, e con la grande apertura della didattica verso l’estero. Profumo, inoltre, è stato attivo in molti gruppi di lavoro internazionali, con numerosi riconoscimenti in tutto il mondo ed oltre 250 lavori pubblicati su riviste internazionali scientifiche ed atti di conferenze internazionali di settore.

Le competenze sembrano esserci, ora vediamo cosa saranno in grado di fare e cosa noi, italiani, saremo in grado di sopportare…

Mai più Silvio Berlusconi

Ieri era uno degli hashtag -in breve, le parole chiave degli argomenti “caldi” del momento- più seguiti su Twitter è stato #maipiù, insieme a tanti altri che hanno costellato tutta la lunga giornata di sabato. Dopo diciassette anni e spiccioli, Silvio Berlusconi si è dimesso.
Durante tutta l’infinita serata di ieri, in attesa della dichiarazione che ponesse fine a tutto, si sono susseguite manifestazioni di giubilo in tutte le piazze antistanti gli edifici della nostra Repubblica. Bottiglie di spumante, hallelujah, una generale aria di “liberazione”, un lungo sospiro di sollievo tirato dalle tantissime persone che dopo diciassette anni non ne potevano veramente più.

Non ci sono riuscite le opposizioni (che, a dire il vero, hanno spesso fatto i suoi comodi), non ci sono riuscite le megamanifestazioni popolari, non c’è riuscito Fini con la sua “scissione”, non c’è riuscita una maggioranza risicata salvata dal più squallido dei mercati del trasformismo politico. Sono servite il crollo dell’economia mondiale ed europea, la mancanza di fiducia del mondo della finanza nei confronti del nostro Paese, le “imposizioni” della Comunità Europea. E dopo l’ennesima settimana di stallo, Silvio ha finalmente (e giustamente) rassegnato queste benedette dimissioni.

Un’epoca della Repubblica italiana (una brutta epoca, permettetemi) si chiude così; dopo nipoti di Mubarak, bunga bunga, corna agli incontri istituzionali, “culone inchiavabili”, smentite e controsmentite, cacciate dei personaggi scomodi dalle TV nazionali, alla fine tutto questo teatrino si è infranto contro la macchina della crisi e del denaro. Ci rimane un Paese in enorme difficoltà, un cumulo di macerie su cui dover ricostruire il nostro futuro, la nostra reputazione, la nostra credibilità internazionale. Adesso toccherà al tecnico Mario Monti sistemare (o almeno provarci) la situazione, così è stato deciso dalle forze politiche. Un governo auspicabilmente “tecnico” che vada a mettere in atto le misure che possano tirarci fuori da questa situazione di enorme difficoltà. Osserveremo con attenzione il suo operato. Monti è un uomo delle banche, è un finanziere, e la paura che si sia finiti dalla padella alla brace è tanta. Certo, fare peggio di quanto s’è fatto finora è difficile, ma diciassette anni di Silvio Berlusconi ci hanno insegnato che al peggio, da noi, non c’è mai fine. Stiamo attenti!

L’opposizione reagisce gioiosa, Bersani arriva addirittura a dire che è merito suo e del PD se Berlusconi si è dimesso, continuando in quella strada “saltocarrista” intrapresa ai tempi del referendum e delle elezioni amministrative scorse. Qualcuno dovrebbe spiegargli che è anche grazie al centro-sinistra, a quella famosa legge sul conflitto di interessi (di cui nessuno parla più, lasciata a marcire in un passato lontano) che avrebbe potuto evitare tutto questo, se Silvio è rimasto al governo tanto a lungo. Stendiamo un velo pietoso.

Mi hanno colpito anche le reazioni degli irriducibili pessimisti di Sinistra, che non hanno perso tempo a urlare che ora sarà peggio di prima, che Monti è un guaio, che bisognava ricorrere alle elezioni subito (come dice anche la Lega); continuo a chiedermi quanto possano giovare, in un momento simile, due mesi di campagna elettorale con i nostri politici, con la nostra legge elettorale ecc ecc. Non abbiamo bisogno di altra immobilità. Per una volta, pessimisti di Sinistra, provate a rilassarvi e a gioire della fine di un’epoca buia, di un taglio con il passato.

L’altra categoria che in questi giorni invece sembra assolutamente scomparsa sono i militanti del PDL, i Berluscones. Ragazzi, parliamoci chiaro, il signor Silvio Berlusconi non è stato al governo per diciassette anni per magia, ma perché qualcuno (la maggioranza degli italiani) l’ha votato. Oggi i berlusconiani sembrano scomparsi, approfittano della caduta dell’Imperatore Maximo per rifarsi una reputazione, un “chi io? Mai votato Silvio”. Ad esempio mi ha fatto specie assistere a miei amici e amiche, un tempo berlusconiani convinti, festeggiare sui social network e nelle piazze la caduta di questo governo. Gente che sin dalla prima ora ha votato questo baraccone che si è trascinato (e ci ha trascinato nel baratro) in questi diciassette anni, oggi fa finta di niente, fischietta sul cadavere del suo stesso Imperatore. Questo mi spinge a riflettere molto sulla cultura dell’italiano medio (senza generalizzare troppo), ma forse sono stato sfortunato io ad avere tanti ex-berlusconiani convinti intorno. Chi lo sa. Fatto sta che io e tanti altri non vogliamo che si mischino a noi, oggi. Puntualizziamolo.

E adesso? Adesso si vedrà, abbiamo poco tempo come Paese per sistemare le cose, abbiamo poco tempo per rimboccarci le maniche e uscire da questa stramaledetta “crisi”, una parola che sentiamo ogni giorno, e che sinceramente non vorremmo ascoltare più.

Resta da dimenticare il più in fretta possibile (anche se le cicatrici le porteremo per sempre) quest’uomo che inseguendo i suoi interessi ha fatto così poco per l’Italia e così tanto per sé stesso. Mi auguro che riusciremo a parlarne sempre meno (o a non parlarne proprio) in futuro.

Mai più Silvio Berlusconi. In tutti i sensi.