Un'estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna su Camminando Scalzi la rubrica “Med and the City” a cura della nostra blogger/medico Betty Bradshaw. L’articolo che state per leggere è la seconda parte  del racconto post estivo scritto da Betty. Qui il link al primo capitolo.

questo link trovate tutti i post precedenti di Med and the City. Buona lettura! [/stextbox]

L’estate in ospedale che, mi rendo conto, è ormai solo un lontano e funesto ricordo (ancora capace, però, di serpeggiare malvagio nelle stanze della memoria) non se ne va lasciandoti indifferente. Non è come qualsiasi altro periodo dell’anno: costituisce un amplificatore di paure.  Le paure che ogni sanitario, dotato di buon senso e ragionevolezza, dovrebbe sentir vibrare dentro di sé osservando il panorama medico-assistenziale di questa era buia e truce che siamo a vivere. La paura dei tagli al personale, ai servizi, ai supporti di base; la paura conseguente di commettere un errore sulla pelle di qualcuno o sulla propria. La paura dell’incapacità, da parte delle risorse attuali, di affrontare il sorprendente cambiamento della durata della vita. La paura di non riuscire a corrispondere le aspettative altissime di una società in cui il tessuto famigliare non esiste più, dove si nota un imbarbarimento dell’utente medio, che manca di qualsiasi forma di rispetto verso chi assiste, e in cui la morte è considerata un elemento non più accettabile, nemmeno per “giusta”, naturale e talora confortante causa.

In estate il personale viene dimezzato (o meglio, si auto-dimezza) per l’arrivo delle tanto agognate ferie estive. Abitualmente la gestione delle partenze e degli arrivi è irrispettosa verso chi resta ad assistere (e quindi a chi deve essere assistito): non è pensabile che al dimezzamento del numero dei letti possa corrispondere una riduzione del personale a meno di un quarto del totale. È matematica spicciola, non filosofia. E il risultato di questa leggerezza dell’animo gestionale si traduce in una vignetta del tipo: “io (medico) continuo a fare il massaggio cardiaco, tu (infermiere 1) chiama il rianimatore e prendi le piastre del defibrillatore, tu (infermiere 2) vai a vedere se la signora che ha avuto una crisi epilettica dieci minuti fa è ancora viva; tu (operatore socio-sanitario) per favore chiama il pronto soccorso e dì che vedrò il paziente con l’ictus appena avrò risolto qui”. Worst-case scenario (e anche il più probabile ad agosto)? Un morto (il povero signore con l’infarto, in particolare se il telefono della rianimazione è occupato), un ferito grave (la signora con la crisi epilettica mal gestita, tanto più se malauguratamente ha aspirato saliva durante la crisi), un invalido a vita (il paziente con ictus, specialmente se avrebbe potuto giovare da trattamenti specifici e invasivi).

Se sopravvivi psicologicamente e legalmente a tutto questo, devi ricordare a te stesso che “the show must go on”.  Ossia: hai davanti a te mezza giornata e una notte nelle stesse condizioni e, dopo qualche misera ora di riposo nella canicola agostana, ricomincerai alla stessa maniera, per una ventina di giorni almeno. Se poi hai la disgrazia di condividere siffatta macilenta zattera con altri due/tre lavativi-irresponsabili-menefreghisti-disamorati cronici che ti danno il cambio nei turni, beh… A quel punto hai capito che davvero non sarai uno dei prescelti dalla matrigna selezione naturale.

Il rischio di commettere errori incrementa esponenzialmente ogni giorno che pass,a e i pericoli per la tua salute e la tua incolumità fisica (l’incidente stradale è dietro l’angolo) tendono agguati quotidiani, aumentando la tua soglia di ansia, attivazione e, dulcis in fundo, frustrazione. Il rischio burnout (Betty ce ne aveva parlato in un altro articolo, ndR) è davvero altissimo.

La “calata” in pronto soccorso nel mese di agosto offre uno spaccato sociale e antropologico del nostro tempo, meglio che in qualunque altro periodo dell’anno (con il suo climax nel giorno di ferragosto).  Orde di ultranovantenni in condizioni dolorosamente indecorose giungono in ospedale, accompagnati da una fiera di badanti, parenti di 5°-6° grado in cerca di eredità, vicini di casa in infradito e pantaloncini hawaiani che sbraitano come selvaggi per la lunga attesa. Motivo dell’accesso: “per qualche secondo lo sguardo della nonna  non è stato quello di sempre”.

Ora: ammettiamo che mia nonna abbia 96 anni, sia inferma, con le piaghe, incapace di parlare e nutrirsi da sola e che io mi rendessi conto, tra un fritto misto e un’insalata nel pranzo di ferragosto, di un suo sguardo perso, cosa farei?

A) Anzitutto: avrei lasciato che mia nonna fosse messa in un letto con una nutrizione artificiale, con dolori da piaga mostruosi, con infezioni ricorrenti, priva di qualunque lume della ragione?

B) Se ravvisassi che Dio la sta chiamando a sé regalandole, chissà, un sollievo dalle attuali pene terrene, la abbraccerei forte, e in lacrime proverei ad accompagnarla nel lungo e triste viaggio. Mai e poi mai la sottoporrei a ore di estenuante e inutile attesa nella medina di Beirut (il Pronto Soccorso).

La morte, al giorno d’oggi, è un fatto socialmente inaccettabile, anche quando è naturale, fisiologico e rassicurante. C’è un delirio di onnipotenza nei medici – e di eternità nei parenti degli assistiti – che è preoccupante. Come anche è preoccupante il fatto che la capienza delle strutture sanitarie a oggi presenti non è sufficiente nemmeno per chi a quarant’anni scopre di avere un tumore e deve essere operato per sperare di arrivare ai quarantacinque. Ma quand’è che abbiamo perso la strada? Quando abbiamo creato un’immagine dell’uomo sempiterna? Quando abbiamo cominciato a rifiutare l’esistenza della morte a costo di costringere qualcuno a morire ogni giorno?

D’estate il pronto soccorso è anche pieno di extracomunitari che non parlano e non comprendono l’italiano. Abbiamo a disposizione UN mediatore culturale. E gli altri 300 pazienti? Vogliamo finalmente accettare che la multietnicità fa ormai parte del nostro paese e che chiudere gli occhi di fronte alla sempre crescente numerosità di stranieri non ci consentirà mai di farli sparire come molti vorrebbero? Vogliamo prendere atto del fatto che le enormi differenze culturali vanno rispettate, capite e talora accettate anche se incompatibili con il nostro modello assistenziale?

Come se non bastasse, in estate il disagio psichico affiora a pelo d’acqua con veemenza, così come durante le festività. Poveri cristi disperati e abbandonati dal mondo affollano le sale visita con urla raccapriccianti o pianti dolorosissimi. Pensiamo davvero che le pochissime rispettabili e onorevoli case-alloggio siano sufficienti? Crediamo con tutta onestà di avere dedicato sufficienti risorse economiche agli operatori che fronteggiano ogni giorno la realtà tragica del disagio psichico?

Da ultimo (ma non meno importante): fino a quando dovremo trovare parole di amorevolmente inutile comprensione verso gli ultrasettantenni genitori di giovani disabili che speravano in un ricovero estivo in ospedale (in quanto “teoricamente” meno affollato) e invece si trovano di fronte all’ennesimo rimbalzo al domicilio?

Queste nuove emergenti e preoccupanti percezioni etiche e morali distorte, associate alla più completa, reiterata e sfacciata inettitudine della classe dirigente a tutti i livelli ci avvicinano paurosamente al collasso. Le fantasmatiche paure del mio inconscio, d’estate, mi scuotono con violenza. Un mese in queste condizioni potrebbe diventare la realtà quotidiana. Inaccettabile.

Non ho idea di come e su chi si possa intervenire, tanto più in tempi di crisi come questi.  Non ho idea di quali saranno le nostre sorti, di quanti morti e feriti dovremo avere sulla coscienza prima di renderci conto che il futuro non è nella direzione che stiamo percorrendo ma in quella opposta. L’autostrada che abbiamo imboccato è un percorso tronco: a un certo punto, di botto, l’asfalto finirà e cadremo nel vuoto.

Un’inversione a U in autostrada è proibita, vietata, pericolosissima. Forse, però, l’unica soluzione è chiudere gli occhi, prendere il volante e sterzare vigorosamente.

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Un'estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare

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L’estate in città non è mai qualcosa di banale.

L’estate al lavoro non ti lascia mai indifferente.

L’estate in ospedale non se ne va mai senza averti impresso in corteccia ricordi indelebili.

Vivere e lavorare d’estate è sempre un po’ diverso dalla vita di tutti gli altri giorni dell’anno: le strade, i luoghi pubblici, le vie, le facce delle persone mutano gradualmente, man mano che ci si addentra nel caldo e nell’afa col trascorrere dei mesi. Aprire gli occhi e scrutare intorno a sé con attenzione e curiosità è un modo efficace per sopportare meno tediosamente le ore afose che ci toccano.

Le persone che restano a casa girovagano per le vie assolate con volti tranquilli e un po’ sparuti. Il tempo è come se fosse meno inclemente: la marcia di tutti è un po’ meno frettolosa, la borsa da lavoro è un po’ più leggera e l’occhio spesso si permette di correre alle vetrine debordanti di saldi. Si incontrano molti anziani – rigorosamente con un golfino leggero, anche se la colonnina di mercurio viaggia ben oltre i 30°C – e il carrellino della spesa trascinato a fatica, molti extracomunitari in tenuta da lavoro o, la domenica a pranzo, riuniti con la famiglia a godere della frescura dei parchi. Sono sorprendenti gli abitanti delle case popolari: sebbene abbiano terrazzi grandi come fazzoletti, non si fanno mai mancare sfiziosi pranzetti all’aperto, sovraccarichi al limite del cedimento strutturale, ma invariabilmente sorridenti dietro a svolazzanti e variopinti ventagli.

I TG filogovernativi sono una vera tragedia: tutti gli anni le nostre retine vengono travolte da natiche di donne muscolose che ancheggiano su cyclette da spiaggia in riviera adriatica, da nuove tendenze trasgressive propinate insieme al bikini, da massaggi e scherzoni in voga sotto l’ombrellone, da illustri esperti che ci insegnano come sedurre tra le onde e ci mettono in guardia dalle cocenti delusioni degli amori nati sulla sabbia; sempre altissimo è il monito a prestare attenzione all’impacco di fico, mango e papaya: che la vanità non prenda il sopravvento sulla prudenza, o si finisce nel primo centro ustionati a tiro. Il TG3 è gravemente deprimente quest’anno: dopo una giornata di duro lavoro il “fuzzimib”, i bond, lo spread (che, non si sa bene perché, ma tra 100 vocaboli economici del tutto incomprensibili, questo te lo spiegano tutte le sante volte), le banche in crollo, B. che saluta dalla Costa Smeralda sono il trampolino di lancio verso la lametta al polso.

Il lungo tragitto che conduce sul posto di lavoro, di giorno in giorno, diviene meno lungo. O almeno, così pare. Il tempo si contrae dopo la prima settimana di agosto, l’asfalto scorre sotto le ruote liscio come l’olio, ti permetti prodezze da brivido autovelox. Le grandi arterie stradali sono sempre meno affollate, salvo nei giorni che il TG1 definisce da “bollino nero”.  Le vie della città acquisiscono un volto nuovo: spuntano terrazzini, portoni, stucchi, statue di cui non ti eri mai accorto e che ti soffermi volentieri ad ammirare.

I tuoi compagni di viaggio cambiano: ai volti pallidi e seri, alle orecchie intasate dai cellulari, alle imprecazioni di uomini in gessato e donne cotonate subentrano bimbi sorridenti che ti salutano dal lunotto posteriore, auto cariche di bici, pinne fucile ed occhiali, tavole da surf, camper. E, sebbene lo spettacolo sia molto più gradevole, senti l’invidia azzannarti alla giugulare.

Alla radio trasmettono tutte le repliche dei mesi passati, perché i tuoi programmi preferiti fanno pausa estiva; riascolti tutto con un po’ di noia, ma anche con un certo innegabile piacere. Sin dai primi giorni di luglio la morsa della nostalgia ti attanaglia: le canzoni che hanno spopolato estati fa vengono riproposte in modo quasi compulsivo. E in quel momento i tuoi amori estivi, i tuoi struggimenti adolescenziali, le tue cocenti delusioni su chi avevi sperato diventasse il padre dei tuoi figli tornano alla mente come un’onda anomala, con una pregnanza e un’attualità che scuote (e forse anche un po’ ti preoccupa). Le radio più “maranza” ti crivellano con i tormentoni estivi da discoteca con sonorità che ormai sono paleolitiche per le orecchie, mentre le emittenti locali si sbizzarriscono con cantanti intramontabili, ma che, davvero, vengono rispolverati solo in tempi di calura: Bertè, Bennato, Giuni Russo, Califano, Leali, Baglioni old style, Oxa, gli insuperabili Righeira (immancabili: “L’estate sta finendo” cominciano a passarla a maggio).

Ti fermi al supermercato perché, nel delirio dei turni, non sei riuscito a prepararti la “schiscetta” (per i non milanesi: il pranzo fai-da-te): il market è pieno di carrozzelle. Ma dove sono tutte queste persone diversamente abili durante l’anno? A casa, perché negozi, vie, piazze, centri commerciali sono sempre troppo affollati, sempre troppo caotici, sempre con gli elevatori e i presidi di ausilio “guasti”. Ricordo con struggente languore e qualche lacrima tutti gli anni dedicati al volontariato con ragazzi dis-abili. Ti ricomponi, afferri distrattamente un prodotto rigorosamente light (la nostra società non accetta il sovrappeso) che scaraventi con poca grazia nel cestello e corri verso le casse, lanciando un’ultima occhiata clandestina e un sorriso al ragazzo italianissimo con gli occhi a mandorla che ti sta salutando mentre la mamma lo redarguisce.

Riabiti la tua auto e prosegui sino all’ospedale. Nel vuoto del viale dietro l’ospedale riesci a guardare meglio i volti dei mendicanti senza una gamba, un braccio, un occhio. E noti una cosa di cui non ti eri mai reso conto: tu entri in ospedale alle 8 ed esci a sera inoltrata, ma loro fanno più o meno i tuoi orari – o almeno credi. Cerchi di scorgere se sotto la polvere, la massa di capelli brizzolati e crespi, i vestiti laceri c’è sempre la stessa persona per tutte quelle ore o se anche per la gente di strada c’è un cambio guardia, come per te.

Arriva dunque il momento della timbratura: passi il cancello, entri nel parcheggio dell’ospedale. Deserto. Non fatichi per nulla a mettere la macchina all’ombra o, di notte, il più vicino possibile all’entrata, qualora ti chiamassero in altri reparti. E’ proprio in quel momento che ti rendi conto della brutale verità: sei realmente uno dei pochi disgraziati rimasti a casa a lavorare per tutta l’estate. Ed è una vera tragedia.

 (to be continued…)

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Nel mio ospedale c'è: un gioco di ieri, un incubo di oggi

Nel mio ospedale c’è.

Nel mio ospedale c’è una tale quantità di edifici semidistrutti e fatiscenti che non sembra di stare in Italia, ma a Tripoli dopo l’ultimo bombardamento. E in questi edifici… ci sono ancora i reparti.

Nel mio ospedale c’è una pista di atterraggio elicotteri sul tetto del mio padiglione; quando ne arriva uno mi ripercorre la stessa sensazione di cattivo presagio che avvertivo in montagna nel sentire, di notte, il volo del soccorso alpino.

Nel mio ospedale ci sono certi ascensori che pensi non possano esistere più, tanto meno in un luogo pubblico; hanno ante scorrevoli in plastica perennemente rotte, sono lentissimi e servono a trasportare sia i malati in barella sia l’esorbitante flusso di persone. Ore e ore d’attesa (sempre che non si blocchino, come accade un giorno sì e uno anche).

Nel mio ospedale ci sono reparti con esposte foto che ritraggono le camere alla fine dell’800: bella come idea. Peccato che quando varchi la soglia delle stanze da otto letti, alte quattro metri, con finestroni enormi in legno marcio, ti aspetti che sia Florence Nightingale a venirti incontro.

Nel mio ospedale c’è un pronto soccorso che ricorda un girone infernale: un ammasso di carne, sangue e lacrime, spalmato in spazi angusti e maleodoranti.

Nel mio ospedale c’è tanta di quella nevrosi e cattiveria che, se fosse possibile convertire tutta quell’energia negativa in calore, luce o elettricità, non avremmo bisogno nemmeno di citarlo il nucleare.

Nel mio ospedale c’è un centro prenotazioni che sembra un aeroporto: i pazienti ci chiedono il permesso di andare al “centro commerciale”. Non hanno tutti i torti.

Nel mio ospedale c’è un nonnismo tale che è difficile distogliersi dalla convinzione di essersi arruolati in marina.

Nel mio ospedale c’è pochissima umanità, buon senso e ragionevolezza; se tutti, ma dico tutti, ce ne mettessero un pizzico in più, forse le cose non andrebbero poi così male.

Nel mio ospedale c’è un piccolo gruppo superstite di esseri umani ancora degni di questo nome; quando ti capita di incontrarne uno, la sorpresa e la commozione sono così travolgenti che ti verrebbe voglia di abbracciarlo.

Nel mio ospedale c’è un rito di benvenuto ai nuovi arrivi: consiste in ignobili attacchi alla giugulare a qualsiasi ora del giorno e della notte, oltre a un superlavoro ai limiti della legalità, nella peggiore delle condizioni possibili.

Nel mio ospedale c’è una camionata di medici che non hanno voglia di fare assolutamente niente, che scrivono male le cartelle, che mandano al diavolo colleghi, infermieri e pazienti, che hanno come unico obiettivo quello di fare il meno possibile nel peggior modo possibile.

Nel mio ospedale c’è un tipo di specializzandi con cui è davvero bello e prezioso interagire: sono giovani curiosi, dediti, operosi; ce n’è un secondo, purtroppo, che meriterebbe l’estromissione dalla specialità tout court: giovani delfini di chirurghi onnipotenti ovvero miagolanti gatte morte che traggono beneficio da torbidi rapporti con chi riveste ruoli di comando.

Nel mio ospedale c’è una strana consuetudine: ai vertici, nella stragrande maggioranza dei casi, vengono collocate persone dispotiche, ottuse, machiavelliche o semplicemente stupide e nevrotiche.

Nel mio ospedale c’è un padiglione talmente nuovo che, a distanza di anni dall’apertura, manca ancora la cartellonistica e, inevitabilmente, ancora si cercano alcuni dispersi.

Nel mio ospedale c’è una violenza dilagante: medici che spaccano porte e aggrediscono le persone intorno a loro, infermieri che si menano, pazienti e parenti che urlano, imprecano, maledicono, minacciano.

Nel mio ospedale c’è una credenza: chi è buono è fesso e va punito e sfruttato per questo.

Nel mio ospedale c’è sempre troppo poco tempo da dedicare a chi soffre: non c’è tempo per confortare, stringere una mano, asciugare una lacrima. E poi… che paura! Se il dolore fosse contagioso?

Potrebbe andare peggio di così?

Credo di sì; perché oggi, nonostante tutto, il mio ospedale c’è. Per tutti. Gratuitamente. A prescindere dal colore della pelle, dal conto in banca e dalle assicurazioni.

E domani?

"Gli occhi di Giacomo" ovvero D.N.R. – DA NON RIANIMARE.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Inauguriamo oggi la rubrica “Med and the City”. L’autrice è Betty Bradshaw, già autrice di vari post sulla medicina, alcuni dei quali molto particolari… Vi invitiamo a rileggerli tutti a questo link [/stextbox]

Giacomo. Sì, si chiamava Giacomo. O forse… si chiama Giacomo.

Non so più nulla di lui, dal lontano 2007.

Lo conobbi nel periodo in cui ero consulente presso un centro dedicato agli stati vegetativi e di coscienza minima. Fu un’esperienza molto forte lavorare in una struttura del genere, sebbene gli spot della consulenza non siano paragonabili all’intensità del tempo pieno. È difficile descrivere le emozioni e i pensieri che scaturiscono dal contatto con realtà così particolari e così diverse da quelle in cui capita di imbattersi nel corso di laurea o di specializzazione. Non sei mai abbastanza pronto.

Ciò che mi sorprese la prima volta che entrai in “reparto” fu il silenzio. Un silenzio che non è quello della notte e nemmeno quello che immagino se penso alla fine, al vuoto, alla morte. È un silenzio buio ma denso: permettendomi una sinestesia, lo paragonerei al mare di notte. Sai che è il mare, ma non riesci a guardarci dentro e non sai che cosa si muove vicino a te. Fare il bagno di notte nel mare non mi è mai piaciuto, forse proprio per quel senso di vulnerabilità di fronte al nero che ti ricopre e a cui appartieni. La seconda cosa che mi colpì al bancone degli infermieri fu la presenza di un enorme acquario, popolato di stupendi pesci tropicali, silenziosi, leggeri, sottili. E mentre ero intenta a seguire le loro evoluzioni leggiadre con gli occhi sgranati e il naso appiccicato al vetro come una bambina, d’un tratto si materializzò davanti ai miei occhi un grosso e sgradevole pesce nero, di fronte al quale preferii abbandonare lo spettacolo. Le metafore interpretative si sprecano. La mia, piuttosto banale, mi indusse a credere che l’acquario non fosse lì per caso, che i pesci eterei e cangianti rappresentassero le anime dei pazienti e che il pesce nero non fosse altro che uno spettrale memento per tutti.

I degenti erano anziani signori il cui cuore aveva smesso di battere per un tempo molto, troppo lungo; ma non abbastanza da esaurire tutte le energie vitali, soprattutto quelle dei “centri di comando”, come per uno scherzo beffardo del destino (fortemente aiutato da soccorritori-Rambo che non sanno quando è il momento di lasciar andare). Ragazzi usciti di strada dopo una serata con gli amici e mai tornati a casa. Giovani uomini e padri di famiglia le cui arterie cerebrali avevano deciso di inondare il cervello di sangue, rompendosi, per non si sa bene quale protesta verso chi o cosa, lasciando però indenne proprio il fulcro della vita.

Giacomo però era diverso. Lui sentiva e vedeva tutto. E tutto comprendeva. Una gravissima malattia neurologica lo aveva travolto intorno ai 60 anni, e nel giro di 3 lo aveva portato all’impossibilità di muovere quasi tutti i muscoli del corpo. Una sera sopraggiunse un affanno improvviso, il respiro divenne sempre più difficoltoso e i familiari – la moglie e le sue due figlie – non adeguatamente informate su ciò che sarebbe accaduto (e forse anche su quanto impietosa e rapida fosse la malattia) lo portarono al pronto soccorso. Lì Giacomo ebbe una grave crisi respiratoria. Non esistendo in Italia (per questi malati e non solo) una legge che regolamenti la procedura e il diritto al non trattamento, Giacomo fu intubato, senza che fosse espresso un consenso suo (peraltro in stato di semi-incoscienza) o dei parenti (non informati sulle gravissime ripercussioni che avrebbe avuto sulle loro vite quel gesto comandato da altri, o meglio, dall’alto).

Fu intubato. E poi tracheostomizzato e ventilato artificialmente. Per sempre. Perché ogni tentativo di svezzarlo dal respiratore fu vano.

Nel giro di alcuni mesi Giacomo perse progressivamente l’uso di quasi tutti i muscoli, sino a poter muovere solo gli occhi. E fu in quella fase della malattia che lo conobbi. Era così ormai da anni.

Entrando nella sua stanza mi soffermai nell’anticamera e, senza essere vista, ebbi il tempo di perlustrarla con lo sguardo: era tappezzata di foto, Giacomo che inforca una bici in cima a una montagna carica di neve, Giacomo che scala una parete di roccia, Giacomo il giorno delle nozze mentre sorride felice con la sua moglie biondissima e innamoratissima, Giacomo giovane che abbraccia un bebè con una tutina rosa, Giacomo che abbraccia un secondo bebè con una tutina rosa a fiori. Sull’altra parete le foto non includevano più Giacomo: la moglie biondissima abbracciata a due splendide ragazze, una delle quali incoronata d’alloro e ricoperta da una toga, forense, la moglie biondissima mentre bacia l’altra ragazza vestita a nozze e radiosa, come la mamma tante foto e tanti anni prima. Spostai dall’armadio lo sguardo verso il fondo del letto: due arti inermi e magrissimi riempirono i miei occhi e il rumore di un respiratore affaticato le orecchie. Di lì una cascata di emozioni mi si rovesciò addosso, compreso il senso di colpa, la fastidiosa sensazione di essere una guardona impertinente. Il cuore sobbalzò nel petto con capriole sgraziate, il volto si avvampò di un calore insano e preoccupante. Senza rendermene conto mi ritrovai fuori dalla stanza, con un respiro doloroso e irregolare, aggrappata alla cartelletta di plastica stretta al punto da avere le nocche delle dita completamente bianche.

Cercai di appellarmi al buon senso, al distacco gelido con il quale i professoroni ti dicono di guardare i malati, a un ente soprannaturale che mi aiutasse a non farmi sopraffare ancora dalle emozioni.

Respirai a fondo, chiusi gli occhi ed entrai. Lo visitai e fu straziante. Parlai con Giacomo, dicendogli che avrei provato con un farmaco a lenire il dolore che avvertiva a tutti gli arti (la beffa della natura matrigna vuole che in questa malattia il movimento sia proibito e la sensibilità, invece, viva e vitale). I dolori erano stati comunicati da Giacomo ai medici del centro, in un linguaggio cui, sapevo per certo, non avrei mai potuto accedere. Cercai nel suo sguardo un cenno di assenso. Ma nei suoi occhi leggevo solo dissenso, diffidenza, lontananza. Quelli come me, i medici, avevano portato a tutto questo. Quelli come me lo riducevano a questo strazio. Quelli come me non lo avevano informato. Quelli come me non gli avevano permesso di decidere. Per non crollare davanti a lui e alla sua sferzante accusa, provai a rievocare alla velocità della luce le teorie secondo le quali Giacomo avrebbe una degenerazione di una parte del cervello che regola la critica, il giudizio, le emozioni, rendendo apatici, indifferenti, privi di emotività. Ma con una violenza inaudita, l’idea che questa ipotesi non fosse altro che un giustificativo per far dormire tranquilla tutta la comunità scientifica si impossessò di me. E a quel punto, sentii gravare sulle mie spalle un peso enorme. Insostenibile. Quasi mi uscì di bocca la parola “scusa”.

Gli sorrisi grevemente, mi aggrappai alla cartelletta, unica certezza della giornata, e feci per uscire dalla stanza. Le lacrime stavano prendendo il sopravvento, per cui accelerai. Come un vortice nella testa già ebbra volarono pensieri del tipo: ma se fossi io, non sarebbe tremendo vedermi tutti i giorni in canoa o immersa in acque cristalline, risentire le braccia che pagaiano e nuotano e non riuscirle a muoverle? Non vorrei morire se vedessi mio marito che mi sorride nel giorno di nozze? Non vorrei che mia figlia avvocatessa vendicasse la mia sofferenza orribile punendo un sistema malato che dilania e uccide le persone, fingendo di salvare ciò che la natura ha creato?

Quasi mi misi a correre, ma il mio sguardo riuscì a catturare l’ultimo frammento che mi fece rabbrividire: sulla porta, in bella vista, il disegno di un bimbo raffigurava i nipoti di Giacomo. Davide, Noemi, Riccardo: D-N-R. Da non rianimare.

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