Servizio Pubblico: buona la prima!

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di “Servizio Pubblico” di Michele Santoro. Dai primi dati che stanno emergendo in queste ore, il progetto partito “dal basso” è stato un successo senza ombra di dubbio. 12% di share sulle reti  (tv locali e Sky) che l’hanno trasmesso – sebbene il dato non sia definitivo – centinaia di migliaia di contatti sul web nelle varie piattaforme che ospitavano lo streaming video, il terzo canale più seguito della “tv italiana”. Doveva essere un successo d’ascolto, e tale è stato.

Santoro e i suoi hanno portato la televisione fuori dalla televisione, dai suoi meccanismi, dai suoi paradigmi. È l’aspetto più interessante di tutta quest’operazione, quel finanziamento popolare che ha permesso a una trasmissione “cacciata” dalle TV ordinarie di andare comunque in onda, senza limitazioni, senza controlli dall’alto. Le persone devono poter scegliere liberamente cosa guardare. Gli spettatori, i cittadini, hanno fatto uno step in più che fa sembrare la televisione classica un vecchio dinosauro ormai destinato all’estinzione. Da una parte le vecchie regole decisionali, uno strapotere mediatico che decide cosa devono ascoltare e guardare i cittadini, dall’altra parte ciò che i cittadini (perlomeno una parte) hanno voglia di sentire. Servizio Pubblico ci ha ridato la possibilità di scelta, la possibilità di decidere cosa guardare, e non di subire le decisioni di qualcun’altro. Il Paese, anche dal punto di vista dei media, si comincia a muovere a due velocità diverse; non si può infatti non notare come questo nuovo modo di fare la tv si sia spinto oltre, facendo mostrare il fianco ad una visione antica del mezzo televisivo: non c’è più l’imposizione del palinsesto, il palinsesto lo decide lo spettatore.

Una reazione naturale all’impossibilità di guardare quello che si vuole, senza dover tenere conto di logiche di partito, di influenze del governante di turno e così via. In fondo, a prescindere da come la si pensi, non bisogna guardare Servizio Pubblico come un programma “sovversivo” (per quanto lo possa sembrare nelle intenzioni.) Non è importante di cosa si parla, si può benissimo essere in disaccordo totale con la visione santoriana del mondo politico italiano; ciò che la gente, il suo pubblico, chiedeva, era semplicemente la possibilità di ascoltare anche un’altra campana (schierata), di decidere personalmente e liberamente cosa guardare e non guardare nella TV italiana. Ma se una campana viene messa a tacere, questa possibilità decade, e muore il tanto decantato pluralismo.

Ciò che ci è piaciuto di più della trasmissione di Santoro non sono stati tanto i contenuti o lo stile, che comunque si è mantenuto molto simile a quello di Annozero e delle scorse tramissioni… anzi, a dirla tutta, da un certo punto di vista ci si aspettava qualcosa in più (considerazione forse figlia dell’enorme aspettativa sviluppatasi attorno a questo “evento” mediatico). La cosa più interessante è stata quella di guardare una trasmissione senza preoccuparsi troppo delle varie folli leggi televisive non scritte; si è avvertita a pelle quest’aria di libertà editoriale, di mancanza del terrore della telefonata di rimprovero di turno, delle inutili regole volte a scandire le tempistiche di intervento degli ospiti in studio, del dictat dell’orario di chiusura. I giornalisti e il pubblico avevano un volto rilassato, tranquillo. E, soprattutto, tanta informazione in questa prima puntata dedicata agli sprechi immensi della casta.

Staff confermato, con Travaglio, Vauro, Ruotolo (anche se ci sono mancati un po’ i suoi collegamenti in esterna), Giulia Innocenzi, e ospiti in studio De Magistris e Della Valle; gli altri giornalisti presenti sono stati Paolo Mieli, Luisella Costamagna e Franco Bechis, oltre a un interessantissimo intervento del duo Stella e Rizzo, famosi per i loro libri-inchiesta. Ma tanta parola è stata data anche ai “sovversivi”, agli spettatori, ai racconti della gente comune. Molto importante (a livello di cifre) anche la partecipazione online in diretta, con centinaia di migliaia di contatti sui vari social network, segnale distintivo di questa trasmissione che viaggia oltre i confini del piccolo schermo attraverso il web e le nuove tecnologie.

Ieri sera in Italia è cominciata una nuova epoca di informazione libera, e questo possiamo dirlo senza remore o eccessivi entusiasmi. Non ci vorrà molto tempo prima che i cittadini e gli spettatori si abituino a queste nuove forme di comunicazione. Il mondo continua a viaggiare velocemente, e prima o poi anche i tradizionalismi tutti italiani, rimasti bloccati a decine di anni fa, andranno a sciogliersi come castelli di sabbia colpiti dal mare di questo mondo moderno.

Ci hanno tolto la possibilità di scelta, e noi ce la siamo ripresa. Un piccolo mattone è stato posto. Non a caso il progetto si chiama “Servizio Pubblico”. Pubblico. Speriamo si continui così.

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Servizio Pubblico: esperimento di informazione libera

Il 3 Novembre andrà in onda la prima puntata di Comizi D’Amore, nuova trasmissione di Michele Santoro e del suo staff che, attraverso l’iniziativa “Servizio Pubblico”, ha aperto le porte a un nuovo modo di fare televisione e informazione. In un momento storico in cui una trasmissione di successo come Annozero viene inspiegabilmente ritirata dalla Rai – nonostante i costanti successi di pubblico della passata stagione – nasce un nuovo modo di fare televisione: forti dell’esperienza di Raiperunanotte, i Santoros hanno lanciato un’iniziativa di “finanziamento popolare”. Con una donazione di dieci euro è possibile finanziare una trasmissione che è stata cancellata dalle TV generaliste italiane, che andrà invece in onda su di una piattaforma di media incrociati quali internet e le TV locali. Anche Sky ha dato la sua adesione. Santoro quindi andrà in onda per volere dei cittadini e dei suoi stessi spettatori, fedelissimi e non, che non vogliono accettare la “cancellazione” del suo programma per motivi che di “aziendale” hanno poco e di “politico” hanno molto.

Non si spiega altrimenti l’abbandono di un format di successo che ha battuto record su record (e viene subito alla mente l’altro grande assente, quel “Vieni via con me” che ha fatto sfaceli la scorsa stagione) di ascolto, per una rete come la Rai in costante calo di spettatori. Far fuori Santoro significa togliere una voce importante al pluralismo dell’informazione, che si sia d’accordo o meno con le sue idee. Per fortuna il mondo si muove veloce, è proiettato nel futuro, non segue più le logiche di palazzo, e scavalca il problema in una maniera tutta nuova, quantomeno per l’esperienza italiana in materia. Un programma autofinanziato dagli stessi spettatori in maniera così diretta non si era mai visto. E bisogna soprattutto porre l’attenzione all’enorme successo che ha riscosso la campagna di adesioni. Le persone hanno una voglia pazzesca di una trasmissione che faccia un’informazione senza bavagli di sorta, che dica le cose che vanno dette, che vada ad approfondire le questioni di cui i media tradizionali sembra non vogliano più parlare.

httpv://www.youtube.com/watch?v=hMlc1CczdjA&list=UUq3QhkV1-S5KonNKUqQP8fw&index=13

Conflitto d’interessi, politiche di esclusione delle voci scomode, presidenti che eseguono ordini “dall’alto”, programmi di successo cancellati. Tutte queste riflessioni sono state affrontate in mille modi diversi. Quello che a noi più interessa però è questa sorta di spostamento del potere decisionale nelle mani dello spettatore che, abbandonato dalla “sua” televisione nazionale, preferisce finanziare di tasca propria la trasmissione che desidera vedere. Sarà un successo? Lo è già stato. L’iniziativa di Servizio Pubblico ha di fatto messo in evidenza le dubbie decisioni della Rai che, trincerandosi dietro le solite scuse, vede parte del suo pubblico prendere coscienza su questa problematica e trovare una soluzione “faidate”. È il primo esempio di “pay-per-know”, pagare per essere informati. Certo, la cosa dovrebbe accadere già in maniera automatica con il fantomatico abbonamento Rai, ma visto che tutte le televisioni sono controllate in maniera diretta o indiretta dal solito personaggio che tutti conosciamo, per trovare un po’ di aria fresca bisogna andare altrove. L’informazione esce definitivamente dai confini dei canali tradizionali, viaggia sempre più veloce attraverso il web (che ancora una volta è stato il vero motore trascinante di Servizio Pubblico), diventa parte integrante della vita dell’individuo che la va a cercare e non la subisce più passivamente.

È un atto di modernità, è un atto di futuro che avanza, è l’inizio della fine di un’epoca dell’imposizione dell’informazione. E se già tanti passi erano stati compiuti sinora, con Servizio Pubblico e Comizi D’Amore viene posta l’ennesima pietra miliare nella lotta alla libertà di informarsi e di informare. È un punto di non ritorno, è l’inizio di una nuova epoca anche per il cittadino italiano, storicamente attore passivo dei media, che si “rivolta” e prende coscienza di sé. Questa forse è la vittoria più bella di quest’iniziativa che, comunque vada, ha cambiato per sempre le carte in tavola. Che sia arrivata anche per noi l’epoca di una rivoluzione intellettuale? Noi non lo sappiamo, ma di sicuro scommettiamo che Comizi D’Amore sarà un grande successo. Con buona pace dei vecchi tromboni che controllano i media, che si renderanno conto ogni giorno di più di essere ormai gli ultimi esemplari di una razza di dinosauri votata all’estinzione.

Per quanto possano provare a fermarlo, il futuro è là fuori,  ricco di speranze e di novità.

 

Vi lasciamo alcuni contatti per approfondire:

La home page di Servizio Pubblico 

La pagina Facebook con tutti gli aggiornamenti

Il canale youtube

httpv://www.youtube.com/watch?v=OH9DA0e2PUQ&list=UUq3QhkV1-S5KonNKUqQP8fw&index=12

 

 

 

 

 

Libertà di informazione, bye bye…

Il disegno di legge n. 1611, dai più conosciuto come “legge bavaglio” contro le intercettazioni, mette in gravissimo pericolo la libertà di informazione sul web e l’esistenza di tutti i blog e i siti che in Italia cercano di fare un’informazione alternativa.

Per i siti informatici, ivi

compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le
rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto
ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilita` della notizia
cui si riferiscono."

Nel simpatico disegno che vuol porre fine alle intercettazioni (chissà come mai i politici ne hanno così tanta paura, eh?), al comma 29 dell’articolo 1, appare una norma che è destinata a distruggere gli ultimi scampoli di libertà che ci rimangono in rete. In pratica, se dovesse essere approvato (ma vista la fretta dell’esecutivo di pararsi il didietro, questo accadrà), obbligherà ogni blogger, autore o semplice utente a rettificare il contenuto pubblicato semplicemente dietro una segnalazione del diretto interessato.

Se già in passato lo strumento della querela (abusato e stra-abusato) teneva i bloggers con il fiato sospeso e il terrore di finire in tribunale (causa penale, ricordiamolo) per aver espresso una semplice opinione (con nessun “rischio” per la parte in causa, che quindi poteva querelare quanto voleva), adesso non servirà neanche tutta la trafila. O arriva la rettifica in 48 ore, oppure multe salatissime fino a 12.000 euro. Capirete che è nient’altro che un bavaglio, una censura assoluta che mette in pericolo qualsiasi contenuto online. Fermo restando che è sacrosanto il diritto di sentirsi diffamati e di ricorrere agli organi per difendersi da dichiarazioni false, sbagliate o offensive, ed è giusto che le persone siano tutelate in qualche modo, è sconvolgente l’idea che basterà segnalare qualsiasi contenuto per farlo rimuovere-rettificare in tempi rapidissimi, e senza discussioni.

Rimane ancora l’equiparazione tra blog e prodotti editoriali classici, che è forse a monte il primo problema da risolvere. Da un lato media che hanno dietro finanziamenti, protezioni sindacali, copertura legale, dall’altro i semplici cittadini (spesso giovani) che esprimono le loro opinioni, che raccontano delle storie, sprovvisti di alcun tipo di tutela. Capirete anche voi che “minacciare” velatamente un blog è semplice. Mentre un quotidiano, ad esempio, alla querela/richiesta di rettifica si mette lì e analizza, decide, si tutela, il blogger di turno è già attualmente costretto a battere in ritirata se non si vuole trovare a spendere denaro e tempo appresso ad una causa.

Se questo disegno di legge dovesse passare, oltre ai tremendi lati negativi della limitazione delle intercettazioni (di quanti casi non saremmo a conoscenza, oggi?), il blogger non potrà neanche più riflettere concretamente sulla possibilità di difendere le proprie idee. Devi rimuovere il contenuto entro due giorni, oppure ti becchi la multa. E chi decide se c’è vera diffamazione? Nessuno. Il passaggio è automatico: segnalazione – obbligo di rettifica. Sconvolgente. 

Questo potrebbe significare la morte totale della libertà di opinione sul web. Senza esagerare con gli allarmismi, appare molto concreta la possibilità che un blog o un sito, che dà fastidio a qualcuno semplicemente perché dice le cose con una voce fuori dal coro, possa essere tartassato di segnalazioni, articolo su articolo, e alla fine sarebbe costretto a chiudere. La Cina con il suo controllo totale della rete non è poi così lontana, pensateci.

Una classe politica vecchia, rimasta nella preistoria, con decine di scheletri nell’armadio, si protegge togliendo giorno per giorno ogni libertà ai cittadini. Si sono resi conto molto bene che la rete non ha scudi, non ha specchietti per le allodole, non è, in poche parole, controllabile. Non è come la TV, dove sei obbligato a vedere quello che dicono loro. Non è come i giornali, dove sei obbligato a leggere quello che dicono loro. No. La rete dà la parola alle persone, ai semplici cittadini, a chi vota quella gente e a chi li manda a governare (spesso male) e a fargli ottenere le loro pensioni d’oro e le loro poltrone. E questo evidentemente non è più tollerabile.

Non resta che la sensazione di schifo di fronte a idee così arretrate, fuori dal tempo, che ci costringeranno a vivere in un Paese sempre meno libero. Sono curioso di sapere voi lettori cosa ne pensate a riguardo. Io sono ormai senza parole.

E' tutta questione di genere

Al suono di “Se non ora quando” si è avviata una nuova stagione del femminismo italiano, che si sta  nutrendo sempre più di manifestazioni, eventi culturali, volti a dare voce a quelle donne che non si sentono per niente rappresentate dalla cultura attuale, ancor meno dalla politica e dai mezzi di comunicazione.

Sempre valide ma poco al passo con i tempi, le idee del femminismo italiano si erano fermate storicamente agli anni ’70, agli slogan de “l’utero è mio e io lo gestisco”, mentre a livello effettivo ci erano rimaste le sempreverdi Jo Squillo e Sabrina Salerno al grido di “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”.

Ora che anche le più giovani avvertono, a ragione, l’esigenza di sentirsi rappresentate, di trovare un’identità comune in cui riconoscersi, appare fondamentale un rimando a quelli che sono le origini, il rimando al genere.

Gli studi di genere propongono un approccio multidisciplinare legato al significato di identità di genere. Nati negli anni ’80, gli approfondimenti sul genere traggono spunto dagli studi sul femminismo, in correlazione agli studi sull’omosessualità , e dalla filosofia francese che ebbe come maggiore esponente in quegli anni Jacques Derridà.

Parlare di studi di genere non comporta l’affrontare una disciplina, quanto piuttosto una modalità interpretativa che si sta sviluppando soprattutto negli ultimi anni, attraverso diverse discipline, e che si focalizzano sullo studio dell’identità del soggetto.

La distinzione originaria che viene posta in essere è quella tra sesso e genere, individuando nel primo una demarcazione di tipo biologico, nel secondo invece la rappresentazione di atteggiamenti e comportamenti, proprie della visione di mascolinità e femminilità, definiti dalla cultura di appartenenza. A ciò è correlato anche il ruolo di genere, quindi la modalità di esteriorizzare la propria identità maschile o femminile.

Il genere non è un drammatico destino a cui andare incontro, poiché a partire dalla dimensione biologica, data dalla nascita, l’identità di genere viene costruita, delineata, rappresentata nel corso del tempo.

A tal proposito la filosofa femminista Simone de Beauvoir afferma: “non si nasce donna, vi si diventa”.

Da sottolineare come gli studi  femministi d’esordio  rispondevano all’immagine di donna bianca, mediamente benestante, con una cultura discreta. Questo elemento ha fatto sì che gli studi di genere avessero un grande seguito soprattutto nei Paesi più poveri, meno occidentalizzati, in cui si è cercato di offrire, attraverso questo tipo di cultura interpretativa, un’analisi che appartenesse anche alle cosiddette “subalterne”, vittime di una cultura poco emancipante. Non a caso una delle più grandi studiose del genere è stata Mahasweta Devi, indiana di lingua bengali, che nei suoi testi racconta un’India diversa da quella del nostro immaginario, che per lo più arriva ai film di Bholliwood e a Sandokan, che oltretutto era la tigre sì, ma della Malesia.

Gli studi di genere sono stati e restano il caposaldo per una nuova visione interpretativa, in cui siamo noi, donne e uomini, a fare la differenza, con il nostro modo di vivere la cultura, senza che essa ci venga imboccata col cucchiaino.

E forse tra l’inno “tremate, tremate le streghe son tornate” , e le immagini poco edificanti di signorine che passano con versatilità dal letto alla poltrona politica e viceversa, ci siamo noi, le ragazze che lottano nel quotidiano, che si impegnano e ogni tanto si disimpegnano anche, affinché “non più puttane, non più madonne, ma finalmente donne”.

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Libertà di disinformazione

“Le minacce alla libertà dei media rimangono una preoccupazione in democrazie consolidate. Varie pressioni limitano la libertà di stampa in paesi democratici diversi come India, Israele, Italia e Sud Africa. […] L’Italia è rimasta un’eccezione nella sua regione (Europa occidentale, ndA) con il suo status ‘parzialmente libero’, e ha registrato una piccola diminuzione del punteggio durante il 2010 a causa degli accresciuti tentativi del governo di interferire con la politica editoriale presso le emittenti di Stato, in particolare sulla copertura degli scandali che accerchiano il Primo Ministro Silvio Berlusconi”.

Queste parole sono tratte dal rapporto “Freedom of the Press 2011” di Freedom House. Per chi non lo sapesse, Freedom House è un istituto di ricerca statunitense che si occupa di promuovere la democrazia e la libertà nel mondo. Ogni anno stila un rapporto sulla situazione della libertà della stampa e dei servizi di informazione a livello globale. Nel 2010 l’Italia era al 72esimo posto (su 196 paesi) della classifica. Male, eh? Quest’anno siamo ulteriormente peggiorati. Ora siamo 75esimi, confermando lo status di paese parzialmente libero come, fra gli altri, Benin, Bulgaria, Bielorussia (Lukashenko, chi è questo?), Namibia, Botswana, Haiti o Timor Est. Paese parzialmente libero. Alla faccia di chi continua a blaterare che “Santoro e il TG3 sono la prova che in Italia non ci sono limiti alla libertà di informazione”.
Nel mese di aprile Freedom House aveva pubblicato il rapporto “Freedom on the Net 2011“, che come dice il titolo espone i risultati di un analogo studio sulla libertà di espressione su Internet. In questo rapporto l’Italia si piazza decisamente meglio, al sesto posto, guadagnandosi lo status di paese libero. Non c’è molto da sorridere, però. Fra le pagine dedicate al nostro paese, ecco cosa si legge:

“La spinta per restringere la libertà su internet proviene in parte dalla struttura della proprietà dei mezzi di comunicazione in Italia. Il Primo Ministro Silvio Berlusconi possiede, direttamente e indirettamente, un grande raggruppamento privato di media, e la sua posizione politica gli conferisce una significativa influenza sulla nomina di funzionari della televisione di Stato. Un tale dominio finanziario ed editoriale dei media radio-televisivi può offrire alla classe dirigente del paese un incentivo a restringere la libera circolazione dell’informazione online, per ragioni politiche o per influenzare la competizione per gli spettatori derivante dai contenuti video online. Ciò nonostante, alla fine del 2010, la varietà di vedute e il livello di critica al governo nelle discussioni online erano in gran parte non controllate e apparivano più grandi che nei mezzi di comunicazione radio-televisivi e di stampa”.

Non a caso, puntualmente, le analisi di Freedom House trovano molto più spazio e vengono sottoposte ad analisi e commenti molto più su blog, forum e organi di informazione su internet che in TV. Tuttavia, internet è uno strumento che richiede una partecipazione attiva dell’utente alla ricerca dell’informazione, mentre i mezzi cosiddetti “tradizionali” permettono un approccio passivo, purtroppo molto più gradito al pigro italiano medio, soddisfatto dell‘infotainment di basso livello che ogni giorno gli viene riversato addosso. Il rapporto non fa che sottolineare un dato di fatto noto da tempo e per questo costantemente sminuito: il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi è gigantesco e influenza, in negativo, la vita democratica del nostro paese. Un paese disinformato non possiede l’arma più importante in difesa della democrazia, ossia la possibilità di verificare l’operato della classe dirigente, fondamento della sovranità popolare.

James Madison, quarto Presidente degli Stati Uniti d’America, scriveva:

Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe. La conoscenza governerà sempre sull’ignoranza, e un popolo che intende essere il proprio governante deve armarsi con il potere che la conoscenza fornisce”.

Duecento anni dopo, in un’epoca in cui le notizie sono veramente a portata di tutti, affrontiamo ancora gli stessi problemi. È interessante il fatto che Freedom House significhi “Casa della libertà”. Evidentemente il concetto di libertà non è uguale per tutti.

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La dignità scende in piazza

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.

Il potere della televisione.

Negli ultimi due mesi in Italia non si è fatto altro che parlare dell’ultimo caso di cronaca che ha tenuto con il fiato sospeso l’Italia. La povera Sarah Scazzi, trucidata poco più che adolescente, pare con una violenza inaudita, ha tenuto banco in tutte le trasmissioni di approfondimento televisive (non tutte, diciamo la stragrande maggioranza).

Partendo da questo avvenimento (di cui, per rispetto, vorrei parlare poco), c’è da rimanere ancora una volta sbalorditi di fronte al terribile potere mediatico che ha la televisione sulle persone, sulla gente. Proprio l’altro ieri si leggeva di “turismo del macabro”, flottiglie di persone che si muovevano da un luogo all’altro della ormai tristemente nota Avetrana, un pellegrinaggio dell’orrido in cui le persone, spinte da una morbosa curiosità, andavano a visitare i luoghi in cui si è consumato il terribile delitto.

Si è completamente perso il contatto con la realtà. Dalla rivelazione dell’assassino alla povera madre sparata in faccia alla gente in prima serata, in diretta a Chi l’ha visto, fino all’ennesimo e, sinceramente, patetico plastico con tanto di modellini di automobili, immancabile a Porta a porta. Sì, stentate pure a crederci, ma anche questa volta a Porta a porta hanno tirato su il plastico per raccontarci nei minimi dettagli cosa è accaduto sul luogo del delitto. Il passaggio è semplice. Da un lato la TV che bombarda dalla mattina alla sera (è stato praticamente impossibile trovare un momento in cui almeno una trasmissione non parlasse del delitto), dall’altro la curiosità ultra-morbosa del pubblico, abituato ai Grandi Fratelli, che vuole sapere tutto, che si interroga, che si incuriosisce, come fosse l’ennesima puntata del serial televisivo preferito. E alla fine giudica, fa i suoi processi, decide chi deve essere il colpevole, chi deve stare in galera e marcire, chi invece deve essere libero, tanto abituato a decidere chi esce alle nomination con il televoto, forse il popolo sarebbe pronto anche a decidere così chi va in galera e chi resta fuori. Il contatto con la realtà si rompe, la fiction entra prepotentemente nel mondo reale, i confini tra le due si confondono, non si capisce più cosa è vero, cosa è drammatico e reale, e cosa è falso, finzione, romanzo.

Il surreale plastico di Porta a Porta

Ma è solo colpa di un popolino gretto, basso, morboso? O c’è qualcosa di più? E se invece fosse proprio l’enorme potere mediatico della televisione (e dei media in generale) a indirizzare le persone verso un determinato “modus pensandi”, nella finzione tanto quanto nella realtà? Sarebbe davvero così difficile presentare le notizie di cronaca in una maniera fredda, distaccata, senza musiche tristi di sottofondo, senza le inutili trasmissioni di approfondimento che durano interi pomeriggi (perché si sa, la casalinga mentre fa i lavori domestici guarda la TV) su Canale 5, con ospiti esperti discutibili che sezionano e impacchettano la verità e la rivendono ai migliori offerenti (gli spettatori), così tanto affamati di orrore?

La verità è un’altra a mio parere. La verità risiede nel fatto che la televisione è uno strumento (sì, strumento) pericolosissimo, dal potere enorme, che, come il terrore dei ’50, quando era vista come “lavaggio del cervello”, bombarda, orienta, sposta le idee delle persone comuni. Le fa concentrare su altro, indirizza l’informazione in un’unica direzione, tiene la gente lontano da altri problemi.

E in un paese come il nostro, dove il 100% delle televisioni è in mano ad una sola persona, questo dovrebbe far rabbrividire. Ben più del terribile delitto di Sarah Scazzi.

Fatevi un piacere, spegnete la TV per una settimana, e riaccendetela una settimana dopo: improvvisamente vi sembrerà tutto dannatamente finto e artefatto, un’enorme presa in giro.

La disinformazione dei giovani

[stextbox id=”custom” big=”true”]Quest’oggi scrive per Camminando Scalzi la giovanissima Camilla Rotunno. Lasciamo che si presenti da sola: “Mi chiamo Camilla, ho 15 anni e frequento il secondo anno del liceo linguistico. Adoro le lingue straniere, in particolare l’inglese. Il giornalismo mi ha sempre affascinata e ho seguito dei corsi riguardanti l’argomento a scuola. Mi piace molto leggere e ascoltare la musica, ed ultimamente sta nascendo in me un interesse nei confronti della politica in quanto credo che ognuno debba farsi un’idea fin da subito e debba essere cosciente di ciò che gli accade intorno. Spero di poter fare la giornalista un giorno…chissà! Per ora posso dirmi più che felice per la pubblicazione del mio primo articolo!”  [/stextbox]

Purtroppo oggi, tra i tanti problemi che interessano l’Italia, c’è anche la disinformazione, che è anche una delle cause principali di tutti gli altri, probabilmente. Questo “fenomeno” riguarda molto i giovani; sono pochissimi quelli che acquistano ancora un quotidiano, o si informano sul web, oppure guardano un tg. Le uniche cose che ormai interessano i giovani sono il gossip e la TV trash. Molti preferiscono guardare un reality come ad esempio il “Grande Fratello”, piuttosto che un talk show. È questo il genere di cose che piace ai giovani, che li attira: la corsa verso un successo effimero ed illusorio, in cui l’ignoranza è requisito fondamentale. Insomma, si dedica molto tempo a cose futili. Poco importa di quello che accade nel mondo, di un’Italia che va a rotoli. I più se ne fregano e vivono in questo “mondo a parte” dove tutto è facile e i problemi non esistono. Colpa forse della TV che non propone una vasta e libera informazione; la poca presente infatti è manipolata o addirittura censurata, basti pensare alla chiusura temporanea dei talk show, in un periodo simile. Oltre alla TV, un altro elemento che porta i giovani ad essere sempre più disinformati è la società. Si tendono a ignorare le cose negative prediligendo quelle di scarsa importanza, e si trasmette ai giovani questo modo di evadere dai problemi, evitandoli. Viviamo in un paese manipolato, in cui informarsi seriamente è difficile, un paese che tende a tappare le orecchie e chiudere gli occhi ai giovani, al futuro, di fronte a quelli che sono i temi che dovrebbero principalmente interessarli. Un tempo erano loro i primi a muoversi per cambiare le cose che non andavano, ora quanti sono quelli disposti ad alzarsi e manifestare per ciò che non va? Quanti sono pronti a mettersi in gioco e a far sentire la propria voce? Ancora pochi, purtroppo!

Va certo detto che la colpa non deve essere attribuita ai giovani, non del tutto. Va piuttosto attribuita a questa società sempre più mediocre che cerca di nascondere le cose invece di risolverle nel modo più corretto. Ma non bisogna nemmeno fare di tutta l’erba un fascio: esistono ancora giovani che combattono per i propri ideali; persone pronte a gridare a gran voce che qualcosa non va e che è tempo di intervenire, propense a divenire consapevoli di ciò che accade e di conseguenza ad informarsi. Persone che potranno essere prese come modello da coloro che non hanno ancora capito che la cultura è il mezzo fondamentale per raggiungere una giustizia ed una libertà che stanno pian piano svanendo.

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Speciale No B-Day – Il reportage di Erika Farris

Oltre 360mila adesioni i rete, più di 600 bus da tutta Italia e svariati cortei in diverse parti del mondo, per una manifestazione costruita attorno alla figura del premier Silvio Berlusconi e alla prassi politica che esso identifica. Un passaparola tra bloggers, un noto socialnetwork e il magico potere della rete, per trasformare la virtuale platea degli internauti in un concreto corteo di manifestanti. Sabato 5 dicembre le strade di Roma hanno assistito ad un evento che, a prescindere dalle cifre, simboleggia la potenzialità di uno strumento capace di scavalcare media, partiti e ordinarie strategie di comunicazione.

GetAttachment.aspx (1)Oltre un milione di partecipanti secondo gli organizzatori, 90mila  secondo la Questura, per una fiumana di persone che dalle ore 14 affollava Piazza della Repubblica per poi confluire in un corteo di 2 km verso Piazza San Giovanni, dove un palco di artisti ed intellettuali attendevano il loro turno per  esibire la propria adesione all’iniziativa. Da Salvatore Borsellino a Dario Fo e Franca Rame, da Fiorella Mannoia a Roberto Vecchioni, e da Ascanio Celestini a Mario Monicelli, per citare solo alcuni dei nomi più conosciuti che hanno aderito all’evento. Ma soprattutto bloggers, ricercatori e precari, saliti sul palco per urlare a gran voce il pensiero dei cittadini “comuni”, di quella folla di individui che gremivano la grande piazza romana.

GetAttachment.aspx (5)Una moltitudine di volti, dalle gote sbarbate dei giovani liceali sino alla matura consapevolezza dei tanti capelli bianchi che non hanno ancora perso la voglia di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Sfumature di viola come colore identificativo di un coloratissimo corteo, dove  ciononostante spiccava il rosso delle infinite bandiere di Rifondazione Comunista “& Co”, seguite dal bianco dell’Italia dei Valori e dai simboli verdi dell’omonimo partito.

L’Unità”, “Il Fatto Quotidiano” e “Il Manifesto” hanno partecipato alla manifestazione disponendo banchetti e dispensatori ambulanti di giornali, mentre improvvisati venditori di sciarpe viola e fischietti colorati commercializzavano i prodotti di questa fuggevole fetta di mercato. Il sottofondo delle canzoni suonate dalle casse dei sound system e una banda musicale accompagnata da un gruppo di teatranti danzatori dai variopinti costumi, uniti a striscioni e slogan di ogni sorta, dove l’ironia e il sarcasmo hanno fatto da padroni.

GetAttachment.aspx (4)Una manifestazione tanto pacifica e mansueta quanto rumorosa e contestataria, per un NO B-DAY che la classe politica non potrà certo ignorare, dalla maggioranza all’opposizione. Un evento che simboleggia quanto bisogno di cambiamento vi sia nelle argomentazioni di un movimento disposto a viaggiare per ore di bus, treno o addirittura traghetto, solo per proclamare il proprio dissenso. Giusto per dire “Adesso basta!” ad un soggetto politico ed al sistema che egli personifica. Un urlo di protesta dei tanti cittadini che non si sentono più rappresentati da quelle istituzioni che prima o poi dovranno fare i conti con il significato di questa giornata…

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Speciale No B-Day – Il reportage di Jack D'Amico

IMG_0737700 pullman da tutta Italia, 4 treni speciali dal nord e una nave dalla Sardegna.
Cinque i pullman ieri mattina alle 9 in partenza da p.zza Garibaldi a Napoli. In autostrada si incontravano pullman e auto provenienti da Campania, Calabria, Puglia, Sicilia, che sventolavano sciarpe e striscioni Viola.
Si era detto di non portare bandiere che facessero riferimento ai partiti, ma inevitabilmente arrivati all’Anagnina, non si poteva fingere di non vedere fiumi di persone che sventolavano bandiere di Rifondazione Comunista e dell’Italia dei Valori. Ci sono state anche scintille alla stazione tra alcuni manifestanti dell’ “Onda Viola” e altri di Rifondazione, proprio per la questione delle bandiere. Tutto risolto in pochi minuti, d’altronde eravamo lì per lo stesso motivo.
All’ingresso della metropolitana che avrebbe dovuto portare tutti i manifestanti a P.zza della Repubblica, due (e dico due) poliziotti, sono stati completamente ignorati dal fiume di Rifondazione Comunista che, al grido di “Berlusca merda”, ha passato i tornelli senza biglietto.
Metro piena, non c’era spazio nemmeno per respirare.
IMG_0740Arrivati in P.zza della Repubblica, che alle 13:00 era già colma di persone, in attesa che il corteo partisse, si intonano cori da stadio come “Berlusconi mafioso” e “Te ne vai sì o no“.
Si parte intorno alle 14:30 da P.zza della Repubblica. Ad ogni incrocio si aggiunge un nuovo corteo, e si raggiunge il milione di partecipanti. Un carro guida la manifestazione, subito dietro uno strisicone “Berlusconi dimissioni” e il gruppo No B-day Piemonte. Musica a tutto volume e ancora cori da stadio.
Una curva dopo l’altra il corteo cresce sempre più. Numerosissimi gli striscioni, il più significativo forse quello che riporta “Napolitano e Fini, le persone oneste sono con voi”, chiaramente riferite alle loro affermazioni degli ultimi giorni. Dai balconi e dalle finestre vengono sventolate sciarpe e palloncini violauna bambina saluta da dietro una finestra sotto la quale c’è appeso un lenzuolo “Sì alla legalità“.
IMG_0718Quando si arriva in P.zza San Giovanni il corteo conta a mio parere circa 1.200.000 partecipanti, ma nella mezz’ora successiva l’inizio del contributo di Margherita Hack continuano ad unirsi ancora altri cortei. Un signore con il megafono urla che in televisione hanno detto che il corteo conta 20.000 persone, tutti i partecipanti scoppiano a ridere.
Gli interventi più significativi sono stati quelli di Salvatore Borsellino, che ha commosso moltissime persone parlando di suo fratello e della sua scorta (“questi sono i nostri eroi”–  ha detto  –“Berlusconi il tuo eroe è Mangano. Berlusconi se ne vada dall’Italia!”) e quello di Ulderico Pesce che ha delineato un quadro perfetto dell’Italia in questo momento. Poi i concerti, la gente inizia a far ritorno a casa, Roma è paralizzata, a nulla servono i due, tre vigili ad ogni incrocio.
La cosa davvero triste è che oggi, 6/12/2009, per sentire parlare della manifestazione bisogna guardare Sky TG24, oppure cercare qualcosa in rete.  Mediaset  parla solo degli “arresti eccellenti” di Fidanzati e Nicchi.
Eppure non si può far finta di nulla. Tutte quelle persone (forse più del milione decantato dall’organizzazione) non sono invisibili.
Speriamo che ieri sia servito a qualcosa.
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