Umberto I: “Accade spesso”. Ma perché accade?

La vicenda della paziente lasciata in una lettiga per giorni è entrata in tutte le case italiane, compresa la mia. E ha destato stupore, sgomento, disprezzo.

In qualità di operatrice sanitaria, spesso alle prese con la dimensione dell’urgenza, non ho potuto esentarmi dal vivere emozioni e percorrere analisi, spesso ambivalenti o addirittura contraddittorie tra loro. Lo sdegno, l’immedesimazione nei familiari o nei sanitari, il disprezzo per le aree dirigenziali, la preoccupazione per un sistema sanitario che vacilla ogni giorno di più.

Che situazioni analoghe (non esattamente uguali) a questa si verifichino di frequente nei maggiori ospedali, specie nei grandi centri urbani, purtroppo non è cosa nuova. Si arriva in pronto soccorso con barelle ovunque, feriti, persone agonizzanti e spesso si  individuano casi che meriterebbero un ricovero immediato. Ma il posto letto non c’è. Occupato da pazienti ricoverati in regime ordinario (ossia giunti dal domicilio e non in urgenza), destinati a procedure diagnostiche che richiedono il ricovero o a trattamenti medico-chirurgici complessi e, il più delle volte, salvavita. Se dessimo spazio sempre e solo all’urgenza, i pazienti non sarebbero mai ricoverati e non potrebbero accedere ad interventi per tumori, malformazioni cardiache o vascolari da correggere, malattie degenerative da diagnosticare e trattare per quanto possibile. Insomma, le persone, se rispettassimo sempre e solo l’urgenza, probabilmente morirebbero a casa propria, morirebbero d’attesa, potremmo dire, in maniera analoga a coloro che sono in attesa in pronto soccorso.

Ovviamente è necessario un giusto equilibrio tra ricoveri programmati e urgenza: e chi lo deve concretizzare? I direttori, i caposala, la direzione, i medici stessi. E lo fanno? Parlando della mia esperienza personale in realtà disparate e diverse tra loro, risponderei  un secco no. La sensazione è quella di una profonda disorganizzazione; di un’infantile rivalsa sui colleghi ricoverando i “propri” pazienti; di uno spasimo direttoriale nel ricercare DRG più succulenti (il DRG è una classificazione usata per il finanziamento ospedaliero).

Ma dobbiamo confrontarci anche con un altro dato: gli enormi tagli dei posti letto che sono stati effettuati a carico delle cosiddette “low care”, ovvero le unità a bassa intensità di cura, ove defluisce la maggior parte dei malati che accedono ad un pronto soccorso. Le persone anziane con malattie in fase di scompenso, i ricoveri per indigenza (dobbiamo ricordarci che gli indigenti italiani e stranieri sono in vertiginoso aumento), i ricoveri per assistenza in fase terminale o per supporto di persone abbandonate al proprio destino costituiscono una larga percentuale dei pazienti che giungono al pronto soccorso. In confronto, il numero di pazienti destinati ai reparti specialistici o iperspecialistici è incredibilmente esiguo.

E sebbene questo dato sia incontrovertibile e ormai noto a tutti, le grandi aziende ospedaliere investono in reparti di lusso per patologie rare ove effettuare qualche trattamento da prima pagina del quotidiano nazionale.

E gli altri? Affari loro; non portano soldi, rappresentano un costo a fronte di nessun riconoscimento regionale o nazionale. Perché occuparsene? Ed ecco i tagli alle strutture. Ed ecco la frustrazione dei medici d’urgenza e gli specialisti che turnano in pronto soccorso, impotenti a Roma o Milano come potrebbe essere impotente un ostetrico in Burkina Faso, di fronte alla mancanza di risorse, mezzi, possibilità.

Ma non siamo in Africa. E le risorse ci sono. Ma sono male allocate, a partire dai vertici.

 In Emilia Romagna sono nate le Case della Sanità, strutture che coagulano risorse quali medici di base, pediatri di base, guardie mediche con modalità e tempistiche quasi sovrapponibili  a quelli del pronto soccorso, ovviamente per pazienti senza i criteri di urgenza. E i malati, grazie alla promozione, alla divulgazione e alla conoscenza, stanno cominciando ad affidarsi, senza correre per qualsiasi cosa in pronto soccorso.

La dirigenza che rappresenta la categoria dei medici di base promette (e dico “promette”) ristrutturazioni sostanziali che valorizzino, riqualifichino e tutelino la figura del medico di medicina generale, elemento essenziale nella lunga filiera della salute, che fino a una ventina di anni fa costituiva la roccaforte per le paure delle famiglie italiane in ambito sanitario.

Che cosa manca?

Manca la visione d’insieme. Manca la realizzazione dei progetti in fieri e l’estensione di quelli già in corso solo in poche fortunate regioni. Manca una ristrutturazione degli ospedali in direzione opposta a quella che stiamo percorrendo.

Ma ciò di cui maggiormente si sente la mancanza, nonché il bisogno, è un ritorno alle origini. Senza paura di apparire reazionaria o retorica, credo si debba tornare ad una visione della salute, della cura e dell’accudimento del tutto autentica, gratuita, onesta. Dove, certamente, i conti devono tornare ma non possono giustificare scelte indecorose, politiche mafiose, atteggiamenti omertosi e vili.

In fondo, abbiamo recitato il giuramento in nome di Ippocrate, non del dio denaro.

"Gli occhi di Giacomo" ovvero D.N.R. – DA NON RIANIMARE.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Inauguriamo oggi la rubrica “Med and the City”. L’autrice è Betty Bradshaw, già autrice di vari post sulla medicina, alcuni dei quali molto particolari… Vi invitiamo a rileggerli tutti a questo link [/stextbox]

Giacomo. Sì, si chiamava Giacomo. O forse… si chiama Giacomo.

Non so più nulla di lui, dal lontano 2007.

Lo conobbi nel periodo in cui ero consulente presso un centro dedicato agli stati vegetativi e di coscienza minima. Fu un’esperienza molto forte lavorare in una struttura del genere, sebbene gli spot della consulenza non siano paragonabili all’intensità del tempo pieno. È difficile descrivere le emozioni e i pensieri che scaturiscono dal contatto con realtà così particolari e così diverse da quelle in cui capita di imbattersi nel corso di laurea o di specializzazione. Non sei mai abbastanza pronto.

Ciò che mi sorprese la prima volta che entrai in “reparto” fu il silenzio. Un silenzio che non è quello della notte e nemmeno quello che immagino se penso alla fine, al vuoto, alla morte. È un silenzio buio ma denso: permettendomi una sinestesia, lo paragonerei al mare di notte. Sai che è il mare, ma non riesci a guardarci dentro e non sai che cosa si muove vicino a te. Fare il bagno di notte nel mare non mi è mai piaciuto, forse proprio per quel senso di vulnerabilità di fronte al nero che ti ricopre e a cui appartieni. La seconda cosa che mi colpì al bancone degli infermieri fu la presenza di un enorme acquario, popolato di stupendi pesci tropicali, silenziosi, leggeri, sottili. E mentre ero intenta a seguire le loro evoluzioni leggiadre con gli occhi sgranati e il naso appiccicato al vetro come una bambina, d’un tratto si materializzò davanti ai miei occhi un grosso e sgradevole pesce nero, di fronte al quale preferii abbandonare lo spettacolo. Le metafore interpretative si sprecano. La mia, piuttosto banale, mi indusse a credere che l’acquario non fosse lì per caso, che i pesci eterei e cangianti rappresentassero le anime dei pazienti e che il pesce nero non fosse altro che uno spettrale memento per tutti.

I degenti erano anziani signori il cui cuore aveva smesso di battere per un tempo molto, troppo lungo; ma non abbastanza da esaurire tutte le energie vitali, soprattutto quelle dei “centri di comando”, come per uno scherzo beffardo del destino (fortemente aiutato da soccorritori-Rambo che non sanno quando è il momento di lasciar andare). Ragazzi usciti di strada dopo una serata con gli amici e mai tornati a casa. Giovani uomini e padri di famiglia le cui arterie cerebrali avevano deciso di inondare il cervello di sangue, rompendosi, per non si sa bene quale protesta verso chi o cosa, lasciando però indenne proprio il fulcro della vita.

Giacomo però era diverso. Lui sentiva e vedeva tutto. E tutto comprendeva. Una gravissima malattia neurologica lo aveva travolto intorno ai 60 anni, e nel giro di 3 lo aveva portato all’impossibilità di muovere quasi tutti i muscoli del corpo. Una sera sopraggiunse un affanno improvviso, il respiro divenne sempre più difficoltoso e i familiari – la moglie e le sue due figlie – non adeguatamente informate su ciò che sarebbe accaduto (e forse anche su quanto impietosa e rapida fosse la malattia) lo portarono al pronto soccorso. Lì Giacomo ebbe una grave crisi respiratoria. Non esistendo in Italia (per questi malati e non solo) una legge che regolamenti la procedura e il diritto al non trattamento, Giacomo fu intubato, senza che fosse espresso un consenso suo (peraltro in stato di semi-incoscienza) o dei parenti (non informati sulle gravissime ripercussioni che avrebbe avuto sulle loro vite quel gesto comandato da altri, o meglio, dall’alto).

Fu intubato. E poi tracheostomizzato e ventilato artificialmente. Per sempre. Perché ogni tentativo di svezzarlo dal respiratore fu vano.

Nel giro di alcuni mesi Giacomo perse progressivamente l’uso di quasi tutti i muscoli, sino a poter muovere solo gli occhi. E fu in quella fase della malattia che lo conobbi. Era così ormai da anni.

Entrando nella sua stanza mi soffermai nell’anticamera e, senza essere vista, ebbi il tempo di perlustrarla con lo sguardo: era tappezzata di foto, Giacomo che inforca una bici in cima a una montagna carica di neve, Giacomo che scala una parete di roccia, Giacomo il giorno delle nozze mentre sorride felice con la sua moglie biondissima e innamoratissima, Giacomo giovane che abbraccia un bebè con una tutina rosa, Giacomo che abbraccia un secondo bebè con una tutina rosa a fiori. Sull’altra parete le foto non includevano più Giacomo: la moglie biondissima abbracciata a due splendide ragazze, una delle quali incoronata d’alloro e ricoperta da una toga, forense, la moglie biondissima mentre bacia l’altra ragazza vestita a nozze e radiosa, come la mamma tante foto e tanti anni prima. Spostai dall’armadio lo sguardo verso il fondo del letto: due arti inermi e magrissimi riempirono i miei occhi e il rumore di un respiratore affaticato le orecchie. Di lì una cascata di emozioni mi si rovesciò addosso, compreso il senso di colpa, la fastidiosa sensazione di essere una guardona impertinente. Il cuore sobbalzò nel petto con capriole sgraziate, il volto si avvampò di un calore insano e preoccupante. Senza rendermene conto mi ritrovai fuori dalla stanza, con un respiro doloroso e irregolare, aggrappata alla cartelletta di plastica stretta al punto da avere le nocche delle dita completamente bianche.

Cercai di appellarmi al buon senso, al distacco gelido con il quale i professoroni ti dicono di guardare i malati, a un ente soprannaturale che mi aiutasse a non farmi sopraffare ancora dalle emozioni.

Respirai a fondo, chiusi gli occhi ed entrai. Lo visitai e fu straziante. Parlai con Giacomo, dicendogli che avrei provato con un farmaco a lenire il dolore che avvertiva a tutti gli arti (la beffa della natura matrigna vuole che in questa malattia il movimento sia proibito e la sensibilità, invece, viva e vitale). I dolori erano stati comunicati da Giacomo ai medici del centro, in un linguaggio cui, sapevo per certo, non avrei mai potuto accedere. Cercai nel suo sguardo un cenno di assenso. Ma nei suoi occhi leggevo solo dissenso, diffidenza, lontananza. Quelli come me, i medici, avevano portato a tutto questo. Quelli come me lo riducevano a questo strazio. Quelli come me non lo avevano informato. Quelli come me non gli avevano permesso di decidere. Per non crollare davanti a lui e alla sua sferzante accusa, provai a rievocare alla velocità della luce le teorie secondo le quali Giacomo avrebbe una degenerazione di una parte del cervello che regola la critica, il giudizio, le emozioni, rendendo apatici, indifferenti, privi di emotività. Ma con una violenza inaudita, l’idea che questa ipotesi non fosse altro che un giustificativo per far dormire tranquilla tutta la comunità scientifica si impossessò di me. E a quel punto, sentii gravare sulle mie spalle un peso enorme. Insostenibile. Quasi mi uscì di bocca la parola “scusa”.

Gli sorrisi grevemente, mi aggrappai alla cartelletta, unica certezza della giornata, e feci per uscire dalla stanza. Le lacrime stavano prendendo il sopravvento, per cui accelerai. Come un vortice nella testa già ebbra volarono pensieri del tipo: ma se fossi io, non sarebbe tremendo vedermi tutti i giorni in canoa o immersa in acque cristalline, risentire le braccia che pagaiano e nuotano e non riuscirle a muoverle? Non vorrei morire se vedessi mio marito che mi sorride nel giorno di nozze? Non vorrei che mia figlia avvocatessa vendicasse la mia sofferenza orribile punendo un sistema malato che dilania e uccide le persone, fingendo di salvare ciò che la natura ha creato?

Quasi mi misi a correre, ma il mio sguardo riuscì a catturare l’ultimo frammento che mi fece rabbrividire: sulla porta, in bella vista, il disegno di un bimbo raffigurava i nipoti di Giacomo. Davide, Noemi, Riccardo: D-N-R. Da non rianimare.

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Medici e Pazienti visti dal profondo degli abissi

Smonto notte.

Anzi, smonto da tre giorni di delirio, perché quasi tutto il personale di reparto di un “eccellente” ospedalone lombardo ha deciso di partecipare a un congresso assolutamente imperdibile. Nessun ente regolatore sopraordinato si è preoccupato del fatto che essere medici significa assistere, prima di tutto, non aggiornarsi e approfittarne per andare a farsi una pucciatina in mare.

Venerdì tre turni, di cui due consecutivi e due contemporanei (9-20), sabato 14-21, domenica mattina e, sì, questa notte 21-9.30. E ora non riesco a dormire. Perché vaga nel subconscio inquieto un sottobosco di emozioni pungenti, di pensieri assolutamente scoordinati e schizofrenici, di immagini che riappaiono come errore di proiezione sullo schermo di un cinema decadente, di odori acri, di suoni molesti, di gemiti ritmici e impossibili da quietare.

Cosa resta di tutto questo? Come gestire e placare questo moto ondoso che impedisce il sonno? Forse solo ripescando i pesci più grossi, guardandoli in faccia attentamente e ributtandoli nelle acque torbide da cui provengono.

Gli squali: ragazzi giovani, con una diagnosi che non lascia speranza, in preda alla frenesia di rimettersi in piedi e riappropriarsi della propria vita dopo un intervento non risolutivo. Le loro domande circa il futuro (che sono mesi, nella migliore delle ipotesi) mordono con denti aguzzi e taglienti; le mie risposte pressappochiste e vaghe (“pretese” da fidanzate, mamme e mogli) tormentano come spilli la mia coscienza: ma se fossi io, non pretenderei di decidere se trascorrere i miei ultimi giorni in un viaggio intorno al mondo che mi ricompensi almeno in parte della bellezza del mondo che mi verrà sottratta, anziché restare in un letto a vomitare per la chemio?

I pesciolini rossi: innocui, fragili, relegati in una piccola boccia, privi di compagnia; gli anziani signori e signore, soli, maleodoranti, abbandonati da figli cugini e nuore, arrivati in pronto soccorso per non si sa bene che cosa. Alcolismo, gravi malattie mai curate (o, peggio, mai diagnosticate), farmaci non assunti perché la memoria non funziona, denti che mancano, vestiti laceri intrisi di urina. E cellulari di parenti del tutto irrintracciabili. O meglio: “siamo via per il week end”. Solo compassionevoli vicini di casa che da qualche giorno, non vedendoli, hanno chiamato i vigili, hanno fatto aprire la porta e li hanno trovati per terra. Però… “ci scusi, è domenica, dobbiamo andare alla cresima del nipote del cognato della zia… ve ne occupate voi ora”.

I pesci degli abissi: imperscrutabili, nelle profondità del mare della coscienza, intangibili, incontattabili. Provi a toccarli, a pizzicarli con energia, ma non troppa, perché quasi ti sembra di essere crudele. E non risponde nessuno, non c’è nessuno in casa. Un messaggio sulla porta: non ci siamo. Un biglietto aggiuntivo: elettroencefalogramma piatto, erniazione cerebrale, asistolia. Sono caldi ma, come in fondo al mare, li circonda un freddo spettrale che accappona la pelle e svuota la mente.

I pesci trasparenti: nuotano liberi, si muovono, sfuggono, scappano, scivolano, rischiano di correre contro a uno scoglio, ma la loro essenza è trasparente. Non c’è presente, non c’è passato né futuro, manca un dato di realtà su cui confrontarsi, a cui appigliarsi. Noi che abbiamo bisogno di realtà, di concretezza, noi che non sappiamo stare in sospensione, che il vuoto fa paura. Talora questi pesci “eterei”, d’un tratto, emettono urla spaventose, come se qualcuno o qualcosa li stesse lacerando. Noi che abbiamo bisogno di realtà, di numeri, di parole, di esami, pensiamo sia dolore, cerchiamo spiegazioni razionali e ragionevoli. Ma magari la loro è paura. Paura dei fantasmi che popolano il loro mondo trasparente, paura di volti minacciosi che li fissano dal fondo del letto, di bestie spaventevoli che popolano le loro acque.

Le murene: si aggirano con camici bianchi ma non sono medici. Sono creature fameliche, elettrifiche, prive di ogni forma di buon senso, ragionevolezza, compassione, umanità. Sono dietro l’angolo: aspettano solo che tu ti avvicini con le migliori intenzioni, per stabilire un contatto sottomarino, perché pensi che siano pesci come te. Ma appena li tocchi erogano una corrente che è pari a un elettroshock, per te e per l’ecosistema. Ma non sei tu a urlare quando ricevi la scossa, anzi: devi prodigarti per contenere le urla indegne di questi esseri immondi, frustrati dalla vita, falliti come professionisti e come persone. Da queste bestemmie esistenziali che con fattezze pseudo umane si aggirano nel mondo reale sgraziati e insolenti, devi proteggere i pesciolini per cui li hai interpellati, perché non subiscano anche tutto questo. Sono esseri indegni di esistere nel mondo reale: siamo in una guerra ma, invece di combattere tutti contro il nemico asserragliati nella medesima trincea, gli immondi sparano non solo contro di te, ma anche contro i civili in fin di vita.

Io amo l’acqua, è il mio elemento naturale, ma questi pesci e queste onde torbide mi estenuano. Il corpo e la mente mi supplicano di cambiare mare.

Ho una voglia irrefrenabile di un mare trasparente, di acque caraibiche con fondale a vista e con tanti bellissimi e innocui pesci pagliaccio nel mio branco.

E fanculo alle murene.

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Allergia portami via!

Pollini, graminacee, acari, allergeni, frutti di stagione, polveri… Quanti nemici ha l’allergico?

Troppi! Ma perché?

Io mi domando e dico, prima mica esisteva l’allergia? Era una rarità!

Io personalmente ho sempre sguazzato nei giardini, nei fanghi, nei terreni, nelle polveri, ho sempre respirato arie salubri e insalubri, secche, umide, impollinate o rarefatte e stavo bene! Sempre bene!

E poi, all’improvviso…

Sei allergico alla polvere, pulisci la stanza!

Sei allergico ai pollini chiuditi dentro ad aprile!

Sei allergico alla frutta! Non mangiare più fichi, ciliegie, pesche e quant’altro!

Ma perché?! Perché la gente moderna diventa allergica da adulta?!

Un noto otorino da cui andai mi disse: caro molosso, visto che ti è venuta all’improvviso, può anche andarsene all’improvviso; per cui, ogni anno, prova tutto quello che non puoi mangiare, può essere l’anno giusto.

E io ogni estate, bentelan alla mano, provo tutti i frutti del peccato, rimanendo deluso ogni volta, sempre di più.

Su wikipedia addirittura si legge: “si può dire quindi che siano più colpiti da allergie coloro che appartengono a ceti alti, sono figli unici, vivono in aree urbane e mantengono alti standard igienici.”

Era quello che ho sempre sospettato! Si spiega perché fin quando mi trascinavo nel fango e andavo a recuperare super santos ovali sotto le fiat 127 ero una persona sana!

Poi con lo studio, l’affermazione dell’io, il computer, il telefonino, il comfort, le auto di lusso, l’attico a Manhattan, tutto è cambiato! Come sempre, quando si perdono di vista le cose semplici ma basilari, come la natura, ne si pagano le conseguenze!

“Ma che palle, possibile che gira e rigira arrivi sempre allo stesso punto?!”, potrebbe obiettare un interlocutore; qualcuno potrebbe addirittura dire che si tratta di complottismo, altri di disfattismo, altri di mera polemica, altri ancora di inutile pensiero su cose ineluttabili.

Resta il fatto che l’allergia è una cosa brutta e fastidiosa e piano piano tutti, anche tu che ti vanti di non soffrire mai il cambio di stagione, ne faranno parte.

Resta il fatto che prima non era così diffusa e che quando c’erano le mezze stagioni era piu’ facile prevedere quando iniziare la terapia di zirtec, eventualmente!

Ovviamente a pensare male non ci si sbaglia mai, diceva forse Andreotti… E quindi pensate a finosoft… Pensate a finochic… Pensate a chi produce zirtec, bentelan, XYZAL, fans, chips, chops e strogedi.

Niente è da escludere dove gli stallieri dei presidenti del consiglio sono dei mafiosi.

 

Il molosso

Gli articoli della rubrica “Polso di Puma” sono repereibile anche www.polsodipuma.blogspot.com

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Sindrome del burnout ovvero lavoratori “in fiamme”

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi!

Betty Bradshaw è un medico specialista, una ricercatrice che si definisce la “Mafalda” del suo settore: contestataria, ribelle, preoccupata per le sorti del mondo, incallita utopista… nel suo primo articolo ci parla della “sindrome del burnout”…. buona lettura! [/stextbox]

Può sembrare paradossale che in questi tempi devastati da una dilagante disoccupazione si decida di trattare proprio il tema del burnout. Tuttavia, continuando a leggere si comprenderà come, in realtà, questa sindrome ben si collochi nel momento storico e sociale che stiamo vivendo.

Il termine burnout, in inglese, significa “bruciarsi”. La sindrome da burnout (o semplicemente burnout) è definita come “l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata a carichi eccessivi di stress che il proprio lavoro li porta ad assumere”. Per “professioni d’aiuto” s’intendono quei lavori nei quali l’individuo si relaziona con un soggetto che necessita della sua prestazione: ad esempio medici, infermieri, insegnanti, operatori sociali, psicologi, avvocati, ricercatori, forze dell’ordine. Lo stress di cui si caricano questi individui non è solo quello del lavoro in sé, ma anche quello della persona assistita.

Tuttavia, poiché i problemi che ne scaturiscono pervadono l’impegno, le emozioni e il rapporto che la persona ha nei confronti del proprio lavoro, questa sindrome è identificabile in qualsiasi organizzazione professionale.

Quali sono le cause del burnout?

Il sovraccarico di lavoro è uno dei principali elementi scatenanti: il carico di lavoro è tale da non permettere all’individuo di recuperare energia fisica e psichica. Pensiamo agli operai FIAT che hanno appena “subìto” la riduzione delle pause di lavoro, ai medici che fanno turni ininterrotti di 24 ore, ai ricercatori (sottopagati o non pagati…) che non hanno orari o formule di controllo sul tempo trascorso sul posto di lavoro, a chi svolge professioni con turnazioni massacranti, spesso decise insindacabilmente ai vertici: queste persone andranno inevitabilmente incontro a un sovraccarico… E con quali ripercussioni?

Analogamente, se il tipo di lavoro non è adatto alla persona, alle sue competenze e possibilità, il soggetto si sentirà disorientato, frustrato, incapace di svolgere correttamente le proprie mansioni, temendo di commettere errori e, in alcuni casi, compromettendo la propria posizione e mettendo a rischio gli eventuali destinatari. Gli esempi si sprecano: laureati che fanno i postini (con tutto il rispetto per i postini), operai, infermieri e impiegati spostati da un reparto all’altro a prescindere dalle competenze acquisite, persone che accettano mansioni fisicamente onerose, pur non possedendo i requisiti fisici per svolgerle… E potremmo andare avanti all’infinito.

Anche l’eccesso di carico emotivo è fonte di stress e disagio psichico: la morte, la vita, la povertà, la miseria, le tragedie, il degrado cui sono esposte ogni giorno molte categorie professionali (ad esempio i soccorritori, le forze dell’ordine, gli oncologi, gli operatori sociali) non possono essere illimitati. Deve esistere una via di uscita istituzionale (e non la psicoterapia a spese del singolo) ove incanalare le “scorie tossiche” che questi professionisti si portano sulle spalle.

E ancora: quando il lavoratore ritiene che ciò che fa o vuole fare non riesca a influire sull’esito di un determinato evento sviluppa un senso di impotenza. L’esempio balza immediatamente all’occhio: tutti coloro che lavorano in strutture dove codici etici, morali, procedurali, economici predefiniti e immodificabili travalicano qualsiasi principio del singolo individuo. Un esempio per tutti? Pensiamo a un medico obbligato a non praticare o praticare aborti, a rianimare o non rianimare un malato, coscienza personale a prescindere.

E continuiamo con la mancanza di controllo, di riconoscimento, di senso di comunità e di equità che dilaga nella stragrande maggioranza dei posti di lavoro. Quanti di noi hanno dovuto fronteggiare richieste iperboliche senza avere a disposizione le informazioni e le risorse per poterle soddisfare? Quante volte abbiamo atteso speranzosi un “grazie!” che non è mai arrivato? Con quanta tristezza abbiamo costatato che non potevamo fidarci dell’intorno, che dietro le spalle occhieggiavano sciacalli pronti a occupare la nostra sedia e impugnare il progetto cui stavamo dando anima e corpo? Quante persone ci hanno “sorpassato” (se non addirittura scavalcato) senza che esistesse un valido e giusto motivo perché ciò accadesse?

E dunque, viste le cause, quali sono i frutti di questa minuziosa semina? Quali sono le conseguenze per chi è affetto da burnout?

Esaurimento emotivo, disturbi psichiatrici, senso di scarsa realizzazione personale, inutilità e inadeguatezza.

A seguire: rabbia, frustrazione, cinismo, aggressività, assenteismo, comportamenti di fuga e allontanamento dal posto di lavoro, scadimento della qualità di vita e del lavoro.

E infine, morte professionale. Con progressivo abbandono dell’individuo a stili di vita pericolosi per sé e per gli altri (abuso di sostanze, commissione di reati…). In alcuni e non pochi casi sfortunati lo sfilacciamento esistenziale conduce sino al suicidio.

È possibile che molti stiano pensando: in questo momento il lavoro è sacrosanto, fortunato chi ce l’ha (qualunque esso sia) e bando alle ciance medico-psicologiche! Ma è sbagliato pensarla così! In primis, il burnout non riguarda solo i lavoratori che ne sono afflitti: chi affiderebbe suo figlio alle cure di un chirurgo che è diventato cinico, è aggressivo e non dorme da 22 ore? Chi prenderebbe un treno sapendo che il conducente è depresso e ha fatto 4 notti di fila, cercando di dormire di giorno in mezzo al “trambusto” di pensieri angosciosi? Chi si sottoporrebbe a una nuova terapia, “scoperta” dall’incompetente figlio del Barone Rampante, cui il comitato etico e scientifico non possono dire di no?

Il burnout è un problema collettivo e riguarda tutti, in ogni momento! Ancor di più se un tasso di disoccupazione preoccupante spinge inevitabilmente le persone ad accettare sempre e comunque un lavoro, a qualsiasi condizione.

E infine, sforziamoci di guardare oltre la “crosta” fatta di paura, di senso di precarietà, di instabilità, di vuoto: oltre c’è il dovere e il diritto di svolgere un lavoro decoroso, adatto alle proprie competenze, rispettoso delle esigenze fisiche e psicologiche di ognuno,  guidati da una leadership non machiavellica, bensì astuta e lungimirante, capace di intuire che un lavoratore soddisfatto delle proprie mansioni, inserito in un contesto equo e nella condizione di svolgere e non di “subire” un lavoro rende molto di più di un lavoratore “bruciato”.

Il primo articolo della Costituzione recita infatti: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”… non su un falò.

Fonte | wikipedia

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Le cavie umane del Guatemala

Certe volte leggendo il giornale ti rendi conto di quanto le assurde idee di certi film holliwoodiani possano apparire banali rispetto alla realtà… Di quanto alcune pellicole fantascientifiche dedicate ad epidemie e sperimentazioni sul genere umano somiglino maledettamente ad un documentario di denuncia…

Su “La Repubblica” del 2 ottobre, un inquietante articolo di Angelo Aquaro si ritagliava un piccolo spazio di pagina 17, come una notiziuccia di secondo piano. Un pezzo sui grandi Stati Uniti d’America, di cui si possono schiaffare in prima pagina tutti gli aggiornamenti sul colore dell’abito di Michelle Obama e sulle vicissitudini di Paris Hilton, ma non si può certo dare risalto ad un Servizio Sanitario Nazionale che paga un laboratorio per fare esperimenti su cavie umane…

“Centinaia di persone infettate con la sifilide e la gonorrea – scrive Aquaro nel suo articolo. – Bambini presi negli orfanotrofi e usati come cavie. Prostitute accoppiate ai detenuti per trasmettere il virus. Malati di mente infettati senza saperlo”.
Uno studio esportato in Guatemala, perché oltre alla democrazia ogni tanto bisogna diffondere anche altri principi del “grande occidente”… Un abominio recentemente svelato dalla ricercatrice Susan M. Reverby, su esperimenti che dal 1946 al 1948 hanno contribuito ad allungare la lista di vergogne di cui si è macchiato il governo americano. Un orrore che è andato avanti per due anni, “nel Guatemala allora posseduto e controllato dalla potentissima United Fruit Company, – prosegue l’articolo – la multinazionale USA che verrà ribattezzata Chiquita”.

Una mostruosità che si aggiunge al noto scandalo della città di Tuskegee, in Alabama, dove tra il 1932 e il 1972 vennero reclutate centinaia di persone malate di sifilide, perlopiù afroamericani, per studiare gli effetti della progressione naturale della malattia su un corpo infetto non curato. (Fonte: Wikipedia).

Due episodi disumani accomunati dal nome di John C. Cutler, un esperto di malattie sessuali che “fino alla sua morte, nel 2003, ha strenuamente giustificato, nel nome della scienza, gli orrori di Tuskegee”, come afferma l’articolo di Aquaro. Lo stesso Cutler che ha poi scelto di spostare i propri esperimenti oltre i confini statunitensi, in Guatemala, dove bambini orfani, detenuti e malati mentali si sono inconsapevolmente trasformati in cavie umane. Una sperimentazione che andò avanti per due anni e si concluse senza alcun risultato scientifico, lasciando al loro destino le settecento vittime infettate, dove un soggetto su tre venne abbandonato senza cure.

Adesso il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro della Sanità Kathleen Sebelius si scusano per questi comportamenti “eticamente inaccettabili”, così come fece Bill Clinton dopo i fatti di Tuskegee.

Scuse che si sommano a scuse passate e che, come sempre accade, anticiperanno scuse future…

Il dono della vita

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torniamo ad occuparci di trapianto d’organi, argomento già trattato in un articolo dello scorso anno. Il post di oggi è scritto da Luigi Sambataro, al suo secondo contributo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura. [/stextbox]

Il 30 maggio 2010 si svolgerà in Italia la “Giornata nazionale per la donazione degli organi“. In teoria in questi casi di direbbe: ” In tutte le piazze italiane…“, purtroppo in questa occasione non sarà così. Non sarà così per diversi motivi: perché in Italia la donazione di organi è quasi ignorata a livello pubblicitario, perché a molti fa paura l’idea di dover pensare da vivi alla morte o forse solo perché per molti è una cosa non condivisa come ideale. Tutto ciò porta anche ad un numero basso di volontari.

Avendo firmato la mia prima tessera di assenso alla donazione all’età di 16 anni ed essendomi iscritto all’Aido all’età di 20, mi sono sempre impegnato affinché il messaggio “donare gli organi è essenziale, è giusto, è un grande gesto” prendesse piede il più possibile nella mentalità della gente comune. Mi sono venuto quindi a trovare spesso in conversazioni sul tema anche con molte persone che non la pensavano come me ma che , allo stesso tempo, mi hanno un po’ illuminato su quali fossero le remore più grandi in merito all’argomento. Ne è venuto fuori che le paure più grandi sono essenzialmente due.

La prima paura è questa: “Ho paura che essendo in lista per la donazione, se un giorno dovesse accadermi qualcosa, i medici potrebbero non fare tutto il possibile per salvarmi” .
Già in questa prima affermazione, a parte una grande paura della possibilità di quel momento, emerge tanta disinformazione. Innanzi tutto si mette in dubbio la professionalità del medico e il suo giuramento d’Ippocrate, che lo obbliga a ” […] perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente […] “. In secondo luogo si disconosce qual è il momento esatto in cui si può effettivamente dichiarare un paziente deceduto e quando si può effettivamente procedere con l’espianto “[…] Quando sia stata accertata e documentata la morte encefalica o morte cerebrale, stato definitivo e irreversibile. L’accertamento e la certificazione di morte sono effettuati da un collegio di tre medici (medico legale, anestesista-rianimatore, neurofisiopatologo) diversi da chi ha constatato per primo la morte e indipendenti dall’équipe che effettuerà il prelievo e trapianto. Questi medici accertano la cessazione totale e irreversibile di ogni attività del cervello per un periodo di osservazione non inferiore a 6 ore.”

La seconda grande paura è questa: ” Mi rifiuto di pensare al corpo mio o di un mio caro martoriato e sezionato dopo la morte“. Anche questa potrebbe essere una paura o meglio ancora un rifiuto plausibile, ma su questo cosa si potrebbe dire? Non ci basta un’intera vita terrena per preoccuparci del nostro aspetto esteriore? Non potremmo smettere, almeno dopo morti, di preoccuparci di noi stessi e pensare magari agli altri? E poi, hai mai pensato a cosa succederebbe in ogni caso a un corpo umano diversi giorni dopo la cessazione di tutte le funzioni vitali? Quale vantaggio ne deriverebbe per te dall’ottima conservazione del suo stato esteriore dopo la morte?

Queste sono solo le paure che maggiormente la gente mi ha manifestato, paure lecite, ma che non sforziamo molto di lenire. Poca informazione, poca pubblicità, poco interesse in merito all’argomento.

Da qualche tempo ho anche fondato un gruppo su Facebook, al quale hanno aderito tantissime persone, tra le quali medici, trapiantati, familiari di trapiantati e familiari di donatori, che sono lì per raccontare la loro esperienza, per dare informazioni utili e reali. Io credo che basti parlare 10 secondi con una persona trapiantata, che si è vista salvare la vita, per capire quanto importante per loro possa essere un gesto che, in fin dei conti, una volta deceduti per noi non ha più alcuna conseguenza se non quella di aver ridato la vita o la gioia di vivere a un’altra persona. Sul sito AIDO, a questa pagina http://www.aido.it/index.php?id=1&faq=14 trovate tutte le risposte ai vostri possibili dubbi, incertezze ed anche il modulo per aderire formalmente all’associazione.

La donazione d’organi, a mio modesto parere, verrebbe agevolata se in Italia venisse data la possibilità di scegliere anche sull’eutanasia, ma questo è un altro discorso che affronteremo magari un’altra volta.

Concludo esprimendo ciò che rappresenta per me la donazione di organi e facendo un appello a tutti voi. Io non lo vedo neanche come un gesto di generosità, ma esclusivamente come un gesto dovuto nei confronti di chi avrà ancora un’intera vita davanti… Per una vita che si spegne ne possiamo illuminare molte altre, quindi doniamo e diffondiamo il valore di questo gesto.

Luigi Sambataro

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La Realtà Aumentata

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi.it Mauro Rubin, analista, sviluppatore e blogger (qui il link al suo blog “Plumfake”), ma soprattutto appassionato delle nuove forme di comunicazione web. Mauro oggi ci parla di Realtà Aumentata… buona lettura! [/stextbox]
La realtà aumentata è in questo periodo uno dei temi più quotati nella blogosfera: basta cercare sulla rete per trovare centinaia di articoli sull’argomento. Se non avete tempo o voglia vi riporto la definizione di Wikipedia: “La realtà aumentata (in inglese augmented reality, abbreviato AR) è la sovrapposizione di livelli informativi (elementi virtuali e multimediali, dati geolocalizzati, etc…) ad un flusso video che riprende la realtà di tutti i giorni. Gli elementi che “aumentano” la realtà possono essere visualizzati attraverso un device mobile, come un telefonino di ultima generazione, (es. l’iPhone 3GS o un telefono Android) o con l’uso di un pc dotato di webcam. Il sovrapporsi di elementi reali e virtuali crea una “Mixed Reality”. Insomma, voi vedete la realtà ma con qualcosa in più: dati, informazioni ed oggetti. Ecco un video dimostrativo:  http://vimeo.com/8569187
Quando sulla rete si parla molto di qualcosa che genera molta attesa e curiosità, si parla di hype. Solitamente questo trend presenta una serie di fasi: la nascita di una piccola “nicchia d’ascolto” (siti e blog altamente tecnici); un picco di aspettative con relativo aumento di diffusione; l’apprendimento dei limiti con un calo di diffusione (disillusione). Segue un periodo d’illuminazione, in cui la tecnologia viene concepita in modo nuovo e “re-inventata”, infine viene ritagliato uno spazio di mercato ben preciso. Secondo il mio modesto punto di vista attualmente la realtà aumentata si trova nella seconda fase; in questo momento si stanno testando un’infinità di applicazioni in diversi ambiti (specialmente quello militare per la pianificazione e il coordinamento delle truppe su territorio, ma anche in campo medico – vedi il progetto “MAR: Medical Augmented Reality”, per dare supporto immediato ai medici durante le operazioni o le analisi preliminari, vedi il video seguente) -.
Nelle aree marketing ed entertainment, invece, vengono prevalentemente utilizzati gli AR Tags (molto diffusi grazie anche alla libreria di ARToolkit). Questa tecnica consiste nel riconoscimento di un oggetto o di un’immagine attraverso dei sensori ottici e la ricostruzione al suo posto di un oggetto virtuale, come vediamo in questo filmato:
Ultimamente si è visto come l’AR sia facilmente integrabile con tecnologie recenti come il riconoscimento facciale (la tecnica è la stessa usata per gli AR tags). Gli effetti sono sorpendenti: è possibile ottenere tutte le informazioni presenti online su una persona scattandole semplicemente una fotografia (come in questo video). I paranoici avranno sussultato, ma state tranquilli: il processo di acquisizione dei dati disponibili è gestito tramite siti come Face.com (che ha stretto accordi con facebook).
La realtà aumentata è un fenomeno particolarmente curioso anche dal punto di vista della diffusione geografica. Il Giappone presenta una community molto sviluppata, mentre in Europa si sta dando prova di competenza tecnica e manageriale al pari di quella che si può trovare nella Silicon Valley. Un esempio concreto è Layar (azienda olandese), che offre un browser per servizi di realtà aumentata applicati alla geolocalizzazione: il servizio è gratuito e dà la possibilità di ottenere applicazioni AR a costo zero.
I servizi che nominano l’AR nelle loro descrizioni stanno aumentando a vista d’occhio, è anche vero però che molti di questi la utilizzano a sproposito, unicamente per cavalcare l’onda mediatica del momento, e di esempi di questo tipo sull’apple store per iPhone ce ne sono moltissimi.
Ma che cosa ci riserva il futuro?
Robert Rice (guru nel settore) prevede nel giro di 3 anni un investimento di capitali notevole in questa tecnologia: animali domestici virtuali, nuove forme artistiche e una posizione di rilievo sul mercato ricoperta da Vuzix, da sempre all’avanguardia sui display indossabili (alcuni già in vendita su apple store per iphone, ma non ancora per l’AR). Ma queste sono solo ipotesi, le prime risposte le avremo nei prossimi mesi quando l’AR avrà un mercato ben delineato nel mondo, fornendoci nuove esperienze di interazione e magari estendendo la nostra percezione della realtà.
E voi che ne pensate? Scrivete le vostre previsioni sull’ar e vedremo chi si avvicinerà di più!
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