Per rompere il silenzio dell’omertà

Esiste una leggenda – quella di Osso, Mastrosso e Carcagnosso – che collega questi cavalieri spagnoli alla realtà criminale di oggi. Un’epopea cavalleresca in cui si racconta che questi personaggi, durante il quinto secolo, fuggirono dalla Spagna per finire a Favignana, Sicilia, dove fondarono i codici delle loro società: Osso diede vita a Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso alla ‘ndrangheta in Calabria e l’ultimo, Carcagnosso, alla camorra in Campania. I loro verbi e comportamenti sono gli stessi delle mafie di oggi: vendette sanguinose, disciplina, gerarchie, riti. Particolarità rimaste identiche nel tempo, che ci fanno intuire che questa non sia una leggenda mitologica, ma una realtà sulla quale le criminalità organizzate si basano tuttora.

Molta gente paragona la mafia a una questione estranea, che concerne storie provenienti da posti caldi e lontani o da un’Italia parallela, alternativa, e che quindi la si deve lasciare in mano a quei terroni che sono abituati a viverci insieme. Bisognerebbe invece entrare nella consapevolezza che le criminalità organizzate commettono azioni che ricadono su tutti i cittadini, non solo su alcuni, poiché – nord o sud – la loro potenza permette di infiltrarsi dappertutto. Di fatto, sono capillarmente diffuse su tutto il territorio italiano. Soprattutto dove la terra è fertile.

L’idea che nell’Italia settentrionale non ci sia lo stesso tipo di criminalità organizzata del meridione, o che ce ne sia meno, è erronea: pensate un po’, oggi la sede degli affari della ‘ndrangheta si trova in Lombardia, a Milano. Da anni le organizzazioni criminali si sono infiltrate nel tessuto economico di tutto il territorio nordico, dove ora come ora si registra un elevato tasso di investimenti criminali: nel settore della politica, della sanità, dell’edilizia… ovunque ci sia possibilità di lucrare. Io vivo al nord e più passano i giorni più mi sembra che quassù le organizzazioni criminali abbiano trovato un vero tesoro. Case, case e ancora case, vuote. Quasi tutte in mano a imprese edili calabresi, molte delle quali (non tutte, per fortuna) guidate da clan ‘ndranghetisti. Al nord cementificano, innalzano case e palazzi che rimangono vuoti ma che permettono di riciclare il denaro sporco. Speculano, si intromettono negli affari politici. Intimidiscono. Corrompono. E la politica, nonostante tutto, lascia che questo lurido torrente continui a fluire.

Pasquale Zagaria e Aldo Bazzini

Nord o sud, alle organizzazioni criminali non interessa sapere dove si trovano, quando il terreno è fertile. Per capire questo è sufficiente pensare alla potente egemonia sul territorio emiliano di Pasquale Zagaria – l’introvabile, il temibile “Bin Laden” casertano, la mente economica del clan dei casalesi – che venne arrestato nel dicembre 2011. Prima d’allora trascorse gli anni d’oro in Emilia, soprattutto a Parma, dove in collaborazione con Aldo Bazzini – uomo del cemento – riuscì a porre le prime pietre del suo impero. Ma non è per forza necessario entrare nelle indagini per notare l’infiltrazione della mafia al nord; basta pensare semplicemente all’esponenziale crescita edilizia che ha afflitto la maggior parte dei territori nordici, e chi ci vive lo sa: si rovesciano colate di cemento ovunque e ininterrottamente, si costruisce, quindi le zone residenziali aumentano, ma la popolazione rimane stabile. In altre parole, si fagocita il territorio verde per digerire il danaro sporco, per speculare, per ottenere maggior potere. L’Emilia però, che a vista d’occhio sta perdendo il suo colore smeraldino, non è sola. È prevedibile che le mafie a Milano – il paradiso della ‘ndrangheta – fatturino tantissimi soldi illegali all’anno; come risulta da un’inchiesta, citata anche da Roberto Saviano, nella città della moda e della mafia esistono molti appalti infiltrati dalla criminalità calabrese: la stazione Porta Garibaldi, l’agenzia dogane, la tav Milano-Bergamo, l’autostrada Milano-Bergamo, sono solo quattro delle tante attività infettate dalle organizzazioni criminali. Il nord è industrialmente più sviluppato, quindi sia legalmente che illegalmente la possibilità di guadagnare è più elevata. La differenza che c’è tra nord e sud non sta nell’economia o nella politica che apparentemente sono diverse, ma nel fatto che mentre il meridione ammette che le criminalità organizzate ci sono e fanno del male, il settentrione spiega che a casa sua non ci sono e che se ci fossero sarebbero così deboli da risultare facili da vincere. Ebbene, questa falsa convinzione che vige nella parte più fredda d’Italia indebolisce l’economia e la politica interna. E così facendo, si fa un dono alle mafie che vivono per l’appunto di debolezze economiche, politiche e sociali. Vale a dire che più il sistema immunitario del nostro paese è basso, più le organizzazioni criminali riusciranno ad avere la meglio. Più si sta zitti, più riusciranno a passare per inosservate. Più c’è crisi, più fanno soldi.

Spesso ci si chiede cosa si può fare. Penso che la prima cosa da non fare sia chiedere aiuto alla politica, dato che più si va avanti più ci si rende conto che collabora abilmente con la mafia. C’è una significativa frase di R. Hopkins che potrebbe dare risposta a chi non sa cosa fare per risanare questa tragica questione nazionale: “se aspettiamo i governi, sarà troppo poco e troppo tardi. Se agiamo da soli, sarà troppo poco. Ma se lavoriamo alla scala di comunità, può essere abbastanza e appena in tempo. Credo fortemente che combattere la mafia non debba essere l’ambizione di una, due o tre persone, ma di un’intera comunità che, oltre a farlo per il bene proprio, lo faccia per il bene futuro. Non si pretende di scendere in piazza a far del chiasso o di aderire ad associazioni antimafiose. Basterebbe che se ne parlasse maggiormente a scuola, invitando i ragazzi a informarsi, che se ne parlasse nei bar, in chiesa, in stazione, in biblioteca, a casa con la famiglia. Ma questo non lo devono fare due o tre persone, la decisione dev’essere presa da tutti, da tutte quelle persone sobrie che come me sono stanche di vedere questo paese andare a rotoli, di continuare a vivere tra le mura dell’omertà, di nascere e morire nel terrore. Se vogliamo dire basta, facciamolo insieme, perché in questo modo se dovrà morire qualcuno lo farà un paese intero. Il dispetto più forte che possiamo fare alla mafia è parlare, mentre il dono più grande che possiamo farle è stare zitti… Purtroppo questo lo stiamo già facendo da così tanto tempo che sembriamo non aver voglia di smettere.

La parola è l’arma invincibile di colui che decide di versare il suo sangue sul mondo. Meglio di una pistola, è capace di creare una tempesta in un luogo apparentemente tranquillo, di far trasalire dalle torbide acque dei mari le realtà intenzionalmente mai annunciate, di rendere il problema di una sola persona, di una sola comunità, di un solo stato, un problema di tutti. E addirittura di mettere in crisi le persone, persino le organizzazioni criminali. Prendendo per fede ciò che dice Tolstoj – che sostiene che non si può combattere il male con il male – io e voi, persone oneste, combatteremo questa grande ingiustizia nazionale – chiamata Mafia – con qualcosa che porta solo il bene: la parola.

Siete con me?

Il Flop Federalista

Per tanti anni è stato un oggetto misterioso, un concetto astratto, una scatola vuota senza un contenuto chiaro, promessa e al tempo stesso minaccia. Stiamo parlando del federalismo, tornato di moda nell’ultimo ventennio e imprescindibile caposaldo elettorale della Lega Nord. Ma proprio quando questa oscura materia sembrava prendere forma ecco arrivare gli intoppi. Il primo passo concreto era stato mosso nel maggio del 2009 con l’approvazione della Legge Delega 42 con la quale il Parlamento dava al governo potestà legislativa riguardo il cosiddetto “federalismo fiscale”. Ma che cos’è questo oscuro concetto?

Detto in breve, si tratta di un regime fiscale che punta a mantenere una proporzionalità diretta tra le imposte riscosse in un certo territorio e le imposte utilizzate nell’area stessa. Questo principio, in verità è già contenuto nella costituzione, per l’esattezza all’articolo 119 che recita testualmente: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”.

La legge 42 dava al governo la delega per fornire agli enti locali gli strumenti e il coordinamento per attuare il federalismo fiscale. Il primo di questi strumenti è stato il d.lgs 852010, comunemente chiamato “federalismo demaniale”. Con questa legge il governo trasferiva agli enti locali una vasta tipologia di beni demaniali e ne disciplinava la gestione e l’alienazione. In soldoni, gli enti locali diventavano responsabili e gestori di edifici, terreni, strutture dismesse e uffici precedentemente amministrati dalla pubblica amministrazione. Il federalismo fiscale vero e proprio è stato per lungo tempo materia di un’apposita commissione bicamerale, definita “bicameralina”, un organo consultivo con il compito di valutare e correggere i decreti attuativi.

Tutto il resto è storia di questi giorni.

Sul decreto attuativo del federalismo municipale, la legge che avrebbe dato autonomia impositiva ai comuni e avrebbe trattenuto sul territorio parte dell’IRPEF e dell’IVA riscossi si è arenato in bicamerale. Nonostante questo, il Consiglio dei Ministri, forzando i regolamenti ha licenziato il decreto che è stato prontamente respinto dal Presidente Napolitano in quanto irricevibile “non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari“.

Il no di Napolitano ha avuto l’effetto di mettere nuovamente in subbuglio una maggioranza risicata e che puntava proprio sul federalismo per ricompattarsi. Se da un lato il Presidente del Consiglio minimizza definendo il stop del Quirinale come una mera questione procedurale, La Lega è in fibrillazione. La base mostra segni di insoffereza nei confronti dell’alleato e allo stesso tempo pretende il tanto promesso federalismo. La battuta d’arresto del secondo decreto attuativo rischia, nel migliore dei casi, di rallentare e di molto l’iter verso il federalismo fiscale e nel peggiore dei casi di far cadere l’intero governo. L’autonomia impositiva degli enti locali, costituisce la base fondamentale su cui, in futuro, dovrà reggersi la futura Italia federale, uno stato completamente ristrutturato nel suo insieme che, secondo le stime più ottimistiche, vedrà la luce solo nel 2020.

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Federalismo… ma cos’è veramente ?

Da anni si sente parlare di “federalismo” e negli ultimi tempi ascoltiamo questo termine con molta più frequenza. Con il termine storico di federalismo si intende un gruppo o un corpo di membri che sono raggruppati da un capo rappresentativo di governo, che può essere identificato in un monarca o in una divinità, o in un’assemblea generale o parlamentare. L’accezione più diffusa del federalismo è quella politica: si tratta della dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e delle unità politiche di sottogoverno (province, regioni, ecc…), il cui insieme è spesso chiamato “federazione”. I due livelli di governo sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. I sostenitori di tali posizioni sono generalmente chiamati “federalisti”. Uno stato può essere reso “federale” rispetto a un precedente stato unitario (federalismo dissociativo) o rispetto a una pluralità di stati precedenti, indipendenti o confederati (federalismo associativo). La caratteristica fondamentale del federalismo è la divisione dei poteri, e il risultato della distribuzione degli stessi è che nessuna autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno stato unitario. In una costituzione federale, la norma suprema da cui deriva il potere dello stato è la Costituzione. È necessario che il potere giudiziario sia indipendente, e per fare in modo che ciò avvenga bisogna evitare e correggere ogni atto che sia incongruente con la Costituzione. La teoria federalista sostiene che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto, ma la Costituzione deve essere necessariamente rigida e snella. La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata nella rivista The Federalist, la quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l’azione arbitraria da parte dello Stato.

I pareri contrari al federalismo si basano, invece, soprattutto sull’incapacità di proteggere le libertà civili. Spesso ci si confonde tra i diritti degli individui e quelli degli altri stati. In Australia, ad esempio, alcuni conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell’intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze, e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli stati. È anche essenziale evitare confusioni tra lo stesso federalismo e i limiti posti dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo.

Indubbiamente, in Italia, la strada per arrivare al federalismo è ancora lunga. Non si sa ancora come e quando saranno messi in pratica i decreti attuativi. Il partito federale per eccellenza, la Lega Nord, minaccia perfino di far cadere il governo entro la fine del mese di gennaio se non ci sarà la riforma federale. Secondo alcuni esponenti dell’opposizione questa riforma farà aumentare le differenze tra il nord e il sud con il risultato che le regioni del sud finiranno per essere ancora più povere. Secondo, invece, coloro che appoggiano questa riforma, con il federalismo le regioni meridionali riusciranno finalmente a camminare con le proprie gambe, senza ricorrere ad aiuti statali. Insomma, i pareri sono molto discordanti. Non resta che aspettare di vedere come verrà attuata questa riforma, nella speranza che le regioni più povere non vedano aumentare il proprio divario con le regioni del nord, notoriamente più ricche e produttive.

Il federalismo riuscirà a fare in modo che le regioni meridionali riescano ad andare avanti da sole oppure si tratta solo di una trovata della Lega Nord per liberarsi definitivamente degli enti del sud?

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E poi nacquero i "terroni"…

Ci hanno sempre parlato di un grande Giuseppe Garibaldi affiancato da mille coraggiosi uomini, partiti in spedizione per unificare quell’Italia che ancora oggi stenta ad essere davvero unita…
Ci hanno detto che già prima dell’unione il Meridione era povero ed arretrato, e il brigantaggio la faceva da padrone in quella manciata di regni in cui il potere borbonico era riuscito a creare solo miseria ed ignoranza, al confronto di un Nord ricco ed istruito per mano dei Savoia.

La storia, è risaputo, l’hanno sempre scritta i vincitori, quegli stessi che oltre a stabilire i ricordi delle memorie passate hanno dettato le regole degli avvenimenti futuri. E mentre i bambini crescono ammirando un eroico Garibaldi e maledicendo un regno borbonico colpevole delle innumerevoli disavventure del famigerato Sud, il giornalista Pino Aprile pubblica il libro Terroni, sbattendo in faccia un tassello di storia sconosciuta alla Padania e a tutti i suoi militanti cittadini leghisti.
“Ho fatto elementari, medie, superiori e ho cambiato tre facoltà universitarie – scrive Aprile in un articolo de Il Manifesto – avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato”.

Nitti, da presidente del Consiglio scoprì che quando si fece cassa comune dopo l’unificazione dell’Italia, i due terzi dei soldi furono presi dal Sud, quello stesso da cui non si emigrava a milioni come invece accadeva al Nord. Solo dopo l’Unità e la creazione della cosiddetta Questione meridionale si cominciò a partire da quello stesso territorio che la storia aveva reso terra d’immigrazione, in cui erano giunti popoli da ogni dove. “Il Regno delle Due Sicilie – prosegue Aprile – con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente, e Napoli, terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica)”.

Eppure oggi li definiscono “terroni”, quegli stessi meridionali che durante la famosa “liberazione” contarono centinaia di migliaia di morti, stupri, saccheggi e paesi completamente distrutti.
Li definiscono “porci” (Bossi), “topi da derattizzare” (Calderoli), “merdacce mediterranee” (Borghezio) e “cancro” (Brunetta), incuranti della complessità del tema ed accecati da un’ignoranza e da una superficialità che li rende incapaci di guardare oltre i pregiudizi su cui hanno costruito la propria miope opinione politica…

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Gli italiani non esistono

Ho deciso di rendere nota la mia traduzione di un articolo svedese riguardante l’Italia, pubblicato poco prima delle nostre elezioni regionali.

Perché ho deciso di sottoporlo alla vostra attenzione? Prima di tutto, perché può essere sempre interessante conoscere punti di vista esterni o alternativi su qualsiasi situazione, compresa quella italiana. Secondo, per stimolare in voi una riflessione e magari, perché no, per conoscere le vostre sensazioni a riguardo. Che ve ne pare? Buona lettura!

“Gli italiani non esistono”

Di Kristina Kappelin, pubblicato il 27 marzo 2010 sul quotidiano svedese “Sydsvenskan” (http://sydsvenskan.se)

Il treno da Salerno a Roma è ovviamente in ritardo. Quando finalmente entra in stazione è infinitamente lento. E’ partito da Palermo stamattina alle sette. Ora sono le quattro del pomeriggio. Praticamente è avanzato sui malridotti binari a una velocità media di 80 kilometri orari.

Le cabine sono degradate e i sedili così sporchi che quasi si è restii sedersi. La situazione rispecchia il razzismo che ancora esiste in Italia. I ferrivecchi servono per i viaggi verso il sud, mentre i vagoni nuovi e belli si dirigono da Roma verso il nord. Ci sono voluti anni e anni per fare arrivare il treno rapido Eurostar a Napoli e a Bari. Eppure va ancora più lentamente nella tratta Milano-Torino.

L’Italia è fatta. Ora dobbiamo fare gli italiani”. Più o meno così scrisse il capo di stato Massimo d’Azeglio nel 1860. È ancora vero.

Gli italiani si sentono patrioti solamente in occasione dei mondiali o delle olimpiadi. Altrimenti sono ancora prima di tutto siciliani, lombardi o veneziani. Si noti che gli sportivi italiani non gareggiano indossando i colori della bandiera italiana, ma l’azzurro, il “blu Savoia”, un tempo il colore della famiglia reale.

Insomma, quanto sono uniti gli italiani? Il paese si prepara a celebrare i suoi primi 150 come nazione il prossimo anno. La dichiarazione di unità è datata  17 marzo 1861. Il conto alla rovescia è già cominciato.

Uno dei siti prescelti per i festeggiamenti è Torino. La città fu la capitale durante i primi quattro anni. Divenne anche rapidamente il centro industriale del paese, più che altro grazie alla Fiat. Quando coloro che cercavano lavoro dal sud prendevano il treno verso il nord per trovarne impiego nelle fabbriche di automobili, si andavano a scontrare con il dramma degli italiani che non erano ancora “fatti”. Il lavoro lo ottenevano. La residenza andava male. “Stanze in affitto, ma non ai cani e ai meridionali” si vedeva scritto su molti cartelli.

Torino è il capoluogo del Piemonte. Quando l’Italia nel fine settimana andrà al voto per le regionali, avrà fra i candidati Roberto Cota, del partito settentrionale “Lega Nord”. Il partito conduce una politica contro gli extracomunitari così come contro i meridionali e vuole fare dell’Italia uno stato federale. Il sogno è che il nord Italia diventi un piccolo regno a sé, con il fiume Po come confine meridionale.

Cota ha buone probabilità di vincere. La Lega Nord potrebbe prendere il posto del partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, nelle regioni del nord. Gli italiani, fino ad oggi, non sono ancora stati “fatti”.

Mentre il vecchio treno lentamente si avvicina a Roma, vedo il paesaggio campano, con le sue costruzioni abusive, e i mucchi di spazzatura fra i peschi in fiore. L’Italia del sud avrebbe avuto lo stesso problema di criminalità organizzata oggi se gli italiani fossero stati “fatti”, se tutto il paese si riconoscesse nella Costituzione, se la politica fosse considerata giusta e i politici onesti?

La bandiera italiana sventola sulla stazione di Formia. È verde, bianca e rossa come il basilico, la mozzarella e il pomodoro. Una cosa sulla quale la maggior parte degli italiani vanno d’accordo.

[Ringrazio per la collaborazione Emilio Ballatore, ndT]

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