L’arte diventa vulnerabile

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Mi chiamo Valentina Pulice, sono nata a Francoforte sul Meno nel 1992 in una giornata indecisa tra il sole e la pioggia.
A priori, adoro scrivere e la gente che scrive. Mi sono diplomata come perito agrario con un anno d’anticipo, e come occupazione principale coltivo rose. Nel tempo libero adoro suonare la chitarra, improvvisarmi come cantante e fotografare volti e paesaggi.
La musica mi ha aiutato molto nel mio percorso formativo. Tutto ciò che viene considerato storia, rientra nelle mie passioni. Sono da sempre stata realista, razionale e idealista. Mi affascina tutto ciò che rende vivibile questo mondo come l’arte, la poesia, la musica e il teatro.[/stextbox]

L’arte diventa ”vulnerabile” presso l‘Hangar Bicocca di Milano. L’idea, messa in atto da Chiara Bertola e Andrea Lissoni, ha lo scopo di rappresentare le quattro fasi lunari in un’unica mostra articolata in sette mesi.
L’ inaugurazione della mostra è avvenuta nel mese di Ottobre e il primo Febbraio si è conclusa la prima fase, intitolata : ‘‘Le soluzioni vere arrivano dal basso”. Il titolo della mostra e le opere esposte vogliono ricordare al visitatore come l’insieme dei componenti legati alla stessa siano analoghi a un giardino da coltivare: l’impresa infatti è articolata come il susseguirsi delle stagioni. Iniziata ad ottobre (epoca autunnale) con il contributo di14 artisti, si concluderà nel mese di maggio (epoca primaverile) con la collaborazione di 30 artisti in totale. L’opera che ha caratterizzato e interpretato in modo figurativo il titolo della mostra, nella prima  fase, è “Testament” del duo inglese Ackroyd & Harvey.
Gli artisti che hanno partecipato mostrando le proprie opere durante la fase del  “primo quarto lunare” sono :
● Ackroyd & Harvey
● Mario Airò
● Stefano Arienti
● Alice Cattaneo
● Elisabetta Di Maggio
● Rä Di Martino
● Yona Friedman
● Alberto Garutti
● Gelitin
● Mona Hatoum
● Christiane Löhr
● Ermanno Olmi
● Hans Op de Beeck
● Stefano Boccalini

La fase del “secondo quarto lunare” (che si sta svolgendo in questi giorni) prevede l’inserimento di altri otto artisti, i quali lavorano con caratteri e qualità differenti sulla stessa tematica: la vulnerabilità. Ed è proprio la diversità dello stile usato da ogni singolo artista che rende la mostra, nel suo complesso, unica e atipica.
La sintesi concettuale è identica alla precedente fase, l’unica differenza tra le due edizioni è la titolatura che si presenta con questo slogan: interrogare ciò che ha smesso per sempre di stupirci. Le opere variano seguendo l’intelletto dell’artista, per questo motivo vengono presentate opere complesse e concettuali affiancate da altre classiche e poetiche. Il progetto, realizzatosi con successo, non è nient’altro che una continua evoluzione, un ciclo di periodi che rendono l’atmosfera ancora più interessante.
Il percorso evolutivo intrapreso da ogni singolo artista vuol dimostrare al pubblico come l’arte non si fermi a un singolo evento, ma continui a evolversi durante il corso del tempo : un’evoluzione che deriva dalla bravura artistica, dall’originalità, dalle critiche, dai consigli e dalle opinioni nate tra gli autori, che hanno preso parte al progetto da Settembre 2009.
Gli artisti che si sono aggiunti al ”secondo quarto” sono:
● Bruna Esposito
● Carlos Garaicoa
● Invernomuto
● Kimsooja
● Margherita Morgantin
● Adele Prosdocimi
● Remo Salvadori
● Nico Vascellari

Possiamo considerare il progetto ”Terre vulnerabili”, come un’esperienza innovativa nel campo artistico e visivo. Un’esposizione che verrà ”coltivata” gradualmente dai talentuosi artisti, la quale sarà capace di progredire e stupirci durante tutte le fasi lunari che saranno attuate durante il mese di marzo, aprile e maggio.

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Edward Hopper in mostra a Roma: l’enigma del quotidiano

Lo ammetto: Edward Hopper non era tra i pittori che conoscevo di più. Ma la mostra che da poco si è aperta a Roma su questo artista americano, mi ha dato l’occasione di rimediare alla mia mancanza, e di fare la conoscenza di uno stile pittorico davvero unico.

Autoritratto

La mostra è stata organizzata in sette sezioni, disposte secondo un ordine cronologico e tematico. Nella prima sala è possibile visitare il primo spazio interattivo della mostra: immersa una luce notturna, vi è la riproduzione scenografica di un quadro di Hopper, “Nighthawks del 1942. Lo spettatore può entrare nel bar raffigurato nel dipinto, e “camminare” quindi in un quadro dell’artista. (Davvero un peccato, però, che l’opera originale non sia esposta!)
Mentre in Europa ancora erano fresche le pennellate dell’impressionismo, e la rivoluzione di Picasso sconvolgeva il mondo dell’arte, Hopper rimane fermo nella sua poetica verista, alla quale resterà fedele per tutto l’arco della sua produzione, tanto da essere considerato il “padre del realismo americano”.
Nella prima sala sono esposti gli autoritratti, che ricoprono l’arco di almeno vent’anni. I primi quadri giocano sulle ombre, sui toni scuri, sull’ocra e sul bruno, accesi qua e là da punti di luce. Solo in un autoritratto più tardo, ritroviamo quei colori vibranti e freschi che caratterizzeranno la sua produzione più matura.
Hopper raggiunse il successo solo a quarant’anni. Fino a quel momento si guadagnò da vivere lavorando come illustratore. Pur non amando tale professione, l’influsso delle tecniche dell’illustrazione si evidenzieranno nelle sue opere pittoriche, dando ai suoi lavori quella pulizia, quella precisione e quella brillantezza che caratterizza lo stile di questo artista.
Dopo una breve occhiata al Hopper incisore, si passa a Parigi, dove il pittore ebbe occasione di soggiornare. Qui cominciamo a riconoscere la poetica propria di Hopper: palazzi, ponti e vedute, il tutto intagliato nel gioco luce-ombra, diventano il suoi soggetti prinicpali, tanto da fargli affermare: “Tutto ciò che ho sempre voluto è dipingere il sole sulla parete di una casa”.
Bella l’idea di far creare ai visitatori il “proprio bozzetto hopperiano”. Tre disegni di Hopper vengono proiettati su fogli di carta asportabili, e ciascuno può ricalcarli a matita, per sperimentare in prima persona il tratto grafico dell’artista. Altra idea, il taccuino “interattivo”: L’artist’s Ledger Book può essere sfogliato grazie a un touch-screen, così da poter curiosare fra gli appunti, gli schizzi, e le riflessioni dell’artista americano.

Morning sun

Con l’opera Stairway facciamo la conoscenza degli interni di Hopper, pittore del silenzio e dello straordinario che si cela nelle scene di vita comuni. Ciò è ancora più evidente in una delle sue opere più famose: Morning Sun, dove una donna, seduta su un letto, ha lo sguardo perduto verso la finestra, dalla quale entra una luce che inonda la parete. Accanto all’opera vengono esibiti i bozzetti preparatori, a mostrare la precisione quasi maniacale con la quale Hopper preparava ogni suo quadro. Nulla è lasciato al caso, ciascun colore è scelto accuratamente prima ancora che il pennello tocchi la tela. Questo, a mio parere, è ciò che rende i quadri di Hopper così puliti, ma anche, forse, così freddi e distaccati. Allo stesso tempo, però, da questa freddezza emerge una sensazione malinconica, che parla di solitudine e silenzio. Le immagini sono precise e realistiche, ma proprio per questo sfiorano il limite di una pittura dalla vaga atmosfera metafisica.
Altro soggetto amato dall’artista: la campagna americana, delineata ancora con grandi e sicure distese di colore, ma stavolta leggermente più sfuggente, come se l’immagine fosse stata vista da un treno in corsa.
Nella sala denominata “l’erotismo di Hopper” ritroviamo figure di donne in pose abbandonate, sdraiate su divani o su cuscini, oppure sedute ai piedi del letto. Ciò che affiora da queste opere è di nuovo il quotidiano. Queste donne non sono né muse né dee, alcune di loro, ritratte in un momento di riposo, paiono persino sciatte, quasi come se il pittore le avesse colte di sorpresa. Nessun lirismo, ma, di nuovo, l’immagine precisa ed essenziale trasforma il quotidiano in un attimo nel tempo pieno di mistero.

Second story sunlight

Tutto questo si può ritrovare nell’opera Second Story Sunlight, dove, di nuovo, un Hopper ormai anziano ci offre la visione di una casa su cui la zona fra luce e ombra è creata grazie ad un taglio netto, affilato come un coltello. Al balcone, una giovane donna ed un’anziana prendono il sole. Il piano è cinematografico (come in molti quadri di Hopper), e non è un caso che Hitchcock si sia ispirato a quest’opera per la casa di Psycho. Mi chiedo se persino Kubrick non si sia ispirato agli interni e alle geometrie di Hopper per alcune inquadrature di Shining!
A woman in the sun è l’ultima opera esposta. Di nuovo, il soggetto è una donna sola, un po’ sfatta, con una sigaretta in mano, inondata da un taglio di luce che delinea una macchia geometrica sul pavimento. Questa è l’ultima l’impronta malinconica eppure piena di luce e bellezza che la mostra lascia di sé. Una volta abbandonata, non si può non notare con più attenzione come la luce e l’ombra giochino sulla superficie delle cose attorno a noi, rendendo ogni angolo degno di essere dipinto.

Pennsylvania

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