Aucan – Black Rainbow

La sperimentazione contraddistingue questo trio bresciano, apprezzato molto all’estero e nella scena underground italiana.
La benedetta ottusità nostrana spesso allontana la creatività a tal punto di disprezzarla in nome del conformismo. Un paese in cui si preferisce esportare talenti lontano piuttosto di importarli. Il “sofisticato” metro di giudizio made in Italy di sopravalutare musicisti privi di originalità, rappresenta il disinteresse nello stimare artisti all’avanguardia. Per fortuna esistono dei paesi, dove musicisti di questa portata sono accolti con entusiasmo.

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Sonata Organi

Da anni il maestro Christian Tarabbia è al vertice di un’associazione che vuole valorizzare la musica sacra ed in particolare quella “solenne” dedicata all’organo. I risultati sono al momento molto soddisfacenti e “Sonata Organi” si dimostra un importante festival a livello mondiale nella cornice di Arona, sulle sponde del Lago Maggiore. Diamo subito la parola al protagonista di questa intervista.
Siamo in compagnia del maestro Christian Tarabbia. Vuoi farci una tua breve biografia
artistica e parlarci della tua presidenza di “Sonata Organi”?    Mi chiamo Christian Tarabbia, ho 30 anni e praticamente da quando ero un bambino convivo con la mia passione per la musica. Mi sono diplomato in organo e composizione organistica presso il conservatorio di Novara e poi mi sono specializzato in musica antica a Milano. Da circa 10 anni sono l’organista titolare della collegiata di Santa Maria di Arona, dove è ospitato un bellissimo strumento costruito sui modelli degli organi barocchi tedeschi e dalla sua fondazione avvenuta nel 2005 sono presidente e direttore artistico dell’associazione culturale senza scopo di lucro Sonata Organi. Come musicista ho tenuto concerti in molti festival e rassegne in Italia e all’estero e molte volte ho collaborato con orchestre e cori sia come accompagnatore che come solista.

Christian Tarabbia

Vuoi parlarci di questa associazione?    La nostra associazione è nata grazie alla volontà di un gruppo di giovani appassionati di provare a riprendere l’organizzazione dopo qualche anno di interruzione del festival organistico internazionale di Arona. Quest’anno saremo già alla settima edizione, ma se mi guardo indietro sembra ieri quando ci ritrovavamo le prime volte completamente inesperti e a digiuno di ogni nozione su come ci si deve muovere per organizzare un evento internazionale. Il nostro entusiasmo e la nostra voglia di fare ci hanno permesso però grazie anche a un po’ di fortuna di riuscire nel nostro intento e anzi ci auguriamo di averlo migliorato e ingrandito sempre più nel corso degli anni. La nostra associazione pian piano è stata sempre conosciuta anche fuori dai confini aronesi e proprio grazie a questo da qualche anno abbiamo creato un altro festival con molti appuntamenti che si sposta su gran parte della provincia di Novara con l’intento di far conoscere e valorizzare gli organi storici che sono ospitati nelle nostre chiese. La nostra area è davvero molto ricca di strumenti belli e preziosi, tra i quali sicuramente un posto particolare è occupato dall’organo della parrocchiale di Sillavengo, che risale alla metà del ‘600 e che è l’organo completamente originale più antico di tutto il Piemonte. Anche dal punto di vista dei collaboratori stretti la nostra associazione si è allargata e questo è una fortuna considerando i sempre maggiori impegni e sforzi che organizzare la nostra proposta annuale richiede: mi fa piacere che comunque alla base di tutto proprio come ai tempi in cui muovevamo i primi passi sia rimasta l’amicizia che ci lega e la voglia di fare del nostro meglio per il bene della musica e della cultura.

Il festival “Sonata organi” è arrivato alla settima edizione. Noi ci conosciamo dalla prima,
da quando tu ed altri appassionati avete raccolto l’eredità della manifestazione “In tempore
organi”. Quante soddisfazioni e quanti sforzi sono tra i più vivi in te?    Le varie edizioni del festival di Arona che finora abbiamo presentato racchiudono ognuna in sé particolari che le rendono uniche: dall’emozione e incertezza su come il pubblico ci avrebbe accolto della prima edizione ai primi concertisti internazionali che abbiamo ospitato, alle varie collaborazioni che ci hanno permesso di ospitare non solo organisti ma anche gruppi orchestrali e corali dall’Italia e dall’estero, al progetto in quattro anni di eseguire l’integrale dei concerti per organo e orchestra di Haendel. Forse però la soddisfazione più grande finora almeno per me è quella di essere riuscito ad allestire il Magnifficat di Bach nell’edizione del 2010. Questo brano, già di per sé bellissimo e monumentale, per me costituiva un sogno ed essere riuscito a presentarlo ad Arona mi ha riempito di gioia e anche un po’di orgoglio, mi ricordo che quella sera piangevo talmente ero felice.. Di sforzi anche questi l’elenco sarebbe molto lungo. Forse una persona che assiste ai nostri concerti non immagina quanto lavoro ci sia dietro per allestirli. Ormai diciamo che lavoriamo quasi con un anno di anticipo per trovare gli artisti, i finanziamenti e per cercare di offrire un festival sempre più curato e che gratifichi il nostro pubblico. Nel corso di questi anni ho incontrato molte persone e in alcuni casi ho ricevuto parole molto belle di elogio per quello che stiamo facendo. Non vorrei sembrare immodesto ma forse è proprio in questo la differenza tra noi e altre realtà. Noi vogliamo non solo presentare un concerto, ma vogliamo creare un dialogo con il nostro pubblico e farlo sentire “a casa” quando assiste ai nostri appuntamenti, cercando anche di guidarlo con la massima cura ad ascoltare i nostri programmi e puntando non solo sugli appassionati che già si recherebbero a un concerto, ma cercando di coinvolgere la gente comune che magari per la prima volta scopre che l’organo ha una bellissima letteratura concertistica e non è solo uno strumento liturgico.

foto di Emanuele Sandon

Vuoi parlarci della “location” e dell’organo della collegiata?    Quale sarà il programma di questa settima edizione e cosa ci consigli vivamente di seguire? Il settimo festival di Arona come nelle ultime edizioni sarà composto di quattro appuntamenti: venerdì 22 giugno il concerto di apertura sarà nella chiesa di San Graziano e come spesso è successo negli ultimi anni sarà un concerto speciale, che quest’anno vedrà coinvolti un gruppo di strumentisti barocchi e due cantanti già molto affermati sulla scena internazionale, il soprano Gemma Bertagnoli e il basso Federico Sacchi. Proporremo un viaggio nei capolavori vocali e strumentali nella Germania del Nord di fine ‘600 con autori quali Buxtehude, Bruhns e Tunder e poi ci sarà l’esecuzione di un Gloria di Haendel che è stato scoperto solo pochi anni fa e che quindi costituisce un ulteriore fiore all’occhiello per questa prima serata.
Il programma del festival proseguirà poi il 30 giugno con un concerto di Matteo Imbruno, organista titolare della Oude Kerk di Amsterdam. Questo concerto sarà particolare in quanto nel 2012 ricorre il 450° anniversario dalla nascita di Jan Pieterszoon Sweelinck, un autore importantissimo che ha dato il via a una vera e propria scuola organistica del nord: Sweelinck fu organista proprio nella Oude Kerk ad Amsterdam e avere l’attuale titolare dello stesso organo che fu di Sweelinck mi sembra un bel modo per festeggiare questo anniversario. Il festival proseguirà sabato 7 luglio con un concerto dell’organista olandese Peter Westerbrinck e si chiuderà il 14 luglio con l’organista Manuel Tomadin, un giovane italiano che lo scorso anno ha vinto un concorso internazionale che lo ha insignito di “Giovane organista europeo dell’anno”. Manuel oltre che essere un musicista eccezionale è un amico e sono veramente felice di essere riuscito ad invitarlo.
La vera novità per questa edizione del festival di Arona è che per la prima volta organizzeremo un corso di alta formazione dal 28 al 30 giugno rivolto ad organisti professionisti, amatoriali o semplici appassionati. Avremo ospiti numerosi studenti che per tre giorni suoneranno e studieranno ad Arona sull’organo della collegiata. L’organizzazione di questo corso rappresenta per noi un notevole sforzo in termini economici e di tempo, però siamo veramente felici di poter allargare la nostra attività non solo in senso concertistico ma anche didattico e speriamo che la nostra proposta venga accolta e di avere un buon numero di iscritti.

Accanto al festival di Arona la vostra associazione è coinvolta anche nella rassegna sulla provincia di Novara. Quale sarà il programma di quest’anno?    Ormai le due rassegne, quella itinerante sul territorio della Provincia di Novara e il festival internazionale di Arona, pur restando indipendenti tra loro sono divenute complementari e dal punto di vista del calendario si incastrano e vanno a formare un unico percorso da maggio a ottobre. Quest’anno i concerti hanno preso il via sabato 12 maggio con un concerto che ho tenuto personalmente per l’inaugurazione di un organo ottocentesco dopo gli interventi di restauro che lo hanno riportato nelle sue condizioni originali al santuario della madonna di Loreto (frazione di Oleggio). Ci sono stati poi appuntamenti il 19 maggio a Montrigiasco (concerto con organo e flauto di Pan) , il 1 giugno a Sillavengo e il 10 giugno a Invorio Superiore. La rassegna sul territorio comprenderà poi numerosi altri appuntamenti: il calendario completo così come tutte le informazioni sull’attività da noi promossa è visibile sul nostro sito www.sonataorgani.it

Non mi resta che ringraziare il Maestro Tarabbia, e porgere l’invito a visitare Arona e assaporare questa bellissima musica.

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"Non siamo il vostro genere di persone" – il nuovo dei Garbage

GarbageLa consapevolezza della vecchiaia comincia a farsi sentire se per parlare dei Garbage mi tocca usare il passato remoto e delle formule come “vi ricordate di quel gruppo rock/pop elettronico a metà degli anni ’90?”
Saltiamo quindi i convenevoli: ve lo ricordate? Ma sì, il gruppo messo insieme da Butch Vig, famosissimo produttore di “Nevermind” dei Nirvana (e di “qualche altro” disco di successo). Ma sì, il gruppo di “Vow”, “Only happy when it rains”, “Stupid Girl”, “Push it”, “I think I’m paranoid” e la colonna sonora di uno dei James Bond, “The world is not enough”… Ancora niente? Ok… Il gruppo di Shirley Manson, quella sensualissima gnocca dai capelli baciati dal fuoco. Ah, ecco, improvvisamente ricordate, eh?

Che fine avevano fatto i Garbage? Dopo quattro album e un best of, uscito nel 2007, sono spariti nel nulla. Gruppo sempre umile e ben conscio dello star system, i Garbage non hanno mai fatto grandi dichiarazioni megalomani anzi, sono sempre rimasti con i piedi per terra, concentrati sul loro lavoro. Non si sa bene cosa arrestò la carriera di Vig, Manson, Steve Marker e Duke Erikson… Oggi, alla vigilia del loro nuovo disco, parlano di un malcontento e un’intolleranza verso le case discografiche, che raramente sono interessate a supportare i propri artisti se non arrivano al numero uno della classifica vendite. Fu quindi forse la frustrazione e il calo creativo che solitamente si porta dietro a far chiudere i battenti a uno dei più innovativi gruppi alternative dell’epoca moderna.

In questi cinque anni Butch Vig ha continuato il suo lavoro di produttore (sfornando tra gli altri il bellissimo ultimo disco dei Foo Fighters, “Wasting Light”, che abbiamo recensito). Shirley Manson ha invece provato la carriera di attrice facendo la terminator in Sarah Connor’s Chronicle, ha mantenuto il rapporto con i fan attraverso il suo account twitter e la sua pagina facebook e ha sbattuto invano la testa sul suo album solista, che è definitivamente naufragato quando, a febbraio di due anni fa, ha annunciato di essere tornata in studio con il resto dei Garbage.

“Not your kind of people” è uscito il 14 maggio confermando la stroncatura con le major, dato che è autoprodotto dai Garbage con la loro nuova etichetta, “Stunvolume”.
Il primo ascolto probabilmente non convincerà molto i fan dei vecchi successi dei Garbage, così come il primo singolo, “Blood for poppies”, un po’ anonimo; tuttavia è il classico disco che “cresce dentro” per poi tiranneggiare sugli ascolti della giornata. Vediamo insieme tutte le tracce.

Automatic Systematic Habit apre il disco con un’orgia di elettroniche e ritmiche dance che fanno letteralmente impallidire l’ascoltatore rock e forse incuriosire quello pop. Personalmente, appena fatta partire la traccia, mi son detto “peccato. Un disco da buttare.” Per fortuna prima di strapparmi le vesti ho proseguito con l’ascolto. A parte queste sonorità particolari, la canzone ha un ritornello accattivante e alla fin fine non risulterà così fastidiosa. Parla della meccanicità con cui la gente fa e promette le cose senza pensare e senza ovviamente mantenere la parola data.

Big Bright World rinfresca la memoria sulle classiche sonorità Garbage, ma non è ancora la canzone di volta. Il testo contiene alcuni versi di una poesia di Dylan Thomas.

È poi la volta di Blood for poppies, primo singolo del disco. Troppo allegro e nonsense per dare il giusto omaggio a ciò che i Garbage sono stati.

Ma finalmente arriva Control, la prima vera bella canzone del disco. Armonie melanconiche e la sensuale voce di Shirley lasciano subito spazio a chitarre pompate e a un assolo di armonica semplice ma imponente. Finalmente si capisce che i Garbage sono tornati. Davvero.

Not your kind of people, title track, si sollazza un po’ con un arpeggio effettato identico alla hit “The world is not enough”, ma fa presto capire che è ben più di una smanceria. Questa canzone è un inno: l’inno per i disadattati di tutto il mondo. La calda voce suadente di Shirley ondeggia su questa bellissima ballata. “Noi non siamo il vostro genere di persone, tutto è una bugia”, “Correre in giro cercando di adattarsi, voler essere amati… Non serve molto alla gente per buttarti giù”. E il disco decolla.

Infatti Felt propone un ritmo incalzante semplicemente irresistibile, con un testo che gioca molto sull’assonanza sfruttando la costruzione sintattica dei versi.

Shirley ha voluto far passare I hate love un po’ come la canzone simbolo del disco, con frase stampata su magliette eccetera. Dice di esserci molto affezionata per via del suo sarcasmo, ma personalmente la ritengo forse la più mediocre dell’album. Sarà per l’innesto di elettroniche che trovo rovini gli arpeggi di chitarra, che invece erano molto garbage. Sarà per il testo, sinceramente un po’ banalotto e adolescenziale. Non so, non mi ha convinto.

Con Sugar possiamo finalmente dolcificare il “Milk” del primo album. Queste due ballate sono infatti molto simili, con arpeggi dolci e riverberati, un giro di basso avvolgente e la voce bassa di Shirley ad ammantare il tutto. Ipnotizzante.

Battle in me è probabilmente il pezzo migliore del disco (e sarà il secondo singolo). Un giro di basso esaltante che pompa energia nelle vene, una batteria incalzante, Shirley incazzata e un riff semplice di chitarra che tiene insieme il tutto. La variazione di ritmo nel ritornello e l’uso di tacet rendono la canzone ascoltabile all’infinito.

Man on a wire non lascia evaporare l’adrenalina fatta secernere da Battle in me, anzi aumenta ancora di più il ritmo con un riff aggressivissimo e Butch Vig dietro la batteria che ha l’unica intenzione di spaccare tutto. Parla con vigore delle proprie debolezze e paure e della volontà necessaria per affrontarle.

Beloved freak è una ballatona dolcissima (che Shirley ha eletto come sua preferita dell’album) che serve da chillout per le due tracce precedenti. Come “Not your kind of people” si torna al tema del disadattamento di nerd e geek. “Niente che sia buono è mai stato gratis. A volte ci sentiamo così stanchi e deboli che perdiamo il cielo da sotto i nostri piedi. Le persone mentono e rubano, male interpretano come ti senti. Così dubitiamo e ci nascondiamo. Non sei da solo.”

The one è la prima delle quattro tracce bonus dell’edizione deluxe, che costa qualche euro in più. Torniamo ai ritmi aggressivi di “Battle in me” e “Man on a wire” per smaltire un po’ dello zucchero accumulato con “Beloved freak”.

What girls are made of è un pezzo un po’ deboluccio, in cui l’unica cosa che lo rende memorabile è la dissonanza testo/musica. Sembra quasi che le parole vadano per fatti loro, creando una vaga sensazione di disagio, che scompare con l’apertura ritmica del ritornello.

Bright tonight, perfetta canzone di “chiusura”, in senso lato, nonostante non sia l’ultima traccia dell’edizione deluxe. La chitarrina acustica cosparge un velo di stelle su cui poi la chitarra solista effettata e la voce bassa di Shirley compongono quella che sembra quasi una delicata ninna nanna.

È invece Show me a chiudere il disco, un pezzo davvero molto interessante. Il vibrato allungato della chitarra e la batteria bassa che sembra quasi un tamburo danno una sensazione come di vecchio west. Sembra quasi di vedere Shirley cantare in una vecchia locanda dalle porte di legno cigolanti. Sensazione che dura il tempo dell’intro, perché poi entra la chitarra elettrica e la batteria torna a battere i buoni vecchi 4/4. “Non è facile come sembra. Il mondo è grande, il mare è profondo. Non c’è spazio, non c’è tempo, ci siamo solo noi e ciò che ci lasciamo dietro. Mostrami chi sei, mostramelo adesso”.

GarbageI Garbage ci mostrano chi sono: una gran bella band. Intelligente, professionale, piena di curiosità e voglia di innovarsi. Tutte cose che mal si sposano con la moderna ottica delle major di fare più soldi possibile nel minor tempo possibile a scapito di tutto il resto.
“Not your kind of people” è un classico disco Garbage. Non un capolavoro che fa urlare di esaltazione, ma un bel disco solido, piacevole e riascoltabile, con delle ottime sonorità e delle buone idee, a metà strada tra “Version 2.0” e “Bleed like me”. Farà contenti i vecchi fan dei Garbage e sono sicuro che attirerà anche i giovani che non si fermano alla superficialità della musica che viene loro scodellata quotidianamente da case discografiche corrotte e impomatati marketing manager sorridenti.
Consiglio assolutamente l’acquisto della versione deluxe, che ha la copertina rossa.

I Garbage saranno i Italia l’11 luglio a Vigevano per il “10 giorni suonati Festival” e il 12 luglio a Roma per il “Fiesta Capannelle Roma Rock”.
Vi rimando al loro sito ufficiale e alla pagina facebook. Inoltre sul loro canale Youtube è possibile ascoltare alcuni brani di “Not your kind of people” e vedere i “mini-film” cioè brevi documentari con interviste e commenti sui pezzi del nuovo disco.

Radio Partenope

E’ nata “Radio Partenope”, l’unica radio di solo musica napoletana 24 ore su 24, ascoltabile direttamente on-line su www.radiopartenope.it . La programmazione è divisa in fasce orarie: dalle 07 alle 16 C’era una volta Napoli: dalle 16 alle 19 Napoli Contemporanea: dalle 19 alle 01 del mattino Napoli classica: i grandi successi della musica Napoletana, dalle 01 alle 07 Carosello Napoletano. I messaggi dei già tanti ascoltatori scorrono in home-page ed è subito grande l’affetto per questa nuova e originale radio.

“Di fronte alla più grande campagna di de-marketing della storia d’Italia causata dall’emergenza rifiuti, mi sono chiesto – da pubblicitario – cosa avrei potuto fare per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo, pur non avendo il Comune di Napoli come cliente. Ho fondato una nuova città, Partenope. Un ufficio anagrafe in cui iscrivere tutti quei napoletani che nulla hanno a che fare con camorra e criminalità, né con volgarità e malcostume. Cittadini evoluti e virtuosi che mi piace distinguere con il termine “partenopei”.

Inizia così l’intervista a Claudio Agrelli, il pubblicitario napoletano che nel 2008 ha lanciato “Città di Partenope”. Ma diamo alcune informazioni su questo innovativo personaggio che stiamo per incontrare.
Agrelli, direttore Creativo e owner di Agrelli&Basta, a 37 anni è tra i pubblicitari più noti a livello nazionale e internazionale. Nel 2002 fonda la sua Agenzia mettendo insieme giovani talenti con la voglia di integrare le proprie conoscenze dalla pubblicità alla grafica, al web e ai new media. Nel 2004 crea il primo Customer Care on line per la comunicazione. Nel 2008 fonda una città virtuale, Città di Partenope, per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo arrivando ad attirare l’interesse di 146 paesi e organizzando eventi a New York, Tokyo e Sydney. Nel 2009 e 2010, come unica agenzia del Mezzogiorno, vince gli NC Awards. Nel 2011, malgrado la congiuntura sfavorevole, fa crescere ulteriormente la propria struttura stabilendo collaborazioni con clienti nazionali quali Ferrero, Mondial Group, Equitalia Polis, Standard Hotels. “Agrelli&Basta non è un progetto di business, ma è un progetto di vita – ha dichiarato Claudio Agrelli – per questo in Agrelli&Basta ogni campagna è una sfida, ogni obiettivo è inseguito con autentica passione”.
Così parte “Radio Partenope” una parte del progetto “Città di Partenope” che andiamo a scoprire insieme ad Agrelli.

“Città di Partenope”: un concetto ed un progetto ampio ed ambizioso. Vuole parlarcene? Da subito furono 300 iscritti, poi 1000, oggi sono 5179. Con tanto di Carta d’Identità. Un piccola città grande più o meno come Amalfi, certo una città virtuale ma abitata da cittadini reali che firmano un codice etico impegnandosi a rispettarlo, una sorta di galateo nel quale riconoscersi tutti. Ad oggi il nostro sito ha ricevuto visite da 142 paesi del mondo, il progetto è stato apprezzato da tutti i media, compresa la BBC. Una delegazione di Partenope è stata ospitata in eventi organizzati a New York, Tokyo, Sydney, dove abbiamo esportato un’immagine di Napoli diversa da quella generalmente declinata dai media.
Partenope è un progetto multimediale, una vera campagna permanente su Napoli e la sua cittadinanza attiva, abbiamo anche tre house organ molto seguiti.

Da amante della musica mi ha molto colpito la nascita di “Radio Partenope”. Musica napoletana non stop ma anche “messaggi ai partenopei” per una migliore vivibilità della città. Insomma…molto più di una radio? La Radio è un grande mezzo perché permette di usare quattro sensi su cinque. Mi piaceva l’idea di donare una “colonna sonora” ad hoc alle attività sparse per il mondo di tanti napoletani o semplicemente amanti di Napoli. Oggi il web e il mondo degli smart phone offrono la possibilità di ascoltare la radio in un modo nuovo e, perché no, di diffondere nel mondo una cultura, quella napoletana, ricca di storia, di arte, ma anche di una napoletanità evoluta e lontana da luoghi comuni ed etichette negative. Tra i messaggi ai partenopei infatti si possono ascoltare voci note quali quelle di Raffaele La Capria, Massimo Cacciari, Enrico Bertolino, il Cardinale Sepe, Luigi De Magistris, Gino Rivieccio e molti altri, ma anche semplici cittadini che trasmettono messaggi positivi su Napoli e per Napoli.

I napoletani credo ameranno questa iniziativa. Io sono dell’estremo nord dell’Italia. Facciamo un gioco: mi convinca a diventare un vostro ascoltatore. Dovrebbe amare il genere.. e se lo ama, provi ad ascoltarla una mattina sorseggiando un buon caffè. Risveglierà la voglia di affrontare una nuova giornata con ottimismo. Quell’ottimismo che permette ai napoletani di sopravvivere nella città meno vivibile d’Italia.

Sono rimasto affascinato da Napoli durante qualche mio soggiorno. Una città fantastica e “drammatica” allo stesso tempo. Potenzialità incredibili anche “logisticamente” con porto, aeroporto, mare, turismo, pizza, storia….insomma Napoli potrebbe essere un traino ed un esempio per molte città italiane. Lei vede Napoli con un futuro ancora più importante nell’Italia di domani? Sinceramente non lo so, citando Amato Lamberti credo che “solo i napoletani possono salvare i napoletani”. Se ognuno facesse la sua parte, sicuramente sì, siamo bravissimi in qualsiasi campo, molti di noi infatti hanno fatto fortuna all’estero. Io faccio la mia parte qui, mi auguro che molti facciano altrettanto.

Radio ma anche Tv e quotidiano. Vuole “linkarci” questi tre indirizzi ed invitare i nostri lettori a diventarne fedeli utenti? Da http://www.cittadipartenope.it potete accedere a tutta la Città, sarete considerati turisti finché non vi vorrete iscrivere e scoprire davvero Partneope.

Che aggiungere, se non di ritrovare tutti i nostri lettori in questo bel contesto? Grazie mille a Claudio Agrelli per la professionalità e la puntualità delle sue risposte. Un altrettanto grande ringraziamento a Sara Napolitano che ha reso possibile quest’intervista.

"Unica" e "L'altra metà dell'anima"

Nel panorama della musica pop italiana continuano le novità discografiche. Il 29 Novembre è stata la volta del nuovissimo album di Antonello Venditti: Unica. 9 brani che continuano i racconti personali e non, che il cantautore ci propone da anni. Impegno sociale, amore e vita, quella di tutti con i problemi che ognuno può incontrare. Per il cantautore l’album è desiderio di libertà, quella di amare, di vivere in maniera dignitosa, insomma libertà a 360 gradi. Lui stesso l’ha definito la sua “preghiera laica”.

Ecco la track list:
1.E allora canta!: di fronte alle varie difficoltà, dall’amore perso al lavoro svanito in questi anni di crisi, Venditti incita tutti a non molllare e gridare come nel coro finale: “la libertà ritornerà”. La conclusione del brano è affidata al famoso sassofonista Gato Barbieri che accompaganto da un tappeto di archi improvvisa e regala melodia alla canzone. Il brano segue la falsa riga di tanti soggetti e delle vite cantati in “Che fantastica storia la vita” e “Sotto il segno dei pesci”.
2.Unica (Mio danno ed amore): gelosia e passione per la compagna che forse si sta facendo stringere da qulacun altro. Danno ed amore. E’ il singolo ufficiale dell’album e sicuramente il brano più rappresentativo.
3.Oltre il confine: una dedica a chi sta arrivando profugo nel nostro Paese con la speranza di una vita migliore “con l’aiuto di Allah se Dio vorrà”.
4.Ti ricordi il cielo: brano che va ascoltato più volte e capito. Si sente la mano di Pacifico.
5.Forever: brano con un segnale ben definito, “sarai con me per sempre”. E’ stato dedicato alla madre del cantautore che ora non è più qui. Brano al centro dell’attenzione dei critici per alcune analogie con un brano dei Coldplay.
6.Come un vulcano: dedicato ad una donna che prende tutti e nonsi ferma mai, un vulcano!
7.Cecilia
8.Non ci sono anime
9.La ragazza del lunedì (Silvio): è il brano politicamente scorretto che Venditti inserisce in ogni suo album. Parla di una ragazza lasciata sola dal suo Silvio nel “classico” lunedì ed ora cercherà di riprendersi la sua vita! Alla batteria troviamo Carlo Verdone, come nella sana tradizione “vendittiana” in brani di questo genere.
Dall’8 Marzo, a Roma, partirà il nuovo tour e toccherà come sempre molte città italiane.
“Unica” è prodotto da Antonello Venditti e Alessandro Colombini per la Heinz Music.
Personalmente trovo il lavoro un po’ sotto le mie aspettative, sono passati quattro anni dall’ultimo album di Venditti e i brani come sempre sono solo nove. Credo che solo “Unica” faccia la differenza. Impegnati i testi e ben pensati gli arrangiamenti, ma spesso la melodia lascia a desiderare e il brano si fa apprezzare solo per il ritmo. Pochi spazi per il piano e il sax L’album va ascoltato e capito, al primo impatto purtroppo non lascia un grosso segno, ma riascoltandolo ammetto che ne sto cogliendo e valorizzando le sfumature.

Dopo quasi 50 anni ci carriera con i Nomadi, Beppe Carletti, leader della formazione, decide di far uscire un album tutto suo di sola musica strumentale. “L’altra metà dell’anima” è il titolo del suo lavoro, 13 brani strumentali con piano e tastiere e dei bei vocalizzi di Alessandra Ferrari. Un lavoro molto “intimo” le cui le note ci portano in magiche atmosfere. Semplice la copertina come semplice la sua vita e il suo racconto di come e perchè nasce quest’album: “Questo è un progetto che coltivavo da tempo. Un sogno maturato e cresciuto, durante questi lunghi anni di vita e di musica, lungo le strade del mondo. Si tratta di 13 brani strumentali inediti. Composizioni che rivelano una parte di me stesso, nascosta e sconosiuta. In questo lavoro infatti, escono allo scoperto emozioni, fragilità, sentimenti e pensieri, che appartengono all’altra metà della mia anima. Un album che fotografa i momenti importanti della mia esistenza: un incontro imprevisto, la nascita dei miei figli e dei miei nipoti, la morte di Augusto, un tramonto su una spiaggia, il sorriso di un bambino, il respiro del vento e l’odore della pioggia, o semplicemente la consapevolezza di essere vivo. Composizioni che sono fotografie di attimi rubati alla vita e che non potevo che riempire di note”.
Veramente belle queste melodie che rimarcano lo stile pianistico e tastieristico del musicista emiliano. Forse sarebbe stato bello sentire qualche strumento “vero” quali un flauto o un violino anziché le sole tastiere, ma Beppe è questo. Ricordo lo scambio di battute che ho avuto con Carletti negli spogliatoi di un palazzetto dello sport prima di un concerto: impressionanti la sua semplicità e la sua cordialità. In bocca al lupo per questo lavoro che arriva alla soglia dell’anniversario dei 50 anni della band e dalle recenti dimissioni del cantante Danilo Sacco.

Amici della Musica di Roma

Siamo in compagnia di Laura Ruzza, pianista e, come scopriremo tramite le sue parole, fondatrice dell’associazione “Amici della musica di Roma”. È iniziata da pochissimo la nuova stagione concertistica proposta dalla sua associazione, e credo che dare spazio a queste iniziative sia un modo per promuovere l’impegno per chi vuole proporre cultura, di qualunque genere sia, in questo periodo di declino dell’arte.

Laura Ruzza

Laura, vuoi dirci qualcosa della tua attività artistica e parlarci dell’Associazione “Amici della musica di Roma”?
Sono una giovane pianista romana, che all’attività concertistica come solista e in formazioni cameristiche affianca anche l’attività didattica sia nelle scuole che nei Conservatori di musica. Nel 2006 ho deciso di fondare l’Associazione “Amici della musica di Roma”; ho sempre sognato di poter creare un’associazione musicale tutta mia! Organizziamo concerti, corsi di musica, svolgiamo attività musicologica e il pubblico ci segue con passione. Queste sono le più belle soddisfazioni che possiamo avere, soprattutto di questi tempi!

Sta per iniziare la nuova stagione “Sabato in concerto”. Sei arrivata a organizzare la sesta edizione… Un bel traguardo, non credi?
Sono davvero felice di questo traguardo raggiunto, perché confesso che non è stato affatto facile andare avanti con la nostra attività in questi anni. Premetto che ci autofinanziamo e soprattutto negli ultimi anni non è stato facile riuscire a far quadrare i bilanci continuando a organizzare attività di qualità. In ogni caso ci siamo riusciti e di questo dobbiamo ringraziare i nostri soci. Credo che se ci si mette l’amore, la passione e la buona volontà si riesce sempre a ottenere il meglio; come si dice: volere è potere! Credo che sia proprio vero!

Paola Furetta

Entriamo nel dettaglio delle serate. Il primo concerto è stato il 12 Novembre con il fisarmonicista DANIELE ANGIOSI, che ha spaziato da Bach a Piazzola. Vuoi farci una breve descrizione di ciò che troveremo nelle varie serate?
Il secondo appuntamento è previsto per sabato 3 dicembre con il DUO DIAPHONIA (chitarra-saxofono), che presenterà un intenso programma strutturato su un percorso che da sonorità medievali si articola tra i vari periodi storici fino a giungere al panorama contemporaneo, in cui la scelta del materiale musicale viene effettuata in base a un principio di equilibrio tra qualità e fruibilità che possa catturare l’interesse di un pubblico eterogeneo, attraverso l’ascolto di musiche di Bach, Ibert, Paganini, Villa-Lobos e Bartòk. Di sapore completamente diverso la serata di sabato 21 gennaio affidata al MUSÌ DUO (clarinetto-flauto), che proporrà l’interpretazione di alcune delle più belle opere di Rossini, Mozart e Piazzolla trascritte per flauto e clarinetto.
Di particolare interesse il concerto di sabato 25 febbraio proposto dal TRIO FIATO ALLE CORDE!, che presenterà un concerto intitolato “Dall’Opera al Cinema” proponendo musiche di Rossini e Morricone accompagnate dalla proiezione di filmati inediti e molto suggestivi.
La Stagione proseguirà con l’ensemble PERLE SONORE (clavicembalo e canto), formazione dedita all’esecuzione di musica barocca e del periodo classico.
Il 10 marzo 2012, per festeggiare la Festa della Donna, verrà presentato un programma dedicato alla musica vocale e strumentale di compositrici del XVII e XVIII secolo tra cui Francesca Caccini, Barbara Strozzi, Antonia Bembo ed Elizabeth-Claude Jaquet de La Guerre.
Sabato 14 aprile sarà la volta della giovane violoncellista romana PAOLA FURETTA che proporrà un programma per Cello dedicato esclusivamente alla contemporaneità, con musiche di Boselli, Patterson e Crumb.
La Stagione degli Amici della Musica di Roma si chiuderà sabato 19 maggio con il concerto straordinario del TRIO MUSICHE MIGRANTI (chitarra, violino, fisarmonica, mandolino, voce); attraverso questo concerto gli ascoltatori vengono invitati a ripercorrere il viaggio di chi, salpato dal porto di Napoli, arriva in America Latina: dalle canzoni e danze del Meridione, alcune accompagnate dalla chitarra battente (strumento rinascimentale ancora in uso nel Sud Italia), ai Tanghi argentini, fino ad Alfonsina y el mar, struggente addio al mondo di Alfonsina Storni, poetessa di origini italiane emigrata in Argentina.
Come si vede, l’offerta musicale è molto ampia e variegata, c’è da scegliere, ma il consiglio è quello di non perdere nessun appuntamento, perché si tratta davvero di concerti imperdibili per bellezza e per la bravura degli esecutori.

Dove si svolgeranno tutti i concerti?
I concerti si svolgeranno nella splendida cornice della Chiesa di S. Andrea di Scozia, sita a Roma in via Venti Settembre, 7 (M Barberini).

Quante e quali difficoltà trovi nell’organizzare questi concerti?
Le difficoltà sono molte e di ogni tipo. Bisogna riuscire a catturare l’attenzione del pubblico, perché purtroppo oggi la musica colta è sempre meno seguita e i concerti di musica classica sempre meno affollati. Per questo motivo cerchiamo di proporre offerte musicali originali, diverse e di particolare interesse per tutti, anche per i giovani! I problemi maggiori sono di tipo economico, non è facile autofinanziarsi! Dietro l’organizzazione di una stagione concertistica c’è molto lavoro e ci sono molte spese da affrontare, dall’affitto della location alla stampa del materiale promozionale, ecc…
Servirebbero degli sponsor, ma negli ultimi anni la crisi economica che sta devastando il nostro Paese investe tutti, e dunque non è facile nemmeno trovarli. Credo che sia solo il grandissimo amore per la musica che riesce a farci proseguire nelle nostre attività! Bisogna guardare avanti e non lasciarsi abbattere dalle difficoltà, questo è il nostro piccolo segreto per continuare a fare musica!

Vuoi invitare i nostri lettori alle serate che ci hai presentato?
Certamente e con molto piacere! Ricordo che è possibile prenotarsi gratuitamente semplicemente inviando una mail a amicimusicaroma@tiscali.it oppure contattandoci al 333.6470115. Vi aspettiamo tutti! E naturalmente non dimenticate di passare parola ad amici e parenti!

Ci hai parlato delle difficoltà organizzative, anche materiali… come si può sostenere l’associazione?
È molto facile, si può divenire soci oppure effettuare delle donazioni. Per divenire soci si deve compilare il modulo associativo presente sul nostro sito www.amicimusicaroma.it; la quota sociale, nostro principale mezzo di finanziamento, è di soli € 5 annuali per i soci ordinari e di € 50 annuali per i soci sostenitori. Ricordiamo che l’adesione di un sempre maggior numero di cittadini ci
permetterà un’azione sempre più incisiva e qualificata. Benvenuti nel mondo della musica!

Seguo ormai da anni l’evolversi delle attività musicali proposte da Laura Ruzza e credo che tanti sforzi vadano ripagati con un’alta adesione di pubblico. Sottolineo che Ennio Morricone è il Presidente onorario dell’associazione, mi pare un ottimo sigillo di qualità.

Quintetto Denner – Intervista

Forse non tutti lo sanno, ma il jazz amato nel mondo non è solo quello “made in USA”. In Italia abbiamo molti artisti e al di là dei pochi volti noti esiste un esercito di musicisti di elevato spessore artistico “di nicchia”. Ho avuto il piacere di poter porgere qualche domanda al maestro Giancarlo Buratti, portavoce del “Quintetto Denner”. Giancarlo, insieme ad Alessandro Bardella e Giorgio Rondi, arrivano con il loro trio di clarinetti di estrazione prettamente classica a incontrare Guerrino Allifranchini, “guru” italiano del jazz con il suo clarinetto e il suo sassofono di fama internazionale. L’innesto di Allifranchini allarga gli orizzonti della formazione che trova la sua stabilità con l’inserimento di Filippo Rodolfi, pianista jazz e compositore che può vantare concerti e collaborazioni in tutta Europa fino al Giappone. Negli ultimi anni il quintetto è stato chiamato in molti Paesi per rappresentare l’Italia in vari festival jazz (European Jazz Festival in Turchia nel 2001 – dove tra l’altro è stato inciso il cd “Quintetto Denner-Live in Turkey” – e Toronto Jazz festival nel 2008 per fare due nomi). Il prossimo 25 Novembre i nostri eroi terranno un concerto in Gran Canaria per bissare il successo ottenuto lo scorso febbbraio dove nell’auditorium Tirajanas millequattrocento persone chiusero il concerto con una standing ovation per i Denner. Ma diamo voce a uno di questi artisti: Giancarlo Buratti.

Vuoi parlarci un po’ di chi siete e cosa fate? Di primo acchito ti risponderei che siamo cinque amici, cinque buoni amici che si divertono un mondo. Si potrebbe dire che “in principio fu il trio”, perchè tutto è iniziato dal Trio Denner che, appena terminata l’esperienza del conservatorio, contribuii a formare con Giorgio e Alessandro. Poi, continuando in stile parabola, venne Guerrino e nulla fu più come prima! Scherzi a parte l’incontro con Guerrino ha davvero segnato la svolta, anche perché di lì a pochi mesi il quartetto divenne quintetto integrando stabilmente Filippo Rodolfi che fino ad allora si era occupato degli arrangiamenti.

State per volare alle Canarie. Vuoi parlarci di questa nuova avventura e quale sarà il programma del vostro concerto? È la seconda volta che abbiamo l’occasione di suonare all’Auditorium Tirajanas in Gran Canaria. Quando a febbraio ci contattarono per fare il primo concerto devo ammettere che accolsi la proposta con qualche riserva. Cioè, le Canarie sono senz’altro un paradiso in terra, clima fantastico, natura incontaminata e servizi di alto livello, ma nella mia mente erano troppo legate ai villaggi vacanze per poterle considerare un posto che presta attenzione alla musica e ai concerti, insomma alla cultura che non sia svago fine a sé stesso. Nulla di più sbagliato! Un pregiudizio dato dalla mia scarsa conoscenza del posto. Il concerto che facemmo a febbraio era inserito nel “27 FESTIVAL DE MÚSICA DE CANARIAS” prestigiosissimo festival che ha visto la partecipazione delle più grosse personalità della musica mondiale. Musicisti del calibro di Abbado, Muti, Barenboim, Sir Colin Davis, Plácido Domingo, José Carreras, Rostropovich, Pogorelich, Ashkenazy, YoYo Ma!
In quell’occasione presentammo il nostro ultimo progetto “Italy in Jazz”, questa volta invece proporremo un repertorio che guarda alle radici del jazz, presentando però anche brani in prima esecuzione.

Negli anni avete rappresentato con grandissimo carisma la nostra Italia che fa jazz. Quali sono state le vostre migliori esperienze e quali sono stati i migliori complimenti che avete ricevuto?  Difficilissimo rispondere. Ogni esperienza ci ha portato qualcosa di insostituibile, sotto il profilo umano e musicale. Personalmente porterò sempre nel cuore i tramonti di Sydney, il rimbombo delle cascate del Niagara, i viaggi interminabili e anche quella voglia di casa che ti cresce dentro alla fine di ogni esperienza.
Per quanto riguarda i complimenti, ricorderò sempre un episodio avvenuto al Toronto Jazz Festival. Il giorno dopo il nostro concerto, sullo stesso palco si esibiva Arturo Sandoval, uno dei miei miti di sempre… I posti erano esauriti ma, visto che noi italiani riusciamo sempre a farci voler bene, otteniamo un pass per entrare. Il signore della sicurezza ci accompagna, facendoci passare davanti al palco. A un tratto il brusìo del pubblico in attesa del concerto aumenta, qualcuno ci riconosce, qualcuno urla “Denner”, altri “Italian musicians” e parte un applauso, che aumenta sempre più, fino a che le prime file si alzano in piedi e poi gli altri e così via. Per farla breve ringraziamo, salutiamo e ci defiliamo in buon ordine. Devo ammettere che quella sera, vuoi per la stanchezza, vuoi per il fuso, ma qualche lacrima mi è scappata. Non è proprio un complimento diretto, ma mi piace considerarlo così.

Da anni conosco il carissimo maestro Filippo Rodolfi, che mi ha raccontato che vi divertite come dei pazzi. E come potrebbe non essere così! Siamo un buon gruppo, ci vogliamo davvero bene. Ogni volta che ci penso, penso davvero che conoscere Guerrino e Filippo mi abbia cambiato la vita, e non mi riferisco solo alla vita artistica; sono davvero persone che mi hanno arricchito, intelligenti e sensibili, oltre a essere musicisti eccezionali. E questa avventura oltretutto ha avuto il potere di cementare ancora di più il rapporto tra i “giovani” (le virgolette fanno sempre male) del gruppo originale. Dire che ci divertiamo è minimizzare, anche se di tanto in tanto non mancano gli attriti. Vivere gomito a gomito in tournée e affrontare concerti impegnativi non è una passeggiata a volte.

Vuoi raccontarci qualche aneddoto o qualche episodio simpatico che vi è capitato? Io mi ricordo ad esempio una valigia scambiata per un ordigno fuori da una stanza di albergo… Ah sì, il problema è che non era un albergo, ma l’attico dell’ambasciata di Tirana dove ci ospitavano in occasione del Festival Klasic, e il casino scatenato fu davvero grande. Anch’io me la ricordo e temo di non potermene più dimenticare. Beh, di episodi ce ne sarebbero un miliardo, in questo momento più che episodi ricordo immagini buffe. Rivedo me e Giorgio fare i deficienti “affrontando” le onde perfette di Surfers Paradise: due mozzarelle dal fisico discutibile che urlano come bambini al suono della campanella, attorniati da surfisti professionisti con fisici scultorei e abbronzature da urlo. Ricordo la faccia terrorizzata di Sandro a ogni decollo o sobbalzo di un aereo e i nostri scherzi sadici a cui puntualmente risponde con insulti indicibili, senza però mollare la presa dai braccioli. La capacità comunicativa di Guerrino che sa farsi capire in ogni angolo del mondo, lo vedo ancora chiacchierare con un mercante di strumenti musicali in un suk turco. Quello parlava turco, Guerrino faceva versi strani, ma alla fine si capivano a meraviglia. E poi c’è Filippo e le sue sigarette, su cui si potrebbe scrivere un romanzo, o meglio un manuale: “come poter fumare in qualunque luogo e a qualunque ora!” (Simpatici gli episodi… Ma il fumo fa male!)

Torniamo alle cose serie. Come nascono gli arrangiamenti per un ensamble jazz così anomalo? Su misura, assolutamente. Il gruppo come hai detto è anomalo ed è davvero difficile poter trovare qualcosa nella letteratura Jazz. Per cui tutti gli arrangiamenti sono fatti su misura per noi da Filippo e, in qualche caso da Wally Allifranchini. Poi abbiamo la fortuna di poter eseguire alcuni brani che sono stati composti appositamente per noi da musicisti di prim’ordine che ci hanno voluto fare questo fantastico regalo: Filippo, Wally, Patriarca ecc…

Come trovi il panorama jazzistico italiano? Guarda, posso risponderti esattamente come nell’ultima chiacchierata che facemmo qualche anno fa. Credo sia più interessante di quanto non si pensi. Ci sono un sacco di artisti convincenti, un sacco di giovani musicisti davvero capaci. Personalmente ho degli allievi che davvero mi fanno sperare in un futuro di qualità. Penso però che la percezione che la società ha della cultura italiana, invece, sia molto bassa; penso si dia troppo poco spazio alla qualità e, soprattutto, se ne dia troppo alla banalità. Forse perché la banalità fa ascolto perché è semplice, lineare, a portata di mano, mentre la qualità e la cultura hanno bisogno di più impegno e attenzione. Non voglio fare quello che dispensa saggezza, ma credo che il male del nostro secolo sia la banalizzazione, la semplificazione tout court. In questo periodo aborro la nascita e la diffusione dei Talent Show. Il meta-spettacolo, lo spettacolo sul come nasce uno spettacolo. L’illusione di poter smontare le componenti e le alchimie che costituiscono la preparazione di un successo, di poterle catalogare, controllare ed esibire. Tutto ciò è un’illusione che non fa che banalizzare l’arte riducendola a preparazione e confezione. L’arte come processo industriale. Come dite? Ho rotto con il pistolotto? Ok la pianto! Seguiteci e vogliateci bene!

www.quintettodenner.it

Donne di ieri, orgoglio di oggi: Miriam Makeba

“Un simbolo dell’Africa? Tutto il continente sulle mie spalle? Pesa decisamente troppo. No, non credo di essere un simbolo. Semplicemente la gente mi dimostra tutta la sua simpatia e il suo affetto. “
(Miriam Makeba)

Le donne hanno (s)oggettivamente una marcia in più, ma spesso credo abbiano bisogno di riscoprire la bellezza dell’appartenenza a un genere a volte troppo difficile da amare, ma soprattutto in cui potersi riconoscere.
Ci sono donne di cui vale la pena parlare perché hanno qualcosa da insegnarci, sono qualcuno con cui poter identificare le parti migliori di noi, e Miriam Makeba è sicuramente una di queste.

Miriam Makeba, conosciuta anche come Mama Afrika, è stata una cantante sudafricana nota per il suo impegno politico e sociale, ma soprattutto perché questo impegno non è stato solo un demando, un “patrocinio morale” alle buone intenzioni, quanto piuttosto un senso di responsabilità e appartenenza etnica che in lei ha trovato corpo, accoglienza e soprattutto voce. Miriam nacque il 4 marzo 1932 a Johannesburg; la madre era una sangoma, ovvero una sciamana dei popoli Nguni, mentre il padre, morto quando sua figlia aveva 5 anni, apparteneva agli Xhosa, gruppo etnico dell’Africa centrale. Miriam ha sempre coltivato la passione per il canto, partecipando a numerosi concorsi canori, e prendendo parte a matrimoni e funzioni religiose.

Gli anni ’50 sono gli anni dell’ascesa per la giovane Miriam Makeba, soprattutto dopo la formazione del nuovo gruppo The Skylarks, capace di unire jazz e musica tradizionale africana. Ma gli anni ’50 sono anche gli anni dell’apartheid, termine afrikaans usato per definire la segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel 1954 e rimasta in vigore fino al 1990. Hendrik Frensch Verwoerd, definiva l’apartheid come “una regolamentazione di buon vicinato”, che poi tanto buono non doveva proprio essere visto il suo inserimento nella lista dei crimini contro l’umanità. Ed è invece proprio l’umanità quella che Miriam Makeba ha deciso di abbracciare idealmente con la sua voce calda e femminile, capace di trasportare sulle onde della musica anche un po’ delle oppressioni e del dolore di chi le ascolta.
Il successo da Miriam Makeba, nei termini di affetto e stima del popolo sudafricano, è costato alla cantante un esilio di ben trent’anni, imposto dal governo di Pretoria dopo il suo primo tour negli Stati Uniti.

Da lì nel 1960 Miriam partecipa a un documentario anti-apartheid dal titolo “Come Back, Africa“, che la porterà a trasferirsi a Londra e poi ritornare successivamente in America. Il legame con la terra d’origine non viene reciso,  attraverso il rapporto con Nelson Mandela, impegnato allora nell'”African National Congress”, ma soprattutto grazie alla musica, mezzo reale, concreto e alla portata di tutti. Nel 1966 Miriam Makeba riceve un Grammy per l’album An Evening with Belafonte/Makeba, manifesto della situazione della popolazione nera sotto il regime dell’apartheid, ma soprattutto nel 1967 pubblica la canzone che la porterà ad una fama mondiale, Pata Pata; questa canzone, divenuta famosa in Italia soprattutto come riadattamento per una nota marca di gelati (e ho detto tutto), rappresenta un inno alla vita, nella semplice descrizione di una ragazza che ama ballare e muoversi. Questa canzone, all’apparenza banale, ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, il desiderio del popolo nero di riscoprirsi libero e fermo nel conquistare il diritto a vivere una vita normale.
Miriam affronta un’altra sfida, nel 1968, con il matrimonio con l’attivista radicale Stokely Carmichael,  figura controversa nel panorama americano, tanto da comportare un calo drastico di concerti e contratti. A quel punto la Makeba decide di trasferirsi in Guinea, dove svolge il ruolo di delegata per le Nazioni Unite, vincendo il Premio Dag Hammarskjöld per la Pace nel 1986.
Finalmente nel 1990 Nelson Mandela convince la Makeba a ritornare in Sudafrica, dove continua con ancora più forza il suo impegno sociale, in una terra che è finalmente la sua terra.
Miriam Makeba  muore nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008 a Castel Volturno, dopo essersi esibita in un concerto a favore di Roberto Saviano. Il concerto, a detta di cronaca, non è stato un gran successo a causa della scarsa partecipazione, ma Miriam non ha saputo dire di no ai pochi nordafricani delle baracche campane che la acclamavano al grido di “Pata Pata”.  Miriam Makeba muore lontana dalla sua terra, che ha coltivato negli anni della distanza, della mancanza, del dolore per non essere a lottare in prima linea; Miriam Makeba, come sottolineato dai figli della cantante, è morta a Castel Volturno, che è comunque un pezzetto Africa.

httpv://www.youtube.com/watch?v=6mXRgSc1q1w

Festival della fisarmonica digitale

Roland, nota marca di strumenti musicali, propone sul mercato una fisarmonica alternativa e moderna. Si tratta della Roland V-Accordion, una fisarmonica versatile che unisce la tradizione di questo affascinante strumento alle ultime tecnologie appilcabili. Ormai da cinque anni si svolge il “Roland V-Accordion Festival”, un evento per promuovere questo prodotto ma soprattutto per premiare artisti emergenti e non che ne fanno di questo strumento passione e arte.
Sabato 11 Giugno a Pineto (TE), si è tenuta la finale italiana diretta da Renzo Ruggieri. La serata ha decretato la vittoria di Andrea Di Giacomo per la categoria jumiores e di Pietro Adragna per la categoria senior. Proprio quest’ultimo sarà il rappresentante italiano per la finalissima del 22 Ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Si tratta di un evento molto particolare e di livello appunto internazionale. Ci saranno artisti provenienti da 14 Paesi: Italia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Ungheria, Brasile, Canada, Spagna, Russia, Francia, Belgio, Giappone e Cina.
Sul palco dell’Auditorium ci sarà pertanto tanta sana e buona musica e “raffiche di colpi di note” sotto l’occhio (anzi l’orecchio) attento della giuria composta da personaggi di spicco del panorama fisarmonicistico.
La serata sarà presentata da Mascia Foschi, artista poliedrica (presentatrice, attrice e cantante) attualmente impegnata in un progetto vocale dedicato al tango. La cantante sarà accompagnata dal Maestro Sergio Scappini, il primo docente di ruolo in fisarmonica in Italia dall’introduzione dello strumento nei conservatori. Un fisarmonicista riconosciuto a livello mondiale che vanta un’intensa attività di solista, camerista e con orchestre di elevato spessore, nonché vincitore del concorso per fisarmonicista da palcoscenico del Teatro alla Scala di Milano.

Passiamo agli ospiti d’onore quali i “Guglielmi Brothers”. Due bambini prodigio con le loro fisarmoniche diatoniche digitali Roland (cercateli su YouTube sono sorprendenti!) e i “Si Taranta”, gruppo folkloristico dell’Italia centro-meridionale che ci accompagneranno con la loro musica portandoci poi ad ascoltare l’ormai affermato fisarmonicista Danilo Di Paolonicola. Di Paolonicola già talento a sei anni, ora si presenta al pubblico dall’alto delle sue esperienze musicale in Italia e in molti stati esteri.
L’ingresso a questo evento è: LIBERO! Unica “clausula” è il ritiro del voucher presso l’Infopoint dell’Auditorium a partire dal 1° Ottobre.
Non mi resta che invitarvi a questo evento e fornirvi qualche indirizzo e recapito utile.
Per quanto rigurada l’Auditorium: si trova in via P. De Cuobertin 30 a Roma e potete contattare l’Infopoint al seguente numero: 06.80241281.

Maggiori informazioni riguardo alla V-Accordion e al festival sono disponibili nei siti ufficiali:
http://www.v-accordionfestival.com
http://www.v-accordionfestival.com
http://www.roland.com
www.roland.it

Un ringraziamento a Elisabetta Castiglioni dell’Ufficio Stampal V-Accordion Festival.

Intervista ai Funk Off

Il nostro viaggio musicale ci porta a conoscere Dario Cecchini, leader e portavoce dei Funk Off. Un orgoglio per il nostro Paese, questa marching band che vanta prestigiose collaborazioni e concerti in ogni parte del mondo. Dario si è prestato alle nostre domande e lo ringrazio per la rapidità e per la trasparenza che si legge attraverso le sua parole. Non perdeteli nei prossimni concerti!

1.Vuoi raccontarci come nasce questa band e raccontarci qualche tappa saliente della vostra attività artistica?
Verso la metà degli anni 90 dirigevo a Firenze la Ballroom Big Band del CAM, la scuola di musica jazz fiorentina. Doveva essere una formazione di Big Band classica ma che non suonasse brani del repertorio jazzistico, ma che fondesse il jazz con gli altri rami della black music, soprattutto funk e soul, mirata al ballo e al ritmo. Fu così che cominciai a sperimentare un po’ di idee nell’arrangiamento e successivamente nella composizione che poi ho portato nei Funk Off. Negli stessi anni suonavo in formazioni di livello veramente ottimo, ma che a volte sentivo non si concedessero completamente alla musica come partecipazione e emozione. Durante una prova della Ballroom ebbi l’idea della Marchin’ Band che unisse alla musica il movimento, per enfatizzare la partecipazione emotiva e quindi riempire quel vuoto che sentivo. Ovvio che per fare una cosa del genere avevo bisogno di fare tante prove e per questo pensai a tutti ragazzi di Vicchio, il mio paese, con i quali già collaboravo e nei quali vedevo grosse potenzialità.
Dopo 13 anni le tappe sono state tante…. Le butto un po’ lì: la prima partecipazione ad Umbria Jazz nel 2003, i vari tour un po’ in tutta Europa, le partecipazioni al Melbourne Jazz festival, al Festival di Sanremo nel 2005, a Speciale per me di Renzo Arbore, a New York allo IAJE, al Concerto del 1° Maggio in Piazza San Giovanni a Roma, per finire con la partecipazione al BMW Festival a San Paolo del Brasile. Ma ogni tappa e ogni evento della nostra attività rappresentano per noi un momento importante.

2. Luglio 2011 è stata l’ennesima vostra consacrazione all’Umbria Jazz. Cosa vuol dire suonare nella capitale italiana del jazz?
Beh, questo era il nostro nono anno consecutivo a Perugia. E’ una soddisfazione sempre più grande sia perche partecipiamo al più importante Festival Jazz italiano, sia per il fatto che si è creata un’empatia unica con la città, con il Festival e con il pubblico.

3. Vuoi raccontarci qualche “aneddoto” particolare o qualche fatto curioso successo a Perugia?
Sono stati tanti in dieci anni, uno dei più incredibili è successo proprio quest’anno. Stavamo suonando in Corso Vannucci e, senza che ce ne fossimo accorti, c’era ad ascoltarci John Blackwell, uno dei batteristi/guru moderni, che era a Perugia con Prince. Beh, ha sfilato una bacchetta di tasca al nostro rullantista e si è messo a fillare sul rullante con lui. Ha finito il pezzo con noi! Ci ha fatto dei grandi complimenti, in particolare alla nostra sezione ritmica. Ma anche quando Phil Woods mi ha fermato per dirmi che gli piaceva un sacco la musica della band e che si era alzato da letto per venire a vederci… Oppure quando un musicista di New Orleans mi ha detto che nella sua città ci sono le radici del Jazz, ma noi, con la nostra musica e il nostro modo di proporla, ne siamo i rami.

4. Quali sono i vostri prossimi progetti?  Intanto registrare il nostro quinto cd. La musica è già pronta, l’abbiamo provata e qualche pezzo lo stiamo già suonando nei concerti. Poi ci piacerebbe fare un DVD in cui oltre ai concerti ci sia un po’ anche la nostra storia. Già è partito qualcosa anche per questo, poi si vedrà.

5. Vogliamo parlare della vostra discografia e di come fare per acquistare un vostro cd?
Abbiamo registrato 4 CD: “Uh Yeah!” del 2001, “Little Beat” del 2003, “Jazz On” del 2007, “Una banda così” del 2010. I primi 2 CD li vendiamo noi ai concerti in quanto non sono distribuiti, gli altri 2 (“Jazz On” per la Blue Note, “Una banda così” per la My Favorite) si trovano tranquillamente anche nei negozi.

6. Come vedi la musica nel nostro Paese? Cosa si potrebbe fare di più?
Dunque, c’è musica e musica. Se parliamo della musica leggera nel nostro paese mi sembra che vada. Ha un suo mercato, un suo pubblico, le sue star, si riesce ad esportarla e anche bene. Non parlo della qualità, parlo di quel mondo. Ma quando penso alla musica intesa come attività artistica… beh, il discorso cambia. Non ci sono strutture, non c’è nessuna forma di aiuto da parte del governo, i festival e i comuni si sono visti ridurre drasticamente sovvenzioni e aiuti non solo per la musica ma per ogni attività culturale. Stessa cosa è successa agli enti lirici e a importanti orchestre del panorama nazionale. E questo tipo di tagli si sono avuti più o meno in tutte le forme d’arte. La stessa struttura scolastica musicale, il Conservatorio, è stata riformata ma, a mio parere, in peggio e in maniera molto superficiale. I licei musicali, appena istituiti, non capisco a che cosa mirino.
Penso che bisognerebbe riformare la struttura scolastica musicale, per lo meno quella del jazz, fare dei programmi seri e pretendere che chi studia jazz sia veramente preparato. Il vecchio percorso musicale non era a mio parere sbagliato, ma dovremmo mettere nei conservatori corsi di Ear Training, batteria e piano complementare, tecniche di ascolto. Dovremmo cercare di far crescere i giovani nella musica come musicisti e non come esecutori. Dovremmo cercare di far capire loro che la musica è un’arte e che come un’arte va vissuta, capita, studiata e rispettata. Inoltre penso che i giovani dovrebbero avere un rapporto sano con la musica fin da piccoli, dovrebbero essere educati all’ascolto e avere la possibilità di praticare strumenti con corsi musicali propedeutici seri fino dalle elementari e alle medie.

Per tutte le altre informazioni e le date dei prossimi concerti vi invito a visitare il sito ufficiale