Fermate la mattanza

Stanotte, a Napoli, è bruciata Città della Scienza. Trecentocinquantamila visitatori l’anno, museo interattivo, sede di mostre, eventi, dava lavoro a centosessanta persone. Edificata nell’area appartente all’ex-Italsider di Bagnoli, nata per riqualificare un’area nel napoletano martoriata da anni di industria pesante, inquinamento, sciacallaggio ambientale.

Città della Scienza era un simbolo, il simbolo di qualcosa di pulito, qualcosa che fosse lontano dalle logiche criminali che appestano questa città. Più di diecimila metri quadrati di capannoni adibiti a musei, laboratori interattivi, sedi di mostre e conferenze. Ne rimane in piedi soltanto il teatro.

Impossibile non vederci la mano criminale dietro questo atto, impossibile non pensare subito al dolo. Diversi punti di innesco dell’incendio, la scelta di farlo accadere di lunedì, quando il polo è chiuso. È un segnale che a qualcuno, evidentemente, desse fastidio. Napoli è una città difficile, lo si sente dire sempre; guerre di camorra che ormai non fanno più notizia, diventate ormai normalità, problemi di ordine pubblico, periferie presidiate dalle forze dell’ordine ventiquattr’ore su ventiquattro. E poi i problemi di rifiuti, una criminalità organizzata che si è insidiata talmente tanto nel fitto sistema sociale da esserne diventata parte fondante.

Rogo a Città della ScienzaMa Napoli non è solo questo; Napoli è una città che cerca sempre di reagire, di resistere, di andare avanti, anche di fronte all’ennesimo assassinio di un innocente, anche di fronte all’ennesima infinita guerra di camorra. E Città della Scienza era forse uno dei simboli di questa resistenza. Un qualcosa che desse speranza, una cosa “pulita”. Purtroppo, questa è la fine che fanno le cose “pulite”. Date alle fiamme, come un disastroso film hollywoodiano, per fare notizia, per mostrare a tutti cosa significa andare contro quei “qualcuno”, quelli che comandano, quelli che spariscono per un po’, ma poi compiono atti terribili per ricordare a tutti che ci sono ancora, che quei “qualcuno” sono lì. È il loro regno.

“Ricostruire, quanto prima.” Queste le prime dichiarazioni di queste ore da parte delle istituzioni (compreso il Presidente della Repubblica), mentre sui volti dei lavoratori rimane impressa quell’espressione di sgomento mista a tristezza. Tante le lacrime versate anche dai cittadini dell’area, e tante le lacrime versate da tutti i napoletani. Ci hanno tolto un simbolo di pulizia, ci hanno tolto una cosa buona, l’hanno data alle fiamme. Viene da rassegnarsi, da gettare la spugna.

httpv://youtu.be/NZwa4J5pI5g

Questa città ha bisogno di aiuto, di un aiuto concreto, ha bisogno di cambiare. Troppo spesso il cambiamento viene mascherato dalle grandi opere “pubblicitarie”, dai lungomari liberati, dalle piazze ripulite. Ma Napoli ha bisogno di una presenza istituzionale forte, ha bisogno di indagini insistenti e spietate contro le cosche, ancor di più di come già oggi le forze dell’ordine fanno. C’è tanto lavoro da fare, servono risorse, uomini. Ma soprattutto serve fiducia. Questa città ha bisogno di fiducia nel futuro, nella gente, nella possibilità di credere che un giorno possa diventare pulita. Ha bisogno di poter sperare che le sue cose “pulite” non vengano bruciate.

Non lasciate che Napoli diventi cenere. Fermate questa mattanza.

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Una partita che si gioca… un quarto di secolo fa

Erano gli anni ottanta. Tutto era diverso. C’era ancora l’Unione Sovietica, il Muro di Berlino era ancora in piedi, passava la cometa di Halley, i Duran Duran spopolavano fra le ragazzine, Berlusconi comprava il Milan, esplodeva una centrale nucleare a Chernobyl e Maradona entrava nella leggenda con la “Mano de Dios” ed un gol pazzesco contro l’Inghilterra. Ma se si chiede ad un napoletano quale avvenimento ricorda del 1986, qualsiasi appassionato di calcio citerà la vittoria a Torino del 9 novembre. Il team di Ottavio Bianchi giocò un match memorabile andando a espugnare il “Comunale” (per oltre metà ospitante tifosi azzurri) per tre a uno, dopo aver rimontato l’iniziale vantaggio bianconero firmato da Laudrup con i gol di Ferrario (uno che andava nella metà campo avversaria tre volte all’anno), Giordano e Volpecina. Cosa significò per i napoletani lo spiega meravigliosamente Maurizio De Giovanni, un bravo scrittore partenopeo, nel suo libro “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino“. Quelli che per anni erano stati i “nemici di sempre” erano stati battuti. La ricca Juventus, dei ricchissimi e potentissimi Agnelli, simbolo del nord industrioso contro il sud meno sviluppato e che cercava una rivalsa nel mondo pallonaro.

Difficile non vedere un déjà-vu con quanto sta accadendo oggi, nel 2012. Entrambe le squadre appaiate in cima alla classifica, la Juventus considerata come la favorita numero uno al titolo, la giornata di campionato quasi uguale (ottava adesso, nona un quarto di secolo fa), la stessa speranza di coloro che intraprenderanno il viaggio verso il nuovissimo “Juventus Stadium“, capolavoro di architettura per visuale e comfort ma decisamente piccolo e che non potrà ospitare i quasi trentamila napoletani come nel 1986, nemmeno il dieci per cento. Intendiamoci, ci sono tante cose diverse. L’attuale squadra bianconera è decisamente la più forte del paese, forte di uno scudetto vinto meritatamente lo scorso anno, di una rosa molto competitiva, di un allenatore che per quanto bistrattato è senza dubbio bravissimo, ma soprattutto di un record di imbattibilità che dura da oltre un anno. La differenza con il Napoli sembra molto più marcata rispetto a quanto accadde anni fa. Però… c’è chi rivede in Cavani il fervore che soltanto il più grande giocatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, aveva saputo dare ad un intero popolo. I suoi scudieri non sono Giordano, Carnevale e De Napoli, ma Pandev, Hamsik e Maggio.

No, decisamente non è una partita come le altre. Potrebbe anche non decidere nulla, è ovvio, siamo appena ad ottobre e questa lotta a due potrebbe anche spezzarsi in favore di qualcuno. Ma è da ingenui pensare che sabato 20 ottobre qualsiasi tifoso napoletano non si paralizzerà a seguire i propri beniamini, sognando quello che qualcuno vorrebbe tanto rivivere e quello che qualcuno vorrebbe vivere per la prima volta. Dall’altro lato ci sono la consapevolezza di essere la squadra più vincente della storia italiana a livello di scudetti (ventotto, ma come si evince da battute sempre più frequenti per qualcuno sono di più) e la pressione dello scomodo ruolo di favorito, ma anche per gli juventini sarà una gara tutta da seguire, proprio perché un testa a testa del genere non capita tanto spesso (soltanto nella stagione 1974-1975 Juventus e Napoli avevano battagliato per il titolo, andato poi a Bettega e compagni) e perché c’è appunto una imbattibilità da difendere. Voglia di vincere da ambo le parti dunque, con la consapevolezza che magari anche questa partita entrerà negli annali della storia del calcio, e magari qualcuno ci scriverà un libro per raccontare quanto accaduto in terra piemontese alle nuove generazioni.

Sfide del genere fanno solamente bene al nostro calcio, ultimamente fin troppo in ribasso. Se ci si ricorda che si tratta comunque di sport e non di questioni vitali, allora ci si può decisamente abbandonare a questa passione anche con settimane di anticipo. Che i tifosi delle due squadre si godano l’incontro, così come probabilmente faranno anche quelli di tutte le altre compagini, perché tutti vogliono veder fare la storia.

Una Coppa ritrovata

Probabilmente in molti ricorderanno un famoso Reggina-Chievo, partita valida per gli ottavi di finale della Coppa Italia 2006-2007, giocata ad ora di pranzo in infrasettimanale per esigenze televisive (e già qui si può sorridere) e che vide nel settore ospiti uno degli striscioni più memorabili visti in uno stadio di calcio.

Tre, e ribadiamo tre, tifosi del Chievo che avevano attraversato tutto il paese esposero un drappo con su scritto: “Non avevamo un ca… da fare“. Eloquente, non c’è che dire. Già, perchè quello fu un segnale chiarissimo di come la manifestazione fosse diventata davvero un fastidio. Per tutti, le grandi e le piccole. Le grandi per un calendario già intasato dalle competizioni continentali e le piccole perchè non avevano rose adatte a così tante partite. Un primo cambiamento avvenne già l’anno successivo, con la prima finale in gara unica da tempo immemore: Roma-Inter 2-1, in uno stadio “Olimpico” stracolmo. Da qui la decisione di far disputare sempre la finale a Roma in stile Wembley (evidentemente c’è sempre un modello inglese da seguire!). Sul fatto che si giochi sempre nello stesso stadio e che sia quello di due delle principali squadre di Serie A che hanno l’opportunità di giocare la finale in casa se ne può discutere perchè difatti è una stupidaggine colossale (a Wembley infatti non gioca nessun club) ma l’idea di fondo è corretta.

L’allora presidente della Lega Calcio Matarrese esportò nel 200/2009 il modello della Coppa di Francia, con una serie di turni preliminari in gara unica (chi gioca in casa lo decide il sorteggio) e con le “teste di serie” (le prime otto classificate del campionato precedente) che subentrano negli ottavi di finale giocando nel proprio stadio, “obbligando” le big a disputare solo cinque match (finale compresa, visto che solo le semifinali rimangono con la vecchia formula andata-ritorno) per alzare la Coppa. Sembra aver funzionato. Match molto più spettacolari e molta più voglia di andare avanti nella competizione (ok, non come in altri paesi ma è già qualcosa). Per un curioso fenomeno solo l’anno scorso si è avuta una finale senza una squadra romana impegnata (quindi fino a quel momento era ovvio avere lo stadio pieno) ma l’invasione pacifica dei palermitani ha dimostrato che ottantamila persone sono fattibili anche se sono impegnati due team che arrivano dai capi opposti del nostro paese.

Anche l’edizione attuale sembra confermare l’andazzo. Si sono viste partite molto spettacolari, come Milan-Lazio, Napoli-Inter e Juventus-Roma, più la sorpresa Siena arrivata fino alle semifinali e ad un passo da una incredibile qualificazione all’Europa League (la Coppa Italia assegna un posto nella seconda competizione europea). Memorabile anche la doppia sfida fra le attuali dominatrici del campionato di Serie A, Milan e Juventus, conclusasi solamente ai tempi supplementari dopo due incontri “veri”. E la finale? Napoli-Juventus. Si, siamo ad aprile e se ne parla già da settimane. Richiesta di biglietti oltre ogni più rosea aspettativa, con consequenziale polemica del presidente azzurro De Laurentiis che voleva far disputare l’atto finale a Milano. Polemiche sul sistema di vendita (la tessera del tifoso andrà anche in pensione ma continua a far discutere oltremisura) e su eventuali prelazioni, così è facile prevedere una vera e propria “caccia al tagliando”.

La Coppa Italia sembra aver riacquistato l’antico prestigio dunque. Ci sono altre proposte per cercare di renderla ancora più appetibile, come ad esempio assegnare un posto in Champions League a chi la vince, ma per il momento può andar bene così. Con buona pace di quei meravigliosi tre tifosi del Chievo.

Radio Partenope

E’ nata “Radio Partenope”, l’unica radio di solo musica napoletana 24 ore su 24, ascoltabile direttamente on-line su www.radiopartenope.it . La programmazione è divisa in fasce orarie: dalle 07 alle 16 C’era una volta Napoli: dalle 16 alle 19 Napoli Contemporanea: dalle 19 alle 01 del mattino Napoli classica: i grandi successi della musica Napoletana, dalle 01 alle 07 Carosello Napoletano. I messaggi dei già tanti ascoltatori scorrono in home-page ed è subito grande l’affetto per questa nuova e originale radio.

“Di fronte alla più grande campagna di de-marketing della storia d’Italia causata dall’emergenza rifiuti, mi sono chiesto – da pubblicitario – cosa avrei potuto fare per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo, pur non avendo il Comune di Napoli come cliente. Ho fondato una nuova città, Partenope. Un ufficio anagrafe in cui iscrivere tutti quei napoletani che nulla hanno a che fare con camorra e criminalità, né con volgarità e malcostume. Cittadini evoluti e virtuosi che mi piace distinguere con il termine “partenopei”.

Inizia così l’intervista a Claudio Agrelli, il pubblicitario napoletano che nel 2008 ha lanciato “Città di Partenope”. Ma diamo alcune informazioni su questo innovativo personaggio che stiamo per incontrare.
Agrelli, direttore Creativo e owner di Agrelli&Basta, a 37 anni è tra i pubblicitari più noti a livello nazionale e internazionale. Nel 2002 fonda la sua Agenzia mettendo insieme giovani talenti con la voglia di integrare le proprie conoscenze dalla pubblicità alla grafica, al web e ai new media. Nel 2004 crea il primo Customer Care on line per la comunicazione. Nel 2008 fonda una città virtuale, Città di Partenope, per rilanciare l’immagine di Napoli nel mondo arrivando ad attirare l’interesse di 146 paesi e organizzando eventi a New York, Tokyo e Sydney. Nel 2009 e 2010, come unica agenzia del Mezzogiorno, vince gli NC Awards. Nel 2011, malgrado la congiuntura sfavorevole, fa crescere ulteriormente la propria struttura stabilendo collaborazioni con clienti nazionali quali Ferrero, Mondial Group, Equitalia Polis, Standard Hotels. “Agrelli&Basta non è un progetto di business, ma è un progetto di vita – ha dichiarato Claudio Agrelli – per questo in Agrelli&Basta ogni campagna è una sfida, ogni obiettivo è inseguito con autentica passione”.
Così parte “Radio Partenope” una parte del progetto “Città di Partenope” che andiamo a scoprire insieme ad Agrelli.

“Città di Partenope”: un concetto ed un progetto ampio ed ambizioso. Vuole parlarcene? Da subito furono 300 iscritti, poi 1000, oggi sono 5179. Con tanto di Carta d’Identità. Un piccola città grande più o meno come Amalfi, certo una città virtuale ma abitata da cittadini reali che firmano un codice etico impegnandosi a rispettarlo, una sorta di galateo nel quale riconoscersi tutti. Ad oggi il nostro sito ha ricevuto visite da 142 paesi del mondo, il progetto è stato apprezzato da tutti i media, compresa la BBC. Una delegazione di Partenope è stata ospitata in eventi organizzati a New York, Tokyo, Sydney, dove abbiamo esportato un’immagine di Napoli diversa da quella generalmente declinata dai media.
Partenope è un progetto multimediale, una vera campagna permanente su Napoli e la sua cittadinanza attiva, abbiamo anche tre house organ molto seguiti.

Da amante della musica mi ha molto colpito la nascita di “Radio Partenope”. Musica napoletana non stop ma anche “messaggi ai partenopei” per una migliore vivibilità della città. Insomma…molto più di una radio? La Radio è un grande mezzo perché permette di usare quattro sensi su cinque. Mi piaceva l’idea di donare una “colonna sonora” ad hoc alle attività sparse per il mondo di tanti napoletani o semplicemente amanti di Napoli. Oggi il web e il mondo degli smart phone offrono la possibilità di ascoltare la radio in un modo nuovo e, perché no, di diffondere nel mondo una cultura, quella napoletana, ricca di storia, di arte, ma anche di una napoletanità evoluta e lontana da luoghi comuni ed etichette negative. Tra i messaggi ai partenopei infatti si possono ascoltare voci note quali quelle di Raffaele La Capria, Massimo Cacciari, Enrico Bertolino, il Cardinale Sepe, Luigi De Magistris, Gino Rivieccio e molti altri, ma anche semplici cittadini che trasmettono messaggi positivi su Napoli e per Napoli.

I napoletani credo ameranno questa iniziativa. Io sono dell’estremo nord dell’Italia. Facciamo un gioco: mi convinca a diventare un vostro ascoltatore. Dovrebbe amare il genere.. e se lo ama, provi ad ascoltarla una mattina sorseggiando un buon caffè. Risveglierà la voglia di affrontare una nuova giornata con ottimismo. Quell’ottimismo che permette ai napoletani di sopravvivere nella città meno vivibile d’Italia.

Sono rimasto affascinato da Napoli durante qualche mio soggiorno. Una città fantastica e “drammatica” allo stesso tempo. Potenzialità incredibili anche “logisticamente” con porto, aeroporto, mare, turismo, pizza, storia….insomma Napoli potrebbe essere un traino ed un esempio per molte città italiane. Lei vede Napoli con un futuro ancora più importante nell’Italia di domani? Sinceramente non lo so, citando Amato Lamberti credo che “solo i napoletani possono salvare i napoletani”. Se ognuno facesse la sua parte, sicuramente sì, siamo bravissimi in qualsiasi campo, molti di noi infatti hanno fatto fortuna all’estero. Io faccio la mia parte qui, mi auguro che molti facciano altrettanto.

Radio ma anche Tv e quotidiano. Vuole “linkarci” questi tre indirizzi ed invitare i nostri lettori a diventarne fedeli utenti? Da http://www.cittadipartenope.it potete accedere a tutta la Città, sarete considerati turisti finché non vi vorrete iscrivere e scoprire davvero Partneope.

Che aggiungere, se non di ritrovare tutti i nostri lettori in questo bel contesto? Grazie mille a Claudio Agrelli per la professionalità e la puntualità delle sue risposte. Un altrettanto grande ringraziamento a Sara Napolitano che ha reso possibile quest’intervista.

Mi dia un Ibrahimovic: pacchetto completo

Zlatan Ibrahimovic, nato a Malmo il tre ottobre del 1981 è senza dubbio uno dei migliori giocatori del mondo. Dotato di un talento sopraffino e di un fisico imponente, riesce a riassumere in un solo giocatore classe e potenza. Per questi ed altri motivi è nella top-five mondiale. Ma perchè allora ha così tanti detrattori? Perchè è antipatico a tanti ed è spesso nell’occhio del ciclone? Semplice. Il buon Zlatan ha un rovescio della medaglia: il suo carattere bizzoso ed eccessivamente impulsivo che lo porta a compiere gesti inconsulti e diciamolo…tremendamente antisportivi. Ricordiamo i suoi numeri in positivo e negativo, per avere un quadro completo. Ibrahimovic ha vinto lo scudetto ogni anno, in tutte le squadre in cui ha giocato (Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan), segnando con una media impressionante (oltre un gol ogni due partite) e portando a casa per sei volte il Guldbollen (premio assegnato al miglior giocatore svedese). D’altro canto però ha collezionato ben otto espulsioni, quasi tutte per stupidaggini commesse in campo.

Cominciò la sua serie di “follie” con la maglia della Juventus, il venti aprile del 2005, quando rifila un colpo proibito all’interista Cordoba che gli costa tre giornate di squalifica con la prova televisiva (ma i piemontesi ottengono tre vittorie in sua assenza). Prosegue sempre in bianconero contro il Bayern Monaco in Champions League il due novembre 2005, uscendo per doppia ammonizione saltando solo una partita (vinta dai suoi compagni). In nerazzurro sfoggia il peggio di lui, con tre espulsioni in tre mesi: il ventisette settembre 2006 ancora col Bayern viene cacciato per doppia ammonizione, il dodici novembre contro il Parma e due settimane dopo contro la Lazio per comportamento non regolamentare (allo stadio Olimpico calcia un pallone mentre l’arbitro fischia la fine del primo tempo). L’Inter però in sua assenza le vince tutte. Passiamo al Barcellona: il sei novembre 2010 il team di Guardiola sta vincendo ma lui rifila un calcio ad un avversario a terra e il giudice sportivo lo ferma per un turno (il Barca vinse nel turno successivo). Arriviamo ai tempo recenti: prima il cazzotto allo stomaco a Marco Rossi del Bari (tre giornate ridotte a due in appello, con una vittoria ed una sconfitta per il Milan), poi gli insulti al guardalinee a Firenze (tre giornate e tre vittorie rossonere, compreso il decisivo derby che vale il diciottesimo scudetto) ed infine lo schiaffo ad Aronica.

Cosa si evince da tutto ciò? Innanzitutto che scaramanticamente parlando è un bene quando è squalificato, ma tornando seri è palese il suo non sapersi controllare e cadere spesso in comportamenti deprecabili. C’è chi tira in ballo il suo essere di origine slava, ma sarebbe pretestuoso e stupido sostenere che sia per quello. Vero è però che un ragazzo nato e cresciuto in Svezia che passa l’adolescenza a rubare biciclette, litigare con tutti (amici, nemici, allenatori) e tifare contro la nazionale svedese in quanto nelle altre ci sono giocatori che gli piacciono di più (come racconta lui stesso nella sua autobiografia) sicuramente lo rende perlomeno diverso dal tipico stereotipo dello svedese. La realtà è che se una squadra compra un giocatore del genere deve essere disposta ad accettare i due volti del ragazzo: il talento cristallino ed il carattere ingestibile. Il pacchetto completo in pratica. Non c’è da stupirsi se “Ibra” realizza reti straordinarie, calciando con una potenza inaudita e scagliando il pallone alle spalle degli estremi difensori avversari, ma purtroppo per lui non bisogna stupirsi nemmeno se rifila uno schiaffo in maniera del tutto gratuita e stupida ad un avversario. “You can leave the ghetto, but the ghetto never leaves you”: questa è una frase che Ibrahimovic cita molte volte e si sposa perfettamente con il suo modus operandi. C’è poco da fare, chi nasce tondo non muore quadro. Finchè giocherà lo svedese di origine bosniaca continuerà a riempire le prime pagine dei quotidiani sportivi, nel bene e nel male. Lui è “Ibra”.

Alla ricerca del ranking perduto: le italiane a caccia del passaggio del turno

L’urna ha nuovamente parlato. Il sorteggio degli ottavi di Champions League ed i sedicesimi di Europa League ha stabilito chi saranno le avversarie delle italiane. Partiamo dalla competizione più importante. Tutto sommato è andata abbastanza bene. Gli spauracchi spagnoli, Barcellona e Real Madrid, sono stati evitati da Napoli e Milan, che voleranno a braccetto (anche se a distanza di una settimana) a Londra. Sicuramente poteva andare meglio, ma misteriosi presagi indicavano che l’Apoel Nicosia, squadra miracolata con un primo posto nel girone a dir poco clamoroso, sarebbe toccata ad una francese (infatti se la vedrà col Lione, dopo lo scandalo del sette a uno in trasferta a Zagabria con tanto di occhiolino truffaldino). Chelsea per la truppa di Mazzarri e Arsenal per quella di Allegri, con la speranza di estromettere già agli ottavi tutte le squadre inglesi dalla competizione. Si, difficile, ma non impossibile. Il Milan parte senza dubbio favorito, sia perchè la lezione col Tottenham (dove era fuori mezza squadra) è stata appresa e sia perchè i “gunners”…non sono più quelli di una volta. Il Napoli invece deve fare un’impresa, contro una squadra sicuramente più forte ma che perde pezzi causa litigi (Torres verrà ceduto, Drogba ed Anelka non vedono l’ora di cambiare aria causa dissapori con Villas Boas). Con le spagnole gli azzurri partivano battuti in partenza, con i “blues” invece le chance ci sono.

L’Inter paradossalmente ha pescato male. Da prima nel girone poteva avere un accoppiamento più facile mentre invece troverà il Marsiglia, squadra talentuosa che ha in attacco i figli di Abedì Pelè, in panchina una vecchia volpe come Didier Deschamps e soprattutto tanti santi in Paradiso a causa della provenienza. I nerazzurri però possono farcela quindi non è da folli sperare in un tre su tre. Il tutto anche per guadagnare punti nel maledetto Ranking Uefa che ci ha fatto perdere la quarta squadra in Champions per qualche anno. E le tedesche? Nostre principali avversarie? Il Bayer Leverkusen può solo mordersi le mani per aver gettato nel water il primo posto, trovandosi adesso…contro il Barcellona. Discorso opposto per il Bayern Monaco, che trova il sorprendente Basilea. Si, possiamo fare più punti di tedesche ed inglesi. Difficile fare meglio delle spagnole, visto che sono candidate alla vittoria finale, ma fortunatamente la figura di melma del Villarreal ed il flop del Valencia attutiscono la cosa.

Ma l’esame non sarebbe completo se non si contasse anche la competizione minore, quella dove da anni facciamo letteralmente schifo e che ha fatto precipitare il nostro ranking: l’Europa League. Tralasciando la Roma (stendiamo un velo pietoso) sono da applaudire le affermazioni di Udinese e Lazio, che approdano ai sedicesimi. Nell’urna avrebbero potuto trovare incredibilmente le due squadre di Manchester ma così non è stato. Anzi, proprio il City e lo United hanno avversari durissimi (rispettivamente Porto ed Ajax) e che in un certo senso ci aiuta. Già, perchè bisogna guardarsi anche dalle portoghesi, che l’anno scorso erano in tre su quattro in semifinale ed in futuro potrebbero darci noie. Quindi meglio “gufare” le tre lusitane rimaste (e si, anche il Benfica in Champions) e tifare per capitolini e friulani. Come hanno pescato? Benino. Il Paok Salonicco per Guidolin e l’Atletico Madrid (che era proprio nel girone dell’Udinese) per Reja. Bianconeri favoriti, biancocelesti perlomeno alla pari. Se affronteranno la competizione come hanno fatto finora ci sono ottime speranze. Sunto: le inglesi potrebbero arrivare in fondo, le francesi fortunatamente hanno già toppato alla grande, le spagnole…dipende molto dalla Lazio (appunto). C’è sempre un modo per rendere interessante qualsiasi sfida in campo europeo, basta ricordarsi che se arrivi quarto in campionato poi ti mangi le mani pensando a quando sfottevi gli amici tifosi di altre squadre eliminate nelle coppe.

Per me va bene, si può giocare la finale di Champions League all'Allianz Arena

Si è parlato tanto dell’Allianz Arena, lo stadio dove gioca il fortissimo Bayern Monaco. Personalmente ho avuto l’opportunità di conoscere l’impianto a trecentosessanta gradi, in quanto essendomi recato in Germania in qualità di giornalista per seguire il match fra i padroni di casa ed il Napoli (valido per il girone di Champions League) ho potuto testimoniare cosa sia l’organizzazione tedesca. Vi racconto com’è andata.

L’impianto lo avevo già visto il giorno prima arrivando dall’aeroporto, ma vederlo illuminato con colori così “caldi” (in questo caso il rosso del Bayern) è impressionante. Il mio autobus mi lascia fuori il settore ospiti, visto che viaggiavo con dei tifosi, quindi inizio ad incamminarmi chiedendo dove fosse la tribuna stampa. La polizia sembra non saperlo, finchè un agente non mi dice (in perfetto inglese) che si trova duecento metri più in là. Cammino assieme al cameraman ma in pratica ci ritroviamo nella zona parcheggi. Immensi, facilmente accessibili in quanto tutto attorno allo stadio non ci sono abitazioni ma tantissime rampe che conducono all’interno (in pratica sia per entrare che per uscire ci vogliono cinque minuti, anche se ci sono sessantamila spettatori). Ammiro la cosa, ma devo ancora risolvere il problema. All’ingresso dei parcheggi ci sono gli steward e ne noto una che entra di diritto nella top-five delle donne più belle che abbia mai visto. Vi tralascio i particolari, ma lei ci lascia passare e ci troviamo nelle rampe interne, che sono come uno di quei quadri dove non capisci se quelle scale sono in salita o in discesa. Ad un certo punto ci ritroviamo in alto e vediamo lo stadio… sotto di noi!

Scendiamo una rampa lunghissima ed arriviamo in un piazzale dove ci sono mille stand che vendono magliette, gadget, cibarie (ovviamente nessun abusivo). Il clima è disteso e festoso, quasi quasi mi fermerei a dare uno sguardo. Fuori ad un cancello trovo l’unico tedesco che non parla inglese, ma per fargli capire che siamo giornalisti comincio a nominare quotidiani tedeschi. Lui capisce e sempre in tedesco mi dice dove andare; io faccio lo stesso in italiano ma capisco dai gesti. Finalmente arriviamo all’entrata della tribuna stampa… e qui comincia la meraviglia. Dopo aver detto il cognome loro ti lasciano passare con una card attraverso dei tornelli stile metropolitana e ti consegnano un braccialetto. Mentre il mio cameraman lascia la telecamera agli incaricati (gentilissimi e celeri) in quanto non avendo i diritti possiamo trasmettere solo dopo il termine dell’incontro, io mi faccio dare i dati per il wi-fi (incredibilmente potente, anche nei bagni). Accediamo alla sala-buffet, ma sarebbe riduttivo chiamarla così. Una tavolata enorme piena di ogni tipo di cibo, bibite a volontà, tavolini e poltrone comodissime. Siamo tantissimi là dentro, ma anche se entrassero altre trecento persone ci sarebbe posto per tutti. Le hostess si avvicinano in continuazione chiedendo “italiano?”, e già questo basterebbe. Mi servo e mi accomodo accanto a Luca Marchegiani, che mi saluta come se sapesse chi sono.

Mentre mi guardo attorno e seguo le immagini sui maxischermi posti attorno alla sala, mi dimentico completamente della partita. Quando mi sveglio dall’incanto vado in tribuna stampa prendendo posto una fila avanti ai telecronisti. Scatenato come sempre Raffaele Auriemma, cronista del Napoli, ma forse lo è ancora di più il suo omologo tedesco. Arriva il foglio delle formazioni, mentre sui maxischermi partono le immagini di circostanza. Settore ospiti già pieno, stadio semivuoto. La vista del campo è eccellente, potrei colpire la gente in panchina lanciando il mio portatile. Una ragazza che vende ciambelle (quelle annodate, che sembrano giganteschi pretzel) mi spiega come funziona per comprare le bibite: in pratica ti danno una card ricaricabile con la quale fai gli acquisti, niente soldi in contanti. Naturalmente sono già pienissimo, dopo aver abusato del buffet, quindi non mi occorre niente.

C’è una umidità pazzesca, sembra di vedere una nuvola che ti viene addosso. Avete presente quei ristoranti che d’estate spruzzano quelle goccioline sui tavolini all’esterno per rinfrescare? Ecco, uguale. Si sta bene però, al coperto e con la tribuna riscaldata. Inizia la partita, sulla quale sorvolerò, ma la cornice è splendida. Calorosa e colorata la curva tedesca (stupenda la scenografia pre-gara), rovente come sempre il settore ospiti. Nell’intervallo penso che è così che si dovrebbe vedere una partita di calcio, ma quando partono le immagini dei gol da tutti gli altri campi me ne convinco ulteriormente. A fine partita riscendo nella mixed-zone per le interviste e mi accorgo che rispetto a quella alla quale sono abituato siamo anni luce avanti. C’è spazio per tutti ed intervistare i protagonisti è un gioco da ragazzi. Raccolgo i pareri di Rummenigge (in perfetto italiano, un vero signore) e Dzemaili. Dopo, finito il lavoro, mi accingo ad uscire, ma c’è tempo per un’altra sorpresa: mi lasciano un souvenir. C’è poco da dire, hanno avuto il mio consenso. La finale della Champions League 2011/2012 si può giocare all’Allianz Arena.

Chiudo con una top-five dei momenti più toccanti della trasferta.

1) Lo speaker tedesco che annuncia il gol. Dopo il consueto “Al minuto tot ha segnato…Marioooo..” ed il pubblico “Gomeeez!” (tre volte) c’è un qualcosa si particolare. Lo speaker dice “Scusate…mi potreste dire il punteggio? Bayern?”. Il pubblico  “Unooo”. “Napoli?” “Zero”. “Grazie!”. “Prego!”. Discorso surreale.

2) L’organizzazione del negozio ufficiale. Preso d’assalto da una miriade di tifosi (in un negozio in Italia manco si sarebbe riusciti ad entrare) non perdono la calma ed in cinque minuti entri, compri ed esci tramite un sistema a catena di montaggio.

3) All’entrata dell’HB, la più famosa birreria del mondo, il mio cameraman mi chiede: “Ci saranno napoletani?”. Aprendo la porta veniamo accolti da un boato: “Juventino pezzo di…”. Si, decisamente c’erano.

4) Passa il pullman a prenderci in albergo per portarci in aeroporto dall’hotel: strada a senso unico, traffico bloccato per 6-7 minuti, una fila lunghissima di macchine si crea dietro di noi. Nemmeno un colpo di clacson.

5) Sull’autobus che ci porta dal gate all’aereo (questo a Napoli, prima della partenza) un tizio chiede ad un amico (e diceva sul serio, ve lo giuro) “Senti, ma sull’aereo se mi sento male posso aprire il finestrino?”.

Adesso parla il campo… ma parliamo anche noi

Abbiamo parlato dello sciopero dei calciatori, come era giusto fare. Adesso finalmente la parola è passata al campo, visto che si è giocato. Ci si può dunque sbizzarrire e discutere di calcio giocato, facendo anche una analisi a lungo termine. Innanzitutto è bene segnalare una cosa: il tanto bistrattato calcio italiano nella sua prima giornata (la seconda a dirla tutta, ma tant’è…) ha sfornato match molto molto godibili, a cominciare da Milan-Lazio, passando per Cesena-Napoli e Juventus-Parma, fino a Palermo-Inter. Trentacinque gol, non succedeva dal 1955 (anche se era un torneo a diciotto squadre), l’anno del boom delle crociere e di Elvis che stava per diventare “The King”. Qualche sorpresa, tante conferme che più che altro tramutano i sospetti in certezze. Cominciamo dalla prima fila. Milan e Napoli. I rossoneri si sono puntellati esattamente dove necessitavano, ovvero a centrocampo e soprattutto in difesa, dove mancava un centrale che sostituisse Thiago Silva e Nesta, che flirtano troppo con gli infortuni. Oltre a Mexes arriva anche un esterno sinistro interessante come Taiwo. Il team di Allegri rimane la squadra da battere, il match di apertura dimostra che la squadra c’è (l’anno scorso forse la partita l’avrebbe persa) perchè dopo uno sbandamento iniziale ha messo sotto una delle squadre che si è rinforzata di più. Il Napoli è cresciuto ancora dopo aver stupito tutti lo scorso anno: vero, avrà la Champions e non ci è abituato ma ha finalmente una panchina decente con una rosa più ampia. La vittoria in terra romagnola conferma che stiamo parlando di una squadra forte, che se avrà una difesa appena sufficiente potrà fare grandi cose.

Seconda fila per Juventus e Lazio. I bianconeri hanno investito tanto nel mercato, forse anche troppo e c’è abbondanza (quest’anno niente impegni europei). L’assenza dal calcio continentale potrebbe essere un vantaggio, ma molto dipenderà da Conte, che ha materiale umano interessantissimo, con un faro come Pirlo (tantissima voglia di dimostrare di essere ancora un campione), un bomber come Matri e tanti giocatori che possono essere importanti (Vucinic su tutti, senza dimenticare il sempreverde Del Piero). Non inganni la roboante vittoria con il Parma, ma c’è da dire che la squadra c’è. Per quanto riguarda i “Reja’s boys” è impressionante il cambio in attacco: Cissè e Klose sono sicuramente meglio di Floccari e Zarate (e se ne è accorto anche Nesta, non uno qualunque). La Lazio ha una squadra di tutto rispetto, che può davvero dire la sua, soprattutto se il tecnico riuscirà a mantenere il livello costante.

Può sembrare incredibile, ma al momento l’Inter è in terza fila. Sottolineamo, al momento. Perdere Eto’o è stato un colpo duro e sarà durissima per Forlan prenderne il posto. Milito sembra essere tornato ma in molti sono scettici e non comprendono l’attuale ruolo di “riserva di lusso” di Pazzini. Le idee di Gasperini sembrano inadatte ad una squadra del genere e forse l’ex-tecnico rossoblù è… troppo “buono” per allenare una squadra dove serve gente come Mourinho (e non Benitez, anche lui troppo docile). Zarate è oggetto misterioso, Sneijder fa l’adattato, la difesa a tre non ha convinto nessuno. I campioni ci sono e se c’è una squadra che può rimontare tante posizioni partendo così dietro questa è proprio l’Inter. Di fianco ai nerazzurri, ma con diversi secondi di distacco c’è l’Udinese. Senza Inler e Sanchez sarà durissima, il bel gioco c’è e l’assetto anche, ma a volte sono i calciatori a fare la differenza e senza “El niño maravilla” non è la stessa cosa. Incoraggiante però l’esordio ed anche l’aver fatto penare l’Arsenal ai preliminari di Champions (il sorteggio grida ancora vendetta).

Quarta fila per Roma e Palermo. Luis Enrique non ha ancora capito che purtroppo in Italia conta solo il risultato e tempo per gli esperimenti non ce n’è. I nuovi arrivati sembrano buoni, ma… c’è troppo nuovo, e non sempre il nuovo è meglio. Josè Angel può rimpiazzare Riise ma le altre facce nuove sono tutte scommesse ed alcune sono veri e proprio “coin flip” (per usare un termine del poker Texas Hold’em). Esordio senza punti ma c’è la possibilità di rifarsi, purchè…si faccia in fretta. I rosanero invece sognano dopo il botto con l’Inter che ha vendicato la finale di Coppa Italia di maggio: quattro gol con tutti e tre gli attaccanti a segno. Hernandez è ancora discontinuo ma ha talento, Miccoli oramai è una garanzia e Pinilla può fare davvero sfracelli se è in giornata. “Mangia ha ancora fame” era la battuta dopo l’esordio, se così fosse allora i tifosi possono sbizzarrirsi con la fantasia.

Ultimi qualificati alla terza sessione di prove sono Fiorentina e Genoa. I viola dovranno stringere i denti ma la rosa non è male e se Jovetic non si rompe possono fare una annata tranquillissima. La chiave sarà fare pace con gli scontenti tipo Montolivo e Gilardino, ma se il buongiorno si vede dal mattino i presupposti per fare una stagione decente ci sono. I liguri invece hanno tutto da dimostrare e Malesani è chiamato ad un vero e proprio salto di qualità rispetto alla passata stagione a Bologna.
Facendo un salto in coda c’è da dire che anche quest’anno sarà bagarre. Se ne chiama definitivamente fuori il Cesena che con l’arrivo di Mutu ed Eder ha un attacco agile e spettacolare, che come dimostra il match col Napoli può davvero fare benissimo. Nonostante la sconfitta i bianconeri hanno convinto e difficilmente non metteranno tre squadre alle loro spalle. Parma e Bologna non sono attrezzatissime ma sono comunque in grado di arrivare almeno alla seconda tornata di qualifiche evitando le ultime cinque piazze. L’Atalanta parte con un handicap pesante, dopo aver sostituito un motore per un guasto causato dal meccanico Doni, ma i cavalli di potenza li ha e potrebbe fare il miracolo. Troppo lenti in qualifica e probabilmente anche in gara appaiono Siena, Chievo, Novara e Lecce. Se i bergamaschi festeggeranno a maggio allora saranno tre di queste squadre a versare lacrime amare.

 

 

Napule è 'na carta sporca, ma nisciuno se ne importa

Il 30 giugno, come è noto, c’è stato il tanto atteso via libera al decreto sui rifiuti per la città di Napoli. Dopo il lungo, acceso e – consentitemelo – ridicolo battibecco tra la Lega e il PdL, il Consiglio dei ministri ha dato il nulla osta al provvedimento, nonostante il voto sfavorevole del partito del Carroccio. A posteriori, molte sono state le critiche mosse sia dal neo sindaco De Magistris, che ha tacciato il decreto di essere deluente, sia del Presidente della Repubblica Napolitano, che lo ha definito “non risolutivo”. In realtà il decreto, a mio parere, è in parte utile, ma non sufficiente. In cosa consiste tale criticato decreto?

Il decreto consta di tre soli articoli, e consiste nel fatto che permetterà alla Campania di trattare direttamente con le singole regioni per risolvere il problema dei rifiuti. Si eviterà quindi di passare per la lunga e a volte troppo complessa conferenza unificata delle regioni. Prevede, inoltre, l’ampliamento dei poteri dei commissari nominati dal Presidente della regione Campania per i siti di conferimento locali e, nell’ultimo articolo, parla di “destinazioni prioritarie” dei rifiuti, individuate nelle regioni limitrofe alla regione Campania.

In virtù di tale provvedimento la regione Campania ha già fatto partire verso sette regioni italiane (Sicilia, Puglia, Marche, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Friuli Venezia Giulia) la richiesta di nulla osta per il trasferimento dei rifiuti. Questo, per ora, dimostra soltanto come il provvedimento non sia inutile, ma non dimostra ancora la sua risolutività. Per la serie “staremo a vedere”, la bontà del decreto appena approvato andrà del tutto verificata e avremo tempo per giudicarne pregi e difetti.

In tutto ciò la Lega non si è voluta schierare dalla parte di coloro che hanno proposto tale provvedimento. Qualora ci fossero state motivazioni e critiche costruttive non avrei voluto commentare l’atteggiamento del partito di Bossi. Il problema reale è che il voto contrario non è stato determinato da ragioni di merito; non è stata cioè criticata l’inutilità dello stesso o il fatto che questo non sia risolutivo. Il provvedimento non è stato votato perché la Lega ha reputato inutile intervenire in una città incapace di risolvere il problema della “monnezza”. In parole povere il problema dei rifiuti di Napoli sarebbe colpa dei napoletani.

Fondamentalmente con il voto contrario la Lega, ben sapendo di non ostacolare il varo del provvedimento, ha voluto semplicemente ribadire la sua posizione. Non si può non sottolineare la gravità delle dichiarazioni rese per l’occasione dal Senatùr, a parere di chi scrive sin troppo sottovalutate quanto anacronistiche e fuorvianti. «I napoletani non hanno imparato la lezione. Noi il problema dei rifiuti lo abbiamo già risolto una volta e ora i rifiuti sono ancora per strada, vuol dire che i napoletani non imparano la lezione».

Queste parole hanno offeso la mia persona e in particolare la mia morale di onesto cittadino. Non sono napoletano, ma non serve essere napoletani per sentirsi feriti dall’ennesima dimostrazione di come i governi, di destra o di sinistra che siano, e più in generale il potere, tendano a scaricare sui più deboli il proprio degrado morale (e la propria insensibilità), figlio di condotte che da anni hanno contribuito a infangare la nostra Italia e in particolare Napoli. Qualunque persona, qualunque cittadino onesto è in grado di capire che la colpa non può essere dei napoletani; i napoletani sono le vittime di tutta questa ennesima vergogna italiana. Consentire dichiarazioni di questo genere significa compiere un altro passo verso la rovina e la decadenza dello Stato e di chi lo rappresenta. Se è vero che oggi più che mai “Napul’è na carta sporca”, dato che è ancora sommersa dai rifiuti, è ancora più vero che “nisciuno se ne importa”, perché nessuno ha interesse a prendersela a cuore, e la cosa più triste è che c’è ancora chi racconta che la colpa è dei napoletani, quando tutti sappiamo che i napoletani sono le sole vittime di questa “monnezza morale”.

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L'annientamento di Napoli.

Dopo 150 anni dall’unitá d’italia, si sta attuando per mezzo della Lega nord una strategia politica volta alla sua divisione. Non si tratta della separazione  della “Padania” dall’ “Africa” , cioè il meridione, ma di tracciare una croce nera su una città – simbolo.

Napoli, la terza città d’Italia, capitale storica del Sud, porto commerciale e lido di cultura, oggi non vive più il sentimento soporifero di morte, dovuto dapprima al secolare problema della camorra e della disoccupazione: il napoletano oggi vive la propria eutanasia. La forma mentis tipica e pessimista del “non c’è più niente da fare”  si instilla sin da piccoli a causa del bombardamento visivo dei rifiuti, di cui i media si limitano alla mera e puntuale testimonianza e nulla più, documentandone la normalità. Purtroppo la drammatica notizia a cui non si è dato per nulla risalto è che nell’anno delle sue celebrazioni per l’unità, l’Italia non muove un dito per Napoli, nonostante la volontà attuale del napoletano  di risolvere radicalmente la questione rifiuti esplicitata nell’elezione di De Magistris. Partenope oggi è reietta. Sedotta dagli ideali di libertà dei Savoia ma da loro trafugata di ricchezze e risorse umane; costretta per decenni ad ingoiare rifiuti (tossici) padani, Napoli ora vede sbarrarsi con ogni pretesto qualsiasi richiesta d’aiuto in una situazione ad alto rischio sanitario.

La mancata solidarietà, con l’abbandono di Napoli al suo destino, manifesta un sentimento di indifferenza/compiacenza (o peggio ancora un reale desiderio) di buona parte dell’Italia nell’ annientamento dei napoletani, un processo diviso in annichilimento morale, con l’umiliazione  in mondovisione  della “monnezza”, e fisico, con i danni alla salute dovuti alla diossina dei roghi di rifiuti. Dopo 17 anni di agonia emergenziale, dopo 150 anni dall’unità d’Italia, la città partenopea vive la sua morte:  nell’arco di una generazione lo stereotipo “pizza e mandolino”, accettabile con un sorriso, è sommerso da un infinito oceano di “monnezza”, un marchio che sarà indelebile per i futuri nati: la terra li umilierà prima ancora di venir alla luce.

 

Dietro le quinte, il disegno di secessione del Nord si sta attuando proprio partendo dal Sud: non è un caso che quest’anno si è assistito a numerosi vilipendi alla bandiera. Se dietro le rivolte c’è sempre lo zampino della camorra, che si sta scatenando con roghi e sommosse nel napoletano,  nei casi dei vilipendi non si può parlare di malavita, ma più plausibilmente di persone esasperate. A Napoli e provincia si respira aria appestata e quindi la volontà di “rifiutare” l’Italia è comprensibile e palpabile.

 

 

Eppure Napoli non merita una pietra tombale. É la sede della prima università laica in Europa, la Federico II nel 1224*, e dei primi conservatori musicali nella storia nel 1500; ha un patrimonio storico – architettonico di valore inestimabile; ha il cibo più imitato nel mondo, la pizza. L’unità d’Italia avrebbe dovuto rendere la prosperosa Partenope libera e felice, invece ancor oggi è dilaniata dallo strapotere del nord e dagli interessi camorristici. Il sogno di libertà dei nostri padri fondatori per i più deboli è soffocato dagli interessi dei più forti. L’azzurro mare e l’azzurro cielo, simboli di Napoli e d’Italia, svaniscono nella grigiastra nebbia dei roghi.

 

*si ringrazia Daniela Scarpa per l’integrazione.