Un'Italiana a Bruxelles: la Nazionale agli Europei

Non sono mai stata una grande tifosa. Non seguo il calcio, non ho una squadra del cuore e mi disgusta ricordare che in Italia ventidue società e cinquantadue giocatori sono in attesa di essere processati per un giro di scommesse da milioni di euro.

Ciononostante, è difficile non rimanere affascinati da quell’aura di socialità e senso di appartenenza che rapisce la ragione di chiunque osi mettersi a parteggiare di fronte a un match calcistico. Quando vivi all’estero, la Nazionale si trasforma in una calamita capace di riempire locali con oltre duecento persone che esultano e si abbattono sotto la stessa bandiera, fra italiani per nascita e italiani per scelta…

Dopo la vittoria degli azzurri allo scontro Italia-Germania, Bruxelles si è trasformata nella città del tricolore “verde, bianco e rosso”, sventolato da rumorose macchine di clacson e urla di trionfo. Il centro è presto divenuto il punto nevralgico di festeggiamenti che andavano oltre il risultato della semifinale: un tripudio di incontri inaspettati, abbracci sconosciuti e brindisi senza tregua.

L’occasione per una staffetta al bar marocchino sotto casa, per ritrovarsi di fronte al proprietario con la pelle scura e lo sguardo mediorientale con la maglia azzurra e un sorriso d’intesa. Una nottata a parlare francese e ricambiare giri di birra col ristoratore portoghese, il cuoco algerino e altri volti amichevoli accomunati dal pretesto di una vittoria calcistica da festeggiare. Andare a dormire alle tre e mezza della notte con la testa leggera e un bagaglio di esperienze che senza quegli Europei non avresti mai potuto sperimentare. Una serata che si sarebbe potuta ripetere con la finale di domenica, ma che alla fine ha deciso di concedersi ai tifosi spagnoli.

E adesso che i giochi son finiti, si tornerà giustamente a parlare di tutti gli scandali e la melma in cui sta affondando il mondo del calcio, oscurando quel meraviglioso potere di aggregazione e condivisione che, nonostante tutto, mi ha fatto divertire e mi piace ricordare!

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L'urna ha parlato. Vediamo di risponderle.

L’urna ha parlato. Cosa ha detto? Beh, grosso modo qualcosa del tipo “All’Europeo difficilmente becchi nuovamente la Nuova Zelanda”. Esatto, proprio così. Sperare in un girone abbordabile in un campionato europeo è da folli, specie dove su quattro teste di serie ben due sono i paesi ospitanti. Sgomberiamo il campo dagli equivoci. Solo sedici squadre, tutte europee e concentrare in quattro gironi (il discorso sarà diverso dal prossimo europeo, che sarà a ventiquattro squadre). Niente formazioni caraibiche o oceaniche. Intendiamoci, la figura di me…lma è sempre dietro l’angolo e purtroppo lo sappiamo benissimo, ma è indiscutibile il fatto che quel girone del mondiale sudafricano fosse ridicolo (difatti siamo usciti per osceni demeriti nostri, non certo perchè “kiwi” e slovacchi si siano dimostrati meglio del previsto). Nell’europeo devi entrare in forma subito, non passo dopo passo, solo così si può sperare di vincere.
Avere un girone del genere potrebbe essere un vantaggio. Ma andiamo a vederlo nel concreto.

Spagna (prima nel ranking Fifa), Irlanda (ventunesima) e Croazia (ottava). Naturalmente il ranking lascia il tempo che trova (i croati davanti a noi è quantomeno discutibile) ma ci dice che bisogna lottare da subito. L’esordio è con la Spagna. Campioni in carica e vincitori anche della Coppa del Mondo. Sono i più forti? Assolutamente si. Mezzo Barcellona e mezzo Real Madrid, ovvero le due squadre migliori al mondo attualmente. Il gap non è così ampio come certa stampa ridicola vuol far credere, ma bisogna rispettare chi parte in pole-position. Guardiamo il lato positivo: se dovessimo perdere c’è ancora speranza di rialzarsi e di recuperare (e dipenderebbe da noi) ma se invece ne usciamo indenni la strada sarebbe veramente in discesa. Hanno un firmamento di stelle, ma come abbiamo già sottolineato in passato siamo in crescita costante e Prandelli sta lavorando stupendamente.

Ci sarà poi l’Irlanda del Trap. Vecchia volpe, e sebbene “Cat is not in the sack” bisognerà sudare anche contro di loro. Perchè? Esattamente per quello, per il Trap. Non hanno supercampioni ma tanti buoni giocatori (uno su tutti il fortissimo Duff, campioncino spesso sottovalutato) che però giocano un calcio incredibilmente concreto, improntato al risultato e non al bel gioco che non serve a niente ed è solo fine a sé stesso. Partiamo logicamente favoriti ma guai a sottovalutarli. Infine la Croazia. Che dire sui croati, per la prima volta arrivano ad una competizione senza vere “stelle” circondate da comprimari, ma chi li ha visti giocare avrà notato due cose: innanzitutto che sono un gruppo compattissimo, assai poco slavo (del resto sono gli unici dell’ex-Jugoslavia ad essersi qualificati), e poi che hanno due cosiddetti enormi (vedasi il tre a zero rifilato ai turchi in casa loro nei playoff). In pratica possono essere una grande sorpresa o un flop clamoroso.

Un cosa è sicura, si tratta di quattro squadre che sanno giocare a calcio. Preparatevi a partite molto combattute, magari anche non spettacolari ma che sapranno emozionare. Fare meglio dell’ultimo torneo importante sarà facilissimo, ma si spera che i nostri ragazzi possano arrivare fino in fondo.

La meglio gioventù. Rieccola.

1 Marco Amelia, 3 Emiliano Moretti, 5 Daniele Bonera, 6 Daniele De Rossi, 8 Angelo Palombo, 9 Alberto Gilardino, 11 Giuseppe Sculli, 13 Andrea Barzagli, 14 Cesare Bovo, 15 Marco Donadel, 17 Giondomenico Mesto. Sostituti 12 Federico Agliardi, 22 Carlo Zotti, 2 Cristian Zaccardo,  4 Alessandro Gamberini, 10 Matteo Brighi, 16 Alessandro Potenza, 18 Alessandro Rosina, 19 Simone Del Nero, 20 Andrea Caracciolo, 21 Gaetano D’Agostino. Allenatore Claudio Gentile.
Questa è la nazionale under 21 dell’Italia che vinse il campionato europeo nel 2004. Tre a zero alla Serbia, strapazzata dal gioco degli azzurrini che dominarono il torneo. Cinque di questi ragazzi due anni dopo diventavano campioni del mondo, dopo una strepitosa cavalcata in terra tedesca conclusa con il successo contro la Francia in finale ai calci di rigore. Nomi interessanti, che testimoniano come il nostro vivaio (nonostante i giornalisti amino dire il contrario) continua a sfornare giocatori molto interessanti. Spesso si tende a dimenticarsene, ma per una nazionale è importantissimo avere linfa vitale da quelle giovanili e dopo qualche passaggio a vuoto le cose sembrano tornate alla normalità (perché a livello di under 21 nessuno ha vinto quanto noi, è bene ricordarlo sempre). Il merito di tutto ciò bisogna sicuramente riconoscerlo a Ciro Ferrara, capace di raccogliere un’eredità scomoda e di rilanciare un gruppo che sembrava aver perso la fiducia in sé stesso. La gestione di Casiraghi non era stata delle migliori: dopo sette edizioni la qualificazione alla fase finale dell’europeo non è arrivata. Dopo un clamoroso e fortunoso passaggio alla fase degli spareggi e dopo una vittoria per 2-0 in casa contro una modesta Bielorussia arrivò una ancor più clamorosa sconfitta per 3-0 in trasferta che ovviamente costò la panchina all’ex bomber di Juventus e Chelsea.

Ora c’è un gruppo nuovo, capace di fare sfracelli. Cinque vittorie su cinque, con sedici gol fatti e solo due subiti. In più, un gioco brillante ed a tratti anche spettacolare. Ma vuol dire anche che abbiamo giovani di grande talento? Assolutamente si. Facciamo qualche esempio ruolo per ruolo. In porta c’è Carlo Pinsoglio, da molti descritto come il nuovo Buffon (si vabbè, il nuovo-tal dei tali oramai è una espressione inflazionata) ma che sicuramente ha grosse doti: cresciuto nel vivaio juventino si è messo in mostra anche a Viareggio, ma adesso si è consacrato nel Pescara di Zeman (e se un portiere si dimostra bravo in una squadra del boemo è tutto dire!). In difesa un terzetto nerazzurro con Santon (che oramai conosciamo bene perchè in nazionale maggiore ha già giocato e che adesso è passato al Newcastle) e soprattutto Caldirola e Faraoni (occhio perchè a breve imparerete a conoscerli). Senza dimenticare Camporese della Fiorentina e Crescenzi del Bari. A centrocampo Marrone della Juventus è il nuovo che avanza, a breve lo vedremo fare ottime cose in Serie A, ma di fianco a lui sembrano promettere bene anche Bertolacci del Lecce (ricorderete che ha già castigato la Juventus lo scorso anno) e Saponara dell’Empoli. Inoltre ci sono tre o quattro ragazzi che sembrano partire a fari spenti ma potrebbero accenderli ed abbagliare tutti. Le primizie però sono tutte in attacco. Paloschi e Destro in Serie A ci giocano con continuità e sopratutto il secondo sembra essere uno dal gol facile, mentre l’atalantino Gabbiadini sembra in fase di maturazione. C’è anche il “Faraone” El Shaarawy, che ha già segnato un gol con la maglia del Milan (tra l’altro alla miglior difesa della Serie A fino ad oggi, quella dell’Udinese) e che viene visto da molti addirittura come l’erede di Kakà. Infine un ragazzo che sta facendo sognare i tifosi del Napoli, anche se gioca a Pescara: Lorenzo Insigne. Zeman lo ha scoperto lanciandolo nel calcio che conta e lui l’ha ripagato con numeri incredibili. Diciannove gol in trentatré partite a Foggia, sette in dodici presenze finora in terra abruzzese. Aggiungeteci anche una valanga di assist e tirate le somme.

Tanti giovani promettenti. Se anche solo tre o quattro diventassero giocatori di prim’ordine la nostra nazionale potrebbe arricchirsi in maniera veramente importante per i prossimi dieci anni. Alla faccia di chi dice che di talenti nel nostro calcio giovanile non ce ne sono.

L'Italia s'è desta (e se ne sentiva veramente il bisogno)

Il mondiale giocato in Sud Africa nel 2010 è stato il punto più basso mai toccato dalla nostra nazionale di calcio, senza dubbio.

Nessuna parola descrive meglio l’avventura azzurra di “schifo” (oppure si, ma sono troppo volgari) quindi era anche lecito che ci si abbattesse un po’. Naturalmente c’era anche chi non aspettava altro, visto che certi giornalisti italiani amano definire il nostro calcio “in crisi”, a volte anche dopo una serie di trionfi. C’è chi dimentica il “triplete” interista avvenuto quasi in contemporanea e chi invece continua ad esaltare un calcio come quello inglese che non vince nulla a livello di nazionale da quando scippò la Coppa Rimet nel 1966 fra le mura amiche, ma non è il caso di dilungarsi su questo. Che sia stato un momento difficilissimo per l’Italia intesa come azzurro tetracampione è innegabile, così come innegabile è che Prandelli ereditava una squadra che sembrava capace di perdere anche contro la Maceratese. Poi però qualcosa è cambiato ed è giusto vedere come si sono svolti i fatti.

3 settembre 2010, Tallin, Estonia: l’Italia gioca con i baltici padroni di casa ed al trentunesimo va sotto per un gol di Zenjov. Tutti a fare previsioni catastrofiche, tutti che alzano gli occhi al cielo e danno quella squadra per finita. Ma c’era anche chi vedeva qualcosa di buono e si è sentito confortato dal fatto che quel gol (poi rimontato da Bonucci e Cassano, che hanno regalato subito i tre punti al tecnico di Orzinuovi) rimarrà l’unico incassato dalla squadra in partite ufficiali per oltre un anno. Tutte vittorie ed un pareggio, che portano ad una tranquilla qualificazione anticipata. Dopo gli incidenti di Italia-Serbia causati dalla truppa di Ivan Bogdanov, soprannominato “Ivan il terribile“, si temeva per la trasferta a Belgrado. Quel match però si trasforma in poco più di una amichevole per gli azzurri, che vanno a dominare al “Marakana”, costringendo i serbi ad andare a vincere in Slovenia per andare almeno agli spareggi. Prova di maturità. Si può già pensare ad Euro 2012, in Polonia ed Ucraina (che speriamo di “beccare” al sorteggio, ma di questo parleremo più avanti), dove ci sarà il meglio del calcio continentale. Andremo per ben figurare, ma le possibilità di vincere ci sono.

Si, di vincere. Abbiamo chance. Meno di altri, ma le abbiamo. Sicuramente partiamo dietro alla Spagna, al momento la nazionale migliore al mondo (in amichevole però li abbiamo battuti con pieno merito), così come appaiono avanti anche Germania ed Olanda, ma ci siamo anche noi. Perchè? Innanzitutto perchè abbiamo ritrovato quella che era la nostra arma migliore: la difesa. Soli due gol subiti, meglio di qualsiasi altra squadra. Una macchina impenetrabile. Già, è vero, per vincere devi segnare, ma se non subisci reti…non perdi. Ragazzi come Ranocchia stanno crescendo, Chiellini è un sempreverde e si è recuperato anche Barzagli. Maggio se riesce a fare anche la fase difensiva diventa devastante e Cassani, Balzaretti e Criscito sembrano alternative sulle fasce molto interessanti. A centrocampo nessun campionissimo a parte un Pirlo avanti con gli anni, ma tanti buoni giocatori che non si possono certo buttare. De Rossi, Montolivo, Aquilani, Marchisio, Nocerino: ce n’è a sufficienza per lottare, perchè nonostante siamo privi di Xavi ed Iniesta possiamo dire la nostra. In attacco Pazzini e Giuseppe Rossi sono indiscutibilmente giocatori da club di primissimo livello, ma accanto a loro abbiamo talenti che se lasciano il cervello dove sta (senza farlo scendere dove ci si siede) sono in grado di fare la differenza, ovvero Cassano e soprattutto Balotelli. Giovinco e Matri sono il nuovo che avanza, quindi materiale umano su cui lavorare c’è. Non dimentichiamoci di Prandelli: “Ave Cesare” dicevano i romani, speriamo lo possano gridare in tutta la penisola a giugno prossimo. Il commissario tecnico sta lavorando benissimo, il gioco c’è e si vede. Che poi arrivino anche i risultati importanti è un altro paio di maniche,la figura di melma è sempre in agguato per chiunque, ma ricordo con piacere la notte dell’otto ottobre 2005: l’Italia batte la Slovenia uno a zero a Palermo soffrendo, grazie ad un gol di Zaccardo, qualificandosi per il mondiale dell’anno dopo. Il commento unanime era: “Meglio che non ci presentiamo in Germania, faremo solo figuracce, partiamo già battuti“.

Se non erro non andò esattamente così.

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Un deja vù targato Roberto Carlos

Era il 1997, era estate. L’anno successivo si sarebbero giocati i mondiali di calcio in Francia, quindi si pensò di “testare” il terreno con un torneo internazionale con alcune delle nazionali più importanti e che sarebbero state fra le favorite. Si affrontavano Italia, Brasile, Francia ed Inghilterra. Fra i ventidue azzurri convocati c’erano ad esempio un giovanissimo Inzaghi, un altrettanto giovane Del Piero, e nomi che solo i più appassionati ricorderanno come Maini del Vicenza e Torrisi del Bologna. Più ovviamente il mitico Attilio Lombardo, che siglò anche una sfortunata autorete contro il Brasile. Già, perchè la formula era del “tutti contro tutti”, ovvero girone all’italiana con la squadra che avrebbe fatto più punti che sarebbe stata campione. Vinse l’Inghilterra, che ci sconfisse nella prima partita per due a zero. Facemmo poi due pareggi, tre a tre col Brasile (ma li massacrammo) e due a due con la Francia (dove furono loro a giocare meglio). Del Piero segno tre reti in tre partite, grande protagonista. L’anno dopo nacque il dualismo con Baggio. Ora vi domanderete il perché di questo lungo preambolo. Semplice, perché di quel torneo nessuno ricorda niente, tranne una incredibile rete di Roberto Carlos. Si era a Lione, il tre di giugno. Al ventiduesimo del primo tempo il terzino sinistro a quei tempi al Real Madrid sparò un siluro dall’effetto pazzesco che sorprese Barthez (ma avrebbe sorpreso anche Jascin) per una delle reti a tuttoggi più incredibili della storia. Sono passati quasi quattordici anni, Roberto Carlos adesso gioca nel Corinthians, col quale sta affrontando il “Paulistao”, il campionato statale (in Brasile prima che inizi quello nazionale ogni stato gioca un campionato a parte). Nel match contro il Portuguesa, ha segnato direttamente da calcio d’angolo. Un tiro improvviso, forte, rasoterra, che si è infilato all’altezza del secondo palo. Magari cercava il cross, ma poco importa. Perchè mi ha riportato a quando avevo quattordici anni, visto che ricordo perfettamente dov’ero in quel momento, nell’unico momento in cui non ho odiato calcisticamente parlando il Brasile.

Cibo spazzatura

Sabato 27 novembre si terrà la 14° edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare. Oltre ottomila supermercati aderiranno all’iniziativa con più di centomila volontari per invitare le persone a comprare un po’ di cibo a lunga conservazione e donarlo a comunità per minori, mense per poveri e centri d’accoglienza.

Un piccolo gesto d’altruismo poco dispendioso, oltre che una manifestazione d’intelligenza in una società dove troppo spesso il cibo viene sprecato, andandosi ad accumulare in quelle cataste di immondizia che ogni anno contribuiscono a creare una montagna di ottanta milioni di tonnellate di rifiuti alimentari. “Con quello che buttiamo via ogni anno – spiega Marta Serafini sul giornale Sette – (equivalenti al 3% del nostro PIL), potremmo sfamare 44 milioni di Italiani”.

Secondo l’inchiesta di Sette ogni famiglia butta nella spazzatura una media di ventisette chili di cibo ogni anno, che si traducono in 515 euro di soldi sprecati. Il 20% delle responsabilità vanno poi alla grande distribuzione. Nei supermercati vengono buttati ogni giorno 250 chili di cibo “solo per motivi estetici”, per una “mole di alimenti che potrebbe sfamare ogni anno 636.000 persone per un valore di oltre 928 milioni”.

L’idea che simili quantità di cibo finiscano in discarica fa venire i brividi, ed è evidente che ciascuno di noi potrebbe contribuire a ridurre le cifre di questa drammatica questione. Pensiamoci…

Calcio – Pepe e l'azzurro: un mistero irrisolvibile.

Solitamente nel mondo del calcio si tende ad essere estremisti nei giudizi. Ricordo ancora oggi un episodio chiarissimo, ovvero un Napoli-Genoa di svariati anni fa vinto dagli azzurri per 2-1. Ero allo stadio ed un tifoso davanti a me (non propriamente un filosofo) si lamentava del fatto che un calcio di punizione dal limite stava per essere battuto da Claudio Bellucci, insultandolo pesantemente, salvo poi ricredersi dopo che il pallone fu scaraventato in rete definendo Bellucci come “il mare di Napoli”. Tutti noi tendiamo ad esaltare chi segna e magari fare a pezzi alcuni giocatori al primo errore. C’è però un calciatore che personalmente ammetto di fare a pezzi, ma non al primo errore. Simone Pepe.

Premettendo che sono tifosissimo della nazionale italiana (anche più di squadre di club), mi domando: ma perché un giocatore come lui, che affoga nella sua stessa mediocrità, deve far parte del gruppo di cui tutti noi almeno una volta abbiamo sognato di far parte? Amici, tifosi, allenatori di calcio che conosco. Tutti sono d’accordo con me. Prima Lippi e poi Prandelli però, hanno deciso di dargli fiducia. Cercavo di scoprirne i motivi. Dribbling fulminante? Non gliene ho mai visti fare, al massimo si dribbla da solo. Cross precisi? Il giorno che un suo traversone pescherà la testa di un compagno di squadra sarà festa nazionale. Senso del gol? Vabbè, stendiamo un velo pietoso (in nazionale del resto non ha ancora segnato, poteva farlo contro la Slovacchia…ma figurati) Senso tattico? Certo, nessuno mette in modo il contropiede avversario come lui. Impegno in campo? Eh, sicuramente, ma se conta solo quello allora in nazionale ci giocherebbe anche molta gente che gioca a calcetto con me. Personalmente lo ritengo dannoso come pochi altri, perché ce ne sono tanti di giocatori importanti che si estraniano per intere fasi di partita, ma senza causare problemi (penso ad un esempio come Hamsik, tanto per scomodare un campione). Gli dei del calcio evidentemente esistono però. Con lui in campo mondiale osceno, con l’Estonia esce sullo 0-1 e dopo otto secondo segnano gli azzurri che poi rimontano e vincono. Con le Far-Oer cinque a zero ed a detta di tutti gioco spumeggiante (ok, avversari scarsi, ma un tiro da 30 metri non si insacca nell’angolo alto in base a contro chi stai giocando) grazie al fatto che Pepe aveva ripreso il posto che gli spettava (ovvero in tribuna). Con l’Irlanda del Nord…alzi la mano chi non lo ha mandato a fare in… almeno una volta. Dunque vi chiedo: se avete anche la minima idea del perchè una piaga del genere debba continuare ad insultare la maglia della mia (e chiunque voglia dire “mia” a sua volta lo apprezzo) nazionale…me lo faccia sapere al più presto.

Le cavie umane del Guatemala

Certe volte leggendo il giornale ti rendi conto di quanto le assurde idee di certi film holliwoodiani possano apparire banali rispetto alla realtà… Di quanto alcune pellicole fantascientifiche dedicate ad epidemie e sperimentazioni sul genere umano somiglino maledettamente ad un documentario di denuncia…

Su “La Repubblica” del 2 ottobre, un inquietante articolo di Angelo Aquaro si ritagliava un piccolo spazio di pagina 17, come una notiziuccia di secondo piano. Un pezzo sui grandi Stati Uniti d’America, di cui si possono schiaffare in prima pagina tutti gli aggiornamenti sul colore dell’abito di Michelle Obama e sulle vicissitudini di Paris Hilton, ma non si può certo dare risalto ad un Servizio Sanitario Nazionale che paga un laboratorio per fare esperimenti su cavie umane…

“Centinaia di persone infettate con la sifilide e la gonorrea – scrive Aquaro nel suo articolo. – Bambini presi negli orfanotrofi e usati come cavie. Prostitute accoppiate ai detenuti per trasmettere il virus. Malati di mente infettati senza saperlo”.
Uno studio esportato in Guatemala, perché oltre alla democrazia ogni tanto bisogna diffondere anche altri principi del “grande occidente”… Un abominio recentemente svelato dalla ricercatrice Susan M. Reverby, su esperimenti che dal 1946 al 1948 hanno contribuito ad allungare la lista di vergogne di cui si è macchiato il governo americano. Un orrore che è andato avanti per due anni, “nel Guatemala allora posseduto e controllato dalla potentissima United Fruit Company, – prosegue l’articolo – la multinazionale USA che verrà ribattezzata Chiquita”.

Una mostruosità che si aggiunge al noto scandalo della città di Tuskegee, in Alabama, dove tra il 1932 e il 1972 vennero reclutate centinaia di persone malate di sifilide, perlopiù afroamericani, per studiare gli effetti della progressione naturale della malattia su un corpo infetto non curato. (Fonte: Wikipedia).

Due episodi disumani accomunati dal nome di John C. Cutler, un esperto di malattie sessuali che “fino alla sua morte, nel 2003, ha strenuamente giustificato, nel nome della scienza, gli orrori di Tuskegee”, come afferma l’articolo di Aquaro. Lo stesso Cutler che ha poi scelto di spostare i propri esperimenti oltre i confini statunitensi, in Guatemala, dove bambini orfani, detenuti e malati mentali si sono inconsapevolmente trasformati in cavie umane. Una sperimentazione che andò avanti per due anni e si concluse senza alcun risultato scientifico, lasciando al loro destino le settecento vittime infettate, dove un soggetto su tre venne abbandonato senza cure.

Adesso il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro della Sanità Kathleen Sebelius si scusano per questi comportamenti “eticamente inaccettabili”, così come fece Bill Clinton dopo i fatti di Tuskegee.

Scuse che si sommano a scuse passate e che, come sempre accade, anticiperanno scuse future…

Una serata con Emergency

Alle diciannove in punto i cancelli del Mandela Forum si aprono. L’interminabile fiumana di persone in attesa scorre rapida verso gli ottomila posti a sedere all’interno del palazzetto, mentre oltre duemila persone si dovranno accontentare di godersi lo spettacolo dai maxi schermi posizionati all’esterno della struttura.
È la penultima serata dell’incontro nazionale dei volontari di Emergency, che dal 7 al 12 settembre ha organizzato spettacoli, mostre e dibattiti per celebrare l’operato della famosa associazione che da oltre sedici anni opera nei troppi territori del mondo devastati dalla guerra, per offrire cure mediche alle vittime di queste tragedie…

Il palco si illumina mentre la nota presentatrice Serena Dandini apre la serata salutando l’entusiasta folla di gente che non smette di applaudire. L’intervento della presidente Cecilia Strada precede l’atteso discorso del fondatore dell’associazione, Gino Strada, che con franchezza ed energia spiega il significato del manifesto che “Emergency” ha voluto dedicare a questa settimana di incontri. “Il mondo che vogliamo” è il titolo di un testo di denuncia nei confronti di una classe politica che “in nome delle ‘Alleanze internazionali’ ha scelto la guerra e l’aggressione di altri paesi” e “in nome della ‘sicurezza’ ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all’odio e al razzismo”.

La serata prosegue con un emozionante intervento dell’attrice Lella Costa seguita dalle dolci note di Fiorella Mannoia. Un brillante Neri Marcoré e le esilaranti imitazioni della nostra ridicola classe politica. Un’inebetita rappresentazione di Maurizio Gasparri e un ammaliante Casini seduttore con un emblematico indirizzo mail: “pierferdy@ilgrandecentro.g”. A seguire il presidente cantante, che armato di chitarra dedica un simpatico motivetto al vecchio amico Gianfranco Fini. Poi le maschere cadono e Marcoré decide di interpretare sé stesso, intonando i versi de “L’appartenenza” di Giorgio Gaber.

A seguire un fantastico Antonio Albanese in versione “Cetto La Qualunque”, la personificazione dei diffusi difetti dei politicanti italiani: corrotti, avari e ignoranti, scesi in campo col solo obiettivo di soddisfare i propri interessi individuali.
“Quando faccio questo personaggio mi vergogno come un ladro – afferma Albanese lasciandosi scappare una risata – è nato dallo studio di un paio di campagne elettorali e qualche decina di comizi politici, quindi sappiate che non ho inventato proprio u cazzu. Pensate che un giorno mi sono ritrovato davanti a un politico che ha esordito il suo discorso con in mano la foto della moglie del suo avversario, dicendo: ‘questa donna è una bottana, e unu cornutu non può vincere le elezioni!'”

Risate intelligenti e buona musica: la ricetta ideale per una magnifica serata, con l’emozionante chiusura di una fantastica Patti Smith accompagnata da “La casa del vento”, il gruppo italiano che quest’anno la seguirà nel prossimo tour. Il grande finale sulle note di “People have the power”, dedicata al pubblico per ricordare…

“we can turn the world around,

we can turn the earth’s revolution,

we have the power.

People have the power …”

Day 14 Mondiali di Calcio: Italia, che vergogna!!!

Fallimento totale. Il mondiale dell’Italia finisce come peggio non si poteva. Mai avrei immaginato di dover scrivere o pensare queste parole. Usciamo al primo turno, e dire che con un amico volevamo anche scherzosamente giocare questo risultato alla vigilia della competizione. Rabbia, frustrazione. Chi ama la nazionale soffre il doppio, perché qui non si tratta di squadre di club! Il Mondiale si gioca ogni quattro anni. Ha fallito Lippi, con scelte incomprensibili e con una squadra spenta, senza idee e troppo vecchia. Hanno fallito i giocatori, che sicuramente non sono l’immondizia che si è vista in queste tre partite, certo, ma purtroppo sui referti arbitrali conta quello.

Non ha fallito Fabio Quagliarella, incredibilmente l’unico ad avere ricordi solo positivi del Sudafrica. Qualcuno si salva, come Montolivo, Di Natale eccetera, ma la maggioranza è bocciata senza attenuanti. Sembra assurdo dirlo, ma queste sono le ultime pagelle degli azzurri per questo mondiale:

Marchetti 5; Zambrotta 5, Cannavaro 4,5, Chiellini 5, Criscito 5 (Maggio 6); De Rossi 4, Montolivo 5,5 (Pirlo 6,5), Gattuso 5,5 (Quagliarella 8); Pepe…scusate ma non ce la faccio, Di Natale 6,5, Iaquinta 5. Allenatore: Lippi 3.

Riproponiamo un’intervista pescata dal web a Fabio Quagliarella: è un interessante documento sulla sua personalità.


Nel girone E passano Olanda e Giappone (che ricordiamo dagli ottavi avrà a disposizione anche Mark Lenders) che diranno la loro. Esce mestamente la Danimarca.

Ed ora scusate, ma continuo a piangere.