La Filarmonica della Scala per il sociale

Lunedì 31 Ottobre 2011 alle ore 20.00, presso il teatro alla Scala di Milano, ci sarà un appuntamento di elevato spessore musicale e dal grande valore umano. Il maestro Omer Meir Wellber dirigerà la Filarmonica della Scala a sostegno della Fondazione Don Gnocchi con la partecipazione al pianoforte di Emanuel Ax.

Questo il programma del concerto:
– G. Puccini Crisantemi
– L. van Beethoven Concerto per pianoforte ed orchestra n° 5 in mi bemolle magg. “Imperatore” Op. 73
– P.I. Čajkovskij Sinfonia n° 4 in fa min. Op. 36
Noi di “Camminando Scalzi” abbiamo interpellato il presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari che ci inviterà all’evento e ci parlerà della Fondazione nata e voluta dal Beato Don Gnocchi.
Cosa rappresenta oggi la Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus nel panorama socio-sanitario italiano e internazionale?
La Fondazione è stata istituita oltre mezzo secolo fa dal Beato don Carlo Gnocchi (1902-1956) per assicurare cura, riabilitazione e integrazione sociale ai mutilati, vittime della barbarie della seconda guerra mondiale e con il passare degli anni ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. Oggi continua ad occuparsi di ragazzi con disabilità affetti da complesse patologie acquisite e congenite; di pazienti di ogni età che necessitano di interventi riabilitativi neurologici, ortopedici, cardiologici e respiratori; di assistenza ad anziani non autosufficienti, malati oncologici terminali e pazienti in stato vegetativo persistente. Intensa, oltre a quella sanitario-riabilitativa, socio-assistenziale e socio-educativa, è anche l’attività di ricerca scientifica e di formazione ai più diversi livelli.

Il prossimo 31 ottobre ci sarà un particolare evento a Milano, con un concerto dell’orchestra Filarmonica della Scala il cui ricavato sarà destinato alla vostra realtà. Cosa vi aspettate da questo evento?
La Fondazione Don Gnocchi riceve il sostegno della solidarietà privata e gode dell’appoggio delle istituzioni che le consentono di svolgere sempre meglio le proprie attività e di estendere ancor più la propria presenza sul territorio nazionale e in ambito internazionale.
Il concerto alla Scala rappresenta certamente una preziosa opportunità di sostegno per la nostra Opera, ma ci permette anche di rinsaldare il rapporto con Milano, la città di don Carlo Gnocchi, dove la Fondazione è nata e dove hanno sede i suoi organi di vertice. Alla Scala, alla Filarmonica, agli organizzatori e a tutti quelli che vorranno partecipare va quindi il nostro più sentito ringraziamento. I bisogni non mancano. La Fondazione sta investendo ingenti risorse economiche per migliorare le proprie strutture e per garantire ai pazienti servizi sempre più efficienti e di elevata qualità. A Milano, completata la nuova chiesa dedicata al Beato don Gnocchi e in attesa di vedere realizzato il museo a lui dedicato, stanno per prendere il via alcuni importanti lavori di ammodernamento dell’IRCCS “S. Maria Nascente”. All’Istituto “Palazzolo-Don Gnocchi” è stato ampliato il reparto che accoglie persone in stato vegetativo ed è stata avviata l’Unità di oncologia geriatrica. In Toscana è stato avviato in queste settimane un modernissimo Centro di riabilitazione nella città di Firenze con oltre 180 posti letto, struttura che ha richiesto un ingente sforzo e che necessita di essere sostenuto nell’avvio delle sue molteplici attività. A Roma, accanto alle attività ormai consolidate, è operativa da alcuni mesi una nuova struttura per affetti da Alzheimer e Parkinson, mentre continua il potenziamento dell’attività in tutte le altre regioni, in particolare in quelle del sud, Campania e Basilicata.

Da Opera pionieristica nata nel dopoguerra, ora la Fondazione può contare su numerosi Centri in tutta Italia e all’estero. Quanti siete e cosa fate oggi?
La Fondazione Don Gnocchi è riconosciuta Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), segnatamente per i Centri di Milano e Firenze, e conta oggi oltre 5.400 operatori tra personale dipendente e collaboratori professionali, per i quali sono approntati costanti programmi di formazione e aggiornamento. Le prestazioni vengono erogate in regime di accreditamento con il Servizio Sanitario Nazionale in una trentina di Centri, raggruppati in otto Poli territoriali in nove Regioni italiane. In totale disponiamo di 3.648 posti letto di degenza piena e day hospital e complessivamente sono quasi 10 mila le persone curate o assistite in media ogni giorno nei nostri Centri attraverso una pluralità di servizi. Si tratta di numeri che evidenziano bene l’intensità e la complessità del nostro lavoro al servizio dei pazienti. La Fondazione Don Gnocchi è inoltre riconosciuta come Organizzazione Non Governativa (ONG), impegnata in progetti di solidarietà nei Paesi in via di sviluppo. Ha realizzato Centri per bambini disabili in Bosnia-Erzegovina ed Ecuador; sostiene strutture di chirurgia ortopedica e di riabilitazione in Rwanda e in Sierra Leone. Altri interventi sono in corso o in programma in parecchie nazioni povere del mondo.

Il concerto alla Scala di fine ottobre evoca l’idea della musica come strumento di cura e sollievo, legato al benessere psico-fisico della persona. Viene utilizzata anche dalla Fondazione Don Gnocchi nell’ambito delle proprie terapie in supporti a favore dei disabili o dei pazienti?
La musicoterapia fa parte dei programmi di riabilitazione adottati in molti nostri Centri, specie a beneficio di disabili e anziani. In generale la musica, come molte altre forme d’arte, sono spesso d’aiuto e sostegno per persone fragili. Mi viene in mente il festival della musica impossibile che ogni anno promuove il nostro Centro di Falconara Marittima, nelle Marche, e a cui partecipano gruppi musicali composti da persone con disabilità. Lo stesso don Carlo Gnocchi, uomo di grande sensibilità e cultura, era un grande amante dell’arte e della musica. Nel suo libro del 1946 “Restaurazione della persona umana”, scriveva che «L’arte e l’amore nascono dal “nonnulla” di cui ha parlato Pascal. Il lontano sussurro di una melodia in fondo all’anima (magari sul ritmo monotono di una goccia cadente per Chopin), il balenìo di un ideale di bellezza nella pupilla (intuita in un blocco di marmo abbandonato, come per il David di Michelangelo), la rapida e confusa enunciazione di una legge fisica e metafisica alla mente assorta (dietro il moto pendolare di una lampada nella cattedrale di Pisa, per Galileo), la fulminea intuizione dell’anima gemella, attraverso un dolce viso di donna (come per tutti coloro che hanno potuto realizzare il loro sogno d’amore) hanno dato origine ai capolavori della scienza, della bellezza e dell’amore. Purché attentamente raccolti, appassionatamente seguiti e perdutamente amati».

Un ultimo pensiero a favore della Fondazione. Perché vale davvero la pena sostenervi?
Ci rivolgiamo a tutti con un celebre motto del nostro fondatore: “Amis, ve raccomandi la mia baracca…” (Amici, vi raccomando la mia “povera casetta”, n.d.r.). Don Gnocchi, l’indimenticato “apostolo del dolore innocente”, è stato solennemente proclamato Beato il 25 ottobre 2009 in piazza Duomo a Milano, straordinario riconoscimento per una vita spesa accanto ai più fragili. Sul letto di morte, raccomandò la propria Opera agli amici che gli stavano accanto. Oggi quegli amici sono una grande famiglia, che s’allarga sempre più. Tutti possono dare il proprio contributo perché la missione e l’opera di don Gnocchi possa continuare sempre più e sempre meglio, in Italia e nel mondo, accanto e al servizio della vita.

I costi dei biglietti per partecipare al concerto variano dai 15 euro (veramente alla portata di tutti) fino a 200 euro (commissioni di servizio escluse).
Per quanto riguarda le informazioni e la prevendita telefonica è possibile contattare il numero 02 465.467.467 (dal lunedì al venerdì 10.00/13.00 e 14.00/17.00) oppure entrate nel circuito www.vivaticket.it
Per quel che mi concerne vorrei ringraziare monsignor Bazzari per la disponibilità dimostrataci e invitare chi volesse maggiore informazioni sulla Fondazione a visitare il loro sito.
Mi auguro che il Teatro alla Scala sia gremito per questo evento e ringrazio Alessandra Romanati di Aragon (Comunicazione eventi e fundraising per il non profit) per aver reso possibile questa intervista.

Carta e sangue

Una colonna di fumo si leva sopra il villaggio indonesiano di Suluk Bongkal. E attorno, uno scenario da guerra civile: un elicottero della polizia che getta combustibile sulle quattrocento capanne che compongono il villaggio, abitanti che scappano inseguiti da gente armata.

Una giornata nera per i contadini di Suluk Bongkal. Sono stati sono svegliati da un raid congiunto di agenti di polizia, security privata e bande criminali. Una forza d’assalto dalla composizione piuttosto strana, ma relativamente normale nelle aree controllate dalle cartiere. Alla fine dell’incursione, le capanne sono state tutte carbonizzate, settanta abitanti del villaggio arrestati, e due bambini sono trovati morti, uno ucciso dalle fiamme, l’altro annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati sono poi stati trattenuti per mesi senza processo.

Il motivo dell’assalto? Nel villaggio non si nascondevano organizzazioni criminali, né centrali di spaccio o raffinazione di droga, o mercanti di armi. Il crimine dei contadini del villaggio era uno solo: non volevano cedere le loro terre al colosso cartario che aveva ottenuto la concessione in una fetta di foresta già abitata. Il colosso cartario sino-indonesiano Asia Pulp & Paper (APP) ha un pressante bisogno di nuovi terreni da ripulire e mettere a piantagione, e il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali; e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.

L’impresa PT Arara Abadi, sussidiaria della APP, aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima. In seguito, assieme ad altre imprese del gruppo, era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.

Probabilmente gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano festeggiato, ma contro i vertici della polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia della provincia, il brigadiere Suciptadi, era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.

Suluk Bongkal non un’eccezione. L’espansione delle piantagioni, oltre a minacciare l’ambiente e il clima, è una vera e propria spada di Damocle per le comunità dei villaggi, la cui vita dipende dai piccoli appezzamenti e dalle risorse che raccolgono nella foresta. Nelle province più ricche di foresta, Jambi e Riau, questi conflitti sono all’ordine del giorno, mentre le imprese cartarie si comportano come veri e propri feudatari. Nel luglio 2009 la security aziendale di un’altra impresa del gruppo APP – la PT Lontar Papirup Pulp and Papers – ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.

Con il vostro appoggio stiamo contribuendo a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro in Indonesia” scrive la APP ai propri clienti preoccupati del fatto che iniziano a circolare sempre più informazioni sulle pratiche della APP.

La APP sostiene di lavorare per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Ma l’espansione delle piantagioni, quando non avviene ai danni della foresta pluviale, distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei (le piantagioni industriali hanno un’intensità di lavoro molto più bassa dell’agricoltura tradizionale indonesiana) e causa grandi conflitti, spesso scacciando le comunità contadine dalle loro terre, lasciandole senza lavoro, casa e mezzi di sussistenza. Le foreste indonesiane danno da vivere a trenta milioni di persone, tra cui trecento gruppi indigeni, e la loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. Secondo la FAO, in tutto il mondo le foreste danno da vivere a 1,2 miliardi di persone, che vivono in sistemi agro-forestali, e ovunque la deforestazione crea miseria. Non stupisce che i conflitti tra le sussidiarie della APP e le comunità contadine che vivono nelle nuove aree assegnate in piantagione siano spesso aspri. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa due miliardi di dollari tra tasse evase, sussidi “aggiustati” e prelievi di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l’assistenza sanitaria a cento milioni di indigenti per almeno due anni.

Dall’altra parte dell’oceano un’associazione chiamata “Consumers Alliance for Global Prosperity” si è specializzata in campagne contro gli ambientalisti, la cui colpa principale è proteggere le foreste e le specie minacciate. Guarda caso, dietro la Consumers Alliance for Global Prosperity e le violente campagne anti-ambientaliste, si nascondono i finanziatori cinesi della APP che, secondo un’inchiesta del New York Times, sono riusciti a coinvolgere i Tea Party, l’ala più oltranzista del Partito Repubblicano, nel sostegno alla causa della APP: il diritto di importare cellulosa e carta dalla Cina e dall’Indonesia senza curarsi di inezie come gli impatti ambientali. Una bizzarra alleanza, ma il denaro fa miracoli. E il denaro alla APP non manca. Mentre, assieme ai Tea Party, accusa gli ambientalisti di condannare alla povertà cento milioni di indonesiani, l’impresa continua a sottrarre terreni ai contadini poveri. Sarà difficile convincere i contadini di Suluk Bongkal che le loro case e i loro campi sono stati dati alle fiamme per promuovere sviluppo e benessere.

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C'è posta per te

Il postino non porta sempre belle notizie, ma quando fra pubblicità e bollette spunta una denuncia con una richiesta di risarcimento di 500.000 euro, allora la cosa si fa seria.

Qualche mese fa, l’associazione ambientalista Terra! ha messo in luce un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte della APP, che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. Secondo i dati riportati da Terra!, l’Italia è divenuta oramai il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate, e nel 2009 editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Non si tratta solo di corresponsabilità con la deforestazione, ma di un vero e proprio (talvolta inconsapevole) incitamento a proseguire nella devastazione. Infatti la crescita delle vendite spinge il colosso cartario a produrre di più e alimenta la cronica deficienza di materia prima, il legno, gettando le basi di nuove conversioni di foreste pluviali in piantagioni di acacia. Per questo Terra!, assieme a 40 associazioni ambientaliste europee, ha chiesto alle imprese del settore di interrompere ogni relazione commerciale con il colosso cartario sino-indonesiano.

Terra! ricorda anche un altro aspetto: che acquistando prodotti della APP si favorisce l’espansione sul mercato italiano dei suoi prodotti, che rischiano di mettere fuori gioco la produzione cartaria nazionale proprio in un momento di crisi, dato che la APP gode di un accesso vantaggioso alla materia prima, ai danni delle residue foreste pluviali e delle comunità che vi abitano.

Imprese come Mondadori Printing, De Agostini, Gucci, Versace, Ferragamo, Burgo, Fedrigoni, Kimberly-Clark, Nestle, Kraft, Fuji Xerox, Unilever, Stamples, Office Depot, Corporate Express, Metro, hanno compreso come le pratiche della APP siano distruttive e  incompatibili con i propri valori aziendali e hanno evitato o interrotto l’acquisto di prodotti da APP.
Chi la campana di Terra! proprio non ha voluto ascoltarla sono le Cartiere Paolo Pigna, che non hanno ritenuto importante dare una risposta quando Terra! ha divulgato il legame commerciale tra la APP e Cartiere Pigna, quest’ultima si è affrettata a dichiarare alla stampa che si trattava di una menzogna: “Cartiere Pigna non tiene rapporti commerciali con la società indonesiana Asian Pulp and Paper e non si approvvigiona di prodotti derivanti dalle foreste indonesiane“.

La Pigna però non si è limitata a diramare comunicati: ed è così che un bel giorno il postino ha consegnato a Terra! una bella denuncia per danni. Morale della favola: l’associazione ambientalista è stata così condannata a pagare 20.000 euro più le spese, per aver rivelato un fatto vero. Sembra incredibile, ma è vero: in sede processuale, gli attivisti di Terra! hanno fornito gli estremi di diverse fatture che provano gli scambi commerciali tra Cartiere Pigna e la APP, nonché le analisi scientifiche sui quaderni Pigna Monocromo – uno dei prodotti più venduti dall’impresa – che risultano pieni di fibre provenienti da foreste pluviali, per cui Pigna ha dovuto ammettere di aver acquistato carta dalla APP.

Queste prove non hanno impedito a Pigna di tirare dritto e ottenere una condanna per Terra! “Certo è che una associazione ambientalista ci penserà due volte prima di esporre un crimine ambientale” sostengono preoccupati gli attivisti di Terra!. Insomma, deforestare va bene, distruggere il clima globale anche, denunciare quanto accade invece no.

Terra! ha annunciato che ricorrerà in appello, e nel frattempo ha trovato la solidarietà di oltre cinquanta associazioni: “la legge dovrebbe perseguire le imprese responsabili di crimini ambientali contro le forese pluviali dell’Indonesia e contro il clima, invece di condannare chi ha messo in luce il problema – recita il comunicato – è una palese violazione del diritto di parola, e un tentativo di impedire le campagne ambientali”. Tra i firmatari del comunicato: Greenpeace, Legambiente, Friends of the Earth, Rainforest Action Network e numerosi altri.

Sosteniamo Terra! nella sua battaglia contro un verdetto ingiusto – prosegue il comunicato – consideraiamo l’attacco di Pigna a Terra! cone un attacco a ciascuno di noi, che lavoriamo per un ambiente più sostenibile“. Un recente rapporto di Reporter Senza Frontiere, ha messo in guardia sulla crescita delle intimidazioni verso chi rivela crimini ambientali: “quando si rivelano crimini commessi da imprese e governi locali, iniziano i guai” . Ora, fanno notare gli attivisti di Terra! dall’Uzbekistan all’Indonesia, le intimidazioni sono arrivate all’Italia. Ma chi pagherà per i danni al clima globale?
Scheda: le analisi della carta.
Terra! ha fatto analizzare alcuni quaderni della Pigna dalla IPS Testing, un laboratorio statunitense specializzato nell’analisi delle fibre di carta.

Il campione di quattro quaderni “Pigna Monocromo” a copertina rigida (due quaderni e due quadernoni), è risultato contenere alte percentuali di acacia (tra il 62 e il 74%). L’espansione delle piantagioni di acacia e di olio di palma è la principale causa della distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia, che ha fatto di questo paese il quarto emettitore mondiale di gas serra.
Nei quaderni sono state anche rilevate importanti percentuali di latifoglie miste tropicali (MTH), ossia foresta pluviale ridotta in trucioli e quindi trasformata in carta. Tra le fibre rilevate alcune hanno l’aspetto delle dipterocarpacee (Dipterocarpus spp.) e altre delle Myristicaceae. Si tratta di piante che crescono solo nelle foreste pluviali, e ne fanno parte molte specie minacciate (inserite nella Lista Rossa dell’International Union for Conservation of Nature, IUCN).

I risultati delle analisi dei quattro quaderni Monocromo Pigna

 

 

 

 

Scheda: materie prime legate alla deforestazione.

Qualsiasi azienda può condurre periodiche analisi delle fibre, facendo testare periodicamente i campioni di prodotti di carta che si acquistano e i campioni di nuove carte offerte dai fornitori. Queste verifiche possono rivelare fibre sospette e fornitori poco attendibili. Le analisi delle fibre non hanno costi proibitivi, e vi sono diversi laboratori indipendenti in grado di realizzare questo tipo di ricerche.

MTH: dalla foresta pluviale alla carta
Mixed tropical hardwoods (MTH), o fibre miste tropicali, è un tipo di cellulosa fabbricata con fibre di latifoglie tropicali di una vasta gamma di specie diverse. Viene prodotta trasformando in trucioli gli alberi abbattuti da foreste tropicali naturali, composte da specie diverse, alcune delle quali di grande valore. È un prodotto tipico dell’industria cartaria asiatica.
Il genere Dipterocarpus spp., si trova solo nel Sud-est Asiatico e include 70 specie, oltre la metà delle quali sono incluse nella lista rossa dell’IUCN. Anche 225 specie della famiglia delle Myristicaceae sono considerate dall’IUCN minacciate.  Tanto Myristicaceae che Dipterocarpaceae non vengono solitamente impiegate nelle piantagioni.

Acacia: via la foresta, largo alle piantagioni.
L’ Acacia (Acacia Magnum) è un genere di piante della famiglia delle Fabaceae. L’Acacia Magnum, specie di origine africana, viene impiegata per la produzione di cellulosa e carta. La principale causa di distruzione delle foreste indonesiane è la conversione in piantagioni di acacia per rifornire l’industria della carta. Per soddisfare la propria necessità di fibre, i due grandi conglomerati cartari indonesiani, APRIL e Asia Pulp & Paper, causano impatti letali sugli ecosistemi, le loro specie animali e le comunità locali che le abitano, oltre a causare un impatto diretto sul clima globale. Infatti, le foreste dell’Indonesia custodiscono uno spesso strato di torba, accumulata in 20 mila anni, che contiene fino a 300 tonnellate di carbonio per ettaro. Quando vengono abbattute e drenate per farne piantagioni, e la torba si asciuga e inizia a decomporsi, il carbonio torna in atmosfera.  Come conseguenza, l’Indonesia ha il più alto tasso di deforestazione, ed è diventata il terzo paese per emissioni dopo Stati Uniti e Cina. Malgrado ciò, il governo indonesiano, in accordo con l’industria cartaria, ha accordato dieci milioni di ettari alle piantagioni di acacia per la produzione di carta, una superficie pari a un terzo dell’Italia!
Dall’inizio delle sue operazioni, nel 1984, si stima che la APP, le sue consociate e fornitrici abbiano distrutto un milione di ettari di foresta nelle sole province di Riau e Jambi, per farne piantagioni.

Sergio Baffoni – Osservatorio sulle Foreste Primarie

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Auto elettriche? Sì, ma senza scappatoie!

TITOLO: Auto elettriche? Si, ma senza scappatoie!
di Daniel Monetti – campagna trasporti, Terra!
Oggi si parla tanto di auto elettriche, come la soluzione del futuro: l’auto elettrica può giocare un ruolo molto importante nel tagliare le emissioni di CO2 della Unione europea, ma l’attuale legislazione contiene scappatoie che possono portare ad un maggiore uso dei combustibili fossili.
A settembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso sostenne che i trasporti dovevano essere urgentemente decarbonizzati, alzando l’attenzione sul trasporto elettrico quale chiave di volta di questo processo. (1) Ma non è così, almeno in questa prima fase di transizione.
Secondo un rapporto pubblicato da Transport & Environment (2), gli obiettivi vincolanti della Unione europea in materia di emissioni di CO2 da auto approvati lo scorso Dicembre 2008, includono dei ‘supercrediti’ che permettono ai contruttori di auto di vendere 3,5 SUV superinquinanti per ogni veicolo elettrico venduto, permettendo loro di raggiungere ugualmente gli obiettivi fissati dalla UE. Questo perché le auto elettriche sono state fatte passare ad emissioni zero, nonostante il fatto che l’elettricità usata derivi da fonti fossili come il carbone. (3)
Il risultato di tutte queste scappatoie legislative sarà che i costruttori di automobili dovranno fare molti meno sforzi per ridurre le emissioni dalle auto convenzionali, immettendo nel mercato qualche modello di auto elettrica.  E l’effetto complessivo sarà emissioni di CO2 più alte e maggior uso del petrolio, contrariamente alle finalità stesse della legislazione europea.
Terra! sostiene che queste scappatoie legislative debbano essere chiuse, affinché l’industria automobilistica affronti seriamente le proprie responsabilità nel taglio delle emissioni di CO2 e rafforzi i propri investimenti in efficienza energetica. I sogni delle innovazioni tecnologiche delle propulsioni elettriche o a idrogeno sono una buona cosa, ma in questo momento distolgono l’attenzione dei legislatori dal problema reale di migliorare l’efficienza dai motori a scoppio tradizionali; o tutte le parti in causa si impegnano in questo primo passaggio obbligato, o tutti gli altri che seguiranno risulteranno una pura operazione di greenwashing.
Il ruolo dei legislatori europei è quello di tagliare le emissioni di CO2 e ridurre la dipendenza del mondo dal petrolio, non promuovere auto elettriche, soprattutto quando ancora non si hanno sistemi per capire da dove questa energia è stata prodotta, sistemi di misurazione dei consumi dalla rete o ancora, sistemi di monitoraggio per l’erogazione dell’energia elettrica che permettano di sviluppare nuove stazioni di servizio per la ricarica delle batterie);  l’Unione europea non deve farsi accecare dal mito dell’elettrico e guardare troppo al futuro, senza mantenere una vera pressione sugli standard di efficienza energetica al presente, perché altrimenti tutto il lavoro fatto fino ad oggi risulterà vano.
(2) Il rapporto “How to Avoid an Electric Shock – Electric Cars from Myth to Reality” è scaricabile da http://www.transportenvironment.org
(3) I supercrediti saranno messi al bando nel 2016, ma le auto elettriche rimarranno a zero emissioni.  I supercrediti sono stati presentati anche in una proposta dello scorso Ottobre sulle emissioni di CO2 dai furgoni e minibus.
[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è scritto da Daniel Monetti, ambientalista da sempre, con un passato in Greenpeace. Insieme ad altri ex-colleghi e amici di altre ONG nel 2008 ha fondato Terra!, un’associazione indipendente e apartitica che vuole difendere l’ambiente operando sul territorio e attraverso campagne internazionali. “Terra!” ha l’obiettivo di creare un nuovo attivismo ambientale, aperto e partecipato che possa crescere grazie alle competenze e alla creatività di tutte le persone che vogliono agire per la salvaguardia del pianeta. All’interno dell’associazione Daniel si occupa di mobilità sostenibile e di trasporti, seguendo una campagna europea coordinata da Friends of the Earth Europe, volta all’abbattimento delle emissioni di CO2 dai trasporti.[/stextbox]

Oggi si parla tanto di auto elettriche, come la soluzione del futuro: l’auto elettrica può giocare un ruolo molto importante nel tagliare le emissioni di CO2 della Unione europea, ma l’attuale legislazione contiene scappatoie che possono portare ad un maggiore uso dei combustibili fossili.
Auto-elettriche-3A settembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso sostenne che i trasporti dovevano essere urgentemente decarbonizzati, alzando l’attenzione sul trasporto elettrico quale chiave di volta di questo processo. (1) Ma non è così, almeno in questa prima fase di transizione.
Secondo un rapporto pubblicato da Transport & Environment (2), gli obiettivi vincolanti della Unione europea in materia di emissioni di CO2 da auto approvati lo scorso Dicembre 2008, includono dei ‘supercrediti’ che permettono ai costruttori di auto di vendere 3,5 SUV superinquinanti per ogni veicolo elettrico venduto, permettendo loro di raggiungere ugualmente gli obiettivi fissati dalla UE. Questo perché le auto elettriche sono state fatte passare ad emissioni zero, nonostante il fatto che l’elettricità usata derivi da fonti fossili come il carbone. (3)
Il risultato di tutte queste scappatoie legislative sarà che i costruttori di automobili dovranno fare molti meno sforzi per ridurre le emissioni delle auto convenzionali, immettendo nel mercato qualche modello di auto elettrica.  E l’effetto complessivo sarà emissioni di CO2 più alte e maggior uso del petrolio, contrariamente alle finalità stesse della legislazione europea.
“Terra!” sostiene che queste scappatoie legislative debbano essere chiuse, affinché l’industria automobilistica affronti seriamente le proprie responsabilità nel taglio delle emissioni di CO2 e rafforzi i propri investimenti in efficienza energetica. I sogni delle innovazioni tecnologiche delle propulsioni elettriche o a idrogeno sono una buona cosa, ma in questo momento distolgono l’attenzione dei legislatori dal problema reale di migliorare l’efficienza dei motori a scoppio tradizionali; o tutte le parti in causa si impegnano in questo primo passaggio obbligato, o tutti gli altri che seguiranno risulteranno una pura operazione di greenwashing.Auto elettriche 2
Il ruolo dei legislatori europei è quello di tagliare le emissioni di CO2 e ridurre la dipendenza del mondo dal petrolio, non promuovere auto elettriche, soprattutto quando ancora non si hanno sistemi per capire da dove questa energia è stata prodotta, sistemi di misurazione dei consumi dalla rete o ancora, sistemi di monitoraggio per l’erogazione dell’energia elettrica che permettano di sviluppare nuove stazioni di servizio per la ricarica delle batterie.  L’Unione europea non deve farsi accecare dal mito dell’elettrico e guardare troppo al futuro, senza mantenere una vera pressione sugli standard di efficienza energetica al presente, perché altrimenti tutto il lavoro fatto fino ad oggi risulterà vano.
(2) Il rapporto “How to Avoid an Electric Shock – Electric Cars from Myth to Reality” è scaricabile da www.transportenvironment.org
(3) I supercrediti saranno messi al bando nel 2016, ma le auto elettriche rimarranno a zero emissioni.  I supercrediti sono stati presentati anche in una proposta dello scorso Ottobre sulle emissioni di CO2 dai furgoni e minibus.
[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate. Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]