Pontida: niente fuochi d'artificio

Nella settimana in cui l’Italia in crisi urla la sua indignazione sul palco di Tuttiinpiedi! a Bologna, la politica si interessa di più dell’annuale raduno leghista di Pontida. Davanti e sopra il palco allestito sul “sacro prato”, va in scena la classica pagliacciata dell’iconografia padana, fatta di spadoni, figuranti rosso-crociati, sole delle Alpi e militanti in camicia verde.
La settimana di avvicinamento all’adunata del Carroccio era stata caratterizzata dall’attesa spasmodica per i messaggi che il partito di Bossi avrebbe lanciato nei confronti del governo. Dopo le batoste elettorali e referendarie, infatti, la golden share della maggioranza nelle mani della Lega condiziona non solo le scelte politiche ma il futuro stesso della legislatura. L’immagine del clima politico è riassunta nella conferenza stampa di Berlusconi e Maroni di giovedì, in cui, rispondendo a una domanda sulla tenuta del governo, è bastato che il Ministro dell’Interno toccasse il braccio del premier dicendo “aspettiamo Pontida” per spegnergli il sorriso ottimista.
Nei giorni precedenti si era parlato anche di un “penultimatum” che Bossi avrebbe lanciato a Berlusconi, ossia una serie di condizioni non trattabili alla base del sostegno al governo ma che non avrebbero messo in discussione l’immediata sopravvivenza dell’esecutivo. Così è stato. Se infatti il leader della Lega ha toccato diversi temi, non c’è stato un vero e proprio aut aut. Al contrario, Bossi ha esplicitamente affermato che l’alleanza con il PdL e la leadership di Berlusconi sono in discussione per le prossime elezioni politiche, ma non per il breve futuro: eventuali elezioni anticipate favorirebbero la sinistra, visto il cambio del clima politico sancito dalle recenti consultazioni, e non sarebbe politicamente saggio far cadere il governo in questo momento. In questo, si è riscontrato uno sfasamento rispetto al popolo radunatosi a Pontida, come dimostrano i cori di sabato, le ovazioni levatesi domenica nei passaggi del discorso più duri nei confronti del presidente del consiglio e il grande striscione esposto durante l’intera manifestazione “Maroni presidente del consiglio”.
L’impressione generale che si è colta è quella di un Bossi in difficoltà, in equilibrio tra la necessità di distaccarsi dalla scomoda alleanza con Berlusconi che sta trascinando al fondo anche la Lega e la volontà di continuare a governare, anche per dimostrare all’elettorato di essere in grado di portare a casa dei risultati concreti. La bocciatura del reato di clandestinità da parte dell’Europa, il federalismo fiscale risoltosi in un abbozzo e la pressione fiscale mai veramente scesa, in particolare, pesano sul curriculum di governo del partito e rischiano, se non corretti o bilanciati con altro, di minare i prossimi risultati elettorali, come già evidenziato dalle ultime amministrative. Non è un caso se i temi caldi dell’agenda politica recente siano stati tutti dettati da Bossi. La riforma della giustizia tanto voluta da Berlusconi (costretto a scardinare del tutto il sistema per mantenere pulita la sua fedina pulita) è stata prontamente accantonata, per far spazio alla riforma fiscale e allo spostamento dei ministeri al nord. Su entrambi gli argomenti il senatùr ha detto la sua. Se Tremonti ha fatto chiaramente capire che non solo un abbassamento delle tasse non è possibile ma che forse occorrerà andare nella direzione contraria, Bossi ha ribadito che la riforma fiscale è una delle priorità della Lega e che i soldi bisognerà trovarli. In particolare, l’accento è caduto sulla necessità di rivedere il patto di stabilità e di risparmiare sulle missioni internazionali e sui costi della politica (auto blu e stipendi dei parlamentari). Sui ministeri, nei giorni scorsi in molti avevano cercato di buttare acqua sul fuoco, per ultimo Angelino Alfano, ridimensionando l’intera vicenda a una delocalizzazione di alcuni uffici di rappresentanza. Bossi ha invece confermato come la volontà sia quella di spostare quattro ministeri, primi fra tutti il suo e quello di Calderoli, dichiarando che il provvedimento era già anche stato firmato dal premier, che però poi “si è cagato sotto”.
La pochezza politica dell’intero discorso si è evidenziata anche nella scelta delle materie trattate: le quote latte, vecchio cavallo di battaglia del carroccio, il centralismo romano, la fantomatica identità padana. Frequenti i cori “Padania libera” da parte di Bossi durante il suo intervento. L’obiettivo era quello di toccare gli istinti degli elettori leghisti, facendo leva sui soliti argomenti beceri del campionario. La folla di Pontida ha risposto, interrompendo più volte il suo leader al grido di “secessione”, sul quale Bossi ha nicchiato. Non altrettanto ha fatto Maroni poco dopo, nel suo discorso, inneggiando all’indipendenza della Padania.
Se da Pontida si attendeva una netta svolta alla politica della maggioranza e un Berlusconi messo con le spalle al muro, in realtà la sensazione è che nessuno voglia affondare il colpo, in attesa di uno sviluppo della sensazione. Di sicuro, la maggioranza è in una profonda crisi, dalla quale difficilmente uscirà nell’assetto attuale. I prossimi mesi chiariranno probabilmente i dubbi e si capirà quale strada verrà intrapresa fra le uniche tre possibili:
1) si andrà avanti come adesso facendo finta di nulla per poi esplodere nel 2013;
2) Berlusconi verrà messo da parte per mano della sua stessa coalizione per dare spazio a un governo tecnico (Maroni o Tremonti, probabilmente);
3) la Lega staccherà definitivamente la spina e si andrà a elezioni anticipate.
La prima opzione appare di per sé improbabile, ma il prevalere di una fra le altre due dipenderà anche dagli eventi non strettamente legati ai giochi politici italiani, prima fra tutti la crisi internazionale e situazione europea in particolare (di pochi giorni fa l’allarme di Moody’s sui nostri conti pubblici). L’augurio è che il paese non precipiti insieme alla sua vergognosa classe politica e che non si debba più assistere a una parata di ministri della Repubblica bardati di verde schierati a fianco di comparse in armatura.

Il Flop Federalista

Per tanti anni è stato un oggetto misterioso, un concetto astratto, una scatola vuota senza un contenuto chiaro, promessa e al tempo stesso minaccia. Stiamo parlando del federalismo, tornato di moda nell’ultimo ventennio e imprescindibile caposaldo elettorale della Lega Nord. Ma proprio quando questa oscura materia sembrava prendere forma ecco arrivare gli intoppi. Il primo passo concreto era stato mosso nel maggio del 2009 con l’approvazione della Legge Delega 42 con la quale il Parlamento dava al governo potestà legislativa riguardo il cosiddetto “federalismo fiscale”. Ma che cos’è questo oscuro concetto?

Detto in breve, si tratta di un regime fiscale che punta a mantenere una proporzionalità diretta tra le imposte riscosse in un certo territorio e le imposte utilizzate nell’area stessa. Questo principio, in verità è già contenuto nella costituzione, per l’esattezza all’articolo 119 che recita testualmente: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”.

La legge 42 dava al governo la delega per fornire agli enti locali gli strumenti e il coordinamento per attuare il federalismo fiscale. Il primo di questi strumenti è stato il d.lgs 852010, comunemente chiamato “federalismo demaniale”. Con questa legge il governo trasferiva agli enti locali una vasta tipologia di beni demaniali e ne disciplinava la gestione e l’alienazione. In soldoni, gli enti locali diventavano responsabili e gestori di edifici, terreni, strutture dismesse e uffici precedentemente amministrati dalla pubblica amministrazione. Il federalismo fiscale vero e proprio è stato per lungo tempo materia di un’apposita commissione bicamerale, definita “bicameralina”, un organo consultivo con il compito di valutare e correggere i decreti attuativi.

Tutto il resto è storia di questi giorni.

Sul decreto attuativo del federalismo municipale, la legge che avrebbe dato autonomia impositiva ai comuni e avrebbe trattenuto sul territorio parte dell’IRPEF e dell’IVA riscossi si è arenato in bicamerale. Nonostante questo, il Consiglio dei Ministri, forzando i regolamenti ha licenziato il decreto che è stato prontamente respinto dal Presidente Napolitano in quanto irricevibile “non essendosi con tutta evidenza perfezionato il procedimento per l’esercizio della delega previsto dai commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari“.

Il no di Napolitano ha avuto l’effetto di mettere nuovamente in subbuglio una maggioranza risicata e che puntava proprio sul federalismo per ricompattarsi. Se da un lato il Presidente del Consiglio minimizza definendo il stop del Quirinale come una mera questione procedurale, La Lega è in fibrillazione. La base mostra segni di insoffereza nei confronti dell’alleato e allo stesso tempo pretende il tanto promesso federalismo. La battuta d’arresto del secondo decreto attuativo rischia, nel migliore dei casi, di rallentare e di molto l’iter verso il federalismo fiscale e nel peggiore dei casi di far cadere l’intero governo. L’autonomia impositiva degli enti locali, costituisce la base fondamentale su cui, in futuro, dovrà reggersi la futura Italia federale, uno stato completamente ristrutturato nel suo insieme che, secondo le stime più ottimistiche, vedrà la luce solo nel 2020.

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Federalismo… ma cos’è veramente ?

Da anni si sente parlare di “federalismo” e negli ultimi tempi ascoltiamo questo termine con molta più frequenza. Con il termine storico di federalismo si intende un gruppo o un corpo di membri che sono raggruppati da un capo rappresentativo di governo, che può essere identificato in un monarca o in una divinità, o in un’assemblea generale o parlamentare. L’accezione più diffusa del federalismo è quella politica: si tratta della dottrina in cui il potere è costituzionalmente diviso tra un’autorità governativa centrale e delle unità politiche di sottogoverno (province, regioni, ecc…), il cui insieme è spesso chiamato “federazione”. I due livelli di governo sono indipendenti e hanno sovranità nelle loro competenze. I sostenitori di tali posizioni sono generalmente chiamati “federalisti”. Uno stato può essere reso “federale” rispetto a un precedente stato unitario (federalismo dissociativo) o rispetto a una pluralità di stati precedenti, indipendenti o confederati (federalismo associativo). La caratteristica fondamentale del federalismo è la divisione dei poteri, e il risultato della distribuzione degli stessi è che nessuna autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno stato unitario. In una costituzione federale, la norma suprema da cui deriva il potere dello stato è la Costituzione. È necessario che il potere giudiziario sia indipendente, e per fare in modo che ciò avvenga bisogna evitare e correggere ogni atto che sia incongruente con la Costituzione. La teoria federalista sostiene che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto, ma la Costituzione deve essere necessariamente rigida e snella. La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata nella rivista The Federalist, la quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l’azione arbitraria da parte dello Stato.

I pareri contrari al federalismo si basano, invece, soprattutto sull’incapacità di proteggere le libertà civili. Spesso ci si confonde tra i diritti degli individui e quelli degli altri stati. In Australia, ad esempio, alcuni conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell’intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze, e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli stati. È anche essenziale evitare confusioni tra lo stesso federalismo e i limiti posti dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo.

Indubbiamente, in Italia, la strada per arrivare al federalismo è ancora lunga. Non si sa ancora come e quando saranno messi in pratica i decreti attuativi. Il partito federale per eccellenza, la Lega Nord, minaccia perfino di far cadere il governo entro la fine del mese di gennaio se non ci sarà la riforma federale. Secondo alcuni esponenti dell’opposizione questa riforma farà aumentare le differenze tra il nord e il sud con il risultato che le regioni del sud finiranno per essere ancora più povere. Secondo, invece, coloro che appoggiano questa riforma, con il federalismo le regioni meridionali riusciranno finalmente a camminare con le proprie gambe, senza ricorrere ad aiuti statali. Insomma, i pareri sono molto discordanti. Non resta che aspettare di vedere come verrà attuata questa riforma, nella speranza che le regioni più povere non vedano aumentare il proprio divario con le regioni del nord, notoriamente più ricche e produttive.

Il federalismo riuscirà a fare in modo che le regioni meridionali riescano ad andare avanti da sole oppure si tratta solo di una trovata della Lega Nord per liberarsi definitivamente degli enti del sud?

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E poi nacquero i "terroni"…

Ci hanno sempre parlato di un grande Giuseppe Garibaldi affiancato da mille coraggiosi uomini, partiti in spedizione per unificare quell’Italia che ancora oggi stenta ad essere davvero unita…
Ci hanno detto che già prima dell’unione il Meridione era povero ed arretrato, e il brigantaggio la faceva da padrone in quella manciata di regni in cui il potere borbonico era riuscito a creare solo miseria ed ignoranza, al confronto di un Nord ricco ed istruito per mano dei Savoia.

La storia, è risaputo, l’hanno sempre scritta i vincitori, quegli stessi che oltre a stabilire i ricordi delle memorie passate hanno dettato le regole degli avvenimenti futuri. E mentre i bambini crescono ammirando un eroico Garibaldi e maledicendo un regno borbonico colpevole delle innumerevoli disavventure del famigerato Sud, il giornalista Pino Aprile pubblica il libro Terroni, sbattendo in faccia un tassello di storia sconosciuta alla Padania e a tutti i suoi militanti cittadini leghisti.
“Ho fatto elementari, medie, superiori e ho cambiato tre facoltà universitarie – scrive Aprile in un articolo de Il Manifesto – avessi trovato un rigo sulle stragi compiute al Sud dai piemontesi per unificare l’Italia. Stupri, torture, esecuzioni e incarcerazioni di massa; il saccheggio delle risorse del Regno delle Due Sicilie, la chiusura, persino a mano armata e sparando sugli operai, delle aziende, fra cui i più grandi stabilimenti siderurgici del tempo in Calabria, a Mongiana, o le più grandi officine meccaniche a Pietrarsa (Napoli), studiate da tutti i paesi industrializzati contemporanei. Venne distrutta un’economia che stava costruendosi un futuro ed ebbe solo un passato”.

Nitti, da presidente del Consiglio scoprì che quando si fece cassa comune dopo l’unificazione dell’Italia, i due terzi dei soldi furono presi dal Sud, quello stesso da cui non si emigrava a milioni come invece accadeva al Nord. Solo dopo l’Unità e la creazione della cosiddetta Questione meridionale si cominciò a partire da quello stesso territorio che la storia aveva reso terra d’immigrazione, in cui erano giunti popoli da ogni dove. “Il Regno delle Due Sicilie – prosegue Aprile – con migliaia di chilometri di coste, aveva programmato decenni prima lo sviluppo dei commerci via mare, dotandosi della seconda flotta commerciale del continente, e Napoli, terza capitale europea, partoriva brevetti e nuove discipline (vulcanologia, archeologia, economia politica)”.

Eppure oggi li definiscono “terroni”, quegli stessi meridionali che durante la famosa “liberazione” contarono centinaia di migliaia di morti, stupri, saccheggi e paesi completamente distrutti.
Li definiscono “porci” (Bossi), “topi da derattizzare” (Calderoli), “merdacce mediterranee” (Borghezio) e “cancro” (Brunetta), incuranti della complessità del tema ed accecati da un’ignoranza e da una superficialità che li rende incapaci di guardare oltre i pregiudizi su cui hanno costruito la propria miope opinione politica…

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Meridiano Zero – E ora che succede?

Come se effettivamente ci fosse qualcuno che davvero non c’aveva creduto, Arcangelo Martino, all’interno dell’inchiesta sulla P3, punta il dito contro Berlusconi; un giro di poltrone, seggi e cotillons che passano dall’Oceania a Prodi a Dini (esiste ancora?!), a Andreotti, a Verdini, fino a Ernesto Sica, un assessore del PDL che ha fatto strada grazie a dossier sulle abitudini sessuali di mezza classe politica.

Ovviamente alla notizia non viene dato il risalto che in realtà meriterebbe, e passa in secondo piano rispetto alle aule sovrannumerarie (cosa reale, per carità, ma io 20 anni fa ero in una classe di 32 persone) o agli spari contro i nostri pescherecci (e la blanda reazione del Governo, come a dire “so’ ragazzi“); ma comunque evidenzia come il Premier sia sempre più solo, ormai abbandonato e tradito.

Gruppo di responsabilità, chi è costui?

Berlusconi ha bisogno di mandare avanti la Legislatura, se non altro per rimettere insieme i pezzi e per evitare di sottostare al giogo del Quirinale. L’attuale crisi potrebbe portare a un governo tecnico, cosa che non è contemplata dal Premier. Ora come ora però è solo. Gli acquisti di Robinho e Ibrahimovic saranno buoni per un pugno di voti, ma tra i banchi di Montecitorio gli attuali subalterni sono personaggi di dubbia provenienza che mal si addicono a una campagna elettorale; avanti quindi con il seggiomercato… E chi meglio di democristiani siciliani come Cuffaro o Mannino per ripartire con stile! Il PdL appare molto più debole di quanto non fosse Forza Italia prima della fusione con AN, Berlusconi deve quindi leccarsi le ferite e rimettere insieme un po’ di nomi per ripartire, sapendo di non poter contare su un Capezzone (ci attendiamo la svolta Leghista a minuti), aspettando un Pierferdinando, sempre più lontano dal PD.

Fini

Fini ormai lo vedono girare con la maglietta del Che e i pantaloni a vita bassa. Attualmente è il personaggio più di sinistra che sa far perdere il sonno a Berlusconi (non che ci voglia molto), e da questa situazione potrebbe guadagnarci notevolmente. La quota di AN pre-PdL era dovuta più alla sua immagine che non a quella del Partito, e probabilmente la simpatia nei suoi confronti è aumentata, sopratutto al centro. Corresse da solo, oggi, potrei scommettere che tornerebbe tranquillamente sulle percentuali di AN.

Lega

La lega è un equivoco che ci trasciniamo dietro da decenni. Senza niente di davvero concreto in mano, se non un mucchio di slogan e una marea di uscite a effetto dei suoi leader, è sempre in mezzo, qualsiasi cosa succeda in Itali,a e ora punta a espandersi verso sud, puntando a Bologna.

Nel caos del PdL, forte dei risultati nei sondaggi (ora è attestata al 10%), il senatùr vuole allargarsi, acconsentendo a spostare addirittura il confine leghista oltre il Po.

PD

Il PD non è pronto. Lo dice Veltroni, come se ci fosse bisogno di sottolinearlo, che non è pronto né nel caso di elezioni anticipate, né nel caso di un governo tecnico. In pratica, ciò che vuole il PD, è continuare a fare l’opposizione e lasciare che Berlusconi giochi le sue carte. Un anno, dice. Un anno prima di mettere in campo una formazione per un dialogo civile. Bersani si incazza, alla fine il Segretario è lui, ma Veltroni fotografa, come se ci fosse bisogno di farlo, ciò che è oggi la sinistra.

Meridiano Zero – Brancher, Sindacati, Lippi….

Ho abbastanza le palle girate. Di motivi ne ho a dozzine.

Brancher, grandissimo, voto 9. Non si sa con quale mezzo – un vitello grasso? Una figlia vergine? Oro, incenso e mirra? – convince Berlusconi a farsi nominare Ministro per l’attuazione del Federalismo; nomina per scampare alla falce dei giudici (COMUNISTI!) che lo vorrebbero inquisito nel processo Bpi. Nomina che, da una parte spacca il fronte con la Lega (oliata bene bene con la storia del Federalismo e poi data in mano ad un fedelissimo che con la Lega, il federalismo e la Padania non c’entra nulla. Fa molto fisting questa cosa), dall’altra fa schierare Napolitano (attenzione!!) che nega il legittimo impedimento al neoministro. Il risultato è fantastico: Brancher si dimette, Berlusconi nomina un leghista e si spera che qualcuno capisca che la sua priorità non è l’Italia ma gli amichetti suoi. Nota a margine: ministro per l’attuazione del Federalismo. Fantastico. Mi immagino le prossime nomine; ministro per il riciclaggio, ministro per l’amore, ministro per le buche nelle città, ministro per capire se le Rossana si chiamano così perché la padrona dell’azienda si chiama Rossana e via così.

Sindacati, voto 4. Ma qualcuno, là fuori che lavori, ne avverte la presenza? Un milione in piazza, scioperi, contro scioperi e scioperetti ma sono tanto lontani quanto lo è il mondo della politica. Da noi. Perché poi in realtà sono talmente vicini che per tanti (vedi Cofferati) saltare di qua è un attimo. Ma non dovrebbero essere ipoteticamente avversari?

Lippi, voto 10+. Riassume, in pieno, l’essenza italica. Più che “l’Italia di oggi rispecchia il calcio italiano” (cit. Buffon), sarebbe corretto dire “che Lippi rispecchia l’Italia”. Fa come pare a lui, facendoci passare tutti quanti per cretini con frasi sibilline tipo “questo gruppo sa come si vince il Mondiale”, “in un Mondiale conta il gruppo”, “prediligo il gruppo al singolo” e via discorrendo. Si fa asfaltare dal Brasile l’anno scorso e fa passare il Brasile per cretino “eh eh, vedremo tra un anno”.Quindi convoca la Juventus, in blocco, provando a far passare Ferrara prima e Zaccheroni poi per cretini (della serie: convoco mezza Juventus, così gli faccio vedere come si vince), mezza Italia per cretina (dai, sul serio, Maggio? E Pepe è meglio di Cassano?), riesce ad ottenere il peggior risultato di sempre di una Nazionale e poi se ne esce con “Ok, mi assumo tutta la responsabilità di quello che è successo”. GRANDIOSO! Solo a me ricorda Tanzi? Ok, mi è andata male, colpa mia. I soldi? No, i soldi non ci sono. Ma è colpa mia eh. O Craxi? Sì, in effetti rubavamo a piene mani, colpa nostra, scusate. Vado a Tripoli, colpa mia, colpa mia. Ora, pur apprezzando il suo sforzo, mi sarei aspettato qualcosina di meglio di un’ammissione di responsabilità, condividendola poi con il suo gruppo, fatto passare per psicologicamente instabile. Tutto facile così. Troppo.

Forza Ghana.

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Il "White Christmas" di Brescia

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Una nuova collaboratrice su Camminando Scalzi.it

Si unisce a noi Erika Farris, autrice del blog “Isterika“. Erika nella vita è un’aspirante giornalista e oggi ci propone il suo primo articolo di attualità.
Buona lettura!

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Un bianco Natale senza immigrati – titola un articolo di Repubblica.it del 18 novembre – Per le feste il comune caccia i clandestini”.
A Coccaglio, in provincia di Brescia, il sindaco leghista e la sua amministrazione comunale hanno deciso di “Far piazza pulita”, giacché il “Natale non è la festa dell’accoglienza ma della tradizione cristiana”. Anche Monica la pensa come loro. Lei è mamma di due ragazzi e lamenta: “I miei figli hanno solo amici extracomunitari. Uno ha 14 anni, l’altro 12. Vanno in giro sempre con due romeni e due africani. A Coccaglio sono tantissimi. Io però non voglio che escano con questi. È razzismo questo?”.

immigrazioneRazzismo? Ma figuriamoci… Disprezzare qualcuno solo perché è romeno o africano sta alla base del processo d’integrazione, così come il “White Christmas” a caccia di neri, per debellare il pericoloso morbo di clandestinità tanto diffuso tra i cittadini di colore.
Ma cosa si intende con la parola clandestino? Come spiega Giuseppe Faso in Lessico del razzismo democratico, «si può essere senza “permesso di soggiorno” perché lo si aveva, e non si è riusciti a rinnovarlo; o perché si è entrati in Italia con un visto turistico, che poi è scaduto; oppure perché si è entrati in Italia di soppiatto. I primi due sono “irregolari”, quest’ultimo è “clandestino”. Cosa cambia? I primi due hanno dato “contezza di sé” presso un ufficio di polizia, il terzo no».
Ma il recente “Decreto Sicurezza” sancisce l’illegalità di questo status, dove irregolare è sinonimo di clandestino. Dove avere un documento scaduto equivale ad essere un criminale perseguibile dalla legge…

integrazioneGeoffrey è californiano, studia in Italia da circa 5 anni e il suo permesso di soggiorno va annualmente rinnovato, con un preavviso di 60 giorni. “Nessuno mi ha mai controllato, – afferma – ma mi è capitato più di una volta di avere il permesso scaduto, in attesa di un rinnovo che spesso arrivava a pochi giorni dalla scadenza. La burocrazia italiana è terribilmente lenta ed inefficiente”.

Fatjona è albanese e vive a Firenze da quasi 6 anni, dove lavora per pagarsi gli studi. “Ogni anno è la stessa storia – spiega. – Due mesi prima della scadenza del permesso presenti la domanda per rinnovarlo, ma non puoi mai sapere quando arriverà. In Italia è molto facile diventare clandestini”.

Maria è nata in Toscana 21 anni fa, ma è figlia di immigrati cinesi e neppure la sua condizione è troppo facile. “Non sono un’immigrata perché sono nata qui, – afferma – eppure mi definiscono migrante di seconda generazione. Mi sento come una persona senza radici: i miei tratti somatici mi caratterizzano come cinese, ma la lingua e la cultura che conosco mi rendono italiana, sebbene sino ai 18 anni io non avessi neppure il diritto di chiedere la cittadinanza”.

Persino il noto giornalista Gad Lerner, intervistato da Fabio Fazio durante la puntata di Che tempo che fa del 21 novembre, ha affermato di essere stato “clandestino” in più di un’occasione prima di ottenere la cittadinanza italiana, e sempre per disguidi burocratici.

Criminali senza crimine e clandestini senza clandestinità, in un Paese incoerente, opportunista e con una memoria troppo corta per ricordare il proprio passato…