Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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La legione dei pacifinti.

La guerra in Libia sembra aver smosso le coscienze di tutti. È incredibile come ci siamo svegliati da un giorno all’altro pervasi da questa voglia di Pace sincera, dal desiderio che il conflitto si risolva subito, dal pensiero che la guerra è sempre ingiusta, sbagliata, “senza se e senza ma”.

Parole, chiacchiere, emozioni deboli vendute sul social network di fiducia, come se si stesse parlando di qualcosa di semplice, di stupido. Gli status sulla Pace abbondano, e tutti quelli che fino a venerdì sera erano impegnati a seguire gli eventi per il weekend, la discoteca o la trasmissione televisiva, pronti a diventare fan di questa o di quella pagina da ridere (simpatiche, per carità), si svegliano con la guerra a due passi e diventano tutti pacifisti. “Viva la pace”, “la guerra è sbagliata”, “stiamo facendo un’altra crociata per il petrolio” e così via.

Insomma, fino a una settimana fa tutti a incavolarsi (giustamente) con il dittatore pazzo Gheddafi perché ammazzava la sua stessa gente e ora che finalmente – con un ritardo mostruoso e colpevole, bisogna ribadirlo – l’Occidente si muove per fare qualcosa, tutti si lamentano dell’attacco. Ma signori, come lo vogliamo cacciare un leader completamente fuori di testa che uccide la sua stessa gente? Gli spediamo una scatola di cioccolatini? Davvero vi aspettavate che tutto si potesse risolvere con belle parole e con la diplomazia? Ma in che mondo vivete? Perché secondo voi l’occidente “salvatore” si è mosso per la Libia, se non per ragioni economiche? Lo scopriamo oggi, o è una cosa che già sapevamo da tempo?

E allora smettiamola con tutta quest’ipocrisia al contrario, smettiamola di muoverci solo per le mode del momento, smettiamola di trattare queste questioni con una leggerezza e una stupidità che affossano la nostra dignità umana. Siamo gente che ha il culo al caldo davanti a un PC, questo siamo. E questo modo di fare è una delle mode più becere e negative che abbiano portato i social network. Lo volete sapere in che mondo vivete?

Ve lo spieghiamo subito. Vivete in un mondo in cui ci sono attualmente cinquantuno stati coinvolti in conflitti di qualche tipo, più una miriade infinita di forze separatiste, cartelli della droga, terroristi, milizie tribali che si combattono ogni giorno, si scannano, si ammazzano. Alcuni di questi conflitti vanno avanti da trenta, quaranta, cinquant’anni. Questo è il mondo in cui viviamo. Allora se vogliamo riempirci la bocca della parola Pace, se vogliamo fare i pacifisti, gridiamolo ogni giorno lo sdegno nei confronti delle guerre, anche quelle più sperdute, quelle di cui non importa niente a nessuno. Non trasformiamo l’orrore della guerra in una moda passeggera. Abbiamo già dimenticato l’Iraq, l’Afghanistan, eppure anche lì le nostre truppe sono impegnate, i nostri soldati muoiono, e davvero noi non c’entriamo un cavolo.

Non ci sconvolgiamo troppo di fronte alla “incredibile” rivelazione che ogni guerra sia fatta per interessi economici. State tranquilli che non c’è un solo proiettile al mondo che venga sparato e che possa fregiarsi dell’aggettivo “umanitario”. Non esistono conflitti umanitari, è un ossimoro, è una negazione intrinseca. Il conflitto, la guerra, è sempre uguale. È un dramma, è un accadimento in cui muoiono le persone, è una delle più becere invenzioni dell’animo umano. Questo è la guerra, questo è ogni guerra.

E allora mettiamoci un po’ tutti una bella mano sulla coscienza, risfoderiamo le bandiere della Pace, usiamole sempre, ogni giorno della nostra vita, per tutte le persone che ogni giorno combattono sul nostro pianeta, anche quelle nello staterello che non ha né gas e né petrolio, lo staterello sfortunato del centro-Africa che non vedrà mai le forze occidentali portare loro umanità e salvezza, non vedrà mai gli Usa scaricare centodieci missili di potenza militare che ha urgenza di esprimersi in pochi istanti per risolvere un conflitto. E quando si tratterà di votare i nostri rappresentanti politici, di decidere chi deve governare e rappresentarci, pensiamoci dieci volte prima di mandare al governo gente che bacia le mani che si sporcano di sangue in questi giorni. Facciamo i pacifisti anche quando accadono queste cose, quando i dittatori li accogliamo a braccia aperte, per poi ritrovarci nell’imbarazzante condizione di non poter prendere una decisione netta, perché chissà quali accordi e macchinazioni sono stati fatti in precedenza. Mandiamo a casa la gente che continua a tenere i soldati in Iraq e Afghanistan, mandiamo a casa chiunque dica di sì a una sola singola guerra, chiunque non si voglia battere ogni giorno per il piccolo staterello del centro-Africa, e non solo per il pozzo di petrolio mediorientale.

Questo significa essere pacifisti sempre, e non soltanto con un “mi piace” su Facebook.

Smettiamola di trattare la guerra e la Pace come due mode del momento. La Pace è una cosa seria, molto seria. Cerchiamo di mantenere almeno un minimo di rispetto e di dignità umana, noi che la Pace ce l’abbiamo garantita solo per fortuna di nascita.

In questo sito trovate un aggiornamento di tutti i conflitti attualmente presenti sul nostro pianeta: Guerre nel Mondo.

Questo invece è il sito di Emergency, che si occupa di tutte le situazioni terribili che accadono nelle guerre di tutto il mondo.

 

Tra marea nera e fanghi rossi

Martedì 11 gennaio 2011, nelle coste di Porto Torres, la petroliera Emerald ormeggiata nel terminal di Fiume Santo (polo chimico del nord Sardegna al confine con il Parco Naturale dell’Asinara) sta immettendo olio combustibile nelle condotte d’alimentazione di uno dei due gruppi ad olio ancora attivi nell’impianto della società tedesca EON, una fra le aziende energetiche più grandi al mondo.

Il nero petrolio che da oltre due settimane colora le limpide acque marine delle coste settentrionali dell’isola oramai comincia a tingere anche i 18 km di spiagge colpite da questa deprimente catastrofe naturale, da Porto Torres a Punta Tramontana… Enormi chiazze di liquido scuro e nauseabondo si stanno infatti formando sopra e sotto la sabbia, e nessuno è ancora in grado di stabilire l’entità dei danni ambientali di tale disastro.

E’ stato un “imprevedibile guasto meccanico nella linea di drenaggio del collettore manichette posizionato all’interno della banchina”, hanno dichiarato i responsabili di EON. Ci sono però molte questioni che non quadrano, come spiega il giornale online Ecologiae. “Prima di tutto l’allarme – spiega Marco Mancini – lanciato 36 ore dopo la fuoriuscita del carburante dalla nave cisterna Esmeralda”. Quel fatidico martedì notte scorre infatti senza interventi o segnalazioni, senza che nessuno decida di assumersi le responsabilità dell’accaduto, e “quando risuona l’allarme è oramai troppo tardi – spiega Agora Vox il 26 gennaio. – Il mare è stato violentato da 18.000 litri di catrame misto ad olio”.

Nelle ore successive all’incidente il sindaco Beniamino Scarpa venne peraltro più volte tranquillizzato con la garanzia, da parte dell’azienda responsabile, che non ci fossero pericoli né problemi di alcun genere. Nel frattempo, da Platamona a Stintino, davanti all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara, le chiazze d’olio continuano a spostarsi verso l’arcipelago protetto della Maddalena.

Intanto i quotidiani parlano di un piano dell’Eni che avrebbe in progetto di installare nella stessa zona il più grande deposito costiero di idrocarburi del Mediterraneo, incrementando quindi il traffico delle navi cisterna e, di conseguenza, il rischio di ulteriori incidenti…

Un tempo si parlava di Sardegna come di un’isola da sogno, dove i paesaggi inviolati e la natura incontaminata riuscivano ad attirare visitatori da tutto il mondo e rendevano gli abitanti del territorio orgogliosi di essere nati in una terra così meravigliosa. Oggi i quotidiani parlano invece della marea nera di Porto Torres, della sindrome di Quirra per l’uranio impoverito prodotto dal poligono militare, dei fanghi rossi dell’Eurallumina di Portovesme e delle mutazioni genetiche nel dna dei bambini che vivono nella zona dello stabilimento petrolchimico di Sarroch.

La rabbia prende quindi il sopravvento, ed io comincio a chiedermi fino a che punto dovremo arrivare, noi sardi, per capire quale tesoro siamo stati capaci di svendere al peggior offerente e quanto lo rimpiangeremo il giorno in cui non avremo più la possibilità di tornare indietro…

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Il golfo mediterraneo del petrolio…

Il 21 aprile 2010 un’esplosione ha causato un incendio nella piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, situata al largo della Louisiana. Ora dopo ora, per oltre un mese, milioni di litri di greggio si sono riversati sull’oceano causando un incalcolabile disastro ambientale.
Una tragedia senza precedenti, che con la sua catastrofica eccezionalità si somma a quell’insieme di silenziosi ed impercettibili danni che quotidianamente si consumano fra le diverse aree del mondo delegate all’estrazione o al trattamento del petrolio.

Come ha scritto Anna Pacilli nell’articolo pubblicato da “Carta” il 4 maggio 2010 “L’inquinamento del mare deriva dall’estrazione come dal trasporto del petrolio, anche in assenza di incidenti. […] Nel Mediterraneo operano quotidianamente 300 petroliere, che per compiere gli ordinari cicli operativi della navigazione [lavaggio delle cisterne, scarico delle acque di zavorra e di sentina ecc.] causano il cosiddetto «inquinamento volontario» sversando in mare 600 mila tonnellate di idrocarburi ogni anno”. E il 40 per cento dei traffici di petrolio nel Mediterraneo si concentra nei porti italiani, in particolare in quello di Cagliari, sulla stessa costa della Sardegna dove nel 1962 Angelo Moratti fondò la Saras s.p.a., la raffineria di petrolio che assieme alla Polimeri Europa, Sarlux, Sasolo, Air Liquide ed Enichem oggi compone uno dei poli petrolchimici più grossi del continente europeo.

Foto di Gianfranco Puggioni (click per ingrandire)

Sarroch è il comune che ospita questo enorme stabilimento: un paese di circa 6000 abitanti situato in provincia di Cagliari, in un territorio dove i tanti posti di lavoro garantiti hanno prevalso sulla tutela dell’ambiente, del patrimonio paesaggistico e sulle condizioni di salute degli abitanti della zona.

Nel film-documentario “Oil” (2008), di Massimiliano Mazzotta, gli effetti dell’impianto petrolchimico sulla qualità della vita dei cittadini di Sarroch sono ampiamente documentati. La pellicola riporta, fra le altre cose, l’autorevole e preoccupante dichiarazione del ricercatore fiorentino Annibale Biggeri, uno degli autori del rapporto “Ambiente e salute nelle aree a rischio della Sardegna” voluto dall’assessorato all’ambiente della Regione e pubblicato sul sito www.oil.it. Un progetto presentato nel novembre del 2007, a cui ha collaborato anche l’amministrazione comunale di Sarroch, che già dal 2006 ha deciso di promuovere il programma “Sarroch Ambiente e Salute”. All’interno del documentario, esponendo i risultati delle proprie ricerche, il professor Biggeri evidenzia i risultati di uno studio bio-molecolare sui bambini di Sarroch, da cui emerge che l’esposizione alle varie sostanze rilasciate dal polo petrolchimico nell’ambiente hanno comportato un danno al DNA dei bambini, considerato potenzialmente reversibile ma comunque un danno al DNA.

Appare molto preoccupante anche la dichiarazione di Claudia Zuncheddu, medico e consigliere regionale sardo: “Voglio parlare da operatore sanitario e non da politico quando spiego le drammatiche condizioni di salute della popolazione che vive attorno a zone di interesse industriale. Il problema è che in alcuni territori come Sarroch, le modifiche lente e progressive che si stanno già evidenziando sul corredo genetico dei bambini andranno evolvendosi, e le generazioni future saranno molto più predisposte a certe malattie”. Per testimoniare questa preoccupante dichiarazione la dottoressa Zuncheddu espone i risultati di un recente studio condotto su un campione di bambini di Sarroch e di Burcei, che distano di appena 40 km, i cui risultati hanno dimostrato che le condizioni di salute dei due paesi sono molto diverse: “mentre i bambini di Burcei denotano buone condizioni, i bambini sarrocchesi manifestano percentuali altissime di asma, riniti ed allergie di vario genere”. Le dichiarazioni della dottoressa Claudia Zuncheddu sono anche sostenute dal “Progetto Sarroch Ambiente e salute”, pubblicato nel 2007 dalla stessa amministrazione comunale. Il documento dimostra che, in un confronto tra 275 bambini di Sarroch e 213 bambini di Burcei relativo al periodo compreso tra gennaio e giugno 2007, si registrano importanti differenze riguardo ai sintomi asmatici, che caratterizzano il 25,5% del gruppo sarrocchese contro il 5,2% dei burceresi, mentre i valori sono risultati sostanzialmente uguali nella diagnosi dei sintomi infiammatori relativi all’apparato respiratorio, come mostra la tabella n°1.
“A ciò si aggiunge – prosegue Claudia Zuncheddu – il considerevole aumento di patologie tumorali negli adulti, a partire dai tumori gastrici, polmonari e tiroidei, per proseguire con un incremento di linfomi, leucemie, tiroiditi e melanomi: patologie che si manifestano con drammatica frequenza intorno alle zone interessate da poli industriali”.

Nel rapporto sullo stato di salute dei sarrocchesi, in effetti, vengono prese in esame le percentuali di mortalità in un periodo di 20 anni, dal 1981 sino al 2001, tenendo conto anche delle condizioni socioeconomiche dei residenti. I risultati di tale studio evidenziano che la percentuale di mortalità nella popolazione sarrocchese è inferiore alla media regionale, ma tenendo conto dei decessi per patologie tumorali si nota un incremento del 4% per gli uomini e del 2% per le donne, nel corso dei 20 anni analizzati. Statistiche che non appaiono allarmanti, salvo tenere conto del fatto che tra il 2001 e il 2003 i ricoveri ospedalieri per gli uomini ammalati di tumore hanno avuto un’impennata di 17 punti percentuale rispetto alla media regionale, e a ciò si somma la preoccupante casistica di decessi per malattie respiratorie intercorsi durante i 20 anni esaminati, che registra un aumento del 16% per le donne e un 3% per gli uomini. Riguardo ai casi di tumore, gli studi dimostrano che per i soggetti di sesso maschile sono più frequenti i decessi correlati a leucemie e patologie tumorali del fegato, del polmone, della pleura, del sistema nervoso centrale e del sistema ematopoietico. Tra le donne, invece, si sono verificati più decessi rispetto alla media regionale, per leucemie e tumori allo stomaco e all’utero.

Foto di Gianfranco Puggioni (click per ingrandire)

Tali statistiche si ricollegano facilmente allo studio condotto dall’amministrazione comunale di Sarroch per analizzare la percezione del rischio da parte degli abitanti della zona, che evidenzia quanto tale problematica sia avvertita dalla popolazione residente. L’indagine, condotta tra marzo e aprile del 2008, dimostra che su un campione di 221 intervistati, circa l’80% ritiene che tutta la popolazione corra un rischio più alto della media di ammalarsi di tumore, e il 90% pensa che abitare a Sarroch esponga i bambini ad un rischio maggiore di soffrire di disturbi respiratori e di bronchiti.
G. F. è un ragazzo della zona che preferisce mantenere l’anonimato, ha 29 anni e conferma il timore degli abitanti del paese: “Qui non si muore più di vecchiaia. Basta fare un giro in cimitero per accorgersi che la maggioranza dei decessi degli ultimi anni hanno colpito persone giovani, a causa di tumori, leucemie o infarti improvvisi. Qui l’aria è irrespirabile e in certi giorni dalla raffineria fuoriesce un fumo nero che aumenta ulteriormente la puzza di zolfo che si respira. Accade soprattutto di notte, perché il fumo si vede meno ed è probabile che la raffineria incrementi la produzione”.

La scarsa qualità dell’aria è peraltro comprovata dalle rilevazioni ottenute mediante il confronto tra i valori di Sarroch e Burcei, condotte per verificare la diffusione di alcuni inquinanti nell’ambiente. I dati evidenziano che i valori minimi di anidride solforosa, biossido di azoto e benzene riscontrati nell’aria di Sarroch corrispondono approssimativamente ai valori massimi rilevati a Burcei, come riportato nella tabella n°2:

Ciononostante il 30 aprile scorso l’allora ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha rilasciato a Shell Italia l’autorizzazione ad effettuare nuove ricerche petrolifere offshore nel Golfo di Taranto, continuando ad assecondare una fonte di energia che oltre ad essere in via di esaurimento si rivela ogni giorno più dannosa, sia per l’ambiente che per la salute di chi lo abita…

Foto di Gianfranco Puggioni (click per ingrandire)

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Crisi economica: capitolo USA

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Un nuovo autore per Camminando Scalzi.it


Scrive oggi per noi Marco Vercesi, per gli amici “Verce”. Marco si definisce un deluso studente di economia con la passione dei viaggi e della geopolitica. Ha scritto per la blogzine un interessantissimo articolo sulla crisi economica mondiale. Buona lettura.”[/stextbox]

Premessa: i mutui sub-prime sono prodotti della tecno-finanza, così in voga negli ultimi anni. Sono mutui concessi a persone la cui condizione economica fragile non permette di accedere al mercato dei mutui prime. I sub-prime spesso coprivano l’intero valore dell’abitazione che si voleva acquistare e i compratori li hanno sottoscritti credendo ciecamente in una illimitata crescita di valore del mercato dell’ immobiliare. Con le vendita dei sub-prime le banche hanno realizzato utili senza precedenti e i grandi managers hanno incassato stipendi da favola. Per mezzo di regole contabili fosche i rischi connessi ai suddetti mutui non figuravano nei bilanci legali anzi spesso e volentieri il rischio stesso veniva scaricato su terzi mediante il processo della cartolarizzazione. I mutui tossici venivano “scomposti” e rivenduti in pacchetti finanziari formati da una pluralità di prodotti finanziari di diverso genere. Per un po’ di tempo tutto è filato liscio poi, come sempre succede quando i valori in campo sono alterati, il meccanismo si è inceppato.

Crisi-USA-1L’incredibile progresso economico degli Stati Uniti nell’ultimo decennio era eretto su una bolla finanziaria. Quando nel 2007 il mercato dei derivati sub-prime è esploso i nodi sono venuti al pettine colpendo duramente la finanza e l’economia reale. Nel modello economico corrente, soprattutto nei Paesi occidentali, la finanza ha “sostituito” l’economia con tutte le conseguenze del caso. Per rendere più chiaro il concetto ecco un esempio: il Pil mondiale nel 2008 era di circa 45.000 miliardi di dollari mentre il valore dei derivati in circolazione ammontava a più di 900.000 miliardi di dollari (fonte International Swaps and Derivatives Association). Mentre l’economia reale produce beni e servizi misurabili e verificabili la finanza “gioca” con il denaro. Come mai il prezzo dell’oro continua a crescere? Proprio perché gli investitori preferiscono comprare un bene tangibile piuttosto che azioni o obbligazioni dal dubbio valore. Negli ultimi tre-quattro decenni vi è stata una forte deregulation nel settore finanziario, basti pensare alle banche di investimento americane che godevano di una libertà di azione pressoché illimitata. Uso il passato perchè in seguito alla crisi i suddetti colossi finanziari hanno deciso di trasformarsi in banche commerciali, ovvero in istituti che, oltre ad operare nella negoziazione di titoli per proprio conto o per conto dei clienti, utilizzano le somme avute in deposito per effettuare prestiti. La crisi è scoppiata al termine di una “epoca” di tassi di interesse bassi , credito facile e speculazione finanziaria. Quello che un tempo veniva considerato il guru dell’economia monetaria, Alan Greenspan oggi viene additato come uno dei maggiori colpevoli del crack. Il suo successore alla presidenza della FED Ben Bernanke si è ritrovato tra le mani la patata bollente e con lui il nuovo governo degli Stati Uniti guidato dal primo presidente nero Barak Obama. Bernanke non ha potuto far altro che abbassare ulteriormente il costo del denaro – prossimo allo 0% – in un momento nel quale le imprese avevano disperato bisogno di una boccata di nuovo credito.

Ben Bernanke
Ben Bernanke

L’enorme debito pubblico e privato degli USA, cresciuto a dismisura in seguito agli imponenti e inevitabili aiuti statali elargiti alla agonizzante economia di mercato,  unito ai bassi tassi di interesse ha causato una pesante svalutazione del dollaro. Se nel lungo periodo gli esperti temono il verificarsi di una nociva iper-inflazione, il rischio nel breve periodo è proprio l’opposto ovvero la deflazione, non meno dannosa dell’inflazione. L’iper-inflazione verrà evitata fino a quando gli USA riusciranno a esportare l’inflazione interna scaricandola sul resto del mondo. Come tutti sanno il dollaro è la valuta che regola le transazioni mondiali –  la materia prima per eccellenza il petrolio si paga in dollari – e fino a quando le cose resteranno così l’inflazione USA sarà sotto controllo. Tuttavia il biglietto verde debole ben presto rappresenterà un grosso problema per tutte quelle nazioni, Cina e Giappone in primis, che detengono enormi  riserve  in dollari o che finanziano il debito americano attraverso l’acquisto di bond del tesoro. Per le suddette nazioni la svalutazione del biglietto verde rappresenta una perdita economica significativa. Proprio per questa ragione i Paesi del BRIC – Brasile, Russia, India, Cina – hanno cominciato a parlare di una possibile sostituzione del dollaro come moneta globale in favore di un paniere di altre valute tra le quali euro, yen, renminbi. Il cambiamento, se avverrà, sarà lento e progressivo poiché potrebbe generare gravissimi squilibri economici globali. La verità è che il mondo ha ancora bisogno di una America forte. La miracolosa crescita del PIL della Cina, ormai affermatasi come seconda potenza mondiale, poggia/poggiava in larga parte sulla esportazione di prodotti cinesi negli USA. Lo stesso PIL americano era costituito per il 70% dai consumi interni ma la crisi ha rovesciato le carte in tavola. In soli tre anni la percentuale del reddito destinata al risparmio è cresciuta dall’1% al 7% causando un ovvio calo dei consumi. In un Paese la cui crescita economica era determinata principalmente dai consumi del mercato interno come potrà esserci una ripresa dell’economia? Gli USA saranno costretti a rivedere il proprio modello di sviluppo ma soprattutto dovranno ricominciare a produrre beni e servizi perché  “di sola finanza non si può vivere”, certamente non in salute. Nel frattempo la disoccupazione cresce, l’immobiliare residenziale perde valore, l’immobiliare commerciale mostra andamenti incerti, migliaia di piccole-medio imprese dichiarano la bancarotta e 115 banche sono fallite una delle quali era il colosso degli investimenti Lehman Brothers. Dunque come si può spiegare il sorprendente rally al rialzo delle borse americane? Si tratta quasi certamente di una nuova bolla destinata, come tutte le altre, a sgonfiarsi. L’anomalia finirà visto che non può esserci crescita finanziaria senza crescita economica.

Nessuno può prevedere cosa succederà negli anni a venire. Alcuni già parlano di ripresa, taluni prospettano una crisi a W, i più pessimisti paventano una crisi a L. Per quanto mi riguarda penso che gli anni difficili non siano affatto finiti per il semplice fatto che nessuna autorità, nazionale o internazionale, ha preso provvedimenti concreti – regole, regolamenti, misure di controllo – per evitare che si verifichino nuove crisi in futuro.

[stextbox id=”custom” caption=”Web-comics”]La vignetta di oggi è disegnata da Leo Lazzara, autore del famoso fumetto online Eclip3s, web-comic che potremmo definire “divino”… visti i protagonisti! Lo trovate all’indirizzo http://eclips3s.splinder.com[/stextbox]

crisi USA

Tar Sands: sabbie bituminose in Congo

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Ritorniamo a parlare di ambiente!

L’autore dell’articolo di oggi è Luca Manes, giornalista pubblicista e responsabile della comunicazione della CRBM (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale).
La Campagna lavora per una democratizzazione e una profonda riforma ambientale e sociale delle istituzioni finanziarie internazionali che rimangono i principali responsabili dell’iniquo processo di globalizzazione che viviamo.
Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare il loro sito.
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Un rapporto redatto dalla  Fondazione Heinrich Boell –al quale ha dato il suo contributo la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale- svela i controversi interessi dell’Eni nella Repubblica del Congo, soffermandosi in particolare sulla delicata questione dello sfruttamento delle sabbie bituminose.

Presente nel Paese dalla fine degli anni Sessanta, attualmente in Congo l’Eni sta pianificando un investimento multimiliardario su diversi fronti. Nel maggio del 2008, la compagnia del cane a sei zampe ha siglato un accordo “ombrello” – non reso pubblico per la clausola di confidenzialità – con l’esecutivo del Congo per un investimento di 3 miliardi di dollari nel periodo 2008-2012. L’ intesa, oltre a riguardare l’esplorazione delle sabbie bituminose, copre anche la produzione di olio di palma per alimentazione e biocombustibili e la costruzione di un impianto a gas da 350/400 megawatt.

Le sabbie bituminose e i biocombustibili sono due aree di investimento che suscitano molte perplessità. Numerose sono le organizzazioni della società civile internazionale e della comunità scientifica che mettono in dubbio l’efficacia delle due risorse, soprattutto a causa dei loro devastanti impatti sociali e ambientali e per le elevate emissioni di gas serra ad essi riconducibili. La produzione di un barile di sabbie bituminose rilascia nell’atmosfera dalle tre alle cinque volte più gas nocivi della quantità derivata dall’estrazione di petrolio convenzionale, oltre a causare livelli di inquinamento delle acque e della terra molto ingenti. L’unico Paese al mondo dove è attualmente in atto lo sfruttamento del tar sands è il Canada, nella regione dell’Alberta, dove il deterioramento ambientale è ormai in una fase critica. L’area interessata dalla attività dell’Eni in Congo si estende per 1.790 chilometri quadrati e dovrebbe portare alla produzione di 2,5 miliardi di barili di greggio, con altri 500 milioni possibili.

congo

La minaccia che lo sviluppo delle sabbie bituminose in Congo possa causare danni ambientali e sociali irrimediabili è seria e concreta: il rapporto pone l’accento sul fatto che la maggior parte del territorio incluso nella licenza è coperto da foresta tropicale primaria, mentre il rimanente è popolato da comunità locali di produttori agricoli su piccola scala. Inoltre, la seconda città del Paese, Pointe Noire, si trova a soli 70 chilometri dal luogo dove l’Eni sta attualmente effettuando le prime esplorazioni. Sebbene l’Eni abbia dichiarato che cercherà di “minimizzare gli impatti ambientali e di studiare le tecniche più appropriate di conservazione e recupero”, al momento sembra difficile pensare a una maniera sostenibile di sfruttamento delle sabbie bituminose. Le stesse comunità locali congolesi sono preoccupate per la mancanza di consultazioni, non solo per in merito alle sabbie bituminose, ma anche per lo sfruttamento petrolifero. Nel giacimento di M’Boundi, gestito proprio dall’Eni, la compagnia continua la pratica  del gas flaring, che consiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegato all’estrazione del greggio, fonte di piogge acide e considerato una delle cause principali dell’effetto serra. I piani dell’Eni di trasformare questo gas in energia elettrica potrebbero essere i benvenuti, ma solo se i cittadini congolesi – per il 70% senza accesso all’energia – potranno beneficiarne, e se gli stessi saranno messi a conoscenza nel dettaglio delle politiche ambientali e sui diritti umani della multinazionale petrolifera.

Tar Sands
Tar Sands

Nonostante sia il quinto esportatore africano di petrolio, il Congo è uno dei Paesi più poveri del pianeta. Lì come in molti altri Paesi del Sud l’oro nero non ha portato benessere, eppure incide per il 90 per cento sugli introiti derivanti dall’export, per un totale che nel 2008 si è attestato intorno ai 4,4 miliardi di dollari. Il 70 per cento dei tre milioni di abitanti della Repubblica del Congo vive sotto la soglia della povertà. Si stima che solo un quarto della popolazione abbia accesso all’energia elettrica. Come se non bastasse, il Paese non ha adeguate normative ambientali né la capacità di metterle in atto. Nelle elezioni dello scorso luglio è stato confermato Presidente con circa il 78 per cento dei voti Denis Sassou Nguesso, ritornato in carica nel 1997 con un colpo di stato e che a parte qualche breve interruzione governa da quasi trent’anni. In realtà la tornata elettorale è stata pesantemente boicottata da tutti i partiti di opposizione, che lamentano la profonda mancanza di democrazia nel Paese. Come se non bastasse, nel 2007 la Ong Global Witness ha pubblicato sul suo sito web le prove che il figlio del presidente della Repubblica, capo della divisione marketing della compagnia petrolifera nazionale, aveva pagato dei beni di lusso impiegando dei conti offshore sui quali venivano trasferiti i proventi della vendita del petrolio.

La partita delle sabbie bituminose rischia di complicare ancora di più un contesto già molto complesso.

Nel paese dell'olio di palma – Seconda Parte

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Seconda Parte


Vi proponiamo oggi la seconda parte del viaggio in Indonesia di Sergio Baffoni, responsabile di Salva le Foreste, osservatorio sulle foreste primarie. Qui trovate la prima parte del racconto mentre a questo indirizzo potete osservare tutte le foto scattate in quel magnifico angolo della Terra. Buona lettura e ancora tante grazie a Sergio.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Kualacenaku è un gruppo di casette e capanne stretto fra il fiume e la strada. Camion sfrecciano tra i bambini che giocano, portando petrolio, olio, frutti di palma. Non è da ieri che la gente di Kualacenaku si batte contro le grandi compagnie. Una decina di anni fa sono riusciti a cacciare via una grande impresa che si era impossessata delle loro terre. Ora se ne è presentata un’altra, Duta Palma si chiama, e mostra di aver imparato la lezione: in men che non si dica ha deforestato, scavato canali, drenatoemesso a coltivazione una buona parte delle terre comunitarie. E’ la politica del fatto compiuto. Ma non si ferma qui. I macchinari continuano ad avanzare, mangiando ogni giorno nuove fette di foresta. In mano ha un permesso di concessione rilasciato dal governo provinciale. Una recente investigazione della polizia della provincia di Riau ha dimostrato come gran parte dei permessi nella regione siano stati rilasciati in modo illegale, ma Duta Palma non si preoccupa: ha gia’ travalicato i limiti della concessione assegnata, e continua a spingersi avanti, come se dovesse raggiungere i confini del cielo. E’ verso questi confini che andiamo.

La piccola barca da pesca si avvia faticosamente. Il vecchio motore di fabbricazione cinese deve essere stato più e più volte modificato. Ora è un insieme di ammaccate pentole tenute assieme con lo spago. Quando alla fine riesce a partire, fa un baccano del diavolo, sputando gorghi di fumo nero e schizzi d’acqua ogni volta che si incanta. Teres tiene con un piede la corda legata alla leva di accensione, e con l’altro un bastone legato all’acceleratore. Mentre il motore sussulta in preda alle convulsioni, la barca scivola sul fiume leggera.
Lungo il fiume donne che lavano i panni e uomini che fanno toletta, piu’ di rado qualche pescatore. Ciuffi di giacinti d’acqua corrono speditamente verso la sorgente come se risalissero la corrente, allungando i loro colli di cigni con eleganza desueta. In realtà è la corrente a risalire il fiume, spinta dalla marea montante a decine di chilometri di qui. E la marea ci porta lungo il fiume verso le concessioni di palma da olio: una distesa di nero fango putrescente e cenere, da cui affiorano come ossa scarnificate, brandelli di tronchi e rami bruciacchiati, in parte ancora neri dal fuoco, in parte sbiancati dal sole e dalle piogge. Un inferno esteso per chilometri fino all’orizzonte, dove ancora resiste compatta la muraglia della foresta, un nastro azzurro da cui affiora il suono delle motoseghe in azione.

Camminare in questo pantano è complicato. I piedi affondano in una mota soffice e senza fondo, ma abbastanza elastica da richiudertisi sui sandali e succhiarteli nei suoi recessi profondi. L’unico modo è cercar di camminare in equilibrio sui rametti affioranti o sui tronchi abbattuti. Perfino dove è asciutto, il fuoco ha bruciato la torba sotto la superficie, scavando voragini che fanno cedere il terreno come una sottile crosta di pasta frolla. E’ un marciare lento e incespicante su un terreno che non sai se c’è o è pura immagine.
L’aria attorno è silenziosa, Non ci sono uccelli, ne’ rane, ne’ grilli, non c’e’ il frastuono della foresta. C’e’ silenzio. Di lontano arriva il richiamo di un predatore, ma non ci sono piu’ predi qui attorno. E se ne vola via.

Il ciclo della vita si è spezzato, anzi è sprofondato nella palude e succhiato via con l’acqua che i canali drenano costantemente dalla torbiera per prosciugarla.Via l’acqua, via la vita. E si fa spazio al fuoco.
E’ un fuoco che non si può spegnere, che marcia invisibile, sbucando all’improvviso contro il cielo. E quando lo vedi e’ troppo tardi. Tonnellate di torba bruciano sottotraccia, passando perfino al di sotto dei canali di drenaggio, scavano gallerie incontrollate che si estendono per chilometri e chilometri, per poi riemergere all’improvviso in un macabro festino di tronchi e ceppaie in fiamme. Tigri, elefanti, oranghi, e le migliaia di specie animali e vegetali cedono il posto all’ordinata schiera di palme da olio, fino a quando l’ultimo albero sara’ abbattuto, l’ultima foresta trasformata in un silenzioso inferno.

In lontananza, offuscati dalla polvere, alcuni automezzi arancioni dragano il fondo del canale di drenaggio. Sull’acqua di torba, nera come caffè, ondeggiano lente file di tronchi uniti tra loro da assicelle inchiodate. Serviranno a tirar via questo triste treno, destinato al mercato internazionale del meranti e del ramino.

Come in un triste presagio, quando torniamo all’approdo troviamo la barca inclinata sul fianco. La marea è calata e il fiume ha ripreso a scorrere verso la foce. Bisogna aspettare sotto il sole che l’acqua risalga, senza neppure il sollievo di un bagno nel fiume: in questo punto i coccodrilli pare che scorrazzino a schiere. E allora pazienza. E sottomissione alla dittatura dei cicli naturali, fino quando non saranno estirpati una volta per tutte dalla faccia della terra. Ma quello, per quanto vicino, e’ ancora un altro giorno.

E un brandello di futuro è ancora nelle nostre mani.

Nel paese dell'olio di palma – Prima parte

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Una nuova tematica su Camminando Scalzi.it

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Siamo molto lieti di presentarvi il primo di una serie di articoli che avranno come tema l’Ambiente, argomento finora poco trattato dalla nostra blog-zine, ma a cui teniamo molto. Sergio Baffoni, dal sito salvaleforeste.it (che vi consigliamo di visitare al più presto), ci racconta di un suo viaggio in Indonesia, e di come la deforestazione a favore della piantagione di palma da olio abbia generato un vero e proprio disastro ambientale. Vi lasciamo quindi alla prima parte del suo racconto, buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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CIMG6048-jurrienUn enorme impianto industriale scorre sotto l’aereo. Sembra una raffineria, ma senza le immagini che in genere accompagnano queste strutture: i fuochi in cima ai pinnacoli delle ciminiere, il fumo nero, segni inconfondibili che il petrolio lascerebbe attorno a sé. No, qui si raffina altro, e la risposta è distesa tutta attorno: palme da olio. Un’unica spianata, per chilometri e chilometri, si estende fino a perdersi nell’azzurro dell’orizzonte. Come un pattern generato da un computer, quadrati di pixel verdi tutti uguali e se stessi si riproducono uno in fila al”altro, come soldatini di un esercito digitale , divisi da strade e canali accuratamente regolari, come un infinito gioco di specchi dominato da un supremo ordine di perfezionismo.

Non so, non posso sapere cosa ci fosse qui un tempo. Foresta pluviale di pianura? Foresta palustre? Torbiere?
Non so neppure cosa ci sia adesso, questo nulla verde moltiplicato all’infinito e in continua, progressiva espansione. Un’espansione che continuerà fino a quando ci sarà terra da erodere, foreste da abbattere, mercati da saturare. Che sia per produrre panettoni e merendine piuttosto che saponi, dentifrici, rossetti. O più probabilmente per l’ultima ondata del massacro energetico: il biodiesel.

L’Indonesia ha appena strappato il primato mondiale alla Malesia. Questi paesi sono i due giganti mondiali dell’olio di palma, controllando oltre il settanta per cento del mercato. Intanto, la richiesta di olio di palma cresce senza fermarsi. Banche e azionisti investono nella commodity del futuro, nuove società nascono, si fondono, fanno accordi. Nuove linee vengono tracciate sulla carta geografica, per smembrare foreste e terre indigene native in concessioni di piantagione. La corsa al petrolio verde è appena cominciata, e già corre a piena velocità di marcia, come normale nella nuova economia. Nulla sembra poter fermare questo enorme schiacciasassi, neppure l’orizzonte grigioazzurro in cui si perde il ripetersi dei quadrati verdi.

Passato il porto di Dumai e le sue raffinerie, l’aereo raggiunge Pekanbaru, capitale di Riau la provincia orientale di Sumatra.
I cartelli ai bordi delle strade anninciano al mondo una nuova era. Il Governatore della provincia e’ raffigurato in posa statuaria assieme al Presidente della Repubblica, sorridente davanti a sterminate piantagioni di palma da olio. E’ l’ideologia della nuova frontiera, la nuova corsa all’oro è iniziata: avventurieri e disperati accorrono per raccogliere denaro contante e speranze nate morte. Giganteschi alberghi di lusso costeggiano le strade. Sfoggiano marmi e cristalli, ma l’acqua non esce dai rubinetti e i tappeti, appena appoggiati, cominciano già marcire: l’umidità divora tutto, e sembra voglia trasformare tutto in humus e foresta. Questa volta però la foresta non riuscirà a prendersi la sua rivincita semplicemente perché qui, ormai, la foresta non c’è più. E’ stata ormai sradicata da tempo. Pekambaru è solo una tappa, l’epicentro della nuova corsa all’oro verde, ma la frontiera si è ormai spostata lontano. Non sembra neppure una frontiera, ma un piccolo arcipelago di isolette circondate dalle ruspe.
CIMG5965“The Golden Crop” -reclamizza la televisione di stato- il raccolto d’oro. Ma è oro di cattiva fusione, fatto di carbonio che se ne va per l’atmosfera. Infatti l’espansione delle piantagioni ha un target ben preciso: le terre “non produttive”, vale a dire le foreste palustri. Queste foreste però, oltre ad ospitare una biodiversità unica, covano una ricchezza immensa per il pianeta: la torba. Per decine di migliaia di anni, il materiale organico delle foreste palustri si è accumulato sul fondo della palude, creando uno strato di torba che va dai due ai venti metri e più. E’ di uno dei più grandi serbatoi di carbonio del pianeta. Circa 550 miliardi di tonnellate di carbonio sono sequestrate nelle torbiere di tutto il mondo, circa il 75 per cento di tutto il carbonio presente nell’atmosfera, o l’equivalente delle emissioni globali di carbonio in circa settant’anni. La torba è zuppa di acqua. ma quando viene bruciata o seccata, entra in contatto con l’ossigeno e si decompone, rilasciando carbonio nell’atmosfera. Tanto i danni saranno altri a pagarli. Dei 27,1 milioni di ettari di foreste palustri del Sud-est asiatico, 12 milioni sono già stati deforestati e in gran parte drenati. Un terzo delle torbiere si trova nei tropici, e di questo il 60% si trova proprio in Indonesia: 22,5 milioni di ettari di torbiere, ma il volto sorridente del Governatore non lascia dubbi: l’assalto è già cominciato.

Cerco di ricordami di quel poster, quando sono sul pullman. Il finestrino è il retroscena di quella pubblicità, l’altra faccia della stessa macchina: guadagni per pochi, distruzione e miseria per tutti gli altri. In realtà non è un pullman, è un semplice furgoncino. Ma ha gli stessi passeggeri di un pullman, e ogni volta che prende velocità -cioè sempre- bascula come una valigia a rotelle troppo carica, schivando di un pelo autocarri e biciclette. Ma sono ormai quasi cinque ore che sfreccia a tutta velocità, e il panorama ai bordi della strada è sempre lo stesso: palme, palme, palme. Ogni tanto un brandello di foresta, ogni tanto un campo di riso, ogni tanto un’area spianata da cui emergono come neri artigli i ceppi bruciati degli alberi abbattuti. E’ uno scenario che si ripete senza finire mai, impossibile credere che una ventina di anni fa qui ci fossero le grandi foreste. Eppure è così. Poi sono arrivate le prime piantagioni di gomma, poi il taglio a raso su vasta scala e le piantagioni di acacia, e alla fine ecco la palma da olio.

Man mano che il pullmino compie il suo percorso, le aree divorate dal fuoco si fanno più vaste. Gli incendi diffusi in Indonesia nel 1997 hanno rilasciato oltre 2,57 miliardi di tonnellate di carbonio. Da allora, ad ogni stagione asciutta, migliaia di incendi hanno rilasciato ogni anno tra i 0,39 e i 1,18 miliardi di tonnellate di carbonio. Queste emissioni sono destinate a crescere parallelamente alla conversione delle foreste palustri in piantagioni di palma da olio.
Vedere tutto questo con i tuoi occhi fa un effetto diverso. Fuori dal finestrino scorre per chilometri un brullo campo di terra abbrustolita, sempre uguale a sé stessa. Alla fine ti appisoli, e quando una buca ti sveglia con un sussulto -non sai quanto tempo dopo- il campo è ancora lì, che scorre come un nastro incantato. Un nastro che scorre, scorre, scorre, fino al villaggio di Kualacenaku. La frontiera della foresta è arrivata qui, con la sua organizzazione di motoseghe, ruspe e canali.

CONTINUA…