L'incubo del passato, la paura per il futuro

Per tutta la giornata di sabato si è vissuto un incubo. Venti anni dopo l’orribile ’92, l’ipotesi di un ritorno dell’epoca delle stragi di mafia ha fatto tremare chi ancora non si è arreso all’idea di uno Stato in balia o peggio, complice, della criminalità organizzata.

Per fortuna, paradossalmente, pare che l’esplosione alla scuola di Brindisi sia un attentato terroristico. È assurdo, ma la cosa ha relativamente tranquillizzato tutti. Cinicamente, la graduatoria dell’orrore trova forse una sua logica. Senza intaccare il rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo, l’ultima cosa che ci si potrebbe augurare è una matrice mafiosa. La possibilità che dietro quella che poteva essere una tremenda carneficina ci siano le organizzazioni terroristiche “classiche” sembra per il momento accantonata, soprattutto per via dell’assenza di rivendicazioni.

Sembra tuttavia improbabile che una singola mente malata abbia concepito e realizzato il tutto. Si fanno sempre più numerose le voci che ipotizzano un coinvolgimento di più persone. Sarebbe imprudente e inutile lanciarsi alla rincorsa di questa o quella possibilità. Quando le indagini avranno fornito più dettagli, sarà il momento di cominciare a valutare le conseguenze. Ancora peggiore sarebbe adeguarsi ai modi del peggior giornalismo e rotolarsi nel fango del dolore della famiglia della studentessa uccisa.

Per il momento, si può solo riflettere sul clima sociale e politico che in Italia si fa sempre più cupo. La latitanza della politica – quella vera, seria – non determina il vuoto ma il caos. Non serve una particolare intelligenza politica per tracciare un triste parallelo fra l’Italia dell’inizio degli anni ’90 e quella attuale. Sperimentiamo una crisi economica asfissiante che rischia di precipitare verso abissi ancora peggiori; la fiducia del paese nei confronti della classe dirigente, annegata nella corruzione e nel malaffare, ha raggiunto livelli da lancio di monetine. Tuttavia, non si vive mai due volte la stessa epoca. Anche quando la ruota sembra compiere un giro completo, ci si trova comunque sempre su un nuovo piano. E quando in venti anni non si sono compiuti passi in avanti, si è inesorabilmente tornati indietro.

Lettera aperta a chi si trova nella "sala dei bottoni" e ancora può spingerne qualcuno…

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Oriana, alla sua prima collaborazione con la blogzine.
Innamorata della vita in tutte le sue forme , architetto , redattrice, web master, content manager. Il periodo creativo di cui va più fiera sono gli anni a capo dell’ ufficio stampa di una nota associazione umanitaria con missioni in tutto il mondo, periodo che l’ hanno portata a contatto di persone eccezionali e di realtà inimmaginabili. Oggi sostenitrice e attivista del M5S in una piccola città di provincia, la citazione che le calza a pennello è tratta da un vecchio film: “ …amava talmente la vita da amare anche quella degli altri…” Blade Runner  [/stextbox]

Sono una signora, movimentista 5 stelle di una piccola città di provincia; niente nomi… Niente pubblicità.
Dopo una vita vissuta in una grande e bellissima metropoli ho deciso di cercare una dimensione più “umana” per farci vivere le mie bambine. Il punto di svolta è stato guardare dormire la più piccola beatamente e accorgermi che mentre ero impegnata da anni a battermi per creare campagne a favore di bambini del terzo mondo, per portare l’ acqua nei deserti, per migliorare le condizioni di salute di chi aveva la vita appesa a un filo di ragnatela… Qualcuno stava divorando il paese dove lei sarebbe dovuta diventare grande. Il mio punto esclamativo , bussola della sua esistenza , improvvisamente aveva piegato la testa ed era diventato un punto interrogativo, e rimaneva lì, immobile, affacciato alla finestra della mia coscienza, in attesa una risposta che gli permettesse di rialzare la testa. Anche una madre si trova in una stanza dei bottoni e ogni volta che prende decisioni per i propri figli rischia in prima persona, perché sa che nel futuro della sua famiglia è implicito anche il proprio.

Ma esistono anche madri che uccidono i loro figli o che li abbandonano, segnando così per sempre anche la loro stessa vita. Abbiamo bisogno di persone, non di partiti, abbiamo bisogno di libertà, perché la libertà “è solo un’occasione per essere migliori” dice Camus.

C’è chi parla a sproposito di “crescita” senza rendersi conto che la formula capitalistica è stata fallimentare; Bob Kennedy ha pagato con la vita per averlo detto con quasi cinquant’anni di anticipo. Ma è deprimente anche pensare di regredire all’età della pietra; dobbiamo cercare un punto di equilibrio. Tutto ciò che è vita, esiste su un punto di equilibrio; quel punto che, se viene disatteso, provoca la degenerazione del sistema stesso del quale aveva rappresentato l’occasione di vita. Il futuro dell’umanità è legato al futuro del pianeta del quale è parte integrante .

Credo davvero che la degenerazione di valori alla quale siamo arrivati in Italia sia stato il frutto del nostro disinteresse a occuparci di quello che stava accadendo nel sistema di chi avevamo delegato ad amministrarlo… Sì, è vero, abbiamo consegnato una delega in bianco.

Ma in mezzo a tante voci che si alzano, puntando il dito contro chi ha dormito, contro chi non ha partecipato, contro chi ha lasciato fare, io vi dico che anche le mie figlie mi hanno consegnato una delega in bianco, e ogni mattina che mi sveglio cerco di onorare quella delega scegliendo quello che è più giusto per loro.

Non abbiamo bisogno di un partito, abbiamo bisogno di coscienze: coscienze per le quali la parola “onore” abbia ancora un senso compiuto, per le quali essere delegati significa sentirsi la responsabilità della vita di chi delega.

Dicono le Upanishad che alla fine dei tempi di un’epoca buia “gli uomini si aggireranno come ciechi guidati da un cieco” un’espressione che ben si adatta alla totale cecità di chi oggi si trova nella famosa sala dei bottoni.

Sto scrivendo in una di quelle ore che si trovano a cavallo di quella terra di nessuno che separa la notte dal giorno, una di quelle che appartengono al buio più scuro, ma che anticipano di pochissimo un’incredibile sorpresa: la luminosità rassicurante dell’aurora. Vorrei poter dire alle mie figlie e a tutti i giovani che hanno perso la fiducia di chi aveva in mano la loro delega in bianco di non preoccuparsi, che la vita è come questa strana ora tra il buio e la luce e che quando vedi tutto nero, ecco all’improvviso spuntare il primo raggio di sole.

Vorrei potergli dire che nella stagione della saggezza si accorgeranno che quello che avrà reso bella la loro vita non sarà la quantità di “cose” che si saranno potuti comperare, ma tutti i “voli” che avranno saputo osare. Vorrei potergli dire che la vita è un percorso e che bisogna goderselo con la testa alta senza mai barattare la mèta con il viaggio e vorrei poter dire a tutti coloro che hanno disonorato la nostra delega in bianco di smettere di raccontare la vita ai propri giovani e lasciare che siano loro a raccontarla a noi.

La vera e unica crescita che può essere davvero senza fine è quella dell’individuo come persona, della sua consapevolezza, della sua spiritualità, della sua intelligenza, della sua capacità di costruire rapporti e società rispettosi degli altri e dell’ambiente circostante.
Sappiamo che si può vivere, alimentarsi, risparmiare e produrre energia, costruire, lavorare, avere socialità e rapporti diversi da quelli che ci dice la pubblicità o ci vuole imporre la crescita, compresa quella colorata un po’ di green. Quella è la vera strada da intraprendere. Crescere come intendono i nostri governi significa schiantarsi contro un muro.

Pensare come le montagne di Paolo Ermani e Valerio Pignatta, edizioni Terra Nuova 2011

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Nella piccola politica (a volte) c’è il vino buono

La cronaca giudiziaria delle ultime settimane è costellata di scandali e inchieste i cui protagonisti diretti sono proprio i politici, la cosiddetta classe dirigente italiana. Diventa veramente difficile ignorare il sentiero del qualunquismo, della retorica del “sono tutti uguali” e “meglio non votare” quando a distanza di pochi mesi ben due tesorieri sono stati accusati di gestione criminosa dei fondi destinati ai rispettivi partiti.

Che siano cene a base di pesce, soggiorni in hotel lussuosi o qualifiche in diplomifici privati di area inglese il problema rimane. La politica, forse, non è mai stata così torbida. Come se non bastasse ciò a sminuire le istituzioni italiane, diversi programmi televisivi continuano a esaminare deputati e senatori, interrogandoli su temi di strettissima attualità o cultura generale. Il quadro che emerge è allucinante. Dalle inchieste della “iena” Sabrina Nobile, per esempio, si evince che non solo alcuni politici non riescono a menzionare almeno un’opera di Shakespeare (es.: Romeo e Giulietta), ma utilizzano spesso termini del lessico politico ed economico di cui ignorano completamente il significato, come rating, spread, deficit e inflazione. Persino la TAV, di cui tanto si è dibattuto, diventa un elemento alieno.

Qual è allora la soluzione a questo distacco tra ceto di governo e società civile? Di sicuro, a dispetto di quanto molti prescrivono, non questo governo tecnico che si segnala più per le scelte inique in nome del divino Spread, che per la compostezza e sobrietà dei suoi rappresentanti. Il partito-non partito di Beppe Grillo, allora? Lo scopriremo solo nel 2013. È certo, però, che se esiste una grande politica con tutte le sue delusioni, vi sono anche piccole realtà locali, teatri di storie in cui è la buona politica a trionfare.

Sì, perché se a candidarsi a sindaco ultimamente sono anche pornostar e scrittori di romanzi per adolescenti, c’è ancora chi sceglie il percorso dell’amministrazione pubblica per senso di civiltà e voglia di cambiare.

È il caso di Maria Carmela Lanzetta, sindaco di Monstarace, eletta in una coalizione di centrosinistra in un paese in provincia di Reggio Calabria. Un racconto già sentito il suo: quello di centinaia di amministratori che si ritrovano a fronteggiare la minaccia incombente della criminalità organizzata. La donna aveva rinunciato alla propria carica in seguito allo stillicidio di intimidazioni ricevute. Nel giugno del 2011 la sua farmacia era stata incendiata e la famiglia era riuscita a salvarsi appena in tempo dalle fiamme. Ma il colpo di grazia era stato inferto il 29 marzo, quando la donna aveva trovato la propria macchina crivellata di colpi di pistola. Era stato troppo, persino per lei. Aveva rassegnato le dimissioni: ”mollo perché non sono nelle condizioni di svolgere la mia funzione di primo cittadino”, aveva dichiarato, ”non solo e non tanto per le minacce e le intimidazioni, ma perché non ho gli strumenti per realizzare ciò che avevo in mente”.
A nulla era valsa la fiaccolata dei concittadini, affamati di legalità almeno quanto lei.

Come provare a combattere il senso di impotenza che attanaglia chi si trova ad affrontare un simile cancro della società a mani nude? Dovrebbe essere la grande politica a soccorrere la piccola, fornendole gli strumenti per districarsi nella melma della corruzione e delinquenza italiana. La soluzione non è “non votare” come molti sostengono ma “votare consapevolmente”. Informarsi, documentarsi, conoscere i programmi e valorizzare la possibilità di decidere. Abbiamo perso tanti diritti ma non quello di scegliere i nostri rappresentanti. È importante arrivare alle elezioni del 2013 con la consapevolezza che la democrazia non si scambia, non si vende. Che un governo tecnico, imposto dai mercati, può costituire solo una fase provvisoria e che un organismo sovranazionale non può arrogarsi il diritto di anteporre le proprie necessità a quelle dei diversi stati. La politica pulita esiste. Forse la crisi ci renderà poveri ma non disumani.

Pochi giorni fa la Lanzetta ha ritirato le proprie dimissioni, con riserva. Ed è bello. È bello sapere che per ogni dura e pura Rosi Mauro, (ex) Lega Nord, c’è una Maria Carmela Lanzetta. A Monstarace in provincia di Reggio Calabria.

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Il panorama politico italiano: una cartolina poco allegra

La politica italiana sta vivendo un periodo inconsueto e parecchio intenso. Il governo Monti non sta semplicemente supplendo alla temporanea mancanza di un accordo di governo tra la forze politiche, ma dà l’impressione di colmare l’assenza di capacità rappresentativa e gestionale della sovranità popolare. In questo senso, Berlusconi assume il ruolo della chiave di volta che per quasi vent’anni ha sostenuto l’arco politico italiano. Caduta la sua ingombrante (e per molti imbarazzante) figura, sia l’ex maggioranza che l’ex opposizione sembrano aver smarrito i propri riferimenti. Se da un lato ciò è comprensibile per il PdL, non essendo altro che il luogo di aggregazione di un esercito di persone che a vario titolo hanno banchettato per anni con le briciole che cadevano dalla mensa del padrone, molto più enigmatica appare la posizione del PD. Quello che era nato come il futuro del centrosinistra italiano, sostenuto da un’importante bacino potenziale di elettori, è attraversato da pericolose frizioni fra le varie anime. Dispiace dover riconoscere la veridicità di affermazioni molte volte ripetute come un mantra da esponenti politici del calibro di Gasparri o La Russa, ma se le cose proseguiranno nella direzione attuale è indubbio che l’antiberlusconismo sia stato il principale, se non unico, collante di una corazzata al suo interno forse troppo eterogenea.

La seconda Repubblica è stata caratterizzata dal berlusconismo in tutte le sue forme, non ultima l’esasperata personalizzazione del confronto politico a scapito delle idee. Per anni si è prestata molta più attenzione alla scelta del leader che alla costruzione di un progetto politico. L’entrata in scena di Monti ha sparigliato il gioco. L’uomo forte è arrivato da fuori, oscurando i pretendenti al trono delle varie parti. Sia Alfano che Bersani faticano a imporre la propria figura sulla scena. Probabilmente ciò non fa altro che accelerare l’evoluzione della politica italiana verso un inevitabile, auspicabile futuro, in cui le idee e i programmi torneranno al centro del confronto. Ma la strada è ancora lunga, a giudicare dallo spettacolo offerto da coloro che tra un anno dovrebbero prendere le redini del paese.
Scorriamo la scena da un capo all’altro. Cominciamo dalla sinistra extraparlamentare. Sia i comunisti che SEL sono da qualche mese in quieta attesa. Dal punto di vista elettorale non è forse una scelta sbagliata. Visto l’esecrando caos che regna sul terreno di gioco, defilarsi momentaneamente rischia di bastare per impressionare positivamente nel confronto con gli avversari.
Il PD è in preda al terzo principio della dinamica: a ogni affermazione di un papavero del partito corrisponde una dichiarazione uguale e contraria da parte di un altro, tale che il messaggio politico trasmesso sia nullo. È la realizzazione perfetta della famosa massima “poche idee ma confuse”. Dilaniato dal prolungarsi del conflitto fra i sostenitori dell’alleanza con IdV e SEL e i sempiterni inciucioni che spingono verso il matrimonio con il Terzo Polo, il PD precipita nell’immobilismo. Per di più, il pur necessario sostegno incondizionato al governo Monti non è esattamente un ottimo spot elettorale (vedasi la sofferenza di essere “costretti” a votare sì alla riforma del lavoro pur volendo venire incontro alla CGIL). Le due anime del partito dovranno trovare una sintesi prima delle elezioni politiche, a meno di salutarsi definitivamente. Tuttavia, non si capisce l’appeal di un ipotetico partito di centrosinistra appiattito su posizioni centriste. Né si può continuare a definirsi progressisti senza esprimere una posizione coerente su temi cruciali quali la laicità dello Stato, le questioni etiche (prima fra tutte, quella delle coppie omosessuali) e il futuro dell’economia di mercato.

L’IdV non può nascondersi come fa SEL, sedendo in Parlamento, per cui non sostiene a prescindere il governo Monti ma non fa neanche un’opposizione a priori come la Lega. In realtà attende di conoscere le intenzioni del PD sulle alleanze prima di impostare la sua futura campagna elettorale. Il tempo, tuttavia, stringe.

Il Terzo Polo col governo Monti va a nozze. Talmente a nozze che gli interrogativi sulle prossime mosse della coalizione non sono tanto sui programmi quanto su come Fini, Casini e Rutelli gestiranno la facile transizione tra Monti e il loro candidato premier. È scontato che la loro campagna elettorale verterà sull’intenzione di sfruttare la scia del governo uscente. Indubbiamente, i centristi sono quelli che meno faticano a premere il tasto verde nelle votazioni.

Non è esattamente il caso del PdL. La situazione del pilastro centrale della vecchia maggioranza berlusconiana è speculare a quella del PD, con la differenza che qui la confusione è causata da un’assoluta mancanza di progettualità politica, eccezion fatta per li tentativo di mantenere le posizioni di comodo conquistate. Non è un caso se le uniche dichiarazioni di rilievo sono quelle di veto nei confronti del governo su materie come giustizia, RAI, etc… Per di più, Berlusconi risulta ancora una figura ingombrante nel partito, pur rimanendo in posizione defilata. La sua ombra lunga oscura in parte Alfano, che peraltro non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta di delfino designato dall’alto e a imporre la propria individualità. Come per il Partito Democratico, assumere una connotazione puramente centrista non avrebbe senso, ma affinché il PdL diventi una matura forza di centrodestra occorrerebbe rinnegare i punti chiave dell’operato del fondatore, a cominciare con la delegittimazione e la destrutturazione del sistema giudiziario. Una passo, questo, impossibile da compiere, per mancanza sia di volontà che di capacità, per la maggioranza del partito. Una così radicale svolta politica in tempi così ristretti determinerebbe la fine del PdL. La fortuna del partito degli ex (?) peones di Berlusconi risiede nella storica immaturità politica del suo elettorato, tuttavia l’onda di sfiducia popolare nella politica rischia di disaffezionare anche i più irriducibili paladini di Silvio, soprattutto se quest’ultimo, come sembra probabile e come si spera, resterà fuori dalla contesa.

Arriviamo alla Lega. Liberatasi dall’ormai soffocante alleanza con il PdL, la Lega è tornata a tempo pieno al ruolo di partito di opposizione senza quartiere. Tuttavia, Bossi sembra aver perso il suo ascendente sulla base e i suoi sproloqui, seppur con estremo ritardo, cominciano a stancare gli osservatori. Difficilmente la Lega cambierà registro rispetto alle abituali proposte indecenti e gli estremisti xenofobi, nella speranza, come al solito, di raccogliere consenso accarezzando gli istinti peggiori. Di certo il simulacro dell’onestà e della purezza, anche per chi ci credeva, sta per cadere definitivamente, travolto dagli scandali in Lombardia, il cuore pulsante della Lega.
Ufficialmente fuori dagli schemi, ma con tutte le intenzioni di entrarvi, il M5S di Grillo non attraversa il suo momento migliore. Anzi, le dimostrazioni di insofferenza di alcuni membri verso le linee guida decise dal suo fondatore mettono a nudo la sua principale debolezza, la poca libertà di autonomia da Grillo, il quale è, peraltro, l’unica figura attualmente in grado di garantire un minimo di visibilità al movimento. L’exploit alle ultime regionali, tuttavia, è ancora presente nella memoria di tutti e non è detto che i grillini non possano ripetersi, magari pescando nel mare di indecisi e/o schifati dalle forze politiche più convenzionali.
Eppure due fattori rischiano di incidere sul famigerato teatrino della politica più di qualunque intenzione di voto: la prossima tornata di elezioni amministrative e il malcontento nei confronti di una classe dirigente che per troppo tempo ha trascurato il bene del paese (quando non ha intenzionalmente giocato contro) e il suo proprio tornaconto, sopravvalutando la capacità di sopportazione della gente. I continui scandali che esplodono a cadenza quasi settimanale e che richiamano alla mente la triste epoca di Tangentopoli (sempre che non ci si trovi di fronte a qualcosa di peggiore) non aiutano, eufemisticamente, il riavvicinamento dell’opinione pubblica alla classe politica. Al momento è difficile prevedere quale sarà lo scenario da qui a un anno, specialmente se quei due fattori dovessero combinarsi, come appare assai probabile. Se, infatti, alle amministrative trionfasse il partito dell’astensione e gli altri dovessero accontentarsi di briciole distribuite in maniera diversa da quella a cui siamo abituati, la campagna elettorale per le politiche sarebbe inevitabilmente stravolta. A meno che quelli che si candidano a rappresentarci non abbiano optato per l’harakiri o, peggio, non si accorgano della slavina che potrebbe travolgere loro e l’intero paese e decidano di continuare nella direzione attuale.

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Essere donna nel mondo

Oggi è l’8 marzo. Del 2012.

In Afghanistan il 90% delle donne è analfabeta e viene quotidianamente privato dei più elementari diritti. Violenza domestica, abusi, rapimenti, matrimoni forzati, stupri ed esclusione dalla vita pubblica sono all’ordine del giorno. Una condizione che determina un’allarmante crescita dei suicidi fra le ragazze. (Fonte: www.rawa.org).

Un proverbio dell’Arabia Saudita recita “Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”; in un territorio in cui le donne non possono andare in bicicletta nelle strade pubbliche né guidare un’automobile. In uno stato dove la “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” – ovvero la polizia religiosa che controlla il rispetto delle norme della Sharia – ha il diritto di decidere l’abbigliamento di una donna e persino di ordinarle di coprirsi gli occhi qualora risultassero troppo sensuali. (fonte).

In Brasile l’organizzazione CFEMEA denuncia che ogni 15 secondi una donna è vittima di un’aggressione, e in Nicaragua, tra il 1998 e il 2008, sono stati denunciati oltre 14.000 casi di violenza sessuale, due terzi dei quali ai danni di ragazze che avevano meno di 17 anni, dove i carnefici sono perlopiù familiari o conoscenti. (Fonte: www.amnesty.it). Nell’intera America Latina inoltre, circa 5 milioni di donne sono oggetto di tratta nei fiorenti mercati intra-regionali per il commercio di persone. (Fonte: www.deltanews.net).

In Senegal migliaia di donne subiscono la mutilazione genitale femminile; la mortalità materno-infantile è altissima e circa il 70% delle studentesse abbandonano la scuola a causa di maternità e matrimoni precoci (Fonte: http://www.cospe.org).

La tradizionale pratica della mutilazione genitale femminile viene infatti praticata in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, ledendo fortemente la salute psichica e fisica di coloro che la subiscono: circa 130 milioni di donne nel mondo, con 3 milioni di bambine a rischio ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Fonte: http://www.wikipedia.org).

Nel libro “Schiave”, di Anna Pozzi, viene poi denunciata la tratta di donne provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, destinate a incrementare un traffico di prostituzione che ogni anno, secondo le Nazioni Unite, frutta alle organizzazioni criminali circa 32 miliardi di dollari. Giovani strappate alle loro famiglie e costrette a prostituirsi dietro la minaccia di violenze fisiche e psicologiche.

In Europa una donna su quattro è vittima di violenze (fonte), mentre in Italia una recente sentenza ha riconosciuto delle attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. In un paese in cui sono stati accertati 651 femminicidi in cinque anni, dal 2007 al 2011, di cui novantadue nei primi nove mesi dello scorso anno. (fonte).

Violenze e soprusi a cui si aggiungono le discriminazioni in ambito sociale e lavorativo. Considerando l’attività complessiva svolta dalle donne, si calcola che in Africa, Asia e America latina esse lavorino in media il 30% più degli uomini, senza che il loro lavoro sia proporzionalmente remunerato né riconosciuto nel suo reale valore. 
E anche nell’Unione Europea si calcola che le donne guadagnino in media, a parità di lavoro, un quarto meno degli uomini: in Grecia, il salario femminile è in media il 68% di quello maschile; in Olanda e Portogallo rispettivamente il 70,6% e il 71,7%; in Belgio, l’83,2%; in Svezia, l’87%. (fonte).

E si potrebbe continuare coi tassi d’occupazione femminile, la rappresentanza politica nei parlamenti, o anche solo accendere la tv e sbirciare un cartellone pubblicitario per rendersi ancora più conto di quanto sia importante oggi celebrare le donne e ricordarsi di quanta strada ci sia ancora da fare…

Un maschilismo latente che domina anche le grandi religioni monoteiste che hanno plasmato le culture a loro immagine e somiglianza. Dove la Bibbia recita “Poi disse alla donna: moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te” (Libro della Genesi – Gen 3, 16), mentre nella Sura IV del Corano, il versetto 34 afferma: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse”.

Giusto per ribadire come cambino i continenti, cambino le religioni e cambiano i tempi, mentre la complessità dell’essere donna rimane una triste costante del genere umano.

Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 2

[stextbox id=”custom” big=”true”]Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista con Vittorio Agnoletto (la prima parte è consultabile a questo link). Il G8 di Genova ha rappresentato l’episodio forse più tristemente noto della storia del movimento no-global. Dopo esserci concentrati sugli eventi di Genova, prendendo spunto dal suo libro, allarghiamo l’orizzonte occupandoci del passato e del futuro del movimento, delle cause della crisi economica globale e della situazione politica italiana.
Per ragioni di lunghezza, abbiamo deciso di pubblicare una versione leggermente ridotta della conversazione con Agnoletto. L’intervista integrale è scaricabile a questo link. Buona lettura![/stextbox]

 

All’interno del video di presentazione del libro pubblicata sul suo blog , lei afferma che il G8 di Genova aveva l’obiettivo preciso e premeditato di distruggere il movimento no-global che in quel periodo cominciava a diffondersi e concretizzarsi in Europa. Può spiegarci cosa intende dire con questa sua pesante denuncia?

Non è che io sostengo che il G8 sia stato concepito con lo scopo di distruggere il movimento. Dico che il movimento alter-mondista in meno di due anni si è diffuso con una velocità incredibile in tutto il mondo, tra la rivolta di Seattle del novembre ’99 e il G8 di Genova. Un movimento che, improvvisamente, da ignorato e sconosciuto, è riuscito a occupare una posizione predominante, sia nei media che nell’immaginario collettivo a livello globale. Che nel gennaio 2001 è riuscito a creare il primo forum sociale a Porto Alegre con delegazioni del movimento da ogni parte del mondo. Era l’unica realtà alternativa al sistema liberista. Non dimentichiamo che mentre il movimento individuava nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale le istituzioni non democratiche, perché elette da nessuno, maggiormente responsabili della situazione globale, dall’altra parte c’era l’Internazionale Socialista, una delle grandi famiglie politiche mondiali della sinistra, che aveva tra gli obiettivi quello di collocare un proprio uomo alla direzione della WTO. Il movimento cresceva fuori dalle grandi famiglie politiche che avevano costruito l’800 e il 900. La grande stampa descriveva un movimento con migliaia di giovani in piazza con quaderni e computer che prendevano appunti, organizzando lezioni all’aperto. C’era un’enorme adesione dei movimenti cattolici al Genoa Social Forum. Prima di Genova il movimento aveva una grande presa, in Italia e nel mondo.

È a quel punto che, prima di Genova, scatta la decisione di reprimere questo movimento con una tenaglia: la repressione in piazza da una parte e l’attacco mediatico dall’altra, teso a definire il movimento unicamente come dei violenti. In Italia dopo Genova il movimento comincia ad essere sempre associato ai black block, mentre fuori dall’Italia questa repressione scatta anche un po’ prima, con Praga e Goteborg. Quindi è stata una decisione internazionale, quella di cercare di bloccare la crescita di un movimento che aveva raccolto attorno a sé un consenso e una credibilità che non aveva precedenti, proprio perché aveva rotto tutti i confini politici e non rientrava unicamente nei confini della “Sinistra”, altrimenti non avremmo avuto 1.600 associazioni che aderivano al Genoa Social Forum. Un fatto, questo, che mette paura e fa scattare quella logica repressiva a livello globale. Una logica che è gestita nel quotidiano con la repressione poliziesca e le veline mediatiche, che inizialmente oscurano totalmente il movimento. Noi ci mettiamo parecchio tempo prima di riuscire a ribaltare e a ribaltare l’immagine del movimento almeno in una parte della popolazione, attraverso i numerosi documenti fotografici, attraverso le migliaia di riprese fatte dai cellulari, attraverso i filmati recuperati dalle varie televisioni locali. Così come ci mettono nove anni i magistrati per arrivare alle sentenze di questi processi e ricostruire le responsabilità.

 

Già alla fine degli anni ’90 il movimento no-global denunciava il risvolto negativo del modo in cui si stava impostando la globalizzazione e la degenerazione dell’economia, completamente nelle mani dei mercati. Secondo lei esiste un legame con la crisi attuale?

Assolutamente sì. Infatti noi abbiamo chiamato la mostra organizzata a Genova per il decennale “Cassandra”, questa tragica, mitica figura dell’antichità che era in grado di prevedere il futuro ma non veniva ascoltata e che alla fine non riusciva a cambiare il corso della storia. Questo è quello che è accaduto, almeno in Europa, al movimento. Abbiamo recuperato i discorsi svolti nella sessione di apertura di Genova, in cui Walden Bello, economista delle Filippine, leader dell’osservatorio Focus on the Global South, diceva che se fosse andato avanti quel modello di sviluppo si sarebbe arrivati a una incompatibilità fra quello e gli equilibri climatici della biosfera, che è poi quello che è accaduto nelle diverse catastrofi climatiche che si sono succedute in seguito. Susan George sosteneva che se fosse proseguita la finanziarizzazione dell’economia, saremmo andati incontro a una delle più drammatiche crisi economiche e sociali che il nostro continente abbia mai vissuto, così come Zanotelli scriveva che in un mondo dove l’80% delle ricchezze è controllato dal 20% della popolazione, si sarebbe verificato un ricorso continuo alla guerra da parte di questo 20% per controllare le risorse energetiche. La finanziarizzazione dell’economia è proseguita a un livello impensabile. Ogni giorno vengono scambiati quattro trilioni di dollari a livello finanziario, il 90% dei quali attraverso speculazioni che stanno massacrando l’economia reale, con la crisi e la disoccupazione che abbiamo di fronte. Sulle guerre è anche inutile dilungarsi: Iraq, Libia e Afghanistan sono tutte guerre per il controllo delle risorse energetiche. Dunque noi allora avevamo ragione, e infatti oggi i governi europei discutono di Tobin Tax (tassa sulle transazioni finanziarie, ndA) dopo che allora, quando avevamo raccolto 150.000 firme in sostegno di una legge d’iniziativa popolare che la istituisse, tutti ci avevano preso per matti. Quello che avevamo previsto si è purtroppo realizzato e oggi, 10 anni dopo, siamo ancora qui a ripetere che i rischi sono anche maggiori, perché di strada verso il baratro se n’è fatta già moltissima.

 

Quando ci si rese conto che questa crisi sarebbe stata “storica”, molti osservatori suggerirono di approfittarne per rivoluzionare l’intero sistema di gestione dell’economia e della finanza. A qualche anno di distanza dallo scoppio della bolla iniziale, quanto giudica i provvedimenti presi fino a questo punto per superare il momento di difficoltà come un’occasione persa?

Senza dubbio è stata un’occasione persa. Di fronte a una crisi di queste dimensioni, una crisi strutturale, l’idea sarebbe dovuta essere quella di cambiare strada. Una scelta che non è stata realizzata, mentre si è scelto di ripercorrere la stessa strada facendo solo alcune piccole correzioni. E oggi ci sono dei governi europei totalmente in mano alla finanza internazionale. Pensiamo a Grecia, Portogallo e Italia. Pensiamo ai ministri del governo Monti e a quanti consigli d’amministrazione di banche o enti finanziari hanno preso parte. In pratica si è deciso di intervenire con capitali pubblici e soldi di tutti in favore di quelle stesse banche ed enti finanziari che hanno prodotto la crisi. Un’occasione persa dunque, con un tentativo di rilancio nella stessa direzione che ha provocato il disastro, da parte di chi detiene il potere vero. Con uno svuotamento nei fatti del concetto di democrazia così come è stata intesa dal 1789, con la Rivoluzione Francese: l’idea dello stato-nazione, la divisione dei poteri, il principio di “una testa, un voto”, l’autonomia dei mezzi d’informazione. Siamo di fronte al dominio delle grandi centrali finanziarie. Basti pensare alla Goldman Sachs e a quanti soggetti è riuscita a inserire all’interno dei governi non solo europei.

 

Lei ha già in parte anticipato la domanda: qual è il suo giudizio sul governo Monti e, più in generale, sullo stato di salute della politica italiana?

Io capisco le tante persone che hanno brindato alla caduta di Berlusconi (e hanno fatto decisamente bene), però c’è una continuità tra le politiche economica e finanziaria del vecchio e del nuovo governo. Al di là dei comportamenti privati del premier, che diventando pubblici oscuravano la credibilità del Paese sul piano internazionale, oggi questi signori in giacca e cravatta, che si presentano come “i professori”, altro non sono che i tecnocrati della grande finanza. Sono coloro che hanno gestito una parte della finanza nazionale e internazionale con delle modalità che hanno portato a questa crisi e che oggi cercano delle risposte senza andare a colpire questi grandi centri di potere. Il governo Monti è semplicemente la faccia presentabile del mondo dell’alta finanza. Trovo assurdo che si tocchino prima le pensioni a quelli che prendono novecento euro invece che mettere in discussione chi ne prende più d’una contemporaneamente, magari con pensioni da diverse migliaia di euro, senza andare a ridurre la forbice sociale.

 

E sulla situazione politica italiana?

La situazione della politica italiana è davvero drammatica. Credo ci sia una grande responsabilità da parte del Partito Democratico nel sostenere questo governo e, aldilà delle dichiarazioni, nel sostenere anche quelle decisioni che colpiscono i ceti più deboli, in assenza di qualunque politica che rilanci l’occupazione, che intervenga per ridurre il precariato, che peraltro assume forme sempre più disperate. Questo produce una rottura molto profonda tra politica e cittadini, soprattutto nel centro-sinistra, che credo sia molto difficile da riparare. Ma d’altronde la stessa Internazionale Socialista è perfettamente inserita all’interno del credo liberista, certamente gestito in modo più soft, magari con qualche pennellata di umanità, ma con ben poche differenze rispetto ai governi gestiti dal centro-destra. Basti pensare alla Spagna di Zapatero, tanto aperta sui diritti civili, ma indistinguibile dagli altri governi europei sulle questioni economiche e finanziarie. E il PD è l’esatta rappresentazione della collocazione di questi gruppi riformisti in Europa. Questo è un problema molto grande per il nostro paese. È necessario cercare di costruire un’opposizione al governo Monti nel modo più laico, concreto e meno ideologico possibile.

 

Pensa di avere un ruolo alle prossime elezioni politiche nazionali italiane?

Non ho ancora deciso. Sarei più disponibile se riuscissimo prima a costruire un solo polo a sinistra del PD.

 

Alternativo al PD o in alleanza?

Vittorio Agnoletto

Pensiamo prima a costruire questo polo. Se cominciamo a parlare di alleanze ci si divide in cento pezzi. Costruiamo un polo di sinistra, che abbia un suo profilo unitario sul piano politico e organizzativo. Io credo che riusciremmo a superare abbondantemente il 10%. A quel punto anche col PD nascerebbe un diverso rapporto di forza, ma prima di parlare di alleanze parlerei di ricostruire un’unità a sinistra. In questo senso l’esperienza della Linke in Germania è estremamente istruttiva. Vedo il PD lanciato alla rincorsa del centro, più che della sinistra, ma ognuno parli per sé… Prima che una sconfitta politica, la sinistra ha subìto una sconfitta culturale, che va recuperata se si vuole che un cambio di governo abbia dei risultati. Per questo, partendo dal libro e attualizzandone il contenuto fino ai giorni nostri, sto scrivendo i testi per uno spettacolo di lettura e musica (con il gruppo musicale Marco Fusi Ensemble) con il quale proverò a girare le tante città d’Italia. Credo proprio che ci sia bisogno di creare cultura ed io provo a dare il mio contributo.

 

Pensa ci sia lo spazio per un rilancio del movimento, anche approfittando della crisi?

Penso di sì, anche se ovviamente avrà un profilo diverso da quello di dieci anni fa, poiché quel movimento non era figlio di una crisi. Avrà forme organizzative diverse, per creare un filo conduttore unico tra le diverse anime, e sarà anche più difficile da orientare verso obiettivi condivisi ed efficaci. Però credo ci sia la possibilità. Ci sono segnali interessanti, come Occupy Wall Street e gli Indignados in Spagna. Il distacco dalle forze politiche è molto ampio e diffuso nella popolazione. Sta a noi trasformare questo distacco, più che in apatia, rassegnazione o antipolitica generica, in una crescita di consapevolezza e quindi in un movimento che sappia guardare al futuro.

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a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

Intervista a Vittorio Agnoletto: tra il G8 di Genova e l'eclisse della democrazia… – Parte 1

[stextbox id=”custom” big=”true”]Dopo 10 anni dai tragici fatti del G8 di Genova del 2001, lo scorso anno è stato pubblicato il libro “L’eclisse della democrazia” (Feltrinelli Editore), dove l’allora portavoce del “Genoa social forum” Vittorio Agnoletto e il giornalista Lorenzo Guadagnucci, pestato e arrestato durante il sanguinoso blitz alla scuola Diaz, raccontano una delle pagine più vergognose e controverse della storia italiana, mettendo in evidenza gli innumerevoli tentativi di bloccare le inchieste, condizionare i testimoni, screditare gli inquirenti e indirizzare i processi. Un libro-documentario scritto servendosi del contributo di “voci” interne agli apparati dello Stato e della preziosissima testimonianza di Enrico Zucca, pm al processo sui fatti della Diaz, che per la prima volta svela i retroscena dell’inchiesta.[/stextbox]

 

Di libri sul G8, purtroppo, ne sono stati scritti tanti e tante parole sono state dette. Quali sono gli elementi nuovi che la vostra riflessione apporta all’argomento, soprattutto riguardo a quanto successo alla scuola Diaz e alla morte di Carlo Giuliani?

La caratteristica del nostro libro è che noi non ci limitiamo a raccontare e descrivere quello che è accaduto nelle giornate di Genova, ma cerchiamo innanzitutto di individuare le responsabilità e i responsabili, con nomi e cognomi. Ricostruiamo anche le vicende processuali dei nove anni che vanno dal 2001 alle sentenze di appello dei grandi processi sulla Diaz e su Bolzaneto e raccontiamo con l’aiuto di Enrico Zucca, pubblico ministero nel processo della Diaz, tutti i tentativi, ovviamente illegali e illeciti, che sono stati fatti per cercare di bloccare le inchieste della magistratura e impedire che queste arrivassero a conclusione e alle sentenze. È quindi un libro estremamente documentato, che infatti non ha finora ottenuto né una denuncia né una smentita, perché quello che noi raccontiamo è frutto di una ricerca su migliaia e migliaia di pagine di archivi processuali, di interrogatori e di intercettazioni. Vi sono anche tante dichiarazioni che noi siamo andati a raccogliere dai protagonisti diretti. La verità che noi ricostruiamo è assolutamente incontrovertibile. Delle vicende dei processi, cioè di tutto quello che sta dietro i processi e dei tentativi di bloccarli, non aveva assolutamente mai parlato nessuno.

 

Quando dice che questo libro non ha ricevuto denunce né smentite, sembra quasi dispiaciuto, come se le avesse aspettate…

No, assolutamente non dispiaciuto. Nessuno può smentire quello che noi raccontiamo perché corrisponde alla verità, è tutto assolutamente documentato. Non potendolo smentire, hanno agito in un altro modo, praticando un’assoluta e totale censura. Il giorno in cui il nostro libro è uscito in libreria, ad esempio, i due principali quotidiani italiani, che avevano ricevuto il libro dalla casa editrice Feltrinelli con la richiesta di recensione, sono usciti entrambi facendo un’amplissima recensione di un altro libro che parlava di Genova. È un messaggio molto chiaro all’editore: di Genova (di cui ricorreva il decennale l’anno scorso) se ne può e se ne deve parlare, ma non di quel libro. Lo stesso è accaduto quando abbiamo presentato il libro alla Feltrinelli di Genova con una conferenza stampa di cui erano stati avvisati oltre cento giornalisti, mentre si è presentato solo quello della Radio Svizzera Italiana. Questo dà la dimensione del tentativo di oscurare completamente questo libro. Nessuna trasmissione televisiva delle reti nazionali ci ha invitato, nemmeno quelle dove gli autori dei libri che produce Feltrinelli sono regolarmente presenti. Ripeto, credo che non ci sia un altro libro così documentato su quello che è avvenuto nel 2001 e dal 2001 ai giorni nostri. Per fortuna c’è il web, per fortuna c’è il passaparola e quindi il libro ha esaurito ormai la prima edizione e siamo sulle diecimila copie vendute.

 

So che può sembrare banale, ma a cosa è dovuto lo scarso interesse dei media – quello che lei ha definito censura – nei confronti del vostro libro? Sono pressioni dall’alto o cosa?

Non è scarso interesse. Lei riesce a trovare un altro libro che documenta con precisione le responsabilità del capo dei servizi segreti italiani, allora capo della polizia? Che racconta cosa accadde durante il rito abbreviato per il processo a De Gennaro, uno degli uomini più potenti attualmente in Italia, coordinatore unico dei servizi segreti? Riesce a trovare un altro libro che in modo molto preciso individua anche le responsabilità, le dichiarazioni intercettate dell’attuale capo della polizia? O che fa la lista – nomi e cognomi – dei vertici della polizia che sono stati condannati e che anziché essere rimossi sono rimasti tutti al loro posto? Non stiamo parlando di questioni secondarie. Credo che coloro che hanno quei ruoli siano in grado di esercitare una qualche influenza. Come io racconto nelle prime pagine del libro, in cui riporto un dialogo avvenuto il 10 settembre del 2010 con un personaggio molto in alto degli apparati dello Stato. Mi sono trovato di fronte una persona spaventatissima, che aveva ricevuto pressioni esplicite e molto forti quando si era saputo del suo incontro con me, e che mi ha detto esplicitamente “io al suo posto non lo scriverei questo libro, stia molto, molto attento”. Un messaggio preciso. Così come precise sono state le minacce, gli avvertimenti che ho subìto negli anni, tutte le volte che in televisione o in radio dichiaravo che era necessario risalire alle responsabilità dei mandanti. Sono entrati due volte negli uffici dove stavano i miei collaboratori, sono stati rubati i computer e lasciati sul tavolo carta di credito e soldi, per far capire che non era un furto come altri. È stata mandata una lettera minatoria a chi abitava al piano sopra al mio dicendo che se non la smettevo tutto lo stabile sarebbe stato fatto saltare in aria. Tutte cose documentate e denunciate dall’avvocato Pisapia – che attualmente è sindaco di Milano ma che all’epoca era il mio legale – alla magistratura, tutte inchieste che non sono andate avanti. L’unica cosa che hanno fatto è stata quella di propormi una scorta. Ora, per minacce di questo tipo prendere una scorta della polizia fa quasi sorridere… Insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz e coautore del libro, abbiamo per anni continuato a sostenere che non ci si poteva fermare solo ai fatti, ma che era necessario individuare le responsabilità apicali, perché è molto difficile poter credere che più di cento poliziotti, di colpo, all’interno della scuola Diaz, decidano tutti di non rispettare le regole, di non rispettare le leggi e commettano dei reati. È molto difficile pensare che decine tra poliziotti, carabinieri, finanzieri, operatori penitenziari, a Bolzaneto, comincino a torturare e a commettere violenze così, come d’incanto. È evidente che se questo avviene per così tanti rappresentanti delle forze dell’ordine contemporaneamente e in luoghi diversi, o qualcuno l’ha ordinato, o perlomeno qualcuno ha lanciato il messaggio che rimarranno completamente impuniti.

 

Lei ha accennato al ruolo di De Gennaro, che è stato assolto. La Corte di Cassazione ha inoltre confermato la sentenza a quattro anni di reclusione per i poliziotti che erano accusati di aver materialmente arrestato gli studenti spagnoli. Qual è il suo commento su queste due sentenze, tenendo anche conto di tutti i nomi ai vertici delle forze di sicurezza che sono stati accusati ma che si sono sempre rifiutati di dimettersi, anche dopo condanne di secondo grado?

Vittorio Agnoletto

Sulla sentenza della Cassazione su De Gennaro io mi limito a dire che c’è un aspetto abbastanza incredibile. La sentenza della Cassazione cancella la sentenza d’appello ma non ordina un nuovo processo. Si rifà alla sentenza di primo grado, con cui era stato assolto. In genere la Cassazione interviene su questioni di metodo e non di merito. Se annulli una sentenza occorre che si rifaccia un processo. Così non è. Lorenzo e io abbiamo subito detto che gli equilibri costituzionali erano stati manomessi. Immagini di essere uno dei giudici della Cassazione che si trova a giudicare quello che era il capo della polizia, messo sotto inchiesta, condannato in appello e che nel frattempo veniva continuamente promosso e protetto da tutto il mondo politico in modo bipartisan. Allora c’è un’interferenza del potere politico rispetto al percorso giudiziario. Mi limito a questo: credo che la situazione in cui si sono trovati i giudici di Cassazione non sia stata semplice. Detto questo, sono assolutamente convinto che una sentenza non può riscrivere la storia. I fatti sono accertati. Che poi una corte dia un’interpretazione diversa rispetto al reato non modifica comunque i fatti. I fatti ci sono e nessuno è stato in grado di contraddirli. Altre sentenze, che però coinvolgevano persone meno in alto nella scala gerarchica, sono arrivate a essere definitive; c’è già un pronunciamento della Cassazione. Altre ancora molto importanti, come quelle relative ai fatti della Diaz e di Bolzaneto, rischiano di arrivare in prescrizione. C’è un allarme, lanciato anche da Magistratura Democratica, secondo cui rischia di andare in prescrizione tutto il processo sulla Diaz. Rimarrà in piedi la parte civilistica, cioè la questione relativa ai risarcimenti, ma la parte penale rischia di concludersi assolutamente nel nulla. Questa non è giustizia, credo che su questo si possa essere tutti d’accordo. Per quanto riguarda il fatto che tutti i vertici della polizia presenti a Genova e condannati, anziché essere sospesi o rimossi, sono stati tutti promossi, questo è uno scandalo italiano enorme. Non soltanto i condannati non hanno sentito la dignità di doversi dimettere, ma la politica non ha sentito il dovere di farli dimettere e li ha, anzi, promossi. Qui nasce una domanda che noi poniamo nel libro, una domanda che, se vogliamo, è molto angosciante: di che cosa ha paura la politica? Come mai la politica non ha preso dei provvedimenti e, quindi, ha rinunciato al suo ruolo? Io mi limito a dire che in un paese dove è previsto che l’incarico del Capo dello Stato duri sette anni, non è una cosa sana lasciare per diciannove anni, forse di più, le stesse persone ai vertici di diverse importanti istituzioni, come l’antimafia, la polizia e i servizi segreti.

 

Lei dice che la politica non ha adempiuto al suo ruolo. Allora qual è stato il ruolo della politica prima, durante e dopo il G8?

Il G8 è stato preparato dai governi di centrosinistra che hanno preceduto il governo Berlusconi, quindi dal governo D’Alema e dal governo Amato. Berlusconi vince le elezioni nel maggio del 2001 e il suo governo si insedia appena un mese prima dell’inizio del G8. La quasi totalità dei preparativi dipende dai governi precedenti, di centrosinistra. Addirittura la scelta di Genova dipende dal governo precedente, così come gli istruttori fatti venire da Los Angeles per preparare i reparti di polizia che devono essere schierati. Il settimo nucleo del primo reparto di Roma, che poi sarà il nucleo che entra per primo alla Diaz e quindi maggiormente responsabile delle violenze che si sono consumate in quella scuola, viene costituito proprio per l’occasione di Genova dal governo di centrosinistra. Fra le scelte operate dal centrosinistra, c’è addirittura l’uso dei micidiali tonfa. Quando inizia il G8 c’è il governo di centrodestra, presieduto da Berlusconi, Scajola è il ministro degli interni, Fini è vicepremier. Non c’è ombra di dubbio che la gestione del G8, di quelle giornate, porti la responsabilità politica del governo in carica. Quando i magistrati cominciano l’inchiesta e individuano le responsabilità della truppa di polizia che ha praticato violenze inaudite e illegali all’interno della scuola Diaz, è la destra che si scatena in difesa dei poliziotti e dei carabinieri coinvolti nelle vicende dell’assalto alla scuola e nelle torture a Bolzaneto, a prescindere da quello che hanno compiuto. Basta vedere le dichiarazioni di Gianfranco Fini già dalla sera del 20 luglio. Quando questi incominciano a risalire ai vertici della polizia, cioè indagano anche i ruoli apicali, la situazione si complica. Il centrosinistra, che prima chiedeva una commissione d’inchiesta, si spacca e la stragrande maggioranza, tranne Rifondazione Comunista, non la vuole più. Il motivo è molto semplice. I vertici della polizia messi sotto accusa dai magistrati non sono persone che hanno una storia o una cultura di estrema destra. È molto triste quello che dico, ma nessuno può pensare che in tutti questi ultimi vent’anni le frequentazioni di De Gennaro siano state con Fini. Chi si muove in favore di De Gennaro sui media si chiama Luciano Violante, Giuliano Amato. Quindi, semplificando, per difendere da una parte le truppe della polizia e dei carabinieri, dall’altro i vertici della polizia, c’è un’operazione bipartisan per bloccare la commissione d’inchiesta. Qualunque richiesta di verità e giustizia non troverà nessuna sponda all’interno del Parlamento. Questo spiega anche, in parte, il perché del disinteresse dei media, anche di centrosinistra, verso il nostro libro.

– fine prima parte –
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a cura di Erika Farris e Salvo Mangiafico

 

Intervista a Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Questa è la seconda parte dell’intervista rilasciata da Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Abbiamo approfondito diverse tematiche, dal rapporto tra la magistratura e la politica alla separazione delle carriere, sino ad un’accurata analisi della situazione attuale della giustizia italiana. Trovate qui la prima parte[/stextbox]

Cosa sono le “correnti” all’interno della magistratura?

Per “correnti” della magistratura si intendono le diverse associazioni di magistrati che si riconoscono tutte all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati. L’A.N.M., nata nel lontano 1909, sciolta nel ventennio fascista e ricostituita nel 1945, ai sensi dell’art. 2 dello Statuto, si propone i seguenti scopi: 1) dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali; 2) propugnare l’attuazione di un Ordinamento Giudiziario che realizzi l’organizzazione autonoma della magistratura in conformità delle esigenze dello Stato di diritto in un regime democratico; 3) tutelare gli interessi morali ed economici dei magistrati, il prestigio e il rispetto della funzione giudiziaria; 4) promuovere il rispetto del principio di parità di genere tra i magistrati in tutte le sedi associative ed in particolare assicurare la presenza equilibrata di donne ed uomini negli organismi dirigenti centrali, distrettuali e sottosezionali dell’Associazione, nonché in tutte le articolazioni del lavoro associativo e nei casi in cui l’Associazione sia chiamata a designazioni di suoi rappresentanti; 5) dare il contributo della scienza ed esperienza della magistratura nella elaborazione delle riforme legislative, con particolare riguardo all’Ordinamento Giudiziario.

Come si vede, l’A.N.M. non può definirsi soltanto come il sindacato dei magistrati, ma è un organo che contribuisce in modo rilevante alla c.d. politica giudiziaria, nell’ottica di un miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia della Giustizia, al servizio dei cittadini. Le c.d. correnti della magistratura non rappresentano altro che le diverse culture esistenti tra i magistrati e i diversi approcci possibili all’esame e alla soluzione dei comuni problemi degli uffici giudiziari. Direi che da questo punto di vista rappresentano la linfa vitale del sistema giudiziario italiano; sono centri di elaborazione di idee e di progetti volti a migliorare il funzionamento della Giustizia e che, attraverso l’A.N.M., interagiscono con il mondo politico, sottoponendo al Governo e al Parlamento il punto di vista per così dire “tecnico” sulle possibili riforme legislative.

Ribadita l’essenzialità delle correnti al fine di tenere qualitativamente alto il dibattito sulla Giustizia e di garantire il pluralismo associativo all’interno dell’A.N.M., devo anche dire che, spesso, le stessi correnti hanno tradito i loro ideali e si sono degradate a centri di interessi corporativi o, peggio, personali. Del resto, proprio per contrastare queste patologie e riportare l’associazionismo dei magistrati ai più alti valori per i quali era nato, Giovanni Falcone e altri valorosi colleghi, nel 1988, fondarono il Movimento per la Giustizia, che si prefiggeva proprio il superamento delle divisioni fondate non su diversi ideali, ma su diversi interessi corporativi, tra l’altro aprendosi anche al contributo di giuristi provenienti dall’esterno della magistratura.

La strada che ci si prefiggeva di percorrere si è poi rivelata irta di ostacoli. Credo però che non si possa seriamente pensare di risolvere il problema della Giustizia italiana ritenendo di abolire le correnti della magistratura, così come non si può pensare di risolvere i problemi della Politica italiana, propugnando la soppressione dei partiti. Ci si deve invece impegnare per evitare il perseguimento di interessi che non collimino con quelli della collettività, così come sintetizzati nella Costituzione, e si deve far questo tanto nella Giustizia quanto nella Politica.

Qual è la sua opinione sulla separazione delle carriere tra organo giudicante e requirente?

Si tratta di un problema che ciclicamente si ripropone con più o meno forza, senz’altro serio ma, forse, sopravvalutato in relazione ad altre riforme che ritengo più urgenti per il sistema Giustizia. Come noto, la separazione delle carriere tra organi giudicanti e organi requirenti è auspicata da chi ritiene che, nell’attuale sistema processual-penalistico, ove il processo segue un rito del tipo accusatorio, il PM sia in tutto e per tutto una parte processuale e che, per le garanzie della difesa, debba essere posto sullo stesso piano delle parti private, con un giudice in posizione di effettiva terzietà, anche ordinamentale oltre che processuale.

Vero è che, nel rito penale vigente, il PM è una parte sui generis, perché tenuto per legge alla ricerca della verità e non alla verifica di una ipotesi di colpevolezza. Tant’è che l’organo requirente è tenuto a cercare ogni prova in vista dell’accertamento della verità e, quindi, anche le prove favorevoli all’indagato. Non può dunque il PM essere posto in tutto e per tutto in posizione speculare a quella della difesa privata, perché gli avvocati degli indagati (come quelli di parte civile) sono tenuti, per apposito mandato, a sostenere le ragioni del proprio cliente e non a ricercare la verità. Detto questo, un PM che fosse separato dall’organo giudicante, con diverso concorso di accesso e con carriera irreversibilmente separata, si porrebbe più lontano dalla giurisdizione per avvicinarsi a funzioni più prettamente investigative, quasi che fosse un superpoliziotto. E se nel sistema vigente il problema è quello di assicurare ad ogni cittadino indagato o imputato le garanzie più ampie di difesa, in un sistema a carriere separate il PM, più vicino alla figura del superpoliziotto che a quella del giudice, offrirebbe sicuramente meno garanzie di quante ne offra attualmente, sia pure con le cadute di professionalità alle quali in vari casi si assiste. Un concorso di accesso comune e percorsi professionali separati solo funzionalmente, e non irreversibilmente, assicurano invece una maggior cultura della giurisdizione dei pubblici ministeri, specie di quelli che, per scelta o per assegnazione iniziale, abbiano effettivamente svolto le funzioni giudicanti. Conseguentemente, garantiscono maggiormente i cittadini ed è per queste ragioni che i vari Paesi ove le carriere sono separate auspicano riforme nella direzione del modello italiano.

Direi di più. Ammesso che si vari una riforma, necessariamente costituzionale, che separi le carriere dei magistrati giudicanti da quelle dei magistrati requirenti (come il disegno di riforma costituzionale presentato dal Governo Berlusconi il 10 marzo 2011, tuttora pendente in Parlamento), ne conseguirebbe un vero e proprio rafforzamento della categoria dei pubblici ministeri che, garantendo meno i cittadini, necessiterebbe di appositi e più incisivi controlli. Insomma, inutile illudersi. Un PM forte e separato dai giudici, con minor cultura giurisdizionale e maggiori poteri investigativi, cadrebbe inevitabilmente sotto il controllo del potere esecutivo. A questo punto, sarebbe in pericolo anche il principio di obbligatorietà dell’azione penale, che è garanzia di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, con il passaggio all’azione discrezionale sotto il controllo del Governo di turno.

Con ciò vedrebbe la sua realizzazione il vecchio e mai sopito desiderio di parte della classe politica e dei poteri forti di abbassare o limitare a determinate categorie di reati l’effettivo controllo di legalità sul territorio del nostro Paese. Forse i più giovani non sanno che questo era uno dei principali obiettivi dell’associazione segreta denominata P2 e del suo indiscusso capo Licio Gelli. Basta leggere i libri di storia per capire che questa organizzazione (alla quale partecipavano diversi politici, imprenditori, affaristi, tuttora in circolazione) non aveva come scopo il bene dell’Italia, ma quello dei propri fratelli massoni.

Quali sono le difficoltà reali e i problemi della giustizia italiana in questo periodo di generale crisi del paese?

Sono convinto che non siano i problemi processuali o quelli di diritto sostanziale a rendere estremamente difficoltosa e inadeguata la Giustizia italiana. Come dicevo, non solo la cultura giuridica italiana è invidiata in tutto il mondo, ma anche i nostri modelli processuali lo sono. Quanto al diritto sostanziale, esso sconta necessariamente i limiti, cui pure accennavo, di una legislazione di gran lunga più lenta di quanto non sia l’evoluzione dei costumi e delle tecnologie della società.

Ma il punto è un altro. Bisogna mettere in grado gli uffici giudiziari italiani di rispondere con maggior qualità e maggior celerità all’enorme mole delle domande di giustizia che piovono quotidianamente da ogni parte del territorio. Viceversa, su un organico previsto per legge di 10151 magistrati ordinari, siamo in servizio solo in 8118 e questo è anche la conseguenza di molti anni trascorsi (soprattutto durante il Ministero Castelli) senza che fossero emanati bandi per il concorso di accesso, sia perché si era in attesa di una riforma ordinamentale (quella del 2006) che poco aveva a che fare con l’esigenza della massima copertura dei posti in organico, sia perché mancavano le risorse economiche, che tuttora mancano.

Per il personale amministrativo la situazione è ancor più disastrosa e, per risolvere il problema dei tanti posti vacanti in organico, si è proceduto a ridurre fortemente il numero degli organici medesimi, con il risultato che da molti anni non si bandiscono più concorsi nell’amministrazione della giustizia. Per non parlare della mancanza di mezzi di ogni tipo. Strutture edilizie da tempo inadeguate e, a volte, non conformi alla normativa riguardante la sicurezza dei lavoratori. Mancanza di stanze per i magistrati e di aule di udienza. Mancanza di scrivanie, sedie, computer, carta… Insomma, il c.d. servizio giustizia in queste condizioni – che tutti possono verificare facendosi un giro per gli uffici giudiziari – è frustrante per i magistrati, poco dignitoso per gli altri dipendenti pubblici e del tutto insoddisfacente per i cittadini.

E’ vero. Oggi si assiste a una generale crisi del Paese, soprattutto economica e finanziaria. Non tutti sanno però che questa crisi è acuita non poco dalle inefficienze della Giustizia che, ad esempio nel settore civile, dove i tempi di definizione dei processi sono davvero biblici, si riflettono in una notevole contrazione degli investimenti degli imprenditori italiani e stranieri, timorosi di non poter recuperare in modo pieno e celere i propri crediti. Al contrario, chi non vuole onorare i propri debiti trova terreno fertile nei ritardi giudiziari. Di qui l’ulteriore considerazione che la crisi della Giustizia non fa che acuire la crisi economica e finanziaria.

 La giustizia italiana di quale tipo riforma o cambiamento radicale avrebbe bisogno?

Quello che si dovrebbe chiedere al potere legislativo non è tanto la riforma dei quattro codici o della miriade di leggi speciali in vigore, quanto una riforma organica che metta mano finalmente ai veri problemi degli uffici giudiziari, che sono problemi organizzativi, gestionali, informatici, o anche solo culturali. Gli abnormi ritardi dei processi in Italia, specie di quelli civili, come prima evidenziato non sono dovuti a procedure farraginose e lo sono solo in minima parte a causa della lentezza dei magistrati nel deposito dei provvedimenti. Essi sono dovuti principalmente ad una architettura degli uffici giudiziari che (pochi lo sanno) risale ancora al regno sabaudo (ne è una riprova l’esistenza di ben 16 tribunali dislocati, soltanto, nella Regione Piemonte), quando per andare a cavallo o in carrozza da Roma a Civitavecchia ci si impiegava di più di quanto oggi si impiega per andare da Roma a Palermo ed era necessaria una capillarizzazione della presenza dei magistrati sul territorio. Oggi si rende urgente una economizzazione e razionalizzazione delle (poche) risorse a disposizione, anche tenuto conto che, come noto, gli uffici giudiziari in grado di rendere risposte più efficienti ed efficaci alla collettività non sono né quelli di piccole dimensioni (dove si pongono problemi di funzionalità minime e di incompatibilità processuali irrisolvibili), né quelli c.d. metropolitani (dove si pongono problemi di gestione assai difficili da risolvere), ma sono invece gli uffici di medie dimensioni.

Una revisione delle circoscrizioni giudiziarie – invano auspicata con apposita proposta legislativa dal C.S.M. nel luglio 2010 – costituirebbe, quindi, lo strumento indefettibile per realizzare un sistema moderno ed efficiente di amministrazione della giurisdizione, che sia in grado di fornire la dovuta risposta di merito alle istanze di giustizia, nel rispetto di tempi ragionevoli di durata del processo, nella consapevolezza che il ritardo nel giungere alla decisione si risolve in un diniego di giustizia. Si renderebbe possibile in tal modo un’ottimizzazione delle risorse a disposizione del sistema giustizia (personale di magistratura, personale amministrativo, mezzi e strumenti, anche informatici), capace di aumentare sensibilmente la risposta giudiziaria in relazione alla corrispondente domanda di giustizia dei cittadini. Una riforma di tal genere sarebbe più di ogni altra capace di invertire il “trend” giudiziario e di far superare il senso di profonda amarezza che alberga nella coscienza di chi si pronuncia ogni giorno “in nome del popolo italiano” e viene al contempo delegittimato proprio da chi, pure, quel popolo rappresenta.

Una amarezza, certo, che non è nuova se si pensa a quanto affermava Calamandrei nel lontano 1921: “la crisi della giustizia sta nella svalutazione morale della magistratura: ad aggravar la quale hanno dato opera assidua da cinquant’anni a questa parte burocrazia e parlamento. Se lo stato avesse voluto preordinatamente distruggere a colpi di spillo il prestigio della magistratura di fronte al popolo e spegnere a poco a poco in lei stessa ogni fiducia nell’opera propria, avrebbe dovuto comportarsi verso di essa come si è comportato […] Ed ecco: questi magistrati che sono la voce vivente della legge e la incarnata permanente riaffermazione dell’autorità dello Stato, si accorgono che lo Stato agisce talora come se fosse il loro più aperto nemico: sentono che, se vogliono seguitare a render giustizia, devono farlo, più che in nome dello Stato, a dispetto dello Stato, il quale incarnato nel Governo, fa di tutto per neutralizzare, per corrompere, per screditare, per rendere incerta e poco seria l’opera loro”.

 

 

 

 

 

Intervista a Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (parte 1)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Mario Fresa è un magistrato della Repubblica italiana, nato a Roma il 22 settembre 1961. Entrato in magistratura il 22 dicembre 1987, è stato Pretore civile a Rieti e poi a Roma. Ha svolto poi le funzioni di magistrato addetto alla segreteria del CSM dal dicembre 1995 al giugno 2001, all’ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione, dove ha svolto anche l’incarico di referente informatico presso la stessa Corte. Da sempre impegnato nell’Associazione Nazionale Magistrati, ha aderito al Movimento per la Giustizia sin dal 1988 ed ha svolto per diversi anni l’incarico di segretario del distretto romano. Nel 2003 è stato eletto nel Comitato Direttivo Centrale dell’ANM. Dal 2006 al 2010 è stato componente del CSM, ove ha svolto anche le funzioni di giudice della Sezione Disciplinare. E’ autore del libro “La responsabilità disciplinare nelle carriere magistratuali”. Attualmente svolge funzioni requirenti quale Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.[/stextbox]

 Cosa significa per Lei essere un magistrato?

Essere magistrato significa, anzitutto, attuare quotidianamente e con coerenza quei valori ai quali si è giurata fedeltà al momento dell’ingresso in magistratura. Attuare dunque i principi della Costituzione della Repubblica Italiana, che devono essere coniugati – in una dimensione europea da tempo recepita nel nostro ordinamento – con le norme dell’Unione Europea e quelle della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il magistrato contemporaneo, lungi dall’essere semplice “bouche de loi”, deve essere il vero e autentico custode di quei valori per i quali ha giurato fedeltà e, nel contrasto eventuale tra leggi positive e valori costituzionali, convenzionali ed euro-unitari, deve dare la prevalenza a questi ultimi, un po’ come Antigone fece applicando gli “αγραπτα νομιμα”, le consuetudini ritenute di origine divina, e disapplicando il “νομος”, la legge positiva del re Creonte.

Per far questo il magistrato non può astrarsi dalla società in cui vive, ma deve invece calarsi in essa, per essere in grado di interpretare le leggi garantendo la tutela dei diritti di tutti i cittadini, in egual misura, attraverso un continuo, difficile e mutevole raffronto con i diversi principi fondamentali, raffronto che può portare ad una delicata operazione di bilanciamento dei diversi ed a volte contrapposti valori in gioco. Questa operazione può portare, certo, a molteplici, legittime opzioni interpretative tra i diversi giudici dei tribunali e delle Corti d’Appello e tra questi ed i giudici della Corte di Cassazione, ma questa eventualità – se riportata nell’ambito fisiologico, evitando le interpretazioni abnormi e confidando nel buon esercizio della cosiddetta attività di nomofilachia della corte di cassazione (cioè nell’elaborazione di quei principi di diritto autorevoli ed al tempo stesso convincenti, in ciò assicurando una tendenziale unitarietà del diritto) – la considero un bene per la giurisdizione e per la stessa tenuta della democrazia del nostro Paese. Si, perché l’interpretazione delle leggi attraverso il consapevole bilanciamento dei diversi valori in gioco (il principio di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e le pari opportunità, la tutela dei lavoratori e l’iniziativa economica, il diritto alla salute ed alla libertà di autodeterminazione, la libertà di manifestazione di pensiero ed i doveri di riserbo, ecc.) rende il diritto più vicino ai cittadini e limita il distacco tra l’Auctoritas  ed il comune sentire degli uomini, destinato ad evolversi nel tempo e, sicuramente, più velocemente di quanto non facciano le leggi stesse.

Cosa si deve intendere al giorno d’oggi, a Suo parere, con l’espressione “ bravo magistrato”?

Un bravo magistrato è colui che riesce a far ciò, in maniera imparziale e indipendente ed al contempo in modo moderno, aperto alle esigenze di efficienza del terzo millennio e della società della globalizzazione, – come ha affermato diversi anni fa un mio collega “prestato” alla politica, Elvio Fassone, in occasione della presentazione di un suo disegno di legge sulle verifiche di professionalità dei magistrati – laborioso, ma non attento soltanto a fare statistica; capace di ascoltare, più che di esprimere subito le sue convinzioni; portatore di opinioni, anche ferme, ma disposto a cambiarle dopo avere ascoltato; osservante del codice deontologico non meno dei quattro codici; prudente nel discostarsi da ciò che è consolidato, ma coraggioso nel sottoporre a verifica ciò che è pacifico; consapevole che ogni fascicolo non è una “pratica”, ma un destino umano; paziente nell’approfondire, indipendente nel giudicare, rispettoso nel trattare.

Un magistrato di tal genere, a mio parere, è un magistrato che, con riferimento alla famosa metafora del Calamandrei, della bilancia che porta in un piatto due grossi volumi e nell’altro una rosa (da un lato le leggi e la dottrina e dall’altro il costume degli uomini che hanno il compito di far funzionare quelle leggi), riesce a far pendere la Giustizia dalla parte della rosa.

Lei ha ricoperto ruoli molto importanti durante la sua carriera di magistrato, a cominciare dall’esser stato eletto membro del Consiglio Superiore della Magistratura fino al recente incarico di Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. Cosa ha segnato maggiormente e come può sintetizzare, dal punto di vista professionale, la Sua esperienza al CSM?

L’attività giurisdizionale, se rettamente intesa non come esercizio di un potere personale, ma come esercizio di un servizio a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, è una professione capace di fornire immense soddisfazioni. Fare Giustizia, nel senso più autentico del termine, e cioè reintegrare o risarcire nei diritti lesi chi abbia subito una ingiusta violazione di regole e, al contempo, punire o sanzionare chi quelle regole, penali o civili, abbia ingiustamente violato, significa essere compartecipi di ciò che il Costituente ha voluto realizzare nel lontano 1948, all’indomani del ventennio fascista e di una tragica guerra che aveva sparso tanto sangue in terra italiana. Ed il costituente, nel prevedere forti garanzie per l’esercizio autonomo e indipendente del potere giurisdizionale, ha voluto preservarlo – nell’esclusivo interesse dei cittadini a veder assicurato il diritto all’eguaglianza dinanzi alla legge – da possibili attacchi, provenienti non solo dall’esterno e, in particolare, dagli altri poteri dello Stato (legislativo ed esecutivo), ma anche dall’interno della stessa magistratura. E’ per questo che la nostra Costituzione ha previsto che i magistrati si distinguono solo per funzioni, evitando con ciò possibili gerarchie all’interno del corpus magistratuale e possibili interferenze interne all’esercizio delle funzioni giudiziarie.

Oggi, che svolgo le funzioni di sostituto procuratore generale presso la corte di cassazione, non per questo svolgo funzioni sovraordinate rispetto a quelle che svolgevo da giudice-ragazzino e pretore, più di venti anni fa, in una piccola città di provincia. Giovanni Falcone, in una storica relazione tenuta a Milano nel lontano novembre 1988, affermò a ragione che non esiste il mestiere del giudice, ma esistono i mestieri dei giudici e che ciascuna funzione svolta è parimenti delicata perché incide direttamente sulla vita dei cittadini. I cittadini del resto hanno diritto non al miglior giudice possibile, ma ad un giudice (e ovviamente ad un pubblico ministero) attrezzato e attitudinalmente idoneo a risolvere la specifica questione giuridica. Per questo posso dire che tutti i “mestieri” che ho svolto hanno nella stessa misura segnato la mia formazione professionale.

Non posso negare, però, che l’essere stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura nel quadriennio 2006/2010, e cioè aver fatto parte dell’organo che la Costituzione ha appositamente previsto per il governo autonomo della magistratura (con ciò intendendo sottrarre l’esercizio del potere giurisdizionale alle influenze della politica e dei partiti), ha segnato fortemente la mia vita professionale.

Il CSM è l’organo preposto ad assicurare alla giurisdizione e ai magistrati che la esercitano autonomia e indipendenza da ogni altro potere. Ma è anche l’organo che deve assicurare ai cittadini il buon funzionamento della giustizia e la professionalità dei magistrati. Quindi il CSM, come ha il dovere di tutelare i magistrati lesi nella loro autonomia e indipendenza di giudizio, ha anche il compito di intervenire nelle situazioni determinate da gravi cadute di professionalità nell’esercizio delle funzioni. La tutela dei magistrati lesi nell’esercizio delle funzioni e l’intervento nei casi in cui la giurisdizione perde credibilità a causa di comportamenti scorretti sono due facce della stessa medaglia.

Nella mia recente esperienza mi sono sempre battuto perché queste prerogative del CSM fossero in egual misura assicurate. Ho ad esempio contributo alla deliberazione di diverse pratiche a tutela della giurisdizione dai continui attacchi e denigrazioni del Presidente del Consiglio, ma ho pure contribuito a sanzionare magistrati, anche famosi, perché si erano resi protagonisti di gravi cadute di professionalità.

Non sempre però molti componenti del CSM hanno avuto la stessa sensibilità sul fronte, per così dire, interno. Ancora oggi, non sono superate vecchie concezioni corporative tese a difendere il collega sempre e comunque, anche quando sbaglia. Salvo, a volte, a prenderne le distanze quando poi le questioni acquistano rilevanza pubblica e mediatica (P3, P4, ecc.). Per non parlare di quando si devono verificare in comparazione più professionalità al fine di conferire importanti incarichi direttivi. Qui, la conoscenza diretta o indiretta del singolo candidato o, a volte, pregiudizi ideologici, giocano ancora un ruolo negativo che determina una grave caduta di immagine dell’organo di governo autonomo. E sono fattori che hanno indotto talvolta persino il Capo dello Stato – che il CSM presiede – ad intervenire stigmatizzando queste patologie.

Ecco, a mio parere il CSM potrebbe fare molto di più su questo aspetto. Non si può essere credibili quando si interviene a tutela dei magistrati lesi nell’indipendenza se al contempo non si è rigorosi e scrupolosi nel valutare la loro professionalità, tanto ai fini del conferimento di importanti incarichi, quanto ai fini di eventuali sanzioni disciplinari.

Quando era in carica al CSM Lei era membro della sezione disciplinare, sede deputata all’applicazione delle sanzioni nei confronti dei magistrati. Quali sono le sanzioni in cui possono incorrere i magistrati in caso di fatti commessi durante l’esercizio della propria funzione?

La riforma legislativa del 2006, che ha tipizzato le singole fattispecie di illecito disciplinare per fatti commessi sia nell’esercizio delle funzioni sia al di fuori dell’esercizio delle funzioni, prevede ora le seguenti sanzioni per il magistrato che viola i suoi doveri: 1) l’ammonimento, che è la sanzione più lieve e si risolve in un semplice richiamo all’osservanza, da parte del magistrato, dei suoi doveri, in rapporto all’illecito commesso; 2) la censura, che è una dichiarazione formale di biasimo; 3) la perdita di anzianità nel ruolo, prevista da un minimo di due mesi ad un massimo di due anni, che si riflette in un ritardo nella progressione economica e di carriera del magistrato; 4) la temporanea incapacità ad esercitare un incarico direttivo o semidirettivo, per un periodo che può andare da sei mesi a due anni; 5) la sospensione dalle funzioni, che consiste nell’allontanamento dalle funzioni esercitate, con la sospensione dello stipendio entro limiti dipendenti dalla classe economica in cui è collocato il magistrato per effetto della sua anzianità; 6) la rimozione, che è la sanzione più grave e determina la cessazione del rapporto di servizio.

E qual è il rapporto tra gli illeciti penali e quelli disciplinari commessi da un magistrato?

Il magistrato, come ogni altro cittadino, può rendersi responsabile di reati, commessi sia nell’esercizio delle funzioni, sia al di fuori delle funzioni. Anche un atto o un provvedimento giurisdizionale, dunque, possono essere strumenti di commissione di reati (abuso d’ufficio, interesse privato in atto d’ufficio, corruzione, ecc.). In questi casi il magistrato utilizza la giurisdizione a fini propri, privati e diversi da quelli istituzionali, di tutela della collettività o, comunque, dei diritti soggettivi delle parti in causa e la responsabilità penale concorre con quella disciplinare.

Si pongono quindi complicati problemi di rapporti tra le diverse tipologie di illeciti, che si riflettono, ad esempio, sulla possibile sospensione del procedimento disciplinare ogni qualvolta sia esercitata l’azione penale per lo stesso fatto, sino all’esito del giudicato penale. Paradossalmente, l’efficacia della giustizia disciplinare che si sta dimostrando agile strumento di repressione di gravi cadute di professionalità può essere vanificata, nei casi più gravi, proprio dal concorrente ed a volte pregiudiziale procedimento penale, che può giungere dopo anni alla definitiva conclusione. In questi casi, o si assiste ad una possibile “fuga” dalla giurisdizione, mediante le dimissioni del magistrato o, in mancanza dei presupposti per l’adozione della misura cautelare della sospensione dalle funzioni, si espone per anni la collettività all’esercizio della giurisdizione da parte di un magistrato-imputato, con perdita della credibilità del magistrato stesso e con grave discredito dell’istituzione giudiziaria.

Parlando in termini pratici qual è oggi il rapporto tra la politica e la magistratura?

In un Paese “normale” il rapporto tra politica e magistratura dovrebbe essere la conseguenza del noto principio della ripartizione di attribuzioni tra i diversi poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario). Vorrei chiarire che si fa confusione quando si nega l’esistenza, nel nostro ordinamento, del potere giudiziario. Se la magistratura, nel suo complesso, non è un potere, ma – per dettato costituzionale – un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ogni singolo magistrato, nel momento in cui rende giustizia in nome del popolo italiano, esercita un potere dello Stato.

I problemi sorgono, per un verso, quando una buona parte della politica – da sempre non incline a subire un efficace controllo di legalità – si rende intollerante verso le decisioni giurisdizionali non gradite e denigra, delegittima dinanzi all’opinione pubblica i magistrati che si sono resi responsabili di decisioni non gradite, o la magistratura nel suo complesso; per altro verso, quando alcuni magistrati protagonisti violano i doveri di riserbo o correttezza, utilizzando il potere giudiziario a scopo di notorietà, propaganda o altro.

Pur quando non si giunga ai veri e propri conflitti di attribuzioni tra poteri dello Stato, che vengono decisi dalla Corte Costituzionale e che rappresentano, per fortuna, un numero limitato di casi, oggi il rapporto tra politica e magistratura è particolarmente inquinato e si caratterizza spesso per la “personalizzazione” delle vicende giudiziarie che porta, a volte, il potere esecutivo ed il potere legislativo ad emettere veri e propri provvedimenti legislativi “ad personam”, onde evitare non solo il ripetersi in futuro di scomode inchieste giudiziarie, ma addirittura la paralisi dei processi in corso.

E’ questa una anomalia tutta italiana, che in Europa ed in altre parti del mondo viene biasimata e condannata. I principi del rispetto reciproco dei diversi ruoli e dell’equilibrato bilanciamento tra poteri dello Stato, e tra questi e le cosiddette Istituzioni di garanzia (il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, ecc.) è infatti il pilastro imprescindibile di ogni moderna democrazia.

I magistrati sono effettivamente autonomi e indipendenti, come d’altronde prescrive la nostra Costituzione, oppure esiste una qualche interferenza inevitabile con il Governo o con il Parlamento?

L’autonomia e indipendenza di ciascun magistrato dipende, ovviamente, dalla coscienza e dalla sensibilità del singolo nell’esercizio delle funzioni. Come detto precedentemente, un magistrato che si riveli in concreto non indipendente può rendersi responsabile di reati penali od illeciti disciplinari, in relazione ai quali sono auspicabili severe sanzioni.

Sul piano disciplinare, sembra opportuno richiamare le norme che, a presidio dell’indipendenza e imparzialità del magistrato, prevedono: a) il divieto di partecipazione ad associazioni segrete o i cui vincoli sono oggettivamente incompatibili con l’esercizio delle funzioni; b) il divieto di coinvolgimento nelle attività di soggetti operanti nel settore economico o finanziario che possono compromettere anche solo l’immagine del magistrato; c) il divieto di iscrizione o partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici.

Dunque, il magistrato non può occuparsi in modo attivo e continuativo di politica. La presenza di magistrati fuori ruolo per mandato parlamentare o per altri incarichi che comunque rivestono responsabilità politiche sembra dunque una contraddizione in termini. Eppure è una realtà. Una realtà che, vorrei sottolineare, riguarda ogni orientamento politico. Non esistono toghe rosse o toghe nere. Esistono toghe che si vestono e si svestono con troppa disinvoltura. Da tempo, l’ANM chiede ai politici una legge che impedisca la commistione tra politica e magistratura, limitando al tempo stesso le interferenze tra le ragioni della politica e le ragioni della giustizia. A mio parere, sul punto, sarebbe sufficiente la previsione secondo la quale un magistrato che entri in politica, una volta cessato il mandato, non possa più rientrare nel ruolo della magistratura. Infatti, il punto dolente non mi pare quello di limitare i diritti politici del magistrato che, come ogni altro cittadino, può anche compiere la scelta di passare a svolgere attività politica. Mi pare piuttosto quello di garantire che questa scelta, una volta effettuata, sia irreversibile e segni una scissione definitiva, sincronica e diacronica, tra attività giurisdizionale e attività politica. Perché scarse garanzie di imparzialità possono avere coloro i quali, dopo aver svolto attivamente e continuativamente attività politica, tornino poi alla giurisdizione.

PD: Partito Democratico o Premiata Ditta?

La serietà della crisi economica e le sue ripercussioni sulla disastrata situazione italiana stanno ulteriormente aggravando la caduta di consensi per la maggioranza. Con un governo in debito d’ossigeno e aggrappato a equilibrismi politici estemporanei, un’opposizione normale di un qualsiasi paese democratico avrebbe buon gioco a incamerare i favori della popolazione, stanca e delusa dall’incapacità e dalla miopia della classe dirigente. Un’opposizione normale, appunto. Di una tale entità in Italia mancano le tracce. Tralasciando il ruolo dei due partiti-spalla, IdV e SEL, la principale forza politica del centro-sinistra, il Partito Democratico, appare preda di sé stessa e delle sue congenite tendenze masochistiche.
L’apertura di un’indagine a carico dell’ex-ministro Scajola (ci chiediamo se di questo, almeno, sia consapevole) è quasi oscurata dall’altrettanto incresciosa vicenda legata a colui che fino a pochi giorni fa era l’uomo forte del PD lombardo e il braccio destro del segretario del PD Bersani, Filippo Penati. I dettagli che stanno emergendo, e che minacciano di scatenare un precipitoso effetto domino all’interno del partito, disegnano un sistema di malaffare che sembra uscito dalle cronache giudiziarie dei primi anni novanta. Al livello politico, quello che lascia interdetti è l’assoluta mancanza di trasparenza e di chiarezza da parte dell’establishment del partito. Le stesse persone che, giustamente, mostravano indignazione e cavalcavano (non troppo, a dire il vero) le malefatte del premier, adesso balbettano frasi di circostanza di fronte ai microfoni. Una forza politica che intenda anche solo fingere di essere affidabile non può in alcun modo permettersi il lusso di far trascorrere dei giorni prima che il segretario prenda una posizione netta nei confronti del ricorso alla prescrizione da parte di un papavero del gruppo dirigente. Se è vero che la rinuncia alla prescrizione è una scelta personale, il pronunciamento di un partito nei riguardi di un principio alla base di una sana etica pubblica non è un optional. Tanto più in un paese come l’Italia, in cui, purtroppo, il rispetto della legge si configura ogni giorno di più come una virtù anziché come un requisito di base. Il susseguirsi di cinquant’anni di inciuci all’ombra della balena bianca e del ventennio berlusconiano, inframezzati dalla debitamente accantonata parentesi di Tangentopoli, pesano come un macigno sulla credibilità di chiunque si presenti sulla scena politica. Nell’attesa di nuovi sviluppi che illuminino più chiaramente la faccenda, le colpe di Penati non possono ricadere su tutto il partito, ma la responsabilità politica di chi lo ha spinto in alto nella gerarchia di potere interna non può essere accantonata. Anche quando Bersani non fosse a conoscenza di quanto succedeva, la folgorante carriera di questo dirigente evidenzia una totale mancanza di meccanismi che garantiscano la trasparenza e l’onestà di chi, in prospettiva, si candida ad occupare ruoli di potere nelle istituzioni. Con una sana dose di cinismo politico, il partito avrebbe comunque potuto, se non approfittare della situazione, quantomeno rigirare la frittata, mostrandosi compatto su posizioni di assoluto rigore. Prendiamo atto delle rapide dimissioni di Penati dai suoi incarichi istituzionali e della sua decisione di rinunciare alla prescrizione (almeno stando alle dichiarazioni), tardivamente auspicata dalla maggior parte dei pezzi grossi del PD. Tuttavia l’indecisione e il ritardo dimostrati nel rigettare qualunque sospetto di complicità non contribuiscono di certo a rafforzare la fiducia da parte dell’opinione pubblica.

Il caso Penati non è l’unica spina nel fianco. La cronica capacità del PD di non intercettare la volontà e gli umori della sua stessa base elettorale contribuisce ad aggravare lo stato confusionale, come dimostra un altro tema all’ordine del giorno, squisitamente politico: la raccolta firme per il referendum abrogativo del porcellum, la vergognosa legge elettorale in vigore, scritta da Calderoli e da lui stesso chiamata “porcata”. Tutto il centro-sinistra, PD compreso, esprime da tempo l’intenzione di abrogarla e procedere al varo di una nuova legge che garantisca almeno un minimo di democraticità alle prossime elezioni. Non appena, però, un’iniziativa di alcuni “prodiani”(con Arturo Parisi in testa) apre la prospettiva di promuovere un referendum per cancellare l’assurdo meccanismo di nomina dei parlamentari e tornare temporaneamente al mattarellum, nella speranza che il prossimo Parlamento partorisca un provvedimento migliore, ecco che ciò che era logico diventa tutt’altro che scontato. In assenza, come al solito, di una presa di posizione netta del partito (che non può che essere favorevole), vari nomi importanti dell’establishment del PD aggiungono il loro nome alla raccolta firme in maniera del tutto soggettiva, ma non per questo meno “pesante”, seguendo l’esempio del fondatore, Romano Prodi. Di fronte a un fatto compiuto, anziché ratificare, seppur tardivamente, la decisione apparentemente maggioritaria, il segretario sfodera un capolavoro politico racchiuso nella seguente dichiarazione: “Io non firmo. […] Appoggio l’iniziativa, ma non la sottoscrivo perché quella elettorale è una legge che deve passare dal Parlamento”. Dietro la scelta di Bersani non può non esserci una corrente del partito che evidentemente preferisce non sporcarsi le mani facendo opposizione sul campo, convinta di poter agire a livelli più “nobili”, e che considera più proficuo il corteggiamento verso altre forze politiche che la sintonia con il proprio elettorato. Inutile far notare, infatti, come questa decisione sia perfettamente il contrario di ciò che potrebbe avvicinare il PD all’enorme bacino potenziale di elettori che sarebbero pronti a concedere il proprio voto, ma che, al contrario dei dirigenti democratici, hanno le idee chiarissime.

 

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