Polsodipuma – Il ballo dei pezzenti

Rispondete alla domanda: chi sta rubando la vostra fetta di gioia quotidiana? Non subito però, contate almeno fino a dieci e pensateci un po’, prima… Nonostante i dieci secondi e l’acuta riflessione, molti di voi si focalizzeranno, in maniera quasi immediata, su persone a loro prossime. Vicine, non però quanto ci si aspetterebbe: pochi in realtà hanno veri nemici, o persone che detestano in modo sincero e appassionato. In questa società dai sentimenti edulcorati non ci sono odii epici, l’oggetto di sfogo quotidiano è il vicino, quello poco conosciuto, magari solo intravisto, ma che ci ruba il posto in fila, la borsa di studio all’università, l’opportunità di un buon lavoro sottopagato.

Non è un caso che ciò accada: è bensì il risultato, cercato con insistenza e infine ottenuto, da chi ci governa e controlla i grandi mezzi di comunicazione. Le elite politiche e imprenditoriali hanno compreso da un bel po’ che non c’è niente di meglio che stornare l’odio politico e di classe da sé e convogliarlo verso i più poveri, gli ultimi, gli immigrati, quelli che hanno deciso di sedersi al banchetto della società italiana senza avere i requisiti per farlo. In alternativa, il secondo obiettivo siamo noi stessi, italiani di classe (più o meno) media che a vario titolo ci consideriamo invitati a un pranzo in cui non ci vengono servite le portate migliori, in un perfido gioco che ha meno piatti che posti a tavola. Basta lanciare di continuo l’esca, far credere che ogni giorno ci siano case popolari, farmaci gratuiti, posti negli asili nido, opportunità di lavoro sottratte da altri, qualcuno abboccherà.

Risultato: nonostante numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie quantifichino ogni giorno la quantità di denaro enorme sottratta alle case dello Stato da politici e imprenditori collusi, una larga parte dell’opinione pubblica identifica nelle persone della sua stessa classe sociale e non nelle elite economiche o nei politici i responsabili del declino economico e culturale della società italiana.

È il ballo dei pezzenti, la caccia allo straniero, con poveri che si accusano a vicenda di sottrarsi risorse, lo sgretolamento dell’idea stessa di comunità, la nascita di pulsioni autonomiste ridicole, come se separarsi e frammentarsi, in una corsa spasmodica verso l’infinitamente (politicamente) piccolo potesse bastare a salvare denaro, piuttosto che dissiparne ancora di più nella moltiplicazione delle poltrone e delle indennità.

È scomparsa la lotta di classe; lo spettro di inizio millennio sono i nemici della porta accanto, quelli che stanno peggio di noi, ma che possono vedere, nell’immaginario collettivo, le loro sorti risollevarsi grazie ad aiuti immeritati di uno Stato considerato iniquo. Nell’aumento dell’insicurezza e dell’odio sociale intraclassista, le elite che comandano in Italia sfruttano ogni giorno di più un salvacondotto che gli permette di continuare a curare i loro interessi privati nel disinteresse generale. L’opinione pubblica, distratta, è affannata a decifrare quale fetta dei loro magri stipendi sia rubata dai migranti, che infrangono quasi ogni giorno le chiglie dei loro barconi sugli scogli di Lampedusa.

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gli articoli di polsodipuma sono reperibili anche su polsodipuma.blogspot.com

Ballottaggi: il vento è cambiato

I risultati di questa seconda tornata elettorale, così importante e così sentita, sono ormai noti a tutti: Pisapia è il nuovo sindaco di Milano, De Magistris ha trionfato a Napoli.

Una sconfitta su tutti i fronti per il nostro Premier Silvio Berlusconi, che si aveva messo la sua faccia su queste elezioni, che si era giocato tutto, e che oggi si ritrova con una sconfitta totale. Primo fra tutti ovviamente Milano, il suo bastione, la sua fortezza. Il primo soffio di questo vento di cambiamento proviene dalla città che ha dato la fortuna a Berlusconi, la sua roccaforte. È da lì che due settimane fa si è innescato il meccanismo, che qualcosa nell’oliato e funzionale centrodestra ha cominciato ad incepparsi. A poco sono serviti gli attacchi diretti, l’alzare i toni, l’utilizzare un modo di fare politica che ha palesemente stancato gli italiani. Ed è da lì che parte quel vento che porta l’immenso cambiamento in tutto il Paese. Sta cominciando adesso, sta accadendo oggi, e noi siamo qui, tutti testimoni.

Napoli è una sorpresa ancora più grande da un certo punto di vista. Considerato il risultato alle regionali (dove il centrodestra vinse), pochi speravano veramente che ci potesse essere una vittoria del centrosinistra, soprattutto viste le immense difficoltà in cui versa la città da anni, probabilmente in parte anche per una cattiva gestione dei vari Bassolino – Iervolino. Ma il vento napoletano questa volta è armato da una voglia di libertà, di assoluto cambiamento e, soprattutto, di legalità. La speranza è immensa, ed è insita proprio in questo. Non sono servite a niente le promesse di condoni (vediamo se ora verranno comunque mantenute, io scommetterei il contrario) o di tasse sui rifiuti momentaneamente congelate. Di fronte ad una campagna che puntava su una legalità quantomeno latente, Napoli ha scelto un ex magistrato, un uomo dell’Italia dei Valori, e gli ha dato il 65% di preferenze. Una vittoria strabordante. Napoli ha voglia di cambiamento, i napoletani si sono stancati delle promesse mai mantenute, si sono stancati di essere considerati un problema dell’Italia.

Oggi i napoletani e i milanesi (in questo curioso connubio sancitosi dietro il vento del cambiamento) hanno detto all’Italia che si può cambiare, che la speranza non deve andare mai perduta, che le cose vanno male, e i cittadini hanno bisogno di altro. Oggi finisce un’epoca, il famoso “tappo” più volte citato da Paolo Mieli è saltato definitivamente, adesso è soltanto una questione di tempo.

Tante responsabilità nelle mani di Pisapia, forse ancora di più in quelle di De Magistris. Adesso tocca a loro, i cittadini il loro dovere lo hanno fatto, hanno urlato a piena voce che un’altra Italia è possibile, auspicata, desiderata. Oggi ricomincia tutto.

Chiudiamo questo breve editoriale riportando una dichiarazione di Marco Travaglio che ci è piaciuta molto: ‎“Nel momento della prova suprema, il nostro pensiero va a Silvio. A furia di evocare il cadavere del comunismo, ha finalmente portato un comunista a sindaco della sua città. A furia di chiedere un voto contro i magistrati, è riuscito a far eleggere un magistrato a sindaco di Napoli. Grazie Silvio, avanti così.”

Forse gli italiani non sono tutti deficienti, forse chi vota a sinistra non è così tanto un coglione o un pazzo, come più spesso detto nei giorni scorsi. Forse la gente ha la voglia concreta di un cambiamento. Pensaci Silvio.

Il vento del cambiamento ha cominciato a soffiare anche in Italia. E questo, a prescindere dalle libere idee di ognuno, è sempre un bene.

Pdl-Lega: per amore o per interesse

L’attività del governo è ultimamente concentrata su due materie: la gestione degli immigrati giunti a Lampedusa e la difesa a oltranza del premier dalle note vicende giudiziarie. L’aspetto interessante è che l’autorità sulle due materie sembra essere nettamente distinta fra le due principali componenti della maggioranza. La Lega, per la sua naturale vocazione e per il ruolo del ministro Maroni, si occupa della questione immigrazione, mentre il Pdl fa quadrato attorno a Silvio Berlusconi. A dire la verità gran parte dei papaveri del Popolo della Libertà non sono sulla ribalta, probabilmente troppo occupati nelle serrate rese dei conti interne al partito per la successione al capo. L’aria che tira, infatti, è quella di fine ciclo. Questa volta, se anche i processi non dovessero risultare in condanne definitive, Berlusconi non sembra in grado di ribaltare a suo favore la difficile situazione mediatica e c’è il rischio che abbia addirittura perso il tocco da Re Mida sull’elettorato vicino al centro-destra. Le elezioni degli ultimi 3-4 anni hanno visto crescere costantemente la quota leghista nella maggioranza anche a scapito dello stesso Pdl e il pericolo è che la prossima volta l’esito delle urne possa mettere in discussione il ruolo di leader indiscusso di Berlusconi.
A dire il vero anche la Lega, ultimamente, sta vivendo un periodo di fibrillazione. La caratteristica del partito di Bossi è sempre stata quella del partito di lotta e contestazione, anche in posizione di governo, cosa che è storicamente servita ad attirare il consenso del suo elettorato, giocando sul filo della xenofobia. Questo tratto mal si concilia con il dovere istituzionale di gestione dell’immigrazione, piuttosto che di contrasto, e potrebbe determinare confusione, se non malcontento, nella base del partito. In questa prospettiva è interpretabile la proposta volutamente esagerata di uscita dall’UE, avanzata da Maroni e sostenuta dagli altri leghisti. Per di più, la difesa di Berlusconi davanti alle numerose e pesanti accuse non giova all’immagine “dura e pura” del Carroccio, altro importante fattore di consenso nella storia del partito. In parole povere, senza una svolta plateale e netta, entrambi i compari rischiano di perderci. E qui arrivano le dolenti note. Da qui alla fine della legislatura si assisterà al solito crescendo di proposte di provvedimenti “epocali”, compatibilmente con le leggi ad personam (quelle, sì, vere) per la tutela del premier. È plausibile, però, che la prima vera svolta sarà anche la più importante, ossia la successione a Silvio Berlusconi. I giochi sono iniziati mesi fa e non fanno che infittirsi. È noto che Tremonti, con l’appoggio mai celato della Lega, stia lavorando per ipotecare il posto d’onore. I recenti sommovimenti nello scenario del capitalismo italiano, ancora appena all’inizio, rinforzano il ruolo del ministro dell’Economia, la cui figura, infatti, si profila sullo sfondo. Ma che succederebbe se alla fine la spuntasse un altro al posto di Tremonti? È di pochi giorni fa la notizia di una cena in un ristorante romano tra alcuni ministri ex Forza Italia (Alfano, Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, Carfagna, Fitto e Fazio), ufficialmente per riequilibrare la bilancia del partito nei confronti degli ex-AN. Insospettisce, per usare un eufemismo, l’assenza proprio di Tremonti. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che Berlusconi abbia già indicato Alfano come suo delfino, il clima di tutti contro tutti si fa palese.
Difficile che la Lega accetti di recitare ancora una volta il ruolo di alleato del partito del premier nel caso in cui le future elezioni politiche dovessero ancora favorire la coalizione.  Sempre che ci sia ancora una coalizione. Quello che unisce Lega e Pdl, in un post-Berlusconi, sarebbe paradossalmente l’isolamento del partito di Bossi in caso di mancato accordo. È improbabile immaginare un’alleanza Lega-Terzo Polo o Lega-PD, vista la divergenza di vedute su innumerevoli faccende e i precedenti scontri politici. Considerando anche le tendenze suicide di alcuni esponenti dell’opposizione, in particolare del PD, da escludere categoricamente restano solo le eventuali compresenze nello stesso cartello elettorale di Fini o Di Pietro con Bossi.
Per quanto riguarda il Pdl, l’unico possibile alleato alternativo alla Lega è il Terzo Polo, ma la presenza di Fini rende ancora una volta impraticabile l’idea.
In ogni caso, l’ipotesi più probabile è quella di partenza, ossia del mantenimento del patto fra Lega e Pdl, con un deciso apprezzamento dell’influenza “verde”. La prospettiva di rafforzare il potere di politici come Castelli e Calderoli sulle sorti del paese dovrebbe far storcere il naso a molti.
Lo scenario politico è troppo fluido per fare previsioni che vadano al di là della fantapolitica. Molto dipenderà dai risultati delle amministrative e dei referendum. Ancora una volta, per usare un’espressione ormai banale, gli ennesimi referendum su Berlusconi.

 

Meridiano Zero – Occasioni perse.

Mi viene da pensare che sia il periodo delle “occasioni perse”. In un momento di profonda crisi sociale, finanziaria e (di conseguenza) politica, si dovrebbe essere pronti a cogliere le poche palle pervenute al balzo e farne punti, per usare una metafora sportiva. E invece si dorme, si discute continuamente su Berlusconi, sulle sue frequentazioni, sui suoi festini, e il resto cade nel vuoto dell’indifferenza.
L’occasione di Fini è ormai persa. Non si è dimesso quando doveva dimettersi, quando giurò che l’avrebbe fatto se si fosse confermata la proprietà della casa di Montecarlo. Poteva essere l’occasione per far risaltare un profilo politico di integerrima onestà, invece dell’ennesimo politicante attaccato con le unghie e con i denti alla propria poltrona. Poteva essere una spallata importante al Governo, sicuramente avrebbe avuto la sua eco, avrebbe richiesto reazioni, da una parte e dall’altra. Invece il FLI si sta spaccando, disfacendo sotto le bordate di Berlusconi e gli interessi dei cosiddetti “responsabili”.
L’occasione della sinistra si è persa ormai da secoli. Appare sempre di più non pervenuta, immobile agli spunti offerti, con un Bersani sibillino, troppo intento a far la figura del politico che parla in punta di fioretto e che non batte i pugni quando ce n’è bisogno. Gli altri si organizzano come possono, cercando una poltrona per le prossime elezioni. L’unico vero “riformista” sembra Grillo, con le sue candidature popolari, ma è ancora secondo me troppo legato a un’immagine di comico macchietta che del politico pronto a vincere delle elezioni, a qualsiasi livello queste siano.
L’occasione di bella figura come politica estera si è persa quando si è accolto con le Frecce Tricolori quello che ora sta bombardando i dissidenti, che pure prima non è che fosse il ritratto del dittatore libertario, magari libertino. L’onu si prepara alle contromosse, Frattini si dissocia, Napolitano ammonisce, Obama minaccia. Intanto laggiù si continua a morire, nell’indifferenza generale, perché è facile schernirsi, ma poi, di concreto, non succede niente. Pochi ricordano l’eroico sacrificio delle Brigate Internazionali, quando negli anni 30 si riunirono in Spagna a sostegno dell’esercito repubblicano contro il Generale Franco. Altri tempi, altri luoghi, altri momenti forse. Cosa succederebbe oggi? Utopia?
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alieNazione: la minchiocrazia.

15 dicembre 1992: tangentopoli investe ufficialmente Bettino Craxi, con il primo avviso di garanzia emesso dalla procura di Milano.

29 aprile 1993: Craxi si presenta alla Camera dei deputati dichiarandosi in sostanza né più né meno colpevole di tutti gli altri. Le tangenti erano le fondamenta dell’intero sistema partitico, necessarie per le loro attività. La Camera nega l’autorizzazione a procedere.

30 aprile 1993: si tengono diversi cortei in tutta Italia per manifestare il dissenso e la riprovazione per la decisione della Camera. Pds, Msi e Lega nord i partiti dietro le proteste.  In coincidenza della fine del comizio del Pds a piazza Navona, una folla cominciò a confluire verso l’Hotel Raphael, residenza romana di Craxi. Egli uscendo dall’albergo, fu colpito da un fitto lancio di oggetti e di monetine, bersagliato di insulti e canti di sberleffo. Fu costretto a una vera e propria fuga.

18 maggio 1994:  Craxi , non essendo più parlamentare ed esposto al rischio di essere arrestato, fugge in Tunisia, a Hammamet. Ivi morirà il 19 gennaio di sei anni dopo.

Da quell’anno Berlusconi sale al governo a più riprese fino a oggi.  Caso unico nelle democrazie occidentali, un imprenditore titolare di tv, case editrici, giornali, negozi ottiene numerosi successi politici. Alla base dei suoi trionfi è la trasformazione della nostra società,  una società di consumatori teledipendenti. L’Italia è alimentata da continue divisioni culturali e politiche, che è capace di mettere da parte “all’italiana”, ad esempio per le partite di calcio. Ma soprattutto è il conformismo al pensiero liberista il filo conduttore che va da Nord a Sud. La mercificazione, essenza intellettuale, pietrifica qualsiasi cosa in denaro: paradossalmente anche l’aria che respiriamo ha un peso specifico economico, quando andiamo a comprare un’auto o un frigorifero.

Non ci deve meravigliare che il nostro paese, paese della moda, segua a sua volta una moda del momento. Il berlusconismo è una moda di massa da tanti anni, un po’ in crisi adesso che  la pressione dell’onta mondiale è palpabile. L’anti-berlusconismo è l’anti-moda più in auge del momento: si può sostenere che il no-b-day abbia segnato la linea di partenza. E ancora gli scandali di Berlusconi (e quindi egli stesso) sono gl’input alla manifestazione delle donne di domenica scorsa. Perché è vero che improvvisamente le donne si sono risvegliate dal sonno di decenni di malcostume italiano. La mercificazione della donna – le attuali e inquietanti parole di Sara Tommasi “sono imprenditrice di me stessa” inducono a una seria presa di coscienza –  non la scopriamo ora con Berlusconi, care donne. Questa ipocrisia di fondo è intollerabile. Avete concesso per anni e anni  a donne di posare nude in calendari, per soldi. La carnalità ha prevalso sulla spiritualità: non c’è più il necessario equilibrio per una vita di convivenza civile. Non c’è più fantasia, né talento, né pudore: per entrare nel mondo dello spettacolo non avete gridato, ma molto spesso chinato la testa… La pratica se è diffusa lo è proprio per questo. Dallo spettacolo, ad altri lavori: non mi meraviglierei neppure per un posticino da precario. Perché avete lasciato che i vostri corpi si piegassero alle logiche dell’opportunismo? Perché il culo di Ruby è diventato un oggetto? I calendari, gli spot, le foto e il “sex for success”  non vi hanno mai indignato in questi lunghissimi anni di berlusconismo? Non bisogna cercare un capro espiatorio, poiché in tal modo i fatti passano in oblio e ciò che è riemerso a galla, viene sommerso nel silenzio. Dopo Craxi, il “martire” di tangentopoli, si è continuato a rubare, e anche di più.

Ciò che svilisce il tema delicato delle donne è l’assenza di un dibattito serio. Non si può affrontare a colpi di foto e slogan un argomento così importante:  il riferimento è esplicito alle “minkioiniziative“* di Repubblica. Basta una posa, possibilmente artistica in bianco e nero o seppia, con uno slogan ridicolo, e  la protesta è servita. È o non è un meschino oltraggio all’intelligenza di voi donne? Il successo della manifestazione si spiega in parte con questa moda delle foto: le gallery di protesta – ah ah! – sono numerose, e su Facebook, in quella bella giornata di domenica di sole non mancano foto delle manifestazioni di volti sorridenti, festanti e, ancora una volta, in bella posa. A chi fate paura con “People have the power”?

Temi altrettanto importanti come il precariato non fanno moda nei salotti chic della sinistra. Ecco, perché non si fanno manifestazioni in tal senso? Il povero precario è triste, non fa una moda di tendenza e fa comodo anche alla sinistra. La fenomenologia del popolo viola e della protesta delle donne sono quindi propri di un conformismo speculare al berlusconismo: ossia di idee vuote del populismo, privi di essenza sostanziale. Berlusconi chissà se cadrà, ma noi poveri italiani siamo sottoposti allo sberleffo di tutto il mondo. Indelebile. Ma le minkiate*, si sa, vanno di moda e fanno successo.

*minkiocrazia, minkioiniziative: la “k” è ormai un fattore estetico-ortografico ben conosciuto e, per quanto osceno e deprimente, rende bene l’idea di una cultura e di una generazione. Nel nostro utilizzo, lo intendiamo derivante dal neologismo “bimbominkia”.

La dignità scende in piazza

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.

Rileggendo Accabadora

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi!

Vi presentiamo Silvana Cerruti. All’interno dello SPI CGIL si occupa del  coordinamento donne pensionate e di Laboratori sulla memoria per rendere fruibili i ricordi degli anziani alle nuove generazioni. Uno dei suoi progetti “Il Laboratori delle memorie al femminile” ha vinto il premio Generazioni indetto da Liberetà mensile dello SPI CGIL . Il libro che raccoglie le  memorie si intitola “La guerra all’improvviso”.

L’articolo che state per leggere è una riflessione sul libro Accabadora, scaturita da una rilettura fatta una domenica pomeriggio….[/stextbox]

Michela Murgia, autrice dello splendido romanzo d’esordio Accabadora (Einaudi) ha vinto il Premio Campiello 2010, con 119 voti su 300.

Accabadora. ‘Acabar’, in spagnolo, significa finire. E in sardo accabadora è colei che finisce. Maria, bambina, vive in casa dell’anziana sarta Tzia Bonaria Urrai e tutti sanno a Soreni che, pur non essendo parenti, la piccola è destinata diventare la sua erede. Maria è spaventata dalle uscite notturne della vecchia vestita di nero, ma capirà che la sua è una pazienza quasi millenaria delle cose della vita e della morte. Il suo compito è quello di entrare nelle case per portare una morte pietosa: il gesto finale e amorevole dell’accabadora, l’ultima madre.[1]

Rileggo Accabadora. Ne voglio discutere con un gruppo di pensionate al “Posto delle fragole” di Riccione, il luogo in cui si incontra il coordinamento donne dello SPI.

Eutanasia –  testamento biologico – Eluana… sono rimasta folgorata quando ho capito la missione  di  Tzia Bonaria. Per questo desidero condurre una discussione sull’argomento e su tutte le implicazioni morali, etiche e sociali  che lo caratterizzano, partendo proprio da questo libro e aiutata dalla scrittura asciutta e incisiva di una grande Michela Murgia.

Continuare a occuparci dei grandi temi che dividono la politica  è indispensabile, e soprattutto non si deve fare l’errore di accantonarli  per seguire lo sfarfallìo mediatico del momento.

Prendo appunti perché  una parte di me rilegge il libro e l’altra continua a essere impantanata nello schifo dell’attualità che mi assedia, ed ecco a pagina 11 i pensieri si confondo e si uniscono:

Maria, ragazzina osserva in silenzio Tzia Bonaria che ufficialmente sembra faccia la sarta. Sta prendendo le misure a un uomo considerato importante, che è giunto accompagnato da una ragazzina:

“Tzia Bonaria non si lasciò impressionare e misurò Boriccu Silai con la cura che usava sempre, osservandogli le forme sotto la cintura con l’occhio esperto di chi dal poco capisce tutto.

–          Da che parte lo portate? – chiese alla fine secondo l’usanza dei sarti minuziosi, guardandogli la patta. Lui si voltò verso la ragazzina appoggiata al muro facendo un cenno con la testa.

–          A sinistra, – rispose  per lui…”

In silenzio la donna si alza e con fermezza, adducendo troppo lavoro lo manda da un’altra sarta. E conclude:  “Che vadano in malora, un lavoro perso… Ma di certe cose la misura esatta è meglio non conoscerla, Maria. Hai capito?”

Integrità morale? Dignità? Rettitudine? Non so che termine usare per descrivere questo atteggiamento, sono termini in rottamazione, non si usano più, mi rimane “disgusto”. Il disgusto può aiutarci a prendere le distanze dal malcostume, a scatenare una sana indignazione nei confronti di persone o situazioni che sono assunte al ruolo di normalità.

Michela Murgia

E non penso solo ai fatti di questi giorni, alla pochezza di un uomo, alle donne politiche che si ostinano a difendere un vecchio patetico satrapo. Penso a quella che viene considerata normalità: ai programmi in cui nei flash dello zapping intravedo vecchie signore svestite di paillettes che sculettano per accalappiare altrettanto vecchi signori, ragazze che furiosamente cercano di attirare l’attenzione di qualche giovane seduto su un trono, giovani donne che vestite da un filo interdentale  aiutano aitanti presentatori, bambini allo sbaraglio trasformati in maschere di se stessi per imitare cantanti famosi.

Cosa è accaduto al nostro paese, a una parte del popolo italiano?

Ritorno alle parole di Michela Murgia a pagina 62, Nicola per farsi giustizia da solo nei confronti di un vicino di casa che gli ha spostato i confini, dà fuoco al raccolto, ma mentre scappa un colpo di fucile lo raggiunge.

Otto testimoni  confermano che si è trattato di un incidente di caccia, il maresciallo dei carabinieri non ci crede ma : “Ci sono posti dove la verità e il parere della maggioranza sono due concetti sovrapponibili, e in quella misteriosa geografia del consenso, Soreni era una piccola capitale morale. Il verbale fu scritto, firmato e archiviato…”

La verità e il parere della maggioranza sono due concetti sovrapponibili, appunto.

Questo è diventato un paese dove una buona parte delle persone non ha ascolto, non ha senso critico, non è obiettiva e  se la prende con il dito di chi  indica loro la palude di malcostume che sta avanzando lentamente ma inesorabilmente sospinta dalla quotidiana insinuazione di quali siano i nuovi valori: l’apparire, il lusso, la sfrontatezza, l’impudenza, la menzogna.

Per uscirne dobbiamo alzare lo sguardo al di là dei nostri  orizzonti limitati dalla pressione mediatica manipolata, riprenderci la nostra dignità, darle voce  e fare ascoltare il  dissenso per spronare quelli che si dicono “politici” a creare una vera alternativa concreta e costruttiva e  vincere il timore di farsi carico delle proprie responsabilità.


[1] Accabadora di Michela Murgiahttp://www.Il messaggero.it

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Meridiano Zero – La nave Italia affonda.

Ci si è completamente dimenticati del popolo. Noi stessi, cittadini con un’opinione, ormai nicchiamo, facciamo spallucce, perché “tanto è così”, perché il mondo gira in questo modo e che ci vuoi fare, perché loro sono i potenti e noi solo pecore e via così.

Il popolo è sovrano di questa nazione e pare che se ne siano dimenticati tutti, dai politici che non eleggiamo più direttamente (e così ecco le veline e le pompinare in parlamento) al popolo stesso che non rivendica ciò che è suo.

Un Governo, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, ha tutto il diritto di fare il suo lavoro e in linea generale non apprezzo i criticoni del primo giorno. Sono liberale in questo. Ma quando un Governo implode su sé stesso e inizia a perdere i pezzi, e a cedere, a dire “non è più sostenibile” è pure uno come Fini, è lampante che sia l’ora di schiacciare forte sul tasto reset e fare tabula rasa di quel che rimane; invece il Parlamento viene usato trasversalmente come il giardino di casa propria, da destra a sinistra: è assurdo che Napolitano (ex comunista e mai stato simpatizzante di Berlusconi) si appelli al dovere istituzionale del presidente della Camera (un mese fa) per far votare la sfiducia oggi, dando tutto il tempo a Berlusconi per fare i conti necessari a strappare un 314 a 311 con 2 astenuti; è diventata un’oligarchia che si rimbalza il joystick del paese, un po’ a me e un po’ a te e tutti contenti e i franchi tiratori (in questo caso con fucili caricati a salve) a pararsi il culo (http://www.domenicoscilipoti.it/ già online le motivazioni del voto di fiducia, non male per un sito normale) e a pienarsi le tasche a suon di consulenze da 100.000 euro.

E ora? Passerà Natale, ma il Governo non ha i numeri per governare seriamente e, esattamente come 16 anni, è tenuto per le palle da Bossi che avrà carta bianca prima di far staccare la spina al moribondo.

E’ una nave che sta affondando e io, onestamente, vorrei tanto scendere.

La politica è morta.

Tre voti. Tre voti che hanno ancora una volta confermato il signor B, il nostro Imperatore Maximo, a capo del nostro governo. Una maggioranza che stenta a resistere a questo voto di fiducia, ma ci riesce, seppur comprando voti qua e là da personaggi di dubbio spessore politico e umano, che da totali sconosciuti hanno guadagnato il loro quarto d’ora di popolarità (e probabilmente anche qualche altro tornaconto personale) e hanno consegnato ancora una volta il paese in mano ad un governo che finora si è dimostrato fallimentare sotto tantissimi punti di vista.

Un Paese ormai allo sbando, una popolazione che non ce la fa più, stretta nella morsa della crisi, della disoccupazione, del precariato, della riforma dell’Istruzione che distrugge il nostro futuro. I giovani picchiati a Roma dai poliziotti che non si rendono conto che la manifestazione di protesta è stata fatta anche per loro, che quei ragazzi sono i loro figli e figlie, i loro fratelli e sorelle; quegli stessi poliziotti che proprio qualche giorno fa manifestavano ad Arcore per i tagli che questo governicchio di nani e ballerine stipendiati ha perpetrato ai danni delle forze dell’ordine. E si assiste ai paradossi più assurdi: la politica rinchiusa nel palazzo d’ebano a votare per il futuro della gente comune, barricata, protetta, nascosta. Nel frattempo i ragazzi per strada e le forze dell’ordine dall’altra che si fronteggiano, fratelli coltelli. Senza parlare dei presunti infiltrati nelle fasce più estremiste e rissose dei manifestanti (che è bene ricordare essere composti per la stragrande maggioranza da semplicissimi studenti), come si evince da questo articolo del Post Viola, su cui ognuno può trarre le proprie conclusioni a riguardo. Insomma, un presunto infiltrato picchia (fa finta?) un finanziere, che viene salvato dall’ennesimo finanziere, e non si capisce più chi sta con chi, tra abiti civili, divise e infiltrati. E alla fine tornano tutti amici e non si capisce più dove sono i manifestanti… il festival del paradosso insomma (senza contare la simpaticissima pistola brandita che per fortuna non ha esploso nessun colpo). AGGIORNAMENTO 16/12/2010: Come riportato anche da ilfattoquotidiano.it in questo articolo, pare che “l’uomo con la pala” fosse in effetti un manifestante e non un infiltrato. Per completezza e correttezza lo segnaliamo anche noi. Era in effetti un violento che ha sottratto manganello e manette al finanziere pestato.

Scene di guerriglia urbana, una Roma distrutta, il dubbio imperante che tutto sia stato organizzato per far succedere gli scontri, la pazienza portata allo stremo. E la cosa più triste di tutte è che le due frange di questa inutile e maledetta guerriglia urbana dovrebbero stare dalla stessa parte, mentre il bel circo della politica se la gode nel palazzo, un palazzo che non ha più alcun valore per molti, dove il voto si compra con qualche favore o qualche spicciolo, dove la parola “dimissioni” è stata dimenticata nelle pieghe dello spazio-tempo, dove i politici rissosi urlano, litigano, si mostrano le dita medie a vicenda, gongolano per le loro vittorie da quattro soldi, e alla fine della fiera circense sono sempre tutti lì seduti, non cambia niente, non cambia mai niente.

È difficile fare un’analisi politica di questa situazione, è difficile perché ci troviamo di fronte all’ennesima delusione totale di chi dovrebbe governarci, di chi è quantomeno pagato per farlo, visto che di dignità umana è realmente troppo difficile parlare. Dal Pdl oggi si alzano grossi cori per le dimissioni del presidente Fini che -è bene dirlo- è stato sconfitto. Rimane realmente patetico ascoltare dichiarazioni come quella di Capezzone oggi, che riporto per spingere anche voi lettori ad una riflessione sul calibro di certi seguaci del nostro Imperatore Maximo: “Perfino la grande stampa che gli è stata amica, e che per mesi gli ha perdonato tutto, sollecita un suo passo indietro. Come fa Fini a non dimettersi, a questo punto? Come può fingere di non vedere quello che ormai è chiaro a tutti, e cioè la piena incompatibilità tra il ruolo super partes che si addice alla terza carica dello Stato e la scatenata campagna partigiana e faziosa (peraltro, perdente) che ha condotto anche avvalendosi del suo incarico? Siamo dinanzi a una ferita istituzionale profonda e sempre più grave”. (via | Repubblica.it)

Trovo veramente incredibile, surreale e assurdo leggere cose del genere, che vanno ben oltre “il bue che dice cornuto all’asino”. E’ una dichiarazione che si commenta praticamente da sola, e ci fa capire il vero valore politico e l’ideologia che c’è dietro i seguaci della maggioranza. L’Imperatore Maximo è uno e uno soltanto, non ci possono essere due imperatori. Quindi chi viene sconfitto deve sparire.

Ma è stata davvero una vittoria quella di ieri? La risposta è sotto gli occhi di tutti, tre voti in più non vogliono dire nulla, una maggioranza così risicata e ottenuta in questa maniera dal punto di vista politico è molto più vicina ad una sconfitta. Sebbene la campagna acquisti continui imperterrita, con i posti “promessi” da Berlusconi a chi si unirà alla squadra di governo, al momento attuale la situazione è molto chiara: un governo con una maggioranza così risicata difficilmente potrà governare in maniera tranquilla, dopo il palese passaggio di Fini all’opposizione. E possiamo scommettere che i provvedimenti dell’Imperatore e dei suoi accoliti non avranno vita facile alla Camera. Di conseguenza l’unica opzione che appare realmente praticabile è l’arrivo alle tanto vituperate (e non a torto) elezioni anticipate. La Lega non ha esitato a ripeterlo più e più volte nella giornata di ieri, il destino pare abbastanza scritto.

Le opposizioni si trovano in una situazione decisamente complessa al momento: bisognerà vedere cosa decideranno tatticamente di fare, se allargarsi al Centro prima che Berlusconi faccia i suoi acquisti elettorali, se scegliere un leader forte che li traghetti verso la prossima tornata elettorale o se continuare a fare le solite chiacchiere sulle solite inutili divisioni. Il governo ha perso, ma la Sinistra non ha vinto, questo è bene ricordarlo. Un piccolo appunto per IDV, che avrebbe dovuto fare molta più attenzione ai deputati da mandare alla Camera. Immagino la delusione di molti elettori che si sono visti un proprio rappresentante cambiare fronte in questa maniera così repentina e per giunta per salvare l’odiato nemico Signor B. Un errore in partenza, un errore che costerà caro dal punto di vista elettorale a Di Pietro e compagni a mio parere.

La situazione in Italia diventa sempre più difficile, la disoccupazione aumenta, l’Istruzione viene ogni giorno bistrattata da riformucole ammazzafuturo, la cultura è trattata come una cosa inutile (d’altro canto con la cultura non si mangia, si sa…), la gente che non arriva a fine mese aumenta sempre di più.

Tutto ciò che rimane certo, ancora una volta, è che nel palazzo d’ebano tutto rimane uguale. Anche se più che un palazzo che ci porta alla mente tempi nobili e aristocratici forse dovremmo parlare di un grosso circo, con le bestie più strane, i freak più inguardabili, le ballerine, i nani, tutti con il comune obbiettivo di non alzare mai il culo da quelle poltrone che noi paghiamo. E scusate la conclusione volgare.

Gli eroi sono ancora giovani e belli?

Martedì 9 novembre, all’interno del ciclo di “Incontri del Puccini” dell’omonimo teatro di Firenze, Francesco Guccini, Simone Cristicchi e Sergio Staino (tra i promotori dell’iniziativa) hanno dialogato assieme al pubblico sul tema “Gli eroi sono ancora giovani e belli?“. Una domanda che prendendo spunto dalla celebre “Locomotiva” del cantautore emiliano, ha dato vita a uno stimolante dibattito su musica, politica e cultura, in cui i due cantanti italiani hanno trovato il modo di esprimersi e raccontare la propria storia. Un confronto tra due personalità molto differenti, dove il divario generazionale e la diversità stilistica dei generi musicali trova comunque spazio per un insieme di legami e punti di riferimento comuni.

La saggezza di un uomo che nell’ironia ha trovato la formula per non prendersi troppo sul serio e sfuggire alle banalità, davanti a domande che richiederebbero troppo tempo per trovare una sola risposta. L’umorismo composto di un poeta che in cinquant’anni di canzoni ha già trovato il modo di raccontare se stesso e la realtà in cui viviamo, rifiutando l’epiteto di maestro per definirsi “un artigiano di parole”. E alla domanda sul perché avesse deciso di fare il cantautore ha risposto con inconfondibile sarcasmo, rinunciando a quella fama di sapiente illuminato che le sue canzoni gli hanno costruito attorno. “Una sera sono stato al cinema con degli amici per vedere un film sul rock and roll. – ha spiegato – Era la storia di una band di cinque ragazzi che organizzavano un concerto in un campo scout con trecento ragazze. Cinque uomini e trecento scoutiste… Quando siamo usciti dal cinema un mio amico ha preso la decisione: dobbiamo fondare un gruppo musicale”.

L’originale semplicità di Francesco Guccini, e dall’altra parte l’emozione del più giovane Simone Cristicchi seduto al fianco di due “mostri sacri” della sua vita. Lui che da ragazzo sognava di fare il fumettista e prendeva lezioni di disegno dal grande Jacovitti, ma che successivamente capì che la musica sarebbe stata il suo futuro. “Vorrei ringraziare Francesco per questo – ha esclamato – perché ascoltando e leggendo i suoi testi ho capito quanti significati possono celarsi in un brano musicale, che vanno ben oltre la solita sdolcinata canzone d’amore”.

Sul palco anche un Sergio Staino forte e combattivo. Lui che con un tratto di matita ha la capacità di riassumere complesse vicende politiche e fenomeni sociali, e che da tempo ha ideato l’associazione “Quelli del Puccini: gruppo informale di contaminazioni culturali” (www.quellidelpuccini.it) nato per “stimolare le nuove generazioni con le proposte e le idee che nascono da questi appuntamenti”.

La simpatia del noto attore-regista Leonardo Pieraccioni, che in un rapido intervento di dieci minuti ha raccontato di quando, all’età di dieci anni, sua madre decise di regalargli qualcosa di più profondo di un disco di Cristina D’Avena, “e da allora – ha affermato – io sto a Francesco Guccini come Emilio Fede sta a Berlusconi”.

Una platea senza limiti d’età, per incontrare un cantautore che viene ascoltato oggi così come negli anni Sessanta. Un pubblico partecipativo, felice di guardare al domani con l’estroso talento di Simone Cristicchi che, accompagnato dal Coro dei minatori di Santa Fiora, ha chiuso l’incontro tra le note di “Bella Ciao” e “Volemo le bambole”: il giusto compromesso tra l’allegria della musica popolare italiana e la memoria di versi che ancora oggi trovano il senso di essere cantati…

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