Il concorso per la Procura dello Stato: sogno di una notte di metà ottobre

Stamattina mi sono svegliato con un gran mal di testa. Deve essere dovuto al fatto che questa notte ho fatto un sogno terribile, ve lo racconto. Ero uno dei ragazzi che hanno partecipato al concorso per Procuratore dello Stato, la cui prova selettiva si sarebbe dovuta svolgere lo scorso 12 giugno presso i locali dell’Ergife Palace Hotel di Roma. Il bando prevedeva l’assunzione di tre candidati per il ruolo di Procuratore dello Stato, le persone che si sono presentate erano novecentosettantacinque.

Ricordo che la procedura si è svolta con modalità assolutamente poco chiare, il che ha dato luogo al verificarsi di circostanze del tutto anomale per un concorso pubblico.Non sono stati effettuati i doverosi controlli volti alla verifica dell’eventuale possesso di dispositivi elettronici, cellulari, libri e appunti personali.

Non c’è stata neanche la consegna della consueta “doppia busta”. Mi spiego. Di solito vengono consegnate due buste a tutela della trasparenza e dell’anonimato dei compiti svolti, una più grande e anonima in cui inserire l’elaborato al termine della prova e una più piccola contenente un cartoncino da compilare con i propri dati anagrafici che, una volta chiusa, va inserita all’interno della busta più grande insieme all’elaborato stesso.
Nonostante poi all’atto della consegna dei codici non fosse stato consentito ai candidati di introdurre nella sede concorsuale alcun dizionario, in aula vi era una moltitudine di candidati che sfogliavano indisturbati romanzi, riviste e quotidiani.
Ma le anomalie più peculiari si sono verificate all’interno del padiglione.
Sono stati fatti alcuni annunci da parte della Commissione esaminatrice: ai candidati è stato richiesto in primo luogo di controllare sui propri banchi se fossero in possesso di codici altrui. Sono stati fatti i nomi di alcuni candidati che non avevano trovato i propri codici sui banchi, che sono stati invitati ad avvicinarsi.Continua a leggere…

Quella notte la morte aveva una divisa blu: storia di Federico Aldrovandi

“Chi non conosce la Verità è uno sciocco, ma chi conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.”

B. Brecht

Da quando sono incappata, per puro caso, nella vicenda di Federico Aldrovandi la mia vita non è stata più la stessa. Frase retorica, in quanto la mia vita ha continuato a scorrere con gli stessi ritmi di sempre, ma con pensieri e rivolgimenti alla sua storia che non mi hanno permesso di essere più la stessa. Ciò è attribuibile a più fattori individuabili, quali la sua morte, la vicenda giudiziaria infinita e costellata di buchi neri, il coinvolgimento delle forze di polizia, fatti oggettivi che lascerebbero perplesso chiunque dotato di un minimo di senno e di buon senso. Che vita avrebbe potuto condurre ora Federico, a venticinque anni, non ci è dato di saperlo, perché a lui non è stato concesso di vivere, ma a noi sì, ed è quindi un dovere conoscere la sua storia e quantomeno riflettere su di essa.

Questa la premessa necessaria, nel racconto di una vicenda che provoca in me una passione e un’intensità pari forse solo a quella per le vicende del G8 della scuola Diaz, e che mi portano a parlare di un ragazzo ammazzato, che risulta a me caro senza aver avuto mai il piacere di poterlo conoscere.

Riscostruiamo i fatti. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, dopo una notte passata con amici, si trova in viale Ippodromo a Ferrara. Le ricostruzioni riportano l’arrivo della volante “Alfa 3” con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quali descrivono Federico come “un invasato violento in evidente stato di agitazione”, come riportato durante il processo, a cui segue il rinforzo della volante “Alfa 2” con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il ragazzo risulta violentissimo, ne sono testimonianza due manganelli spezzati e le innumerevoli ecchimosi  che verranno individuate successivamente.

Alle ore 6.04 le pattuglie richiedono l’invio dell’ambulanza, a causa di un sopraggiunto malore. Federico infatti è stato ammanettato ed è immobile, sembra svenuto. Dopo numerosi tentativi di rianimazione, la morte verrà indicata per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale.

La famiglia intanto? La tensione aumenta perché Federico non torna ancora a casa, le telefonate si succedono ma senza risposta. Pura casualità vuole che Nicola Solito, ispettore della DIGOS e amico della famiglia Aldrovandi, venga chiamato sul posto, e riconoscendo il figlio degli amici provveda ad avvisare la famiglia ancora ignara di tutto.

I sospetti della famiglia, sempre secondo la ricostruzione durante il processo, cominciano a sorgere dal riconoscimento del cadavere da parte dello zio di Federico, infermiere, che riscontra evidenti lesioni ed ecchimosi (sembra più di 54), evidentemente frutto di tutto fuorché di un malore accidentale.

A causa delle indagini lente e lacunose e della scarsa attenzione rivolta al caso, il 2 gennaio 2006 la famiglia di Federico apre un blog (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it), chiedendo che venga fatta finalmente luce su questo triste caso.

Il 20 febbraio 2006 viene depositata la perizia disposta dal Pubblico Ministero, secondo cui “la morte risiede in una insufficienza miocardica contrattile acuta […] conseguente all’assunzione di eroina, ketamina e alcol”. Altra voce quella del medico legale dei periti della famiglia, il quale dall’esame autoptico parla di “anossia posturale” causata dal caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti.

In realtà, l’assunzione delle sostanze sovra citate non erano in grado di causare alcun tipo di arresto respiratorio, l’alcol era addirittura al di sotto dei limiti fissati dal codice della strada, la ketamina inferiore alla dose letale, l’eroina era presente in minima quantità.

Il 6 aprile 2006 giunge l’avviso di garanzia ai quattro agenti, iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Una svolta nelle indagini arriva grazie ad Annie Marie Tsagueu, camerunense e residente in via Ippodromo, l’unica a riferire di aver visto due agenti picchiare il ragazzo e manganellarlo, oltre che grida di aiuto e conati di vomito.

Molte le incoerenze all’interno del caso, quali l’assenza del PM per un sopralluogo sulla scena del decesso, il mancato sequestro dei manganelli, il ritardo della consegna del nastro con la comunicazione fra il 113 e la pattuglia, tutti elementi che porteranno all’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Ferrara per falso, omissione e mancata trasmissione di atti.

Molte le perizie, le testimonianze, i riscontri su cui si è dibattuto in aula, in una lotta senza esclusione di colpi. Il 6 luglio 2009 arriva la sentenza, nella quale il giudice Francesco Maria Caruso del tribunale di Ferrara condanna per omicidio colposo a tre anni e sei mesi di reclusione i quattro poliziotti indagati, riconoscendo l’eccesso colposo nell’uso legittimo di armi. Grazie alla legge dell’indulto, i quattro condannati non sconteranno mai la pena. Il 21 giugno 2012, la Corte di Cassazione conferma la condanna.

In seguito alla sentenza, come ciliegina sulla torta Paolo Forlani consegna alla bacheca di Facebook riflessioni auliche rispetto alla madre di Federico: “Che faccia da c… aveva sul tg, una falsa e ipocrita, spero che i soldi che ha avuto ingiustamente (2 milioni di euro, risarciti dal ministero degli interni alla famiglia Aldrovandi, ndA)  possa non goderseli come vorrebbe, adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie.”

La famiglia di Federico continua a lottare affinché gli agenti condannati vengano dismessi dai loro posti di lavoro (ci sembrerebbe un’ipotesi ovvia e invece purtroppo non lo è). Chi compie atti di tale violenza, ferocia, senza alcun senso della vergogna, del rispetto e meno che mai del senso di colpa, non può indossare una divisa. Il 25 settembre è capitato a Federico, domani potrebbe capitare a me, domani l’altro ai nostri figli, compagni e persone che amiamo; il controllore purtroppo non lo controlla quasi mai nessuno.

Questa comunque è una parte della storia di Federico Aldovrandi, la parte che racconta della sua morte e dell’iter giudiziario che la famiglia ha dovuto intraprendere per scoprire la verità e cercare la giustizia.

L’altra parte, per fortuna, non ci apparterrà mai, ed è quella legata ai ricordi di un bambino bellissimo, divenuto un giovane uomo, dei natali passati in famiglia, delle feste, delle serate passate con gli amici, dei progetti di una vita, dei sogni e delle tante speranze coltivate, speranze di giustizia che la famiglia di Federico continua a portare avanti con forza instancabile, forse la forza di chi aveva ancora tanto, troppo amore da dare.

Una carezza, Federico, una carezza e un pensiero a ogni figlio, a ogni genitore, con la speranza che la vita riservi loro il meglio, ma soprattutto tanto amore, insieme.
Lino Aldrovandi

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Un rigurgito antirazzista

È risaputo. L’ufficio postale è frequentato da tante persone, senza selezione all’ingresso, e troppo spesso capita di dover sentire parole che l’udito ci impedisce di allontanare dai nostri pensieri.

Davanti all’ingresso un’auto della Polizia e una coppia in divisa. Un uomo e una donna che chiacchierano animatamente con un terzo arrivato, nascosto dietro un enorme paio di occhiali da sole.

“Io non sono razzista ma… – afferma il personaggio dalle lenti giganti – avete presente quegli undici che sono morti l’altro giorno alle coste di Lampedusa? Mi dispiace solo per il bambino”.

“Non devi dispiacerti neanche per il bambino – risponde convinta la donna in divisa. – Prima o poi anche quello sarebbe diventato adulto”. “Ah ah ah ah”, risponde il trio di risate.

Risus abundat in ore stultorum”, diceva sempre il mio professore di latino al liceo. “Grasse risate abbondano nelle bocche degli stolti”, ogni volta ripeteva affinché tutti capissero.

Ci deve essere qualcosa di sbagliato in persone che trovano la capacità di ridere davanti alla morte di undici persone, tra cui un bambino. Viene quasi voglia di diventare violenti…

Ripiego su un ostentato sguardo di disapprovazione e un morso alla lingua per impedirle di dare voce alle insolenti offese che mi ingombrano la mente. Non sarebbe un bel modo di chiudere la settimana essere accusata di oltraggio a pubblico ufficiale.

Un altro respiro profondo per scaricare la rabbia e una pedalata verso casa, tentando di convincermi che in fondo ognuno è libero di avere le proprie idee e di esprimerle quando e dove vuole. Che in fondo Umberto Bossi ha il diritto di liquidare una questione complessa come gli sbarchi a Lampedusa con un colorito “fuera da i ball”. E che in fondo la maggioranza delle persone non riuscirebbero mai a ridere della triste battuta di quella strana donna con la divisa blu. Spero.

 

Il nostro sistema investigativo

“Alla luce degli ultimi delitti avvenuti in Italia, viene spontaneo interrogarsi sull’efficienza del nostro sistema investigativo, per chiederci se non sia il caso di apportare eventuali correttivi, poiché abbiamo appurato che così come è strutturato, non funziona”.

Questa affermazione è di esperti dei lavori di indagine, esponenti di polizia e della magistratura. Esperti dei lavori. Io come cittadina condivido questa tesi, prendondo nota del numero di delitti impuniti, degli “scomparsi” mai ritrovati.
Sicuramente siamo cresciuti tutti sul modello americano, sulla task force mobilitata per la sparizione di un individuo, formata da chimici, profilers, analisti informatici di grande rilievo, anatomopatologi capaci di far parlare i morti e i loro silenzi e, dulcis in fundo, investigatori audaci che in poco tempo consegnano l’assassino alla giustizia.
Ora, sappiamo che anche il nostro sistema investigativo si è modernizzato: abbiamo i RIS, che sono supportati da altri organismi investigativi di grande efficienza, ma forse deve mancare qualcosa a livello di coordinamento delle forze sul campo o in campo investigativo che impedisce la corretta analisi dei fatti, nonché la cattura di chi ha commesso un delitto e lo ha reiterato. Per non parlare dei ritardi con cui viene esaminata l’intera scena del crimine: addirittura si torna sul luogo dopo 2 anni, alla ricerca di un qualcosa a cui non si era pensato subito. Noi sappiamo che se la scena del crimine viene contaminata sarà impossibile trovare indizi relativi al DNA dell’ipotetico assassino, ma i RIS ci tornano e continuano le loro indagini alla ricerca di nuovi elementi, che però poi non convincono quasi mai la magistratura. Viene naturale chiedersi dove sbagliamo quando, dopo anni di ricerche, il sospetto viene catturato non in Italia ma a Londra, dove ha reiterato il crimine. Ci possiamo ritenere fortunati quando i nostri RIS individuano tracce del DNA dell’assassino e consentono la risoluzione del caso. Ma i tempi sono spesso troppo lunghi: il solo elemento scientifico non basta, non può essere sempre attendibile.
Allora forse hanno ragione quanti affermano che anche in Italia dovrebbe nascere un corpo speciale a cui assegnare i casi di “sparizioni” che manifestano una certa preoccupazione. Una task force in grado di intervenire subito, con tutti i rilievi del caso. Un lavoro enorme, quello che deve fare una forza speciale organizzata, ben strutturata e coordinata, perché un lavoro così difficile non può basarsi sull’impiego di volontari, dato che nulla può né deve essere tralasciato o esaminato con superficialità.
Al contrario, i dati devono convergere tutti in un unico sistema e, in questi tipi di indagine, la presenza di troppi individui non organizzati mina la buona riuscita dell’indagine. Credo inoltre che la magistratura dovrebbe dare maggior spazio investigativo e autonomia alle forze di polizia, per metterle nelle condizioni di intervenire prima e meglio. Sarebbe auspicabile che le singole regioni si attivassero per creare una forza di intervento capace di agire con immediatezza – dal momento che il numero degli scomparsi aumenta sempre più – se si vuole davvero interagire nelle prime 24 ore dalla sparizione, ore per le quali le possibilità di ritrovamento in vita sono maggiori.

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Una giornata particolare

È il titolo del film di Ettore Scola del 1977, interpretato da Mastroianni e la Loren. Il film racconta l’incontro tra due persone che vivono in mondi diversi.
È una narrazione intima, un incontro umano e sociale, due umanità che vivono ciascuna la propria  quotidianità, conosciuta dall’altro in maniera superficiale e sommaria. Per ognuno, l’altro ha una vita di cui non conosce i risvolti, né gli effetti che essa ha potuto provocare nel corso del tempo su ciascuno, né quello che è lo scontro con l’esterno per ognuno dei due protagonisti. Lei non sa i disagi, né le difficoltà , e non capisce perché lui possa essere così dissacrante, così cinico e non avere più la voglia di stupirsi. Lui non ne comprende il candore, né coglie, fino in fondo, perché lei abbia ancora, sebbene con una vita difficile, la capacità di provare emozioni anche per piccole cose.

Ho ricordato questo film non per l’argomento che tratta in sé, ma per la descrizione che dà di realtà diverse che s’incontrano, e come può viverla ciascuno. Mi è capitato recentemente di vivere una giornata particolare e un’esperienza analoga, ossia entrare in un mondo a me semisconosciuto. Vivere la giornata di un tutore delle forze dell’ordine, durante la quale coordinava una di quelle azioni che si leggono sui giornali, che molti applaudono, ma che per altri possono essere anche ignorate e, come diceva Saviano a “Vieni via con me“, avallano poi il proliferare delle associazioni malavitose, diventando correi. L’azione non era forse delle più eclatanti in quel momento, anche se importante perché prodromo di altre, infatti erano coinvolte più Procure. Era un’azione che tutelava il nostro ordine pubblico e le nostre Istituzioni. La sensazioni che può  ricevere chi è lontano da questo mondo, vivendo un’esperienza del genere sono molteplici. Noti una calma apparente in chi opera, si scorge in pieno una tensione sottile, quel coraggio che Falcone chiamava “la consapevolezza della paura“, e il doverci convivere. Vedi che tutto ciò, alla fine, cambia la persona che ha questi compiti, la rende più cinica, sarcastica, perché tutrice di un sistema che li rifiuta, sebbene ne facciano parte integrante; e perché vivere esperienze forti sicuramente ti rende più distante, purtroppo anche nella propria quotidianità. Tutto ciò perché l’etica è crollata, quindi queste persone rappresentano uno Stato che non c’è o che svilisce continuamente la loro opera. Vivono un forte disagio. Basti pensare a quei carabinieri che erano stanchi di fare la scorta a delle escort, o alle dichiarazioni del ministro Matteoli a Genova nei confronti della Guardia di Finanza, che aveva sequestrato gli yatches di alcuni intoccabili come Briatore, perché evasori, facendo entrare nel pubblico Erario una considerevole somma. Vivere una  quotidianità che ti fa stare a contatto con quelle realtà che devi combattere, dove regnano sovrane la ferocia, l’omertà e le connivenze, il malaffare, credo ti faccia cambiarem rendendoti più duro e inflessibile. Avere avuto un’esperienza del genere mi ha arricchita. Come cittadina e come persona, capire i disagi di una categoria che forse ai più è lontana, mi è servito molto. Sono sempre più convinta che dobbiamo avere una maggiore presa di coscienza di quanto è avvenuto e avviene intorno a noi. In questi ultimi anni,  il Governo ha svilito e svilisce le Istituzioni che rappresenta, ha usato il potere, invece di esercitarlo.

È necessario cercare di avere una visione complessiva anche di ciò che ci può sembrare normale, perché non viviamo in un Paese normale.

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Calcio, Italia-Serbia. Decisamente…avevano qualcosa in serbo

Al “Luigi Ferraris” di Genova è andata in scena una delle peggiori partite di sempre della nazionale italiana. Stavolta però non è colpa di Pepe (leggi articolo). No, stavolta è colpa di un gruppo di tifosi, o meglio, pseudo-tifosi serbi che hanno messo a ferro e fuoco la città. Cosa c’è dietro? Una protesta contro la nazionale battuta dall’Estonia? Forse, il fatto di prendersela col portiere Stojkovic lo avallerebbe, ma in realtà tutto sembra essere legato al passaggio dalla Stella Rossa al Partizan. Protesta contro la federazione serba che ha esonerato Antic? Chissà, sicuramente era meglio un altro modo. Oppure c’era veramente dietro la malavita organizzata come sostengono i giornali a Belgrado? Potrebbe essere benissimo. Più che altro è meglio mettere in chiaro i punti basilari della storia.

Partiamo da Ivan Bogdanov, “l’uomo nero” o “Ivan il terribile” come l’hanno ribattezzato. Sicuramente non uno stinco di santo come ha detto sua mamma (“Mio figlio è l’uomo più tenero del mondo, non c’entra niente coi disordini. Paga il suo altruismo”) ma neanche il mostro che hanno dipinto. Pensare che viene anche da un quartiere agiato di Belgrado! Più che altro sembra essere un normalissimo delinquente di paese che ha avuto visibilità. Certo che mettere un passamontagna lasciando scoperte le braccia piene di tatuaggi riconoscibili non ne sottolinea la genialità.

Andiamo avanti. La Uefa? Ridicola. Platini e Blatter dimostrano ancora una volta la loro totale idiozia, obbligando le squadre a scendere in campo (era ovvio che non si poteva) ma il loro essere una schifosa mafia è oramai risaputo (leggi articolo sulla Fifa). Ridicola la federazione italiana che conferma di valere zero, chinando il capo e dichiarando al mondo “Stiamo qua perché ci hanno messo, scusate”. Ancora più ridicola la federazione serba, che vuole rigiocare la partita dopo essersi scusata ed aver poi capito che era meglio adottare la strategia “paraculo”. Agnellini smarriti i giocatori serbi, che salutano la curva per calmarla mentre erano spaventatissimi. Osceni i commentatori RAI, che minuto per minuto hanno partorito una serie di stronzate vomitevoli degne del peggior populismo e che mi ha fatto veramente incazzare (quasi come se fossi stato serbo). La Polizia Italiana? Eh visto che Genova mi ricorda più che altro Bolzaneto direi che va bene così…difficile quando le mazzate gratuite sono sotto gli occhi di tutti e non le puoi occultare eh? Ah se ci fosse ancora Cossiga… Diciamo che meritano un 6,5 dai.

I ministeri degli interni di Serbia ed Italia giocano a scarica barile ed è difficile dire se effettivamente i serbi avessero segnalato cose importanti e se sono stati cestinati. Le colpe sicuramente sono di entrambi, ma la questione è troppo buia per chi non è dentro gli “oscuri edifici”. Cosa ci si aspetta adesso dalla Uefa? La radiazione della Serbia? Ahahahahahaah! Siamo seri dai. Pronostichiamo tre giornate a porte chiuse ed il 3-0 a tavolino per noi. Questo se andrà bene. Bene a noi, sia chiaro, perché da quei buffoni aspettatevi veramente di tutto!

De Gennaro e la condanna che ispira fiducia

De GennaroColpevole di istigazione alla falsa testimonianza durante il processo per il sanguinario blitz alla scuola Diaz, durante il G8 del 2001.

Questa è l’accusa che è costata al prefetto De Gennaro un anno e 4 mesi di condanna, emessa da parte della Corte d’appello del tribunale di Genova. Il governo però, sempre dalla parte dei più forti e pronto a sostenere la presunta innocenza dei suoi cari fino all’ultima condanna in Cassazione, si schiera al suo fianco. In particolare,  i ministri Maroni e Alfano dichiarano la loro totale fiducia poiché “La sua innocenza, fino a condanna definitiva, è sancita dalla Costituzione”.  Mi chiedo come mai si parli positivamente di Costituzione  solo quando conviene a loro e si parli di cambiarla solo quando la Costituzione diventa scomoda.

De Gennaro, oggi al vertice del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza e nove anni fa capo della polizia, era stato assolto in primo grado per mancanza di prove ma la Corte d’appello, presieduta da Maria Rosaria D’Angelo, ha ribaltato la decisione. Il prefetto, secondo la corte, sarebbe colpevole di istigazione alla falsa testimonianza e con lui anche Spartaco Mortola (ai tempi capo della Digos genovese), condannato a un anno e 2 mesi con la stessa motivazione. Mortola, inoltre, è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione anche per l’assalto a 93 no-global della scuola, massacrati di botte ed arrestati illegalmente.

Le sentenze di secondo grado per i fatti avvenuti durante il G8 si sono concluse tutte con pesanti condanne nei confronti della polizia.  I 44 imputati (funzionari, agenti, ufficiali dell’Arma, generali e guardie carcerarie, militari, medici) sono stati dichiarati tutti colpevoli per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove transitarono centinaia di no-global fermati durante gli scontri di piazza.

Lasciando perdere la presunzione di innocenza, che – lo riconosco – è un diritto di tutti, si può lasciar fare per una volta al buon senso? Si può lasciare l’immutata e la sempreverde fiducia nel cassetto, per una volta? Si può cercare di non difendere a tutti i costi, a prescindere da chi sta dalla parte del bene e chi dalla parte del male?

Evidentemente le condanne ispirano fiducia. D’altronde, basta vedere chi ci governa per rendercene conto.

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