Il paese dei dinosauri

L’ultimo rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati è stato presentato a marzo. Sebbene l’anno accademico sia ormai agli sgoccioli, è bene tenere a mente qualche risultato dell’indagine, riguardante principalmente il profilo dei laureati del 2010 e la loro occupazione nel 2011.

Con la crisi, i laureati occupati nelle professioni più qualificate sono diminuiti, contrariamente non solo a quanto avvenuto negli altri paesi occidentali ma soprattutto alla logica. In parole povere: meno posti di lavoro sono disponibili e – paradossalmente – meno contano il titolo di studio e il merito. Di fronte a certi dati il buon senso e la razionalità cedono il passo. Pura miopia da parte di chi dovrebbe assumere o precisa scelta imprenditoriale dettata da una contrazione della spesa a scapito della qualità e dell’efficienza della produzione? Verrebbe da rispondere “entrambe” ma, riflettendo, la seconda è una diretta espressione della prima.

Una seconda conclusione rilevante del rapporto riguarda il numero di laureati, nettamente inferiore rispetto agli altri paesi OCSE (20 laureati su 100 di età compresa tra 25 e 34, contro una media di 37). Questo dato delude ma non stupisce: d’altronde, se la laurea non conta più, perché fare sacrifici per anni, sempre a patto di poterseli permettere?

Cosa fa il nostro paese per valorizzare la laurea e l’istruzione? Sceglie di non finanziare università, cultura, ricerca e sviluppo. Siamo agli ultimi posti nelle graduatorie europee per percentuale di PIL investita in questi settori. Si parla di paese, non di Stato, perché solamente poco più della metà di questi finanziamenti proviene dalle imprese. Questo è un ulteriore indice della miopia con cui il settore privato guarda al futuro e alla sua stessa sopravvivenza.

Aumenta la percentuale di laureati disoccupati a un anno dal conseguimento del titolo, fra gli specialistici ancora più che fra i triennali. Al contempo diminuisce la retribuzione media dei laureati, pari a 1105 euro per i triennali e 1080 euro per gli specialistici. Ennesimo paradosso: chi ha studiato di più ha meno possibilità di trovare un lavoro e per di più guadagna di meno!

La meritocrazia? Un miraggio. Quello che dovrebbe essere il faro di ogni paese, soprattutto di quelli che si autodefiniscono avanzati, si è ridotto a un lumicino di tanto in tanto esibito per attirare le farfalle. Come si fa a parlare di meritocrazia quando, ultimo in ordine di tempo fra i troppi esempi adducibili, si è riusciti a scongiurare un taglio di 200 milioni di euro di finanziamenti all’università, ma non un altro, di 210, a numerosi enti di ricerca? E questi ultimi dovrebbero anche ringraziare, visto che inizialmente si era serenamente pensato di sopprimerli.

Il quadro si completa e si comprende meglio pensando all’età media della classe dirigente italiana, la quale non comprende solo politici (espressione di una società più che “causa dei mali”) ma professori universitari, manager, imprenditori, magistrati e via discorrendo. Famosa è la scena dell’esame universitario ne “La meglio gioventù”: le parole del professore non sono un invito né un auspicio, ovviamente, ma si delineano ogni giorno più chiaramente nella sfera di cristallo dell’Italia.

(pre)Cari Amici #5 – La Società da costruire

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torniamo a parlare di precariato e lo facciamo presentandovi Daniele Mariani, autore del libro “L’elogio dell’indignazione“. La redazione di Camminando Scalzi ha proposto a Daniele di riadattare per la blogzine l’ultimo capitolo del libro; il post va così ad arricchire la rubrica (pre)Cari Amici, che raccoglie le storie di precariato inviateci da voi lettori.

A questo link trovate le altre storie pubblicate negli scorsi mesi su Camminando Scalzi.[/stextbox]

Cosa faccio, diciamo, non è una novità rispetto al panorama giovanile attuale. Chi sono, posso rispondere con un più semplice “cosa pensavo che sarei potuto essere”: ho quasi trent’anni e ho sempre immaginato questo capitolo della mia vita come un momento dove chiudevo serenamente il mio periodo giovanile, o per meglio dire il tempo delle “cazzate” e mi incamminavo verso l’era delle scelte (tutto questo ovviamente se paragonato alla vita dei miei genitori), e invece paradossalmente sembra che le uniche scelte di senso fatte fino a oggi, anche se inconsapevoli, le abbia vissute nel periodo compreso tra l’infanzia e la fine dell’università, dove appunto c’era qualcun altro a scegliere per me. Non perché ora non sappia scegliere, né perché non abbia preso decisioni, ma semplicemente perché qualsivoglia scelta sia stata intrapresa non era, per usare lessico da risorse umane,  “corrispondente al profilo richiesto”.  Molte domande hanno affollato la mia testa sul come andare avanti, su cosa inventarmi, se valeva la pena perseguire la stessa strada o cambiare completamente per ricominciare da capo… per quanto però mi impegnavo a cercare una risposta, una soluzione, sentivo che il problema non era prevalentemente rispetto a ciò che avrei potuto avere, trovare o cercare, bensì rispetto a chi sono; perché sentivo che il lavoro non era la soluzione. Allora ho smesso di guardare in avanti (un po’ per non alimentare false speranze, un po’ per imparare a godermi il presente, un po’ per non rinunciare al piacere delle sorprese) e ho cominciato a guardarmi intorno: vedevo tanti “me”, non nell’accezione di un ego smisurato, bensì nella comunione di intenti, esperienze e sensazioni. Così, come un viaggio a ritroso, ho iniziato a guardarmi dentro, e allora ho trovato le cause di questo mio peregrinare senza meta tra me e il mondo: “Siamo definiti una generazione fortunata perché non abbiamo vissuto la guerra, perché non soffriamo la fame e conduciamo vite agiate; la guerra però l’abbiamo avuta dentro le nostre famiglie, ci sono giovani che soffrono di bulimia o anoressia, mentre il comfort ci ha reso schiavi della noia. Siamo stati educati dalla televisione, cresciuti a “pane e lieto fine”; i sogni però non sono stati rifugio sufficiente dalla problematicità e la realtà non ha offerto un’alternativa concreta alla fantasia. Ci hanno insegnato il rispetto, facendoci innamorare della bellezza del Creato e delle genti; però sottostiamo tutti a regole economiche che non solo hanno inquinato il mondo, ma i cuori, seminando odio da oriente a occidente. Ci hanno fatto credere che la società si divide in vincenti e perdenti, che si può essere di successo anche senza saper fare niente, e di essere alternativi sempre e comunque; nessuno però ci ha detto che i veri eroi non sono perfetti come nei media, ma sono quelli che faticano quotidianamente, cadono e si rialzano… e magari muoiono lavorando.

Pensavo che modernità significasse anche tutela degli indifesi; qui anziani e bambini sono lasciati a loro stessi; da altre parti ci sono bambini che “giocano” a fare il soldato in sporche guerre, altrove sono diventati essi stessi giocattoli per adulti. Pensavo che pari opportunità significasse una società con ruoli che prescindessero dal genere; alcune donne invece hanno dovuto rinnegare la propria femminilità per stare al passo del “branco”, mentre altre hanno dovuto sbattere in vetrina solamente la propria femminilità; al resto non è stata data altrettanta visibilità.

Ci hanno detto «Studia», così noi giovani abbiamo collezionato tanti “pezzi di carta”; poi ci hanno “parcheggiati” in tirocini sottopagati, regredendo a fare manovalanza da ufficio; infine ci richiedono esperienze lavorative qualificanti ma non ci hanno dato la possibilità di qualificarci. Volevo essere giornalista ma non basta per sopravvivere; credere nell’amore ma oggi tutto dura quanto un’emozione; vivere secondo valori ma sembra che ora i valori siano mossi solo dall’interesse. Il vero precariato è stata la condizione esistenziale di contraddittorietà che abbiamo vissuto e con cui siamo cresciuti, non la misera ricerca del lavoro. Non domandateci più che tipo di lavoro sogniamo, non ricordateci il lavoro che cerchiamo e non troviamo, non fateci lavorare ancora di fantasia per inventarci un lavoro. Chiedeteci solo che società vorremmo costruire”.

Daniele Mariani

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Vuoi scrivere anche tu per Camminando Scalzi? Vuoi gestire una rubrica sulla tua tematica preferita?
Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi![/stextbox]

Licenziamenti facili, ecco la soluzione

In questi giorni concitati, il Governo si trova a far fronte ai problemi finanziari di un Paese sempre più senza una guida solida e forte. Tra le varie idee brillanti che sono saltate fuori, spiccano gli emendamenti approvati in Commissione Bilancio che prevedono deroghe alla legislazione lavorativa vigente e ai contratti collettivi nazionali.

Nella pratica i contratti lavorativi potranno essere trattati e discussi anche in deroga alle attuali leggi vigenti, compreso il discorso sui licenziamenti. Questo in cosa si traduce? Le aziende avranno la possibilità di “licenziare” più facilmente i propri dipendenti (restano fuori dalle deroghe solo le donne vicine a matrimonio e gravidanza) attraverso accordi con i sindacati interni. Secondo Susanna Camusso di CGIL, questa è legge è “anticostituzionale”, e mira a distruggere l’autonomia dei sindacati nazionali. In concreto è un modo per aggirare completamente il contratto nazionale collettivo. Se l’azienda riesce ad accordarsi internamente con le rappresentanze sindacali, potrà arbitrariamente e senza alcun referendum interno modificare i vigenti contratti nazionali. Sarà, quindi, anche più facile licenziare.

L’articolo 18 diventa così sempre più labile, ed è inevitabile sottolineare come questa maggioranza continui a penalizzare i lavoratori, inseguendo la chimera della ripresa economica. Rimane un mistero per noi (che non ne capiamo molto di economia, ma qualcosa lo intuiamo), ma anche per gli addetti ai lavori, come una “maggiore mobilità” (chiamiamola così) possa risollevare le sorti della nostra economia. Dare più potere alle aziende significherà inevitabilmente togliere sempre più libertà ai lavoratori, libertà conquistate negli anni con dure lotte faticose. E chi ci assicura che le aziende non si accorderanno internamente per modificare i contratti con i loro stessi sindacati-rappresentanti “di comodo”? Chi impedisce ad un’azienda di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri dicendo “o ne licenziamo tot, o si chiude”? Insomma, sembra l’ennesimo enorme pastrocchio, poco incisivo dal punto di vista del rilancio economico e assolutamente mutilante nei confronti dei diritti dei lavoratori.

Nel frattempo leggiamo che le misure anti-evasione e in generale le sanzioni per chi si fa beffe del Fisco diventano addirittura più “morbide”. Spariscono le dichiarazioni dei redditi online in nome della privacy, non c’è più l’obbligo di allegare alla dichiarazione dei redditi gli estremi dei conti correnti bancari e dei rapporti con gli operatori finanziari, rimane soltanto il carcere per i grandi evasori, ma in maniera non retroattiva. Insomma, si poteva pescare nell’immenso mare dell’evasione fiscale, dei milionari che non pagano le tasse e vanno a farsi le vacanze in Costa Smeralda, magari gli stessi milionari che sono a capo di aziende che un domani potranno decidere la vita dei singoli lavoratori in base a come gira il mercato.

E invece si è preferito ancora una volta limitare i diritti della gente comune, di chi deve portare il pane a casa e rischia ogni giorno di più di rimanere senza lavoro. Tra contratti a progetto, cocopro, licenziamenti facili e chi più ne ha più ne metta, il lavoro in Italia diventa sempre più una chimera irraggiungibile.

Tutti in piedi – Tutto cambia

“Todo cambia, tutto cambia”, con questo slogan si è chiusa la serata organizzata dalla Fiom “Signori, entra il lavoro – Tutti in piedi”, manifestazione dedicata al lavoro, dedicata ai lavoratori, in giorni in cui il precario viene definito “la peggiore Italia”.

Ed è invece la migliore Italia quella che va in onda da Villa Angeletti, bypassando la televisione e i media tradizionali, ennesima manifestazione nata sul web per il web. Tantissime le presenze fisiche (venticinquemila persone secondo gli organizzatori), ancora di più quelle “virtuali”, ossia tutti gli utenti che hanno seguito l’evento in diretta sul web.

Una serata all’insegna del lavoro dicevamo, con la partecipazione di tutto lo staff di Annozero, presentata da Serena Dandini, ricca di ospiti speciali. Sebbene ci sia stata la presenza di big come Corrado Guzzanti, Maurizio Crozza, l’arrivo a sorpresa di un sempre gigante Benigni, i veri protagonisti sono stati tutti quei lavoratori a cui è stata data voce, a partire dalla precaria Maurizia Russo Spena, la precaria che si era azzardata a fare una domanda al ministro Brunetta, da cui poi è arrivata l’offesa che tantissimi lavoratori precari si sono, giustamente, legati al dito. E poi i lavoratori della Fincantieri, gli studenti che vedono ogni giorno di più il Paese senza alcun futuro, i pastori sardi, gli immigrati, i giornalisti. Tutti hanno avuto voce, e tutti sono stati ascoltati. Ancora una volta, dove non arriva la televisione schierata, che racconta frottole e ci riempie la testa di cose inutili, ci pensa la gente. Sembra che ormai il popolo italiano abbia imparato la lezione, dalle elezioni ai Referendum: se i politici non ci aiutano, se pensano solo ai fatti loro, il vero cambiamento lo dobbiamo fare noi cittadini.

Grande successo dicevamo, nell’ennesima trasmissione-evento che non trova spazio sulle reti pubbliche, una trasmissione che fa il vero servizio pubblico. Mentre dalla Rai continuano le difficoltà per tutti i giornalisti e presentatori “scomodi” a qualcuno, mentre i contratti vengono risolti, sospesi, discussi in trattative che sembrano non avere alcuna via d’uscita, da qualche altra parte la gente urla il suo interesse per la questione sociale, la voglia di sentire le storie che vengono raccontate in questa maniera, la voglia dell’Italia vera, non di quella del Grande Fratello. Riempie d’ottimismo vedere manifestazioni del genere, soprattutto vedere la partecipazione delle persone, la loro commozione di fronte alle parole di Edda l’immigrata che urla la sua rabbia sul palco, di Oscar che racconta l’inferno della periferia milanese abbandonata a sé stessa, persone come tante, come quelle che alzano le mani, che applaudono che si commuovono.

Lo spettacolo si è concluso con un lungo monologo di Michele Santoro, per l’occasione vestito in tuta da operaio, che rivolge la sua lettera-proposta aperta al nostro Presidente Operaio. Parole che stringono il cuore, che fanno arrivare le lacrime agli occhi. “Riprendiamoci quello che ci hanno tolto” dice il presentatore appena esiliato dalla Rai, e la gente applaude, urla, incita, mentre Giuliana De Sio conclude lo spettacolo cantando la canzone che è poi diventata lo slogan. Todo cambia, tutto cambia.

E sta cambiando adesso.

In questa pagina de Il Fatto Quotidiano potrete rivedere tutto lo show di ieri sera, nel caso ve lo foste persi.

L'Italia peggiore che non fa un cazzo tutto il giorno

“La sinistra vince sul web perché il suo popolo non fa un cazzo tutto il giorno.” Parte da questo assunto la profonda riflessione dell’onorevole Stracquadanio sui motivi della vittoria della sinistra. Insomma, noi siamo tutti a casa a non fare un cazzo tutto il giorno, anche lui -come afferma- riuscirebbe a mettere su un movimento se non avesse tutti gli impegni che ha.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n3wgWlQzidQ&feature=player_embedded

A parte le sempre delicate espressioni che utilizzano molti esponenti di centrodestra in maniera costante e metodica, è evidente ancora una volta come l’insulto e la delegittimazione dell’avversario rimangano lo status quo delle strategie politiche di Pdl e compari. Ci hanno detto tante volte che sono il partito dell’amore, ma quando si tratta di rispetto per l’avversario o semplice accettazione di una sconfitta, fanno orecchie da mercante. Mai viene ammessa una sconfitta (che pure è palese), mai una volta che si faccia un minimo di autocritica. La colpa -o il merito, a seconda dei punti di vista- è di quel popolo di fancazzisti di sinistra, che stanno lì con le mani in mano a organizzare eventi e campagne di sensibilizzazione. Va’ a capire poi cosa ci sia di male a organizzare una campagna “dal basso”. Rimane un mistero. Inoltre c’è l’errore di fondo di voler mettere per forza una bandiera ad una mobilitazione popolare che è assolutamente eterogenea, che riunisce tante persone (e chissà, forse c’è anche qualche fancazzista di destra) dei più diversi ideali. La politica di palazzo si scontra con la politica della gente, e tutto quello che riesce a fare è insultare. Quando non si capisce qualcosa, quando non la si comprende, si insulta.

Nel frattempo il ministro Brunetta ha presenziato alla “Giornata nazionale dell’innovazione”. A fine conferenza, due donne del movimento dei precari hanno preso parola chiedendo di fare qualche domanda al ministro. Nel momento in cui è venuta fuori la parola “precari”, il ministro, spazientito, se n’è andato immediatamente definendo i ragazzi “la peggiore Italia”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=UMLB_v65HGM&feature=player_embedded

Ne è seguita un’ovvia contestazione, sono volati insulti, spintoni, ma il ministro se n’è andato via senza rispondere alle domande. Un gesto offensivo, snobbare qualcuno che vuole fare una semplice domanda. I precari esistono, sono tantissimi, tantissime persone che vivono con difficoltà la loro vita fatta di progetti a tempo, di sogni a scadenza, di incertezza completa sul futuro. Esistono perché qualcuno ha permesso i contratti a tempo determinato, li ha incentivati, li ha fatti diventare la base di un qualsiasi rapporto di lavoro. E tutto quello che riesce a fare un ministro della nostra Repubblica è definirli l’Italia peggiore? La frase non è mica così sbagliata in fondo, i precari rappresentano in un certo senso l’Italia peggiore, ma non nel modo inteso dal simpatico ministro Brunetta. I precari sono il risultato dell’Italia peggiore, dell’Italia che non si concentra sul lavoro, della classe politica che dimentica i bisogni primari della gente, guadagnarsi il pezzo di pane. Ancora una volta non rimane che guardarsi intorno, osservare come il precariato diventi sempre di più una piaga, con un mercato del lavoro fermo, con persone che si vedono i contratti sospesi per qualche tempo, in modo da non far scattare l’assunzione a tempo indeterminato, ragazze e ragazzi che cercano a fatica di pagarsi il pane con il semplice lavoro, spesso sottopagato, quasi sempre senza certezze per il futuro. E tutto quello che un nostro ministro -che rimane un nostro dipendente, ricordiamolo- riesce a fare ad una lecita richiesta di risposte è andarsene spazientito con una battutina fuori luogo, nonché offensiva?

Ancora una volta la distanza tra politica e cittadino appare abissale, sempre più ampia, sempre più incolmabile. Lo capiranno prima o poi che questo atteggiamento non porta da nessuna parte? La gente è stufa, le due recenti tornate elettorali l’hanno già dimostrato. Il tempo delle offese, dell’atteggiamento di presunta superiorità è finito. Sarebbe ora che cominciassero a rendersene conto.

Polso di Puma – The University Deception

Anni spesi a inseguire un obiettivo, giornate trascorse a immagazzinare con rigore metodico date, nomi e formule, pomeriggi in cui un raggio di sole che batte sul bianco della scrivania e sui caratteri della pagina invita a una diserzione che non è altro che inseguire la vita.

Tanti di noi hanno dedicato agli studi universitari una parte importante della loro giovinezza, compressi da un sistema che ci ha rubato tempo e spazio, impedendoci spesso di guadagnare in libertà e apertura di pensiero. Quante lezioni nozionistiche e ripetitive abbiamo dovuto seguire per ottenere le parole che cercavamo, quelle che contavano, dalla bocca di un professore illuminato, però quanto ci hanno regalato quelle parole!

L’Università resta (perfino l’Università italiana) una formidabile palestra, ci fa crescere come cittadini, forma il carattere, oltre che le competenze professionali, accresce la consapevolezza di sé.

In un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% (dati ISTAT 2011), l’età media dei laureati specialistici è di 28 anni (dati Almalaurea 2011), circa 2-3 anni in più della media degli altri paesi europei. Quegli anni in più, quel tempo sprecato, è il tempo del nozionismo, dei pomeriggi passati a ripetere ciò che dopo non servirà più, ciò che non migliora la nostra formazione (e forse neanche la nostra memoria a breve termine).

Quei 2-3 anni in più ci rendono più stanchi e più lenti dei nostri colleghi europei, ci rendono meno pronti a cogliere le (rare) opportunità che si presentano.

In un mondo del lavoro paralizzato, e schiavo di clientele e raccomandazioni, i 2 anni persi sono il primo dazio pagato… Ne seguiranno altri: la lentezza a inserirsi, il salario più basso rispetto alla media europea, la minore possibilità di cambiare impiego.

Anni fa si cercò di ovviare a questo gap tutto italiano introducendo il sistema del “3+2”, con una laurea di primo livello e una laurea di secondo, in grado – almeno in teoria – di creare i presupposti per abbreviare il percorso formativo e inserire più velocemente i giovani nel sistema produttivo del Paese.

Cosa resta oggi di quel progetto?

Giovani che terminano il primo ciclo universitario a 23-24 anni, con lauree dai nomi spesso fantasiosi e dalla spendibilità lavorativa il più delle volte nulla. La parcellizzazione degli insegnamenti ha alimentato l’ego ipertrofico di rettori e professori, frantumando di fatto la struttura dei corsi universitari. Non ci è stata risparmiata una sola briciola di nozionismo (semplicemente suddiviso tra i due livelli), non è stato stimolato il pensiero logico, non è stata incentivata realmente la formazione sul campo, è solo cresciuto in modo irrazionale il numero degli esami da affrontare.

In una situazione così complessa si inseriscono le risposte della Politica: un ministro del Welfare che alcuni mesi fa dichiara che i giovani devono essere più umili e accettare qualsiasi tipo di lavoro per far fronte alla crisi. Parole pleonastiche, dato che da anni molti giovani si sobbarcano fatiche che non hanno niente in comune con ciò che hanno studiato per anni.

Chi è pronto, in politica, ad assumersi la responsabilità di una riforma (quella del 3+2) che ha compromesso il destino lavorativo di molti studenti?

Chi è pronto, nei vertici del mondo universitario, ad assumersi le responsabilità di aver spacciato agli studenti prospettive di lavoro fasulle ben nascoste dietro corsi di laurea dai nomi altisonanti?

Chi è pronto, tra ricercatori e professori, a diventare consapevole del grandissimo potenziale umano e sociale del proprio ruolo, rimettendo al centro lo studente e la sua formazione?

E noi… Noi saremo pronti, quando verrà il nostro turno di operare nelle stanze dei bottoni, a non dimenticare ciò a cui pensavamo nei lunghi pomeriggi da reclusi, illuminati dal sole primaverile, e ciò per cui ci battevamo quando affollavamo le aule della nostra amata/odiata Università?

gli articoli della rubrica polsodipuma sono presenti anche su www.polsodipuma.blogspot.com

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

(pre)Cari Amici #3 – 110 e lode: Italia, il paese della meritocrazia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Oggi il vostro contributo per (pre)Cari Amici è redatto da Betty Bradshaw, che ci racconta le difficoltà di cui è irto il percorso della carriera medica. Impegno, studio, magari il massimo dei voti, ma la più grossa difficoltà è scontrarsi con la casta e il sistema dell’antimeritocrazia. Raccontateci anche la vostra storia, vi aspettiamo.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Questa storia delle prodigiose “signorine 110 e lode” non mi va proprio giù.

Resta sul gozzo come un boccone amaro e indigesto. Italo Bocchino, in vari talk show, ripete le cifre da capogiro che questa “sorprendente” igienista dentale andrà ad accumulare nei suoi conti in banca per meriti tutti da verificare, a fronte di giovani militanti che, pur prodigandosi per la causa sin dalla culla, vengono surclassati da persone come la Minetti. Gli si contrappongono Berlusconi (e, in secundis, Formigoni) che sostiene l’avvenente consigliera regionale, la cui strabiliante carriera accademica prova che questa ragazza prodigio merita di stare dov’è.

Ecco, mi voglio soffermare su quel “merita”.

Se c’è un verbo che nel nostro paese decadente non dovrebbe più essere utilizzato è proprio “meritare”. Per rispetto verso chi, sull’inconsistenza del merito, si è logorato anima e corpo. Prendo ad esempio la classe medica, perché, volente o nolente, ne faccio parte. In particolare coloro che hanno avuto la triste idea (in modo del tutto presuntuoso!) di tuffarsi nella piscina (vuota) della ricerca scientifica italiana. Immaginiamo un giovane neo-maturato che passi l’estate a studiare (invece che partire per un’isola della Grecia) per superare il devastante barrage del numero chiuso. Immaginiamo che, solo tre giorni prima della prova, venga a sapere che il 70% delle domande verteranno su “cultura generale”. Immaginiamo dunque le bestemmie che naturalmente avrà proferito mentre gettava benzina sui libri di chimica, fisica, biologia…

Il giovane passa l’esame alla grande: gioia, tripudio… Sino al discorso d’ingresso (attenzione: NON di benvenuto) alle matricole. In un’aula spettrale vengono radunati giovani tremanti di felicità e di paura; dietro un ligneo altare su scranni fastosi… La casta! Figure in penombra dalle fattezze di cariatidi provvedono immediatamente a puntare estintori contro l’entusiasmo. Parlano in percentuale: il 30% dei presenti verrà ELIMINATO al primo semestre, un altro 30% entro il primo anno, del restante 40% qualcuno si laureerà, ma sicuramente non passerà l’esame per entrare in specializzazione… Ma cos’è, un lager? L’isola dei famosi? X-factor?

Ragazzi, stanno investendo sei, ben sei anni delle loro vite! Non sono mica qui a pettinare bambole! Una piccola pacca sulla spalla no?!

I sei anni scorrono lentamente, penosamente, faticosamente, tra professoroni bastardi, medici che non hanno voglia di insegnare in corsia, leccapiedi che cominciano a spiccare sin dal terzo anno nella penombra generale di giovani stanchi e delusi. Arriva la laurea, dopo insulti, offese, tentativi di manomissione psicologica… Evviva! Centodieci e lode! Poi l’abilitazione e quindi… L’esame per la specializzazione. La tomba di tutti i neo-laureati non paraculati. Ma immaginiamo che quel giovane, rimboccandosi le maniche (anche se molti non hanno dovuto rimboccare esattamente quelle), ce la faccia. Evviva!

Cinque anni di specializzazione: i più brutti della sua vita. Baroni, portaborse, malcostume, progetti rubati, telefonini che squillano nel cuore della notte per chiedere dov’è il lavoro X, guardie non assistite e non assicurate, promozioni di carriera del tutto ingiustificate, viaggi all’estero convertiti ad altri con il proprio progetto di ricerca, corse in aeroporto per “accompagnare” il capo a un congresso oltreoceano. All’inizio il giovane cerca di ribellarsi, di trovare una coesione di classe: ma i più tacciono – peggio – osteggiano. Il caldo della sedia che hanno sotto il sedere gli basta. Queste sono le regole, questo è il SISTEMA, è tutto normale. Se c’è qualcosa di anormale, è chi pensa che le cose possano andare diversamente. È cosa buona e giusta stare sotto il tavolo, leccare i piedi, prendere calci e mangiare briciole, puntando a un posto a tavola. Questo è il vero merito.

Finisce la specializzazione, a pieni voti! Evviva… E adesso?

Il giovane vede coetanei consenzienti e mediocri sfrecciare sull’onda del Professor Antani, avere il dottorato di ricerca grazie all’illustre Cavalier Lup-Man, partecipare a concorsi il cui bando, nella gazzetta ufficiale, l’avevano visto solo quelli del team dell’Ingegner Tapioca. Ma il giovane (che ormai è vecchio) continua a viaggiare sull’autostrada dell’Antimeritocrazia, tra progetti di ricerca e contratti a tempo determinatissimo, su una Panda comprata con summa cum laude in contanti e assegni di olio di gomito, vedendo sfrecciare automobili di lusso, SUV grandi come mammut, ferrarini superpotenti.

Onore al merito… Soprattutto a chi non ne ha.

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

(pre)Cari Amici #2 – L'artigiano elettricista

[stextbox id=”custom” big=”true”]

La seconda puntata di (pre)Cari Amici è scritta da Giorgio Masala, elettricista artigiano, che affronta tutti i giorni le difficoltà dell’attività in proprio. Da questo lo spunto su quelle che secondo lui dovrebbero essere le modifiche importanti nel mondo del lavoro, in un sistema capitalistico basato sul debito che sta portando tutti verso il precariato e la povertà.

Non dimenticate di raccontarci anche la vostra storia di precariato; basta cliccare sul banner qui a lato ed inviarci il vostro racconto.

La Redazione di Camminando Scalzi

[/stextbox]

Io sono un artigiano elettricista precario e pago le tasse. Ogni giorno devo avere la fortuna di trovare qualcuno che mi chiami a lavorare, perdo ore e ore a fare preventivi e gestire la contabilità, e molte volte vedo dire no ai preventivi, perché il mercato è saturo di precari che non pagano le tasse che fanno lavori al posto mio. Questo non per dire che è colpa solo di chi non paga le tasse se l’economia sta andando male; sarebbe giusto che tutti le pagassero, in un sistema equo, dove il governo che ci comanda economicamente non si appropri del 90 % e sia leale (come quello europeo, anche perché possiamo stracciarla la Costituzione italiana dopo il Trattato di Lisbona e l’incarico di stampare la moneta dato alla banca centrale Bankitalia, che è una banca privata dove la moneta è privata e della BCE).

Ormai da tempo anche guardando vecchi programmi TV trapela la realtà a cui stavamo andando incontro: entrare nella comunità Europea è una truffa. D’accordo con l’amore mondiale tra i popoli, ma non con le economie detenute da pochi. Sei banche centrali nel pianeta gestiscono l’emissione di moneta, e vedrete che saranno ridotte ancora, per incentrare il potere in mano di pochi. Mi fanno ridere le frasi “il lavoro rende liberi” oppure “la costituzione italiana è fondata sul lavoro”… Aumenta sempre di più la mentalità capitalistica della difesa dei diritti del lavoratore non perché uomo, ma perché macchina lavoratrice. Io cambierei questi slogan in “Il lavoro serve a pagare i debiti e rende libero dai debiti, ma devi lavorare di più”.

La gente lotta tanto per avere un lavoro, ma non per quella esigenza che dovrebbe essere la creatività, la passione, la crescita personale, ma perché carico di debiti. In Italia abbiamo un debito pubblico del 120%, che non risaneremo mai. Debito pubblico che quasi non dovrebbe esistere, se lo stato stampasse moneta e la bilanciasse tra deflazione e inflazione. Senza contare che la moneta gira intorno ai prestiti, che ti dicono sono fissi, ma che poi in realtà non lo sono mai, dato che dipendono dal debito statale della banca centrale, dove addirittura quella moneta è già diventata “virtuale”.

Essendo oggi le fabbriche quasi totalmente meccanizzate, non serve più tutta la manodopera che serviva una volta, quindi per risolvere il problema basterebbe far lavorare un po’ tutti, per meno ore, lasciando il resto della giornata per vivere la vita e permettere di fare qualcosa di creativo. Invece le ore di lavoro continuano ad aumentare, e la mamma o il papà  non restano più a casa con i propri i figli. La domanda è: perché dobbiamo lavorare cosi tanto? Badate bene che non si tratta di una frase da parassita. Vedo su youtube filmati che eleggono a Eroe l’operaio che lavora dodice ore al giorno per sfamare i propri figli… Ahimé, non è affatto così. Non è bello lavorare e lavorare e lavorare ancora e neanche così riuscire a pagare l’affitto, la corrente, il cibo, le tasse… Quell’operaio è uno schiavo, e come lui tutti noi, se non riusciamo a trovare le giuste informazioni per fare scelte nella nostra vita. Quell’operaio continua imperterrito a prendersela con il suo datore di lavoro, il quale se la prende con l’operaio, senza capire che entrambi sono sulla stessa barca.

Ma basta osservare gli immigrati cinesi nelle nostre città per capire su cosa si sta spostando l’economia. Ditemi se quello è vivere, rinchiusi in un gretto circolo di lavoro privo di emozione e libertà mentale. Grazie Capitalismo! Il Capitalismo è un sistema meraviglioso! Ok, qualche miliardo di persone non ha niente, però pensate a tutta la gente che ha tanto! Non preoccupatevi se i cinesi lavorano per 50 centesimi al giorno, sono cinesi… Chi se ne frega, sono un miliardo! E intanto nel terzo mondo non mangiano, e ancora si muore per diarrea. Lo so che c’è gente disperata che ha perso il lavoro, e che ha figli e debiti fino al collo, qua in italia, ma a quanti possiamo trovare un lavoro e risolvere questo problema se non cambia radicalmente l’economia, e se non si punta ai piani alti invece che al pettegolezzo televisivo dell’operaio che ripete continuamente le solite frasi. Prendiamocela con la vera causa.

Smettiamo di girare attorno a un circolo vizioso come formiche, e questo vale anche per gli altri paesi… Guardiamo il percorso che ha fatto l’America per esempio. Uno: istituzione della banca privata centrale; Due: aumento del debito pubblico; Tre: privatizzazione di tutti i servizi per ovviare al debito pubblico; Quattro: chi ha soldi vive, chi no si arrangia; e chi vive,vive lavorando, schiavo e disinformato. Era un appunto per dire: lottate per la vita, e non per il lavoro. Non pretendete troppi beni dal vostro lavoro: le cose ti posseggono e poi, più ne hai e più dovrai lavorare per mantenerle. Specializzatevi ma non troppo, siate elastici: i tempi cambiano e i lavori finiscono e potreste essere licenziati e dover cambiare mansione! O cambiamo radicalmente o rincorreremo battaglie e lamentele perse, che sono ricorrenti nella storia, e questa volta se cadiamo sarà difficile rialzarci.

(pre)Cari Amici #1 – La mamma architetto

[stextbox id=”custom” big=”true”] Vi presentiamo oggi la nostra nuova rubrica, (pre)Cari Amici, che si occuperà di tutte le diverse forme di precariato che ci sono nella attuale società italiana. È un nuovo esperimento per Camminando Scalzi che richiede la vostra partecipazione, la vostra voce diretta. Vogliamo dare parola a tutte quelle persone che si trovano in una condizione di precariato (non per forza soltanto lavorativa), che sono costrette a combattere ogni giorno contro l’indistruttibile muro dell’incertezza del proprio futuro e dell’impossibilità di poter fare progetti a lungo termine nella propria vita. Questa rubrica nasce proprio per dare la voce al comune cittadino ogni giorno costretto a combattere per le cose che gli spetterebbero di diritto, un cittadino che vive lontano da una realtà politica arroccata nelle sue cattedrali d’ebano, lontane, lontanissime dalla realtà quotidiana. E noi riteniamo che sia importante farvi raccontare le vostre storie, sfogarvi, denunciare quello che non funziona nella nostra società. La nostra prima storia è quella di Daniela Scarpa, che ci racconta cosa significa essere contemporaneamente madre e aspirare a voler fare il proprio lavoro, quello dell’architetto. Vi auguriamo buona lettura, e vi invitamo a raccontarci la vostra storia, contattandoci cliccando sul riquadro qui a lato.

La redazione di Camminando Scalzi[/stextbox]

Sono un architetto e sono una mamma.

Lotto per poter rendere reale questa affermazione senza trovarmi costretta a precisare la triste e raccapricciante verità: ero un architetto appassionato e brillante e la mia scelta di diventare mamma mi costringe da ormai undici mesi a una pausa professionale. Dico pausa per non dire brusca fermata a tempo indeterminato, parole che meglio descrivono la mia reale situazione, ma che non amo pronunciare perché rimango un’inguaribile ottimista.

Ma cominciamo dal principio della mia storia, un racconto che potrebbe essere quello di ogni giovane donna che, come me, si affaccia armata di buoni propositi, tanti sogni e mille speranze al complicato mondo del lavoro nel nostro Paese. Vorrei poter dire di essere una precaria ma, purtroppo, non mi spetta neanche questo tanto discusso titolo. Si cerca di fare qualcosa per sanare la ferita del precariato in Italia dimenticandosi che c’è chi sta anche peggio.

Sono una libera professionista e scriverlo mi provoca ogni volta un misto di ilarità e disperazione. I giovani architetti italiani, quelli fortunati che come me hanno trovato il modo di impegnarsi in qualcosa il più possibile simile a un lavoro, spesso collaborano con studi professionali avviati, per accumulare esperienza, per seguire lavori interessanti e soprattutto per assicurarsi un fisso mensile che, anche se minimo, è senza dubbio fondamentale in un mondo che offre poche opportunità persino a chi è sul mercato da decenni. Nell’attesa di avviare la tanto bramata libera professione, la maggioranza degli architetti finisce a fare nient’altro che il dipendente per un altro architetto, sopportandone gli umori e le pretese, senza la neppur minima garanzia sociale tipica di tutti i lavori dipendenti, a tempo indeterminato o precari che siano. Quello che si instaura nel nostro campo è una collaborazione tra professionisti in possesso di partita iva; questo tipo di rapporto in genere prevede una fattura mensile di quota fissa che il professionista titolare dello studio rilascia al collaboratore esterno selezionato, in cambio del suo impegno a portare avanti uno o più progetti, senza vincoli di presenza in studio o orari fissi.

Detta così non sembrerebbe neanche poi così male. Ma soffermandosi un attimo salta agli occhi la paradossale situazione di chi, come ho fatto io per circa sette anni, trascorre le sue giornate (e nottate…) chiuso in uno studio non suo senza avere la possibilità di dedicarsi a nient’altro, guadagnando un fisso minimo che dovrebbe essere completato da introiti ottenuti da lavori personali, lavori che nella realtà non possono essere cercati né portati avanti per mancanza di tempo. Siamo di fronte a un tipo di collaborazione flessibile sulla carta, ma che nella realtà si tramuta in una sorta di schiavitù legalizzata perché scelta liberamente dal professionista che offre la sua collaborazione, se di scelta si può parlare. Sì perché l’alternativa all’accettare queste assurde condizioni è non lavorare presso gli studi di architettura, e dunque non lavorare. Neanche a dirlo, in questi rapporti professionali, anche se protratti negli anni,  non esiste alcun tipo contratto o accordo scritto. Niente trattamento di fine rapporto, niente malattia o ferie pagate, nessun tipo di assistenza. Una giungla selvaggia dove chi è più forte riesce a malapena a sopravvivere.

Come potete immaginare la situazione si complica quando una donna, a trent’anni suonati, decide che è giunta l’ora di diventare mamma; una scelta consapevole che fino a vent’anni fa era legittima e quasi scontata, ma che al giorno d’oggi è considerata pura follia. Per una giovane architetto diventare mamma significa, nella maggioranza dei casi, perdere il lavoro. Una mamma non può dedicarsi completamente alla finta collaborazione esterna e flessibile proposta dagli studi di architettura perché, nella realtà, ciò che si richiede è un impegno e una dedizione totale, ovviamente non compatibile con gli impegni di una donna che deve occuparsi dei propri figli. Diventare mamma significa smettere di guadagnare da un giorno all’altro, interrompere ogni attività professionale e ottenere, se si è fortunate, la famosa pacca sulla spalla con tanti auguri per la nuova vita. Diventare mamma significa ignorare a che cosa si va incontro, non sapere se mai qualcuno avrà di nuovo voglia di offrirti un lavoro, vivere senza avere la minima idea di che direzione prenderà la propria vita professionale; significa vivere nell’incertezza totale e accettare di essere mantenuta (scusate la bassezza del termine ma è quello che più si avvicina alla realtà delle cose) per un tempo non definito dal marito o dal compagno di turno, con l’aiuto aggiuntivo dei propri genitori felici e grati del nuovo ruolo di nonni. D’improvviso ci si sente incapaci di badare a sé stesse e al figlio in arrivo, pervase da un senso di impotenza e di delusione. Certo, dimenticavo, voi mi direte che ci sono i premi di maternità degli enti previdenziali. Avete ragione: grazie ai 4000€ lordi ricevuti dalla Cassa degli Architetti e degli Ingegneri, vivrò felice e contenta fino al compimento dei diciotto anni di mio figlio. Con una retta di circa duemila euro all’anno (che ovviamente continuo a pagare) la somma ricevuta è davvero generosa e utile.

Insomma una donna che ha lavorato con impegno e passione per tanti anni, che in molti casi ha acceso un mutuo per l’acquisto di una casa, che altre volte ha un affitto da pagare, che in ogni caso aveva una sua vita portata avanti grazie a un lavoro impegnativo e totalizzante quale è fare l’architetto, d’improvviso si ritrova senza la possibilità di sopravvivere se non accettando generosi aiuti esterni . Con l’umiliazione e la frustrazione annesse. In più la cosa peggiore è la triste scoperta che, nel nostro campo, a quegli studi così bravi a spremerti e a usarti quando sei giovane e senza pensieri, il lavoro di una mamma che ha la sola esigenza di una reale flessibilità e di orari semplicemente umani non interessa più.

Mio figlio ha undici mesi e a oggi, nonostante l’impegno quotidiano nella ricerca di un lavoro che possa sposarsi con l’essere mamma, sono a casa senza far nulla. Nessuna possibilità di collaborazioni part time. Nessuna offerta di collaborazioni interne o esterne che siano. Nessuna proposta e nessun contatto. Niente di niente.

Solo il rimpianto di non essere riuscita prima ad avviare un qualcosa che assomigliasse a una libera professione, di non esserci riuscita per l’impegno dedicato a quelle stesse persone che oggi rifiutano il mio lavoro.

Solo  tanta rabbia. La rabbia di chi ha impiegato la sua vita per cercare di costruire qualcosa di bello ed è costretto a fermarsi, a riporre tutto in un cassetto e a sperare – perché la speranza è l’unica cosa che rimane – di riaprirlo un giorno.

In un Paese che non fa altro che parlare di festini e droga, giovani donne e vecchi malati, mi chiedo se non sia ora di dedicarsi alle cose serie, tipo provare a regalare la serenità alle giovani famiglie che stanno cercando con tutte le loro forze di costruire il proprio futuro.

Daniela Scarpa

Una protesta dedicata al maestro Monicelli

In molti lo ricorderanno per quella puntata di Rai per una notte in cui parlò di “rivoluzione”, quella che l’Italia non aveva mai avuto e che forse sarebbe stata l’unica speranza di riscatto di questo bistrattato Paese. Sarà ricordato per la sua ironica genialità, capace di strapparti una risata anche davanti alle situazioni più tristi e drammatiche, come la morte del suo personaggio Perozzi, interpretato da Philippe Noiret nel terzo episodio del celebre “Amici miei”.

Il 29 novembre 2010 è morto Mario Monicelli, dopo un volo di cinque piani dall’ospedale San Giovanni di Roma. L’ultimo volo di un gabbiano… Quel simbolico gabbiano omaggiato in una celebre canzone di Giorgio Gaber. Quel metaforico gabbiano che nella forza di Mario Monicelli ha trovato il coraggio di spiccare il volo fino ai 95 anni d’età.

Ci ha lasciati con la stessa shoccante spettacolarità che caratterizzava i suoi film, senza spazio per il finale travagliato e spossante di un vecchio uomo in attesa di una fine dettata da una malattia terminale. Pare quasi di vederlo mentre riesce a beffare medici ed infermieri e si allontana verso quell’ultima estrema manifestazione della sua tragicomica imprevedibilità. Un volta disse “vorrei morire un giorno in cui i giornali non sanno cosa scrivere”, e forse così è stato.

E’ andato via ma è rimasto, con le parole e le immagini dei suoi film e con le preziose lezioni di vita che ha voluto regalarci. E’ morto fra i peggiori deliri della politica, gli scandali di WikiLeaks e le strepitose proteste di piazza di precari e studenti, che da oltre una settimana vanno avanti, alla ricerca di quella rivoluzione che “l’Italia non ha mai avuto”…

L’hanno dedicata anche a lui, il maestro, quell’ultima giornata di manifestazioni del 30 novembre, prima della scellerata votazione della Camera. “Caro Mario, la faremo ‘sta rivoluzione”, si leggeva in testa al corteo degli universitari di Napoli: un messaggio comune a tante strade italiane.

Una mobilitazione che è partita con l’occupazione dei monumenti: il simbolo di quel diritto alla cultura che questa generazione ha deciso di non farsi portare via. Poi l‘invasione di aeroporti, strade e stazioni, come simbolo del disagio che da troppo tempo opprime questo Paese, schiacciato dalla mancanza di prospettive future e dalla paura di vedersi levare persino il diritto allo studio. Treni cancellati o posticipati, con migliaia di viaggiatori in attesa, senza la possibilità di programmarsi una serata… Aspirazioni cancellate o posticipate, con migliaia di persone in attesa, senza la possibilità di programmarsi… una vita.

Una protesta che continua, nonostante tutto. Da Milano a Palermo, persino con l’appoggio degli erasmus all’estero: da Siviglia a Lisbona, e da Montpellier ad Amburgo.

E poco importa se la combriccola di tristi politicanti che oggi ci governa non riesce a capire il senso di questa contestazione, perché non essere compresi da persone di simile levatura ci rende solo più orgogliosi…

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è accompagnato da un omaggio del fumettista Segolas al maestro Monicelli[/stextbox]