Processo Mills… A due passi dalla prescrizione

In questi giorni l’attenzione mediatica relativa ai fatti giudiziari del premier Silvio Berlusconi è tutta concentrata sul “processo Mills”, che vede il Presidente del Consiglio imputato del reato di corruzione in atti giudiziari. E’ prevista per domani, infatti, la ripresa delle udienze nel procedimento a suo carico, del quale ripercorriamo, brevissimamente, la travagliata storia.

L’avvocato Mills era consulente della Fininvest per la finanza estera inglese, ed è stato condannato in primo e secondo grado per corruzione  in atti giudiziari e falsa testimonianza in favore di Silvio Berlusconi.

Il processo era nato proprio da una lettera dello stesso avvocato Mills, al suo commercialista, Bob Drennan, dove Mills  dichiarava che Berlusconi aveva versato in nero sul suo conto in Svizzera 600.000 dollari. Il versamento sarebbe stato dovuto alle testimonianze reticenti rese dinanzi al tribunale di Milano dove, nel processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di  All Iberian, Mills non disse tutto quello che sapeva, per tenere indenne Berlusconi. Mills disse testualmente al suo commercialista “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”. A Londra, il commercialista, una volta  letta quella lettera, denunciò il suo cliente al fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale.

Dalle motivazioni della sentenza della Cassazione dello scorso anno emerge come risultò provata la corruzione in atti giudiziari a seguito delle testimonianze, ritenute false e reticenti, rese nell’intento di favorire Silvio Berlusconi. Il prezzo? “600mila dollari e la promessa di tale compenso nell’autunno 1999”.

Un anno fa, come sappiamo,  la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per “intervenuta prescrizione del reato”, ma riconoscendo colpevole Mills di danno all’ immagine dello Stato. Nella stessa sentenza, la Corte riconosce che il reato è stato commesso e che Silvio Berlusconi ha corrotto David Mills.

D’altronde la “prescrizione” non significa che sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma è un proscioglimento tecnico per motivi esclusivamente procedurali. La prescrizione, infatti, non è altro che l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. La sua finalità è quella di evitare di punire fatti dopo che sia passato molto tempo dalla loro verificazione, perché proprio il passare del tempo fa venir meno l’interesse dello Stato a punirne la relativa condotta.

La prescrizione, quindi, non ha nulla a che vedere con la assoluzione.

E proprio a seguito dell’applicazione della prescrizione l ‘avvocato inglese David Mills è sì colpevole di essersi fatto corrompere con 600 mila dollari per favorire l’imputato Berlusconi in due processi (tangenti alla Guardia di Finanza; fondi neri Fininvest – All Iberian), ma non può più essere punito, perché ha incassato la tangente più di dieci anni fa.

Della condanna di primo grado, che era stata confermata anche in appello, resta valido solo il risarcimento del danno morale (che non cade in prescrizione): Mills dovrà versare 250 mila euro allo Stato italiano, che per legge, paradossalmente, è rappresentato nel processo dalla presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi Mills, il corrotto, deve risarcire la presidenza del Consiglio, presieduta da Berlusconi, il corruttore, che fantastico paradosso!. Il filosofo Zenone non sarebbe stato in grado di coltivarne uno migliore.

La cassazione, sostanzialmente, ha dovuto risolvere un problema di date: quando fu commessa quella corruzione? La Corte ha deciso che Mills si era impadronito di quei soldi già tre mesi prima, e cioè quando fornì le istruzioni per far entrare quella tangente in un precedente contenitore (il fondo Giano Capital), dove i soldi dell’avvocato inglese erano mescolati con quelli di altri suoi clienti. Da questa seconda data, a differenza che dalla prima, sono ormai passati più di dieci anni, per cui la corruzione è stata dichiarata prescritta.

Ovviamente se c’è stato un corrotto è evidente che ci sia stato anche un corruttore. Non è un’ eresia allora credere che, come Mills sia stato ritenuto colpevole per essere stato corrotto da Berlusconi, il premier dovrebbe essere ritenuto colpevole per aver corrotto l’avvocato inglese.

La domanda che ci poniamo, quindi, è la seguente: cosa si prevede che accadrà nei confronti di Berlusconi, la cui posizione nel processo ancora non è definita?

La risposta è estremamente semplice. I PM ritengono che, per il medesimo fatto per il quale è stata definita la prescrizione del reato nei confronti di Mills, trattandosi dello stesso fatto incriminato, il Tribunale dovrà dichiarare la prescrizione anche nei confronti del Premier. Questo dovrebbe accadere probabilmente (settimana più o settimana meno) nel novembre prossimo.

Pertanto il processo potrà continuare, ma sarà difficile arrivare a una sentenza di primo grado, e ancora più arduo sarà chiudere in tempo anche l’appello e la Cassazione. Berlusconi, in questo processo, originariamente era imputato insieme a Mills, ma la sua posizione venne separato per effetto del lodo Alfano, in seguito dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale per violazione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Si fa presto a far tornare i conti, se solo si considera che il rinvio alla data di domani nei confronti di Berlusconi (con circa un anno di ritardo rispetto alla conclusione del processo nei confronti di Mills) è dovuto proprio alla legge del Ministro Alfano che, per sospendere il processo, sospese tutti i termini pendenti nei suoi confronti.

La prescrizione, che non fa rima con assoluzione, per Berlusconi è davvero vicina, anzi, a due passi.

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La “presunzione” d’innocenza del Senatore Marcello Dell’Utri

[stextbox id=”custom” big=”true”] L’articolo di oggi è scritto da Richpoly, laureato in giurisprudenza in attesa di sostenere il concorso in magistratura. Lo spunto per questo articolo è nato da una precisa domanda: “Perchè il senatore Dell’Utri nonostante una condanna a sette anni non è attualmente in carcere ?” . Scopriamolo nel post di oggi.[/stextbox]

L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Questo è il così detto principio della “presunzione d’innocenza” sancito all’art. 27 della Costituzione Italiana.

Tale disposizione, oggi più attuale che mai alla luce delle diverse vicende che hanno visto il senatore Dell’Utri al centro di acceso dibattito dal profilo giuridico ed istituzionale, afferma che l’ imputato è innocente fino a prova contraria e va letta in combinato disposto con un altro principio alla base del nostro ordinamento, quello per cui l’imputato, per essere condannato, deve essere ritenuto colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”. L’onere della prova, cioè la dimostrazione della colpevolezza dell’imputato, spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal pubblico ministero. Non è quindi l’imputato a dover dimostrare la sua innocenza ma, al contrario, è compito degli accusatori dimostrarne la colpa. L’inciso costituzionale spiega  che  l’imputato è innocente fino ad una sentenza di condanna che sia passata in giudicato. La sentenza passa in giudicato quando sono esperiti tutti e tre i gradi di giudizio: il primo dinanzi al Tribunale (nei casi di crimini più efferati la Corte d’Assise), il secondo dinanzi la Corte di Appello (Corte d’Assise d’Appello nei casi di competenza della Corte d’Assise), e l’ultimo in Cassazione.

Logica conseguenza della presunzione d’innocenza è l’affermazione per cui, prima della definizione del processo in sede di Cassazione, non è possibile sottoporre l’imputato alla pena detentiva della reclusione. Questo ci permette di capire il motivo per cui Dell’Utri, nonostante abbia ricevuto due condanne, in altrettanti gradi di giudizio (Tribunale e Corte di Appello), non stia scontando in carcere la pena inflittagli. D’altronde, sarebbe contraddittorio affermare come presunzione assoluta (juris et de jure) l’innocenza di un soggetto e, contemporaneamente, sottoporlo ad una pena detentiva che lo privi della libertà personale.

Questo è il motivo per cui una sentenza di condanna emessa in primo o secondo grado non è idonea a sottoporre il condannato alla pena in concreto stabilita dal giudice competente. Come detto, soltanto al momento della definitività della sentenza di condanna la pena verrà effettivamente scontata dal condannato.

Sarà, dunque, ben possibile, come accaduto nel caso del Senatore dell’Utri, che un giudice di primo grado condanni a 9 anni di reclusione, che, poi, il giudice di appello riduca (ed in determinati casi aumenti) a 7, e che alla fine la Cassazione modifichi ulteriormente la pena in concreto da irrogare all’imputato.

In particolare, la Corte di Appello di Palermo ha ritenuto colpevole per concorso esterno in associazione mafiosa, e cioè ha ritenuto provato che Dell’Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino nel 1992. Il senatore di Forza Italia è stato anche condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

I giudici sono rimasti in camera di consiglio per sei giorni. Il procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto la condanna a 11 anni. La Corte ha invece assolto Dell’Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perché «il fatto non sussiste», riducendo così la pena da nove a sette anni di reclusione.

Il nome di Marcello Dell’Utri fu fatto per la prima volta nel 1994 dal pentito Salvatore Cancemi, il quale lo indicò come un vero e proprio anello di congiunzione tra il dorato mondo dell’alta finanza lombarda, e i più loschi ambienti malavitosi di Palermo, città in cui è nato l’11 settembre 1941. Secondo il pentito, seguito successivamente a ruota da altri collaboratori di giustizia, Marcello Dell’Utri sarebbe stato una longa manus di Cosa Nostra, interessata ad entrare nei grandi affari edilizi lombardi come la costruzione di Milano 2 e, successivamente, il tramite per consentire alla criminalità organizzata di dettare le linee di un progetto politico in embrione già dall’autunno del ’93: Forza Italia.

Il processo di primo grado, iniziato nel 1997, si concluse l’11 dicembre del 2004, dopo 257 udienze, e con una condanna a 9 anni di reclusione. In quella sentenza il senatore del Pdl veniva indicato come “cerniera fra potere mafioso, politico ed economico“: il punto di partenza, insomma, da cui è iniziato il processo d’appello cominciato quattro anni fa, e in cui la pubblica accusa ha chiesto una condanna ad 11 anni di reclusione. Un processo lungo quello a Dell’Utri, infatti, quando ormai il dibattimento era ad un passo, i giudici, presieduti da Claudio Dall’Acqua, hanno acconsentito all’audizione in aula del pentito Gaspare Spatuzza, tra i principali accusatori di Dell’Utri, e dei fratelli Graviano, ex capimafia di Brancaccio, che secondo l’accusa avrebbero avuto legami con il senatore.

Tornando al nostro ordinamento, questo può senza dubbio considerarsi attento alle vicissitudini di una società dalla moralità precaria, mutevole e violenta, pone a tale principio un’unica, ma rilevantissima, eccezione. E’ prevista, infatti, la possibilità di irrogare la misura cautelare della custodia cautelare in carcere, ovviamente qualora ricorrano determinati e rigorosi requisiti espressamente previsti dal codice penale. Tale misura cautelare può essere disposta ai danni dell’indagato (così è chiamato il soggetto nei confronti del quale sono svolte le indagini, soggetto che assume l’appellativo di “imputato” soltanto al momento in cui il pubblico ministero formula l’imputazione nei suoi confronti, al termine delle indagini) già durante la fase delle indagini preliminari, fase che costituisce il momento iniziale del procedimento penale, secondo soltanto alla notizia di reato che consiste nella acquisizione del fatto – reato da parte della polizia giudiziaria o dal pubblico ministero. La misura cautelare, quindi, può perdurare per tutta la durata del processo, purché non ne vengano travalicati i limiti temporali stabiliti espressamente dalle singole norme del codice penale, termini che, comunque e in nessun caso (neanche nei casi di crimini più crudeli) può superare i 6 anni.

Da ciò si evince come, in un sistema processuale come quello italiano in cui i processi durano in media più di 6 anni (per usare un eufemismo considerato il fatto che spesso superano ampiamente tale termine), sia praticamente impossibile immaginare che un soggetto possa subire la pena detentiva dall’inizio del processo sino alla sua definizione in sede di Cassazione.

Sostanziali sono le differenze tra la misura cautelare e la pena detentiva. Per citare la distinzione più evidente basta sottolineare come la misura cautelare viene applicata in una fase in cui non è stata aperta la fase istruttoria (quando cioè vengono introdotte le prove nel processo), al contrario della pena detentiva che viene inflitta proprio in seguito alla fase in questione. Essendo l’adempimento dell’attività probatoria non un onere dell’imputato bensì un suo diritto, non possono esser nei suoi confronti rivolti effetti eccessivamente afflittivi trovandoci in una fase antecedente a quella entro la quale dovrà essere dall’accusa dimostrata la sua penale responsabilità. La pena detentiva, al contrario, viene applicata ad un soggetto nei cui confronti è già stata accertata la responsabilità in ordine ai fatti contestatigli. Viene da sé, quindi, che un imputato, anche se in custodia cautelare, non può essere trattato alla stregua di un normale condannato e che i limiti temporali previsti per l’applicazione delle misure in questione sono ampiamente giustificati in un’ottica costituzionale e garantista.

Il lettore attento ora si chiederà perché il senatore Dell’Utri non abbia scontato o non stia scontando la misura cautelare della custodia in carcere. La risposta è più semplice del previsto. Infatti, ammesso e non concesso che il Pubblico Ministero abbia chiesto a suo tempo la custodia in carcere di Dell’Utri, i Giudici non hanno ritenuto che vi fosse la prova che lo stesso non potesse né fuggire né reiterare il reato (presupposti espressamente richiesti dalla legge per applicare la misura cautelare, oltre ai c.d. gravi indizi di colpevolezza). Si tenga anche presente che Dell’Utri è senatore dal 2001 e quindi per essere arrestato e sottoposto a misura cautelare, per qualsiasi motivo, ad esclusione di una sentenza di condanna definitiva, ci vorrebbe comunque l’autorizzazione del Senato ai sensi dell’art. 69 della Costituzione.

Se ci sarà la condanna anche in Cassazione, invece, Dell’Utri dovrà scontare in carcere la pena inflittagli. L’unica immaginabile alternativa è che la Cassazione annulli la condanna senza rinvio a nuovo Giudice, oppure che il Governo elimini il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, cosa piuttosto assurda, ma non del tutto inimmaginabile.

Concludo questi pochi cenni di un mondo, tanto interminabile quanto affascinante, quale è  l’ordinamento processuale penale con una riflessione politico sociale che prende spunto dalla necessità di ricordare come la Costituzione sia il fondamento della Repubblica. La commissione di reati da parte di uomini che ricoprono cariche rappresentative ed istituzionali è sintomatica dell’estraneità dello Stato rispetto al popolo, dell’esistenza di una classe barricata a difesa dei propri privilegi, dei propri statuti, del proliferare di corporazioni schiave della criminalità organizzata e governate da leggi proprie, sconosciute al “popolo sovrano”. Qualora la Carta Costituzionale cada dal cuore degli italiani o qualora non venga rispettata dalle più alte cariche politiche, allora verranno meno le fondamenta sulle quali sono ancorate le nostre libertà e costruiti i nostri sogni.

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De Gennaro e la condanna che ispira fiducia

De GennaroColpevole di istigazione alla falsa testimonianza durante il processo per il sanguinario blitz alla scuola Diaz, durante il G8 del 2001.

Questa è l’accusa che è costata al prefetto De Gennaro un anno e 4 mesi di condanna, emessa da parte della Corte d’appello del tribunale di Genova. Il governo però, sempre dalla parte dei più forti e pronto a sostenere la presunta innocenza dei suoi cari fino all’ultima condanna in Cassazione, si schiera al suo fianco. In particolare,  i ministri Maroni e Alfano dichiarano la loro totale fiducia poiché “La sua innocenza, fino a condanna definitiva, è sancita dalla Costituzione”.  Mi chiedo come mai si parli positivamente di Costituzione  solo quando conviene a loro e si parli di cambiarla solo quando la Costituzione diventa scomoda.

De Gennaro, oggi al vertice del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza e nove anni fa capo della polizia, era stato assolto in primo grado per mancanza di prove ma la Corte d’appello, presieduta da Maria Rosaria D’Angelo, ha ribaltato la decisione. Il prefetto, secondo la corte, sarebbe colpevole di istigazione alla falsa testimonianza e con lui anche Spartaco Mortola (ai tempi capo della Digos genovese), condannato a un anno e 2 mesi con la stessa motivazione. Mortola, inoltre, è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione anche per l’assalto a 93 no-global della scuola, massacrati di botte ed arrestati illegalmente.

Le sentenze di secondo grado per i fatti avvenuti durante il G8 si sono concluse tutte con pesanti condanne nei confronti della polizia.  I 44 imputati (funzionari, agenti, ufficiali dell’Arma, generali e guardie carcerarie, militari, medici) sono stati dichiarati tutti colpevoli per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove transitarono centinaia di no-global fermati durante gli scontri di piazza.

Lasciando perdere la presunzione di innocenza, che – lo riconosco – è un diritto di tutti, si può lasciar fare per una volta al buon senso? Si può lasciare l’immutata e la sempreverde fiducia nel cassetto, per una volta? Si può cercare di non difendere a tutti i costi, a prescindere da chi sta dalla parte del bene e chi dalla parte del male?

Evidentemente le condanne ispirano fiducia. D’altronde, basta vedere chi ci governa per rendercene conto.

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Lombardo e l'ennesima (ingiustificata?) "aggressione mediatica"

Raffaele Lombardo“Sono vittima di un’aggressione mediatica congegnata da menti raffinate”, “vengo aggredito senza avere ricevuto un avviso di garanzia”, accusato “da un personaggio non attendibile, una personalità inquietante la cui collaborazione con la giustizia è ritenuta inaffidabile”.

Queste sono le dichiarazioni di Lombardo, accusato per concorso esterno in associazione mafiosa. “L’aggressione mediatica” a cui fa riferimento il Presidente della regione Sicilia è riferibile all’ennesima fuga di notizie avvenuta nella Procura di Catania per l’inchiesta di cui lui è oggetto. Mi chiedo se quelli di destra parlino tutti così, se si copino a vicenda oppure se lo facciano apposta. Sembra quasi di sentir parlare Berlusconi… Per entrambi infatti – e anche per molti altri – un’ “aggressione mediatica” altro non è che rendere pubblica un’inchiesta, in modo tale che i lettori-elettori possano pensare e farsi una propria idea riguardo le procedure avviate nei loro confronti e, di conseguenza, degli stessi politici. Se i giornali scrivessero le stesse notizie che danno al tg di Minzolini avremmo ben poco di che formarci una nostra opinione politica.

Raffaele Lombardo
Raffaele Lombardo con il sindaco di Messina durante l'alluvione dell'ottobre scorso, evidentemente sconvolti.

Devo dare atto a Lombardo però di una cosa: non si tira indietro di fronte alle domande, non fugge come fa Berlusconi, anzi: fa dichiarazioni spontanee, come quelle di sabato scorso (10 Aprile), durante la quale  ha consegnato alla Procura della Repubblica di Palermo una relazione “contenente i nomi e i cognomi scritti sulle carte, ma anche i nomi dei prestanome, con le contrade e le discariche per i rifiuti pericolosi”. Per Lombardo, infatti, “l’infiltrazione della mafia è soprattutto nel sistema rifiuti, in una società in particolare”.

Sotto certi versi risulta essere più furbo rispetto a Berlusconi. Devo dare atto anche di un’altra cosa: fino a quando non viene emessa una sentenza definitiva, un imputato ha la presunzione di innocenza. Quindi non voglio emettere facili sentenze su Lombardo solo perché è contro la mia parte politica, solo perché non sono d’accordo con quello che dice e quello che fa: è anche vero che, però – e questo dubbio mi viene da libera cittadina – se una persona fosse pulita al 100% certe accuse non potrebbero saltare mai fuori.

Mettiamo, ad esempio, Berlusconi: io stessa non credo che sia la causa di tutti i mali del mondo e che sia colpevole di tutti i reati a lui imputati. Certo è, però, che se non avesse fatto nulla di illegale in vita sua tutte le accuse e i processi a suo carico non ci sarebbero mai stati.

“Aggressione mediatica”, la chiamano.

Ma fatemi il piacere…

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Calciopoli, un altro punto di vista

[stextbox id=”custom” big=”true”] Presentiamo un altro collaboratore esterno oggi su Camminando Scalzi. Luigi Sambataro ci parla del caso Calciopoli da un punto di vista molto differente, quello del tifoso Juventino. Siamo sicuri che questo punto di vista non lo avete ancora ascoltato. Grazie a Luigi pe ril contributo e buona lettura[/stextbox]

Estate 2006, Cobolli promette: “Alla luce dei fatti acquisiti la sentenza non può essere ritenuta equilibrata. Non ci fermeremo fino a quando giustizia sarà fatta nell’interesse dei nostri straordinari tifosi, dei nostri azionisti, della società e naturalmente del campionato di calcio. Ricorreremo subito alla Camera arbitrale del Coni e, nel caso questi non ci dessero soddisfazione andremo al Tar e alla Corte di Giustizia europea”.

5 Luglio 2006, l’avvocato Zaccone: “la pena accettabile sarebbe quella richiesta per gli altri club, ovvero la serie B con la penalizzazione”

7 Aprile 2010, nota ufficiale della società: “nel pieno rispetto delle attività riguardanti processi in corso, la Juventus valuterà attentamente con i suoi legali l’eventuale rilevanza di nuove prove introdotte nel procedimento in atto a Napoli al fine di garantire, in ogni sede sportiva e non, e come sempre ha fatto, la più accurata tutela della sua storia e dei suoi tifosi. Juventus confida che le istituzioni e gli organi di giustizia sapranno assicurare parità di trattamento per tutti, come d’altronde la società e i suoi difensori richiesero nel corso del processo sportivo del 2006”.

Credo che, per parlare di questa storia, si debba partire da qui, da un preciso concetto: eliminare i preconcetti su tutta quella che è stata, è e sarà la storia di calciopoli. È necessario mettere da parte i propri sentimenti avversi nei confronti della Juventus. Chi parla qui adesso è un tifoso bianconero, uno di quelli che con la Juve è cresciuto, che per la Juve ha sofferto e gioito, che in quell’estate del 2006 è rimasto pietrificato davanti allo sfacelo che si consumava all’ombra della Mole.

In questi giorni stanno venendo fuori diversi fatti che sembrano possano andare a modificare lo scenario creatosi quattro anni orsono. Con ciò non voglio dire che il processo porterà all’assoluzione delle Juve e dei suoi vecchi dirigenti, ma sicuramente qualcosa dovrà cambiare alla luce delle nuove prove emerse. Si è fatto passare Moggi come l’unico uomo sulla terra ad intrattenere rapporti cordiali con i designatori ed invece si sta dimostrando che non è così. Non voglio stare qui a giudicare il peso delle intercettazioni scoperte, ma solamente analizzare quella che è la rabbia e lo sgomento d’innanzi a quanto sta accadendo in questi giorni.

Lo Juventino vive una sensazione di rabbia, non bisogna aggiungere altro. Perché rabbia? Perché qui, a prescindere dalla colpevolezza di chi o che cosa, si assiste ad un atteggiamento della dirigenza da far accapponare la pelle, da lasciare sgomenti.
Nell’estate di quattro anni fa la dirigenza juventina, rappresentata dall’Avv. Zaccone, decise di patteggiare la pena accettando una serie B con penalizzazione, definendola una pena congrua. Decidettero di non ricorrere al Tar, presero una serie di decisioni talmente sciagurate, restarono talmente in silenzio, furono talmente remissivi, che credo nessun tribunale al mondo avrebbe mai pensato ad una possibile innocenza della società bianconera. Come poteva leggersi tutto ciò, se non come un “è vero, è tutta colpa nostra, puniteci ma abbiate pietà di noi”. In una società come quella italiana, dove non è importante conoscere la verità ma ci si accontenta di avere un colpevole da indicare al mondo, un capro espiatorio nel più breve tempo possibile, non ci si poteva aspettare di meglio; d’altronde anche Totò Riina si professò come un povero ed onesto lavoratore, quindi se la Juve si dichiara colpevole lo è sicuramente.
La nuova dirigenza, negli anni successivi allo scandalo, ha rinnegato il passato, l’operato della triade, indignandosi e vergognandosi di essa. Oggi a quattro anni di distanza, questa dirigenza fallita, sia come uomini, sia come risultati sportivi, alla luce di ciò che emerge dal lavoro alacre dei legali del tanto odiato Moggi, chiede parità di giudizio. Ma scusate, queste intercettazioni ci sono sempre state, soltanto che non sono mai state portate in aula, ma perché? Perchè la dirigenza a suo tempo non ha provveduto a tutelarsi? I tifosi, che sono la linfa di una squadra di calcio, sono stati “abbandonati”, hanno dovuto sopportare di tutto durante questi anni, ed oggi, solo grazie al lavoro dei legali di Luciano Moggi, loro dicono di voler tutelare i tifosi? Oggi tutti, da Palazzi, Borrelli, Pancall, Abete e tanti altri, dicono che il processo andrebbe rivisto e che il processo fu fatto in maniera approssimativa e veloce per andare incontro alle date d’inizio dei campionati. Io non posso dare colpe a questi uomini, ma solo a quelli che non hanno difeso la Juve che almeno, a parità di prove emerse, avrebbe meritato la stessa condanna di altri. Io una mia idea su tale atteggiamento me la sono fatta: dopo la morte dei fratelli Agnelli, la Juve era rimasta totalmente in mano alla triade, per la quale la famiglia Agnelli nutriva grande stima e fiducia. A questo punto i giovani rampolli di casa si erano trovati fuori da un business per loro troppo appetitoso e di sicuro blasone, sarebbe stato impossibile spodestare la triade senza un valido motivo, così appena presentatasi l’occasione hanno preso la palla al balzo, sono passati al comando distruggendo tutto in nome dei loro interessi. Perché, parliamoci chiaro, chi conosceva prima di allora gli Elkann?
Solo il tempo ed i tribunali ci diranno come finirà la storia Calciopoli, sicuramente chi ci ha rimesso o chi rimetterà di più sarà sempre il tifoso, vittima di giochi di potere troppo grandi, troppo loschi per poter andare d’accordo con la grande passione che noi tutti (juventini, interisti, milanisti, napoletani, romani etc.) mettiamo in gioco per loro. Mi auguro che ci possa essere equità di giudizio, ricordandosi che in un tavolo da poker composto da nove bari, vincerà solo uno, il più bravo, ma questo di certo non riabiliterà gli altri otto…

LINK ALLE INTERCETTAZIONI AUDIO (fonte Corriere dello Sport)

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Craxi: Gesù o Barabba?

“La menzogna diventa verità

e passa alla storia.”

George Orwell

Quando i giudizi morali, e non, relativi ad un uomo  si articolano lungo un continuum i  cui estremi sono “ladrone” e “santone”, aldilà del bene e del male stiamo parlando sicuramente di una personalità di un certo rilievo. Dare la soluzione a questa atavica dicotomia non è il proposito di questo articolo, in primis perché non ne ho il potere, in secundis perché non è lo scopo dell’articolo stesso. Di certo è impossibile sfuggire da opinioni ed inclinazioni personali, ma il mio obiettivo è cercare di porre pro e contro di questo controverso uomo politico, per dare una panoramica, se non completa, quantomeno verosimile dell’uomo Craxi.

Tutto il polverone è esploso al decennale della morte dell’ex socialista. Da un  lato chi ne proponeva la beatificazione, dall’altro chi ne ripudiava la memoria. Insomma, la solita storia.

A vantaggio dei sostenitori è doveroso menzionare che stiamo parlando comunque di un uomo che a soli 19 anni è entrato in politica, dopo poco è divenuto funzionario del partito socialista e a 26 anni era già assessore a Milano. Inoltre da responsabile della politica estera del PSI si è impegnato a finanziare economicamente i partiti messi al bando dai regimi dittatoriali in Spagna, Grecia e Cile.

Stiamo parlando di un politico che partendo dal ruolo di segretario transitorio del partito, diede vita ad uno dei governi più longevi della storia italiana e che pose le basi per numerose riforme. Infine di un uomo, e sia ben inteso che non voglio assolutamente intenzione di farlo passare per martire, a cui fu negato il ritorno in patria per sottoporsi ad una delicata operazione per diabete mellito che lo affliggeva da tempo e che morì solo durante il suo esilio (o latitanza ) in Tunisia… Però, però, però… Detta così pare si stia parlando di una vittima, di un bersaglio del sistema. Beh, la verità non è proprio questa. Craxi ha percorso un lungo cammino politico prima di giungere a questa fine. Un cammino fatto di alleanze politiche più disparate, pur di ottenere consensi elettorali, e che lo portarono a contraddire i principi storici del partito. Un esempio su tutti sono gli accordi con la Chiesa che stridono fortemente con la tradizione anticlericale del PSI. E’ stato il fautore di quella politica-spettacolo, spesso ricca di demagogia e povera di sostanza, che ancora oggi, attraverso il suo maggiore discepolo, sta dilaniando il nostro Paese. Craxi varò il famoso “Decreto Berlusconi” (che poi ha permesso l’ascesa allo sconfinato potere del nostro eroe), sul quale Vittorio Feltri (si badi bene) pronunciò le seguenti parole di “elogio”: ” […] la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna.

"Il Fatto Quotidiano" 03/01/2010

Naturalmente, il pezzo forte deve ancora venire, queste sono solo ciliegine su di un’enorme torta dall’impasto mooooolto variegato, fatto di corruzione nel processo Eni-Snai e nel caso Enimont, mazzette per la costruzione della metropolitana milanese, tangenti Enel, il famoso caso del “Conto Protezione” in cui era coinvolta anche la P2,  finanziamento illecito del partito ed altri reati estinti a causa del decesso dell’imputato. Il tutto per un totale di venti avvisi di garanzia circa e, ad occhio e croce, un ergastolo.

I sostenitori portano avanti la tesi che questo arricchimento  sia stato posto in essere per ragion di partito e non per scopi personali. Ora, a parte il fatto che è stato dimostrato dalla magistratura il contrario, in quanto quei soldi sono stati investiti in parte per beni immobili, il reato è reato, non è in maniera assoluta giustificato dal qualsiasi tipo di fine. Il voler far passare un reo per un principe machiavellico è un’opera di riabilitazione che non mi sento di accettare. Inoltre se le mozioni difensive fossero state davvero tanto valide, credo che la fuga, seguita dalla latitanza, in Tunisia non sarebbe stata necessaria.

In questo stato di controversia, il fumo del tempo trascorso pare annebbiare le memorie, e così ci ritroviamo a leggere che il Presidente Giorgio Napolitano riabilita la figura politica di Craxi, e si respira nell’aria dell’opinione comune una sorta di profumo di perdono, di voglia di restituire alla storia un personaggio dipinto solo di colori vivi, trascurando l’uso di toni scuri e cupi. Fortunatamente o fortunosamente poi ci sono persone, come l’on. Di Pietro, che ci riportano con i piedi per terra e ci ricordano che comunque in quegli anni è forse stata dipinta la pagina più nera della Repubblica italiana.

Anche se è sacrosanto il detto “chi è causa del suo mal pianga se stesso” sul piano umano sono dispiaciuto per la fine miserabile di Craxi, e per il fatto che in fin dei conti personaggi che sono saliti sulla stessa giostra (uno su tutti, Giulio Andreotti) ne sono scesi senza pagare alcun biglietto.

Pur non illudendomi di dirimere questa annosa questione, ho cercato di porre semplicemente i fatti,  l’unica cosa vera ed incontestabile nella nostra caliginosa realtà. I fatti sono incontestabili, e consegnano agli annali un uomo, un politico, uno statista, che come altri e forse più di altri ha sfruttato il potere per se stesso e per la stretta accolita al suo seguito. Che come altri o forse più di altri ha calpestato la dignità di chi gli ha permesso di governare, abbagliato dalle promesse di giustizia e libertà.

A chiusura di questo articolo mi ronza per la mente una famosa frase del già citato Andreotti, caro amico del nostro Craxi, che sosteneva: “il potere logora chi non ce l’ha”, ma se alla fine della fiera è questo il prezzo da pagare, non so fino a che punto ciò sia veritiero e condivisibile.