La magia de Il sole dentro

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

L’articolo di oggi è scritto da Delia Milioni,  italo-belga, romana d’adozione. Si occupa di comunicazione a 360°(ufficio stampa, progettazione, gestione contenuti on-line). Ha lavorato nei più disparati settori: dal pubblico al turismo, dallo sport al cinema. Inoltre ha un’associazione di donne che si occupa di educazione sostenibile per bambini e adulti.[/stextbox]

Ci sono Film che, a volte, si discostano dal classico impegno intellettuale autoreferenziale.

Ci sono film che, a volte, sono capaci di raccontare storie vere, drammatiche, ma non ti lasciano con la sensazione di aver ricevuto un pugno nello stomaco. A volte ci sono film come Il Sole Dentro, l’ultimo film di Paolo Bianchini, che uscirà nelle sale il 15 novembre. Con estrema delicatezza, il film racconta due viaggi che si sfiorano lungo un sentiero che unisce virtualmente l’Europa all’Africa. Il primo è quello compiuto Continua a leggere…

“Tutto ciò che sono” (Anna Funder) – Recensione

“Tutto ciò che sono” – di Anna Funder

Germania, gennaio 1933: la Storia – l’ascesa al potere di Adolf Hitler – e le vite di quattro giovani, Ruth, Dora, Ernst, Hans, si intrecciano nel romanzo di Anna Funder, una giornalista australiana. Il romanzo è stato pubblicato in inglese nel 2011 e tradotto in italiano nel 2012.

I personaggi sono realmente esistiti: si tratta di quattro giovani attivisti politici che tentarono di mettere in guardia il loro Paese e l’Europa intera sui pericoli derivanti dall’ascesa al potere del dittatore di Braunau. Le loro vicende sono state studiate e attentamente ricostruite dalla Funder sulla base di documenti e testimonianze, prima fra tutte quella dell’amica Ruth Blatt, fotografa e attivista che, dopo la fuga dalla Germania, si stabilì in Australia; gli elementi romanzeschi fungono da collante delle varie vicende, conferendo al testo una certa fluidità e godibilità.

I quattro vivono in Germania negli anni della Repubblica di Weimar: la disoccupazione alle stelle, l’inflazione, lo scontento e l’orgoglio ferito per la sconfitta subita nella I Guerra mondiale sono i caratteri più evidenti del contesto in cui Hitler muove i primi passi verso la dittatura. Sin dal conferimento dell’incarico di Cancelliere a Hitler vengono stilate delle liste, in cui figurano tutti gli oppositori politici del nascente regime e anche i semplici sospettati di esserlo. Alcuni vengono eliminati immediatamente, uccisi frettolosamente o semplicemente lasciati morire chiusi nelle cantine.

I quattro giovani, che con le loro pubblicazioni cercano in ogni modo di allertare il popolo tedesco sulla deriva antidemocratica a cui sta andando incontro il Paese, fuggono all’estero, in Inghilterra. Qui, da rifugiati, continuano le loro attività, consentendo di mettere in piedi un processo “alternativo” per l’incendio del Reichstag, per il quale riescono a far emergere le responsabilità dell’apparato nazista, in un’Europa che sembra ancora scettica rispetto ai reali pericoli derivanti dall’avanzata del partito nazionalsocialista in Germania. La morsa della paura si stringe attorno a loro, giungono notizie di altri rifugiati uccisi dai servizi segreti, sinistri segnali annunciano una catastrofe che sembra inevitabile. L’amicizia, l’amore, il coraggio: sono questi gli elementi fondamentali del racconto, affidato alle voci di Ruth e del drammaturgo Ernst Toller, aderente al partito socialdemocratico tedesco, il quale si rifugiò dapprima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove si suicidò nel maggio del 1939.

Anna Funder

La scelta di affidare il racconto a queste due voci mi è sembrata molto efficace: i due narratori riescono a tracciare i caratteri dei personaggi e del contesto storico dall’interno, sulla base del loro coinvolgimento diretto nella vicenda. Ruth è il personaggio meno “esposto”, funge soprattutto da osservatrice e ci restituisce un ritratto d’insieme che definirei appassionante: vivere per testimoniare, per denunciare, per gridare al mondo che qualcosa di terribile sta accadendo, mentre tutti marciano in senso opposto, affascinati dalla figura del Führer e già succubi della propaganda nazista. Le storie di questi giovani rifugiati, immerse nel grande flusso della Storia, sembrano diventare “necessarie” oggi, a distanza di ottant’anni, nell’era di Internet e del flusso costante di informazioni, quasi a ricordarci che la coscienza critica e la libertà intellettuale sono elementi da custodire e da coltivare sempre, in ogni situazione.

Tra i quattro protagonisti spicca senza dubbio la figura di Dora Fabian, finora poco conosciuta, ma che grazie a questo romanzo emerge finalmente dall’oblio. La sua vicenda mi ha colpito molto, e credo anche che ogni lettore rimarrà affascinato dalla vitalità, dal coraggio, dalla fermezza, dalla libertà intellettuale di Dora.

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"Dietro le spalle", un libro raccontato dall'autrice

Si chiama “Dietro le spalle” ed è un libro, non esattamente un giallo, che porta il lettore nel centro di un intreccio che ne assume le connotazioni. L’autrice, Francesca Sifola, racconta la trama del suo libro, incontrando giornalisti e lettori nei bar del centro di Napoli, la città in cui è nata.

Le immagini dell’intrigo – spiega la scrittrice – non vengono esposte a narrazione dettagliata, ma a una veloce esposizione, come se fossero dei fotogrammi, e l’elaborazione descrittiva cede il passo all’incisività, dove i paesaggi sono esposti a trame di vita di cui l’uomo del nostro secolo è spesso inconsapevole. Un percorso di idee e azioni che –  costruite dietro le spalle di tutti – possono operare per il Bene e per il Male”.

Il primo libro che Francesca Sifola ha scritto s’intitola “La scatola bucata”, ma delle sue opere letterarie si ricorda soprattutto “Luna Park”, una raccolta di racconti brevi pubblicata nel 2002. Ha scritto anche alcuni romanzi, come “Sogno”, “Scene di scrittura”, “Tempo senza maschera” e il racconto giallo “Don Carmine Paterno”. Tra i vari premi ricevuti si ricorda in particolare Il Premio Internazionale Calabria nel 2009.

“La passione per la scrittura – afferma la Sifola– è nata da ragazzina, quando guardavo la realtà come se volessi fotografarla”. Per “Dietro le spalle”, l’autrice utilizza tre aggettivi: “Altruista perché è un testo la cui incisività va verso gli altri. La scrittura è una missione che cerca di far conoscere il proprio testo agli altri, cercando di fare in modo che tutti possano leggerlo; ironico, da non confondere con sarcastico; nostro, perché può essere letto e interpretato da tutti”.

Francesca Sifola

Se dovesse definire il libro come uno dei cinque sensi, Francesca Sifola non ha dubbi: “Sceglierei la vista, perché il libro ha una vista molto ampia, direi a 360 gradi”.

La scrittrice si sofferma anche a parlare del termine “valore”, il cui significato oggi è stato mistificato: “Oggi certi valori non esistono più. In compenso esistono parole nuove, come la globalizzazione, la multiculturalità. Anche questi sono valori, ma molte volte vengono utilizzati come forme di mercato”.

Il libro “Dietro le spalle” può essere acquistato nella libreria Feltrinelli a Napoli. L’autrice, però, preferisce incontrare i suoi lettori per la strada per raccontare la trama della sua opera e cercare di suscitare l’interesse della gente.

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Lontano dal cerchio

Sono qui a parlarvi di un progetto nuovo che mi ha colpito parecchio in positivo. Voglio presentarvi il nuovissimo album “Lontano dal cerchio” dei Manoloca e Massimo Vecchi. Il disco è nato da sé, con la voglia di suonare e di passare delle ore in buona compagnia. I Manoloca, già all’attivo da parecchi anni, e lui, Massimo Vecchi: bassista e cantante dei Nomadi. Vecchi ci tiene a precisare che questo album non vuole rappresentare nessuna “scissione” dalla storica band modenese e presta la sua voce e la sua grinta in questo progetto. Un album particolare: un rock a tratti duro ma mai esagerato, un pop molto all’avanguardia, temi che ci riguardano e a volte scorretti (nel senso che non rientrano nei temi del perbenismo di facciata). Una protesta contro corruzioni e violenze proposta con forza e mai con falsità.

Questa la track-list:
1.Porgi l’altra guancia. Parla di questo mondo che spinge e viaggia veloce, il desiderio di onestà ma la volontà di non stare più al gioco di chi vuole ingannarci e di non “dare l’altra guancia”.
2.Il prestigiatore. Dedicata ai prestigiatori dei giorni nostri, chi muove la finanza secondo i propri obiettivi.
3.Il tuo ritratto. Sicuramente il brano più piacevole e più radiofonico scelto appunto come singolo di lancio dell’album. Merita veramente!
4.Regina in polvere. Un po’ bossa-nova e un po’ rock, da ascoltare
5.Un senso di insoddisfazione. Riff da brivido, da band vissuta.
6.Al bivio sbagliato. Brano sulla dignità di un immigrato
7.Hanno picchiato Damiano (sul portone di casa). La polizia ha picchiato Damiano dell’università di Santiago. Quando la libertà di pensiero è un crimine.
8.Sotto lo stesso cielo. “Qui non c’è niente da buttare tranne te!”
9.Non mi servi più. Togliersi un bel po’ di sassolini dalle scarpe verso chi non crede più nelle tue capacità e ti ha sfruttato fino a poco fa.
10.Il ponte. La musica dei Manoloca si mescola a ritmi dei Balcani raccontando di Mirko che non potrà più attraversare il ponte distrutto dalla guerra.

Riascoltando il lavoro sono sempre più convinto che sia di qualità. C’è la sana aria delle sale di registrazione, ci sono le sovraincisioni ma non c’è quell’abuso di “compressione” ed elettronica per dare perfezione ai suoni che spesso fa diventare un disco “freddo”.
Ma sto commettendo un grave errore, non presentare i protagonisti di questa buona musica italiana:
Dave Colombo alle chitarre, Daniele Radice al basso, Aso Barbieri alle tastiere, Franz Piatto alla batteria e Massimo Vecchi con la sua voce grintosa.

Seguite le loro prossime novità su www.manoloca.it

"Unica" e "L'altra metà dell'anima"

Nel panorama della musica pop italiana continuano le novità discografiche. Il 29 Novembre è stata la volta del nuovissimo album di Antonello Venditti: Unica. 9 brani che continuano i racconti personali e non, che il cantautore ci propone da anni. Impegno sociale, amore e vita, quella di tutti con i problemi che ognuno può incontrare. Per il cantautore l’album è desiderio di libertà, quella di amare, di vivere in maniera dignitosa, insomma libertà a 360 gradi. Lui stesso l’ha definito la sua “preghiera laica”.

Ecco la track list:
1.E allora canta!: di fronte alle varie difficoltà, dall’amore perso al lavoro svanito in questi anni di crisi, Venditti incita tutti a non molllare e gridare come nel coro finale: “la libertà ritornerà”. La conclusione del brano è affidata al famoso sassofonista Gato Barbieri che accompaganto da un tappeto di archi improvvisa e regala melodia alla canzone. Il brano segue la falsa riga di tanti soggetti e delle vite cantati in “Che fantastica storia la vita” e “Sotto il segno dei pesci”.
2.Unica (Mio danno ed amore): gelosia e passione per la compagna che forse si sta facendo stringere da qulacun altro. Danno ed amore. E’ il singolo ufficiale dell’album e sicuramente il brano più rappresentativo.
3.Oltre il confine: una dedica a chi sta arrivando profugo nel nostro Paese con la speranza di una vita migliore “con l’aiuto di Allah se Dio vorrà”.
4.Ti ricordi il cielo: brano che va ascoltato più volte e capito. Si sente la mano di Pacifico.
5.Forever: brano con un segnale ben definito, “sarai con me per sempre”. E’ stato dedicato alla madre del cantautore che ora non è più qui. Brano al centro dell’attenzione dei critici per alcune analogie con un brano dei Coldplay.
6.Come un vulcano: dedicato ad una donna che prende tutti e nonsi ferma mai, un vulcano!
7.Cecilia
8.Non ci sono anime
9.La ragazza del lunedì (Silvio): è il brano politicamente scorretto che Venditti inserisce in ogni suo album. Parla di una ragazza lasciata sola dal suo Silvio nel “classico” lunedì ed ora cercherà di riprendersi la sua vita! Alla batteria troviamo Carlo Verdone, come nella sana tradizione “vendittiana” in brani di questo genere.
Dall’8 Marzo, a Roma, partirà il nuovo tour e toccherà come sempre molte città italiane.
“Unica” è prodotto da Antonello Venditti e Alessandro Colombini per la Heinz Music.
Personalmente trovo il lavoro un po’ sotto le mie aspettative, sono passati quattro anni dall’ultimo album di Venditti e i brani come sempre sono solo nove. Credo che solo “Unica” faccia la differenza. Impegnati i testi e ben pensati gli arrangiamenti, ma spesso la melodia lascia a desiderare e il brano si fa apprezzare solo per il ritmo. Pochi spazi per il piano e il sax L’album va ascoltato e capito, al primo impatto purtroppo non lascia un grosso segno, ma riascoltandolo ammetto che ne sto cogliendo e valorizzando le sfumature.

Dopo quasi 50 anni ci carriera con i Nomadi, Beppe Carletti, leader della formazione, decide di far uscire un album tutto suo di sola musica strumentale. “L’altra metà dell’anima” è il titolo del suo lavoro, 13 brani strumentali con piano e tastiere e dei bei vocalizzi di Alessandra Ferrari. Un lavoro molto “intimo” le cui le note ci portano in magiche atmosfere. Semplice la copertina come semplice la sua vita e il suo racconto di come e perchè nasce quest’album: “Questo è un progetto che coltivavo da tempo. Un sogno maturato e cresciuto, durante questi lunghi anni di vita e di musica, lungo le strade del mondo. Si tratta di 13 brani strumentali inediti. Composizioni che rivelano una parte di me stesso, nascosta e sconosiuta. In questo lavoro infatti, escono allo scoperto emozioni, fragilità, sentimenti e pensieri, che appartengono all’altra metà della mia anima. Un album che fotografa i momenti importanti della mia esistenza: un incontro imprevisto, la nascita dei miei figli e dei miei nipoti, la morte di Augusto, un tramonto su una spiaggia, il sorriso di un bambino, il respiro del vento e l’odore della pioggia, o semplicemente la consapevolezza di essere vivo. Composizioni che sono fotografie di attimi rubati alla vita e che non potevo che riempire di note”.
Veramente belle queste melodie che rimarcano lo stile pianistico e tastieristico del musicista emiliano. Forse sarebbe stato bello sentire qualche strumento “vero” quali un flauto o un violino anziché le sole tastiere, ma Beppe è questo. Ricordo lo scambio di battute che ho avuto con Carletti negli spogliatoi di un palazzetto dello sport prima di un concerto: impressionanti la sua semplicità e la sua cordialità. In bocca al lupo per questo lavoro che arriva alla soglia dell’anniversario dei 50 anni della band e dalle recenti dimissioni del cantante Danilo Sacco.

Terraferma – Recensione

“Terraferma” è il nuovo film del regista di origini siciliane Emanuele Crialese, in concorso alla sessantottesima Mostra internazionale del cinema di Venezia, che si è appena conclusa. Il film ha ottenuto un ottimo riscontro, e gli è stato attribuito il Premio della giuria. Il mare può separare e isolare mondi e persone, ma anche unirli e trasformarli: è questo il tema principale del suo lavoro; torna ad ispirare Crialese, il mare, dopo “Respiro” e “Nuovo mondo”, altri due film molto applauditi.

La prima inquadratura di Terraferma è proprio dedicata al mare, scandagliato nelle sue profondità, di cui sembra di sentire il respiro. Altre ne seguiranno ancora, nel prosieguo del film, a scandire le fasi del racconto. La storia attinge dalla cronaca degli ultimi anni: su una piccola isola siciliana, che ricorda Lampedusa ma in realtà si tratta di Linosa, sbarcano le precarie imbarcazioni dei migranti. Gli abitanti, lacerati dalle contraddizioni della modernità, devono affrontare questa nuova realtà. C’è chi continua ad obbedire, come ha sempre fatto, alla legge del mare, quella che impone di aiutare chiunque sia in pericolo e di riportarlo a terra; sono perlopiù gli anziani pescatori, fedeli alla loro identità, anche se vivono in maniera sempre più difficile la modernità e non riescono più a vivere del loro lavoro. Altri temono che gli sbarchi possano compromettere l’immagine dell’isola, affacciatasi ad un prospero futuro di sfruttamento turistico, nel quale intravedono l’unica possibilità di guadagni consistenti.

Lo Stato impone la sua presenza vietando agli abitanti di aiutare i migranti, sequestra le barche dei pescatori che li hanno presi a bordo; proprio la rappresentazione del ruolo delle forze armate e quindi dello Stato, in questo film, è l’elemento che ha suscitato alcune perplessità; molti hanno rilevato una eccessiva accentuazione dello scontro tra “buoni e cattivi”, e una lettura troppo “politicamente corretta” delle drammatiche vicende legate all’emigrazione. Forse la presenza dei rappresentanti dello Stato costituisce quasi una necessità narrativa all’interno della storia, perché mette in moto la vicenda. D’altronde il regista ha dichiarato di non aver voluto fare un film “a tesi”, e di aver scelto come pubblico ideale “un bambino di sette anni”. Dunque se di film politico si può parlare, è a proposito delle riflessioni etiche che induce nello spettatore, aprendo uno sguardo profondo su temi quali la convivenza, la contaminazione e condivisione. Esemplare a tal proposito la scena notturna dell’”assalto” dei poveri migranti sfiniti all’imbarcazione di Filippo, il giovane protagonista. Una scena che difficilmente, a mio avviso, gli spettatori potranno dimenticare.

Nel film, incentrato sulle vicende di una piccola famiglia, è molto importante, tra i protagonisti, proprio il ruolo di Filippo, un ragazzo di vent’anni che ha perso il padre, scomparso in mare. Filippo è molto legato al nonno Ernesto, con cui lavora sul peschereccio di famiglia; è lui a vivere in prima persona le problematiche connesse all’accoglienza degli stranieri che vengono dal mare, e si rivela da subito come un eroe positivo, anche se non riuscirà sempre a salvare tutti gli uomini alla deriva. Altro personaggio chiave del film è Giulietta, la mamma di Filippo, divisa tra l’attaccamento alle radici e le esigenze di cambiamento e di trasformazione. Il suo personaggio si muove tra un’iniziale ostilità nei confronti della famiglia di migranti salvata dal nonno e una graduale apertura nei loro confronti. Di fronte allo sguardo di Timnit, la donna etiope che qui recita raccontando la sua storia vera di migrante, Giulietta scioglie i nodi della paura e della chiusura.  Queste due donne che si guardano negli occhi ed aprono il loro cuore sono un segno di speranza, e tracciano la via di un’”umanità” nuova.

Nel mare ci sono i coccodrilli – Recensione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi Claudia Caldarola, docente di lettere che esordisce su Camminando Scalzi con la recensione del libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda. Buona lettura![/stextbox]

“Nel mare ci sono i coccodrilli, e potrebbe esserci qualunque cosa, in quel buio scuro” – è questa la convinzione di Hussein Alì, compagno di viaggio di Enaiatollah Akbari, il protagonista della storia vera raccontata da Fabio Geda. Hussein ha paura del mare, non lo conosce, e teme soprattutto di essere divorato dai coccodrilli.

A tre anni di distanza da “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, Fabio Geda, educatore e animatore culturale torinese, nel 2010 è tornato a raccontare la storia di un ragazzino costretto dagli eventi a intraprendere un lungo e faticoso viaggio.

“Nel mare ci sono i coccodrilli” è la storia vera di Enaiatollah Akbari, un bambino di dieci anni di etnia hazara, che intraprende un lungo e avventuroso viaggio dal suo paese, Nava, in Afghanistan, per sfuggire ai pashtun che reclamano la sua vita come risarcimento per un carico perso dal padre durante un trasporto. È sua madre a spingerlo ad allontanarsi dalla sua casa per sottrarlo alle minacce dei pashtun, dai quali lo divide l’appartenenza al gruppo religioso: loro, i pashtun, sunniti, Enaiatollah e la sua famiglia, sciiti. “La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento”, dice Enaiatollah, cercando di spiegare a noi europei, lontanissimi nelle nostre esperienze quotidiane da tutto ciò che egli va raccontando, quanto possa essere dolorosa la scelta di una madre che, pur di offrire a suo figlio la speranza di un futuro differente, non esita ad affidarlo ai “trafficanti di uomini”.

Sin dall’incipit di questo libro irrompe la voce narrante del ragazzino, che, ormai stabilitosi in Italia, all’età di ventun’anni racconta in una sofferta e dettagliata narrazione le sue incredibili vicende:  dall’Afghanistan fino in Italia, Enaiatollah ha affrontato pericoli, disagi, fatiche. Un lungo dialogo tra Fabio ed Enaiatollah è la struttura portante di questo libro: la voce di Geda interviene solo sporadicamente per sottolineare alcuni punti o sollecitare chiarimenti al suo interlocutore, lasciando spazio ai ricordi del ragazzo.

Pakistan, Iran (con due ritorni forzati in Afghanistan), Turchia, Grecia, e infine Italia: queste le tappe del suo cammino. Tra lunghe soste in vari paesi, durante le quali il ragazzo si guadagna da vivere lavorando duramente, e pericolose traversate a bordo di vari mezzi di trasporto, Enaiatollah incontra una varia umanità: silenziosi ma risoluti trafficanti che speculano sulla pelle dei ragazzi e degli uomini in fuga, in preda alla solitudine e alla disperazione; uomini che si fanno partecipi delle sofferenze altrui, ma che non hanno la possibilità di aiutare concretamente tutti coloro che ne avrebbero bisogno; compagni di viaggio più o meno solidali, ognuno con la propria vicenda di sofferenza alle spalle. Tra le tante avventure narrate, ce n’è una che colpisce in maniera duratura la sensibilità del lettore: la lunga traversata a piedi delle montagne tra Iran e Turchia, in compagnia di curdi, pachistani, iracheni, bengalesi; ventisette giorni di cammino, dodici persone su settantasetteche perdono la vita lungo il tragitto, vittime della fame, della stanchezza, del freddo.

Enaiatollah ce l’ha fatta, e oggi sente la necessità di raccontare il suo passato; noi allo stesso tempo proviamo il desiderio di ascoltare le sue parole. Il suo racconto ci mostra, da un lato, ciò che l’uomo è in grado di provocare quando perde di vista la sua umanità, quando persegue esclusivamente l’interesse; d’altra parte, la presenza di Enaiatollah tra di noi, al sicuro, accolto da una famiglia italiana e finalmente libero di studiare, è anche il segno dell’esistenza di uomini e donne che non si sottraggono alla richiesta d’aiuto di chi si trova in difficoltà.

Enaiatollah ha vinto: i talebani che, una mattina d’autunno, hanno chiuso la sua scuola e ucciso il suo maestro – “Il mullah Omar ha deciso di chiudere le scuole hazara”, dicono – nulla hanno potuto contro la sua voglia di vivere e il suo desiderio di avere un futuro migliore, di imparare. I talebani, ci spiega Enaiatollah, non sono solo afghani: tra di loro ci sono pachistani, marocchini, egiziani, senegalesi, tutti ignoranti che impediscono ai bambini di studiare affinché non capiscano che non fanno ciò che fanno in nome di Dio, ma per i loro sporchi interessi.

Dalla voce di Enaiatollah Akbari giunge fino a noi una lucidissima e semplicissima analisi del senso dell’essere “umani”. In questa storia riconosciamo la storia di tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro casa per andare in cerca di un futuro migliore, e che, da quel momento, orfani delle loro radici, si perdono nel grande mare dell’umanità: se riusciranno a raggiungere la loro mèta, non sarà solo grazie alla fortuna, alla tenacia e al coraggio, ma anche alla mano tesa di chi avrà visto in loro il proprio fratello.

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Nomadi – Cuorevivo

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuovo autore su Camminando Scalzi
Vi presentiamo Samuel, operaio aeronautico con la passione per la musica. Nel suo piccolo suona e cerca di creare nuove melodie con il suo pianoforte. Il suo primo post è una recensione dell’ultimo album dei Nomadi. Buona lettura![/stextbox]

“Segnali Caotici Produzioni Discografiche”. Parte da qui la nuova avventura dei Nomadi, il gruppo emiliano che dal 1963 ha scritto righe importanti nelle pagine della musica italiana. Una scelta di libertà: un’etichetta tutta per loro dopo tanti anni passati con la major Warner.

Dieci brani, due inediti e otto rivisitazioni di canzoni non troppo famose pubblicate tra il ’67 e il ’77. Pezzi scelti tra il vasto repertorio della band, che il “popolo nomade” ha già avuto modo di ascoltare nei vari escursus che la formazione propone nelle centinaia di live in giro per l’Italia, infiammando campi sportivi, palazzetti dello sport e teatri, e nelle varie raccolte che sono state pubblicate negli anni.

Sono passati pochi mesi dalla pubblicazione dall’album “RaccontiRaccolti”, in cui Carletti & Company reinterpretano alla loro maniera brani di altri artisti famosi. Il risultato? Lodi per il gusto degli arrangiamenti e della qualità dei pezzi, e critiche per il fatto di proporre delle cover da parte di musicisti sempre propositivi e prolifici di nuove idee con una storia discografica invidiabile.

Ma veniamo a questo nuovo album. Uscita ufficiale il 7 giugno, mentre il singolo “Toccami il cuore” già dal 13 maggio annunciava il nuovo lavoro. La formazione è quella che da qualche anno regala splendide interpretazioni: Beppe Carletti, Danilo Sacco, Sergio Reggioli, Cico Falzone, Daniele Campani e Massimo Vecchi. Veniamo alla track-list.

  1. Toccami il cuore. È il singolo del nuovo album. Brano inedito, voglia di amore e vita. “Toccami il cuore e senti come è vivo”. Esclamazione di amore, forza e grande sentimento. Dopo i problemi fisici di Danilo Sacco legati al cuore, è bello anche per questo sentire cantare con grinta questo “inno”.
  2. Non dimenticarti di me. Brano stupendo del 1971. Molti fans ricorderanno le splendide versioni cantate da Augusto Daolio. Nuova livrea per questa canzone che è sempre stata all’avanguardia negli arrangiamenti.
  3. Un figlio dei fiori non pensa al domani. Cover di “The death of the clown”. 1967, e nel 2011 Massimo Vecchi ce la ripropone con la sua  voce da rocker.
  4. Isola ideale. 1974 la prima pubblicazione; oggi fa la comparsa in veste di “cantante ufficiale” Sergio Reggioli, abile pluristrumentista della band (cori, percussioni, chitarra e virtuose improvvisazioni al violino. Valore aggiunto!)
  5. Cosa cerchi da te. Ecco il secondo inedito del disco interpretata da Massimo Vecchi.
  6. Noi. Riproposizione del brano del 1967. “Esiste solo sound!”
  7. Un po’ di me. Brano stupendo del 1973. In questo album decisamente la mia preferita insieme a “Non dimenticarti di me”. Melodia e poesia si uniscono, canzone sempreverde.
  8. La storia. Dal 1977 a oggi, ecco la nuova versione.
  9. Mamma giustizia. Nella ricerca di “legalità” dei giorni nostri, questo brano del 1973 sembra scritto da un artista dei nostri tempi.
  10. Fatti miei. Ballata rimasta piacevole dal 1975.

Naturalmente i “live” dei Nomadi continuano con la solita costanza. Più di cento concerti all’anno da sempre, tanti “amici” che formano il popolo nomade, beneficenza sempre in primo piano e la loro musica sempre all’altezza nelle situazioni dal vivo. Seguite tutti gli aggiornamenti sul sito ufficiale www.nomadi.it

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Il calore di Dieci Inverni

L’amore è:

– tu, che l’hai conosciuto/a per caso;
– lui/lei, che pensi sia il tuo Lui, la tua Lei;
– tu, che quando lo/la pensi sorridi o piangi;
– lui/lei, che vorresti chiamare quando sei triste o felice;
– tu, che vivi nella speranza di vederlo/la;
– lui/lei, che non è sostituibile;
– tu, che hai paura di soffrire, ma già soffri da morire;
– lui/lei, perché se ti guarda non puoi respirare e il suo sorriso ti taglia le gambe
– tu, che desideri sentire la sua voce, ma hai paura di quello che potrebbe dirti;
– lui/lei, che è appassionato e appassionante;
– tu, che ti chiedi perchè;
– lui/lei, che è lontano e sai che ti dimenticherà;
– tu, che aspetti il momento in cui lo dimenticherai.

Gli amori non sono tutti uguali: qualcuno è normale e qualcuno è speciale; ci sono amori fragili e amori contorti, amori in cui soffri solamente tu e quelli che non si realizzano mai.

Dieci inverni, il prologo di un amore lungo dieci anni, difficili, tormentati, incompresi, lontani, ad alimentare una passione che rimane intensa e intatta proprio perchè non si realizza. Comincia così una strana storia d’amore, anzi il prologo di una strana storia d’amore, tenace ma astratto, che richiederà dieci anni per concretizzarsi pienamente; dieci anni, anzi dieci lunghi e freddi inverni, durante i quali si conoscono e si frequentano, si perdono e si ritrovano, vivono altre vicende ed altri amori, correndo sempre in direzioni opposte, senza mai voltarsi indietro ad aspettare l’altro. Li lega un forte senso di appartenenza che è amore mascherato da amicizia, l’attitudine di vedere la vita allo stesso modo e, soprattutto, la capacità di capire gli errori dell’altro.

Eppure dovranno trascorrere dieci lunghi inverni, passati a rincorrersi tra la nebbia di Venezia e il gelo di Mosca  prima di scoprire in se stessi la consapevolezza che l’attrazione che li unisce è amore.

1999, Due studenti Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino) in quel di Venezia incrociano i loro sguardi su di un vaporetto,  lei timida e graziosa, lui all’apparenza molto sicuro di sè, una volta rotto il ghiaccio lui decide di seguirla passando con lei una rivelatoria e castissima notte che trascorre tra parole non dette e sguardi sin troppo eloquenti. Inizierà cosi una lunga storia d’amore come cantava Gino Paoli, ma a distanza perchè la vita, o se preferite il destino, li porterà sempre ad un passo l’uno dall’altra, rendendoli consapevoli, ma non troppo del loro sentimento che invece di spegnersi, sembra rafforzarsi. Così attraverso dieci anni e dieci inverni i loro cuori terranno bene al caldo un sentimento solo all’apparenza fugace, ma pronto invece a superare qualsiasi difficoltà perchè allevato con costanza e accompagnato verso una primavera metaforicamente liberatoria, in cui potrà sbocciare e diventare anche altro.

Il  regista esordiente Valerio Mieli, che ci regala un film dotato di  un garbo davvero gratificante per chi assiste alle sue poetiche transizioni attraverso acquerelli invernali ricchi di consistenza e popolati da due protagonisti credibili e intensi. Avventura sentimentale che, tra liti e riappacificazioni, segue la crescita dei due protagonisti, segnati dall’ingresso nell’età adulta e che si trovano ad essere nemici, amici, conoscenti, innamorati, vicini e distanti, mentre vivono altri rapporti di coppia e condividono la stessa casetta sulla laguna. I due protagonisti si muovono  fuori coordinate. Ognuno per sé e in disfunzione dell’altro, con un comun denominatore che finisce sempre con l’essere ingannato. Un gioco schematico con pochi schematismi e con qualche pausa: dieci inverni son tanti e non tutte le annate conservano la stessa intensità, la medesima urgenza espressiva. E alcune tonalità rischiano di perdersi in sottotrame risapute. Il finale è facilmente immaginabile, ma non intacca un’unione amorosa che sa emozionare. E lascia qualche domanda aperta: Camilla e Silvestro hanno sprecato troppi minuti di non-amore oppure la densità sentimentale ha richiesto tempo per realizzarsi completamente?

Indimenticabile e amabile Vinicio Capossela che regala la colonna sonora al film, e con un’intensa Parla Piano racconta con garbo il rapporto che vuole esplodere nella sua purezza. Delicato e struggente. E ricorda che “Quando ami qualcuno meglio amarlo davvero e del tutto o non prenderlo affatto”.

Chi scrive crede che, se avesse utilizzato dieci anni di vita per rincorrere il suo Silvestro, il tempo non sarebbe stato del tutto sprecato.  Ma come detto prima certi amori non si realizzano mai.

E altri sì.

httpv://www.youtube.com/watch?v=yDyRCUqRnng

Travis Barker – Give The Drummer Some

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Il post di oggi è scritto da ER TIGRE, che si presenta parlandoci di se.

“Amo: i dolci, la pizza, dormire. Adoro: la musica che scuote il cervello, la parte femminile meno visibile agli occhi, stare a casa a farmi i cazzi miei. Non sopporto: il Paese in cui vivo, coloro che vivono il Paese in cui vivo, gli U2 e i REM.”

Frase preferita: “Tom Araya Is Our Elvis“[/stextbox]

Un disco giunto nei negozi inaspettatamente, fra l’altro senza nessun tipo di esposizione mediativa, che però metterà sicuramente la pulce all’orecchio al popolo musicale più attento. ‘Give The Drummer Some’ è il primo lavoro solista di Travis Barker, meglio noto come batterista dei Blink 182. Come molti di voi sapranno, i Blink 182 suona(va)no un punk confezionato e laccato, divenuto poi colonna sonora dell’ultima generazione punk. Ma veniamo a noi: Travis Barker ha deciso di chiamare alcuni amici del giro di Los Angeles e registrare un album dalle sonorità metropolitane, musicalmente distante anni luce dalla sua band di origine. ‘Give The Drummer Some’ è sostanzialmente un disco hip hop vecchio stile, che però mantiene quell’atteggiamento da ragazzo cattivo di strada tipico del rock.

È per questo motivo che Travis Barker si può permettere di registrare un pezzo con Tom Morello, un altro con Busta Rhymes, un altro ancora con Snoop Dogg e poi Slash. ‘Knockin’, ‘Let’s Go’ e ‘Saturday Night’ sono solo alcuni dei brani che meritano di essere ascoltati con attenzione ma anche con quella leggerezza adolescenziale che questo album ci fa ritrovare. Se amavate i Beastie Boys e i Rage Against The Machine e se pensavate di fare la rivoluzione dalla scrivania della vostra cameretta allora ‘Give The Drummer Some’ è il disco che fa per voi. L’importante è togliersi il paraocchi e pensare a trecentosessanta gradi. Compratelo, scaricatelo, fatelo vostro: insomma fate qualcosa e lasciatevi travolgere!

Er Tigre

Travis Barker – Give The Drummer Some (Interscope/Universal)

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