Perché non dovremmo poter essere cristiani?

Piergiorgio Odifreddi è un matematico, logico e saggista italiano. Continuando a copiare da wikipedia, pare che sia “la frusta laica della Chiesa in Italia” e che il suo vizio sia “smontare dogmi”. È tutto vero. Aggiungo di mio che Odifreddi è un genio – nel senso moderno del termine – cioè ha un’intelligenza sopra la media, che ha sfruttato per tutta la vita per costruirsi un intellettualismo fuori parametro e una cultura smodata che spazia in (quasi) ogni angolo dello scibile umano (è l’unico matematico capace di intrigarmi anche quando parla di arte e musica classica) e che mette a disposizione della divulgazione scientifica grazie alla sua dialettica pimpante, energica e divertente, sotto forma di libri, interviste, documentari e quant’altro.

E questi sono gli ultimi complimenti che gli rivolgerò.Continua a leggere…

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Religione e fanatismo, tra Jovanotti e Facebook

La morte dell’operaio ventenne che lavorava all’allestimento del palco per il concerto di Jovanotti a Trieste ha, giustamente, colpito l’opinione pubblica. Ai commenti sull’assurdità delle troppe morti sul lavoro in Italia se ne è aggiunto uno che merita una riflessione, non tanto sulla sua stupidità quanto sulla mentalità e le idee che lo hanno generato. Il commento in questione, che ha fatto esso stesso notizia, è quello apparso sull’editoriale firmato da Bruno Volpe sul sito Pontifex, noto per le sue posizioni ultracattoliche.

Tanto per inquadrare il soggetto, stiamo parlando della stessa persona che ha denunciato Maurizio Crozza per la sua imitazione di Benedetto XVI. Il signor Volpe scrive: “Dio non manda certamente il male che non vuole. Dio non chiede sofferenze agli umani, ma si ribella e acconsente acché Satana ci metta alla prova. Una specie di “catechismo del male“, giusto percorso spirituale, che ogni uomo deve affrontare al fine di santificare la propria vita, mediante fortezza e virtù. Una positiva conseguenza del crollo è stata la sospensione del concerto di questo menestrello del vietato vietare, del tutto è permesso, della vita sregolata e dell’incitamento ad ogni scompostezza esistenziale. Da questo e solo da questo punto di vista, esiste una giustizia divina che si oppone alla volgarità ed al libertinaggio senza censura, anzi, avallato da nomi noti che, così facendo, si fanno portatori di voce del Maligno”.
La “volgarità” e il “libertinaggio senza censura” coincidono con l’invito ai giovani all’uso del preservativo da parte di Jovanotti e Fiorello nel corso della trasmissione televisiva di quest’ultimo. Ovviamente, il signor Volpe non le manda a dire anche nei confronti dello showman, reo di aver difeso Jovanotti nella vicenda della morte dell’operaio, e per questo “accusato” (per queste persone certi comportamenti sono colpevoli) di essere gay o bisessuale.

La reazione istintiva alla lettura delle parole di Volpe sarebbe una scrollata di spalle seguita dalla recita di un Salve Regina per la sua povera anima tormentata, se non saltassero alla mente alcuni collegamenti con altre vicende italiane legate tra loro da un comune modo di interpretare il sentimento religioso. In realtà sarebbe forse meglio parlare di fanatismo religioso. Interessante è la riflessione di Lidia Ravera su Il Fatto Quotidiano a proposito della ragazza di Torino che ha inventato il falso stupro da parte dei rom per giustificare con la madre la perdita della verginità in seguito a un normale rapporto sessuale con il suo ragazzo. È più dignitoso inscenare uno stupro che confessare (come se la cosa non appartenesse alla sfera privata) di aver tranquillamente e felicemente fatto l’amore. La stessa ragazza, in un’intervista, afferma: “In famiglia siamo tutti d´accordo che certe cose non vanno bene. […] Andiamo in chiesa, siamo credenti, mi piace che in casa ci siano queste immagini (indica un quadro in cucina con il volto di Gesù). Ma non sono bigotta, sono una ragazza come tutte le altre, mi piace la musica e mi piace Facebook, e uscire con le amiche e guardare le vetrine in centro”. Non è bigotta perché ascolta la musica, usa Facebook e guarda le vetrine. Non fa una piega. Chiaramente la forma mentis di questa ragazza è la conseguenza dell’educazione che ha ricevuto in famiglia. In realtà è il concetto stesso di fanatismo a essere equivocato. Il fatto che la verginità sia vista come un valore fa il paio con la lotta senza quartiere a qualsiasi difformità dalla “sana” eterosessualità, alla contraccezione, all’educazione sessuale. Non è un caso se ancora qualcuno tenta di rimettere in discussione l’aborto e se il crocifisso nei luoghi pubblici per alcuni è un totem imprescindibile. Tristemente ironica è la constatazione che gli stessi individui protagonisti di queste battaglie sono quelli che si scagliano senza esitazioni all’attacco dei fondamentalismi e degli integralismi che affliggono altre religioni (con un occhio di riguardo verso l’islam) trascurando quelli altrettanto ingombranti presenti nel cristianesimo e nel cattolicesimo in particolare. L’uso del burqa, che a torto o a ragione viene considerato come uno strumento di sopraffazione della donna, è poi così diverso dalla strisciante costrizione all’astinenza sessuale prima del matrimonio? Demonizzare la sessualità dipingendone ogni espressione con i toni dell’immoralità non è forse una forzatura della libertà, anche quella di chi non si riconosce in una certa visione del mondo? Quali sono le condizioni socio-culturali che portano una parlamentare a dichiarare pubblicamente di indossare il cilicio? E soprattutto, in tutto ciò, qual è la responsabilità della Chiesa cattolica? Vero è che il modo di vivere la religiosità è proprio di ogni individuo, tuttavia le persone che si riconoscono in una determinata mentalità non fanno altro che conformarsi più o meno strettamente a una condotta pratica e morale stabilita dall’alto, più che dall’Altissimo. Non sarà stata la CEI a dettare l’editoriale del signor Volpe, ma è Benedetto XVI che nel suo libro, pur faticosamente ammettendo che “vi possono essere singoli casi giustificati” per l’utilizzo del profilattico, si affretta a precisare come “questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’HIV“, di fatto dettando la linea ai missionari che operano fra le popolazioni decimate dall’AIDS. Ironia della sorte, il capo dell’istituzione che da secoli tenta di controllare le masse anche attraverso la strumentalizzazione del naturale istinto alla sessualità, scrive che “è veramente necessaria una umanizzazione della sessualità”. La rozzezza con cui viene calpestata la natura umana in nome di un’ispirazione divina stride con l’attenzione dedicata alle questioni terrene legate allo sterco del demonio.

Una religiosità malata non compromette “solo” la laicità dello Stato, tutt’ora irrealizzata in Italia, ma il grado di civiltà della popolazione. Se, come cantava Samuele Bersani, “le previsioni meteo sono prese pari pari dalla Bibbia”, contare gli anni ogni 31 dicembre serve a poco.

Addio, o Ramadan

[stextbox id=”custom” big=”true”]L’ articolo che state per leggere è scritto da Federica Di Martino, 24 anni, di Salerno. Da oggi Federica è ufficialmente un nuovo blogger della redazione di Camminando Scalzi. Benvenuta![/stextbox]

Si sono conclusi da poco in tutto il mondo i festeggiamenti del 1432° Ramadan, intenso momento religioso che unisce gli islamici di tutto il mondo, in particolare i credenti residenti in Italia, in cui l’Islam è la seconda confessione religiosa dopo il Cattolicesimo.

Circa 1.293.704, secondo la stima del Dossier Statistico 2011 della Caritas, i musulmani in Italia, che sono numericamente nulla rispetto al numero di giudizi, pregiudizi e credenze che ci portiamo dietro quando parliamo di Islam (che in arabo significa “dare il proprio volto a Dio”). Poiché la questione si presenta molto delicata, mi piacerebbe descrivere lo svolgimento del Ramadan e raccontare dei luoghi di culto presenti attualmente sul territorio italiano. Questo può aiutarci ad avere un’idea chiara, formarci un opinione personale sull’argomento e uscire dal baratro dell’ignoranza religiosa poiché, come appurato da celebri studi scientifici, i tre quarti degli italiani crede fermamente che il mercoledì delle Ceneri sia la commemorazione dell’eruzione del Vesuvio.

Il Ramadan, il cui significato è “mese caldo” perché inizialmente celebrato esclusivamente nei mesi estivi, assume una durata di 29 o 30 giorni ed è legato nel calendario musulmano al nono mese. Il Ramadan consiste nel rigoroso digiuno e si fonda nella tradizione secondo cui, in questa mensilità, Maometto avesse ricevuto la visita dell’arcangelo Gabriele.

Nel corso del mese preposto i musulmani sono obbligati, dall’alba al tramonto, ad astenersi dal bere, mangiare, fumare ed avere rapporti sessuali.  Poiché il digiuno nasce dal bisogno di purificarsi dal mondo corrotto, ogni ingestione viene considerata come corruzione del corpo e dell’anima, finanche quando ci si lava i denti bisogna fare attenzione a non ingerire acqua o dentifricio.

Inoltre all’interno del Ramadan una delle prescrizioni principali è quella di evitare ogni forma di ira e violenza.

Sono esenti dal digiuno i bambini in età prepuberale, le persone incapaci di intendere e di volere, le donne gravide e gli anziani. L’aspetto interessante è che coloro i quali sono dispensati da questa pratica, devono cercare di mettere in atto opere di carità durante tutto il periodo del Ramadan, prestando soccorso agli indigenti o preparando pasti per le categorie più povere.

Per quanto concerne i luoghi, nel 2002 l’Ucoii (Unione Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) ha dichiarato la presenza di 133 luoghi di culto, ma allo stato attuale appare impossibile indicarne un numero preciso, in quanto molti luoghi di culto non sono riconosciuti e come ben sappiamo quando si profila la possibilità di costruire nuove moschee, le polemiche sono assicurate.

Le moschee in Italia hanno provocato innumerevoli critiche e non solo quelle purtroppo, come evidenziato dalle numerose protese “pacifiste” di cui mi sembra giusto fare un piccolo riepilogo:

-Il 24 aprile 1994 una molotov causa un incendio alla piccola moschea nel centro storico di Albenga

-Il 24 gennaio 2004 un sasso scagliato infrange la vetrata dell’ingresso della moschea di Segrate, Milano

-Nel 2004, la moschea di Savona, è stata fatta oggetto di scritte razziste (una svastica) sul portone

-Il 2 febbraio 2007 è stato fatto esplodere un ordigno nella moschea di Milano a via Quaranta

-Il 26 luglio, 9 agosto e 23 ottobre sono state fatte esplodere delle bombe nella moschea di Abbiategrasso

-Il 15 agosto del 2007 molotov contro la moschea di Brescia

-Il 4 agosto è stata incendiata la moschea di Bologna

“E se andassimo noi lì che trattamento ci riserverebbero?” Questa la giustificazione che tante volte ho sentito e che devo dire ben si adatta a un popolo laico che vive fortemente la propria religione, fondata sulla carità e l’accoglienza. Questi carismi sono ben evidenti negli episodi sopracitati e si alimentano con svariate polemiche, tra cui quella del crocifisso all’interno luoghi pubblici a cui mai abbiamo fatto caso prima, ma che diventa necessario quando ci viene tolto.

Circa due anni fa, mentre passavo per Napoli a piazza Garibaldi, ho visto lo spazio del mercato completamente adibito a luogo di culto per la comunità islamica tra immondizia, automobili e passanti.

Allora mi dico che quel Cristo in croce che apre le braccia, le apre per accogliere davvero tutti. Poi mi dico che il 1976 non è poi tanto lontano e ancora mi dico che “Se questo è un uomo”, allora io voglio essere altro.

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Nel mare ci sono i coccodrilli – Recensione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi
Vi presentiamo oggi Claudia Caldarola, docente di lettere che esordisce su Camminando Scalzi con la recensione del libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda. Buona lettura![/stextbox]

“Nel mare ci sono i coccodrilli, e potrebbe esserci qualunque cosa, in quel buio scuro” – è questa la convinzione di Hussein Alì, compagno di viaggio di Enaiatollah Akbari, il protagonista della storia vera raccontata da Fabio Geda. Hussein ha paura del mare, non lo conosce, e teme soprattutto di essere divorato dai coccodrilli.

A tre anni di distanza da “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani”, Fabio Geda, educatore e animatore culturale torinese, nel 2010 è tornato a raccontare la storia di un ragazzino costretto dagli eventi a intraprendere un lungo e faticoso viaggio.

“Nel mare ci sono i coccodrilli” è la storia vera di Enaiatollah Akbari, un bambino di dieci anni di etnia hazara, che intraprende un lungo e avventuroso viaggio dal suo paese, Nava, in Afghanistan, per sfuggire ai pashtun che reclamano la sua vita come risarcimento per un carico perso dal padre durante un trasporto. È sua madre a spingerlo ad allontanarsi dalla sua casa per sottrarlo alle minacce dei pashtun, dai quali lo divide l’appartenenza al gruppo religioso: loro, i pashtun, sunniti, Enaiatollah e la sua famiglia, sciiti. “La speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento”, dice Enaiatollah, cercando di spiegare a noi europei, lontanissimi nelle nostre esperienze quotidiane da tutto ciò che egli va raccontando, quanto possa essere dolorosa la scelta di una madre che, pur di offrire a suo figlio la speranza di un futuro differente, non esita ad affidarlo ai “trafficanti di uomini”.

Sin dall’incipit di questo libro irrompe la voce narrante del ragazzino, che, ormai stabilitosi in Italia, all’età di ventun’anni racconta in una sofferta e dettagliata narrazione le sue incredibili vicende:  dall’Afghanistan fino in Italia, Enaiatollah ha affrontato pericoli, disagi, fatiche. Un lungo dialogo tra Fabio ed Enaiatollah è la struttura portante di questo libro: la voce di Geda interviene solo sporadicamente per sottolineare alcuni punti o sollecitare chiarimenti al suo interlocutore, lasciando spazio ai ricordi del ragazzo.

Pakistan, Iran (con due ritorni forzati in Afghanistan), Turchia, Grecia, e infine Italia: queste le tappe del suo cammino. Tra lunghe soste in vari paesi, durante le quali il ragazzo si guadagna da vivere lavorando duramente, e pericolose traversate a bordo di vari mezzi di trasporto, Enaiatollah incontra una varia umanità: silenziosi ma risoluti trafficanti che speculano sulla pelle dei ragazzi e degli uomini in fuga, in preda alla solitudine e alla disperazione; uomini che si fanno partecipi delle sofferenze altrui, ma che non hanno la possibilità di aiutare concretamente tutti coloro che ne avrebbero bisogno; compagni di viaggio più o meno solidali, ognuno con la propria vicenda di sofferenza alle spalle. Tra le tante avventure narrate, ce n’è una che colpisce in maniera duratura la sensibilità del lettore: la lunga traversata a piedi delle montagne tra Iran e Turchia, in compagnia di curdi, pachistani, iracheni, bengalesi; ventisette giorni di cammino, dodici persone su settantasetteche perdono la vita lungo il tragitto, vittime della fame, della stanchezza, del freddo.

Enaiatollah ce l’ha fatta, e oggi sente la necessità di raccontare il suo passato; noi allo stesso tempo proviamo il desiderio di ascoltare le sue parole. Il suo racconto ci mostra, da un lato, ciò che l’uomo è in grado di provocare quando perde di vista la sua umanità, quando persegue esclusivamente l’interesse; d’altra parte, la presenza di Enaiatollah tra di noi, al sicuro, accolto da una famiglia italiana e finalmente libero di studiare, è anche il segno dell’esistenza di uomini e donne che non si sottraggono alla richiesta d’aiuto di chi si trova in difficoltà.

Enaiatollah ha vinto: i talebani che, una mattina d’autunno, hanno chiuso la sua scuola e ucciso il suo maestro – “Il mullah Omar ha deciso di chiudere le scuole hazara”, dicono – nulla hanno potuto contro la sua voglia di vivere e il suo desiderio di avere un futuro migliore, di imparare. I talebani, ci spiega Enaiatollah, non sono solo afghani: tra di loro ci sono pachistani, marocchini, egiziani, senegalesi, tutti ignoranti che impediscono ai bambini di studiare affinché non capiscano che non fanno ciò che fanno in nome di Dio, ma per i loro sporchi interessi.

Dalla voce di Enaiatollah Akbari giunge fino a noi una lucidissima e semplicissima analisi del senso dell’essere “umani”. In questa storia riconosciamo la storia di tutti coloro che sono costretti a lasciare la loro casa per andare in cerca di un futuro migliore, e che, da quel momento, orfani delle loro radici, si perdono nel grande mare dell’umanità: se riusciranno a raggiungere la loro mèta, non sarà solo grazie alla fortuna, alla tenacia e al coraggio, ma anche alla mano tesa di chi avrà visto in loro il proprio fratello.

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Meridiano Zero – Vaticano Spa

Metto da subito le mani avanti: non ho nulla contro la fede, chi crede nella fede, chi crede in qualcosa. Non ho nulla contro i cattolici, i buddisti, gli islamici, i protestanti, monoteisti o politeisti del caso. Anzi, li invidio un po’, sono sincero. Sono ateo, non me ne vanto, non me ne vergogno; penso solo che avere fede è bello, perché ti permette di sperare in un qualcosa che probabilmente non succederà mai, però intanto speri ed è quello l’importante. In certe circostanze è davvero avere una marcia in più. Magari critico più aspramente l’impianto economico che è stato tirato su attorno alla fede, ma è comunque un altro discorso. Prendi gli Juventini.

Quarantaquattresimo del secondo tempo. La Juve perde 2 a 1, c’è ancora qualche speranza di passare il turno. L’ateo guarda la partita, vede che in campo è scesa la Juve (Stabia), che si sta facendo prendere a pallonate da 89 minuti suonati, vede che i 25 milioni di Felipe Melo era meglio spenderli in puttane di lusso e droga, vede che Ciro è al telefono con Marcello in lacrime chiedendo spiegazioni e consigli e vabbè dice, cambiamo canale, questa è andata.
Il cattolico no, lui ci crede. Lui spera, spera nell’intervento del divino che prenderà possesso del corpo di Giovinco o Poulsen (no, dico, Poulsen) o di Trezeguet e li accompagnerà in una cavalcata coast to coast tipo Holly e Benji fino a segnare un gol talmente bello che l’arbitro commosso gli attribuirà doppio valore. Juventus 3 – Bayern 2.
Poi la Juve ha perso 1 a 4. Quello che ci interessa è che alla fine della partita l’amarezza è la stessa, però intanto il credente ha provato un pelo di speranza, butta via.

main_image_previewÈ da un po’ di tempo che se vi soffermate su Canale 5 a guardare la D’Urso (ovviamente mentre cercate programmi dallo spessore culturale maggiore, tipo la guerra dei Robot o i Monster Truck) c’è Brosio che dopo aver pipato tutte le top model disponibili della Versilia ha deciso di riscoprire la fede e che di questa riscoperta ha deciso di darcene testimonianza in tv.
Nel dibattito, si schiera con lui Gesù Cristo, Madre Teresa e una bambina senza gambe dagli occhi dolcissimi che crede in Dio.
Contro di lui un qualche lavacessi del CICAP, molto brutto, molto peloso, dallo sguardo sospettoso e perverso. Solo come un cane. Il vento soffia tra i rami dell’albero secco posto vicino a lui.
Il discorso viene portato con maestria sui miracolati di Lourdes.

Il lavacessi del CICAP fa notare che Lourdes è stato oggetto di visita da parte di 700 milioni di pellegrini. Di questi, 67 sono le guarigioni riconosciute. Uno ogni 10 milioni; è sufficiente la sola statistica per spiegare che non è una percentuale rilevante, sopratutto in un ambito, quello medico, in continua evoluzione. Una guarigione miracolosa del 1940 al giorno d’oggi potrebbe essere facilmente spiegabile. Se l’inter avesse la possibilità di giocare contro il Barcellona 700 milioni di volte sono sicuro che riuscirebbe a vincere almeno 1000 volte, e quello sì che sarebbe un miracolo. Se io ci provassi 700 milioni di volte con giovani donne disinibite dagli impulsi lesbici, vedi che qualche triangolo porcelloso riuscirei a organizzarlo. Non dice nulla di offensivo o così assurdo.
Paolo Brosio scoppia a piangere; prova pietà per l’anima del lavacessi, che arderà all’inferno per quanto ha detto. Poi parla mezz’ora circa Lourdes, la madonnina di Lourdes, il pizzaiolo di Lourdes, le innumerevoli botteghine di Lourdes, il maxi rosario (2 metri di rosario, incredibile, lo avete mai visto? Fa paura. Ti viene in mente un maxi prete alto 6 metri che brandisce il maxi rosario come fosse una clava) di Lourdes, l’acqua di Lourdes e i fenomeni inspiegabili di Lourdes, tipo che la notte l’acqua è calda e di giorno è fredda a Lourdes, che la mattina se uno guarda verso est vede un incredibile bagliore e una sensazione di calore sulla pelle a Lourdes, che le nuvole hanno forme strane, tipo di cane, tipo un occhio, tipo Padre Pio intento a dare un colpo di tosse mentre dice messa a Lourdes, robe davvero incredibili.

immagine_lourdesQuello del CICAP prova a ribattere, ma alla bambina dagli occhi dolcissimi si stacca un braccio. Si asciuga le lacrime con la manina che le rimane, lo raccoglie, se lo appoggia in grembo e sospira sorridendo, perché Dio se fa la brava un giorno glielo riattaccherà. Brosio, Gesù Cristo e Madre Teresa annuiscono convinti.
E poi c’è la parte più bella: il senso di colpa. Se tu sei andato a Lourdes mille volte e per mille volte sei tornato deluso è perché non credi abbastanza, perché non hai pregato abbastanza, perché non hai donato abbastanza. Perché non sei meritevole della guarigione, perché devi soffrire ancora un po’, come se non fosse già sufficiente quello che hai sofferto finora, perché ti devi applicare di più. La colpa non è del fatto che sei dalla parte sbagliata delle statistiche, è tua e solo tua. Torna a Lourdes e magari succederà qualcosa. E se ci torni e non è successo ancora nulla, ritorna. Tre, quattro, cinque volte. Lo hai comprato il rosario di due metri benedetto? A Lourdes, come in una delle filiali sparse per l’Europa.

Vaticano S.p.a.: vendiamo speranza.

Scienza e Fede: verità a confronto – Tavola rotonda Museo Diocesano Catania 2-12-09

Dell’antico, primordiale scontro tra scienza e fede per avere risposte alle grandi domande dell’uomo (Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?) si è discusso mercoledì 2 dicembre al museo diocesano di Catania, in piazza Duomo.

Il titolo della conferenza non è scelto a caso, racchiude infatti in sé il concetto condiviso da quasi tutti i partecipanti, ovvero: non c’è contrapposizione tra ragione e religione, ma solo diversità di approccio.

god-versus-science-time-magazine-coverMa cambia veramente solo il metodo di ricerca della verità?

Come fa notare subito il dirigente di ricerca del centro astrofisico di Catania Massimo Turatto, persino Papa Giovanni Paolo II ha parlato di una comune verità ricercata attraverso stimoli diversi, addiritturara figli dello stesso Dio: “scienza e fede sono entrambe doni di Dio”[1].

In tempi più recenti (sempre Turatto ricorda) è padre Josè Gabriel Funes, astronomo e direttore della Specola Vaticana, a ribadire che la fede in Dio non è in conflitto con la ricerca di vita extraterrestra: “Come esiste una molteplicità di creature sulla terra,  così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio”[2].

Padre Santinto, direttore del museo Diocesano di Catania, conferma che in realtà si tratta di un conflitto apparente, che nasce spesso dalla poca conoscenza della religione e della scienza stessa.

Quello che padre Santino critica è il valore stesso di certezza che traspare dopo ogni scoperta scientifica, trattandosi spesso, a suo parere, di scoperte labili (certamente non quelle universali come la forza di gravità), criticabili e in divenire, quindi spesso rivedibili come la stessa esperienza empirica.

touchingthevoid460Ecco allora che la scienza diventa molto più umile (vicina all’ “umiltà intellettuale” nella ricerca scientifica di Zichichi) compiendo anch’essa un “atto di fede” alla riuscita di una dimostrazione. Se la scienza deve cominciare a dubitare di se stessa, la fede ha bisogno della mente tanto quanto il cuore: è la ragione infatti che aiuta la fede a non cadere in integralismi fanatici.

Aldo Zappalà, docente di Astrofisica nucleare, si schiera anche lui contro gli scienzati ottusi, proclamatori di verità assolute ai quali contrappone il più grande scienzato dell’epoca moderna: Albert Einstein e la teoria della Relatività. Grazie al fisico tedesco infatti è la scienza stessa che diventa una verità relativa, a differenza della religione che si pone secondo dogmi assoluti.

Il professore inoltre ricorda che l’interpretazione delle sacre scritture da parte della Chiesa non si è quasi mai evoluta, a differenza della scienza che invece a sua volta può aiutare nell’ interpreazione dell’antico testamento. Una collaborazione quindi tra fede e scienza può esistere, due modelli attraverso cui possiamo addirittura considerare la presenza di Dio nella fluttuazione nullistica alla base del Big Bang (fase quantistica).

Il professor Antonino Rapisarda, docente di Storia e Filosofia si distacca leggermente dall’argomento, analizzando gli approcci filosofici alle grandi domande (Platone, Aristotele, Archimede) e i diversi modelli espitemologici dei due approcci (fede – ragione).

universeIl professor Maurizio Ternullo, Osservatorio Astrofisico di Catania, ultimo a parlare, critica l’usanza di molti scienziati di gettare discredito analizzando le sacre scritture da un punto di vista scientifico, poiché nemmeno la scienza dà certezze in merito alle grandi domande (il professore porta l’esempio dell’orbita ellittica dei pianeti che non è stata ancora dimostrata). La scienza allora si unisce alla fede nel profondo di ogni uomo non potendo dare risposte alle grandi domande.

Alla fine di questa interessante “tavola rotonda” un pensiero viene subito in mente: non esiste troppa differenza tra uomini di fede e uomini di scienza quando ci si confronta partendo da una stessa comune idea, cioè che non esiste un metodo sicuro per rispondere alle grandi domande che l’uomo si pone. L’umiltà e l’intelligenza aiutano sicuramente a non cadere in fondamentalismi che ridicolizzano il problema (alla luce del tema affrontato, la questione pillola abortiva o le guerre di religione risultano meri prodotti dell’ignoranza umana).

Oggi scienza e fede rappresentano due modelli di una stessa esigenza.

Spetta al singolo individuo scegliere secondo la propria coscienza a quale modello avvicinarsi maggiormente per soddisfare l’inevitabile sete (ancora, per fortuna, impossibile da estinguere) di verità.

“La scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca”.

Albert Einstein

Lettura consigliata:

In cosa crede chi non crede? di Martini Carlo M., Eco Umberto

[stextbox id=”custom”]E voi cosa ne pensate dello scontro tra scienza e religione?
Secondo voi scienza e fede possono convivere o seguono percorsi  inconciliabili?
Parliamone! [/stextbox]


[1] Giovanni Paolo II, Discorso agli scienziati della World Federation of Scientists
[2] Josè Gabriel Funes, Intervista all’Osservatore Romano, 14 maggio 2008

Il paese dei finti cattolici

Abbiamo sicuramente sentito tutti parlare della discussa sentenza della Corte Europea, che “vieta” l’esposizione di simboli religiosi nelle classi degli alunni.

Partiamo prima di tutto dal simbolo religioso, quel famoso crocifisso di cui si è tanto -troppo- parlato in questi ultimi giorni. La crocifissione di Gesù è l’ultimo atto della sua vita in terra, il suo sacrificio per salvare l’umanità dai propri peccati. E’ una tortura violenta, sanguinaria, è il momento più drammatico e forse più alto di tutta la storia di Cristo. Comincia ad essere utilizzata come simbolo dai cristiani intorno al IV secolo, quando l’imperatore Costantino vietò la pena capitale eseguita in questa maniera e cominciò il processo di conversione.  Nel 692, al Concilio di Trullo, fu deciso di utilizzare la crocifissione di Gesù –non la croce o il crocifisso, come spesso detto in questi giorni- come simbolo fondante della religione cristiana.

Passano quei millequattrocento anni (anno più anno meno), e nel frattempo il mondo cambia. La Chiesa (intesa come Istituzione chiesa Cattolica) conosce diversi momenti bui e meno bui, e arriva pian piano in un’epoca moderna, dove comincia a perdere il suo “potere” così tanto radicato nei secoli. E si ritrova in un posto che non è più il suo. Il mondo è andato avanti, la Chiesa è rimasta ferma.

Crocifissione (Corpus Hypercubus) - S.Dalì
Corpus Hypercubus - S.Dalì

Il suo è un potere concreto che si è sempre basato -nel passato remoto- sull’ignoranza, sulla poca cultura, sulla facilità con cui si influenzava la gente. Ma la società evolve, la cultura cambia, le persone cominciano ad informarsi. E si arriva così al giorno d’oggi, era in cui c’è poco posto per LA religione, e il mondo comincia sempre di più a diventare un colorato mosaico composto dalle più disparate forme di credo. Si giunge, naturalmente, all’abbandono lento ma costante della visione della Chiesa Cattolica come centro del mondo, grazie all’inesorabile aumento dell’informazione e del livello culturale medio. E’ un mondo che sta andando sempre di più nella direzione della multiculturalità, del rimescolarsi di popoli, dei colori, spiritualità delle più disparate con un unico, dichiarato, obiettivo comune: l’integrazione. E’ un mondo che non vuole più essere diviso in compartimenti stagni, con Maometto da una parte e Gesù dall’altra. Basta fare un giro in una qualsiasi grande città europea: passeggiano per strada indiani, turchi, marocchini, ebrei, bianchi, neri, ognuno con la sua vita. L’uomo d’affari, il fattorino, lo yuppi in carriera, e così via.

Noi però viviamo in Italia. Da noi l’indiano lo vediamo al semaforo a lavare i vetri, i neri li affondiamo sui loro barconi della disperazione, e disinfettiamo i sedili dei treni dove viaggia gente che ha la sfortuna di avere il colore della pelle diverso dal giallo-spaghetti di noi pizzapizzamariscià. Viviamo in Italia, il paese dove la Chiesa Cattolica ha il suo Stato (!!!), il paese che professa una laicità mai dimostrata nel concreto, il paese che non fa pagare l’ICI ai preti, che “regala” l’otto per mille, che promuove le scuole private gestite da ecclesiasti (Cattolici), che si indigna quando viene varata una regola che è forse la più importante della cultura cattolica: il rispetto del prossimo.

L’Unione Europea, nei suoi intenti di creare uno stato unitario che rappresenti l’unione di tutte le culture di tutte le nazioni che la compongono, si sta muovendo chiaramente verso questa moderna e sacrosanta (è proprio il caso di dirlo) direzione. Dare a tutti lo stesso valore, rispetto, uguaglianza. Questo nel concreto vuol dire anche vietare l’esposizione di simboli religiosi nelle scuole.
Mettetevelo tutti bene in testa: non è una questione di religione, di mancato rispetto, di scavalcare il potere (!!!) della Chiesa. Si tratta semplicemente di permettere alle nuove generazioni di crescere in un clima più libero possibile nei luoghi di istruzione, posti in cui è necessario il massimo equilibrio, la massima serenità, la massima uguaglianza. E mettiamoci bene in testa anche quest’altra cosa: l’epoca del “ognuno a casa propria” è finita. C’è la necessità impellente di imparare a convivere con le più diverse forme culturali presenti su questo disastrato pianeta. E poco importa che io sia cattolico, tu musulmano, lui protestante e quell’altro ancora buddista. La scuola è un centro di istruzione e di formazione, deve essere un luogo “culturalmente neutro”. Il rispetto per il prossimo finisce nel momento in cui obblighiamo un bambino di un’altra religione a stare in un luogo dove c’è un simbolo che non lo rappresenta. Come fa a rapportarsi con gli altri, con la realtà che lo circonda, come fa ad integrarsi con gli altri, e gli altri ad integrarsi con lui, se gli spariamo in faccia ogni giorno che lui è un “diverso”?
La questione è tutta qua; spinosa, fastidiosa da raccontare, ma è tutta qua.  Bisogna esser ciechi per non vederla.

croceNon è difficile immaginare il perché di tante polemiche. La Chiesa (intesa sempre come istituzione-stato, sia chiaro, non come credo) sta lentamente, ma inesorabilmente, perdendo il potere di influenza che ha accumulato ed esercitato per secoli e secoli. Con l’avvento dell’era dell’Informazione, la gente ha cominciato a ragionare con la propria testa. E questo allo Stato Vaticano non sta bene. I fedeli sono business, soldi che girano, e i soldi che girano sono potere. Perché se un giorno la maggioranza della gente (e in questo caso la speranza nelle nuove generazioni è tanta) smettesse di stare così tanto appresso all’istituzione Chiesa e magari si concentrasse a rivedere il rapporto con la religione come una cosa intima, personale, dove nessuno deve e può metter bocca, l’istituzione Chiesa andrebbe via via sparendo. E’ l’ennesima anomalia tutta italiana, perché in nessun altro paese moderno e civile di questo mondo sarebbe accaduto quello che è successo, che so, per il caso Englaro.

Sul mondo politico e sulle sue reazioni al “verdetto” della Corte europea non c’è molto da dire. Nel senso che ci ritroveremmo a dire le stesse cose che sono state dette pertanti altri argomenti. L’incoerenza impera. Tutti improvvisamente, chinando il capo, si professano cattolici, si schierano in difesa del Cristianesimo e diventano squallidi paladini di una guerra che non gli appartiene, né a loro né allo stato italiano. C’è chi discrimina il prossimo, c’è chi va con le prostitute, c’è chi organizza le ronde punitive, chi rimbalza i barconi della speranza, chi fa leggi contro gli immigrati. Gente che sarebbe radiata in tronco dall’albo del buon Cristiano Cattolico, semmai questo esistesse. Eppure sono tutti lì a farsi belli, come se ci fosse una sorta di riverente “rispetto” per l’Istituzione Chiesa, che non va mai inimicata, per carità. Tutto questo in uno Stato che, ribadisco, si professa laico e moderno.

In definitiva bisogna fare tutti un passo indietro. Non è certo esponendo un proprio simbolo nei luoghi pubblici che si dimostra il proprio credo, non è certo imponendolo. Il proprio credo si professa nelle opere, nelle azioni, nel modo di vivere e nella moralità. E, pensandoci bene, queste sono tutte cose che devono rimanere “relegate” nella sfera personale di ogni individuo, sia esso cristiano ortodosso, cattolico, protestante, musulmano, buddista, animista o creda nella chiesa Jedi.

Noi siamo un paese laico. Lasciate che i nostri figli crescano in un paese laico.

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Web Comics

La strip di oggi è disegnata da Alberto “Albo” Turturici autore del web-comic AlboBlog “Fumetti mostruosi”, tra i più famosi della rete. Ringraziamo Albo per la collaborazione e invitiamo tutti a seguire le sue strip quotidiane!

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