Intervistando Marco Travaglio – II parte

– NOTA: Qui il link alla prima parte dell’intervista.


LINEE EDITORIALI

Come si legge nel tuo libro “La scomparsa dei fatti” (Saggiatore Editori, 2006), nel giornalismo “c’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale”. Un concetto a cui dedichi ampio spazio anche all’interno dello spettacolo teatrale. Ti riferisci solo alla tua esperienza ne Il Giornale, che hai abbandonato assieme a Montanelli a seguito delle pressioni dell’ex editore Silvio Berlusconi, oppure ti senti di includere anche la Repubblica e l’Unità, nei quali hai lavorato per diverso tempo?
Parlo di tutti i giornali che fanno parte, chi più chi meno, di un sistema malato. Io per ritrovare la libertà che avevo a Il Giornale di Montanelli e a La Voce, ho dovuto fondare insieme ad alcuni amici un giornale indipendente, dal punto di vista politico ed economico, nel senso che si autofinanzia insieme ai suoi abbonati e lettori. Ho anche avuto delle bellissime esperienze, come all’Espresso, con cui continuo a collaborare e dove nessuno si è mai permesso di toccarmi una riga, dai tempi di Claudio Rinaldi, poi Daniela Hamaui e adesso con la direzione di Manfellotto. Ma a la Repubblica è stato molto diverso, perché è proprio un giornale-partito, dove mi sono spesso trovato in difficoltà e a disagio, e infatti me ne sono andato. A l’Unità sono sempre stato molto libero grazie a Padellaro e Colombo, che poi quando c’erano loro non era più un giornale di partito, perché il partito lo aveva chiuso e loro lo avevano riaperto. Però c’era sempre questo ricatto che il partito faceva, visto che devolveva il finanziamento per la stampa di partito a l’Unità e quindi la mia presenza metteva in difficoltà i direttori, che probabilmente sono stati cacciati anche a causa mia. Probabilmente se avessero accettato di tagliare i miei pezzi non sarebbero stati mandati via, o almeno non con quella brutalità. Così a un certo punto, come aveva fatto Montanelli nel 1994 lasciando Il Giornale e fondando La Voce, anche io mi sono reso conto che l’unico luogo in cui uno come me poteva lavorare era un giornale veramente nostro: dei giornalisti e dei lettori, senza alcun partito o editore che potesse imporre il proprio volere.Continua a leggere…

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Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Continua a leggere…

Bandiera rossa trionferà?

“Addio compagni, meglio amici”. Titola così Matteo Pucciarelli nell’articolo di Repubblica.it del 14 luglio dedicato a Nichi Vendola e alla frase pronunciata durante la presentazione del libro di Goffredo Bettini “Oltre i partiti”.

“Nel Pci mi dicevano che non si doveva dire ‘amico’ – ha spiegato il governatore della Puglia – ma che bisognava dire ‘compagno’. Ho passato tutta la vita a ripetermi questa frase. Ma ora ho capito che era una stronzata, perché è stato un alibi per molti crimini. Io preferisco stare con molti amici, che mi aiutano a crescere”.

Un’affermazione che sembra aver sconvolto i numerosi “seguaci” di Vendola che, a suon di critiche, hanno stampato le proprie lamentele sui più grossi giornali italiani. I simpatizzanti del movimento “Sinistra Ecologia e Libertà” non hanno infatti accettato il cambio di rotta del leader di questo partito, sebbene appaia più come una svolta stilistica di linguaggio, piuttosto che un cambiamento concreto. Forse solo una strategia per accaparrarsi qualche voto in più fra i cosiddetti moderati: coloro che non si riconoscono fra i comunisti e i socialisti, che storicamente hanno adottato il termine “compagno” per identificare tutti i membri del proprio partito.

Comunque sia, è inutile spiegare che la Sinistra italiana ha già da tempo rinnegato le trascorse ideologie del vecchio PCI, in maniera ben più palese ed evidente di una frase espressa male. È anche superfluo discutere di quante cose siano cambiate da quando Gramsci o Berlinguer potevano pronunciare certe parole senza risultare ridicoli, o quanto meno poco credibili.

Perché come ha affermato lo stesso Vendola “In Onda” su LA7: “Il Comunismo identifica qualcosa di meraviglioso quando rappresenta una domanda, ma si è trasformato in un incubo quando è diventata una risposta”.

Perché come recitavano alcuni meravigliosi versi di una celebre canzone di Giorgio Gaber, “qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica, qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari, e qualcuno credeva di essere comunista ma forse era qualcos’altro”.

Perché i Compagni erano quelli che si riconoscevano in un progetto comune, e forse basterebbe semplicemente trovarne uno, nuovo, dimenticando i fantasmi di un periodo irripetibile e imparando dai troppi errori che alcuni nostalgici non sono ancora riusciti ad ammettere…

 

Modificare la Costituzione… Come si può?

Alla domanda se sia possibile modificare la Costituzione dobbiamo rispondere immediatamente di sì. Proprio a questo scopo, infatti, è previsto lo strumento della Legge Costituzionale. Una Costituzione come la nostra si dice “rigida” perchè non può essere modificata dalle leggi ordinarie, ma soltanto tramite l’approvazione di leggi costituzionali seguendo l’iter che a breve spiegheremo. Al contrario, una Costituzione  “flessibile” occupa lo stesso grado delle leggi ordinarie nella gerarchia delle fonti. La costituzione flessibile può essere modificata a maggioranza parlamentare tramite l’approvazione di leggi ordinali. La modifica costituzionale non richiede leggi costituzionali né iter speciali di approvazione. La nostra prima forma di Costituzione, in vigore fino alla caduta del regime fascista, era una costituzione flessibile.

Nella storia del Novecento i regimi dittatoriali più noti – per esempio la Germania nazista di Hitler – nacquero da partiti che occupavano la sola maggioranza relativa dei voti dell’elettorato. Essendo difficilmente modificabile, la costituzione rigida tende però ad adattarsi con lentezza ai cambiamenti storico-sociali di un paese. La costituzione flessibile, che  può essere modificata dalle assemblee parlamentari a maggioranza semplice, comporta il fatto che si adatta più velocemente alle esigenze di un paese, ma lo espone più facilmente alle derive dittatoriali.

La storia ha dimostrato che un regime democratico può trasformarsi facilmente in un regime dittatoriale se le regole costituzionali sono troppo flessibili.  Non a caso uno dei principali obiettivi dei giuristi costituzionalisti dell’epoca contemporanea è proprio quello di plasmare una Carta Costituzionale in grado di unire i vantaggi della costituzione rigida con quelli della costituzione flessibile.

La legge Costituzionale è attribuita alla competenza del parlamento ed è adottata con un procedimento “aggravato“, ossia più complesso rispetto a quello previsto per le leggi ordinarie. Nella gerarchia delle fonti del diritto, la Costituzione e le leggi Costituzionali sono collocate in un grado superiore alla legge ordinaria, con la conseguenza che, ove la legge ordinaria contenesse disposizioni in contrasto con la costituzione o le leggi costituzionali, le stesse sarebbero invalidate in virtù del principio per cui la legge di rango superiore prevale su quella di rango inferiore.

Nel nostro ordinamento la costituzionalità delle leggi e degli atti aventi forza di legge è valutata dalla Corte Costituzionale. La Costituzione italiana, all’art. 134, assegna alla Corte il compito di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni“.

L’art. 135 invece, prevede che la Corte costituzionale sia composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune (Camera e Senato congiuntamente), per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa.

Questa struttura mista è finalizzata a conferire equilibrio alla Corte Costituzionale: per favorire tale equilibrio infatti sono previsti, in capo ai soggetti scelti per la composizione dell’organo, sia un’elevata preparazione tecnico-giuridica sia la necessaria sensibilità politica. Nel caso in cui la Corte dichiari l’atto incostituzionale, la sentenza retroagisce fino al momento della entrata in vigore dell’atto.

L’iter per la revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione.  Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi.Nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Quest’ultimo può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due camere, da cinque consiglieri regionali o da 500.000 elettori. Insomma, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso, raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell’opposizione.

Generalmente nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale, può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito“. Accesissimi dibattiti sono tutt’oggi aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”; tuttavia, per concludere queste righe senza addentrarsi troppo nei meandri delle più disparate interpretazioni che sono state assegnate a  tale inciso, è opportuno e sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti e riconosciuti.

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alieNazione: la minchiocrazia.

15 dicembre 1992: tangentopoli investe ufficialmente Bettino Craxi, con il primo avviso di garanzia emesso dalla procura di Milano.

29 aprile 1993: Craxi si presenta alla Camera dei deputati dichiarandosi in sostanza né più né meno colpevole di tutti gli altri. Le tangenti erano le fondamenta dell’intero sistema partitico, necessarie per le loro attività. La Camera nega l’autorizzazione a procedere.

30 aprile 1993: si tengono diversi cortei in tutta Italia per manifestare il dissenso e la riprovazione per la decisione della Camera. Pds, Msi e Lega nord i partiti dietro le proteste.  In coincidenza della fine del comizio del Pds a piazza Navona, una folla cominciò a confluire verso l’Hotel Raphael, residenza romana di Craxi. Egli uscendo dall’albergo, fu colpito da un fitto lancio di oggetti e di monetine, bersagliato di insulti e canti di sberleffo. Fu costretto a una vera e propria fuga.

18 maggio 1994:  Craxi , non essendo più parlamentare ed esposto al rischio di essere arrestato, fugge in Tunisia, a Hammamet. Ivi morirà il 19 gennaio di sei anni dopo.

Da quell’anno Berlusconi sale al governo a più riprese fino a oggi.  Caso unico nelle democrazie occidentali, un imprenditore titolare di tv, case editrici, giornali, negozi ottiene numerosi successi politici. Alla base dei suoi trionfi è la trasformazione della nostra società,  una società di consumatori teledipendenti. L’Italia è alimentata da continue divisioni culturali e politiche, che è capace di mettere da parte “all’italiana”, ad esempio per le partite di calcio. Ma soprattutto è il conformismo al pensiero liberista il filo conduttore che va da Nord a Sud. La mercificazione, essenza intellettuale, pietrifica qualsiasi cosa in denaro: paradossalmente anche l’aria che respiriamo ha un peso specifico economico, quando andiamo a comprare un’auto o un frigorifero.

Non ci deve meravigliare che il nostro paese, paese della moda, segua a sua volta una moda del momento. Il berlusconismo è una moda di massa da tanti anni, un po’ in crisi adesso che  la pressione dell’onta mondiale è palpabile. L’anti-berlusconismo è l’anti-moda più in auge del momento: si può sostenere che il no-b-day abbia segnato la linea di partenza. E ancora gli scandali di Berlusconi (e quindi egli stesso) sono gl’input alla manifestazione delle donne di domenica scorsa. Perché è vero che improvvisamente le donne si sono risvegliate dal sonno di decenni di malcostume italiano. La mercificazione della donna – le attuali e inquietanti parole di Sara Tommasi “sono imprenditrice di me stessa” inducono a una seria presa di coscienza –  non la scopriamo ora con Berlusconi, care donne. Questa ipocrisia di fondo è intollerabile. Avete concesso per anni e anni  a donne di posare nude in calendari, per soldi. La carnalità ha prevalso sulla spiritualità: non c’è più il necessario equilibrio per una vita di convivenza civile. Non c’è più fantasia, né talento, né pudore: per entrare nel mondo dello spettacolo non avete gridato, ma molto spesso chinato la testa… La pratica se è diffusa lo è proprio per questo. Dallo spettacolo, ad altri lavori: non mi meraviglierei neppure per un posticino da precario. Perché avete lasciato che i vostri corpi si piegassero alle logiche dell’opportunismo? Perché il culo di Ruby è diventato un oggetto? I calendari, gli spot, le foto e il “sex for success”  non vi hanno mai indignato in questi lunghissimi anni di berlusconismo? Non bisogna cercare un capro espiatorio, poiché in tal modo i fatti passano in oblio e ciò che è riemerso a galla, viene sommerso nel silenzio. Dopo Craxi, il “martire” di tangentopoli, si è continuato a rubare, e anche di più.

Ciò che svilisce il tema delicato delle donne è l’assenza di un dibattito serio. Non si può affrontare a colpi di foto e slogan un argomento così importante:  il riferimento è esplicito alle “minkioiniziative“* di Repubblica. Basta una posa, possibilmente artistica in bianco e nero o seppia, con uno slogan ridicolo, e  la protesta è servita. È o non è un meschino oltraggio all’intelligenza di voi donne? Il successo della manifestazione si spiega in parte con questa moda delle foto: le gallery di protesta – ah ah! – sono numerose, e su Facebook, in quella bella giornata di domenica di sole non mancano foto delle manifestazioni di volti sorridenti, festanti e, ancora una volta, in bella posa. A chi fate paura con “People have the power”?

Temi altrettanto importanti come il precariato non fanno moda nei salotti chic della sinistra. Ecco, perché non si fanno manifestazioni in tal senso? Il povero precario è triste, non fa una moda di tendenza e fa comodo anche alla sinistra. La fenomenologia del popolo viola e della protesta delle donne sono quindi propri di un conformismo speculare al berlusconismo: ossia di idee vuote del populismo, privi di essenza sostanziale. Berlusconi chissà se cadrà, ma noi poveri italiani siamo sottoposti allo sberleffo di tutto il mondo. Indelebile. Ma le minkiate*, si sa, vanno di moda e fanno successo.

*minkiocrazia, minkioiniziative: la “k” è ormai un fattore estetico-ortografico ben conosciuto e, per quanto osceno e deprimente, rende bene l’idea di una cultura e di una generazione. Nel nostro utilizzo, lo intendiamo derivante dal neologismo “bimbominkia”.

Le cavie umane del Guatemala

Certe volte leggendo il giornale ti rendi conto di quanto le assurde idee di certi film holliwoodiani possano apparire banali rispetto alla realtà… Di quanto alcune pellicole fantascientifiche dedicate ad epidemie e sperimentazioni sul genere umano somiglino maledettamente ad un documentario di denuncia…

Su “La Repubblica” del 2 ottobre, un inquietante articolo di Angelo Aquaro si ritagliava un piccolo spazio di pagina 17, come una notiziuccia di secondo piano. Un pezzo sui grandi Stati Uniti d’America, di cui si possono schiaffare in prima pagina tutti gli aggiornamenti sul colore dell’abito di Michelle Obama e sulle vicissitudini di Paris Hilton, ma non si può certo dare risalto ad un Servizio Sanitario Nazionale che paga un laboratorio per fare esperimenti su cavie umane…

“Centinaia di persone infettate con la sifilide e la gonorrea – scrive Aquaro nel suo articolo. – Bambini presi negli orfanotrofi e usati come cavie. Prostitute accoppiate ai detenuti per trasmettere il virus. Malati di mente infettati senza saperlo”.
Uno studio esportato in Guatemala, perché oltre alla democrazia ogni tanto bisogna diffondere anche altri principi del “grande occidente”… Un abominio recentemente svelato dalla ricercatrice Susan M. Reverby, su esperimenti che dal 1946 al 1948 hanno contribuito ad allungare la lista di vergogne di cui si è macchiato il governo americano. Un orrore che è andato avanti per due anni, “nel Guatemala allora posseduto e controllato dalla potentissima United Fruit Company, – prosegue l’articolo – la multinazionale USA che verrà ribattezzata Chiquita”.

Una mostruosità che si aggiunge al noto scandalo della città di Tuskegee, in Alabama, dove tra il 1932 e il 1972 vennero reclutate centinaia di persone malate di sifilide, perlopiù afroamericani, per studiare gli effetti della progressione naturale della malattia su un corpo infetto non curato. (Fonte: Wikipedia).

Due episodi disumani accomunati dal nome di John C. Cutler, un esperto di malattie sessuali che “fino alla sua morte, nel 2003, ha strenuamente giustificato, nel nome della scienza, gli orrori di Tuskegee”, come afferma l’articolo di Aquaro. Lo stesso Cutler che ha poi scelto di spostare i propri esperimenti oltre i confini statunitensi, in Guatemala, dove bambini orfani, detenuti e malati mentali si sono inconsapevolmente trasformati in cavie umane. Una sperimentazione che andò avanti per due anni e si concluse senza alcun risultato scientifico, lasciando al loro destino le settecento vittime infettate, dove un soggetto su tre venne abbandonato senza cure.

Adesso il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro della Sanità Kathleen Sebelius si scusano per questi comportamenti “eticamente inaccettabili”, così come fece Bill Clinton dopo i fatti di Tuskegee.

Scuse che si sommano a scuse passate e che, come sempre accade, anticiperanno scuse future…

Iraq: un’altra guerra senza vincitori

106.339 iracheni morti, soprattutto civili, senza alcuna distinzione di età, sesso e responsabilità.
4.417 soldati statunitensi rientrati a casa dentro una costosa bara di legno, coperti da quella bandiera a stelle e strisce che avevano scelto di servire. Ma anche 35.000 feriti o mutilati, col peso di un ricordo troppo doloroso per conviverci.
318 soldati di altre nazionalità, morti anch’essi senza un dignitoso perché.

Un paese dilaniato da una violenza che oramai scandisce la quotidianità di persone che cercano di sopravvivere, tra attentati continui e lotte intestine, dove a più di 5 mesi dalle elezioni del 7 marzo non è ancora stato formato il nuovo governo.
È l’epilogo di una guerra inutile, dove solo l’irragionevolezza umana poteva uscirne vincitrice.

“Dalla mezzanotte non spareranno più – ha scritto Bernardo Valli su La Repubblica del 1 settembre 2010 – daranno consigli, addestreranno soldati e poliziotti, si dedicheranno all’intelligence, predicheranno la democrazia. Si tratta degli americani naturalmente. È l’ossessione che tiene il paese in un’angosciosa suspance. La guerra di Bush, durata sette anni, adesso scade, più che finire, appunto a mezzanotte”.

Un piccolo sostegno per un Iraq che d’ora in avanti dovrà imparare a vedersela da solo, e a ricomporre i pezzi di questo assurdo disastro. A maggio, durante l’evento fiorentino “Terra Futura 2010”, la giornalista Giuliana Sgrena parlò del suo rientro a Baghdad a 5 anni dal suo rapimento. Descrisse una città dove la ricostruzione non era ancora partita e dove la mancanza di lavoro, istruzione e sistema sanitario aveva raso al suolo il presente e il futuro di un’intera nazione.

Un Paese le cui condizioni sono peggiorate da quando il sanguinoso regime di Saddam Hussein è stato destituito, perché la guerra non può certo considerarsi una valida alternativa a un violento governo totalitario. Dopo la caduta dello spietato dittatore il potere è finito nelle mani di quei gruppi religiosi, soprattutto sciiti, che hanno ridotto la libertà delle persone, soprattutto di genere femminile; donne che oggi sono obbligate a portare il velo e a non indossare i jeans, cancellando una di quelle poche libertà che persino il terribile regime di Saddam aveva concesso.

Ma “Il ritorno. Dentro il nuovo Iraq” di Giuliana Sgrena parla anche di spirito d’iniziativa e voglia di cambiare le cose. Una Baghdad in fermento, dove le strade sono affollate di gente, soprattutto di donne, che si battono per i loro diritti, rifiutano di portare il velo e dimostrano di volersi ribellare alle assurde costrizioni in cui erano costrette a vivere. Un Paese che non ha intenzione di arrendersi, e che dovrebbe rappresentare un monito, in ricordo dei tanti errori commessi e del coraggio che neppure sette anni di guerra sono riusciti a cancellare.

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Ricerca ed ipocrisia nel sistema Italia

Ha destato clamore ed un acceso dibattito la lettera di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, pubblicata giorni fa su “La Repubblica”. I Tg ci bombardano quotidianamente con notizie di scontri e intrighi politici, processi e leggi ad personam riguardanti Berlusconi, conflitti tra le istituzioni, manifestazioni di piazza, arresti per corruzione… ma la lettera di Celli apre uno squarcio tra la mediocrità di tutti i giorni, capta repentinamente la nostra attenzione, colpisce i nostri umori penetrando nelle nostre speranze. Che sembrano affossarsi definitivamente.

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.”

(lettera integrale | via Repubblica)

Non vorrei in questa sede affrontare eventuali speculazioni di pensiero sull’autore e sui motivi che lo hanno spinto a scrivere, ma aprire un dibattito sul tema da lui lanciato.

Quale futuro spetta ai giovani laureati?

Le previsioni non sono per nulla rosee: l’Italia è un paese che paga dazio per l’enorme debito pubblico ereditato dalle generazioni precedenti, per gli sperperi e la corruzione che hanno contraddistinto tutte le politiche economiche di questo paese. Siamo un paese anziano, la spesa pensionistica incide profondamente sul bilancio della previdenza sociale. Risulta evidente che i margini per investire sullo sviluppo siano piuttosto esigui, impegniamo risorse per la ricerca meno di tutti in Europa, lo 0,9% del Pil. Il tetto minimo fissato nel vecchio continente è del 3%.  Oltre alla scarsa sensibilità istituzionale nel reperire fondi c’è da sommare il grado di affiliazione come criterio selettivo per lavorare nelle università (ma non solo). Allo stato attuale, alla luce di tutto, possiamo dedurre tre possibilità d’inserimento nel lavoro per i neo-laureati attinenti al titolo di studio:

–       Nessuna possibilità

–       Precarietà maggiore rispetto ai “notabili”

–       Fuga all’estero

Dopo tanti anni di studi e sacrifici, la terza ipotesi è concretamente allettante. Il presidente della Repubblica Napolitano ha invitato i giovani a non andare via dall’Italia.

“Non andatevene, l’Italia può crescere”

(link | via Repubblica)

Perché il posto lo offre Lei? Perché i baroni dell’università senza giovani si ritroverebbero disoccupati? Caro Presidente, ma Le pare il modo di umiliare la Ricerca con l’elemosina mediatica, con programmi come Telethon? Ci ritroviamo al solito modo di fare le cose all’italiana: ricordando che le chiacchiere stanno a zero, finché non si aumenteranno risorse e non si provvederà a scardinare il clientelismo in nome di un principio virtuoso di meritocrazia, gli inviti a restare sono proposte di una vita di umiliazioni e di stenti e tanti ancora emigreranno, tantomeno pochi arriveranno dall’estero.

I giovani potrebbero concretamente far ripartire l’Italia mettendosi a lavorare in proprio, le risorse umane non mancano, il mondo ci invidia, ma poi finireste per prendervi voi i meriti, politici di una casta come tante altre in Italia. Allora tenetevi questo (bel) Paese.