Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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C'erano un Italiano, un Francese e un Tedesco

Crisi! E’ questa la parola d’ordine dei nostri tempi moderni, il pensiero dominante, la tempesta che fa tribolare stati e continenti interi.

Nessuno è più al sicuro ormai. Gli Stati Uniti, per la prima volta, sono stati bollati come pagatori non proprio eccellenti e, tra un uragano e l’altro, continuano a perdere posti di lavoro. L’Europa, tanto faticosamente costruita in cinquant’anni, si sta disgregando trasformandosi in un covo di litigiosi, dove il nemico di turno ora si chiama Grecia, ora Portogallo, ora Irlanda, ora Spagna.

In questi giorni, nel poco invidiabile elenco dei “nemici” dell’economia europea, è entrato anche il nostro Paese. Sarebbe un esercizio superfluo riepilogare la grande farsa di quest’estate, con una manovra finanziaria “urgente” modificata quattro volte, in base agli umori e alle pressioni di lobbies e interessi più o meno forti.

E’ meglio riassumere, in breve, i punti salienti della versione definitiva della manovra, in questi giorni al voto in Parlamento.

In breve, la manovra italiana, valutata circa 52 miliardi di Euro, prevede: aumento dell’IVA al 21%, un “contributo di solidarietà” pari al 3% a carico dei contribuenti che dichiarano più di 300.000 Euro annui, l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomo e donna, l’abolizione della provincie, il dimezzamento dei parlamentari (entrambi da fare con legge costituzionale) e la modifica dell’articolo 8 per facilitare i licenziamenti.

Questo è quello che il nostro governo, dopo mesi di trattative, ha partorito e ha portato alle Camere. Al di là dei giudizi di merito, viene spontaneo chiedersi quali misure abbiano adottato i paesi europei vicini all’Italia per Pil Pro capite e per dimensioni. Scopriamolo subito.

Iniziamo dal cuore acciaccato ma sempre pulsante dell’Europa, la Germania. Innanzi tutto bisogna riconoscere che i tedeschi sono stati molto lungimiranti. Già nel 2005 si temeva una crisi economica dovuta alla bassa competitività e così venne varata la riforma Hartz. Si trattò, ai tempi di una vera rivoluzione che ha stravolto il rigido mercato del lavoro tedesco. In un colpo solo vennero deregolamentati e defiscalizzati i contratti di lavoro, venne introdotto il lavoro interinale e il lavoro di sussistenza, venne riformata l’agenzia federale per il collocamento e modificati i sussidi di disoccupazione. Quest’intervento, all’epoca criticato dalla stampa e dai sindacati, sta tenendo in piedi l’industria manifatturiera tedesca. Ma questo fu solo l’inizio.

Già nel 2009, il cancelliere, Angela Merkel, affilava le armi teutoniche contro la crisi mondiale operando su due fronti. Da un lato aumentò l’IVA per aumentare il gettito, dall’altro proiettò le aziende tedesche all’estero “colonizzando” nuovi mercati con l’apertura di filiali. La “finanziaria” tedesca, inoltre, prevede l’aumento dei finanziamenti all’università e alla ricerca e lo sviluppo di accordi e partnership con università ed enti culturali di paesi in via di sviluppo. Sul fronte interno, sono previsti, entro il 2014, tagli radicali al generoso welfare state tedesco, sforbiciate alle spese militari, che verranno ridotte insieme al numero di effettivi delle forze armate, rimodulazione della leva militare, snellimento della pubblica amministrazione, con la riduzione di 15.000 posizioni lavorative ed infine una tassa ecologica che graverà su tutti i biglietti aerei emessi in Germania.

La Francia ha iniziato “solo” nel 2010 a varare misure di politica economica contro la crisi. Il governo conservatore francese, poco avvezzo alle grandi riforme, ha concentrato le sue forze sui problemi strutturali che nell’ultimo decennio hanno impedito al paese di crescere. I primi passi sono stati un aumento degli investimenti pubblici nella ricerca e nell’innovazione e l’aumento dei finanziamenti alle università pubbliche che, dal 2010, hanno l’assoluta libertà per la gestione dei trasferimenti da parte dello stato. Il governo ha anche previsto agevolazioni alle aziende che operano nel settore delle nuove tecnologie e che investono in ricerca ed enormi sgravi fiscali per le piccolissime aziende che non superano un certo livello di fatturato.

Per incentivare anche il commercio e i servizi è stata avviato dall’Eliseo una deregolamentazione del settore commerciale e dei servizi ma al tempo stesso sono stati ampliati i poteri e i mezzi per l’autorità per la libera concorrenza. Per sostenere i consumi, sono state ritoccate le aliquote per le fasce più basse dell’imposta sul reddito e ha introdotto il Sussidio di Solidarietà, cioè un contributo economico che viene pagato ai disoccupati che accettano posti di lavoro a bassi salari.

Per recuperare il denaro necessario ad attuare queste riforme il governo francese, come il nostro, pesantemente indebitato, ha adottato il cosiddetto “modello tedesco” di gestione della spesa pubblica, cioè fatto di tagli agli sprechi della pubblica amministrazione, azzeramento degli investimenti improduttivi ma soprattutto ridurre i costi del welfare state non colpendo radicalmente e ovunque, ma con interventi mirati che avranno un impatto limitato.

Questo è quanto hanno fatto Francia e Germania, notate qualche differenza con la nostra? Io sì.

Polso di Puma – Non c'e' solo chi cerca lavoro

Il giovane attuale secondo me è un po’ traviato ormai.

Ma non riesce più ad ammetterlo, questo è il vero problema.

È come chiedere a qualcuno se ha votato l’attuale presidente del consiglio… Nessuno lo ammette!

Sono quelle cose strane ma che accadono e sono incontrollabili. Vi sto parlando del fatto che ormai questo neolaureato, questo diplomato, questo scuola-dell’obbligato, non puo’ più guadagnare mille euro al mese! Non può fare l’inserviente o l’operatore ecologico, non può usare le mani per lavorare!

Tra un aperitivo, una serata in discoteca, uno status su facebook da casa e uno dall’iphone è ormai sfuggito il senso del lavoro (“che non c’è“, voi direte), ma più di tutto il senso delle proprie possibilità. Ok è una banalità il fatto che tutti vivano al di sopra delle proprie possibilità; che la competizione, l’apparire appiattisce i bisogni – che diventano uguali per tutti i ceti – e che non tutti possono affrontare certe spese ma lo fanno lo stesso. Ma secondo me le banalità non vanno lasciate stare lì, a zonzo.

Allora ricapitoliamo: la gente si lascia condizionare e vuole tutto quello di cui non ha bisogno per un continuo apparire simile al vicino, al capo, a quello della tv.

Bene.

BENE?

Male! Ma le cose peggiori sono quando a essere travolti da questo tipo di crisi sono i famosi ragazzi “con la testa a posto”. Che si sentono fuori dal gregge. Si sentono così fuori che non possono fare quello che fanno gli altri. Si sentono superiori, si sentono limitati, sentono che la propria terra non offre niente, sentono che devono fuggire, sentono che devono avere posti di responsabilità, pensano che la responsabilità del matrimonio o di un figlio è pesante senza aver fatto ancora carriera, pensano, come insegna mediobanca, che il mondo giri intorno a loro.
Questo di sicuro non era un atteggiamento dei nostri genitori. Questa arroganza, questo protagonismo… Mi puzza!

Nel film “il padrino” c’è la frase mitica: “il potere logora chi non ce l’ha“. E ok, può essere.

Ma quanti esempi conosciamo di gente che invece di potere ne ha e ne viene logorata?

Ci sono persone capaci, persone fortunate e persone che impiegano la loro vita nel raggiungimento dei loro obiettivi. Onore a loro.
La mia potrebbe essere una questione stupida, ingenua.

Ma mi chiedo: se fossimo tutti più consapevoli di essere normali, se iniziassimo a pensare tutti di dover fare una vita da onesto lavoratore per 40 anni, vivremmo meglio?

Oppure i sogni aiutano a vivere?

Il punto è che questo nostro mondo nel quale dobbiamo essere tutti straordinari, tutti dobbiamo ostentare la nostra unicità, inevitabilmente ci rende tutti uguali. E allora tutte le ragazze si descrivono pazzerelle,  tutti i ragazzi pensano di essere bulletti o imprenditori in erba, mentre dietro di loro c’e’ tanta tanta insicurezza.

Il molosso
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Gli articoli della rubrica “Polso di Puma” sono reperibili anche sul blog www.polsodipuma.blogspot.com

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Un post senza Gelmini

Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo. Non molto indietro. Immaginiamo di ritornare al luglio del 2008. Ritorniamo cioè a prima che venisse messa in atto la strategia della distruzione dell’Università pubblica e di ogni modello di sviluppo delle politiche educative. Ritorniamo a prima che i fondi del finanziamento ordinario venissero ridotti del 20% fino al 2013; a prima che aumentassero le tasse di iscrizione per i fuoricorso; a prima che il turn-over fosse ridotto del 50% fino al 2011, cancellando di fatto ogni speranza di ingresso per i giovani; a prima che i poteri di rettori e Consiglio di Amministrazione fossero intensificati, diminuendo la democrazia all’interno degli atenei; a prima che diventasse possibile per le Università pubbliche diventare fondazioni private. Cerchiamo di ritornare a quel momento in cui il lavoro precario non era ancora l’unica forma di lavoro universitario e, almeno sulla carta, esistevano ancora prospettive di carriera accademica. Ecco, facciamo questo piccolo sforzo di memoria che ci riporta a quando tutti questi e altri eventi non si erano ancora verificati e chiediamoci:

Come funziona l’Università nel Luglio del 2008?

I ranking internazionali non la classificano mai o quasi mai nelle prime 100-200 del mondo, a differenza di molte Università europee. Nonostante il livello di diffusione dei fenomeni non sia chiaro, nepotismo, scandali e corruzione sono all’ordine del giorno, coinvolgendo spesso figure di spicco degli atenei. I meccanismi di reclutamento (i famigerati concorsi) di dottorandi, ricercatori e professori sono il più delle volte (per non dire sempre) falsati. Troppo spesso non premiano i migliori e, dato il clima di sfiducia, non riescono ad attrarre nemmeno i concorrenti più qualificati (la partecipazione di concorrenti stranieri è un miraggio). La famosa fuga dei cervelli (che sarebbe opportuno definire espulsione dei cervelli) è solo la più eclatante delle conseguenze di questo meccanismo: i nostri giovani sono così bravi da poter lavorare nelle Università più prestigiose del mondo ma, per assurdo, non in quelle italiane.

La mentalità diffusa di chi lavora nei nostri atenei è molto spesso provinciale, rassegnata, vecchia e statica. I nuovi assunti accettano le regole del sistema con un servilismo a volte stupefacente, nulla è concesso al  cambiamento, al miglioramento e all’innovazione. Le stabilizzazioni di massa, basate solo su criteri di anzianità, permettono l’ingresso di personaggi che trascorreranno il resto della loro carriera in attesa della pensione, senza alcuna voglia di crescere e migliorarsi.

Il decentramento del potere decisionale dal Ministero verso i singoli atenei (cominciato nel 1989 con la riforma Ruberti) non ha fatto altro che creare un sistema fortemente autoreferenziale, in cui i docenti sono collettivamente responsabili di decisioni che riguardano essi stessi. La mobilità interna tra vari atenei del paese è ridotta quasi a zero e l’incapacità di attrarre studenti, ricercatori e docenti dall’estero è un caso unico nell’Occidente sviluppato. Ci si laurea, ci si dottora, si diventa ricercatori e professori nello stesso Dipartimento, apprendendo sin dall’inizio quali sono le regole del gioco e vendendo per tre soldi la propria dignità morale e professionale.

La produzione scientifica è troppo bassa se rapportata al numero di ricercatori accademici; spesso la lentezza e la superficialità con cui si lavora riescono a cancellare gli entusiasmi di chi ha appena iniziato e ha voglia di fare.

Molti docenti sono poco disponibili nei confronti degli studenti, assumendo comportamenti poco corretti e poco professionali in occasione delle sedute d’esame. Il fatto che il 41% del corpo docente abbia più di 60 anni e solo il 4% meno di 40 non lascia alcuna speranza di cambiamento al riguardo. Il numero di laureati resta basso (anche dopo la riforma del 3+2) rispetto agli altri paesi sviluppati dell’OCSE, con tempi di laurea lunghi e prospettive occupazionali inesistenti. Da parte loro i vari governi tagliano sempre più i finanziamenti, (arrivando a investire l’0.9% del PIL in università e ricerca, contro l’1.5 % della media OCSE) e non mostrano alcuna intenzione di voler varare una riforma radicale del sistema.

Il quadro che emerge è agghiacciante, con un’Università pubblica vecchia, provinciale e chiusa in sé stessa; senza alcuna prospettiva di miglioramento, diventa una terra di nessuno in cui tutti sono innocenti e l’unico responsabile è il ministro di turno. Nessuno spazio per riflessioni sul proprio ruolo sociale, sulle proprie responsabilità e doveri, su quanto si potrebbe fare, e fare molto bene. I casi di eccellenza (sparsi a macchia di leopardo nelle penisola) non bastano a giustificare una mentalità, nel suo complesso, distorta e malata. Chi ha voglia di emergere, di crescere o semplicemente chi è consapevole dei propri doveri nei confronti dello stato viene schiacciato in una morsa micidiale che annulla ogni entusiasmo. I più bravi vanno via, spaventati dalle frustrazioni di chi prova tutti i giorni a cambiare il sistema; gli sciacalli che comandano fanno di tutto per succhiare all’università pubblica tutto il suo sangue, senza preoccuparsi minimamente delle  terribili conseguenze per il paese. Sembra che l’Università sia un condannato a morte in attesa dell’esecuzione.

Stop! Fermiamoci e ritorniamo ad Aprile 2011. Un boia stupido e inconsapevole, l’On. Maria Stella Gelmini, ha compiuto l’esecuzione. L’Università pubblica è morta. Ma quanti ne hanno decretato la sua condanna?

 

(pre)Cari Amici #4 – Ricercatori alla corte di sua Maestà

 

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Alessandro Fregoso, che sta sostenendo un dottorato di ricerca in fisica, ha intervistato due nostri conterranei che stanno facendo i ricercatori in Inghilterra. Un interessante spaccato della vita dei cosiddetti “cervelli in fuga” è il protagonista di questa quarta puntata di (pre)Cari Amici. Raccontateci la vostra storia, e noi la pubblicheremo. Farlo è semplicissimo, basta cliccare su “Contattaci” o sul banner qua di lato.

La Redazione di Camminando Scalzi.

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Un tavolino, un caffè, magari un muffin (che in Gran Bretagna ‘o sanno fa) ed è pronta un’ottima scusa per chiaccherare un po’, specialmente se si tratta di prendersi una pausa dai fogli, dallo schermo, dai conti, dai grafici, insomma dall’odi et amo quotidiano. Essendo quindi ben consapevole che non avrebbero potuto resistere a una proposta così allettante, sono riuscito a incontrarmi con la dott.ssa Stefania Maccalli e il dott. ing. Ruggero Poletto, due dottorandi presso la University of Manchester, in Inghilterra, e a porre loro qualche domanda sulla loro esperienza nel variopinto calderone della ricerca scientifica.

Chiariamoci subito: voi non siete veri dottori, giusto?

Facce basite, mezzi sorrisi, un silenzio imbarazzato che grida, letteralmente, “ma che sta addì”. Urge precisazione.

Nelle conversazione più normali, “dottore” è quasi sempre sinonimo di “medico” e so, per esperienza personale e non, che può capitare di avere l’impressione che il proprio titolo di studio non venga considerato come ci si aspetterebbe perché non corrisponde a una professione tradizionalmente “rispettabile”. Avete anche voi qualche esperienza a riguardo?

Stefania: Una volta, parlando con una persona appena conosciuta, ci si diceva cosa si fa nella vita, e io raccontai che ero laureata in fisica. Al che mi fu ribattuto “ah sì, avrei proprio un po’ di pancetta da buttar giù, non è che potresti consigliarmi cosa fare in palestra?”. È vero, il nome è simile, ma l’educazione fisica è decisamente un altro ambito della conoscenza…

Ruggero: In realtà il titolo di ingegnere rientrerebbe anche tra quelli “rispettabili”, ma appena m’hanno dato in mano la laurea mi hanno detto: “tu sei dottore in ingegneria ma non sei ancora ingegnere perché ti manca l’esame di stato”, per cui mi sento sempre come qualcuno a cui manca qualcosa per essere qualcos’altro.

Raccontatemi un po’ della vostra formazione.

R.: Ho fatto il liceo scientifico in una piccola scuola di paese dove ci conosciamo tutti, poi sono andato a Padova a fare la laurea triennale e specialistica in ingegneria aerospaziale, dopodiché ho provato a trovare un’occupazione in Italia, non ho trovato niente che mi piacesse in maniera sostanziale, e soprattutto che mi permettesse di mettere in pratica quel che avevo imparato, per non parlare dell’aspetto economico, il più delle volte in uno stato desolante. Allora ho preso armi e bagagli, e ho deciso di approfondire i miei studi con un dottorato, e ho trovato il più adatto a me qui in Inghilterra.

S.: Alle elementari ho avuto la maestra unica, una seconda mamma che è stata capace di insegnarmi a ragionare, a imparare. Poi il periodo buio delle medie, il liceo scientifico con indirizzo informatico, che però non m’ha dato niente di diverso da un normale liceo; Università Cattolica di Brescia per tre anni a studiare fisica, spesso in corsi con più professori che studenti, quindi seguiti molto da vicino, fantastico. Tentativo di laurea specialistica fallito per varie incompatibilità di piano di studi, dopodiché sono venuta a sapere da amici di amici di amici che qua si poteva fare il dottorato anche solo con la laurea triennale e ho fatto subito le valigie.

Albert Einstein sosteneva che ogni scienziato dovrebbe essere in grado di spiegare di cosa si occupa alla propria nonna. Di cosa vi occupate, cari nipotini?

R.: Per risolvere problemi come ad esempio progettare un’ala o studiare il rumore prodotto da una turbina, spesso si usano simulazioni al computer. Per farle ci sono principalmente due metodi: uno veloce ma molto approssimativo e uno lento ma più accurato. Io sto cercando di creare un sistema ibrido che riesca a mettere insieme i vantaggi degli altri due.

S.: Mi occupo di ottica, cioè di ciò che riguarda la luce (e non di occhiali!). Recentemente sono state scoperte nuove proprietà dei fotoni, che sono le particelle di cui è fatta la luce, ed è possibile sfruttarle per capire di più delle stelle da cui la luce arriva fin qua. Io sto pensando agli strumenti che ci permetteranno di ottenere queste informazioni.

Scegliere di fare ricerca scientifica non vuol dire mai intraprendere una strada comoda, in nessun periodo storico. Come mai avete preso questa direzione?

S.: La botta in testa vocazionale risale al periodo delle elementari, appena ho potuto cominciare a leggere i libri di Asimov di mio papà. Dalla fantascienza è nato poi l’amore per l’astrofisica, che dura tutt’ora.

R.: Ci sono tante ragioni, ma credo che la più importante sia quella che dovrebbe esser valida per ogni scelta, e cioè la passione per quello che si sta facendo. Non sono mai stato attratto dall’idea dell’ingegnere che gestisce l’azienda, che fa il manager; mi interessano molto di più le sfide che si affrontano nella progettazione e nella ricerca.

Il caffè che non è ancora stato bevuto si sta raffreddando, il sole ormai basso fa capolino tra gli alberi immergendo il locale in un tepore che sa già di ritorno a casa per cena. È il momento ideale per una marzullata.

Scienziati si nasce o si diventa?

S.: Direi che si nasce, perlomeno in certi casi eclatanti. Ma se incontri le persone giuste, puoi anche imparare ad apprezzare l’ambiente e ad appassionartene col tempo. Ci sono persone che si innamorano con un colpo di fulmine, e altre che ci mettono di più a rendersene conto.

R.: Probabilmente nasci con la passione, poi sta a te far diventare questa passione una scelta di vita. È come il calcio, nasci con la dote giusta, ma se non ti alleni è inutile, non diventerai mai un calciatore.

Cosa vuol dire per te fare scienza, qui e ora?

S.: Per me innanzitutto è vivere un sogno che non speravo più di riuscire a realizzare. Poi è qualcosa che è soltanto per la conoscenza, la soddisfazione di aggiungerci il proprio pezzettino, anche se non dovesse comportare gratificazioni né sociali né economiche. Il bello è anche potersi confrontare con tante altre persone da tutto il mondo che condividono i tuoi stessi metodi e le tue stesse motivazioni.

R.: A me pare che la storia sia stata fatta e sia fatta tutt’ora da dei piccoli esserini come te e me, che cercano di risolvere i loro problemi, piccoli o grandi che siano. C’era il problema del trasporto, e qualcuno s’è detto “bè, quasi quasi mi invento la ruota”, e questo è fare scienza: cercare di risolvere i nostri piccoli problemi e migliorarci un po’ la vita.

Uno dei padri della fisica moderna, Niels Bohr, asseriva che fare previsioni è molto difficile, specialmente del futuro. Ciononostante, vi chiedo di provare a dare un’occhiata nei prossimi anni: quali sono le vostre speranze e che cosa vi aspettate?

R.: Innanzitutto spero di finire il dottorato in tempo, e dopo mi piacerebbe tornare in Italia ad applicare quello che ho imparato. Il resto lo scopriremo solo vivendo, d’altronde se m’avessi fatto la stessa domanda qualche anno fa, mai t’avrei detto che mi sarei ritrovato a Manchester, men che meno a farmi fare un’intervista!

S.: Come primo obbiettivo, finire il dottorato, mettere la mia bandierina sulla cima della montagna, magari nel frattempo avendo realizzato qualcosa di utile anche per altra ricerca. Se poi potessi continuare a far ricerca, non importa dove, sarebbe il massimo. E anche farsi una famiglia…

Chiudiamo in bellezza: un consiglio per chi sta muovendo i primi passi verso una vita dedicata alla scienza.

R.: Lasciate perdere, ho già abbastanza concorrenza!

S.: Fatevi curare!

 

Che dite, questi scienziati ci stanno già diventando troppo british? Tanti saluti ai continentali!

 

Intervista al Popolo Viola

Il 5 dicembre dell’anno scorso si svolgeva la più grande manifestazione di contestazione mai organizzata partendo “dal basso”: dalla gente, da internet, nata su un gruppo Facebook, coinvolgendo centinaia di migliaia di persone: è stato il primo No Berlusconi Day, e ha segnato il battesimo e la nascita di quel Popolo Viola che tanto ha fatto parlare di sé in quest’ultimo anno. Uno strumento della gente per la gente, un gruppo a-partitico, un’organizzazione che manifesta il suo dissenso dietro nessun colore, se non il Viola, così nuovo e così rivoluzionario. In un anno tante cose sono cambiate, e molte altre invece sono esattamente com’erano, ecco perché il 2 Ottobre si terrà il secondo No Berlusconi Day (che, come sempre, seguiremo). Alla vigilia di questa nuova manifestazione, abbiamo intervistato il Popolo Viola. Approfondiamo insieme la conoscenza di questa ondata di novità e libertà nel panorama politico italiano.

Camminando Scalzi: Cominciamo dalle origini. A più di un anno di distanza, raccontateci come è nato il Popolo Viola.

Popolo Viola: Il popolo viola è nato per iniziativa di un blogger anonimo, San Precario, dopo la grande manifestazione per chiedere le dimissioni di Berlusconi: il nobday.

CS: Siamo alla vigilia del No Berlusconi-day 2, cosa è cambiato dalla prima, partecipatissima dimostrazione?

PV: Siamo passati da una fase puramente protestataria ad una più programmatica. Facciamo per il paese tre proposte: dimissioni di Berlusconi, una nuova legge sul conflitto di interessi che impedisca il riproporsi di altri Berlusconi e una nuova legge elettorale che ci garantisca elezioni democratiche. Ed enunciamo 5 tesi che ci forniscono delle parole d’ordine:

1. W LA COSTITUZIONE: La Costituzione della Repubblica Italiana è il faro che illumina l’azione pubblica e la vita democratica del Paese; essa va realizzata in ogni sua parte, va promossa tra le nuove generazioni e difesa da chi intenda manometterla per calcolo politico o interessi privati. La Costituzione non si tocca.

2. IL LAVORO NON È UNA MERCE: Il lavoro dignitoso torni ad essere primo fattore di progresso dell’intera società. I diritti di chi lavora sono indisponibili e non soggetti ad alcuna logica di scambio. Occorre superare il modello deteriore della precarietà del lavoro che in questi anni ha determinato lo smantellamento progressivo delle tutele sociali e contrattuali consegnando intere generazioni all’incertezza e all’abuso.

3. FUORI LA MAFIA DALLO STATO: L’illegalità dilaga nelle istituzioni e nella società, frena lo sviluppo del Paese e logora la qualità della vita dei cittadini. La corruzione, il malaffare e le connivenze tra settori politici e istituzionali e le mafie costituiscono la prima causa di degrado morale e materiale del Paese. Questi fenomeni vanno sconfitti anche attraverso una rigorosa selezione della classe politica ma anche sostenendo l’iniziativa di altri movimenti civili per un “Parlamento pulito”. Va promossa la cultura della legalità a partire dalle scuole e vanno valorizzate, sul piano culturale, quelle figure che hanno contribuito, spesso pagando con la propria vita, a liberare il Paese dalle mafie.

4. NO AL BAVAGLIO: La libera stampa e la Rete costituiscono l’antidoto migliore contro il virus dell’autoritarismo e delle derive eversive, dei fenomeni criminali e della corruzione. Esse sono un patrimonio irrinunciabile in una democrazia avanzata e la loro funzione culturale e di controllo sull’operato della classe politica va salvaguardata e incentivata. La libertà di espressione e il pluralismo dell’informazione, in un Paese oppresso dal monopolio televisivo, rappresentano uno strumento di garanzia degli assetti democratici.

5. PIU’ RICERCATORI MENO RICERCATI: Un Paese che non investe nella conoscenza e nella ricerca, nel tempo della globalizzazione, è condannato al nanismo culturale, scientifico e industriale. Occorre attivare maggiori investimenti per rafforzare il ruolo della scuola pubblica e dell’Università, per rilanciare il tessuto produttivo del Paese, per fronteggiare gli effetti della crisi  e riqualificare il Welfare.

CS: La situazione politica in Italia è in stallo da parecchi anni, il Berlusconismo ha modificato pesantemente il modo di vivere nel nostro Paese. Ma secondo voi, è davvero tutta colpa del nostro Imperatore Maximo?

PV: Non sappiamo se è tutta colpa di Berlusconi, sappiamo che è lì da vent’anni.

CS: Quali sono gli obiettivi del Popolo Viola? Nasce come un “collettivo” di persone, un non-partito che rappresenti la gente che non vuole più questo governo. Ma adesso che state “crescendo”, cosa volete fare da grandi?

PV: Da grandi vogliamo fare quello che facevamo da piccoli, vogliamo essere un movimento di pressione per cambiare il Paese.

CS: Parliamo delle alternative. Come si pone il Popolo Viola nei confronti del nostro maggiore partito di Opposizione, quel Partito Democratico di Bersani sempre troppo addormentato (non dimentichiamo il “grave” ritardo nell’aderire al primo no b-day)?

PV: Il popolo viola si pone col Pd come si pone con gli altri partiti: colloquio nel pieno rispetto della propria autonomia programmatica

CS: E per quanto riguarda Di Pietro? Quali sono i vostri punti in comune?

PV: Con Di Pietro condividiamo la battaglia per la legalità, quella per cancellare il conflitto di interessi, per una nuova legge elettorale.

CS: Beppe Grillo è stato forse il primo a lanciare il modello politico “dal basso”, e le sue liste civiche hanno ottenuto anche discreti risultati. Quali sono i punti in comune e quelli di lontananza rispetto a questo sistema?

PV: Anche con Grillo condividiamo molti punti, primo tra tutti la battaglia per un Parlamento pulito.

CS: Il Popolo Viola è soltanto anti-Berlusconismo? Spesso sorge questo dubbio, chiariteci.

PV: Il popolo viola è innanzitutto un movimento che si batte per la difesa della Costituzione e questo molto spesso coincide con il contrasto alle pratiche berlusconiane.

Il Volantino del No B-Day 2

CS: Internet e la libertà di Informazione: il movimento è nato attraverso i social network, si è propagato attraverso i blog, è arrivato numerosissimo nelle piazze. L’Italia, noto paese di dinosauri, vi sembra pronto per tutto questo?

PV: A quanto pare sì, assolutamente pronta. La rete è il nuovo mezzo di comunicazione.

CS: Quali sono stati i momenti più difficili di questa grande avventura? Siete stati in qualche modo intralciati nei vostri progetti?

PV: No non siamo stati intralciati, c’è stata solo qualche incomprensione in alcuni momenti.

CS: Ci sono stati scontri, scambi di vedute, discussioni e/o scissioni all’interno del Popolo Viola?

PV: In un movimento plurale il confronto è fisiologico. “Scissioni” è una categoria che non è possibile ricondurre ad un movimento così fluido e trasversale.

CS: Avete contatti con i Viola di moltissime parti del mondo: voi che avete un contatto diretto, come è percepita la realtà italiana all’estero?

PV: I viola del mondo sono impegnati in questo momento ad organizzare il No-B-Day 2 perché gli italiani all’estero non vogliono più vergognarsi del loro paese e non vogliono più essere costretti ad andarsene per lavorare
.

CS: Quali sono i vostri progetti per il futuro?

PV: Progetti per il futuro: cambiare il Paese.

Chiudiamo con un po’ di informazioni utili per partecipare al No Berlusconi Day 2:

A questo link potrete trovare il gruppo Facebook coordinato dal Popolo Viola, all’interno del quale potrete seguire gli aggiornamenti in tempo reale sui preparativi della manifestazione.

Qui invece tutte le informazioni su come raggiungere Roma per la manifestazione.

Infine il Blog ufficiale della manifestazione, dove trovare tutti i dettagli e le informazioni possibili, e il blog del Popolo Viola.

Il dono della vita

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torniamo ad occuparci di trapianto d’organi, argomento già trattato in un articolo dello scorso anno. Il post di oggi è scritto da Luigi Sambataro, al suo secondo contributo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura. [/stextbox]

Il 30 maggio 2010 si svolgerà in Italia la “Giornata nazionale per la donazione degli organi“. In teoria in questi casi di direbbe: ” In tutte le piazze italiane…“, purtroppo in questa occasione non sarà così. Non sarà così per diversi motivi: perché in Italia la donazione di organi è quasi ignorata a livello pubblicitario, perché a molti fa paura l’idea di dover pensare da vivi alla morte o forse solo perché per molti è una cosa non condivisa come ideale. Tutto ciò porta anche ad un numero basso di volontari.

Avendo firmato la mia prima tessera di assenso alla donazione all’età di 16 anni ed essendomi iscritto all’Aido all’età di 20, mi sono sempre impegnato affinché il messaggio “donare gli organi è essenziale, è giusto, è un grande gesto” prendesse piede il più possibile nella mentalità della gente comune. Mi sono venuto quindi a trovare spesso in conversazioni sul tema anche con molte persone che non la pensavano come me ma che , allo stesso tempo, mi hanno un po’ illuminato su quali fossero le remore più grandi in merito all’argomento. Ne è venuto fuori che le paure più grandi sono essenzialmente due.

La prima paura è questa: “Ho paura che essendo in lista per la donazione, se un giorno dovesse accadermi qualcosa, i medici potrebbero non fare tutto il possibile per salvarmi” .
Già in questa prima affermazione, a parte una grande paura della possibilità di quel momento, emerge tanta disinformazione. Innanzi tutto si mette in dubbio la professionalità del medico e il suo giuramento d’Ippocrate, che lo obbliga a ” […] perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente […] “. In secondo luogo si disconosce qual è il momento esatto in cui si può effettivamente dichiarare un paziente deceduto e quando si può effettivamente procedere con l’espianto “[…] Quando sia stata accertata e documentata la morte encefalica o morte cerebrale, stato definitivo e irreversibile. L’accertamento e la certificazione di morte sono effettuati da un collegio di tre medici (medico legale, anestesista-rianimatore, neurofisiopatologo) diversi da chi ha constatato per primo la morte e indipendenti dall’équipe che effettuerà il prelievo e trapianto. Questi medici accertano la cessazione totale e irreversibile di ogni attività del cervello per un periodo di osservazione non inferiore a 6 ore.”

La seconda grande paura è questa: ” Mi rifiuto di pensare al corpo mio o di un mio caro martoriato e sezionato dopo la morte“. Anche questa potrebbe essere una paura o meglio ancora un rifiuto plausibile, ma su questo cosa si potrebbe dire? Non ci basta un’intera vita terrena per preoccuparci del nostro aspetto esteriore? Non potremmo smettere, almeno dopo morti, di preoccuparci di noi stessi e pensare magari agli altri? E poi, hai mai pensato a cosa succederebbe in ogni caso a un corpo umano diversi giorni dopo la cessazione di tutte le funzioni vitali? Quale vantaggio ne deriverebbe per te dall’ottima conservazione del suo stato esteriore dopo la morte?

Queste sono solo le paure che maggiormente la gente mi ha manifestato, paure lecite, ma che non sforziamo molto di lenire. Poca informazione, poca pubblicità, poco interesse in merito all’argomento.

Da qualche tempo ho anche fondato un gruppo su Facebook, al quale hanno aderito tantissime persone, tra le quali medici, trapiantati, familiari di trapiantati e familiari di donatori, che sono lì per raccontare la loro esperienza, per dare informazioni utili e reali. Io credo che basti parlare 10 secondi con una persona trapiantata, che si è vista salvare la vita, per capire quanto importante per loro possa essere un gesto che, in fin dei conti, una volta deceduti per noi non ha più alcuna conseguenza se non quella di aver ridato la vita o la gioia di vivere a un’altra persona. Sul sito AIDO, a questa pagina http://www.aido.it/index.php?id=1&faq=14 trovate tutte le risposte ai vostri possibili dubbi, incertezze ed anche il modulo per aderire formalmente all’associazione.

La donazione d’organi, a mio modesto parere, verrebbe agevolata se in Italia venisse data la possibilità di scegliere anche sull’eutanasia, ma questo è un altro discorso che affronteremo magari un’altra volta.

Concludo esprimendo ciò che rappresenta per me la donazione di organi e facendo un appello a tutti voi. Io non lo vedo neanche come un gesto di generosità, ma esclusivamente come un gesto dovuto nei confronti di chi avrà ancora un’intera vita davanti… Per una vita che si spegne ne possiamo illuminare molte altre, quindi doniamo e diffondiamo il valore di questo gesto.

Luigi Sambataro

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

L’overload informativo nell’era di Internet

Una decina di anni fa qualcuno ha definito internet “l’unione di tutte le biblioteche del mondo, dove però qualcuno si è divertito a buttare giù tutti i libri dagli scaffali*”. Oggi l’affermazione è più che mai attuale con un trend di crescita esponenziale della quantità di nuovi contenuti generati, amplificato dalla continua nascita di nuovi canali di distribuzione – blog, social network, microblogging solo per citare i più diffusi – che spingono anche i più pigri a condividere le proprie conoscenze. Se da un lato l’abbondanza di fonti e dunque di punti di vista è un bene, sappiamo tutti che in genere quantità e qualità non vanno d’accordo: diventa quindi di crescente importanza l’essere in grado di trovare, in questo oceano di dati digitali, quello che possa davvero esserci utile.

Jakob Nielsen, noto in rete per i suoi articoli sul tema dell’usability, in un’intervista si lamenta dello spam, delle informazioni dannose e inutili che si trovano sul web e di quello che, in generale, ha definito “inquinamento dell’informazione”. La presenza di cattive fonti in rete è nota a tutti, quello che spesso non è chiaro è la diffusione del fenomeno: si calcola che oltre i due terzi delle email inviate ogni giorno soltanto in Italia siano di spam; non si contano il numero di siti di phishing e contenenti virus, spesso destinati a creare enormi botnet che contribuiscono ulteriormente ad aumentare l’entropia della rete.

Peraltro, si stima che attualmente i motori di ricerca riescano a censire non più di un terzo delle pagine web dei normali siti internet; oltre a queste, rimane nascosto agli occhi dei search engine gran parte dell’immenso patrimonio di materiale memorizzato in centinaia di banche dati on-line che a suo tempo si stimò essere pari a 500 volte i documenti censiti dai motori di ricerca. L’information overload è qualcosa che riguarda praticamente chiunque, e rende necessario non solo imparare a gestire questa mole crescente di contenuti, ma anche sviluppare la capacità di accedere alle fonti giuste e scovare le informazioni pertinenti, facendolo altresì velocemente perché la società moderna continua ad accelerare i suoi ritmi ed il tempo diventa una risorsa sempre più scarsa e preziosa.

Sul blog [mini]marketing si parla del rapporto tra “sapere le cose” e “sapere come trovarle”:

“Ora, in cui il network (non solo tecnologico) è ubiquo e strabordante di informazioni, il vantaggio competitivo non è più nel conoscere ma nell’essere più efficienti ed efficaci nel sapere come e dove procurarsi l’informazione.”

L’attuale dinamica della conoscenza (pesantemente influenzata dalla condivisione in rete) porta a rendere obsolete in breve tempo le informazioni; questo spinge molti a tentare di tenersi aggiornati, finendo però con lo sbattere contro il muro dell’eccessiva quantità di informazioni, e spesso trovandosi nel dubbio se le fonti consultate siano o meno affidabili. Le competenze per districarsi in questa mole di dati non le insegna nessuno e sono lasciate all’istinto, al buon senso e all’intuizione dei singoli. L’esperienza conta poco, anzi, le maggiori difficoltà lamentate dai meno giovani nascono semplicemente dalla maggior quantità di cose che sono costretti a “disimparare”.

Un ulteriore problema è dato dalla frammentazione. Il professore Giovanni Degli Antoni, in un articolo su Epolis, ci svela quale sia una delle competenze indispensabili per sopravvivere alla complessità del mondo d’oggi: “Capire i nessi fra i frammenti che ci pervengono. La conoscenza sui nessi ci aiuterà a deframmentare ciò che i media frammentano.” Data la molteplicità di fonti appartenenti a loro volta a molteplici canali di distribuzione, diventa spesso difficile comprendere i nessi presenti tra informazioni apparentemente slegate tra loro. Inoltre per sua stessa natura Internet si presta – a differenza dei media tradizionali come la televisione – ad essere fruita in modo non continuativo, aggiungendo la frammentazione temporale a quella informativa.

Si ha l’impressione che queste difficoltà non siano percepite se non da una ristretta cerchia del popolo di Internet. L’unico modo per gestire il problema dell’immediato ma anche e sopratutto del futuro – cioè l’overload di informazioni, che è destinato ad aumentare esponenzialmente nei prossimi anni – è una mirata attività di formazione che possa fornire a tutti i cittadini la capacità di apprendere in maniera autonoma, cercare le informazioni in rete ed essere in grado di integrarle ed usarle nei contesti di interesse. Come scritto in un precedente articolo, questa attività di formazione dovrebbe essere guidata dalle istituzioni, ma visto il totale disinteresse di queste ultime per l’argomento informatico in generale, viene demandata ai singoli, spesso incapaci per motivi culturali ed economici a farvi fronte. Quali problemi potrà creare questa situazione alle future generazioni digitali? Soltanto il tempo potrà svelarlo.

* Forse una libera traduzione di “Doing research on the Web is like using a library assembled piecemeal by pack rats and vandalized nightly”, pronunciata da Roger Ebert. NdR.

Ricerca ed ipocrisia nel sistema Italia

Ha destato clamore ed un acceso dibattito la lettera di Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss, pubblicata giorni fa su “La Repubblica”. I Tg ci bombardano quotidianamente con notizie di scontri e intrighi politici, processi e leggi ad personam riguardanti Berlusconi, conflitti tra le istituzioni, manifestazioni di piazza, arresti per corruzione… ma la lettera di Celli apre uno squarcio tra la mediocrità di tutti i giorni, capta repentinamente la nostra attenzione, colpisce i nostri umori penetrando nelle nostre speranze. Che sembrano affossarsi definitivamente.

“Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.”

(lettera integrale | via Repubblica)

Non vorrei in questa sede affrontare eventuali speculazioni di pensiero sull’autore e sui motivi che lo hanno spinto a scrivere, ma aprire un dibattito sul tema da lui lanciato.

Quale futuro spetta ai giovani laureati?

Le previsioni non sono per nulla rosee: l’Italia è un paese che paga dazio per l’enorme debito pubblico ereditato dalle generazioni precedenti, per gli sperperi e la corruzione che hanno contraddistinto tutte le politiche economiche di questo paese. Siamo un paese anziano, la spesa pensionistica incide profondamente sul bilancio della previdenza sociale. Risulta evidente che i margini per investire sullo sviluppo siano piuttosto esigui, impegniamo risorse per la ricerca meno di tutti in Europa, lo 0,9% del Pil. Il tetto minimo fissato nel vecchio continente è del 3%.  Oltre alla scarsa sensibilità istituzionale nel reperire fondi c’è da sommare il grado di affiliazione come criterio selettivo per lavorare nelle università (ma non solo). Allo stato attuale, alla luce di tutto, possiamo dedurre tre possibilità d’inserimento nel lavoro per i neo-laureati attinenti al titolo di studio:

–       Nessuna possibilità

–       Precarietà maggiore rispetto ai “notabili”

–       Fuga all’estero

Dopo tanti anni di studi e sacrifici, la terza ipotesi è concretamente allettante. Il presidente della Repubblica Napolitano ha invitato i giovani a non andare via dall’Italia.

“Non andatevene, l’Italia può crescere”

(link | via Repubblica)

Perché il posto lo offre Lei? Perché i baroni dell’università senza giovani si ritroverebbero disoccupati? Caro Presidente, ma Le pare il modo di umiliare la Ricerca con l’elemosina mediatica, con programmi come Telethon? Ci ritroviamo al solito modo di fare le cose all’italiana: ricordando che le chiacchiere stanno a zero, finché non si aumenteranno risorse e non si provvederà a scardinare il clientelismo in nome di un principio virtuoso di meritocrazia, gli inviti a restare sono proposte di una vita di umiliazioni e di stenti e tanti ancora emigreranno, tantomeno pochi arriveranno dall’estero.

I giovani potrebbero concretamente far ripartire l’Italia mettendosi a lavorare in proprio, le risorse umane non mancano, il mondo ci invidia, ma poi finireste per prendervi voi i meriti, politici di una casta come tante altre in Italia. Allora tenetevi questo (bel) Paese.