Ambiente e ricchezza – Intervista ad Antonio Galdo

Dopo il boom economico degli anni settanta, il consumo ha impennato veementemente rendendo noi consumatori ossessionati, giorno dopo giorno, dall’idea di avere a portata di mano una tessera di plastica rigida che ci può riempire la casa di oggetti, balocchi, cibo… tutto superfluo. Questa vita capitalistica, comoda e monotona ha però celato gli effetti gravosi che ha lo spreco maniacale sulla nostra vita, il quale negli ultimi decenni ha aizzato il fuoco della crisi economica e ambientale.  Sono ancora in pochi a rendere chiara questa gravità. È doveroso, quindi, passare la parola a chi sa cosa comporta avere i frigoriferi stipati di cibo, i bidoni della spazzatura pullulanti di avanzi e la casa piena di oggetti nuovi ma già obsoleti. Antonio Galdo, giornalista e scrittore italiano e progettista del sito www.nonsprecare.it, ha dato risposte abbastanza chiare da capire cosa si può e si deve fare:

Gandhi diceva “nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità”. Per troppo tempo abbiamo lasciato che le miniere si svuotassero e le discariche si riempissero, per troppi anni abbiamo deciso che trasgredire i limiti e le regole fosse una moda, per tutta la storia dell’umanità abbiamo dimenticato il vero significato dell’ambiente e l’importanza delle nostre azioni sul mondo. Non pensa che attualmente la nostra società sia animata esclusivamente da desideri materiali, bisogni superflui e capricci infantili che stipano i bidoni della spazzatura?
La Grande Crisi ha fatto suonare la sveglia, per tutti. Non basta consumare sempre di più per essere felici, il PIL non è l’unico parametro per misurare il benessere di un popolo, la ricchezza non si crea distruggendo la natura. Partiamo da qui, per un cambio d’epoca, nella consapevolezza che insieme, e non da soli, usciremo prima e più forti dal tunnel della Grande Crisi.Continua a leggere…

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Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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Vedelago: che darei per riciclare l'Italia

Vedelago (Treviso) è una distesa di campi smeraldini, di ville tipicamente californiane coi tetti occupati da pannelli fotovoltaici, una lunga e dritta strada di buchi e crepe.
Oltre ai bellissimi campi e alle case costose, Vedelago ospita anche un famoso impianto di riciclo, che è visitabile al pubblico per una modica cifra.

Al centro di riciclo arrivano carichi di rifiuti differenziati che vengono selezionati, pressati, stoccati e poi spediti ad altre aziende che li trattano per renderli utilizzabili di nuovo: bottiglie e flaconi di plastica, nylon, materiali in alluminio, carta, metalli. Oltre a questo si ha lo scarto – cioè materiali plastici che non hanno un utilizzo immediato – ottenuto dopo la selezione dei rifiuti sul nastro trasportatore, che subisce una diversa lavorazione: viene prima triturato, sciolto, poi immediatamente raffreddato, infine ancora triturato. Alla fine del processo si ottiene una sabbia sintetica, dal colore grigiastro, utilizzata soprattutto nell’edilizia e dalle industrie plastiche. Gli scarti, prima di questa innovazione, finivano in discarica; ora finiscono qui dove si trasformano in “granulato” – sabbia sintetica – che viene poi spedito ad altre industrie dove, grazie a diverse lavorazioni, permette la costruzione di altri materiali: il recupero quindi è totale e non più parziale.

Visitare un impianto del genere ci permette di capire che è importante differenziare i rifiuti e riciclarli, ma anche che è ancora più importante preservare le proprie ricchezze e limitare gli sprechi.
Riciclare dovrebbe diventare un’abitudine, un concetto non più estraneo, un gesto che raffiguri un nuovo modo di rapportarsi con l’ambiente, un’idea rispettata non solo da una particolare branca della società ma da tutti noi consumatori. Se imparassimo a vivere con il minimo indispensabile, a preferire la merce sfusa piuttosto che quella avvolta da più imballaggi, a cambiare il nostro stile di vita facendo piccoli passi alla volta, forse riusciremo a evitare di affrontare in modo drastico le rapide e lugubri conseguenze ambientali che si prospettano. Si sa che non sono possibili una crescita infinita e un ininterrotto consumo in questo mondo finito, proprio perché questo pianeta non è illimitato. Calpestiamo una terra che una volta cementificata non dà più gli stessi frutti buoni e succosi d’un tempo, respiriamo un’aria altamente inquinata, e non è di certo la limitazione del traffico di un giorno alla settimana a migliorarne la qualità; continuiamo a svuotare le miniere, a prelevare il petrolio, e nel frattempo riempiamo discariche e inceneritori. Questo mondo è limitato, come ha le sue abbondanze ha pure le sue scarsità. E, che ci piaccia o meno, dobbiamo saperle rispettare. Oltre a scegliere la sostenibilità, dobbiamo uscire dagli schemi, dall’ignoranza, dai conformismi ideologici; dobbiamo scegliere di agire in modo più razionale per provvedere al bene non solo della nostra comunità ma anche di quelle future.

Sono di Reggio Emilia e per fortuna a maggio il nostro inceneritore verrà chiuso; purtroppo però verrà aperto quello di Parma. Che senso ha? Nessuno, perché si sa che non è l’inceneritore a risolvere il problema rifiuti. Quindi colgo l’occasione per fare una domanda a chi detiene il monopolio dell’inceneritore parmense, cioè al sindaco: se un giorno vostro figlio, un vostro parente, un vostro caro amico, venisse a dirvi che ha un tumore e che la causa diagnosticata dai dottori è l’inceneritore? E se il malato foste voi? Che fareste? Vi pentireste di aver dato vita all’inceneritore a pochi chilometri dal Barilla Center? Troppo spesso capita che le cose più importanti vadano a finire nelle mani sbagliate. O forse non si tratta delle mani nelle quali cadono le decisioni, come quella dell’inceneritore, ma della sciocca corruttibilità dell’essere umano: quando si tratta di soldi, si è disposti a sacrificare tutto pur di guadagnare. Persino la vita altrui.

Che darei per riciclare l’Italia…

Rifiuti zero

In questo periodo di estrema crisi monetaria si parla così ampiamente di economia, Unione Europea, spread, e così scarsamente di tutti quei problemi che necessitano di risanamenti immediati. Un esempio qualsiasi? La gestione dei rifiuti.
La legge italiana richiede a ogni città di raggiungere il 65% di raccolta differenziata, un obiettivo che la politica rende impossibile da raggiungere dichiarando la gestione dei rifiuti una situazione d’emergenza, così discariche e inceneritori risultano le uniche soluzioni efficaci. Qui – e non solo – la politica erra: la gestione dei rifiuti non è mai sinonimo di allarme o dilemma socio-politico poiché, come tutti sanno, dal trattamento corretto dell’immondizia possiamo trarre soltanto benefici, e invece? Invece, gettando la monnezza in discarica o infornandola negli inceneritori, la gestione dei rifiuti viene resa un problema a livello nazionale. In questo caso, come in molti altri, la politica crea il problema dove potrebbe non sussistere. I politici non meritano alcun rispetto quando impongono ciecamente, attraverso la loro schifosa supremazia, l’apertura di nuove discariche o quando, attraverso studi poco accurati, difendono pienamente gli inceneritori, perché tutto questo avviene senza che essi pongano attenzione ai dissensi popolari.
I nostri rifiuti non sono unicamente spazzatura, e quindi oggetti da nascondere sottoterra o da bruciare nei termovalorizzatori ma anzi, dopo essere stati legalmente trattati, possono dar vita a nuovi oggetti, evitando tra l’altro di consumare le materie prime che oggi, purtroppo, scarseggiano sulla Terra. Sono dunque materie preziose che possono dare fiducia al futuro che ci attende e speranza in quel mondo che, presto o tardi, sarà sempre più carente delle materie dalle quali oggi dipendiamo.
La raccolta differenziata e il riciclaggio sono due delle tante soluzioni sostenibili in grado di riportare il giusto equilibrio tra noi e l’ambiente. Se noi producessimo e successivamente riciclassimo quanto fabbricato, le risorse naturali sarebbero disponibili anche un domani, e il nostro habitat si troverebbe in condizioni abbastanza decenti da poter continuare a ospitare meravigliose civiltà in futuro. Non sto imponendo nessuna mia ideologia, vorrei solo far capire a chi legge che la tecnologia non sempre riscuote risultati positivi, che non è sempre la via più semplice – ad esempio bruciare i rifiuti o sotterrarli – a sistemare le cose, che la politica è stata macchiata da qualcosa di indelebile, che il fatto che siamo homo sapiens non spiega il perché dovremmo sempre salvarci la pelle. Vorrei semplicemente far capire che i rifiuti sono risorse importanti il cui scopo non è inquinare l’ambiente circostante ma sostituire quelle materie che si stanno esaurendo. Penso che la cosa più difficile da combattere non si trovi nel far eseguire la raccolta differenziata o insegnare come riciclare l’immondizia, ma come poter destituire chi detiene il dominio della gestione dei rifiuti. Se ci fossero persone più motivate e dotate di maggior buonsenso in campo politico, non ho dubbi che il mondo sarebbe leggermente migliore. Dico
 leggermente. Forse siamo troppo sapiens per sistemare il mondo, ci vorrebbe un tocco di umiltà in più in tutti noi…
Zero waste = rifiuti zero: non è uno slogan, è un modo di pensare più pulito che dovrebbe accarezzare gli stili di vita di tutti, non solo di alcuni.

 

La differenza fra superfluo ed essenziale

[stextbox id=”custom” big=”true”]Oggi scrive per Camminando Scalzi Roberto Pirani, esperto in gestione e riduzione di materiali post utilizzo tramite riuso, raccolta differenziata e altre strategie. Economista ambientale autodidatta, collabora a livello informale con l’Associazione Comuni Virtuosi oltre ad essere volontario della Rete regionale rifiuti del Lazio. Ha già realizzato progetti di gestione per Pubbliche amministrazioni, e sta lavorando alla loro applicazione insieme con l’amico e socio Paolo Garelli, autore del brevetto Carretta Caretta. Ha un sito personale (www.buonsenso.info) con l’obiettivo di mettere in relazione la rete di contatti, collaborazioni e buone pratiche attive in tutto il Paese nella lotta agli sprechi.[/stextbox]

In Italia, nella quasi totalità dei casi, i media hanno un approccio al tema dei “rifiuti” che si potrebbe definire come cronaca dei disastri. Nei migliori dei casi affrontano il tema parlando di smaltimento. A questo proposito propongo un vecchio articolo capace di integrare quanto segue.

Lo smaltimento rappresenta soltanto l’ultima e peggiore opzione possibile per i mal definiti “rifiuti”, indice di fallimento del sistema produttivo e del fallimento delle scelte di tanti, troppi amministratori pubblici. Sia per i media che per la P.A. è necessario assumersi le proprie responsabilità, per i primi cominciando a informare su come si risolvono i problemi (senza etichettare sempre tutto come “emergenza”, termine che viene abusato per nascondere vari livelli di incapacità, leggasi su tutti il libro “Ecoballe” di Rabitti), mentre per le Istituzioni a qualunque livello occorre maturare la consapevolezza che il criterio indispensabile per gestire al meglio i materiali al termine del loro primo utilizzo è proprio la volontà politica. Dal Parlamento si scaricano le responsabilità sull’anello debole della catena, i Comuni, ma questo non può assolverli.

L’ordine di azione viene sollecitato dall’ultima direttiva sui rifiuti 2008.98.CE del 19.11.2008 che all’art 4 (Gerarchia dei rifiuti) al comma 2 dice testualmente:

“Nell’applicare la gerarchia dei rifiuti di cui al paragrafo 1 (prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo, per esempio di energia; e smaltimento), gli Stati Membri adottano misure volte a incoraggiare le opzioni che danno il migliore risultato ambientale complessivo”.

Nelle normative precedenti si parlava di minimizzare il rischio dello smaltimento, ora si imposta il criterio su come prevenire e produrre materiali e imballaggi “preparati” per il riuso e riciclo.

Almeno 10 milioni di italiani in oltre 2000 Comuni, dati ampiamente sottostimati ma gli ultimi disponibili, dimostrano ogni giorno che questa gerarchia non solo è corretta, ma economicamente conveniente sia a livello tariffario diretto, che per il complessivo “sistema-Paese” (compresi i cosiddetti costi esterni evitabili), dovendo l’Italia importare grandi quantitativi di materie prime di cui è del tutto o in parte sprovvista. La qualità, l’organizzazione, la competenza, la solidarietà sono i parametri di riferimento nel settore della gestione dei materiali di scarto.

secchio_differenziatoAlcune righe della parte iniziale di questo articolo fanno parte della nuova Piattaforma operativa della Rete regionale rifiuti del lazio, che dopo 5 anni (la versione precedente è rintracciabile in rete) è stata rivista per tenere conto degli aggiornamenti nel settore. Grazie alla RRR in tutta la regione Lazio si sono avviati quartieri e intere città con sistemi di selezione spinta dei rifiuti; alcuni quartieri anche dentro la città di Roma, ma nonostante i benefici riscontrati e la praticabilità, in molti comuni laziali permane soltanto l’anacronistico sistema a cassonetto stradale e si parla di nuove discariche (o peggio). Un altro errore che si commette spesso per imperizia, e le cronache dei giornali in questi giorni ne sono testimoni  nel quartiere Testaccio a Roma come in Comuni quali Ariccia e Ronciglione, è voler imporre i nuovi sistemi senza coinvolgere con una corretta progettazione partecipata le popolazioni interessate. Come se il cambio di abitudini fosse una cosa dovuta e non qualcosa da pianificare insieme per raggiungere i migliori risultati.

Come dimostrano Associazioni come quella dei Comuni Virtuosi, condividere le scelte e coinvolgere i cittadini è il solo modo per ottenere risultati, mantenerli e migliorarli nel tempo. Come qualsiasi attività umana, non si può improvvisare, specie quando a livello culturale gli amministratori ne sanno meno di comitati e associazioni sviluppate nei territori: tessuti sociali coagulatisi per opporsi a scelte biocide come gli inceneritori si sono fatte promotrici, a vari livelli e in diversi modi, di proposte alternative migliori e subito applicabili, spesso traendo forza e dati inconfutabili proprio da esperienze come quelle in atto (e diffuse) grazie al lavoro dell’Associazione Comuni Virtuosi. Testimone di progetti replicabili con una banca dati a disposizione è il “Premio Comuni a 5 stelle” giunto al terzo anno da quando è stato istituito e che quest’anno ha visto “vincitore” il Comune di Bra (Cuneo) ma menzioni nelle 5 categorie, tra cui i rifiuti, a Comuni del nord, centro e sud. Per maggiori informazioni, articoli, video, vedasi www.comunivirtuosi.org. Uno degli incipit è proprio: copiateci e adattate al vostro territorio quanto viene messo a disposizione; al posto del campanilismo la condivisione: per non ricominciare sempre da zero a livello amministrativo.

Premio Comuni a 5 Stelle
Premio Comuni a 5 Stelle

Da tempo sui media romani possiamo leggere articoli (curioso come non si verifichino mai certe dichiarazioni) in cui  l’AD di Ama Panzironi dichiara che il porta a porta “costa troppo”. Peccato sia esattamente il contrario: ogni 50mila abitanti che vengono messi nelle condizioni di poter usufruire di un servizio corretto senza cassonetti stradali, si liberano risorse per diffondere il sistema ad altri 50mila abitanti; il sistema di selezione spinta insomma è così conveniente che si autoalimenta. Dal raffronto fra i comuni delle Regioni Veneto e Lombardia (regioni con le più alte percentuali di raccolta differenziata), scaricabile integralmente anche dal sito buonsenso.info (Migliore gestione dei Rifiuti Urbani – Raffronto tra Lombardia e Veneto [1]) possiamo leggere queste conclusioni.

La raccolta domiciliare con separazione secco/umido, presenta sempre in modo nettissimo i migliori risultati, perché:

  • ha la minore produzione di rifiuti;
  • ha le più alte rese di raccolta differenziata;
  • ha i minori costi procapite del servizio di igiene urbana

La raccolta differenziata sta al 25,8% in media in Italia come conseguenza della truffa via Enel che la sola cosa che “valorizza” sono i bilanci dei soliti noti. Si sottraggono carta cartoni plastiche e legno a prassi in assoluto migliori e meno costose. In discarica, a causa di questo sistema basato sullo spreco finiscono materiali perfettamente riciclabili. In atmosfera, utilizzando impianti biocidi finiscono inquinanti organici e particolato da metalli pesanti (un inquinante eterno).

Ci sono enti, associazioni che ogni anno ci propongono le medie divise fra nord, centro e sud dei livelli di raccolta differenziata raggiunti, ma una media fra città simili con sistemi non comparabili come ad esempio Ravenna e Novara è un puro esercizio di stile né utile né suggestivo:
Ravenna ha ancora i cassonetti stradali mentre Novara grazie al porta a porta ha superato il 70% di raccolta differenziata. Con il sistema tradizionale non si riduce la produzione di scarti, col sistema “porta a porta” in atto in città come Novara, Capannori, Ponte nella Alpi, etc invece si.

Chi gestisce la raccolta non può e non deve avere impianti di smaltimento perché ne guadagna direttamente un tanto al kg: ci si avvita in un conflitto di interessi insanabile senza la necessaria regolamentazione fra interessi privati e interessi collettivi.

Col “porta a porta” soprattutto si riesce a produrre compost di ottima qualità, (impossibile col sistema stradale) che può essere usato in agricoltura al posto di costosi e impattanti fertilizzanti chimici. Inoltre si previene un processo misconosciuto ai più ma in atto, con l’uso di compost. Un esempio eclatante, è la pianura padana soggetta a desertificazione, per mancati apporti di sostanza organica, e a causa dell’inquinamento. La scelta di spingere sull’utilizzo dell’organico selezionato alla fonte costituisce un obiettivo strategico nazionale di politica energetica, verso una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Insomma, si può ottimizzare un percorso che dagli scarti di cibo non produca costi e oneri, ma UTILI per tutti, favorendo una agricoltura di qualità: terreni più ricchi, più facilmente lavorabili, in grado di trattenere maggiori quantità di acqua. Ma dipende dalla volontà politica.
La raccolta differenziata “spinta” non è un fine ultimo comunque: è un mezzo, una buona pratica. Se proprio non si è in grado di fare di meglio ci si riduce ad avviare a riciclo la materia. Un sistema corretto non si pianifica per ottenere alte percentuali  di RD, ma partendo dalla prevenzione, passando dal RIUSO… per arrivare alla riduzione del conferimento in discarica: il vero dato dirimente. A Capannori in 4 anni si è dimezzata la produzione di scarti, vuol dire che la pubblica amministrazione non ha più il quantitativo di partenza da raccogliere ma un quantitativo dimezzato. A Ponte nelle Alpi si è passati da 360 kg procapite/anno smaltiti in discarica a meno di 40 kg grazie al nuovo sistema (e alla passione e consapevolezza di tecnici, amministratori e cittadini).

Roberto Pirani
Roberto Pirani

Il bisogno di un cittadino è un prodotto: un litro di latte, delle uova, qualunque cosa (davvero) necessaria. NON il loro contenitore. Se un cittadino può fare a meno di un contenitore usa e getta è ben contento, da qui ogni esperienza di utilizzo di pannolini lavabili, prodotti alla spina come latte, detersivi etc, le vere alternative di sistema anche secondo la nuova Direttiva europea.

L’Italia può essere salvata dallo “sviluppismo” solo con una ricerca spietata della qualità e dell’efficienza, che non ammetta discrezionalità (leggasi incapacità, mediazioni al ribasso e pigrizia politica). L’amico nonché coordinatore della Associazione Comuni Virtuosi Marco Boschini mi ha insegnato che il difetto peggiore della politica, sembrerà paradossale, è proprio la pigrizia, qui il suo video.

Per questo e per chi insiste testardamente a voler cambiare IL paese (piuttosto che cambiare Paese) è stato scritto questo libro da Marco Boschini: http://www.anticasta.it. Il coautore di questo libro, Michele Dotti, un educatore impegnato nella cooperazione ci parla della molla maggiore per spingere al cambiamento: la “nostalgia del futuro”. Immaginate diciamo nel 2040 vostro nipote chiedervi: “…nonno, ma è vero che nel 2010 sotterravate in dei grandi buchi il rame, l’alluminio, la carta?…” (e adesso come glielo spiego?) ”…ma perché??!”. Pensate alla difficoltà di spiegare azioni così insensate…

I “rifiuti” non sono un problema, ma una diseconomia: in natura siamo l’unica specie a produrre scorie che l’habitat non può riutilizzare. Questo dovrebbe farci dubitare della nostra effettiva intelligenza. Per ogni comunità locale farsi carico della propria impronta ecologica rappresenta anche il più grande sforzo di solidarietà concreta verso un sud del mondo al quale, negli ultimi 500 anni, si è sottratta anche l’aria pulita. Noi occidentali anneghiamo nel superfluo, scarti compresi, proprio perché al sud del mondo manca l’essenziale.

Roberto Pirani – www.buonsenso.info



[1] Dott. Natale Belosi Coord. Comitato Scientifico Ecoistituto di Faenza