Attaccateci e sarà l'inferno.

Con questa dichiarazione il leader libico Gheddafi ha risposto alla risoluzione decisa dell’ONU. Dopo giorni di colpevole ritardo (ne avevamo parlato nel recente articolo Ribaltone Libico), la comunità internazionale si è finalmente mossa sulla questione libica decidendo una “no-fly zone” per preservare le vite e la sicurezza dei civili.

La “no-fly zone” vieta tutti i voli nello spazio aereo della Libia che non siano voli umanitari, e autorizza i vari stati a intervenire – militarmente; con i caccia, insomma – per garantirne l’attuazione. Francia e Gran Bretagna sono in prima linea, e hanno già annunciato l’invio di caccia, così come il Canada. L’Italia per il momento non prende una posizione netta, ma dovrà mettere a disposizione delle forze Nato le proprie basi militari. L’Europa sembra comunque tutta unita sulla decisione di intervenire: anche Spagna, Belgio e Grecia hanno dato la loro adesione, adesione che crescerà sicuramente nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Cosa accadrà a Gheddafi non è ancora dato saperlo (sebbene si prospettino per lui accuse di crimini contro l’umanità), ma sentendo le sue parole minacciose aumenta il sentimento di vergogna nel ricordare baciamani e circhi equestri.

La reazione del dittatore libico, come dicevamo, non si è fatta attendere. In un’intervista alla tv locale ha dichiarato candidamente: “Se il mondo è impazzito, diventeremo matti anche noi. Risponderemo. Trasformeremo la loro vita in un inferno” (via | Repubblica.it ) Minacce di un dittatore ormai alla canna del gas (ed è proprio il caso di dirlo, visti gli interessi energetici dell’Europa con la Libia). Il popolo in rivolta ha accolto la notizia dell’intervento internazionale con scene di giubilo, hanno visto nell'”occidente salvatore” la possibilità di una riscossa, visti i terribili scontri e le perdite dei giorni scorsi. Esclusa per il momento l’idea di un’occupazione militare diretta, la “no-fly zone” non è l’unico intervento deciso nei confronti della Libia: sanzioni economiche, l’embargo forzato e la chiusura pressoché totale dei canali diplomatici prospettano una situazione non certo florida per il regime.

Di sicuro sconvolgono le parole usate dal rais, quella minaccia (forse esagerata, forse no) ai paesi del Mediterraneo e all’occidente “impazzito” rende ancora più delicata la situazione. L’intervento necessario è però arrivato, e nei prossimi giorni finalmente capiremo cosa accadrà nella povera Libia, un paese ormai martoriato dalla guerra civile, dove sono morte centinaia di persone bombardate dal loro stesso leader sotto gli occhi di un’Europa attonita, quasi bloccata dagli interessi economici nella regione. Il popolo si augurava una rivolta lampo e un rovesciamento del regime come era accaduto in Tunisia e in Egitto. Purtroppo non è andata così.

Ribaltone libico.

Concentrata in questi giorni sugli sconvolgenti accadimenti del disastro giapponese, l’attenzione pubblica ha un po’ abbandonato quello che stava e sta accadendo in Libia.

La situazione però si è drasticamente modificata rispetto a quello che accadeva solo una settimana fa o poco più. Dopo i proclami di delirio dittatoriale del presidente libico, gli attacchi a tutti i suoi “ex-amici” (ha definito anche l’Italia “traditrice”), la situazione si è in pratica ribaltata. Le truppe del rais stanno sconfiggendo ogni giorno che passa le cellule di rivoltosi a suon di bombardamenti e uccisioni, e la caduta del leader libico, che pareva ormai cosa fatta, si allontana sempre di più.

I ribelli non mollano la presa, in una Bengasi ormai assediata, e il figlio di Gheddafi, Saif, ha dichiarato che “sarà tutto finito in 48 ore”, attaccando ancora una volta i paesi che si sono dimostrati ostili al regime. La forzata moderazione degli interventi internazionali ha fatto sì che il regime riprendesse forza, e di fronte alla minaccia poi ritirata di intervenire dal punto di vista militare (su cui spingeva soprattutto la Francia, ma anche Obama sembrava in un primo momento d’accordo, così come la Gran Bretagna), si è ottenuta una reazione totalmente contraria. Il regime si è rinforzato, interpretando probabilmente questa titubanza come una debolezza dei suoi detrattori, e i ribelli si trovano adesso in una situazione di grossa difficoltà.

Cosa accadrà adesso? Parte della comunità nazionale auspica che il leader libico cadrà comunque, magari non subito, dovendo far fronte all’isolamento diplomatico ed economico in cui si troverà nell’immediato futuro. Provvedimenti forse insufficienti vista la situazione drammatica in cui versa la popolazione della Libia, con i ribelli che ormai non credono più nelle forze dell’occidente, non chiedono più il loro aiuto, e annunciano che Gheddafi comunque cadrà prima o poi, e si ricorderanno di chi li ha aiutati (pochi) e chi no (quasi tutti). Continuano a dire di non avere paura, a sperare in una vittoria data per certa. Ma con Bengasi sotto assedio, la colonna di quaranta carri armati che è entrata a Misurata, i violenti bombardamenti che continuano a colpire le città in mano ai ribelli, fanno immaginare una risoluzione tutt’altro che vittoriosa per il popolo libico.

Se Gheddafi resisterà al potere, dopo si dovranno fare i conti con questa grave mancanza di intervento della comunità internazionale. Rimane da chiedersi come mai la difesa del popolo e della democrazia non sia stata portata con la stessa decisione e risoluzione delle recenti guerre in Iraq e Afghanistan, e permangono molti dubbi sui rapporti internazionali del leader libico. Ancora oggi Saif, nei suoi già citati attacchi alla Francia, accusava Sarkozy di aver usato i soldi libici per finanziare la sua campagna elettorale, e di averne le prove. Probabilmente ancora un delirio da regime, ma il perché Gheddafi sia ancora lì dopo aver ucciso centinaia di persone del suo stesso popolo rimane ancora una domanda senza risposta.

Il vento di democrazia soffia a fasi alterne in Medio Oriente.

Libia, come andrà a finire?

Da qualche settimana, ormai, la Libia è al centro di una delle più grandi rivolte popolari della storia africana. Il colonnello Gheddafi, storico dittatore libico, al potere da oltre 40 anni, viene ferocemente contestato dal popolo e, probabilmente, anche da una parte dell’esercito e della sua famiglia. È difficile ritenere che un uomo come lui, che in passato ha tenuto testa anche all’ex presidente americano Reagan, possa decidere di andarsene autonomamente, infatti sta rispondendo alle proteste con la forza: è imprecisato, ma sicuramente altissimo il numero di vittime tra la popolazione. Vale la pena discutere sui rapporti che il leader libico ha sempre avuto con il mondo occidentale.

La Libia, si sa, è uno dei paesi maggiormente produttori di energia, motivo per cui i segretari di stato occidentali hanno sempre intrattenuto buoni rapporti con lui. Anche i vari governi italiani che si sono succeduti nel corso degli anni hanno sempre cercato di avere con il colonnello rapporti basati sulla cordialità reciproca. Non molto tempo fa, Gheddafi si è presentato a Roma con tanto di donne e beduini al seguito, senza che la classe politica italiana abbia avuto qualcosa da ridire. Non si presentò a una riunione alla Camera dei Deputati, tanto che il presidente Gianfranco Fini decise, con sdegno, di annullare l’appuntamento. Probabilmente tutta questa visibilità a Gheddafi andava evitata, anche perché l’Italia non fece certo una bella figura sul piano dell’immagine.

Inoltre, il nostro paese ha sempre avuto un certo imbarazzo nei rapporti con la Libia, per via di quel che avvenne durante il fascismo, quando l’esercito italiano colonizzò quel paese, sconfiggendo la rivolta del popolo libico anche con l’utilizzo dei gas chimici. Anche gli altri paesi europei non hanno mai veramente condannato il colonnello e la sua dittatura, che dura da tempo immemorabile. Tutto ciò non ha fatto altro che aumentare la forza politica di Gheddafi, senza pensare a come il leader stesse davvero trattando il suo popolo.

Purtroppo, Gheddafi non è il primo dittatore a resistere da tanto tempo senza che nessun capo di stato abbia il coraggio di isolarlo dal contesto politico mondiale: troppi sono gli interessi economici in gioco. Anche adesso pochi sono i rappresentanti dei paesi europei che stanno condannando il modo in cui in Libia sta andando avanti la repressione del governo nei confronti del popolo che protesta. Il governo italiano sta avendo una posizione piuttosto ambigua, sostenendo che l’Italia non sta dando armi alla Libia allo scopo di sedare la rivolta popolare, ma senza prendere una posizione davvero contraria alle violenze in atto in questi giorni. Non resta che attendere l’evolvere della situazione, sperando che tutto possa risolversi in poco tempo, ma con Gheddafi è difficile fare previsioni.