Brucia troia

«Si fanno dei distinguo tra quelle che allargano le cosce per bisogno e quelle che le allargano per comprarsi la borsetta. Tra quelle che si prostituiscono per strada e quelle che invece lo fanno al caldo. Che di questi tempi averci il riscaldamento mentre la dai via è un lusso. Devi soffrire, devi farci vedere quanto sei dispiaciuta mentre ti vendi, altrimenti poi non possiamo redimerti, non possiamo chiamare il prete tal dei tali per fargli compiere il recupero della puttana e per darti l’opportunità di pentirti e diventare una santa donna.”

Femminismo al Sud

Correva l’anno 1982 quando Giuni Russo, in “Un’estate al mare”, cantava di una prostituta che sognava un’estate spensierata, e che bruciava le gomme di automobili per riscaldarsi un po’.

Attualmente forse le tendenze sono un po’ cambiate, e si bruciano direttamente le prostitute sui cigli delle strade.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, capace di accontentare ogni genere di pubblico: il lettore che si indigna davanti al giornale in attesa di un’altra notizia di cui parlare, i politici a cui viene servito su un piatto d’argento la possibilità di tornare a parlare delle leggi sulla prostituzione in Italia, i “crocerossini” della patria che si preoccupano infine di redimere e riabilitare al mondo queste povere ragazze.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, che noi forse dimenticheremo presto, ma che rimarrà per sempre marchiata sul corpo di Mihaela (alcuni giornali l’hanno chiamata Michela, altri Mikaela, meglio ancora “prostituta rumena”), la protagonista di questa drammatica vicenda.

Roma, 11 settembre 2012, via Rocco Cencia, una zona di campagna al limite tra la Prenestina e la Casilina, intorno alla mezzanotte.  Il Messaggero racconta di due uomini sbucati dal buio con i cappucci, i quali hanno aggredito Mihaela prima a calci e pugni, poi l’hanno cosparsa di benzina, infine le hanno dato fuoco scappando tra le campagne. In molti hanno testimoniato la scena di una ragazza in fiamme, che si disperava e contorceva in un dolore fisico che non ci è dato di conoscere, aiutata dalle colleghe che cercavano di strapparle i vestiti.

La ragazza è stata quindi soccorsa e ricoverata all’ospedale Sant’Eugenio, dove si trova in prognosi riservata e a cui sono state diagnosticate ustioni di terzo grado su più della metà del corpo. I due soggetti non sono stati ancora individuati e i moventi si accavallano uno sull’altro, per la serie “se non è zuppa sarà pan bagnato”.

Le indagini, condotte dai carabinieri dell’unità di Frascati, guidati dal comandante Rosario Castello, si stanno orientando su diversi fronti: dallo scontro fra bande di sfruttatori dell’est europa alla banda di romeni che sfrutta le proprie connazionali. Si sono fatte avanti anche le ipotesi di clienti insoddisfatti o di una vendetta trasversale, che però non sembrano aver avuto rilevanti riscontri. Una delle tesi invece che si sta portando avanti con più insistenza riguarda il raid contro quattro prostitute che avevano rifiutato la “gestione” dei protettori lavorando in maniera indipendente.

Quale che siano le motivazioni, c’è da dire che il nostro bel Paese comunque non è nuovo a questo tipo di episodi; ricordiamo, solo per citarne qualcuno, la scoperta a Tivoli, lo scorso anno, di una prostituta marchiata a fuoco dai protettori, l’operaio di Guastalla condannato a quattro anni per il sequestro e la riduzione a schiavitù di una prostituta rumena, fino ad arrivare ai delitti, ormai entrati nella storia, di Donato Bilancia e Ramon Berloso.

A seguito dell’episodio non sono mancate le reazioni politiche rispetto alla vicenda. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha richiesto “che il Parlamento approvi una legge nazionale sulla prostituzione utile proprio per tutelare le prostitute dalla violenza cui, spesso, sono sottoposte” (La Stampa). Altro comunicato quello del segretario del Pd di Roma, Marco Miccoli, secondo cui “Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata e al racket. È necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso sulle strade di Roma. Intanto auspichiamo che le Forze dell’Ordine facciano luce sull’accaduto per risalire agli autori del barbaro gesto” ( Roma Today).

Infine, questo però lo ritroviamo solo o quasi sulle pagine di “Femminismo al Sud”, ecco un comunicato stampa congiunto del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Associazione Radicale Certi Diritti e Associazione Radicali Roma, che vorrei riportare integralmente e che spero possano aiutarci ad assumere un punto di vista altro su questa problematica.

La vicenda della prostituta romena massacrata di botte e data alle fiamme in una strada di Roma è l’emblema di una drammatica situazione sociale che dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, di come le politiche proibizioniste sul tema della prostituzione siano miseramente fallite. La ragazza romena, ricoverata in gravissime condizioni all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, è uno dei tanti casi di persone vittime della tratta che sempre più si  alimenta grazie al proibizionismo e alle ipocrite azioni di demagogia politica repressiva e del tutto inutili.

Gli stessi finanziamenti destinati alla lotta alla tratta della prostituzione sono stati tagliati e così l’ aiuto e la protezione a quelle persone vittime dello sfruttamento e della schiavitù sono sempre più difficili se non addirittura inesistenti.

Negli scorsi mesi abbiamo documentato come nella città di Roma le continue ordinanze emergenziali anti-prostituzione, l’ultima, per la quinta volta, è stata reiterata lo scorso febbraio, siano del tutto inefficaci. Perseguitare le prostitute con sanzioni non fa altro che alimentare la clandestinizzazione del fenomeno rendendo impossibile la fotografia di tutti quei casi di furti e violenze che non vengono nemmeno più denunciati e che sono di sicuro in aumento. Basti ricordare quanto denunciato dal Sindacato di Polizia (FP Cgil) lo scorso gennaio secondo cui a fronte di quasi 14.000 sanzioni fatte in due anni a prostitute, solo quattro di queste sono state pagate.

Il Sindaco di Roma nonostante l’ordinanza antiprostituzione sia in vigore chiede ora una legge nazionale proibizionista che di fatto estenderebbe in tutta Italia la drammatica situazione in cui si trova la Capitale. Il Sindaco continua a tenere nascosti i dati sui costi delle operazioni (personale, mezzi, ore di straordinario, propaganda, ecc) antiprostituzione facendo finta di niente e continuando a blaterare sul nulla.

Lo scorso aprile abbiamo promosso un manifesto-appello per la legalizzazione della prostituzione e per dare dignità alle sex workers che è già stato sottoscritto da migliaia di cittadini.
L’appello si può firmare al seguente link:

http://www.certidiritti.it/campagne-certi-diritti/itemlist/category/85-legalizzazione-prostituzione

Tante, forse troppe, le riflessioni che si muovono su un piano ideale delle leggi, che poco hanno a che fare sulla tutela e soprattutto sulla punizione adeguata verso chi perpetra atti di violenza nei confronti delle donne, chiunque esse siano e qualsiasi siano le attività da esse svolte.

Non esistono donne che girano per strada con la gonna troppo corta, o che escono a un’ora troppo tarda, o che semplicemente sono delle puttane. Ci sono altresì uomini violenti, prepotenti, onnipotenti, che credono di poter agire sul corpo e sulla psiche delle donne una sopraffazione difficile da contenere. C’è Mihaela, e ci auguriamo per lei un futuro migliore, forte e debole dei segni che la sua drammatica storia le lascerà per sempre.

Cas(t)a Pound

“È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”

                                                                                                                             (Costituzione Italiana, disposizioni finali XII)

Parlare di Casa Pound non è proprio un compito semplice. Associazione fortemente dibattuta, Casa Pound è stata protagonista delle cronache recenti in seguito all’omicidio di Samb Modou e Diop Mor da parte del simpatizzante Gianluca Casseri, e per la gambizzazione di Francesco Bianco, ex militante dei Nar.

Parlare di Casa Pound non è un compito semplice in quanto ci esprimiamo su un’associazione che sta acquistando un forte potere in Italia, soprattutto negli ultimi anni (3.500 iscritti al 2011, si legge dal sito), e soprattutto perché parliamo di una associazione di chiara ispirazione fascista, il che imbarazza a prescindere, visto i trascorsi del nostro Paese.

Ma cos’è Casa Pound e a cosa deve il suo successo? Dal sito ufficiale leggiamo che Casa Pound è un’associazione regolarmente costituita e riconosciuta, e la burocrazia finisce lì, per lasciare il posto all’azione e al volontariato.

Casa Pound nasce a Roma nel dicembre del 2003 con l’occupazione di uno stabile nel quartiere romano Esquilino da parte di alcuni giovani provenienti dall’esperienza precedente di Casa Montag. Il nome prende ispirazione da Ezra Pound, poeta statunitense aderente alla Repubblica Sociale Italiana, cosa che ha portato la figlia del suddetto a sporgere una bella denuncia a Casa Pound definendola “associazione compromessa”, quindi non degna di portare il nome del padre, che proprio uno stinco di santo non era.

Per Casa Pound il compito maggiore, a mio dire, è stato quello di restituire un’immagine del fascismo presentabile, a cui poter aderire alla luce del sole, storia che la destra attuale ha cercato di nascondere come la cenere sotto al tappeto, e che ha indispettito molti simpatizzanti e nostalgici del tempo che fu.

In effetti Casa Pound propone moltissime attività, che spaziano dai momenti culturali, con incontri di dibattito tra i diversi partiti, passando per musica con la creazione degli Zetazeroalfa – gruppo cult per l’associazione – attività teatrali, web tv, riviste, fino ad arrivare al punto forte, ovvero le attività nel sociale. Tra di esse ricordiamo la proposta del Mutuo Sociale, progetto politico che si interroga sull’emergenza abitativa in Italia; “Tempo di essere madri”, proposta per affrontare il tema delle madri lavoratrici, e non meno importante “Blocco studentesco”, movimento di organizzazione e mobilitazione studentesca.

Uno dei punti forti di questa associazione è rappresentato dalle numerose conferenze e iniziative che coinvolgono le nostre città, e che vengono promossi il più delle volte senza rispettare le disposizioni sulle affissioni pubbliche, il cosiddetto “attacchinaggio”. Casa Pound, un giorno sì e l’altro pure, organizza dibattiti sugli argomenti dell’attualità, come l’acqua pubblica e il nucleare, per essere “sempre sul pezzo”.

Ma la vera frontiera avanguardista riguarda gli incontri sulle personalità di spicco della nostra storia, da Craxi (e qui ci possiamo pure arrivare concettualmente) alle denunce sociali nascoste (nemmeno troppo) nei temi di Rino Gaetano, che però si è sempre dichiarato apartitico; a Peppino Impastato, fino ad arrivare alla ciliegina sulla torta: la conferenza su Ernesto “Che” Guevara al grido di “aprendimos a quererte”, ovvero “abbiamo imparato ad amarti”.

Ora, a parte non sapere, causa mancanza dell’interessato, se anche Che Guevara ha imparato ad amare loro, devo dire che Casa Pound assume in sé la capacità davvero invidiabile di richiamare, affascinare e coinvolgere tantissimi giovani a una passione e una concretezza politica che non riescono di certo a trovare nel “siamo mica qui a drizzare banane col martello” di Bersani, o nel (non?) più compianto “mi consenta” del Cavaliere.

Ma cos’è davvero Casa Pound? È l’associazione de “La Salamandra”, primo nucleo di protezione civile a favore dei più deboli, o il gruppo che si muove al grido di “nel dubbio mena” degli Zerozetaalfa? È l’associazione che promuove la legalità nel ricordo di Falcone e Borsellino o il gruppo il quale fondatore e presidente, Gianluca Iannone, è stato condannato a 4 anni per aggressione a un carabiniere per una rissa del 2004 (come riportato ne “Il resto del Carlino”)? È l’associazione di Gr.i.me.s – l’equipe di medici e infermieri nata per difendere i cittadini dalle falde del sistema sanitario – oppure quella contro cui si stanno scagliando Idv e Pd per toglierle la possibilità di ricevere finanziamenti dal 5×1000?

Domande a cui ciascuno di noi è libero di rispondere, ma che sicuramente non prevedono mezze misure, linee di confine, accoglienza e mediazione, come in molti cercano di fare per dare un bel colpo al cerchio e uno alla botte. Casa Pound o si odia o si ama, a noi la scelta.

Parlare di Casa Pound non è un compito semplice perché se parliamo di “fasc…” e non stiamo nominando un fascio di fiori, evidentemente c’è qualcosa che non va; perché stiamo parlando di una realtà la cui fonte di ispirazione in Italia è considerata (speriamo ancora per molto) un reato, e se lo è un motivo ci sarà; ma soprattutto è un compito non solo difficile, ma anche imbarazzante, pensare che possa esistere (dentro e fuori Casa Pound) qualcuno che identifica ancora il fascismo con onore e fedeltà.

Nei cieli di Rino è tutto sempre più blu

Pochi giorni fa avrebbe compiuto 61 anni. Rino Gaetano non ha bisogno di molte presentazioni perché tutti, dai più ai meno giovani, lo conoscono o per lo meno ne hanno sentito parlare. Classe 1950, nato a Crotone, romano di adozione, è conosciuto da tutte le generazioni nate dopo il 1970 per la sua spontaneità, per la drammaticità dei suoi pezzi, per il surrealismo, la satira e la comicità della maggior parte dei suoi brani. La sua storia mi ha sempre affascinato, sarà per via del coinvolgimento delle sue canzoni, che a me piace definire “ballate”, ma soprattutto perché è vissuto, cresciuto e maturato artisticamente nel mio stesso quartiere di Roma, Monte Sacro. La sua storia ha dell’incredibile.  Infatti, il 2 giugno del 1981 Rino morì in Via Nomentana, a pochi giorni di distanza dalla data fissata per il suo matrimonio, davanti all’istituto scolastico dove io, pochi anni dopo, avrei frequentato le scuole elementari, le medie ed il liceo. Nelle sue canzoni non si può non notare un quasi cinico realismo, accompagnato da un sentimentalismo vecchio stile, mai scontato, mai smielato e pur sempre ficcante. Di lui ricordo la sua drammatica ironia, presente in tutte le sue canzoni, nelle più note e nelle meno famose. Non saprei stilare una classifica perché tutti i suoi brani, alle mie orecchie, hanno un senso profondo e unico. La lotta contro l’ingiustizia, contro il perbenismo, contro l’ordinario, contro il precetto, contro il corrotto e contro il clientelismo. La difesa dei diritti dei più deboli, il racconto della guerra visto dagli occhi della povera gente, in particolare nel capolavoro “Aida”, racconti di povertà mai inventati ma figli della vita che vedeva quotidianamente scorrere dinanzi ai suoi occhi. Le storie d’amore raccontate senza mai un (a volte troppo scontato) lieto fine. Vicende d’innamoramenti impossibili, di storie d’amore possibili ma non coltivate . Le sue meravigliose metafore, il legame con la sua famiglia, la violenza delle sue parole che emerge, su tutte, in “Nuntereggae più” e “Il cielo è sempre più blu”, le canzoni più celebri del suo vastissimo repertorio.

Ascoltando oggi, ma son certo anche domani, le ballate di Rino ci si rende facilmente conto di come sembra che il tempo si sia fermato, tanto è palese l’attualità degli argomenti trattati. Dietro il suo umile rivoluzionarismo non c’era l’ombra dell’artista artefatto, non c’erano proclami ma solamente semplici parole urlate con tanta, tantissima rabbia e altrettanta forza, sempre nascosta dietro quel giovane ragazzo dagli occhi dolci e dall’aspetto imprevedibile e molto spesso sorprendente. Rino, maestro di satira e d’ironia, ancora oggi fa sentire la sua assenza, lui che ha spesso messo a nudo con mezzi semplicissimi tutto il marcio che sentiva nell’aria e che purtroppo regna tutt’oggi nel costume sociale di quella “corrottissima” Italia da lui cantata e raccontata e probabilmente, anzi certamente, non ancora cambiata.

Dopo tanti anni ancora oggi mi piace pensare che il cielo dove è volato via quella notte di 30 anni fa sia davvero blu, anzi, sempre più blu, mentre su questo paese i problemi sono sempre gli stessi se non addirittura peggiorati. È questa, infatti, una società in crisi che sente oggi più di ieri il peso della corruzione e del clientelismo, e sente ancora di più il peso dell’assenza e del silenzio di cantautori come Rino Gaetano. Forse anche per questo, pur essendo passato tanto tempo, sento tutt’oggi la voglia di gridare: buon compleanno Rino!

 httpv://www.youtube.com/watch?v=necfujO9cEY

Ricordi di un'indignata a Roma

“O mi mette di sotto il potente di turno o mi mette sotto il violento di turno… perché c’è sempre qualcuno che mi mette di sotto?”
(da una donna intervistata durante gli scontri)

Voglio ricordarmi che quella di ieri è cominciata come una normale manifestazione, colori, allegria, voglia di dare forma alla propria rabbia e indignazione. Questo voglio dirlo subito, poiché le immagini che gireranno per giorni, che rimarranno impresse nelle memoria, riguarderanno tutta la gamma degli scontri violenti. Voglio ricordarlo a tutti coloro i quali leggeranno questo articolo ma, soprattutto, voglio ricordarlo a me che c’ero, e ora mi sento sconfitta per quello che è stato, e per quello che invece avrebbe dovuto essere.

Voglio ricordarmi che non sono mai stata una vera e propria pasionaria, tutt’altro; sono abbastanza pigra, odio la confusione e il caos, e soprattutto per scelta non ho mai militato attivamente in nessun partito politico. Un po’ per amore, un po’ per amicizia, un po’ perché da cittadina sento il peso di un debito schizzato al 120%, che mi appartiene manco per un quarto (ma che mi vorrebbero far pagare per intero), sono partita alla volta di Roma.

Voglio ricordarmi il clima di festa, più che indignazione, che mi ha incoraggiata a muovermi, nella speranza illusoria che le persone, spinte dalla musica e dalla festa, si sarebbero unite al corteo, in un disagio che è evidentemente di tutti, ma che in troppi non riescono a mentalizzare.

Voglio ricordarmi che la prima impressione, giunta a piazza della Repubblica, è stata quella di una macchia di colore vastissima, variegata; un luogo neutro, facce sconosciute, con cui nonostante tutto parlare e sorridere, perché si è lì per una causa comune, e perché essere meno soli ti fa sentire che qualcosa di buono è ancora possibile.

Voglio ricordarmi i primi passi, alla testa del corteo, dietro il camion dei Cobas, che nulla facevano presagire di quello che sarebbe stato. Voglio ricordarmi quel camion perché all’inizio è stato solo un normale mezzo di trasporto a cui fare riferimento, per poi diventare ore dopo la piccola barricata dietro cui nascondersi nei momenti di panico.

Voglio ricordarmi della prima tranche di automobili distrutte, le “più fortunate” con i vetri rotti, la più disgraziata invece completamente bruciata. Una macchina può scoppiare? Oppure brucia senza mai saltare in aria? Questa domanda me la ponevo passandoci accanto, me la sarei posta più volte nel corso della giornata. Vorrei anche ricordare di una ragazza dietro di me, una manifestante come tante che ha urlato: “Hanno fatto bene a sfondarle, sono macchinoni. I proprietari le tasse le evadono, hanno fatto bene”. Ora, immagino che la suddetta signorina avesse contatti diretti con i commercialisti dei proprietari di questa autovetture, altrimenti non so spiegarmi tanta scienza in una frase sola.

Voglio ricordarmi il Colosseo, e purtroppo non per la bellissima cornice storica e artistica. Proprio più avanti ai Fori Imperiali c’erano ad attenderci un gruppo omogeneo e compatto di circa cinquecento persone pronte a bloccare il corteo. Ora, li chiamo black bloc solo per assecondare la scelta cromatica di questi signori, in quanto l’attribuzione più consona per definirli me la tengo serbata nel cuore, lasciando a voi la possibilità di scegliere il nome maggiormente confacente. Tutti i partecipanti hanno spinto per allontanare questi personaggi dal nostro cammino, invitandoli a scegliere una via di comunicazione e protesta che non intralciasse la volontà sacrosanta dei cittadini di manifestare. Il passaggio si è liberato, ma da quel momento la violenza ci ha imprigionato tutti.

Voglio ricordarmi che la sciarpa l’avevo portata per ripararmi dal vento, e non dall’odore acre delle macchine, dei cassonetti incendiati e dall’effetto dei lacrimogeni. Voglio ricordarmi delle persone che scappavano, uno accanto all’altra. Quelli sono stati sicuramente i momenti peggiori, perché non si conosceva il motivo della fuga, ed eri aperto a tutte le possibilità; poteva essere una carica della polizia, un cassonetto incendiato, un fumogeno, un petardo, una spranga che dal nulla cominciava a picchiare. Nell’impossibilità di vagliare con la dovuta calma tutte le opzioni, il consiglio che mi hanno offerto è stato quello di rimanere calma, non correre, e aspettare vicino al camioncino che la situazione si calmasse.

Voglio ricordarmi di tutto quello che mi circondava: dello speaker che annunciava di mantenersi sempre sul lato sinistro per la paura che qualcosa potesse scoppiarci accanto; dell’abitazione completamente in fiamme, e di altre due macchine distrutte; delle camionette della polizia, che non sapevi mai se e quando avrebbero deciso di caricare.

Voglio ricordarmi di tutto quello che mi circondava: una faccia serena che ti sorride, ti prende per mano, e ti dice di stare tranquilla; amici che percepiscono visibilmente la tua paura e ti dicono che non succederà niente, che tra poco ce ne andremo… loro non sanno se è vero, ma te lo dicono comunque.

Voglio ricordarmi di una paura paralizzante di cui non so parlare, ma che mi ha accompagnato fedelmente per parte della giornata. Voglio ricordare le lacrime che non riuscivano ad uscire, e della frase con cui mi consolavo nel difficoltoso cammino: “Giunti a piazza San Giovanni sarà tutto finito e finalmente ce ne potremo andare”. Voglio ricordarmi dell’annuncio dello speaker poco dopo: “Ci hanno appena informati che hanno iniziato a caricare a piazza San Giovanni”.

Voglio ricordarmi dei signori (solo di nome, non certo di fatto) vestiti di nero, che ci camminavano accanto, poi sparivano, bruciavano, e ritornavano in mezzo a noi. In particolare voglio ricordarne uno, a 20 metri da me, che ha ben pensato di buttare una molotov nel cassonetto. A queste persone vorrei dire brevemente alcune cose:
-A meno che non siate Audrey Hepburn, il total black ormai è davvero fuori moda, per di più non fate paura a nessuno agghindati di quella maniera, quindi per i prossimi eventi mi orienterei su altri effetti visivi.
-Siete liberi di agire nella maniera che ritenete meglio opportuna, però fatelo lontano da chi ha scelto di protestare in maniera differente.
-Se credete nella giustizia delle vostre azioni fatevi guardare in faccia, non vi nascondete dietro caschi, occhiali e maglioni… ma soprattutto dopo aver distrutto tutto non ritornate camuffati nella massa indistinta, nella speranza di salvarvi da eventuali scontri, soprattutto perché tra la massa indistinta di sabato c’erano anche dei bambini, e questo non è giusto.
-Da cattolica, al Cristo in cui credo, le gambe e le braccia gliele hanno spezzate per davvero su una croce, quindi figuratevi quanto mi possa impressionare per due statuette rotte.
Le buone idee fanno più rumore, a lungo termine, di una città distrutta.

Voglio ricordarmi di Piazza San Giovanni, dei palazzi enormi che ci circondavano, dei portoni chiusi, e dei fumogeni che rendevano l’aria irrespirabile. A circa trecento metri gli scontri erano nel vivo, la polizia era davanti, era dietro, e non sapevamo quando e in che modalità avrebbe deciso di farsi sentire. Voglio ricordare anche una bambina, di circa 10 anni, in piedi vicino ad un lampione; non so perché fosse lì, ma soprattutto non so cosa le sarebbe rimasto dentro di tutto questo.

Voglio ricordare ancora una volta il camioncino dei Cobas, perché in piazza, coperta da una bandiera, ci ho vomitato vicino tutto il pranzo, ma anche un pò di paura e di tensione.

Voglio ricordare il momento in cui siamo riusciti ad allontanarci per una via retrostante, pochi istanti prima che le camionette partissero con l’uso degli idranti. Voglio ricordare la gioia, non di essere lì a protestare, ma di essermene finalmente potuta andare.

Voglio ricordarci, infine, che in Italia il debito pubblico, a metà del 2011 è di 1.911 miliardi di euro, e questo non ce lo possiamo dimenticare a causa degli scontri. Il debito appartiene, come riportato dal gruppo “Rivolta il debito”, per più del 43% a soggetti non residenti, quindi all’estero, presumibilmente grandi istituzioni finanziarie. Voglio ricordarci che una sospensione del rimborso del debito e la creazione di un Audit pubblico (verifica dei conti) permetterebbe di individuare i debiti da annullare, ripudiare, o rinegoziare. Per maggiori informazioni ecco il sito: www.rivoltaildebito.org

Voglio ricordarci che valiamo più di un debito, ma soprattutto che è ancora il tempo di sperare, ed è sempre il tempo per darci ancora una nuova possibilità.

Un uomo solo (era) al comando

Lo storico telecronista del ciclismo Ferretti amava aprire le sue telecronache con una frase: “Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”. Già, perche Coppi volava ed era sempre solo, in positivo. All’Inter invece c’era un altro uomo solo al comando, purtroppo per lui, però.

Gian Piero Gasperini ha concluso la sua avventura sulla panchina interista senza gloria e con tanto rammarico da parte sua, galantuomo apparso subito inadatto ai colori nerazzurri. Senza esperienza in una grande si dirà, ma non soltanto quello. Vediamo cosa ha portato Moratti e compagni a puntare su di lui. Innanzitutto, c’è da premettere che evidentemente per allenare i nerazzurri ci vuole una persona smaliziata. Mourinho è il re in questo e di conseguenza si è rivelato perfetto, Benitez molto meno e difatti non ha avuto vita facile. Allo spagnolo non hanno lasciato tempo, del resto raccoglieva una eredità pesantissima (ma non dimentichiamoci che parliamo di un tecnico che portava con facilità il Liverpool in finale di Champions League, mentre ora i “reds” navigano in cattive acque) ed il suo gioco diverso da quello del portoghese non ha potuto far dimenticare ai tifosi lo “Special one”. Leonardo in pratica non ha fatto altro che riproporre quello che era il gioco della vecchia Inter di Mou.

Ora, cosa accade quest’estate? Semplice, in pochi vogliono prendersi la patata bollente ed a sedersi su una panchina già rovente è uno che era fra le seconde scelte (immaginate come si possa sentire la persona in questione) quindi già non ci siamo. Doveva andare al Napoli ma poi viene rispedito al mittente dopo il chiarimento fra Mazzarri e De Laurentiis (tanti i tifosi azzurri che hanno tirato un sospiro di sollievo). Il curriculum del Gasp però sembrava buono: giovanili alla Juventus (cosa poco gradita ai tifosi interisti) con un Torneo di Viareggio vinto, esordio col Crotone portato incredibilmente in Serie B e mantenuto poi in cadetteria per due anni. Approda al Genoa e riporta il “grifone” in Serie A, venendo confermato, lanciando Milito e meritandosi addirittura la “panchina d’oro”, premio assegnato al miglior allenatore dell’anno dai suoi colleghi. Diviene il primo allenatore della storia rossoblù a vincere tre derby consecutivi, ma poi il suo rapporto con la città ligure si interrompe con un esonero.

Ok, i presupposti per ritenerlo un buon allenatore di Serie A ci sono tutti. Da grande? Uhm, difficile. Innanzitutto per il suo gioco troppo alternativo per una Inter che non ha mai giocato con la difesa a tre. Un mercato strano, con partenze eccellenti come quella di Eto’o (che dice di credere nel progetto della sua nuova squadra russa, con venti milioni di buone ragioni all’anno) e conferme in extremis come quella di Sneijder, da subito apparso inadatto al suo modulo. Arriva Forlan, ma il sei agosto è già tempo di derby. Supercoppa Italiana, col Milan che capisce che in caso di vittoria non solo porta a casa il trofeo ma mette già sotto pressione una diretta concorrente allo scudetto. Segna proprio Sneijder, ma gioca fuori ruolo e quando i Campioni d’Italia cominciano a fare sul serio sono dolori: prima sconfitta e primi mugugni. La difesa non convince ed un mese dopo a Palermo all’esordio in campionato è tragicomica: quattro reti rosanero e i mugugni diventano proteste. Contro il Trabzonspor, squadra turca dal nome impronunciabile, arriva uno stop casalingo in Champions che ha del ridicolo, con incredibili gol falliti (a tradirlo proprio il “suo” Milito) e nessuna scusa: con una team del genere non puoi perdere nemmeno se giochi in otto. Uno zero a zero con la Roma lo porta sul baratro ed un ko con il Novara (che mancava in A da oltre mezzo secolo) è davvero troppo.

Di chi sono le colpe? Di tutti. Della società, che ha dimostrato inadeguatezza nella scelta sia facendolo sentire da subito un ripiego sia nel non capire cosa veramente servisse. Dei giocatori, con alcuni senatori che hanno remato contro forse (lo scopriremo a breve) ma che sicuramente non si sono dannati l’anima. Del tecnico, perchè troppe scelte sono apparse veramente assurde, ma dettate dalla mente di qualcuno che si sente veramente, ma veramente solo. Fin dall’inizio, contro tutti. Per reggere ci vogliono qualità che Gasperini al momento non ha (magari le avrà in futuro), ma una cosa è sicura: questa storia è cominciata male, è proseguita peggio ed è finita…bah, diciamo solo che è finita.

E adesso? Adesso c’è Ranieri, l’uomo perfetto per l’Inter di oggi. Ai nerazzurri serve tranquillità e l’ex-tecnico di Roma e Juventus porta esattamente quello. Purtroppo nulla di più, visto che è stato battezzato “l’eterno secondo”, ma i presupposti per risalire la china ci sono tutti. Innanzitutto sono arrivate subito due vittorie a risollevare campionato e coppa, poi lo stile di gioco più consono alle caratteristiche dei giocatori ed ultimo ma non ultimo…i giocatori stessi. Perchè a quanto pare Ranieri è al comando, ma a differenza del suo predecessore non è… solo.

Adesso parla il campo… ma parliamo anche noi

Abbiamo parlato dello sciopero dei calciatori, come era giusto fare. Adesso finalmente la parola è passata al campo, visto che si è giocato. Ci si può dunque sbizzarrire e discutere di calcio giocato, facendo anche una analisi a lungo termine. Innanzitutto è bene segnalare una cosa: il tanto bistrattato calcio italiano nella sua prima giornata (la seconda a dirla tutta, ma tant’è…) ha sfornato match molto molto godibili, a cominciare da Milan-Lazio, passando per Cesena-Napoli e Juventus-Parma, fino a Palermo-Inter. Trentacinque gol, non succedeva dal 1955 (anche se era un torneo a diciotto squadre), l’anno del boom delle crociere e di Elvis che stava per diventare “The King”. Qualche sorpresa, tante conferme che più che altro tramutano i sospetti in certezze. Cominciamo dalla prima fila. Milan e Napoli. I rossoneri si sono puntellati esattamente dove necessitavano, ovvero a centrocampo e soprattutto in difesa, dove mancava un centrale che sostituisse Thiago Silva e Nesta, che flirtano troppo con gli infortuni. Oltre a Mexes arriva anche un esterno sinistro interessante come Taiwo. Il team di Allegri rimane la squadra da battere, il match di apertura dimostra che la squadra c’è (l’anno scorso forse la partita l’avrebbe persa) perchè dopo uno sbandamento iniziale ha messo sotto una delle squadre che si è rinforzata di più. Il Napoli è cresciuto ancora dopo aver stupito tutti lo scorso anno: vero, avrà la Champions e non ci è abituato ma ha finalmente una panchina decente con una rosa più ampia. La vittoria in terra romagnola conferma che stiamo parlando di una squadra forte, che se avrà una difesa appena sufficiente potrà fare grandi cose.

Seconda fila per Juventus e Lazio. I bianconeri hanno investito tanto nel mercato, forse anche troppo e c’è abbondanza (quest’anno niente impegni europei). L’assenza dal calcio continentale potrebbe essere un vantaggio, ma molto dipenderà da Conte, che ha materiale umano interessantissimo, con un faro come Pirlo (tantissima voglia di dimostrare di essere ancora un campione), un bomber come Matri e tanti giocatori che possono essere importanti (Vucinic su tutti, senza dimenticare il sempreverde Del Piero). Non inganni la roboante vittoria con il Parma, ma c’è da dire che la squadra c’è. Per quanto riguarda i “Reja’s boys” è impressionante il cambio in attacco: Cissè e Klose sono sicuramente meglio di Floccari e Zarate (e se ne è accorto anche Nesta, non uno qualunque). La Lazio ha una squadra di tutto rispetto, che può davvero dire la sua, soprattutto se il tecnico riuscirà a mantenere il livello costante.

Può sembrare incredibile, ma al momento l’Inter è in terza fila. Sottolineamo, al momento. Perdere Eto’o è stato un colpo duro e sarà durissima per Forlan prenderne il posto. Milito sembra essere tornato ma in molti sono scettici e non comprendono l’attuale ruolo di “riserva di lusso” di Pazzini. Le idee di Gasperini sembrano inadatte ad una squadra del genere e forse l’ex-tecnico rossoblù è… troppo “buono” per allenare una squadra dove serve gente come Mourinho (e non Benitez, anche lui troppo docile). Zarate è oggetto misterioso, Sneijder fa l’adattato, la difesa a tre non ha convinto nessuno. I campioni ci sono e se c’è una squadra che può rimontare tante posizioni partendo così dietro questa è proprio l’Inter. Di fianco ai nerazzurri, ma con diversi secondi di distacco c’è l’Udinese. Senza Inler e Sanchez sarà durissima, il bel gioco c’è e l’assetto anche, ma a volte sono i calciatori a fare la differenza e senza “El niño maravilla” non è la stessa cosa. Incoraggiante però l’esordio ed anche l’aver fatto penare l’Arsenal ai preliminari di Champions (il sorteggio grida ancora vendetta).

Quarta fila per Roma e Palermo. Luis Enrique non ha ancora capito che purtroppo in Italia conta solo il risultato e tempo per gli esperimenti non ce n’è. I nuovi arrivati sembrano buoni, ma… c’è troppo nuovo, e non sempre il nuovo è meglio. Josè Angel può rimpiazzare Riise ma le altre facce nuove sono tutte scommesse ed alcune sono veri e proprio “coin flip” (per usare un termine del poker Texas Hold’em). Esordio senza punti ma c’è la possibilità di rifarsi, purchè…si faccia in fretta. I rosanero invece sognano dopo il botto con l’Inter che ha vendicato la finale di Coppa Italia di maggio: quattro gol con tutti e tre gli attaccanti a segno. Hernandez è ancora discontinuo ma ha talento, Miccoli oramai è una garanzia e Pinilla può fare davvero sfracelli se è in giornata. “Mangia ha ancora fame” era la battuta dopo l’esordio, se così fosse allora i tifosi possono sbizzarrirsi con la fantasia.

Ultimi qualificati alla terza sessione di prove sono Fiorentina e Genoa. I viola dovranno stringere i denti ma la rosa non è male e se Jovetic non si rompe possono fare una annata tranquillissima. La chiave sarà fare pace con gli scontenti tipo Montolivo e Gilardino, ma se il buongiorno si vede dal mattino i presupposti per fare una stagione decente ci sono. I liguri invece hanno tutto da dimostrare e Malesani è chiamato ad un vero e proprio salto di qualità rispetto alla passata stagione a Bologna.
Facendo un salto in coda c’è da dire che anche quest’anno sarà bagarre. Se ne chiama definitivamente fuori il Cesena che con l’arrivo di Mutu ed Eder ha un attacco agile e spettacolare, che come dimostra il match col Napoli può davvero fare benissimo. Nonostante la sconfitta i bianconeri hanno convinto e difficilmente non metteranno tre squadre alle loro spalle. Parma e Bologna non sono attrezzatissime ma sono comunque in grado di arrivare almeno alla seconda tornata di qualifiche evitando le ultime cinque piazze. L’Atalanta parte con un handicap pesante, dopo aver sostituito un motore per un guasto causato dal meccanico Doni, ma i cavalli di potenza li ha e potrebbe fare il miracolo. Troppo lenti in qualifica e probabilmente anche in gara appaiono Siena, Chievo, Novara e Lecce. Se i bergamaschi festeggeranno a maggio allora saranno tre di queste squadre a versare lacrime amare.

 

 

Il grande traditore (a detta dei tifosi)

Sabato alle ore 20.45 si gioca il derby di Milano. Milan contro Inter, per un match che può valere una stagione visto che le due squadre sono separate solamente da due punti in classifica. Ogni stracittadina è bella, perchè in quel momento che i tifosi tirano fuori il meglio (ed a volte purtroppo il peggio) di loro, con la tagliente ironia che solo un derby è in grado di generare. Le coreografie sono un “cult” in partite del genere, con degli sfottò che a volte sono veramente da applausi, ma che rimangono segretissime fino a qualche minuto prima. Un giornale sportivo (“Tuttosport”) ha però anticipato quella che dovrebbe essere la coreografia della curva Sud, quella degli ultrà milanisti, e che ci porta al nocciolo della questione. La suddetta coreografia dovrebbe avere proprio il tradimento di Leonardo come tema principale, verosimilmente si andrà più sull’ironia che sull’insulto (ma non sono escluse iniziative personali più pesanti) andando a toccare il “cuore” , organo molto spesso citato dall’allenatore per spiegare partite e atteggiamento in campo.

Ora, sul fatto che Leonardo abbia fatto bene o meno ad andare all’Inter se ne è parlato tantissimo. Personalmente non lo ritengo certo “colpevole”, visto che nel calcio si parla comunque di squadre-azienda (non credo che se uno passi dalla Toyota alla Honda venga etichettato come “traditore”) e soprattutto non ha infranto promesse e cose del genere, ma è comprensibile la rabbia del popolo rossonero. La cosa però ci fornisce un interessante spunto per parlare di quelli che sono considerati i grandi “traditori” del mondo pallonaro.

Lionello Manfredonia

Il popolare giornale spagnolo “Marca” ha pubblicato tempo fa una lista con i venti più grandi “tradimenti”, piazzando al primo posto Luis Figo, trasferitosi dal Barcellona al Real Madrid, ed accolto con lancio di oggetti (fra cui una testa mozzata di maiale) al suo ritorno da avversario al “Camp Nou”. C’è al secondo posto Roberto Baggio, per un “passaggio” che i tifosi fiorentini non dimenticheranno mai: dalla squadra gigliata all’odiatissima Juventus. Ce ne sono tanti altri, come Sol Campbell (dal Tottenham all’Arsenal), Romario (dal Flamengo al Fluminense) e Hugo Sanchez (dall’Atletico al Real, a Madrid ovviamente). Del nostro calcio ci sono altri due giocatori in classifica, ovvero Serena e Tardelli, ma mancano alcuni dei più recenti.

Senza scomodare Lionello Manfredonia, che causò addirittura una spaccatura nella curva della Roma e la formazione del G.A.M. (Gruppo Anti-Manfredonia) per il suo passato laziale, si possono citare i vari cambiamenti di sponda sempre in quel di Milano (Ibra e Ronaldo, mai perdonati dai nerazzurri). Ma ogni squadra ha il suo ex mai dimenticato e per questo mal digerito con un’altra casacca. Ci sarà sempre qualcuno accolto malissimo al suo ritorno allo stadio che lo ha consacrato, che verrà chiamato “ingrato”, “traditore” (ovviamente usando solo parole non volgari, eheh). Accadrà sempre. Parliamo però di una questione comunque interessante. Quindi dite la vostra: qual’è stato per voi il più grande “tradimento calcistico” della storia?

 

Gufata dopo gufata…il ranking è sceso: ecco perchè

Ed adesso c’è rimasta solamente l’Inter, che tra l’altro ha poche possibilità di passare il turno, nonostante sia superiore al Bayern Monaco. Quest’anno potremmo rimanere a bocca asciutta in Europa e non ne beneficia certo il nostro oramai famoso Ranking Uefa. Ma cos’è e come funziona questo ranking? Si tratta di un sistema per classificare squadre e nazionali a livello europeo e decidere quante e di quali paesi avranno l’accesso alle competizioni come Champions League ed Europa League. Il coefficiente UEFA per le squadre di club è determinato dai risultati ottenuti da ogni squadra nelle competizioni europee delle ultime cinque stagioni. Il punteggio totale si ottiene sommando ai punti conquistati da ogni squadra un coefficiente fisso, pari al 20% del coefficiente nazionale relativo alla stagione in corso. Per esempio, gli 11.375 punti del coefficiente dell’Italia, per la stagione 2008-09, hanno garantito 2.275 punti ad ogni formazione italiana, comprese quelle che non hanno preso parte alle competizioni europee in quella stagione.

I punti ottenuti da ogni squadra sono calcolati nella misura di 2 per ogni vittoria e 1 per ogni pareggio, cui vanno aggiunti i seguenti bonus: 4 punti (3 fino alla stagione 2008-09) per la qualificazione per la fase a gironi della Champions League,5 punti (1 fino alla stagione 2008-09) per il raggiungimento degli ottavi di finale della Champions League, 1 punto per il raggiungimento dei quarti di finale, delle semifinali e della finale di entrambe le competizioni continentali.

Perchè quindi abbiamo praticamente perso la quarta squadra in Champions? Semplice. Quest’anno l’annata meno recente che veniva presa in considerazione era quella del 2005/2006 (15357 punti per noi e 10437 per la Germania), ovvero quando il Milan arrivò in semifinale e Juventus ed Inter uscirono ai quarti, con le tedesche tutte fuori agli ottavi e nonostante la figuraccia in Europa League, col solo Livorno (!!) ai sedicesimi conservammo un bel vantaggio. Quel vantaggio che ci ha consentito di restare avanti quest’anno, ma il prossimo anno quell’annata non verrà più presa in considerazione. L’ultima sarà quella 2006/2007, che l’Italia ha comunque chiuso avanti grazie al Milan campione d’Europa (2-1 al Liverpool in finale) ma con un vantaggio più risicato, che non copre gli sfaceli delle ultime tre edizioni, dove la Germania è sempre andata meglio di noi. L’anno scorso i tedeschi hanno fatto un punteggio record, ovvero circa 18000, grazie ad una semifinalista in Europa League e una in finale di Champions League (che se il Bayern avesse vinto voleva dire già sorpasso).

Come  sono le prospettive per il futuro? Pessime. Sia perchè quest’anno abbiamo fatto nuovamente schifo e sia perchè man mano che scorrono le stagioni il nostro distacco aumenta sempre più, mentre la Germania fra due anni non avrà superato solamente noi, ma anche la Spagna (a meno che Barcellona e Real non facciano qualcosa di eclatante quest’anno). Otto punti di coefficiente da rimontare per noi sono tanti, ci potrebbero volere anche cinque anni per colmarli. Magari la prossima volta gli italiani ci penseranno due volte prima di “gufare” le altre squadre italiane per le quali non si fa il tifo.

Mimosa nera

Oggi è la festa della donna e io mi chiedo cosa ci sia da festeggiare.

Che senso ha andare nei locali, mangiare una pizza con le amiche, assistere a degli spettacoli più o meno di buon gusto e ballare, ballare con una spensieratezza che non ci possiamo permettere? Non che ci sia qualcosa di male in questo, sono la prima a trovare la cosa divertente, ma non oggi. Mentre tutti sembrano fare a gara per chi è più bravo a rispettare la dignità o il corpo delle donne, solo noi sappiamo che oggi non c’è festa per le donne.

Donne come Gabriella, la precaria della scuola di Salerno costretta a chiedere aiuto per mangiare attraverso una sottoscrizione. Donne violentate, infibulate, perseguitate a casa come in ufficio da padri, mariti, amanti, datori di lavoro che hanno confuso l’amore con il possesso e il certificato di nascita o matrimonio con un contratto di compravendita. Donne dell’Olgettina, Ruby Rubacuori, che usano il proprio corpo come un salvadanaio, e non ci vuole molto a capire qual è la fessura da cui entrano i soldi e il buco da cui escono. Donne che devono lasciare il lavoro (una su due) con la nascita di un figlio per nidi assenti, e nessun supporto da parte dello Stato nella crescita dei figli. Donne giovani che non si sono mai inserite nel mondo del lavoro, e altrettante che per farlo sono costrette a fuggire dall’Italia. Donne a cui lo Stato toglie il lavoro, e con un certo sadico sarcasmo fa notare che non è vero, poiché essendo precarie in realtà non glielo ha mai dato. E questo avviene attraverso il più grande licenziamento di massa nel settore della scuola, dove la presenza femminile e nettamente predominante.

E soprattutto a danno delle donne del sud, quelle economicamente più svantaggiate e con meno possibilità di essere reinserite, che nella migliore delle ipotesi sono costrette a lasciare le famiglie per lavorare a centinaia di chilometri da casa; rappresentate da un ministro donna che ritiene un privilegio la tutela delle lavoratrici madri, che ritiene che abbiamo bisogno dei comunisti che ci fomentano per indignarci e che l’indignazione non è l’undicesimo comandamento. Un ministro che ritiene che la scuola possa “sopportare” un taglio di ulteriori ventimila insegnanti a danno della qualità, del tempo pieno dove presente e dove mai attivato malgrado le richieste delle famiglie che dovrebbero poter scegliere. E continua ad affermare che c’erano posti in più! Giochi di potere di cui conosciamo lo svolgimento, danneggiano sempre più il sud, e l’istruzione nostri figli. Ma non doveva migliorarla la scuola?

E ancora donne che per farsi strada devono sgomitare, devo fare gli uomini, e spesso  occupano posizioni di rilievo  solo per una mortificante quota rosa, come fosse una preferenza da handicap, o perché a detta del premier  sono ben vestite e non puzzano. Pur essendo consapevoli di ciò, ci raccontano la favoletta del merito.

Donne gonfiate, urlanti, che fanno gestacci in televisione, grottesche, non riesci a seguire i loro discorsi, perché l’occhio non riesce a scollarsi da quel disarmonico canotto che hanno al posto delle labbra. Donne imbellettate e profumate e vendute come pezzi di carne, come passatempi, da genitori e fidanzati e senza neanche la poesia della Magnani. Donne arrestate per aver rubato 2 magliette e a cui può succedere di essere violentate da tre uomini in divisa che dovevano proteggerle. Ma era una situazione amichevole. Amichevole come il gatto che gioca con il topo!

Giovanissime donne, o perfino  bimbe, che ancora oggi partoriscono prima dei quattordici anni, sono date in sposa, e in 700 metri di strada che portano dalla palestra a casa possono essere trucidate. Bambine che sotto il tetto che dovrebbero proteggerle, possono trovare uno zio o una cugina disposti ad uccidere perché piace loro un ragazzo, o  un padre “per il troppo amore” e per  dispetto contro la ex moglie. E infine donne, le sorelle d’Italia della Omsa, che hanno visto la loro vita buttata alle ortiche perché hanno preferito delle sorelle di altre nazioni che possono pagare con un piatto di riso e non riconoscergli nessun diritto. E come loro le donne di Pomigliano, dell’Alitalia, e tutte le cassaintegrate, disoccupate che lottano e resistono contro la miseria, e la fame che le cerca e le stana, e che al governo del fare chiedono solo di fare… fare qualcosa contro questa emorragia di lavoro che sta uccidendo l’Italia.

Donne che sfamano una famiglia di 4 persone con 100 euro la settimana, che pagano le bollette, che fanno i conti e che non tornano mai, che seguono i figli a scuola, si svegliano presto, cucinano, fanno la spesa, riordinano casa, protestano, scrivono pensieri su Facebook per sentirsi meno sole, per sentirsi più capite, e che, anche quando non si piegano, sentono il peso del loro cervello, delle loro idee e di quella sensibilità tutta femminile. E perfino per tutte quelle altre di cui tutti ignorano il colore degli occhi.

Per tutte loro, per tutte noi, nessun fiore oggi: solo opere di bene.

Perché è bene che alziamo la testa tutti insieme e che oggi doniamo solo mimose nere, perché non si può sostituire la dignità con una festa, e una festa di un giorno non può cancellare le umiliazioni che abbiamo dovuto subire quest’anno.

C’era una volta un bel posto chiamato Italia…e dalle ceneri di questo, dopo il passaggio di Nerone, spero si possa costruire un posto più bello dove uomini e donne possano vivere felici in rispetto, autonomia e dignità.

Se non ora quando?

 

L'8 marzo e l'opportunità di essere donna

Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha, perché anche indurre in tentazione è peccato”.

A parlare è Monsignor Bertoldo, vescovo di Foligno. La stessa persona, per intenderci, che nel dibattito a distanza tra Vendola e Berlusconi era intervenuto con un’altra dichiarazione degna di nota, che etichettava il governatore della Regione Puglia come “contro natura”, riferendosi ai suoi orientamenti sessuali. Cito il Monsignor Bertoldo perché, triste coincidenza, dopo qualche giorno dalle sue illuminate parole, è stata diffusa la notizia della denuncia di una giovane donna, vittima di violenza sessuale a Roma.

Mons.Bertoldo

Potrei fermarmi qui perché quando una donna subisce violenza, non importa chi sia, come era vestita, se aveva la minigonna o i pantaloni, dove stava andando o se era sposata.  Parliamo di una donna, ferita nella sua intimità, indifesa e tradita, derubata di qualcosa che le apparteneva e che la rendeva un essere unico, la libertà di decidere e di esprimersi in quanto donna e in quanto essere umano. Allo stesso modo di nessuna importanza è sapere chi siano gli uomini denunciati – quattro per la precisione – colpevoli di così basso crimine. Né in quanti abbiano fisicamente compiuto l’atto mentre gli altri erano lì a guardare, a tenere a bada la preda o ad accertarsi che nessuno li scoprisse. Inutile dettaglio la loro nazionalità, il loro lavoro o le loro tendenze sessuali. Conta solo la loro ferocia nel compiere una violenza che va ben oltre l’atto sessuale, perché capace di segnare una donna così profondamente da lasciarne i segni per una vita intera.

Potrei fermarmi qui e nulla cambierebbe nella triste cronaca di quest’ennesimo atto crudele. Ma vado avanti. Vado avanti perché il quadro completo della situazione è talmente avvilente e drammatico da non poter essere omesso. Il fatto è avvenuto a Roma nella notte fra il 23 e il 24 febbraio,  nella Caserma al Quadraro, dove la donna era detenuta dopo un arresto in flagranza per furto. Aveva rubato due magliette all’Oviesse. Certo, comunque si tratta di un crimine, ma compiuto da una ragazza di 32 anni, senza lavoro e con una bimba da mantenere. Un colpo di testa, una follia fatta senza pensarci, spinta dalla disperazione. Gli aggressori sono tre Carabinieri e un Vigile Urbano, tutti indagati per violenza sessuale, anche se con ruoli diversi. Non si sa in quanti abbiano fisicamente abusato della donna, ma rimangono in ogni caso tutti coinvolti. Dunque personale in servizio delle Forze dell’Ordine; per essere chiari, proprio chi dovrebbe difenderci da questi reati, invece di commetterli.

Ma neanche questa ricostruzione rende bene ciò che è realmente accaduto quella notte terribile. Il caso necessita di maggiore precisione.
La giovane ladruncola, una volta scoperta, è stata affidata ai Carabinieri, che l’hanno trasportata alla Caserma di Cinecittà. Dovendola trattenere per quella notte e non essendoci posti liberi, i Carabinieri hanno chiesto ospitalità alla caserma al Quadraro, dove la ragazza avrebbe dovuto passare la notte in una cella di sicurezza. A un certo punto, racconta la vittima, la porta si è aperta, è stata prelevata e portata in sala mensa dove, sui tavoli, dopo essere stata costretta a bere del whisky, è stata violentata ripetutamente, a turno, da diversi uomini, stando a quello che la sua mente annebbiata dall’alcol ricorda.

Ma la parte ancora più assurda di tutta la vicenda deve ancora arrivare. Sconvolta e sotto shock, la giovane, dopo quella notte di violenza, racconta di aver avuto grandi difficoltà a sporgere denucia ai Carabinieri, perché si apprestava a puntare il dito contro loro  colleghi. Alla fine si è recata in ospedale accompagnata dal suo fidanzato e da lì l’uomo è riuscito finalmente a denunciare l’accaduto alla Polizia.

Ma dato che non c’è limite al peggio, come ciliegina sulla torta, ecco che arrivano le prime dichiarazioni a caldo dei colleghi della Caserma di via In Selci, gli stessi che stanno conducendo le indagini insieme alla procura di Roma… Quella donna li ha di certo istigati.

Dichiarazioni che vanno di pari passo con le parole degli indagati, che poi sono le parole di tutti gli indagati di sempre per violenza sessuale: lei era consenziente.

La cosa più triste che salta agli occhi leggendo i numerosi articoli comparsi nei giorni scorsi su tutte le testate giornalistiche è che, piuttosto che parlare di quanto sia terribile subire una violenza sessuale, di come ancora oggi nel 2011 ci troviamo troppo spesso di fronte a comportamenti tanto bassi e vergognosi,  invece di cercare soluzioni al problema, si spendono fiumi di parole sulla delicatezza della questione, sulle misure prese nei confronti degli agenti coinvolti, immediatamente trasferiti e sottoposti a indagini interne oltre a quelle condotte dalla procura di Roma, sulla paura che l’accaduto getti fango sull’Arma dei Carabinieri, sulla preoccupazione che sia intaccata la credibilità dell’Arma agli occhi dei cittadini italiani. Persino il sindaco di Roma Alemanno si dice certo che l’Arma isolerà eventuali mele marce prendendo i giusti provvedimenti, capaci di non annebbiare la fiducia che tutti i romani devono continuare a nutrire nei confronti dei Carabinieri. Perché un crimine come questo non faccia perdere di vista tutto il bene che l’Arma dei Carabinieri fa in Italia e nelle sue missioni all’estero.

Mi chiedo il perché di tanta ipocrisia. Perché spostare l’attenzione su stupide questioni di facciata, quando moltissime donne sono lasciate sole a combattere col proprio dolore. Donne umiliate, ferite, violentate nel corpo e nell’anima da quegli stessi mostri che si difendono dietro l’alibi della provocazione femminile. Donne che ci mettono una vita intera a rimettersi in piedi e ad andare avanti.

Mi chiedo come sia possibile che ancora oggi di fronte a notizie di questo genere pare sia lecito l’insinuarsi del dubbio che le donne violentate siano state consenzienti o, al limite, abbiano provocato in qualche modo l’accaduto.

Mi chiedo come si possa considerare una violenza sessuale come atto inevitabile in certe condizioni, di nuovo create dalle donne, continuando a giustificare uomini incapaci di tenere a bada i propri impulsi sessuali e a condannare donne che hanno l’unica colpa di esprimere la propria femminilità, nel modo in cui credono sia giusto.

Mi chiedo, ancora, come possano esponenti del Vaticano sostenere che anche l’istigazione al peccato è peccato. Dando ovviamente per scontato che ogni donna istighi. Come se l’essere donna fosse una macchia indelebile, un peccato originale, qualcosa da cui doversi redimere. Sembra di essere tornati nel Medioevo.

La verità è che viviamo in una società maschilista, nella forma più bieca e subdola, perché ci si nasconde dietro l’emancipazione femminile per esaltare la cultura dell’uomo sopra ogni cosa. Fino al paradosso di giustificare un terribile atto di violenza, costringendo quelle povere vittime a difendersi per il resto della loro vita dagli sguardi di chi, in fondo in fondo, le considera responsabili in qualche modo.

Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Il sentire ancora il bisogno di ricordare in questo giorno i diritti conquistati e l’emancipazione raggiunta da parte dell’universo femminile è indicativo del fatto che, in realtà, la situazione non è cambiata poi molto da quel lontano 8 marzo 1908, quando un gruppo di operaie americane decise di scioperare per far valere i propri diritti, dando il via a un dilagante movimento di liberazione ed emancipazione della condizione femminile che si è diffuso a macchia d’olio in molte parti del mondo. Io credo che non dovrebbe più esistere una ricorrenza come l’8 marzo. Non dovrebbe esistere perché non c’è niente da festeggiare in quel giorno. Non c’è più niente da sbandierare, niente da dimostrare, niente da gridare al mondo.

Siamo donne, punto. Persone che hanno il diritto di vivere liberamente la propria femminilità e la propria vita, di scegliere per il proprio futuro e di lottare per realizzare i propri sogni. Esseri umani con desideri, talenti, limiti e ambizioni, proprio come ogni uomo. Mamme che rinunciano a tutto per crescere i propri figli, mogli al servizio del proprio uomo, pronte a sostenerlo sempre e comunque. Finché sarà necessario ricordare al mondo tutto ciò vorrà dire che siamo ancora lontani dalla tanto sbandierata uguaglianza tra sessi.

Uguaglianza che, a dirla tutta, non dovrebbe obbligare ogni donna a trasformarsi  in un uomo e a immergersi nei rigidi meccanismi di una società di modello maschile, quale è la società attuale, ma semplicemente dovrebbe lasciarle ogni giorno l’opportunità di essere donna, con tutto quello che questa complessa affermazione comporta.

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