In morte di quattro bambini rom

Se c’è un aspetto che ci verrà risparmiato della morte di quattro bambini figliastri di un dio minore, è lo scempio mediatico di trasmissioni del dolore, occhi luccicanti a favore di telecamere, raccolte fondi purificatrici via sms. Diciamo la verità: il fatto che non si tratti di piccoli bianchi e autoctoni, figli di gente “per bene”, ha il vantaggio dell’oblio veloce.

Quella che invece non ci verrà risparmiata è la maledizione del Dinofelis. Gli studiosi hanno scoperto questo felino, vissuto nel Miocene, attraverso il ritrovamento di resti fossili in Sudafrica. La caratteristica dell’animale era quella di cibarsi di uomini che vivevano nelle caverne. Alcuni antropologi fanno risalire la nascita delle prime organizzazioni sociali umane alla lotta per la sopravvivenza ingaggiata contro questo terribile nemico. Si ritiene infatti che gli uomini, costretti dalla natura avversa a convivere nelle grotte con il loro carnefice, comprendessero, a un certo punto, che avrebbero avuto maggiori possibilità di sopravvivenza se, invece di fuggire pensando ognuno alla propria salvezza, si fossero organizzati individuando loro stessi coloro da destinare a cibo per la belva feroce. La scelta cadde su chi aveva caratteristiche che lo rendevano differente dalla maggioranza perché debole, senza specifiche funzioni produttive o riproduttive, strano, insomma: diverso. Il sacrificio di questi esseri umani consentiva la sopravvivenza dei più ma, cosa più importante, dava la sensazione di poter padroneggiare la morte, fino ad allora in mano al caso e all’oscuro capriccio dell’orribile felino. Padroneggiare la morte, organizzarla attraverso il sacrificio di qualcuno per la salvezza dei molti, fu la base su cui nacque la società e consentì, in un secondo momento, di prendere coscienza della possibilità di non essere più prede ma cacciatori, organizzando la sconfitta del proprio assassino.

Questa modalità sembra essere tutt’ora il tratto distintivo, sebbene in forme raffinate, dell’organizzazione sociale. I diversi, i deboli, sono necessari: servono a farci sentire normali e forti. Per questo, se i nomadi non ci fossero sarebbe minata alla base la convivenza nelle nostre “moderne” società. Essi rappresentano quello che non vogliamo essere: non hanno una casa stabile e sicura, non si preoccupano più di tanto del loro futuro, non hanno nel lavoro il centro della loro esistenza, si vestono come non ci vestiremmo mai, vivono dei soldi degli altri. Non importa se questi sono sempre più spesso stereotipi, non importa se molti di loro non sono così, non importa se come tutte le comunità umane hanno al loro interno diversità di idee, ambizioni, sogni. Non importa se corriamo il rischio di cadere nel ridicolo accusandoli di illegalità, di trattare male i bambini, di non voler lavorare; in un paese in buona parte privato della legge dello stato, in cui il lavoro nero e l’evasione sono a livelli sconosciuti nel resto del mondo sviluppato, in cui i più piccoli e le donne sono quotidianamente oggetto di violenze e abusi tra le mura delle villette a schiera delle nostre città pulite e progredite. Noi abbiamo bisogno di crederli così, loro devono essere così perché regga la nostra sempre più fragile costruzione sociale. Se non ci fossero loro a chi toccherebbe essere individuato come diverso? A chi toccherebbe entrare nella lista delle vittime da offrire al Dinofelis moderno, così da far sentire gli altri in grado di padroneggiare la propria vita avendo la sensazione di poter sconfiggere la morte sociale, l’oblio, l’abbandono, la solitudine? Potrebbe toccare a me che scrivo o a te che leggi.

Quattro bambini muoiono in un campo e ascolto alla radio – invece di un po’ di umana comprensione – i soliti insulti e la solita rabbia nei confronti di chi non vive come noi. “Che tornino da dove sono venuti!”. Non sapete quello che dite. Teneteveli cari i nomadi. Il Dinofelis ha sempre fame.

Un finale lento e doloroso

Sembra proprio che l’eutanasia in questo Paese non sia concessa nemmeno ai governi. L’Italia di oggi ricorda tristemente un malato terminale tenuto in vita da macchinari vecchi e malfunzionanti…

La votazione di fiducia di martedì 14 dicembre è stato uno degli episodi più imbarazzanti della recente storia politica italiana. Da una parte un governo composto da soggetti in rotta di collisione, che si insultano e si rimbalzano colpe e responsabilità. Dall’altra parte un’opposizione incapace di riconoscere la necessità di andare al voto, proprio ora, proprio in questo momento di crisi.

Sentirsi dire che sarebbe deleterio per il Paese aprire le urne in un periodo così critico, significa dimostrare di non essere in grado di rappresentare né una valida opposizione né un’accettabile maggioranza. Significa dimostrare di non essere capaci di ascoltare quelle folle di persone che stanche e disperate continuano a scendere in piazza, e che oramai cominciano a dubitare dell’efficacia delle manifestazioni pacifiche, aprendo un varco verso una deriva violenta. Aldilà dei cosiddetti Black bloc e degli infiltrati, non dovrebbe stupire che dopo anni di scioperi, occupazioni, cortei e salite sui tetti, qualcuno cominci a stancarsi della fastidiosa indifferenza della classe politica. Non c’è nulla di costruttivo nel dare fuoco ad una camionetta della finanza, ma sicuramente non è stato il fatto più scandaloso accaduto in questa memorabile data…

Il vero scandalo sta in un governo che gioisce di una fiducia che non porterà a nulla. La maggioranza non ha i numeri per votare le agognate riforme di cui tutti parlano, e il perenne rischio di una sconfitta lascerà inevitabilmente il Paese nello stallo, mentre il cancro dell’establishment politica attuale si diffonderà, come una metastasi, fino a divorare anche quel poco di “sano” che è rimasto in questa malata società.

Il vero scandalo sta nell’aver sottratto la speranza di un futuro ad un generazione sfinita da un pesante 26% di disoccupazione (dato Confindustria), dall’impossibilità di richiedere un mutuo, costruirsi una famiglia o addirittura ambire alla pensione.

Il vero scandalo sta in quegli abitanti dell’Aquila che ancora oggi si ritrovano a vivere senza la propria casa, senza la propria città, e senza la propria vita.

Il vero scandalo sta in quel manipolo di politicanti che si scannano per accaparrarsi l’appoggio di quelle raccapriccianti espressioni del genere umano che sono disposte a vendersi per soldi sporchi o per una comoda poltrona.

Sono riusciti a votare persino ad Haiti e in Afghanistan. Forse ce la possiamo fare anche noi!

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Ho vinto il derby. Di qua e di là.

Nell’ultima giornata calcistica il protagonista assoluto è stato Zlatan Ibrahimovic e non è stato certo facile. Eh già, perchè mentre Javier “El Flaco” Pastore dimostrava ancora una volta di essere un talento puro che può diventare uno dei migliori del pianeta segnando una strepitosa tripletta contro il Catania, il sempreverde Antonio Di Natale rifilava lo stesso trattamento ai malcapitati leccesi al “Friuli”. Ma cosa ha fatto di tanto speciale Ibracadabra? Semplice, ha vinto il derby. Lo hanno fatto tanti, certo, ma lui l’ha vinto da ex dopo aver fatto trionfare l’Inter in altre circostanze. I passaggi da una sponda all’altra del calcio cittadino quasi mai vengono accettati di buon gusto dai tifosi che non tardano a bollare come “traditori” i protagonisti del suddetto passaggio di calciomercato. Addirittura a Roma quando Lionello Manfredonia cambiò passando alla Roma dopo un passato laziale ci fu una spaccatura nel tifo giallorosso, visto che c’era chi era a favore e chi era contro (il GAM, Gruppo Anti-Manfredonia). Spesso ci sono stati passaggi da una squadra di Milano all’altra ed a volte di grande portata. Vieri (mai protagonista al Milan), Pirlo e  Seedorf (mai protagonisti all’Inter), Ronaldo (segnò nel derby ma il Milan perse) ed altri minori come Favalli, Coco, Brocchi, Helveg e Ganz (che fu però fondamentale per uno scudetto rossonero). Altri sono nomi straordinari del passato, come Buffon (non Gigi) ed Angelillo, e poi c’è quello più suggestivo: Roberto Baggio. Ibra però è riuscito ad essere decisivo in maniera nettissima su ambo i lati del tifo meneghino e questo fa di lui un personaggio storico nella storia del derby della Madonnina. Che lo fischiassero era più che prevedibile. Lui però da grande campione qual’è non è stato minimamente deconcentrato, anzi, la freddezza con cui ha realizzato il calcio di rigore è davvero invidiabile (l’esultanza pacata ma comunque rivolta verso la curva nord invece lo è un po’ meno). Applausi per Fibra? No, stavolta applausi per Ibra. Chiuderei comunque con una nota per chi ha vestito non solo le due maglie delle squadre di Milano, ma anche quelle di Torino: Aldo Serena. Ricordo ancora oggi che i tifosi facevano rimare il suo cognome con…ehm…diciamo “donna dai facili costumi bianconera”.

Mourinho non c'è più, ma evidentemente ha fatto scuola…

Josè Mourinho è senza dubbio uno degli allenatori più controversi e discussi del mondo. Su di lui si è detto veramente di tutto, sia in positivo che in negativo (e sinceramente con buone ragioni). Indipendentemente se si è pro o contro lo “Special One” non si può non ammettere che in fondo ci manca. Le sue conferenze stampa e le interviste che rilasciava erano sempre uno spettacolo e la sua partenza ha lasciato un vuoto. C’è però chi sembra essere stato contagiato dalla “mourinhite”. Eh si, perchè ricordate il sempre pacato e riflessivo Claudio Ranieri? Proprio lui, quello che veniva sempre punzecchiato dal portoghese con frasi tipo “Nella sua carriera non ha mai vinto niente”. Ad occhio e croce lo troviamo un po’ cambiato, visto che nella conferenza coi giornalisti dopo il derby sembrava veramente un tifoso arrivato da Testaccio. Risponde con grande impeto alle domande, si lascia andare ad alcune frasi in dialetto romanesco e sembra quasi voler prendere in giro i laziali. Manco a farlo apposta, sembra aver guadagnato un sacco di punti nella scala dei valori dei tifosi della curva Sud, con il suo video che sta impazzando in rete. Ma andiamo ad analizzare quello che è effettivamente accaduto.

Un giornalista gli chiede come mai ha cambiato stile, dicendo che non lo riconosce più, perchè a detta sua il tecnico giallorosso non avrebbe sottolineato gli errori arbitrali che avrebbero sfavorito la Lazio. Ranieri aveva già sottolineato prima che c’era fuorigioco sul rigore non dato a Mauri (effettivamente la moviola ha dimostrato la cosa) sembra non gradire affatto la cosa e quindi esplode: “E che vuol dire? Allora vedete che faccio bene a fare il romano e ad essere cambiato? Se mi dite che l’arbitro ha sbagliato da entrambe le parti sto zitto, ma se invece mi ricordate solo gli episodi dubbi per loro allora divento anch’io allenatore che vede soltanto da una parte”. Ma non finisce certo qui. Il giornalista si dichiara laziale e continua nella sua polemica, con Ranieri che decide di trasudare la sua romanità, esclamando: “Ce l’hai scritto in fronte che sei laziale! Ma io sono alla Roma? Ed allora faccio il romano! La Lazio ha perso per colpa dell’arbitro? (il giornalista risponde di no). E allora che continuate a fare? Facendo così fate solo godere di più i romanisti. Stanno a godè come ricci! Ve ‘a cantate e ve ‘a sonate…e fateme capì!”. Quando poi scopre che non ci sono altre domande…il colpo di genio: “Complimenti alla platea”. Non so voi, ma a me questo Ranieri nuovo piace. Era dai tempi di Mazzone che un tecnico non accendeva così gli animi della capitale. Ma qui si torna al discorso iniziale. Tutti odiano Mourinho…ma magari vorrebbero essere un po’ come lui!

Salutate la capolista.

“Salutate la capolista”. Non è senz’altro indicativo cantarlo alla seconda giornata di campionato ma quando a farlo sono i tifosi del Chievo…se lo possono permettere. Non il Milan dei quattro fantastici, non l’Inter campione in carica, non la Roma eterna incompiuta e tantomeno la Juventus titubante che abbiamo visto. Unica squadra a punteggio pieno, per una settimana i ragazzi di Pioli guarderanno tutti dall’alto verso il basso. In un calcio fatto di milioni a palate con squadre indebitate fino al collo è bello vedere in testa una banda composta quasi esclusivamente da italiani e che per bomber ha un ragazzo che segna con grande continuità e non ha la fama che merita: Sergio Pellissier.

Passano gli anni, ma il Chievo resta. Un anno sventurato lo condanna alla B….tornano di immediato. “Quando l’asino volerà, il Chievo in Serie A” dicevano i tifosi del Verona: beh, direi che quell’asino oramai è già in orbita e viaggia verso Marte. Bilancio sano, mai uno scandalo, un presidente serio e mai sopra le righe. Non vuol dire che resterà in testa, magari a breve ripiomberà a lottare per la permanenza in serie A, cosa che poi tutto sommato riescono a fare con sorprendente noncuranza. Neanche vuol dire che nel calcio spendere non serve e che chiunque può vincere: non è vero, sono che sono una rarità come le mosche bianche.

Ma se per una sera in un bar di Verona quindici amici bevono e cantano “Salutate la capolista”…io bevo con loro e la saluto molto volentieri.

Di seguito tutti i gol della serie A e del posticipo:

Una nuova stagione. La serie A riparte.

Comincia la serie A. Finalmente dopo le vacanze ed il calcio estivo fatto di amichevoli contro rappresentative montane e trofei pseudo-importanti si torna al football che conta. Qualcuno peró sembra non essersene ricordato.

Roma e Juventus steccano la prima: i giallorossi impattano zero a zero col neo-promosso Cesena accompagnato da mille romagnoli e festante alla fine, mentre la “Vecchia Signora” finisce ko a Bari, come giá era accaduto nella scorsa stagione. Se i giallorossi peró devono prendersela con la mira imprecisa degli attaccanti e con l’ex dal dente avvelenato Francesco Antonioli, i biaconeri possono prendersela solo con loro stessi. Con un Quagliarella in piú (a Napoli oramai considerato un traditore) ed un Diego ed un Trezeguet in meno la Juve non brilla di certo, anzi, fa fatica e viene punita da un gran gol di Donati. Rispuntano giá i vecchi fantasmi dello scorso anno e c’é giá chi se la prende con Gigi Del Neri. A torto o a ragione?

Beh per il momento sembra un po’ presto per esprimere giudizi, ma una cosa é sicura: vedere il Milan che rifila una splendida quaterna al Lecce con Pato e Ronaldinho ad incantare la platea (e con un Ibrahimovic in piú, mica male) e sapendo che l’Inter nonostante il ko in Supercoppa continua ad essere la favorita numero uno i sogni scudetto…rischiano di rimanere tali. Ad ogni modo ora c’é una bella e graditissima sosta (indovinate voi se é ironico o meno) quindi per chi non ha cominciato al meglio c’é la possibilitá di migliorare e riprendersi quando si scenderá in campo per la seconda giornata.

Del resto…c’é sempre una prossima partita.

Ed ecco tutti i gol della prima giornata di Serie A, direttamente da calcioblog.it

C'era una volta l'ammazza-campionato

Quante volte sarà successo che il campionato è già deciso a marzo per non dire a febbraio? Tante.

Così come in ttto il mondo ci sono stati tornei praticamente dominati da una squadra che a diverse giornate dalla fine ha già un distacco incolmabile e festeggia quando ancora non è tornata l’ora legale, giocando in pratica senza rivali. Beh quest’anno si va controcorrente. Se si guardano infatti i maggiori campionati europei…non c’è nessuna squadra già certa del titolo, anzi. In Italia dopo il grande successo nel derby laRoma torna in vetta con un punto di vantaggio sull’inter che batte la Juventus grazie ad una prodezza di Maicon…ed il campionato rimane apertissimo!! A quattro dal termine può davvero succedere di tutto, considerando che entrambe hanno calendari all’apparenza non impossibili ma che possono nascondere mille insidie. Questo equilibrio però come abbiamo già detto non regna solo nel nostro paese. In Inghilterra ad esempio un’altro derby scintillante, quello di Manchester, rimette in corsa lo United che batte nel recupero il City ed approfitta della sconfitta del Chelsea contro il Tottenham (cavolo…ancora un derby!!!). I Reds adesso sono ad un solo punto dai Blues, e per Carletto Ancelotti conquistare il suo primo trofeo all’estero diventa molto più complicato, con Sir Alex Ferguson che proverà a fargli l0 sgambetto. In Germania mancano tre partite…titolo assegnato? Neanche per sogno. Il Bayern Monaco ne rifila sette (!!) all’Hannover ma lo Schalke è sempre là, a soli due punti, pronto ad approfittare del minimo passo falso di Robben e compagni, che tra l’altro hanno il non certo secondario impegno della semifinale di Champions League contro il Lione. Proprio il Lione è fuori dai giochi in Francia, dove in testa c’è l’Olimpique Marsiglia, avanti di cinque lunghezze sull’Auxerre, ma i marsigliesi non sono nuovi ad incredibili scivoloni ad un passo dal successo quindi anche nel torneo transalpino non c’è ancora nulla di scritto. In Spagna…eh neanche a parlarne. Il Barcellona va a vincere due a zero a Madrid grazie a Messi e Pedro…ma poi si fa bloccare sullo zero a zero dall’Espanyol nel derby (abbiamo già sottolineato che in questa giornata sono stati decisivi? eheh) con tanto di sciarpa dell’Inter nella curva biancoblu, mentre il Real batte due a zero il Valencia e torna prepotentemente in corsa ad una sola lunghezza di ritardo dai blaugrana! Che finale emozionante aspetta gli spagnoli, col team di Guardiola che tra l’altro deve pensare anche a quello di Mourinho, viaggiando in pullman fino a Milano a causa dei voli sospesi in tutta Europa per colpa del vulcano…vabbè…quello là, quello in Islanda. Perfino in Portogallo finisce il dominio del Porto…ma a beneficio di chi? Benfica o Sporting Braga? Eh anche qui il titolo si giocherà sul filo di lana. L’Europa resta col fiato sospeso!!

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La rivalità dell'ultimo lustro

All’Olimpico la Roma supera meritatamente due a uno l’Inter e si porta a -1, distanziando anche il Milan che compie l’ennesimo passo falso facendosi bloccare in casa dalla Lazio di Edy Reja. Giallorossi e nerazzurri in lotta per lo scudetto dunque? Potrebbe essere benissimo. Del resto è una rivalità nata negli ultimi anni ma che ha sicuramente caratterizzato gli ultimi campionati. L’anno scorso la Roma di Spalletti non ha avuto certo un’annata esaltante ma nei campionati immediatamente precedenti si nota subito che la sfida è stata a due: proprio fra l’Inter ed i capitolini. Nel 2008 la Roma compie una grande rimonta, arrivando addirittura ad essere Campione d’Italia virtuale nell’ultima giornata sul terreno del Catania (dopo aver perso punti incredibili, come col Livorno in casa il 20 aprile, 1-1) mentre l’Inter pareggia a Parma, prima che Ibra sistemi le cose con una rete da cineteca. La Coppa Italia invece vede la rivincita romanista, con vittoria per due a uno nella finale unica dell’Olimpico grazie alle reti di Mexes e Perrotta (Pelè per l’Inter…proprio lui…il portoghese). L’annata precedente vede sempre la Roma arrivare seconda in campionato, ma stavolta il distacco dall’Inter è abissale. La squadra di Mancini domina letteralmente il campionato incamerando la maestosa quantità di novantasette punti. Sempre nella Coppa però c’è la vendetta della Roma, che all’andata stravince sei a due cedendo poi due a uno al “Giuseppe Meazza” (l’ultimo anno in cui si giocava ancora con la formula di andata e ritorno). Tornando ancora indietro si arriva al famoso “scudetto di cartone“, quello di calciopoli tanto per intenderci. Inter e Roma che erano terza e quarta diventano ancora prima e seconda (e sicuramente nessuno si aspettava che poi lo sarebbero state anche nei successivi tornei). Scudetto per l’Inter dopo oltre vent’anni, Roma in Champions League….e Coppa Italia stavolta appannaggio del Mancini-team con pareggio all’Olimpico e tre a uno casalingo con gol di Cambiasso, Cruz ed Oba Oba Martins. Nel frattempo però come avrete potuto intuire ci sono state anche delle Supercoppe Italiane…diamoci uno sguardo in chiusura. Si gioca sempre al “Giuseppe Meazza” ovviamente (visto che la ospita la squadra che vince lo scudetto, a meno che per far soldi non la giochino negli Usa, in Giappone o in Uganda) ed il bilancio premia Moratti. Nel 2006 c’è la mitica rimonta, da tre a zero per la Roma si arriva al quattro a tre per l’Inter. Mancini e due volte Aquilani bussano, ma rispondono due volte Vieira, Crespo e soprattutto Figo. Nel 2007 ci pensa De Rossi a regalare la seconda Supercoppa alla Roma con un gran gol. L’anno dopo si arriva ai rigori dopo un match emozionantissimo finito due a due: Totti sbaglia il rigore della possibile vittoria e capitan Zanetti regala il trofeo ai suoi.

Quindi in conclusione…sarà una rivalità storica come Milan-Juve negli anni settanta? Napoli-Juve o Napoli-Milan negli ottanta? Chissà…al momento è senza dubbio la sfida più accesa del nostro calcio.

Attendo i vostri pareri nei commenti!

Un milione di fantasmi.

Si sta tenendo oggi a Roma la manifestazione organizzata dal Popolo delle Libertà per la “difesa della democrazia e della libertà”. Gli organizzatori hanno cominciato il solito balletto delle cifre, e il coordinatore del Pdl Denis Verdini annuncia in pompa magna che hanno superato il milione di manifestanti.

La foto ovviamente parla chiaro, fatevi un po’ i vostri calcoli. Sono proprio curioso di vedere cosa dichiarerà la questura questa volta. Qualche mese fa, al No B-Day del Popolo Viola, si era parlato di 90.000 persone in piazza, ed ecco una famosa foto che fece il giro di Internet ai tempi.

Confrontate questo fantastico calcolo fatto dai grandi geni della matematica e della geometria ai tempi con le cifre dichiarate oggi. Ecco un’immagine della piazza alle 17.00 circa:

Questo per anticipare un po’ di polemiche che sicuramente seguiranno questa manifestazione dell’amore, dove sono stati intonati cori contro Santoro, ci sono stati saluti romani, e a chi manifestava esponendo lenzuola e cuscini rossi veniva urlato “buttati di sotto”. Senza contare che la banda musicale ha suonato “Faccetta Nera“. Direi che è l’inno perfetto per una manifestazione che vuole difendere la libertà e la democrazia.

Mi auguro che tutto questo possa essere valutato nella giusta maniera dall’elettorato italiano, voglio avere un minimo di speranza, vorrei che la gente si accorgesse di cosa si sta cercando di far passare, di come giochino con le parole, di come riescano a rigirare sempre e comunque la frittata.

Si è parlato negli scorsi giorni di SMS inviati senza il consenso, di mail, della lettera ai terremotati dell’Abbruzzo che sarebbero dovuti andare alla manifestazione “per ringraziare il governo”… cosa altro deve accadere perché la gente si svegli una volta per tutte?

Io vi lascio con un immagine tratta da Repubblica.it che mi ha colpito molto, domani torneremo sull’argomento manifestazione più approfonditamente analizzando le conseguenze di questa giornata romana.

Aggiornamento: aggiungo questa foto trovata su Facebook, con il confronto tra le piazze, decisamente esplicativa.

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Edward Hopper in mostra a Roma: l’enigma del quotidiano

Lo ammetto: Edward Hopper non era tra i pittori che conoscevo di più. Ma la mostra che da poco si è aperta a Roma su questo artista americano, mi ha dato l’occasione di rimediare alla mia mancanza, e di fare la conoscenza di uno stile pittorico davvero unico.

Autoritratto

La mostra è stata organizzata in sette sezioni, disposte secondo un ordine cronologico e tematico. Nella prima sala è possibile visitare il primo spazio interattivo della mostra: immersa una luce notturna, vi è la riproduzione scenografica di un quadro di Hopper, “Nighthawks del 1942. Lo spettatore può entrare nel bar raffigurato nel dipinto, e “camminare” quindi in un quadro dell’artista. (Davvero un peccato, però, che l’opera originale non sia esposta!)
Mentre in Europa ancora erano fresche le pennellate dell’impressionismo, e la rivoluzione di Picasso sconvolgeva il mondo dell’arte, Hopper rimane fermo nella sua poetica verista, alla quale resterà fedele per tutto l’arco della sua produzione, tanto da essere considerato il “padre del realismo americano”.
Nella prima sala sono esposti gli autoritratti, che ricoprono l’arco di almeno vent’anni. I primi quadri giocano sulle ombre, sui toni scuri, sull’ocra e sul bruno, accesi qua e là da punti di luce. Solo in un autoritratto più tardo, ritroviamo quei colori vibranti e freschi che caratterizzeranno la sua produzione più matura.
Hopper raggiunse il successo solo a quarant’anni. Fino a quel momento si guadagnò da vivere lavorando come illustratore. Pur non amando tale professione, l’influsso delle tecniche dell’illustrazione si evidenzieranno nelle sue opere pittoriche, dando ai suoi lavori quella pulizia, quella precisione e quella brillantezza che caratterizza lo stile di questo artista.
Dopo una breve occhiata al Hopper incisore, si passa a Parigi, dove il pittore ebbe occasione di soggiornare. Qui cominciamo a riconoscere la poetica propria di Hopper: palazzi, ponti e vedute, il tutto intagliato nel gioco luce-ombra, diventano il suoi soggetti prinicpali, tanto da fargli affermare: “Tutto ciò che ho sempre voluto è dipingere il sole sulla parete di una casa”.
Bella l’idea di far creare ai visitatori il “proprio bozzetto hopperiano”. Tre disegni di Hopper vengono proiettati su fogli di carta asportabili, e ciascuno può ricalcarli a matita, per sperimentare in prima persona il tratto grafico dell’artista. Altra idea, il taccuino “interattivo”: L’artist’s Ledger Book può essere sfogliato grazie a un touch-screen, così da poter curiosare fra gli appunti, gli schizzi, e le riflessioni dell’artista americano.

Morning sun

Con l’opera Stairway facciamo la conoscenza degli interni di Hopper, pittore del silenzio e dello straordinario che si cela nelle scene di vita comuni. Ciò è ancora più evidente in una delle sue opere più famose: Morning Sun, dove una donna, seduta su un letto, ha lo sguardo perduto verso la finestra, dalla quale entra una luce che inonda la parete. Accanto all’opera vengono esibiti i bozzetti preparatori, a mostrare la precisione quasi maniacale con la quale Hopper preparava ogni suo quadro. Nulla è lasciato al caso, ciascun colore è scelto accuratamente prima ancora che il pennello tocchi la tela. Questo, a mio parere, è ciò che rende i quadri di Hopper così puliti, ma anche, forse, così freddi e distaccati. Allo stesso tempo, però, da questa freddezza emerge una sensazione malinconica, che parla di solitudine e silenzio. Le immagini sono precise e realistiche, ma proprio per questo sfiorano il limite di una pittura dalla vaga atmosfera metafisica.
Altro soggetto amato dall’artista: la campagna americana, delineata ancora con grandi e sicure distese di colore, ma stavolta leggermente più sfuggente, come se l’immagine fosse stata vista da un treno in corsa.
Nella sala denominata “l’erotismo di Hopper” ritroviamo figure di donne in pose abbandonate, sdraiate su divani o su cuscini, oppure sedute ai piedi del letto. Ciò che affiora da queste opere è di nuovo il quotidiano. Queste donne non sono né muse né dee, alcune di loro, ritratte in un momento di riposo, paiono persino sciatte, quasi come se il pittore le avesse colte di sorpresa. Nessun lirismo, ma, di nuovo, l’immagine precisa ed essenziale trasforma il quotidiano in un attimo nel tempo pieno di mistero.

Second story sunlight

Tutto questo si può ritrovare nell’opera Second Story Sunlight, dove, di nuovo, un Hopper ormai anziano ci offre la visione di una casa su cui la zona fra luce e ombra è creata grazie ad un taglio netto, affilato come un coltello. Al balcone, una giovane donna ed un’anziana prendono il sole. Il piano è cinematografico (come in molti quadri di Hopper), e non è un caso che Hitchcock si sia ispirato a quest’opera per la casa di Psycho. Mi chiedo se persino Kubrick non si sia ispirato agli interni e alle geometrie di Hopper per alcune inquadrature di Shining!
A woman in the sun è l’ultima opera esposta. Di nuovo, il soggetto è una donna sola, un po’ sfatta, con una sigaretta in mano, inondata da un taglio di luce che delinea una macchia geometrica sul pavimento. Questa è l’ultima l’impronta malinconica eppure piena di luce e bellezza che la mostra lascia di sé. Una volta abbandonata, non si può non notare con più attenzione come la luce e l’ombra giochino sulla superficie delle cose attorno a noi, rendendo ogni angolo degno di essere dipinto.

Pennsylvania

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