Meridiano Zero – Tutti contro uno, uno contro tutti

Evidentemente, tra legittimo impedimento e Lodo Alfano ha fatto confusione. Qualche cattivo consigliere gli avrà suggerito che può dire quello che gli pare, tanto già fa, come gli pare; quindi, con la solita violenza che accompagna i suoi discorsi e con la meticolosità di un chirurgo, ha sferrato i suoi incoerenti attacchi contro scuola, magistratura, sinistra (spargiamolo un po’ di sale sulla terra deserta, tante volte dovesse nascere qualcosa). Tutti contro Silvio, la magistratura eversiva (addirittura a Milano spuntano manifesti che paragonano PM e BR) la scuola che inculca valori di sinistra (!) grazie all’opera di professori di sinistra (!!); e ce li vedo, questi manifesti di propaganda comunista appesi nelle aule dei licei, falci e martelli ovunque, “bandiera rossa” cantata durante l’intervallo e se qualcuno fiata, nel gulag. Molto meglio le scuole private, nelle quali studiano i figli di mezza Camera e Senato; grazie al buono scuola, infatti, nella Lombardia del fido Formigoni, sono stati distribuiti a caso 400 milioni di euro in 8 anni senza ottenere, tra l’altro, risultati in termini di efficacia formativa (http://www.leragioni.it/2009/11/30/lombardia-fallimento-del-buono-scuola-di-formigoni/). E così si è ritrovato sul podio della convention indetta dalla Brambilla a Roma, osannato dai fedelissimi sostenitori, ciechi come topolini di fronte al loro Leader (dalla folla urlano “sei pure bello!”), urlanti di fronte allo sproloquio del presidente. Ci è andato giù duro Berlusconi, come se si fosse dimenticato che non era nel bagno di casa sua, dove può dire quello che gli pare. Accecato da cotanta piaggeria, si butta sui magistrati con ferocia, che “Hanno fatto fuori Craxi e la prima Repubblica, ora vogliono fare fuori me, ma io resisterò”. Evidentemente il presidente si è dimenticato la storia, ma nella storia che conosco io, quella che mi hanno insegnato professori di sinistra nelle scuole di sinistra, Craxi e la prima Repubblica non sono stati fatti fuori, ma il primo è scappato al sicuro a Tunisi e la seconda si è sgretolata sotto al peso delle tangenti che volavano da una parte all’altra del Parlamento. Si è pure dimenticato del suo, di passato, affermando “l’opportunità di una commissione di inchiesta che accerti se esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi nella magistratura”; l’associazione a delinquere a fini eversivi, Presidente, c’era, si chiamava P2 e non era solo nella magistratura, lei lo dovrebbe sapere visto che ne faceva parte. Difende la legge sul processo breve, buttando là ogni tanto un “ridicolo!”, o “illazioni!” a cui rispondono minuti di applausi. Troppo facile così, signor Presidente; su quel podio potrebbe dire davvero quel che le pare che scroscerebbero applausi.

Da domani, il lunedì, il giorno più brutto della settimana, si chiamerà Bersanedì, mentre il venerdì che è quello più bello lo chiameremo Silviedì. O Berlusconedì, devo decidere.

Siiii! Bravo! Bono!

Troppo facile così. Ci vorrebbe un Travaglio lì davanti, o uno Stella qualsiasi, giusto per correggerle il tiro quando la dice un po’ troppo grossa. Come quando stempera l’atmosfera con una battuta puramente omofoba delle sue, “ognuno è per il 25% gay, ma il mio 25% è lesbico”. Signor Presidente, tenga a freno la sua libido, che poi si ritrova a spergiurare sui suoi nipoti che quelle cene erano cene elegantissime tra un vecchio di settantanni e delle diciottenni, mentre le varie brasiliane e neolaureate giurano che le cene elegantissime c’erano, ma poi era tutto un fottifotti che neanche nei peggio porno (http://www.repubblica.it/politica/2011/04/15/news/ragazze_smentiscono-14954485/). Diciottenni signor Presidente, anche se immagino già il sorriso beffardo con cui potrebbe suggerire “beh, ma mi consenta, bisogna essere orgogliosi di un presidente che soddisfa una diciottenne. Lo sa che il 25% di quella diciottenne anche se è lesbico si è innamorato di me?”.

 

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Scuola Pubblica: come distruggerla.

Il nuovo anno scolastico è alle porte: per qualcuno è già cominciato, per qualcun altro sta per cominciare. La riforma delle “riduzioni” istituita dal ministro Gelmini ha fatto morti e feriti, devastando il settore dell’educazione in Italia.

La prima considerazione da fare riguarda l’educazione scolastica e l’importanza che questa ha in una società moderna. L’Italia è un paese che destina soltanto il 9% della spesa pubblica alla scuola, siamo ultimi in Europa. E penultimi per quanto riguarda l’investimento scolastico del Pil (4,5%). Peggio di noi soltanto la Slovacchia (fonte | Repubblica.it).

Stiamo parlando di 10.000 (diecimila) insegnanti di ruolo in esubero che hanno perso la titolarità del posto e 600.000 (seicentomila) gli studenti che al primo anno avranno meno ore di lezione a causa di ciò. Ci sono presidi costretti a gestire due o tre scuole contemporaneamente, con gli ovvi disagi a livello organizzativo che questo comporta. Le classi sono spesso in sovrannumero, fino a 34 alunni (contro ogni norma di sicurezza). Anche per i portatori di handicap ci sono problemi, in quanto l’insegnante di sostegno non è spesso presente per le ore necessarie che queste problematiche richiedono.

Insomma, la scuola è un vuoto a perdere per il nostro governo. Le proteste si susseguono in tutta Italia, in molti istituti si è cominciato l’anno con delle manifestazioni, alunni e insegnanti che fanno fronte comune per difendere quello che dovrebbe essere un diritto sacrosanto e assolutamente fondamentale in un paese democratico e civile: l’istruzione e l’educazione delle nuove generazioni. In tutte le maggiori città d’Italia c’è stata mobilitazione, soprattutto dei precari (che mai come oggi sono identificati da questa terribile etichetta): Roma (con un sit-in e una manifestazione davanti al ministero), Terni (con i precari incatenati intorno alla fontana di piazza Tacito), Torino (con un presidio sotto gli uffici della regione), la manifestazione di due giorni fa a Messina (con i precari sulle due sponde dello Stretto), e la critica situazione de L’Aquila, che dopo il sisma è stata forse la più colpita in negativo dai tagli della Gelmini (1.033 iscrizioni in meno, 355 insegnanti in esubero nella provincia). Un panorama sconfortante.

Eppure si prosegue per questa strada di devastazione della nostra Scuola Pubblica, senza che nessuno muova effettivamente un dito in tale direzione. Questi tagli (si parla di 8 miliardi di euro da smaltire in tre anni… Quindi, ahinoi, non è finita qua) stanno dilaniando il comparto della cultura in Italia, ma in piccolo stanno rovinando la vita a tantissime persone, in cerca di quel dannato posto fisso per arrivare a fine mese. Senza parlare dei disagi che proveranno gli alunni di tutte le età, ritrovandosi con meno ore a disposizione (le cattedre non assegnate), meno spazio a disposizione (il sovraffolamento si traduce in un più difficile apprendimento), ma soprattutto meno investimenti per il futuro. E un Paese che non si cura del proprio futuro è un Paese destinato a cadere sempre più in basso, sfiancato, senza cultura.

Ma è davvero questo il nostro futuro? Affossare la Scuola Pubblica, forse a favore di quelle private? Un tempo, il nostro Ministero si chiamava “della Pubblica Istruzione”. Oggi quel “Pubblica” non c’è più, e la più grossa paura è che vada sparendo, oltre che dal titolo, anche dal concreto della vita reale.

E nel frattempo, ad Adro, una scuola viene completamente dipinta di verde con i simboli della Padania stampati qua e là. Inammissibile direte voi. La politica sulla Scuola. La politica nella Scuola.

Inammissibile. Ma non in Italia.

Scuola, i soliti problemi.

Come sempre in questo periodo, riparte l’anno scolastico, e si torna a parlare dei soliti problemi della scuola pubblica: troppi docenti precari, tagli ai fondi, numero degli alunni per classe, ragazzi con handicap vari senza insegnanti, etc, etc. Problemi endemici mai risolti dai vari governi che si sono susseguiti nel tempo. Ormai da anni si assiste a manifestazioni di protesta da parte di docenti e alunni che, tuttavia, non portano a nessun risultato concreto. Anche in quest’inizio di anno scolastico sono in atto proteste e manifestazioni organizzate dai sindacati. I tagli del ministro Gelmini sono oggetto di varie contestazioni, ma non sono le uniche cose nel mirino di chi protesta. Il numero massimo dei componenti una classe, ad esempio, dovrebbe essere di 25 persone, cioè l’insegnante più 24 studenti, ma alcuni ragazzi intervistati al telegiornale hanno parlato di trenta o più alunni. Il numero degli insegnanti precari, secondo alcune stime effettuate da istituti di ricerca competenti, sarebbe addirittura di 12.000 unità e, nei giorni scorsi, si sono registrate iniziative di protesta molto forti da parte di alcuni precari, come lo sciopero della fame. Alcuni di loro sono stati costretti a ricorrere alle cure del pronto soccorso.

Per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno, il numero di studenti portatori di handicap è molto più alto in rapporto al loro numero complessivo (dovrebbe essere un insegnante di sostegno ogni due portatori di handicap), ragion per cui nascono inevitabilmente dei problemi legati al controllo e alla gestione di questi ragazzi, senza considerare che a volte molti insegnanti non hanno la competenza per occuparsi di ragazzi con determinate problematiche.

Tutto ciò quando sta per iniziare un nuovo anno scolastico che, secondo il ministro Gelmini, dovrebbe rappresentare un taglio netto con il passato, anche se, per la verità, i problemi sono sempre gli stessi… E a farne le spese, oltre agli insegnanti sempre più precari, sono i giovani che rischiano di uscire dalla scuola senza una giusta preparazione e con sempre meno certezze per il futuro.

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Che cos'è la Scuola?

Gentili lettori, intanto volevo ringraziare la redazione di questa blogzine che, offrendomi la possibilità di dar voce al problema “scuola”, mi permette di aprire uno spiraglio sulla cappa di disinformazione che la opprime; ringrazio chiunque avrà la bontà di soffermarsi a leggere i miei brevi spaccati di vita, interviste, denunce, le quali, benché spesso autobiografiche, vi riguardano molto più di quanto crediate.

Già guardando le categorie di questa blogzine, trovo difficile trovare un collocazione per l’argomento Scuola. Ma che cos’è la Scuola?

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La scuola è scienza, società, cultura, attualità; ma è anche un problema generale. Quello su cui vorrei soffermarmi oggi è che la scuola sta diventando sempre più spettacolo!

Uno spettacolo particolare che ha due tipi di spettatori: il pubblico di nicchia -amante dei palcoscenici- e quello di massa.

In quello d’elite gli attori siamo noi, i precari della scuola, che dai nostri “palcoscenici improvvisati” (tetti, provveditorati, strade, piazze) raccontiamo ogni giorno la realtà della scuola.

Parliamo della scuola vera, quella che noi conosciamo, perché la facciamo e la viviamo; quella che anche voi conoscete, perché frequentata dai vostri figli, o da voi stessi fino a qualche anno fa.

Questa è una scuola fatiscente, senza carta igienica e saponi, in cui ci sono poche risorse e, tra queste, gli insegnanti e la loro voglia di fare.

E’ una scuola che necessita di essere cambiata, ma non mutilata o stravolta. Una scuola in cui l’insegnante lavora di mattina e spesso anche di pomeriggio (per riunioni e progetti), e quasi sempre a casa, per preparare le lezioni e correggere i compiti. Ben diverso da come raccontano: mezza giornata e nove mesi l’anno. In verità sono dieci di lavoro effettivo, uno di ferie e, a differenza di moltissimi lavori soprattutto statali, c’è riconosciuta una mensilità in meno! L’insegnante è un impiegato di quarto livello (già da qualche anno, infatti, il titiolo d’accesso minimo per accedere ai concorsi è la Laurea), pagato come un usciere e considerato da molti genitori come un servo o un baby sitter.

Dall’altra parte c’è la scuola raccontata, quella televenduta, in super promozione: quella in cui non investi una lira, tagli i soldi, tagli il personale, tagli ore e ottieni quel prodotto in offerta speciale (L’Italia è al penultimo posto dopo Grecia e Portogallo per quota di Pil destinata alla scuola). Quella che io definisco fiction o “sola“.

E’ una scuola nella quale l’unico problema esistente sembrano essere gli insegnanti: fannulloni, fancazzisti, ignoranti, all’occorrenza pornostar, o aguzzini che tagliano lingue e orecchie, “comunisti” sessantottini, figli dei fiori, assenteisti, sindacalizzati, bugiardi, allarmisti, politicizzati, ipermobili, e chi più ne ha più ne metta. A sentir parlare loro, tolti gli insegnanti la scuola diventa perfetta. Perfetta lo sarebbe davvero, se il loro obiettivo fosse quello di lasciare quattro pastori per allevare i ragazzi come capre. Certo, perché questo sembrerebbe il piano del nostro governo: creare generazioni di capre, con il minor numero possibile di gente pensante, di gente colta, di gente critica.

Quando sento parlare, ad esempio, della suggestione del ritorno al passato, evocata dalla maestra unica in classi di quaranta alunni, da classi senza extracomunitari e con un numero ridotto di insegnanti di sostegno, mi si materializza un’immagine: un grande imbuto, o meglio un setaccio. Mi viene in mente la canzone “Uno su mille ce la fa”. Mi viene in mente la scuola selettiva raccontata da Don Milani, nel suo celebre libro “Lettera ad una professoressa”.

Molti si chiederanno “che c’è di male, anche io ho avuto un’insegnante e sono cresciuto benissimo”. Ma cosa si intende per “benissimo”, che ti hanno incollato quattro nozioni, che però ricordi ancora? O sarà forse più importante avere gli strumenti per adattarti ai velocissimi cambiamenti culturali che la società ci propone? O ancora, per “benissimo” si intende che saresti capace di dire a memoria gli affluenti di destra e di sinistra del Po? Ma non sarebbe forse più utile avere gli strumenti per farti un’idea critica di fatti e persone riuscendo a mettere a frutto le tue potenzialità?

Se la Scuola di quarant’anni fa avesse funzionato così bene come descrivono, la generazione passata sarebbe una generazione di gente colta, una generazione che non demanda ad un “messia politico” la gestione del nostro paese.

Una generazione che non vede nella televisione un “oracolo”.

Per carità, è una generazione alla quale va tutto il mio rispetto, è la generazione protagonista del boom economico, della restaurazione del dopoguerra, che con duro lavoro ci ha consegnato una bell’Italia, oggi ridotta all’ombra di quello che i nostri genitori hanno faticosamente costruito.

Ma se i nostri genitori sono stati artefici e motori di un cambiamento, di una società diversa, è credibile pensare che basti rimettere le lancette indietro per operare un nuovo sviluppo?

Maria Montessori

La scuola deve partire dalla società attuale, dai ragazzi che abbiamo oggi, dalle conoscenze che abbiamo adesso, e dal modello di scuola e didattica costruito faticosamente dalla Montessori, da Bruner, Dewey, fino a Pontecorvo, Visalberghi, Cannevaro.

Chi sono costoro?

Sono studiosi dell’educazione, sono pedagogisti, gente che costruito con anni di studi ed esperimenti un modello pedagogico credibile, che reggesse con le sue criticità, sicuramente migliorabile, ma comunque a misura di questa società complessa. Magari sembrerà strano pensare a degli “studiosi” di scuola.

Sembra che tutti abbiano l’autorità per parlare di scuola, tutti ne sanno, tutti ne capiscono, tutti scrivono libri senza preoccuparsi di entrarci mai, e a tutti si da ascolto.

A tutti tranne a chi la scuola l’ha studiata partendo dai ragazzi, entrando nelle scuole, elaborando teorie che ancora si studiano nelle Università e con le quali gli insegnanti sono formati; non basate su numeri e dati riportati  sui “libri bianchi” o interpretazioni libere e a volte faziose delle indagini  OCSE.

Sì, perché questo governo ha riciclato un vecchio modello di scuola, senza cambiare la formazione, senza uno straccio di supporto teorico credibile che non fosse la nostalgia e il luogo comune. E’ strano, infatti, formare gli insegnanti alla “pluralità docente” per fare i maestri unici: è un modello obsoleto ed inadeguato.

Faccio l’esempio di chi, diplomato cinquant’anni fa, magari con un corso di 150 ore, deve insegnare inglese ai nostri bimbi, che grazie a tv e videogiochi lo masticano meglio di loro.

Per non parlare dell’Informatica, quando spesso quegli stessi insegnanti hanno difficoltà ad accendere un pc. A questo servivano tre insegnanti, a specializzarsi, a dare insegnamenti efficaci e non superficiali.

All’Università ci parlano di integrazione e multiculturalità, quando nei fatti si taglia sul sostegno o si parla classi speciali o tetto massimo per gli extracomunitari. Insomma, c’è un gap enorme tra quello che ti insegnano e come nella pratica puoi farlo. E non credete per favore alle barzellette dell’Ocse e dell’Europa, è il gioco delle tre carte, questo vince e questo perde, una mistificazione, in cui viene fatta un’insalata mista tra scuola pubblica e privata, personale scolastico e personale sanitario, e soprattutto diversi gradi di scuola.

Un altro elemento della fiction, e dello spot: per chi ama avere un’idea preconfezionata e non tenta di sforzarsi di voler vedere una scuola che sia veramente riformata e non sfregiata. “Ma i soldi non ci sono? Sarebbe uno spreco!” Il futuro non è uno spreco, è un investimento! Gli sprechi, per me, sono quelli in cui si potrebbe spendere 1 ed in realtà si spende 1200! O, ancora, quando un servizio ha un costo di 1000 e qualcuno non lo paga proprio, gravando sullo Stato!

Tutti questi -e molti altri-sono abusi e sprechi, ad esempio gli inutili privilegi, le attribuzioni senza concorsi e senza meriti dimostrati di cariche pubbliche.

asinoPer intenderci “Il bue che dice all’asino cornuto!”. E’ divertente sentire parlare Brunetta di “consulenze milionarie”, quando lui per primo ne ha beneficiato a piene mani. O quando parla di “lotta ai condoni, nella pubblica amministrazione, da oggi si entra per concorso e merito”, quando lui per primo all’università ha lavorato senza essere vincitore di concorso, e dunque “condonato”.

In contemporanea vogliono mandare a casa insegnanti abilitati e reclutati con concorsi, per far posto alla “chiamata diretta”. Per non parlare poi di assenteismo e fannulloni, raccontati da chi ha un brutto primato di assenze nel parlamento europeo. Potrei infierire con i privilegi per gli acquisti immobiliari, o l’uso del sito del ministero per fatti privati, ma preferisco passare alla “paladina del merito”!

Mariastella Gelmini, dalla carriera scolastica non brillante, che ha sostenuto a Reggio Calabria gli esami di abilitazione “perché più facili e doveva lavorare” (poverina), sfiduciata per inoperosità dal consiglio comunale di Desenzano, di cui faceva parte, grazie a questo curricolone, a 35 anni è Ministro dell’istruzione, così come furono Tullio de Mauro,  Giovanni Gentile e Benedetto Croce.

Ricordo a tutti che, per avere questi signori al governo (sorvolo sul Ministro Carfagna o sul figlio tre volte bocciato alla maturità di Bossi, portaborse a 12000 euro al mese), paghiamo tra i più alti stipendi d’Europa e per un numero di politici quanto quelli utilizzati per governare tutta l’America!

Diventa lecito chiedersi: ma non c’era di meglio?

Sono davvero gli insegnanti comunque abilitati e dunque vincitori di concorso, laureati, con anni di servizio, in continuo aggiornamento, spesso con  master, e lo stipendio netto di 1200 euro lo spreco d’Italia?

A voi le conclusioni..

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Precaria della scuola, precaria della vita.

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Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Continua la nostra inchiesta sul mondo del lavoro: oggi abbiamo il piacere di presentarvi Rosalinda Gianguzzi che, con la sua esperienza da precaria dell’insegnamento scolastico, ci racconta il suo vissuto e ci fa capire cosa significa insegnare da “precari” in Italia. Un fenomeno quanto mai di attualità, visto dagli occhi di chi è dentro quel mondo ingarbugliato che è l’Istruzione italiana. Buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Ciao,

sono Rosalinda Gianguzzi, precaria della scuola e, come spesso accade, un po’ precaria della vita.

MaestraOggi, per noi precari, sentir parlare di “elogio al posto fisso” sembra quasi una beffa, soprattutto considerando che, contemporaneamente alle interviste raccatta-consensi, bagarre, scorrettezze procedurali e continui richiami a mostrare maggiore interesse alle discussioni in aula, il parlamento nei fatti sancisce il precariato a vita per i pochi superstiti dai tagli.

Ho deciso proprio per questo di lasciarvi memoria, in stile “romanzo storico” (la storia cioè raccontata dai suoi protagonisti anche più semplici), di cosa sia questa specie in estinzione dei precari della scuola.

La parola precariato è spesso associata ad un’immagine preconcetta che rappresenta giovani “Peter pan”, bamboccioni che guadagnano quattro lire -forse con un certo compiacimento- perché questo dà loro la possibilità di poter spendere quello che guadagnano e continuare ad essere mantenuti dalla famiglia. In parte è vero, soprattutto parlando di retribuzioni, ma la situazione differisce radicalmente quando in un calderone sono inseriti i precari di call center privati con i precari della pubblica amministrazione/precari della scuola. Il precariato della scuola è del tutto diverso da qualunque altro precariato, e lo dimostra l’età degli “aspiranti insegnanti” o “supplenti” inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Questi sono i termini che sono utilizzati per definirci, ma per la verità di “aspirante” abbiamo ben poco dato che molti di noi insegnano da decine d’anni e c’è persino chi va in pensione da precario, spesso senza “supplire” nessuno. In realtà sono su posti vacanti, posti che esistono al solo fine di risparmiare sugli scatti di anzianità degli insegnanti o, alla peggio, per poter tagliare cattedre, innalzando il numero legale di alunni per classe.  Un altro aspetto che ci permette di differirci dagli altri precari è il non essere legati a logiche clientelari, vale a dire che a Natale non abbiamo grosse ceste piene di prelibatezze da regalare per ringraziare qualcuno. Tutto quello che abbiamo e che siamo, lo abbiamo costruito negli anni attraverso lo studio permanente, i concorsi e il servizio.

In una sola parola: IL MERITO.

Allora mi si potrebbe chiedere come sono diventata precaria della scuola (io e buona parte degli altri 299999 colleghi)?

La mia avventura comincia da diciottenne appena diplomata, con la voglia di essere la nuova Maria Montessori e la presunzione che le magistrali mi avessero dato tutti gli strumenti per entrare nella testa e nel cuore di ogni alunno, per dar loro le chiavi per costruire il proprio giudizio critico e la propria coscienza intellettuale.

La mia formazione scolastica e universitaria attacca il nozionismo e, come risposta ad una società complessa e in rapida trasformazione, vuole offrire ai discenti chiavi di lettura che permettano loro di essere costruttori e attori della propria formazione. Per la verità ci sono voluti una laurea, due master e diciotto anni d’insegnamento, per capire ogni giorno che non esiste “una ricetta buona e perfetta” per ogni alunno.

Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione
Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione

Ognuno è un universo a sé, vuole essere preso con il proprio verso, con i propri tempi, con strumenti educativi differenti. La prima “palestra” sono state le scuole private, veri e propri “centri d’addestramento”, in cui la voglia di fare fa i conti con “il cliente che ha sempre ragione”. Posti in cui la libertà di insegnamento diventa libertà di fare ciò che dicono i direttori, non dare rogne con i genitori e non dispiacere troppo l’alunno. Dopo anni di mobbing, soprusi vari, contratti “aggiustati”, la mia avventura prosegue nella scuola pubblica. Tutto inizia con l’attesa del telefono che squilla: significa essere vestita e pronta per uscire la mattina alle otto, senza sapere se e dove sarai impegnata. Che felicità quando al cellulare sento la musichetta “We are the champions”, associata ai numeri delle scuole. Per non parlare di quando arrivano gli assegni, festeggiati con un “acquisto gratificante”. Nel frattempo gli anni passano, “la chiamata” diventa la regola e arriva finalmente l’incarico: da settembre a giugno o da settembre ad agosto, non sostituisco nessuno, sono in realtà la titolare di una cattedra vacante. Non importa se in un’isola, in un carcere, in un paese di montagna o nella scuola sotto casa. E’ la mia cattedra per un anno. E sono dodici punti che, come gradini, mi permettono di scalare la difficile montagna della stabilizzazione. A questo punto penso di poter affrontare persino un progetto di vita insieme all’uomo che amo e di concedermi un “matrimonio gratificante”. Il sindacalista di turno mi rassicura: “una volta preso l’incarico, sei dentro”.

Così divento precaria sostanzialmente nella sede e nel dover vivere i piccoli grandi disagi dell’“ultima arrivata”. Una precaria, infatti, è quella che deve accontentarsi quando si formula l’orario, quella a cui, in termini di rendimento, è richiesto sempre di più. Anche le mie figlie diventano “precarie”. Sono abituate ad essere lasciate alla nonna, alla zia, alla vicina o a chiunque disponibile, spesso ancora con il pigiama, avvolte in una coperta e quando capita anche febbricitanti perché “oggi non posso mancare”. La mamma non ha tempo per consolarle quando piangono per andare all’asilo, come non ha tempo per rimanere alle loro feste di Natale a scuola. Quando posso, prendo un’ora di permesso, per sorridergli o per rassicurarle quando recitano la loro poesia. Sono ormai abituate a fare i loro compitini e le loro cose da sole, magari in un banco di un’aula vuota, in silenzio, mentre la mamma compila i registri e programma insieme ai colleghi.

Ma fino a due anni fa, una certezza: punto dopo punto, anno dopo anno, avrei avuto l’agognato ruolo. Poi c’è stato l’avvicendarsi -come in una contraddanza- di vari ministri che, con le loro “novità”, ci facevano fare chi tre passi indietro, rimescolando fasce e graduatorie, chi due passi avanti, con una buona tornata d’immissioni in ruolo. Ma la mia certezza rimaneva: loro si avvicendavano, ma noi eravamo sempre lì, con la nostra borsa sempre più logora, piena di fotocopie e penne, per noi e per l’alunno distratto di fiducia.

Io non ho mai chiesto altro: una classe tutta mia, perché insegnare è tutto ciò che so e voglio fare.

Poi arriva il terremoto Berlusconi/Tremonti/Gelmini/Brunetta: raccontano che siamo fannulloni, che “pochi pagati bene” sono meglio di “molti che vivono dignitosamente”, senza dire cosa deve fare chi resta fuori da questo setaccio. Assicurano che vogliono “riformare” la scuola, modernizzarla: tagliano cattedre, chiudono scuole, tolgono insegnanti di sostegno, eliminano i tre insegnanti specialisti su due classi della scuola primaria per averne una tuttologa, eliminano le compresenze che permettono di far fare gite, eliminano informatica, eliminano il  supplire i colleghi che mancano -dato che le scuole non sempre possono pagare i supplenti- senza dividere le classi, riducono le ore di italiano alle superiori e accorpano classi e materie. E poi ancora la  coda/pettine, e gli incarichi fuori e salvaprecari (che altro non è che un escamotage per aggirare le sentenze dei tribunali, che ci danno ragione sul nostro diritto ad essere stabilizzati).

Insomma un vero tsunami per la scuola pubblica.

E cosa ne sarà dei precari? E di me?

Il desiderio è quello di contrastare in ogni modo: scioperi, manifestazioni, comizi, sit in, forum, azioni di protesta, ma soprattutto puntare su di un’informazione vera.

Il tutto finalizzato a prendere tempo e restare in gioco perché -come è successo finora- la politica cambia.

Loro sono i veri precari. Noi vogliamo solo continuare a lavorare.

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