Il passato remoto di Gobekli Tepe

Intercorre più tempo fra Gobekli Tepe e le tavolette d’argilla sumere di quanto non ve ne ne sia fra la civiltà sumera e noi”.

Gary Rollefson, archeologo.

 

Oggi voglio portarvi in un luogo sorprendente.

Il luogo si chiama Gobekli Tepe, nell’attuale Turchia, ed è situato a circa diciotto chilometri dalla città di Şanlıurfa, presso il confine con la Siria. L’aspetto è quello di una collina alta circa quindici metri, con un diametro di trecento.

Qui, nel 1963 un gruppo di ricerca archeologico notò nella zona cumuli di frammenti di selce, segno della presenza, nel passato, di un’attività umana.

123Solo trent’anni dopo, però, se ne riconobbe il potenziale: un pastore notò che dal terreno spuntavano alcune pietre di strana forma. Avvisò il responsabile del museo della città di Şanlıurfa, e di bocca in bocca la notizia arrivò all’Istituto Archeologico Germanico. Nel 1995 cominciarono gli scavi, guidati dall’archeologo Klaus Schmidt, e in seguito il tutto passò sotto la supervisione di due università tedesche.

Ciò che venne scoperto avrebbe lasciato non pochi a bocca aperta.

Vennero infatti alla luce, dopo un tempo incommensurabile, alcuni recinti circolari, delimitati da megaliti a forma di “T” di oltre quindici tonnellate ciascuno e di circa tre metri di altezza.

Risalgono al 9500 a.C.

Un’epoca in cui, fino a questo momento, gli studiosi non credevano fosse possibile per gli essere umani erigere una struttura del genere.Continua a leggere…

Osama Bin Laden: omicidio o pena di morte?

La morte del leader di Al Qaeda apre un dibattito più ampio che prescinde dall’avvenuto o presunto decesso. Si ricordi che i due governi Bush ed Obama, a fronte della tragedia dell’undici settembre, hanno manifestato entrambi l’intenzione (apparente) di catturare lo sceicco saudita: infatti dopo soli due giorni dall’attentato alle Twin towers, in una nazione in pieno shock, George Bush jr ha dichiarato “cattureremo Bin Laden” ( via | ilpiccolo). Anche Barack Obama al suo insediamento sostiene che “uccidere Osama non è necessario” (via | timesonline). Come è stato già chiaro per il premio nobel per la pace Mahatma Ghandi,  le buone intenzioni costituiscono la strada verso l’ipocrisia e il male.

 

 

Per Obama, e quindi per gli USA,  con la morte di Bin Laden giustizia è stata fatta. Quale ricordo si conserverà nella storia per un gesto simile? L’uccisione costituisce un epilogo che la storia dell’uomo potrebbe rendere amaro se il mondo si evolverà verso la convivenza civile, ammesso che ciò avvenga. Tuttavia si prospettano tempi assai lunghi per un uomo più mite: l’antica legge del taglione il cui principio è intrinseco nella pena di morte è propria dell’uomo barbaro ed è presente ancora oggi, dal regime politico autoritario fino alle democrazie occidentali, come Usa e Giappone. È altresì chiaro che l’inclinazione ad un sistema di leggi violente dipende dalla natura dell’uomo: chi idolatra l’America per il benessere e per la democrazia si dimentica, o nasconde delittuosamente,  di una società che approva l’utilizzo delle armi e della pena di morte. Chi si compiace di un delitto non può che approvarlo arretrando negli stati primordiali dell’umanità; la restituzione del danno non migliora l’uomo confinandolo in un perenne stato di non evoluzione e di cultura primordiale; come insegna la Fisica per ogni “reazione uguale e contraria” non vi è cambiamento.

 

Senza mutamenti non vi possono essere evoluzioni e ciò per gli uomini si traduce nella cessazione della speranza. Per restituire il sentimento dissolto completamente dalla tragedia delle due guerre mondiali, l’Europa ha processato i criminali nazisti in un’azione lunga e sofferta per i familiari delle vittime, gettando però una pietra miliare per la storia. Nel processo di Norimberga si è vero applicata la pena di morte per molti dei gerarchi nazisti, in particolare per i più fanatici hitleriani,  ma per alcuni di essi che hanno espresso pentimento è stata comminata una pena detentiva (fonte Wikipedia.org) . È stata quindi la rieducazione l’obiettivo del processo e  il modello positivo da trasmettere, di risposta all’efferato genocidio. Non si è cavalcata la sete di vendetta, l’onda emotiva, per un’uccisione istantanea, che appaga solo nell’immediato. Solo con un equo processo si può tracciare una speranza di vera giustizia ma soprattutto chiarire tutti gli aspetti oscuri. Chi raccoglie quest’aspirazione può solo contribuire a migliorare il mondo, chi soddisfa la sete di sangue aspira al consenso temporaneo del popolo proprio come nelle arene degli antichi romani. Pollice verso, Obama.

Un rigurgito antirazzista

È risaputo. L’ufficio postale è frequentato da tante persone, senza selezione all’ingresso, e troppo spesso capita di dover sentire parole che l’udito ci impedisce di allontanare dai nostri pensieri.

Davanti all’ingresso un’auto della Polizia e una coppia in divisa. Un uomo e una donna che chiacchierano animatamente con un terzo arrivato, nascosto dietro un enorme paio di occhiali da sole.

“Io non sono razzista ma… – afferma il personaggio dalle lenti giganti – avete presente quegli undici che sono morti l’altro giorno alle coste di Lampedusa? Mi dispiace solo per il bambino”.

“Non devi dispiacerti neanche per il bambino – risponde convinta la donna in divisa. – Prima o poi anche quello sarebbe diventato adulto”. “Ah ah ah ah”, risponde il trio di risate.

Risus abundat in ore stultorum”, diceva sempre il mio professore di latino al liceo. “Grasse risate abbondano nelle bocche degli stolti”, ogni volta ripeteva affinché tutti capissero.

Ci deve essere qualcosa di sbagliato in persone che trovano la capacità di ridere davanti alla morte di undici persone, tra cui un bambino. Viene quasi voglia di diventare violenti…

Ripiego su un ostentato sguardo di disapprovazione e un morso alla lingua per impedirle di dare voce alle insolenti offese che mi ingombrano la mente. Non sarebbe un bel modo di chiudere la settimana essere accusata di oltraggio a pubblico ufficiale.

Un altro respiro profondo per scaricare la rabbia e una pedalata verso casa, tentando di convincermi che in fondo ognuno è libero di avere le proprie idee e di esprimerle quando e dove vuole. Che in fondo Umberto Bossi ha il diritto di liquidare una questione complessa come gli sbarchi a Lampedusa con un colorito “fuera da i ball”. E che in fondo la maggioranza delle persone non riuscirebbero mai a ridere della triste battuta di quella strana donna con la divisa blu. Spero.

 

L’Italia dei dialetti, l’Italia degli italiani.

La storia dei dialetti italiani nasce dallo sviluppo territoriale dei Romani e per merito della loro devastante capacità di conquistare le città, insediando i loro presidi e costituendo i municipi. I Romani partivano, occupavano e stringevano patti di alleanza, rispettando le popolazioni sottomesse, le quali trovavano utile imparare il latino, lo reputavano un arricchimento oltre che una stravagante curiosità.

Questo apprendimento pare avvenisse però in modo diverso secondo la loro dislocazione geografica e le loro condizioni culturali.

Le popolazioni di lingua tosca e gli abitanti delle zone confinanti con il Lazio latinizzarono i loro dialetti nativi, mentre gli Etruschi, di lingua molto diversa, vicini a Roma, impararono il latino bene senza introdurvi particolari elementi del loro idioma. Le popolazioni più lontane e meno civili appresero invece il latino coniandolo dal latino rozzo dei mercanti e dei soldati che erano di passaggio nelle rispettive zone. Nell’Italia meridionale s’introdussero diverse parole greche e si subì l’influenza dei Galli, che parlavano il latino, ma con un accento diverso. La Sardegna, il Salento, la Toscana e la zona lagunare veneta non parteciparono all’integrazione linguistica, ciò determinò una situazione particolare  per cui si differenziarono tre tipologie di dialetti: quello settentrionale, quello della zona toscana e quello meridionale, ai quali si aggiungevano varie formazioni di dialetti autonomi come il sardo e il ladino.

Nel 1500 il primato culturale ed economico della città di Firenze portò in auge il fiorentino come lingua considerata comune a tutta la nazione. Nel 1600 la lingua italiana si caratterizzò per il suo profilo altamente letterario. Infatti, veniva usata nei grandi centri cittadini al posto del latino, ma soltanto nelle occasioni più impegnative (come ad esempio per i sermoni o le cerimonie pubbliche), mentre in tutte le altre regioni si continuavano a utilizzare esclusivamente i dialetti.

Al momento dell’unificazione d’Italia, 150 anni fa, la nostra lingua si presentava come una varietà multiforme e differenziata di dialetti e culture diverse che la resero a tutti gli effetti una realtà arcobalenica.

Si racconta che per la gran parte degli italiani la lingua italiana era considerata come una lingua straniera: incredibile ma vero, su 25 milioni di italiani si potevano calcolare solo circa 600 mila persone che la utilizzavano come lingua principale, e il 90% di queste era concentrata nel solo centro Italia.

Ancora più incredibile il fatto che a dare uniformità di linguaggio al nostro amato stivale è stata la televisione, che utilizzando un linguaggio unico su scala nazionale diffuse ampiamente l’italiano. Quando partì ufficialmente la televisione in Italia, il 3 gennaio 1954,  era consuetudine diffusa che decine di persone si concentrassero davanti alla tv, in quasi tutte le case italiane, per osservare incuriositi quel mostro tecnologico che incosciamente influenzava il linguaggio di un intero popolo. Per la serie “quando la televisione è anche cultura…”.

Oggi è davvero improbabile pensare a un arricchimento culturale per merito della televisione, beh… Queste sono solo riflessioni, ma sono anche i paradossi della storia. Uno studio recente ha dimostrato che la Sicilia rappresenta la regione che, insieme al Lazio, alla Campania e alla Lombardia, ha arricchito più di tutte le altre, con prestiti di parole, regali di termini, vocaboli ed espressioni, la lingua italiana.  Sognare una lingua italiana universale, che calpesti le ceneri ancora calde dei dialetti, probabilmente non è un’ambizione del nostro bel paese, ma neanche il sogno di chi scrive. I dialetti sono la nostra storia, sono i nostri ricordi, sono le nostre risate e le nostre grida di disperazione, ma soprattutto sono il nostro modo migliore per sentirci ogni giorno “italiani”.

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La fisica nei videogiochi

Immaginate di trovarvi all’interno di un’astronave alla deriva nello spazio. L’aria al suo interno resa oramai irrespirabile dalla putrefazione del materiale biologico sparso in ogni dove, che probabilmente una volta era il suo equipaggio. L’energia che va e viene, pareti in metallo arrugginite, luci intermittenti, terrore. Come quello che può cogliere un uomo che percepisce il pericolo ma non lo vede. Ad ogni lampo di luce bluastra, le vostre mani stringono sempre più forte l’impugnatura della vostra pistola al plasma. Improvvisamente, un urlo squarcia il silenzio mortale che vi aveva avvolto fino a quel momento e uno strano, abominevole, ibrido tra un uomo e qualcos’altro, compare in fondo al corridoio che avevate appena imboccato, aggrappandosi alle pareti di metallo con i suoi artigli. Voi gli scaricate inutilmente addosso l’intero caricatore della vostra pistola e iniziate a fuggire in preda al panico, seguendo un percorso bene o male casuale all’interno dei contorti condotti, finché una forza tremenda vi scaraventa contro il soffitto con una violenza tale da spezzarvi l’osso del collo. L’ultima espressione che rimane sul vostro volto non è di paura, ma di sorpresa. Che diamine, se dovevate morire, sarebbe stato meglio farlo combattendo contro un dannatissimo schifo spaziale, piuttosto che per colpa di una piastra gravitazionale difettosa!

Quel che è successo è che siete stati vittima di una delle ultimissime innovazioni all’interno dei videogiochi: la fisica. Eh sì, perché una volta le cose erano decisamente più semplici…

STREET FIGHTER E L’ARTE DEL VOLO UMANO

Ve lo ricordate “super street fighter 2 turbo”? Tonnellate di personaggi e supermosse, una sorta di storia che ci desse la scusa per rullare kartoni a destra e a manca e alla fin fine tanto sano divertimento. Sì, perché una volta si era meno smaliziati, anche meno pretenziosi. Un salto equivaleva a decollare verso mondi infiniti, per atterrare di ginocchio per terra dopo aver eseguito il calcio. Poco male se prendevamo o meno l’avversario. Noi si era senza peso, leggiadri anche nel prender mazzate, ma tanto robusti da poter generare piccoli bang sonici semplicemente sfregando i pugni tra di loro. Insomma, quando la potenza dei calcolatori era quella che era, c’era da distribuire bene le risorse a disposizione, e di certo il calcolo della fisica di gioco non era tra le priorità. Alla fin fine il potere intrattenitivo di un videogioco sta anche nel fatto che è possibile creare mondi con delle regole tutte loro, in grado di far compiere al nostro personaggio imprese impensabili e incredibili, e di conseguenza attraenti per la fantasia di un giovincello, magari cresciuto a furia di film di arti marziali, libri di fantascienza o puntate di Ken il guerriero. Poi qualcosa è cambiato. Hanno iniziato a comparire le prime schede grafiche, che alleggerivano il carico di lavoro sul processore principale, permettendogli così di dedicarsi ad altro. Iniziarono a comparire giochi che presentavano un mondo sempre più realistico. Da un lato il progresso grafico aumentava l’immersione del giocatore all’interno del contesto del videogioco, dall’altro i continui passi avanti nelle simulazioni del mondo rendevano i videogiochi delle sfide sempre più difficili e appaganti, per un pubblico di giocatori che è andato tendenzialmente invecchiandosi sempre più, tant’è che i blockbuster maggiori sono solitamente quei titoli che fanno del realismo e dell’accuratezza dei dettagli il loro punto di forza, e sono indirizzati ad un pubblico decisamente adulto. Pensate a titoli come Dead Space, in cui ci sono situazioni di gravità anomala che vi costringono a mutare radicalmente il vostro approccio nei confronti dell’ambiente, o altri come Stalker, in cui il calcolo della balistica delle armi (con i proiettili che perdono di quota e velocità man mano che viaggiano) è affiancato da una vera e propria simulazione ambientale, che coinvolge non solo la fisica del mondo, ma anche l’impatto del tempo atmosferico o l’intelligenza artificiale delle creature che abitano le zone nelle vicinanze di Chernobyl. Insomma, una volta la fisica veniva riscritta in maniera tale da permettere al videogiocatore di compiere azioni altrimenti impossibili, e si poteva un po’ pensare che il mondo stesso di gioco fosse definito in funzione del personaggio e dei nemici che l’avrebbero popolato. Oggi l’approccio è l’esatto opposto, in virtù della ricerca del realismo, che tuttavia non deve mai essere troppo esasperato ovviamente… Siamo pur sempre cazzutissimi agenti segreti infaticabili e in grado di portare con noi un carico di armi e munizioni pressoché illimitato, altrimenti come potremmo salvare il mondo da soli?

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El clásico de los clásicos

Ci sono partite che sono incandescenti, rivalità che nascono, scontri tra tifosi, litigi fra le società, scontri memorabili, imprese e vergogne. E poi c’è Boca Juniors-River Plate. Oltre tutto. Perchè non è una partita, ma è LA partita. El clásico. In questo fine settimana si sarebbe dovuta giocare, ma una pioggia torrenziale abbattutasi su Buenos Aires ha portato l’arbitro a sospendere (giustamente) l’incontro.

Ma come si è arrivati fino ad oggi? Cosa portava la questura a vietare la trasferta ai tifosi di una squadra nello stadio dell’altra come accadde nella semifinale della Libertadores del 2004? Molto prima di Maroni e del Casms! Le due squadre, anche se sembra strano, sono nate nello stesso quartiere, sui lati opposti del fiume. Davanti alla stamperia Gentile in via Almirante Brown, nel pieno centro del quartiere Boca, delle persone fondarono una squadra e le diedero il nome dopo aver letto nel porto su delle casse provenienti dall’Inghilterra la destinazione: The River Plate (El Rio del Plata). Quattro anni dopo un gruppo di immigranti genovesi (mi piace ricordare che entrambe le squadre hanno origini e storie italiane al 100%) seduti su una panchina sempre vicino al porto decisero di fondare un’altra squadra, con sentimenti diversi, ma intenti simili. Prendendo spunto dai colori di una bandiera che videro (era quella della Svezia) deciso per “azul y oro” e decisero di chiamare la squadra “Hijos de la Boca” (“Figli della Boca”), inglesizzandolo in Boca Juniors (un soprannome che resite a tuttoggi è “xeneizes“, ovvero…genovesi!). Il River Plate, squadra aristocratica, ed il Boca Juniors, i plebei, il popolino. Vicini di casa come Paperino ed Anacleto Mitraglia…in pratica non si sono mai amati (eufemismo). Quando il calcio era ancora amatoriale si affrontarono per la prima volta, ed il River si impose con ampio scarto. Per anni il Boca non riuscì a vincere. Un bel giorno, i “millonarios” (“i milionari”) decisero di spostarsi nel quartiere Palermo, la zona più in della città.

Nei primi anni 30′, quelli del professionismo, cominciarono le super-battaglie. Nel 1931 il primo titolo boquense, strappato proprio ai rivali nel finale. Il River spese una fortuna per porvi rimedio (capito ora perchè “millonarios”?) ma i successi si alternavano ed il Boca acquistava consensi. Nel 1939 la prima vittoria gialloblu in campo avverso all’Antonio Vespucio Liberti, meglio noto come Monumental, restituita dai biancorossi nel 1942 alla Bombonera. Venne un periodo duro per i “bosteros” (“netturbini”, indovinate perchè…), visto che il River aveva un saldo nettamente positivo. Poi negli anni ’60 con ll’arrivo degli stranieri il Boca cominciò ad andare alla grande. Rivalità sempre accesissime, decenni di alti e bassi per entrambe le squadre, poi la parentesi di Maradona e i fasti degli xeneizes, fino ad arrivare alle sfide poù moderne come la semifinale storica di Libertadores o gli scontri del nuovo millennio. Parliamo anche di qualche personaggio, di ambo le parti. Per il Boca Maradona è fuori concorso, visto che una frase degli azul y oro a tuttoggi è “El Diego es de Boca, y està todo dicho“, ma ricorderei il brasiliano Paulo Valentim autore di dieci gol nei derby (otto al povero portiere Carrizo), Ruben Suñe, autore di un gol storico su calcio di punzione che diede la vittora ed il titolo alla squadra ed anche l’uruguayano Severino Varela, che giocava con una coppola della quale si diceva avesse messo una punta di cuoi per fare colpi di testa più potenti. Per il River Plate da citare Angel Labruna, massimo bomber della sfida con sedici gol, oppure Norberto Alonso, odiatissimo dal pubblico dell’Alberto Armando (la Bombonera), così come Carlos Morete, perchè ogni volta che segnava…il River vinceva. Chiudiamo con due momenti storici, uno per parte. 8 novembre 1942: tre giornate al termine del campionato, al River bastava un pari per vincere il titolo, ma mai aveva vinto in campo avverso. Il Boca si portò sul due a zero ma la doppietta di Pedernera fece piangere i boquenses e diede il trionfo ai millonarios. 9 diciembre 1962: lo hanno chiamato “El clásico del siglo”. Pari punti nella penultima giornata, derby. Rigore per il Boca e Valentim segna. A sei dal termine…rigore per il River. Tira Delem ma “El Tano” (“L’Italiano”) Antonio Roma para il penalty…ed il Boca è campione.

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Il giorno della Memoria

L’Armata Russa 65 anni fa liberava i prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz. Fu la scoperta del punto più basso mai raggiunto dall’umanità. Milioni di ebrei, zingari, omosessuali, perseguitati politici, immigrati furono condannati a vivere l’inferno sulla Terra, sfortunati d’esser nati sotto una stella “sbagliata”, colpevoli soltanto d’essere loro malgrado i nemici di un pazzo visionario e del suo governo. Un incubo che ha lasciato una profonda cicatrice nella nostra Storia, una cicatrice che non potrà -e non dovrà- mai essere cancellata.

E’ difficile trovare delle parole per parlare dell’Olocausto. Lasciamo anche noi il nostro ricordo, usando le parole dei poeti, di chi quell’inferno l’ha vissuto in prima persona e di chi ha provato a raccontarci una storia che nessuno di noi dovrà mai dimenticare.

Che tutte quelle vittime, tutti quei perseguitati, non abbiano sofferto invano.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d’inverno
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

Hacker: malvivente o semplice curioso?

Nel giornaliero peregrinare lungo le autostrade dell’informazione, a tutti è capitato di imbattersi nella parola hacker. Dai mezzi di comunicazione l’hacker viene descritto come un malvivente, pronto a derubare grazie al furto delle password, all’introduzione nei computer delle proprie ignare vittime, alla violazione dei sistemi informatici di aziende ed istituti di credito. Ma cos’è davvero un hacker? In questo articolo proverò a spiegarlo.

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La maggioranza degli odierni hacker fa risalire l’etimologia del termine al MIT, dove compare nel gergo studentesco all’inizio degli anni ’50. Per quanti frequentano l’istituto in quegli anni,  il termine “hack” viene usato come sinonimo di goliardata, ad indicare gli scherzi tipici da campus. È a questo che si ispira il termine “hacking”: prendere in giro qualcuno, divertirsi, in modo creativo e innocuo. Più avanti negli anni ’50, la parola acquista una connotazione più netta e ribelle. Al MIT vige un elevato livello di competizione e l’attività di hacking emerge come reazione alla tensione accumulata e per dare spazio a pensieri e comportamenti creativi repressi dal rigoroso percorso di studio dell’istituto. Gli hacker si divertono ad esplorare la miriade di corridoi e tunnel sotterranei presenti nel campus, non intimoriti da porte chiuse e cartelli di divieto, il cosiddetto “tunnel hacking”, e prendono di mira il sistema telefonico interno violandolo con un’attività battezzata “phone hacking“, poi diventata il moderno ”phreacking”.

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Sul finire degli anni ’50, arriva nel campus il TX-0, uno dei primi modelli di computer lanciati sul mercato. Non ci vuole molto perché gli hacker mettano le mani sulla macchina, utilizzando il proprio spirito di gioco creativo: a differenza della scrittura del software “ufficiale”, gli hacker compongono i propri programmi con poco rispetto di metodi e procedure. Questo porta ad un mutamento etimologico del termine: hack prende il suo significato moderno, quello della forma sostantiva del verbo inglese “to hack” che significa “tagliare”, “aprirsi un varco”, inteso appunto tra le righe di codice che compongono i programmi software.  Un classico esempio di quest’ampliamento della definizione di hack è Spacewar!, il primo videogame interattivo. Sviluppato nei primi anni ’60, Spacewar ha le caratteristiche tipiche dell’hack tradizionale: un divertimento, una distrazione per le decine di hacker del MIT. Inoltre è completamente libero e gratuito: avendolo realizzato per puro divertimento, gli hacker  non vedono motivo per restringerne in alcun modo l’utilizzo, favorendone così la diffusione in ogni parte del mondo.

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Nella seconda metà degli anni ’70 il termine “hacker” assume la connotazione di élite. Per potersi definire hacker, una persona deve compiere qualcosa di più che scrivere programmi interessanti: deve far parte dell’omonima cultura e onorarne le tradizioni. Pur se con una struttura sociale aperta, gli hacker di istituzioni elitarie come il MIT, Stanford e Carnegie Mellon iniziano a parlare apertamente di “etica hacker“: le norme non ancora scritte che ne governano il comportamento quotidiano. Nel libro del 1984 “Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica“, l’autore Steven Levy, dopo un lungo lavoro di ricerca e consultazione, codifica questi principi fondamentali:

  • L’accesso ai computer – e a tutto quello che può insegnare qualcosa sul modo in cui funziona il mondo – deve essere illimitato e totale;
  • Obbedire sempre all’imperativo hands-on (ovvero prova, sperimentazione ed esperienza in prima persona ndCT);
  • Tutte le informazioni dovrebbero essere libere;
  • Diffidare dell’autorità – promuovere la decentralizzazione;
  • Gli hacker devono essere giudicati per la loro azione di hacking, non per falsi criteri come grado, età, razza o posizione;
  • E’ possibile creare arte e bellezza su un computer;
  • I computer sono in grado di migliorare la vostra vita.

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A partire dai primi anni ’80 i computer cominciano a diffondersi, e i programmatori che una volta dovevano recarsi presso grandi istituzioni o aziende soltanto per aver accesso alla macchina, si trovano a stretto contatto con hacker di grande livello via ARPANET e cominciano ad appropriarsi delle filosofie anarchiche tipiche della cultura hacker. Tuttavia, nel corso di un simile trasferimento di valori va perduto il tabù culturale originato al MIT contro ogni comportamento malevolo. Mentre i più giovani iniziano a sperimentare le proprie capacità con finalità dannose – creando e disseminando virus, facendo irruzione nei sistemi informatici militari, provocando il blocco di macchine quali lo stesso Oz del MIT, popolare nodo di collegamento con ARPANET – il termine “hacker” assume connotati punk, nichilisti. Quando polizia e imprenditori iniziano a far risalire quei crimini a un pugno di programmatori che citano a propria difesa frasi di comodo tratte dall’etica hacker, quest’ultimo termine inizia ad apparire su quotidiani e riviste con una denotazione del tutto negativa. Nonostante libri come quello di Levy avessero fatto parecchio per documentare lo spirito originale di esplorazione giocosa da cui nacque la cultura dell’hacking, per la maggioranza dei giornalisti “computer hacker” diventa sinonimo di “rapinatore elettronico”.

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Anche di fronte alla presenza, negli ultimi due decenni, delle lamentele degli stessi hacker contro questi abusi, le valenze ribelli del termine risalenti alla nascita del fenomeno rendono difficile distinguere tra un quindicenne che scrive programmi capaci di infrangere le protezioni e li utilizza per il puro scopo di far danni, dallo studente degli anni ‘50 che sfonda le porte per puro spirito di scoperta e conoscenza. D’altra parte, quella che per qualcuno è soltanto sovversione creativa dell’autorità, non è altro che un problema di sicurezza per qualcun altro. L’essenziale tabù contro comportamenti dannosi trova conferma a tal punto da spingere la comunità hacker a coniare il termine cracker – qualcuno che volontariamente decide di infrangere un sistema di sicurezza informatico per rubare o manomettere dei dati – per indicare quegli hacker che abusano delle proprie capacità. Scrive Randolph Ryan, giornalista del Boston Globe, in un articolo del 1993: “L’azione di hack richiede attenta pianificazione, organizzazione e finezza, oltre a fondarsi su una buona dose di arguzia e inventiva. La norma non scritta vuole che ogni hack sia divertente, non distruttivo e non rechi danno. Anzi, talvolta gli stessi hacker aiutano nell’opera di smantellamento dei propri manufatti“.

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Rispondendo alla domanda presente nella prima parte dell’articolo, un hacker è semplicemente una persona curiosa, che sfrutta le proprie conoscenze informatiche per esplorare, noncurante delle barriere imposte; non crea alcun tipo di danno ma anzi, aiuta i gestori dei sistemi violati a chiudere i buchi nella sicurezza che gli hanno permesso di accedere; il suo unico scopo è approfondire la conoscenza del mondo che lo circonda. La percezione negativa che l’opinione pubblica ha del fenomeno dell’hacking è frutto della cattiva informazione, che punta più al sensazionalismo fine a sé stesso che alla verità dei fatti. Nessuno può negare che esistano persone che sfruttano le proprie capacità informatiche per provocare danni ed ottenere un profitto economico: questi non sono hacker ma cracker, e la distinzione non è semplicemente nei termini, ma nel sistema etico che regola un intero movimento.

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