Volo Bologna-Palermo: andata senza ritorno

Venerdì 27 giugno 1980, l’aereo di linea Douglas DC-9 della compagnia aerea Itavia si disperde nella tratta tra Ponza ed Ustica.

Ora diamo i numeri… Sono le ore 22.00 quando un Breguent Atlantic dell’Aeronautica rinviene i primi relitti e cadaveri. 81 morti (anche se si recupereranno soltanto 38 corpi): 77 i passeggeri, 4 i membri dell’equipaggio, 13 i bambini a bordo. Infine 31 sono gli anni in cui i familiari delle vittime attendono la verità su una delle vicende più torbide cha hanno coinvolto il nostro bel Paese.

Il volo IH870 decolla dall’aereoporto di Bologna alle ore 20.08, con due ore di ritardo, diretto a Palermo. Il volo prosegue normalmente, fino alle ore 20.58, orario dell’ultimo contatto con la torre di controllo di Roma, a cui fanno seguito prima i numerosi silenzi, poi le prime ricerche a cura del Soccorso Aereo di Martina Franca, infine al rinvenimento dei rottami prima, di alcuni cadaveri poi. Pochi i fatti certi, molti i dubbi e le incertezze, infiniti i silenzi e i tentativi di depistaggio su cui si è cercato di fare luce negli ultimi anni, ma che lasceranno sempre zone d’ombra troppo vaste.

Sono stati aperti procedimenti dalle procure di Roma, Bologna e Palermo, con la magistratura e Rino Formica, allora ministro dei Trasporti, il quale ha nominato una commissione d’inchiesta diretta dal dottor Luigi Luzzati. Quest’ultimo si è dimesso dalla suddetta nel 1982 a causa di contrasti con la magistratura. La prima ipotesi, quella di un cedimento strutturale dovuto alla cattiva manuntenzione, proposta nella prima requisitoria della Procura di Roma, viene abbandonata per il rinvenimento sul veicolo, che avverrà per il 96% soltanto nel 1991, di TNT e T4, esplosivi presenti generalmente nelle miscele di ordigni militari, e che porterà l’allora Ministro per le Relazioni con il Parlamento, Carlo Giovanardi, a sostenere fortemente questa ipotesi, ancora sostenuta a 30 anni di distanza, come evidenziato da un’intervista su Repubblica.

Nel 1989 la Commissione Stragi, istituita dal Senatore Libero Gualtieri, decide di inserire tra le proprie competenze anche l’incidente di Ustica, che da allora viene denominato appunto strage.

I lavori, seguitati per ben undici anni, hanno coinvolto i governi e le autorità militari per i numerosi tentativi di inquinare le prove in possesso. Dopo cinque mesi di analisi, la ricostruzione n° 266/90 prevedeva la certezza di un abbattimento causato da un missile, ipotesi negata dall’allora onorevole Francesco Cossiga, che magicamente ha ripreso la sua capacità critica anni dopo. Aldo Davanzali, presidente dell’allora Itavia, reo di aver avallato la tesi dell’abbattimento il 17 dicembre 1980, viene proprio per questo indiziato per il reato di diffusione atte a turbare l’ordine pubblico.

Come se non bastasse, come in un romanzo giallo, si aggiungono inquietanti particolari, che contribuiscono ad infittire la trama e mantenere lo spettatore sul filo del rasoio.
Il primo riguarda il registo del radar della stazione di Marsala, in cui viene individuata una pagina strappata in maniera molto accurata, tanto da sfuggire anche all’avvocato difensore, guarda caso proprio relativa al giorno della strage, e riscritta successivamente in una nuova versione; le casuali scomparse hanno riguardato anche il radar di Licola, di tipo fonetico-manuale, di cui non è stato mai ritrovato il modello originale, come indagato nella seduta delle audizioni dei periti radar. A tal proposito nel 1989, il giudice Bucarelli ha rinviato a giudizio 23 militari in servizio il giorno della tragedia.

Episodio altrettanto inquietante, quello della telefonata nel 1988 alla trasmissione “Telefono Giallo” condotto da Corrado Augias, in cui un anonimo, un aviere in servizio la sera della strage, dichiara di aver visto “tutto”, ma di essere stato invitato a tacere. Il tutto di cui parlava è stato poi riportato dal giornalista Nino Tilotta nell’articolo “Battaglia aerea e poi la tragedia”, nel quale ha descritto uno scontro aereo avvenuto tra due caccia, un F-14 Tomcat della US Navy e un MiG-23 libico.

A ben seguire la documentazione c’è da dire che il traffico delle nostre caotiche città è niente se paragonato a quello aereo descritto in quel periodo; infatti troviamo, grazie ai telex giunti nel 2003 grazie al Freedom Information Act, l’utilizzo della zona del Tirreno per le esercitazioni NATO, quelle degli aerei militari statunitensi, e infine le infiltrazioni accertate degli aerei militari libici, che si dirigevano in Jugoslavia per la manutenzione, come riscontrato dal ritrovamento di un MIG-23 libico precipitato sui monti della Sila. Il governo italiano dipendeva fortemente dalla Libia in quel periodo, soprattutto a livello economico, tanto da tollerare attraversamenti, addirittura mimetizzati nella rete radar in coda ad aerei civili, per evitare controlli da parte della NATO. Soltanto nella sera dell’incidente, in un range che va dalle 20.00 alle 24.00, viaggiavano più di 7 aerei militari non appartenenti all’Aeronautica Italiana. L’autostrada Salerno-Reggio Calabria dei cieli, insomma.

La prima istruttoria si conclude con l’impossibilità a procedere poichè ignoti risultano gli autori del reato. Da qui seguono numerosi processi a partire dal 28 settembre 2000, che prevedono tutte le assoluzioni “per non aver commesso il fatto” (sentenza primo grado 30 aprile 2004, secondo grado 15 dicembre 2005), due condanne ai generali Lamberto Bertolucci e Franco Ferri, cadute poi in prescrizione il 30 aprile 2004 perchè passati 15 anni. Le sentenze sono confermate successivamente in Corte di Cassazione il 10 gennaio 2007.

A conclusione di questo intrigo, ecco le dichiarazione del 24 gennaio 2010, in cui la buon’anima dell’Ex Presidente Emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha dichiarato che un aereo francese, posizionato sotto quello italiano, ha erroneamente sganciato un missile, nel tentativo di colpire un velivolo libico. A seguito di questa “tempestiva” informazione la Procura della Repubblica ha aperto una nuova inchiesta tutt’ora in corso.

Notizia di pochi giorni fa, la terza sezione civile di Palermo ha condannato per omissioni e negligenze i Ministeri della Difesa e dei Trasporti (lo stesso Ministero incaricato per primo di occuparsi delle indagini, una garanzia insomma), le quali pagheranno una somma record di 100 milioni di euro alle famiglie delle vittime.

Molto ha operato l’Associazione parenti della strage di Ustica, presieduta dalla senatrice Daria Bonfietti, componente della Commissione Stragi e sorella di una delle vittime. Se oggi siamo ancora qui a parlare di Ustica non è solo per commemorarne l’anniversario o navigare nel torbido delle vicende ad essa legata, ma è soprattutto perchè grazie alle loro continue iniziative riusciamo a sentire il dolore di una ferita che anni dopo riesce ancora a bruciare, infettata da una verità ancora troppo tarda a venire.

E cosa resta alla fine di questa storia oltre che l’amaro in bocca? Rimangono loro, le vittime.

* Cinzia Andres
* Luigi Andres
* Francesco Baiamonte
* Paola Bonati
* Alberto Bonfietti
* Alberto Bosco
* Maria Vincenza Calderone
* Giuseppe Cammarota
* Arnaldo Campanini
* Antonio Candia
* Antonella Cappellini
* Giovanni Cerami
* Maria Grazia Croce
* Francesca D’Alfonso
* Salvatore D’Alfonso
* Sebastiano D’Alfonso
* Michele Davì
* Giuseppe Calogero De Ciccio
* Secondo assistente di volo Rosa De Dominicis
* Elvira De Lisi
* Francesco Di Natale
* Antonella Diodato, 7 anni
* Giuseppe Diodato, 1 anno
* Vincenzo Diodato, 10 anni
* Giacomo Filippi
* Primo ufficiale Enzo Fontana
* Vito Fontana
* Carmela Fullone
* Rosario Fullone
* Vito Gallo
* Comandante Domenico Gatti
* Guelfo Gherardi, 59 anni
* Antonino Greco
* Berta Gruber
* Andrea Guarano
* Vincenzo Guardi
* Giacomo Guerino, 9 anni
* Graziella Guerra
* Rita Guzzo
* Giuseppe Lachina
* Gaetano La Rocca
* Paolo Licata
* Maria Rosaria Liotta
* Francesca Lupo, 17 anni
* Giovanna Lupo, 32 anni
* Giuseppe Manitta
* Claudio Marchese
* Daniela Marfisi
* Tiziana Marfisi
* Erica Mazzel
* Rita Mazzel
* Maria Assunta Mignani
* Annino Molteni
* Primo assistente di volo Paolo Morici
* Guglielmo Norritto
* Lorenzo Ongari
* Paola Papi
* Alessandra Parisi
* Carlo Parrinello
* Francesca Parrinello
* Anna Paola Pelliccioni
* Antonella Pinocchio
* Giovanni Pinocchio
* Gaetano Prestileo
* Andrea Reina
* Giulia Reina
* Costanzo Ronchini
* Marianna Siracusa
* Maria Elena Speciale
* Giuliana Superchi, 11 anni
* Antonio Torres
* Giulia Maria Concetta Tripiciano
* Pierpaolo Ugolini
* Daniela Valentini
* Giuseppe Valenza
* Massimo Venturi
* Marco Volanti
* Maria Volpe
* Alessandro Zanetti
* Emanuele Zanetti
* Nicola Zanetti

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La Normale Scuola di Saviano

22 gennaio 2010. Appuntamento alle ore 17 nella “Sala Azzurra” della Normale di Pisa. Il noto giornalista Roberto Saviano tiene un incontro dal titolo “Strategie e tattiche criminali internazionali”, il primo del ciclo di seminari che seguirà in primavera… Alle ore 16:15 una fiumana di persone ammassate impedisce la visuale delle marmoree scale della rinomata Scuola pisana. Gli 80 posti della sala adibita all’incontro sono già stati occupati dai pochi privilegiati a conoscenza della possibilità di prenotare. Le altre 4 aule in collegamento video riusciranno ad accogliere solo una minima parte dei tanti aspiranti caoticamente disposti in fila che inutilmente attendono di varcare la bramata soglia.

Normale di Pisa

Svanita la prospettiva di poter accedere a quell’elitario incontro per “potenti” ed “insigni” fortunati, una rapida pedalata mi riaccompagna sul divano di casa, dove lo streaming della diretta ha già cominciato a divulgare il discorso del celebre autore di “Gomorra”… I suoi tratti scuri e marcati, il suo onesto sguardo appassionato, il suo manifesto sorriso affabile e la timida gestualità di un uomo che nonostante il meritato successo ha custodito la semplicità di chi si emoziona per un complimento. La sua incantatrice esposizione narrativa e le tante parole che per oltre tre ore hanno rapito la mente dei tanti che hanno scelto di ascoltarlo. Non ama definirsi un eroe, ma certamente rappresenta un simbolo, di singolare talento giornalistico e spiccata integrità umana.

Roberto Saviano ha parlato di poche città, emblema dei luoghi in cui le radici delle mafie hanno attecchito prima di espandersi su tutto il territorio nazionale, e anche oltre. Perché non esiste sbaglio peggiore di pensare che tale questione sia confinabile nel solo “Meridione”.

Roberto Saviano ha parlato di Villa Literno, dove negli anni ’70 un’ondata di manodopera africana giunse nelle vaste campagne della provincia casertana per la raccolta dei pomodori. Dieci anni dopo… la rivolta, nello stesso stile della recente Rosarno. Nel 2008 la ribellione scoppia a Castel Volturno, a seguito di un regolamento di conti interno al Clan dei Casalesi. Assieme alla vittima predestinata Antonio Celiento, un pregiudicato affiliato al clan, persero la vita sei passanti innocenti. Sei giovanissimi immigrati africani vennero brutalmente assassinati in quella che successivamente venne chiamata “la strage di Castel Volturno”. Il giorno seguente al massacro donne, bambini e lavoratori scesero in strada per gridarlo a gran voce: “Mai più. Non osate!”. E’ l’urlo audace e convinto di coloro che hanno già rischiato tutto e non hanno più niente da perdere. L’ostinata determinazione di chi ha scelto quella terra nella ricerca di un futuro migliore, e non riesce ad accettare l’ingiusta condizione dei tanti italiani che oramai si sono adeguati a convivere con un Male troppo potente per essere debellato.

Territori ostili, dove i fori di proiettile sui cartelli stradali simboleggiano il chiaro segnale di una zona “dominata”, sotto controllo. Luoghi dove chi lavora nei campi viene spesso costretto ad ingerire pericolose misture di droghe ed alcol, per sopperire a condizioni di lavoro umanamente insostenibili. Zone dove si può essere assassinati per una denuncia, come il centinaio di lavoratori polacchi misteriosamente scomparsi in Puglia, dopo che tre connazionali ventenni, il 10 agosto 2005, decisero di smascherare i perversi meccanismi del caporalato pugliese.

Stavolta è toccata a Rosarno: l’attuale simbolo di una lotta che coloro che nascono in questi territori non riescono a fare. “L’immigrazione come potenzialità antimafia”, sostiene lo scrittore, perché chi nasce in certi territori è oramai rassegnato al fatto che in quelle zone o si convive o si va via, e non c’è nulla che si possa fare per sovvertire l’ordine prestabilito dalle mafie. Ma per gli immigrati la rivolta è lecita.

Loro vogliono stare lì, – prosegue Saviano – non vogliono andare via. Loro hanno scelto di crescere in un territorio migliore”.

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