Sergej Parajanov: un mago dell'immagine.

Sergej Parajanov

Chi è Sergej Parajanov? Lo conoscete? Quando ho fatto questa domanda in giro molti mi hanno risposto di no. Confesso che anche io, solo pochi mesi fa, potevo essere contata fra coloro che non ne avevano mai sentito parlare. Eppure è uno dei più grandi cineasti del secolo scorso. Tenterò di spiegare il perché in questo articolo.

Parajanov, nato a Tiblisi nel 1924, fu un regista georgiano di origine armena. Le sue opere furono considerate dei veri capolavori da registi e artisti come Fellini, Antonioni, Tarkovsky, Truffaut, Bertolucci e molti altri. La sua vita artistica fu costellata da soddisfazioni ma soprattutto da enormi difficoltà. Per ben tre volte Parajanov, inviso al regime sovietico, fu imprigionato. Non gli furono risparmiati neanche quattro anni di gulag, che andarono a pesare profondamente sulla sua salute.

Le accuse furono di corruzione, bisessualità, pornografia, ma anche, probabilmente, “colpevole” fu lo stile del suo cinema: un immaginario surreale, onirico e arcaico che sfuggiva alle maglie dell’estetica del socialismo realista, allora l’unico stile permesso.

Parajanov negò i suoi lavori precedenti al 1954 definendoli “spazzatura”, poiché, probabilmente, ancora legati all’estetica di regime. Quando finalmente poté mettere piene mani a un’opera, con in mente “L’infanzia di Ivan” di Tarkovsky, creò il suo primo capolavoro: “Shadows of our forgotten ancestors”. Il film ricevette il plauso della critica sia sovietica che europea.

Dopo l’esperienza del gulag Parajanov ritornò al cinema. Pur sapendo che sarebbe probabilmente andato incontro a problemi, diede vita a quella che viene da molti considerata la sua perla, ovvero il film “Sayat Nova” (in seguito intitolato “Il colore del melograno”), un film sulla vita dell’omonimo poeta armeno vissuto nel XVIII° secolo. Considerato un film non gradito per la portata delle sue enigmatiche immagini, ( è a mio parere il suo film più difficile) sarà seguito da un ennesimo arresto, il terzo. Per lungo tempo a venire Parajanov continuerà ad avere problemi nella produzione delle sue opere. Durante la prigionia riversò il suo estro creativo nel collage, nell’arte figurativa e nella creazione di vestiti e di particolari bambole.

Fu solo alla metà degli anni 80, quando la morsa del potere si allentò, che Parajanov poté tornare a creare in libertà. A questo periodo risalgono altre sue splendide opere come “Ashik Kerib” e “La leggenda della fortezza di Suram”. L’ultima sua opera “The confession”, rimarrà incompiuta.

Un immagine tratta da "La leggenda della fortezza di Suram"

Il cinema di Parajanov è, a mio parere, pura poesia. Non aspettatevi di vedere film dal linguaggio assolutamente logico, con effetti speciali strabilianti e fitti dialoghi. Questi ultimi sono spesso essenziali e la recitazione è in alcune parti più simile alla pantomima .Il tutto dà spazio non solo alla pura immagine, ma anche a una colonna sonora che dire suggestiva è dir poco. L’ambientazione contribuisce alla resa onirica dei film: si tratta di zone del mondo alla maggior parte di noi sconosciute: Ukraina, Georgia, Armenia, Azerbaijan. Vi ritroverete  in luoghi lontani dal nostro mondo, simili a quelli che si immaginano nell’infanzia. Situazioni tanto fiabesche da apparire paradossalmente più reali della nostra stessa realtà. Come un mago, questo artista compone le sue scene con una purezza, con un coraggio e con una forza che mi hanno personalmente emozionato.

Nonostante ciò che ho scritto, non aspettatevi un cinema elitario, incomprensibile, noioso. Vi è del mistero, ma anche senza essere risolto esso si consegna intatto alla mente dello spettatore. Credo che i film di Parajanov siano capaci di giungere a chiunque, come la bellezza di un fiore.

Per essere più chiara, vorrei prendere ad esempio i film che maggiormente ho apprezzato: “La leggenda della fortezza di Suram” e “Ashik Kerib”. Caratteristica di questi film è la loro divisione in quadri, ciascuno con un titolo seguito da un’inquadratura fissa, davanti alla quale viene composta una natura morta recante oggetti simbolici. E’ il grande utilizzo di oggetti simbolici, colori e metafore capaci di trascendere l’etnicità che contribuisce a rendere il cinema di Parajanov una poesia fatta immagine. L’onnipresente melograno, simbolo di vita, con il suo colore rosso e i suoi chicchi vermigli, può sanguinare su un lenzuolo bianco e ricordarci una ferita mortale. Le colombe sono presenti ovunque vi siano amanti, oppure si trasformano in anime, volando via dalla tomba di un musicista. Il poeta, come un derviscio, si spoglia del suo manto nero per rivelare una veste candida. Vi sono anche immagini più enigmatiche, che è bello continuare a ripercorrere e interrogare dopo aver visto il film. Gli effetti speciali sono affidati a soluzioni che sembrano provenire dal teatro tradizionale: la testa decapitata, in “Ashik Kerib”, è una zucca dalla quale esce una sciarpa di seta rossa, a imitare il sangue. Il passare del tempo per la protagonista de “Leggenda della fortezza di Suram” è dato dal ciondolare della ragazza a mo ’di metronomo, e poi suo dal nascondersi alla nostra vista, per dare la scena così a una sé stessa più matura. La recitazione non è sempre affidata a professionisti: il protagonista di Ashik Kerib era un malfattore, vicino di casa del regista.

Un immagine tratta da "La leggenda della fortezza di Suram"

Tra le cose che più mi hanno colpito dei film di Parajanov vi è il suo saper cogliere qualcosa di ancestrale e eterno. Noi, uomini e donne del duemila, abbiamo difficoltà a comprendere un certo tipo tipo di narrazione, vogliamo che tutto abbia un senso, che tutto rientri in una struttura. Parajanov ci riporta a una visione magica della realtà,  mostrandoci che, tutto sommato, amiamo ancora questo modo di raccontare, così come amiamo ancora la bellezza. Parajanov è uno di quei rari artisti che riescono ad assicurarti che esiste un luogo bello.

Per quanto mi riguarda, consiglierei a tutti di vedere almeno uno dei film di Parajanov, specialmente a chi produce opere: che vi occupiate di pittura, scultura, cinema, sartoria, poesia o letteratura, credo che non ve ne pentirete. Alla sua morte, avvenuta nel 1990 all’età di 66 anni, un telegramma firmato da alcuni fra i più grandi registi del momento, fra i quali quelli citati all’inizio di questo articolo, recitava così: “Con la morte di Sergej Parajanov il cinema ha perso uno dei suoi maghi. La fantasia di Parajanov affascinerà e porterà gioia al mondo per sempre”.

Mi piace rispondere e concludere con una delle frasi che appaiono nel film “Sayat Nova”:

“Un poeta muore, ma la sua musa è immortale”.

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Il surrealismo magico di Leonora e Remedios

"I cercatori", Leonora Carrington

Ritengo ingiusta la poca attenzione tributata fuori dal Messico a due pittrici come Remedios Varo e Leonora Carrington. Spagnola la prima, inglese la seconda, entrambe si sono ritrovate, a causa degli avvenimenti politici e culturali del tempo, a vivere in Messico, non senza aver prima conosciuto quella che allora veniva considerata la Mecca dell’arte, Parigi.

Parlare delle loro biografie sarebbe un dilungarsi, nonostante le loro vite siano state oltremodo ricche di avvenimenti. Ciò che mi preme di più è descriverne l’opera.

I quadri di Remedios Varo e Leonora Carrington non sono propriamente simili, ma non si può negare di vedere in loro un’aria comune. Erano amiche, dipingevano spesso assieme e, come è naturale, la loro pittura, più che da un’imitazione reciproca, nasceva da una naturale osmosi di sentimenti e lunghi dialoghi.

"La roulotte", Remedios Varo

Siamo in pieno surrealismo, ma un surrealismo particolare a mio avviso: non la pura dissonanza di oggetti incoerenti, il semplice automatismo, il riferimento alle teorie freudiane, i rimandi al sesso come forza propulsiva, temi allora molto cari. Vi è qui di più, o meglio, dell’altro. Soprattutto nella Carrington, notiamo un’immersione in qualcosa di ancor più vasto dell’individuo stesso, dei suoi sogni e delle sue immagini personali. Amante del foklore inglese e celtico, nei suoi quadri si svela un mondo onirico dove fluttuano esseri mitici come chimere e dei egizi, figure dei tarocchi, paesaggi lunari. In Remedios Varo c’è una maggiore attenzione all’autobiografia, ma anch’essa si inserisce in una mitologia personale abitata da figure diafane e antiche che si muovono su incantevoli mezzi di trasporto quali complesse biciclette o piccole barche capaci di contenere a malapena una persona. Ogni suo quadro rivela particolari sempre più minuti man mano che lo si osserva, come se si entrasse gradualmente nell’interiorità dell’artista.  Se nei quadri di Carrington c’è un maggior senso di collettività legato al folklore, in quelli di Varo si percepisce un senso di solitudine, spezzato ogni tanto da un tocco di ironia, come nell’opera “visita al chirurgo plastico”. Queste due donne paiono venire da un mondo dove maghi, esseri imperscrutabili e animali incantati sono lì per mostrarci, nei loro sguardi enigmatici, i misteri della vita. La tecnica è raffinata: si utilizzano pennelli piccoli e tratti regolari che portano l’immagine ad assomigliare, soprattutto in Varo, ad antiche tempere o a miniature. E il fatto di essere donne conta: nei loro quadri, soprattutto in quelli di Varo, fanno capolino lune, case, gomitoli, come se si sentisse il bisogno di lasciare un segno particolare in un mondo, quello dell’arte surrealista, ancora completamente colonizzato dall’uomo. Nel surrealismo, infatti, alla donna è affidato tutto sommato un ruolo infantile, o per lo più quello di musa (mai creatrice). Le due artiste deludono questo copione, muovendosi in silenzio ma con sicurezza nel mondo creativo, rifiutandosi di spiegare le immagini e lasciando che siano loro a parlare. Infine, nonostante le differenze, si percepisce la spinta spirituale di entrambe, che si traduce in un sincero sforzo di andare alla fonte (“Esplorazione della fonte dell’Orinoco” e “La chiamata” di Remedios Varo)  o di incamminarsi in un labirinto verso un ipotetico centro (“Labirinto”, Leonora Carrington), in una paziente alchimia, un continuo viaggio alla scoperta di paesaggi interiori.

Remedios Varo si spense ancora giovane nel 1963. Leonora Carrington ci ha lasciati quest’anno, all’età di 94 anni.

I quadri di queste due maestre dovrebbero comparire accanto a quelli Magritte, Dalì, Tanguy ed Ernst nelle monografie. Spetta a noi recuperare appieno le magiche visioni di queste due donne. Vogliamo cominciare noi, a partire da questo articolo, a dare loro il tributo che meritano?

"Viaggio alla fonte dell'Orinoco", Remedios Varo
"Il labirinto", Leonora Carrington.

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Bibliografia
“Remedios Varo, la magia dello sguardo”, Diego Sileo, Selene Edizioni.
“Il cornetto acustico” di Leonora Carrington, Adelphi.
“Remedios Varo, unexpected journey”, di J. A. Kaplan, Abbeville Press.
“Leonora Carrington, surrealism, alchemy, art”, di Susan Aberth, Lund Humphries Pub Ltd.
“Surreal friends” di S. M. Kusunoki, A. Rodriguez Rivera, S. Van Raay, J. Moorhead, Lund Humphries Pub Ltd.