Intervistando Marco Travaglio – II parte

– NOTA: Qui il link alla prima parte dell’intervista.


LINEE EDITORIALI

Come si legge nel tuo libro “La scomparsa dei fatti” (Saggiatore Editori, 2006), nel giornalismo “c’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale”. Un concetto a cui dedichi ampio spazio anche all’interno dello spettacolo teatrale. Ti riferisci solo alla tua esperienza ne Il Giornale, che hai abbandonato assieme a Montanelli a seguito delle pressioni dell’ex editore Silvio Berlusconi, oppure ti senti di includere anche la Repubblica e l’Unità, nei quali hai lavorato per diverso tempo?
Parlo di tutti i giornali che fanno parte, chi più chi meno, di un sistema malato. Io per ritrovare la libertà che avevo a Il Giornale di Montanelli e a La Voce, ho dovuto fondare insieme ad alcuni amici un giornale indipendente, dal punto di vista politico ed economico, nel senso che si autofinanzia insieme ai suoi abbonati e lettori. Ho anche avuto delle bellissime esperienze, come all’Espresso, con cui continuo a collaborare e dove nessuno si è mai permesso di toccarmi una riga, dai tempi di Claudio Rinaldi, poi Daniela Hamaui e adesso con la direzione di Manfellotto. Ma a la Repubblica è stato molto diverso, perché è proprio un giornale-partito, dove mi sono spesso trovato in difficoltà e a disagio, e infatti me ne sono andato. A l’Unità sono sempre stato molto libero grazie a Padellaro e Colombo, che poi quando c’erano loro non era più un giornale di partito, perché il partito lo aveva chiuso e loro lo avevano riaperto. Però c’era sempre questo ricatto che il partito faceva, visto che devolveva il finanziamento per la stampa di partito a l’Unità e quindi la mia presenza metteva in difficoltà i direttori, che probabilmente sono stati cacciati anche a causa mia. Probabilmente se avessero accettato di tagliare i miei pezzi non sarebbero stati mandati via, o almeno non con quella brutalità. Così a un certo punto, come aveva fatto Montanelli nel 1994 lasciando Il Giornale e fondando La Voce, anche io mi sono reso conto che l’unico luogo in cui uno come me poteva lavorare era un giornale veramente nostro: dei giornalisti e dei lettori, senza alcun partito o editore che potesse imporre il proprio volere.Continua a leggere…

Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Continua a leggere…

Prove Aperte alla Scala

Ripartono le “Prove Aperte” della Filarmonica della Scala con il grande legame che unisce ottima musica all’impegno sociale. Il maestro Esa-Pekka Salonen dirigerà l’orchestra il 5 Febbraio alle ore 20.00 sul palco del Piermarini, e questa volta a sostegno di OBM Ospedale dei Bambini Milano – Buzzi Onlus. E’ un’occasione speciale anche perchè si tratta delle prove generali di questa grande orchestra con i consigli del maestro e con il supporto del critico Angelo Foletto. Musiche che verranno presentate in anteprima nella loro veste e citiamo su tutte “Una notte sul monte Calvo” di Musorgskij, il “concerto per violino e orchestra” di Salonen e “Le sacre du printemps” di Stravinskij.
L’OBM Ospedale dei Bambini Milano – Buzzi Onlus è un’associazione no-profit che guarda alla cura ed al miglioramento dell’assistenza di bambini, donne e famiglie.
Abbiamo raggiunto il Dr. Valentino Lembo, una persona “in prima linea” del “Buzzi” che si è gentilmente prestato a rispondere alle nostre domande…ma lasciamo spazio al Presidente dell’associazione.
Vuole parlarci del suo lavoro e di cosa rappresenta per Lei questa struttura? Sono il Direttore medico di un Presidio Ospedaliero della’Azienda Ospedaliera Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano, di cui fa parte anche l’Ospedale Buzzi. Rivesto attualmente il ruolo di Presidente dell’associazione OBM dall’anno della sua costituzione, il 2004, epoca in cui ero il Direttore medico del Buzzi. Quest’ospedale ha sempre rappresentato per me un elemento di crescita professionale e umana, dovuto al contesto peculiare di trattamento e assistenza dei bambini e delle donne che partoriscono al Buzzi. Ha rappresentato inoltre un “fil rouge” nella mia carriera professionale in quanto ho iniziato a lavorare alla Clinica Mangiagalli, più estesa come dimensioni, ma con simili caratteristiche. Anche se non fisicamente presente al Buzzi per ragioni lavorative, questa struttura rappresenta per me un fatto affettivo e di continuo stimolo nel percorso di umanizzazione dell’Ospedale e della sua evoluzione tecnologica e di ricerca, tutti elementi finalizzati a rispondere al meglio ai bisogni di salute delle donne e dei bambini. Basta entrare in Ospedale per rendersi conto della particolare realtà che si sta sviluppando a misura di bambino e ricevere una costante gratifica per i riscontri positivi degli utenti, grandi e piccoli.
Quali sono le principali malattie dei bambini che dovete affrontare ogni giorno e in cosa siete specializzati? Le malattie si possono collocare nei seguenti grossi ambiti:
a. Legate alla patologia della gravidanza;
b. Alle gravi immaturità neonatali;
c. Alla chirurgia pediatrica, soprattutto in ambito gastroenterologico ed urologico, vascolare per il trattamento delle malformazioni infantili, ortopedico per il trattamento degli esiti delle paralisi cerebrali infantili;
d. Alla clinica medica pediatrica, in particolare rivolte al trattamento delle malattie epidemiologiche stagionali, ad alcune malattie gastroenterologiche e allo studio e alla prevenzione di alcune malformazioni cardiache.
Naturalmente esistono ulteriori settori di eccellenza che agiscono in linea con quelli sopracitati per la definizione delle diagnosi e per il migliore trattamento terapeutico da conseguire.
Le prove “aperte” della filarmonica della Scala sono un’opportunità, oltre che per ascoltare dell’ottima musica, per poter ricevere dei fondi. Vuole invitare i nostri lettori a questo evento? La prova aperta alla Scala rappresenta un’occasione straordinaria di visibilità per l’associazione e un veicolo per far conoscere il lavoro svolto in questi anni e i progetti in divenire. Credo che non possa esistere momento più propizio per un cittadino per essere sensibilizzato alla solidarietà in una cornice fantastica come il Teatro alla Scala, dove la vista e l’ascolto di ottima musica predispongono gli animi nella maniera migliore. La partecipazione massiccia dei cittadini serve per incrementare la raccolta fondi per OBM che si sta impegnando attualmente per acquisire uno strumento di ultimissima generazione, un ecografo in 3D, per lo studio e la prevenzione della malattie congenite cardiache, da donare alla Cardiologia pediatrica dell’ospedale Buzzi. Partecipare diventerà proprio … una questione di cuore!
E dopo l’invito del Dr. Lembo, che ringrazio vivamente, non mi resta che ricordarvi i prezzi e come prenotare l’evento:
Biglietti: da 5 a 35 euro (esclusi i diritti di prevendita)
Informazioni e prevendita telefonica allo 02 465.467.467 (da lunedì a venerdì ore 10/13 e 14/17).
Altre prevendite: VIVATICKET  e GETICKET

Un ringraziamento ad Aragorn Comunicazione per le informazioni e i comunicati, in particolare a Melissa Tirico per aver reso possibile l’intervista al Dr. Lembo.
Ricordo che le Prove Aperte proseguiranno con altri tre appuntamenti fino al mese di Maggio.

La Filarmonica della Scala per il sociale

Lunedì 31 Ottobre 2011 alle ore 20.00, presso il teatro alla Scala di Milano, ci sarà un appuntamento di elevato spessore musicale e dal grande valore umano. Il maestro Omer Meir Wellber dirigerà la Filarmonica della Scala a sostegno della Fondazione Don Gnocchi con la partecipazione al pianoforte di Emanuel Ax.

Questo il programma del concerto:
– G. Puccini Crisantemi
– L. van Beethoven Concerto per pianoforte ed orchestra n° 5 in mi bemolle magg. “Imperatore” Op. 73
– P.I. Čajkovskij Sinfonia n° 4 in fa min. Op. 36
Noi di “Camminando Scalzi” abbiamo interpellato il presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari che ci inviterà all’evento e ci parlerà della Fondazione nata e voluta dal Beato Don Gnocchi.
Cosa rappresenta oggi la Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus nel panorama socio-sanitario italiano e internazionale?
La Fondazione è stata istituita oltre mezzo secolo fa dal Beato don Carlo Gnocchi (1902-1956) per assicurare cura, riabilitazione e integrazione sociale ai mutilati, vittime della barbarie della seconda guerra mondiale e con il passare degli anni ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. Oggi continua ad occuparsi di ragazzi con disabilità affetti da complesse patologie acquisite e congenite; di pazienti di ogni età che necessitano di interventi riabilitativi neurologici, ortopedici, cardiologici e respiratori; di assistenza ad anziani non autosufficienti, malati oncologici terminali e pazienti in stato vegetativo persistente. Intensa, oltre a quella sanitario-riabilitativa, socio-assistenziale e socio-educativa, è anche l’attività di ricerca scientifica e di formazione ai più diversi livelli.

Il prossimo 31 ottobre ci sarà un particolare evento a Milano, con un concerto dell’orchestra Filarmonica della Scala il cui ricavato sarà destinato alla vostra realtà. Cosa vi aspettate da questo evento?
La Fondazione Don Gnocchi riceve il sostegno della solidarietà privata e gode dell’appoggio delle istituzioni che le consentono di svolgere sempre meglio le proprie attività e di estendere ancor più la propria presenza sul territorio nazionale e in ambito internazionale.
Il concerto alla Scala rappresenta certamente una preziosa opportunità di sostegno per la nostra Opera, ma ci permette anche di rinsaldare il rapporto con Milano, la città di don Carlo Gnocchi, dove la Fondazione è nata e dove hanno sede i suoi organi di vertice. Alla Scala, alla Filarmonica, agli organizzatori e a tutti quelli che vorranno partecipare va quindi il nostro più sentito ringraziamento. I bisogni non mancano. La Fondazione sta investendo ingenti risorse economiche per migliorare le proprie strutture e per garantire ai pazienti servizi sempre più efficienti e di elevata qualità. A Milano, completata la nuova chiesa dedicata al Beato don Gnocchi e in attesa di vedere realizzato il museo a lui dedicato, stanno per prendere il via alcuni importanti lavori di ammodernamento dell’IRCCS “S. Maria Nascente”. All’Istituto “Palazzolo-Don Gnocchi” è stato ampliato il reparto che accoglie persone in stato vegetativo ed è stata avviata l’Unità di oncologia geriatrica. In Toscana è stato avviato in queste settimane un modernissimo Centro di riabilitazione nella città di Firenze con oltre 180 posti letto, struttura che ha richiesto un ingente sforzo e che necessita di essere sostenuto nell’avvio delle sue molteplici attività. A Roma, accanto alle attività ormai consolidate, è operativa da alcuni mesi una nuova struttura per affetti da Alzheimer e Parkinson, mentre continua il potenziamento dell’attività in tutte le altre regioni, in particolare in quelle del sud, Campania e Basilicata.

Da Opera pionieristica nata nel dopoguerra, ora la Fondazione può contare su numerosi Centri in tutta Italia e all’estero. Quanti siete e cosa fate oggi?
La Fondazione Don Gnocchi è riconosciuta Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), segnatamente per i Centri di Milano e Firenze, e conta oggi oltre 5.400 operatori tra personale dipendente e collaboratori professionali, per i quali sono approntati costanti programmi di formazione e aggiornamento. Le prestazioni vengono erogate in regime di accreditamento con il Servizio Sanitario Nazionale in una trentina di Centri, raggruppati in otto Poli territoriali in nove Regioni italiane. In totale disponiamo di 3.648 posti letto di degenza piena e day hospital e complessivamente sono quasi 10 mila le persone curate o assistite in media ogni giorno nei nostri Centri attraverso una pluralità di servizi. Si tratta di numeri che evidenziano bene l’intensità e la complessità del nostro lavoro al servizio dei pazienti. La Fondazione Don Gnocchi è inoltre riconosciuta come Organizzazione Non Governativa (ONG), impegnata in progetti di solidarietà nei Paesi in via di sviluppo. Ha realizzato Centri per bambini disabili in Bosnia-Erzegovina ed Ecuador; sostiene strutture di chirurgia ortopedica e di riabilitazione in Rwanda e in Sierra Leone. Altri interventi sono in corso o in programma in parecchie nazioni povere del mondo.

Il concerto alla Scala di fine ottobre evoca l’idea della musica come strumento di cura e sollievo, legato al benessere psico-fisico della persona. Viene utilizzata anche dalla Fondazione Don Gnocchi nell’ambito delle proprie terapie in supporti a favore dei disabili o dei pazienti?
La musicoterapia fa parte dei programmi di riabilitazione adottati in molti nostri Centri, specie a beneficio di disabili e anziani. In generale la musica, come molte altre forme d’arte, sono spesso d’aiuto e sostegno per persone fragili. Mi viene in mente il festival della musica impossibile che ogni anno promuove il nostro Centro di Falconara Marittima, nelle Marche, e a cui partecipano gruppi musicali composti da persone con disabilità. Lo stesso don Carlo Gnocchi, uomo di grande sensibilità e cultura, era un grande amante dell’arte e della musica. Nel suo libro del 1946 “Restaurazione della persona umana”, scriveva che «L’arte e l’amore nascono dal “nonnulla” di cui ha parlato Pascal. Il lontano sussurro di una melodia in fondo all’anima (magari sul ritmo monotono di una goccia cadente per Chopin), il balenìo di un ideale di bellezza nella pupilla (intuita in un blocco di marmo abbandonato, come per il David di Michelangelo), la rapida e confusa enunciazione di una legge fisica e metafisica alla mente assorta (dietro il moto pendolare di una lampada nella cattedrale di Pisa, per Galileo), la fulminea intuizione dell’anima gemella, attraverso un dolce viso di donna (come per tutti coloro che hanno potuto realizzare il loro sogno d’amore) hanno dato origine ai capolavori della scienza, della bellezza e dell’amore. Purché attentamente raccolti, appassionatamente seguiti e perdutamente amati».

Un ultimo pensiero a favore della Fondazione. Perché vale davvero la pena sostenervi?
Ci rivolgiamo a tutti con un celebre motto del nostro fondatore: “Amis, ve raccomandi la mia baracca…” (Amici, vi raccomando la mia “povera casetta”, n.d.r.). Don Gnocchi, l’indimenticato “apostolo del dolore innocente”, è stato solennemente proclamato Beato il 25 ottobre 2009 in piazza Duomo a Milano, straordinario riconoscimento per una vita spesa accanto ai più fragili. Sul letto di morte, raccomandò la propria Opera agli amici che gli stavano accanto. Oggi quegli amici sono una grande famiglia, che s’allarga sempre più. Tutti possono dare il proprio contributo perché la missione e l’opera di don Gnocchi possa continuare sempre più e sempre meglio, in Italia e nel mondo, accanto e al servizio della vita.

I costi dei biglietti per partecipare al concerto variano dai 15 euro (veramente alla portata di tutti) fino a 200 euro (commissioni di servizio escluse).
Per quanto riguarda le informazioni e la prevendita telefonica è possibile contattare il numero 02 465.467.467 (dal lunedì al venerdì 10.00/13.00 e 14.00/17.00) oppure entrate nel circuito www.vivaticket.it
Per quel che mi concerne vorrei ringraziare monsignor Bazzari per la disponibilità dimostrataci e invitare chi volesse maggiore informazioni sulla Fondazione a visitare il loro sito.
Mi auguro che il Teatro alla Scala sia gremito per questo evento e ringrazio Alessandra Romanati di Aragon (Comunicazione eventi e fundraising per il non profit) per aver reso possibile questa intervista.

Papesse al Vaticano, opera teatrale in un unico atto.

7 maggio 2011.

L’appuntamento è alle cinque del pomeriggio a piazza S.Pietro.

Essendo una persona un po’ timida, ho titubato molto prima di riuscire a trovare qualcosa di bianco e ampio da indossare, e ad afferrare cartoncino e forbici per confezionare il mio cappello. Il tutto è pronto solo poco tempo prima dell’ora dell’incontro. Giunta nella piazza, individuo subito la mia prima compagna: una ragazza che sta parlando con un ragazzo, e che in testa porta un copricapo papale. Già, perché oggi è il giorno della papessa!
Giustamente chi legge non starà capendo nulla. Lasciate dunque che vi spieghi alcune cose.
Quello che stiamo per fare non è né un flash-mob, né una manifestazione, ma semplicemente un atto teatrale; teatro di strada, se così possiamo dire. Si tratta di teatro surrealista, ma con uno scopo ben preciso, che è quello di riuscire a liberarsi per un po’ del pensiero  razionale, e lavorare invece con la metafora e con un’immaginazione simile a quella dei sogni. Tutto ciò nel tentativo di portare la mente a interrompere i circoli viziosi, o schemi ripetitivi, che imprigionano la nostra natura. In poche parole, un gesto liberatorio.

L’inventore di tale tipo di teatro è Alejandro Jodorowsky, artista cileno proveniente dal surrealismo, regista teatrale e cinematografico, attore, scrittore, marionettista e “tarologo”. Di solito questo teatro (detto “psicomagia”) coinvolge una sola persona, mentre qui si è voluto dare al tutto una valenza meno personale e più collettiva. Un atto di questo tipo è stato realizzato a Buenos Aires per le madri di plaza de Mayo, al fine di accompagnare e liberare il loro dolore e quello del popolo argentino: nel mezzo della piazza ogni madre ha liberato una colomba nel cielo, tenuta precedentemente in una gabbia nera.
Per quanto riguarda l’ evento in questione, lo scenario principale sarebbe stata piazza san Pietro. Non potevo non partecipare a qualcosa di simile che si stava svolgendo proprio nella mia città.

Stavolta volevamo fare qualcosa di esclusivamente femminile.

La chiesa afferma che il bambino ha bisogno di una madre e di una padre (cosa apprezzabile), dunque perché non dovremmo noi immaginare affacciarsi alla finestra un papa e una papessa, un santo padre e una santa madre? Perché non immaginarlo anche per le altre religioni?  I tarocchi stessi, questo antico gioco di carte, amano l’equilibrio, e contemplano tale coppia: abbiamo il papa (numero V) e la papessa (numero II). E dire che sono antichi…

Molti affermano: “ormai la tradizione cristiana fa parte della nostra cultura“. Infatti è così: in tribunale giuriamo sulla Bibbia, in classe abbiamo il crocefisso e a scuola facciamo religione. Essa permea di sé la nostra società e costituisce un messaggio visivo molto potente. Dunque essa è anche parte dell’immaginario che verrà ricevuto dalle  future generazioni, indipendentemente dal fatto che esse siano cristiane o meno. Non è questione di lotta per il potere o di femminismo, ma di come tutto ciò venga oggettivamente percepito nel profondo dell’animo umano. È una ricerca di equilibrio interiore, se mi si permette l’espressione. Possiamo permetterci ancora di lasciar credere alle bambine del futuro che la realtà sia un prodotto della sola mente virile, e che sia possibile per loro avere accesso al sacro esclusivamente attraverso l’uomo? Abbiamo bisogno di conoscere quale tipo di insegnamento hanno da offrirci le donne, perché allo stato delle cose conosciamo soprattutto l’insegnamento degli uomini.

Se non esiste una papessa, vogliamo provare a incarnarla! Diamole una voce, un movimento e un volto. Inventiamola. Ci piacerebbe sentirla parlare, almeno una volta. Ci piacerebbe molto sentir parlare tante donne sagge quanti uomini saggi sono apparsi nel mondo attraverso i secoli. Dove sono le insegnanti? Vogliamo conoscerle.

alcune delle ragazze in abito papale

Arrivano altre ragazze. Alcune sono italiane, altre spagnole, una è brasiliana. Sappiamo che altre  donne stanno facendo lo stesso a Concepcion e a Santiago in Cile, a Cordoba in Spagna, a Burgos e in altri luoghi.

Alcune, come me, indossano solo un semplice cappello, altre tirano fuori dai borsoni abiti più elaborati, davvero teatrali.
Siamo pronte. Possiamo cominciare a muoverci. Ci mettiamo in fila indiana e camminiamo lentamente, come in una processione. Le persone cominciano a scattare foto, alcuni ci chiedono il motivo del nostro gesto, ma la nostra regola è il silenzio. Il nostro atto deve essere completamente muto. È molto bello camminare così.  Siamo solenni. L’abito forse fa il monaco, e questo cappello dà ai miei pensieri una certa calma, un senso di maestà. Siamo molto belle a vedersi, così tutte insieme.

Le papesse di Concepcion

Ma ecco che una macchina dei carabinieri, di quelle piccole da zona pedonale, ci affianca. Una ragazza venuta a fotografare risponde per noi. Ci scortano lungo la strada, sempre più agitati. Alcuni sorridono al nostro passare, altri meno. Un signore comincia a incitare i carabinieri di “mettere fine a questa mascherata”. Noi sappiamo che in questo caso dobbiamo rimanere in silenzio e allontanarci, senza controbattere né opporre resistenza. Un’ accalorata signora, notando la nostra mancata reazione alle sue parole, grida in spagnolo “il silenzio è codardia!”. Anche una signora italiana pare infastidita dal nostro gesto. Una ragazza, ancora di lingua spagnola,  si avvicina e comincia a inveire contro di noi. Se la prende con la papessa che cammina davanti a me. Con un gesto le toglie di testa il cappello, l’altra se lo rimette e continua a camminare. Io proseguo in silenzio, e seguo con calma le mie compagne. Nel frattempo il servizio d’ordine ci sta invitando ad abbandonare la piazza.

La polizia ci ferma
La polizia ci ferma

 

Ancora vestite da papesse, creiamo un capannello in un angolo, mentre i poliziotti ci cominciano a fare delle domande.  “Cosa significa questa manifestazione?”, “Non è una manifestazione, è una rappresentazione.” risponde una papessa. La ragazza spagnola di prima ci raggiunge e continua a gridarci contro. Viene allontanata gentilmente. I poliziotti non riescono a comprendere la situazione. D’altronde li capisco, come si può classificare un evento come questo? Ci chiedono i documenti. Spunta una telecamera della rai. Una signora che era con noi prende le nostre difese in modo accalorato. Le papesse, anche se un po’ spaesate, si mantengono calme e accondiscendenti. Diamo i nostri documenti. Siamo ammutolite ma intimamente serene. Tre di noi faranno da portavoce e spiegheranno la situazione. Con i nostri documenti nelle mani della polizia, attendiamo fiduciose per un’ora e mezza, per non dire due ore. Ci raccontiamo le nostre sensazioni, scambiamo impressioni, sorridiamo. Nel frattempo le nostre compagne hanno avuto modo di chiarire le intenzioni pacifiche dell’atto, quindi non v’è alcuna conseguenza. Anzi, alla fine sembra che i poliziotti ci abbiamo preso in simpatia. Uno di loro ci saluta con “Arrivederci papesse!”.
È tempo di separarci. Ci salutiamo e ci abbracciamo forte, ci scambiamo le email. Presto verremo a sapere che le cose all’estero sono andate benissimo. Un applauso conclude questa straordinaria giornata. Non la dimenticherò facilmente. Ma aggiungo:

“Se noi ombre vi abbiamo irritato,
non prendetela a male, ma pensate
di aver dormito, e che questa sia
una visione della fantasia.
Non prendetevela, miei cari signori,
perché questa storia d’ogni logica è fuori:
noi altro non vi offrimmo che un sogno;
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.
Come è vero che sono un Puck onesto,
se abbiam fallito vi prometto questo:
che per fuggir le lingue di serpente,
faremo assai di più prossimamente.”

da “Sogno di una notte di mezza estate“, di W.Shakespeare, atto V.

 

Per chi fosse interessato, ecco maggiori informazioni:

articolo sulle papesse di Conception (in spagnolo)
articolo sulle papesse di Roma (in spagnolo)
riflessioni di una papessa anonima (in spagnolo)

chissà che non si ripeta l’anno prossimo…

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Intervista a Sergio Staino

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi.it intervista Sergio Staino

Erika Farris ha intervistato Sergio Staino, famoso autore di fumetti italiano che attraverso il suo celebre personaggio Bobo da anni racconta sé stesso e le vicissitudini della travagliata storia politica italiana. Nel corso della sua appassionata carriera collabora con quotidiani e riviste, e pubblica svariati libri di strisce e illustrazioni, trovando comunque il tempo per dedicarsi al mondo del cinema, del teatro e della televisione.[/stextbox]

A che età ha deciso che avrebbe voluto fare il fumettista? E quale percorso ha intrapreso per diventare il Sergio Staino che oggi conosciamo?

Ho iniziato tardi. In zona Cesarini: un giocatore di calcio diventato famoso perché faceva goal sempre quando stava per scadere il 90° minuto. E io mi sono sentito un po’ lo stesso. Avevo 39 anni quando ho cominciato a fare fumetti, quindi avevo già fatto tante e tanti lavori prima. Ho cominciato a lavorare a dodici anni in una fabbrica di ceramica, e poi dopo due anni ho ripreso a studiare, su impulso di un professore che mi voleva bene. Successivamente ho fatto l’istituto d’arte, e siccome sono andato particolarmente bene ho deciso di iscrivermi all’università e laurearmi in architettura. Ho anche lavorato al bar per un po’ di anni finché sono entrato nel Movimento dei Marxisti e Leninisti e ho deciso di andare a insegnare in una scuola media per avere più tempo libero per fare la rivoluzione… Nel ’79 mi sono ritrovato con un grande amore per la mia attuale compagna. All’epoca amore adulterino e clandestino perché io ero già sposato con un’altra. Lei peruviana, senza permesso di soggiorno, con una bambina fatta insieme, e quindi una bella felicità, però da un punto di vista della collocazione sociale, nulla.

Avevo solo un posto precario alla scuola. Molto precario perché io insegnavo educazione tecnica e al periodo era in discussione un progetto di legge che prevedeva di dimezzare gli insegnanti, che poi non passò, ma all’epoca sembrava che passasse. E questo mi accadeva con molti errori alle spalle, molte bruciature, ammaccamenti e cose non riuscite, e così ho provato a raccontarle in chiave umoristica, satirica, perché io avevo questa vena di vedere sempre, anche nelle cose non facili, un aspetto comico e buffo. È un’attitudine che abbiamo in molti, noi toscani, e così un giorno, in una riunione sindacale più triste delle altre i miei colleghi mi vedevano fare le mie solite caricature di passatempo e mi dicevano “Avessi io il talento che hai te”… Così tornai a casa e decisi di provarci, e il giorno dopo, il 10 ottobre del ’79 dissi a mia moglie: “faccio una striscia satirica, provo per un anno, e fra un anno vedo a che punto sono arrivato”. Mi sono messo al tavolino a pensare cosa fare e poi ho avuto l’illuminazione. “Fai te stesso – mi disse lei. – Hai un sacco di cose da dire”. Così ho fatto la mia caricatura. Mi son fatto brutto, triste, il naso rosso, già abbastanza pelato, ingrassato, messo dietro una macchina da scrivere e ho cominciato a raccontare le mie disgrazie, in chiave però molto divertente.

Dove sono state pubblicate le sue prime strisce?

Sono entrato dalla porta principale. Gli amici ridevano talmente di queste strisce che dopo una ventina di giorni le ho raccolte in una busta e le ho spedite a Linus, che al tempo era la rivista massima per i fumetti. Insomma, il 10 ottobre del ’79 mi sono messo a disegnare e i primi di dicembre dello stesso anno è uscita la mia prima storia su Linus, a febbraio la prima recensione, e un anno dopo, nell’ottobre dell’80 ero già un famoso disegnatore a fumetti. Mi è cambiata la vita. Sono entrato nel mondo del fumetto creando anche molte invidie e molti dei miei colleghi lì per lì dicevano: “ma chi è questo raccomandato che senza fare gavetta è entrato?”. Questi i più coglioni. Coi più bravi, che sono tanti, abbiamo poi fatto amicizia e oggi ci vogliamo molto bene. Credo sia una delle poche categorie, quella dei disegnatori, sopratutto satirici, dove non c’è una concorrenza così terribile e cattiva come c’è in altre categorie, come nel cinema o nella letteratura.

Lei ha fatto anche il regista cinematografico nei film “Cavalli si nasce” (1989) e “Non chiamarmi Omar” (1992). Come mai ha smesso?

Sì ho provato di tutto, ma il mio vero lavoro è comunque il fumettaro. Ho mollato il cinema sostanzialmente perché non ci vedo più bene e quindi c’è anche un problema tecnico, e ho dovuto abbandonare anche la regia teatrale per le stesse ragioni. Ma effettivamente, l’unico dei linguaggi che controllo e mi rende veramente soddisfatto del mio lavoro, è il fumetto. Cinema, televisione, teatro e letteratura li ho provati tutti alla fine ho sempre detto: “ma che cazzo ho fatto?”, e questa non è bella come domanda, perché vuol dire che non sei ancora padrone di quel linguaggio.

Lei è stato anche ideatore e direttore dell’inserto satirico TANGO, a cui hanno collaborato grandissimi fumettisti da Ellekappa, ad Altan ad Andrea Pazienza. Potrebbe dirmi se è cambiato qualcosa dal modo di fare fumetti satirici in quel periodo a oggi?

Beh diciamo che in quel periodo c’era ancora il Partito Comunista, quindi si parla ormai quasi di preistoria. Era un Partito Comunista che sentiva al suo interno l’inquietudine derivante dalla crisi che si stava avvicinando. Io ho iniziato a fare “Tango” nel 1986 e il Muro di Berlino è crollato tre anni dopo. Nell’86 forse ancora alcuni dirigenti non se ne erano resi conto, ma la maggior parte del partito sentiva che qualcosa stava cambiando e andava cambiata. Credo che Tango abbia portato il sorriso dentro il Partito Comunista, e soprattutto l’autoironia, perché prima il partito percepiva la satira solo come diretta verso l’avversario, mai come introspezione verso sé stesso. Con Tango credo dunque di aver dato al partito un aiutino a non essere distrutto dal crollo del Muro di Berlino, facendo sapere che le intelligenze soggettive e le verità oggettive che comunque erano contenute nei principi marxisti, sopravvivevano a qualunque cosa, e questo è stato l’elemento più importante che abbiamo raccontato con la satira. E non lo sapevamo. Perché le cose belle e le cose profonde nella stragrande maggioranza dei casi arrivano senza che l’autore se ne renda conto. L’importante è che tu sia sincero, che le cose che scrivi siano veramente dettate dal tuo cervello e dalla tua pancia. Se segui questo poi, incredibilmente, senza rendertene conto, trovi dietro spunti, verità, riflessioni, che sono profondamente utili e corrispondono alla realtà.

Per quanto riguarda la difficoltà di fare satira oggi, diciamo che è molto difficile quando si parla di fare satira nei giornali, perché oramai tutti i giornali sono diventati giornali satirici. A cominciare da “La Repubblica” in giù, secondo me tutti i giornali cercano il sensazionalismo; forzano i titoli e danno molto spazio ad autori caratterizzati da una matita felice da un punto di vista satirico, come Michele Serra, Curzio Maltese, il Severgnini etc. Alcuni giornali ci fanno proprio concorrenza diretta. Pensate ad alcuni titoli di “Libero” o de “Il Giornale” che in certe situazioni sono apertamente veri titoli da giornale satirico. Usano anche parolacce, parole pesanti, e quindi in questo caos diventa veramente difficile riuscire a far guizzare un’intelligenza satirica in maniera più riflessiva. Tutto vive una giornata, e tutto ha una scadenza limitatissima. Funzionerebbe meglio la satira in televisione, soprattutto perché in tv oggi non c’è spazio per la satira. Perché tanto è provocatorio il mondo della carta stampata tanto è ottuso, stupido e conformista il mondo della televisione. Io in tv ho fatto “Cielito lindo” una trasmissione che non ha fatto fortuna come ascolti, ma a ripensarci oggi tutti la elogiano, perché lì nacque la Littizzetto, Aldo Giovanni e Giacomo, ci fu l’exploit di Claudio Bisio e di tantissimi attori e autori satirici. Purtroppo però la cosa non è potuta andare avanti. Vedete anche quel poco di satira che fa la Dandini che è difeso come una trincea. Si dovrebbe fare molto di più. La speranza oggi è il web. Io ci credo molto. Una grande lezione di dissacrazione satirica ce l’ha data Wikileaks: una forma di provocazione continuata…

Gli autori satirici sono però ancora un po’ impacciati, perché le vignette riprodotte in video non sono la stessa cosa di una vignetta sul giornale. Bisogna pensare a un linguaggio che sia omogeneo, omologo e pensato con gli stessi strumenti telematici e digitali.

Differenze comunicative tra il mezzo visivo del fumetto e l’articolo di giornale. Punti di forza e di debolezza.

I punti di forza sono dati dal tipo di media in cui vai quando fai questa satira. Se vai su un giornale trasversale, che si rivolge a tutta la popolazione come “Il Corriere della Sera”, “La Stampa” o “Il Messaggero” il punto di forza è che puoi raggiungere un pubblico molto vasto. Il punto di debolezza è che il linguaggio di quel giornale ti impedisce forzature particolarmente adatte alle provocazioni. Come un Papa che si manifesta in una situazione di pedofilia. Sarebbe molto difficile inserire questo tipo di satira in uno di questi giornali. Lo puoi invece fare in dei giornali più liberi, sicuramente già ne “L’Unità” la cosa si può fare, ancora meglio nei giornali di satira. C’è il “Mamma!” ad esempio, o “Il Vernacoliere”, dove puoi andare giù sbracato quanto vuoi. Ma qui il limite è che questi si rivolgono a un pubblico che è già preparato, che già vuole sapori forti e quindi la deflagrazione che avviene quando fai una cosa trasgressiva nei confronti di ceti sociali che non se l’aspettano, in queste situazioni non avviene.

Teatro Puccini: come e perché ha deciso di ideare un’associazione come “Quelli del Puccini” e di organizzare questi incontri a un prezzo peraltro così simbolico (2 euro)? E in base a quali criteri avete scelto temi e ospiti?

In effetti da questi incontri non ci guadagna nessuno. Né chi organizza né gli ospiti che vi partecipano, che vengono solo a titolo di amicizia. Diciamo che ho la fortuna che in tanti anni di lavoro ho fatto tante belle amicizie con persone meravigliose e che oggi posso permettermi di invitarle gratuitamente. In genere gli incontri sono peraltro divertenti, intelligenti, e quindi è intelligenza che si semina, e soprattutto si fa conoscere una struttura culturale come quella del Teatro Puccini, che deve sopravvivere. Noi abbiamo diversi problemi di sopravvivenza da un punto di vista economico, di farlo conoscere, di tenerlo all’ordine del giorno nei confronti dei giovani, e c’è un problema di sfratto sul teatro, e quindi tutto quello che si riesce a fare per far crescere questa realtà… ben venga. Io ho una, diciamo, vocazione a innamorarmi di queste cause cittadine che mi sembrano belle. Per aiutare la città. Mi viene un po’ dalla formazione comunista, perché io ho fatto parte di una generazione che diventava comunista non per avere una poltrona da assessore, ma per un’enorme generosità verso il mondo. L’altro motivo è che faccio un mestiere che mi tiene sempre da solo davanti al computer e al tavolo da disegno e l’idea di lavorare con altri e ogni tanto vedere queste situazioni collettive mi allarga un po’ il cuore, perché sono una persona molto estroversa, molto sociale, come dovrebbe essere chiunque di sinistra. Quando uno sfugge, non si fa vedere, ha paura di incontrarsi con gli altri, c’è qualcosa che non va.

Le idee e gli argomenti trattati negli incontri sono sostanzialmente scelti da me, ma sono corroborati da giovani collaboratrici: Antonella, Alice e Francesca, che per me sono ossigeno. Non mi posso vantare di tutto. Ad esempio, il 26 abbiamo qui Roberto Vecchioni, e lui è uno dei miei più vecchi amici. Con lui però c’è Boosta, il tastierista dei Subsonica, e io non mi posso vantare di conoscere anche lui. Ho imparato a conoscerlo perché tre ragazze mi hanno fatto un cervello così a insistere che avrei dovuto chiamare o il cantante o il tastierista. E quindi me l’hanno fatto ascoltare e conoscere. Un grosso aiuto, inoltre, me lo danno alcuni amici intellettuali fiorentini che fanno parte di “Quelli del Puccini” che mi danno il background culturale quando magari bisogna invitare qualcuno che non mi conosce o che è più difficile far venire. Allora gli snocciolo la lista di nomi che ho con me nella mia associazione e loro dicono “vabbè, allora è una roba seria” ed è più facile. Una mallevodoria.

Cosa consiglierebbe a un ragazzo di talento, bravo a disegnare, per farsi largo nel mondo del fumetto?

Una volta c’erano delle riviste che erano molto lette ma che oggi non ci sono più. Oggi si comincia illustrando o pubblicando dei libretti per conto proprio, o illustrando libretti di amici. Io, ad esempio, Pazienza lo conobbi così. Aveva fatto un libretto che si chiamava “La settimana di otto lunedì” quando era ancora un autore sconosciuto. Mi capitò per le mani questo suo lavoro e i suoi meravigliosi disegni, e infatti poco dopo se lo prese Frigidaire e da lì nacque Andrea Pazienza. E la stessa cosa vale per Gipi, che è un grande disegnatore toscano. L’ho conosciuto, gli ho fatto una mostra a Scandicci, Fofi l’ha presentato in altre cose etc… Bisogna fare così. Lavorare, lavorare e se hai l’intuito di sentire delle persone che sono sul tuo feeling mandargli le cose. O mandare le cose anche a Staino, alla mail info@sergiostaino.it, e magari, se la cosa vale, ti comincia ad arrivare la risposta. L’importante è che ci sia la passione dentro, e ricordare che se c’è la passione non ci sono le delusioni che ti fermano, perché diventa un’esigenza. Io disegnavo prima di sfondare e avrei continuato a disegnare anche se non avessi sfondato. La prima cosa è l’esigenza del linguaggio: perché se tu hai qualcosa da dire e hai un linguaggio che ami particolarmente, questa cosa di per sé la fai. E se la fai bene, con sincerità, senza seguire mode ma  impulsi che poi sono tuoi, prima poi viene fuori il talento. Guardate Saviano. Lui aveva scritto dei racconti, li aveva mandati a Fofi e Fofi gli ha detto “ma tu scrivi bene. Perché invece di scrivere cazzate non ti affacci dalla finestra di casa tua e guardi Scampia sotto casa, la tua Napoli.” E così è nato il Saviano che tutti conosciamo. Bisogna sempre raccontare le cose e non fuggire mai per la tangente. Non andare su cose troppo surreali o fantascientifiche. Meglio raccontare sempre le cose che si conoscono e che ti danno emozioni dirette. Indignazione, felicità, qualunque tipo di emozione. Ma deve essere diretta e vissuta. Mai immaginarsi le emozioni di altri. Lo potrai magari fare più tardi, con più esperienza, ma devi sempre partire dalle tue. E poi non è vero che non ci sono storie. Perché anche solo uscendo di casa e andando a scuola, anche solo in una mattinata, se una persona sa vederle, sentirle e percepirle, quelle emozioni sono già materiale per un racconto…

Vi lasciamo con una vignetta disegnata da Staino in esclusiva per Camminando Scalzi!

“Panariello non esiste” – Teatro Arcimboldi di Milano

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Vi presentiamo Alan Valenza , 27 anni da Milano. Appassionato di sport, in particolare calcio e tennis, ama leggere libri gialli e da 10 anni scrive. Ha iniziato col giornale della scuola pe rpoi proseguire con giornali a tiratura provinciale e regionale. Ha inoltre avuto un’esperienza in tv e una in radio come opinioniosta.[/stextbox]

Giorgio Panariello è tornato. Dopo un’assenza di 3 anni dai teatri italiani torna con uno spettacolo tutto nuovo.  Uno spettacolo dal titolo un po’ particolare, che viene spiegato da Panariello nel primo monologo e che, nonostante sia un comico, fa capire come sia anche un artista che negli spettacoli mette quel poco di malinconia che contraddistingue tutti i grandi comici.

Lo spettacolo è composto da un mix di monologhi sull’attualità (in questo momento non si può tralasciare la politica), e riproposizioni di vecchi personaggi che il pubblico conosce già. Si parte da Merigo, l’uomo sempre ubriaco che perde il suo amato vino; si passa dal dj della discoteca Kiticaca di Orbetello; si arriva al vecchio sempre più solo che ripensa alla vita che sta passando e, con la giusta dose d’ironia, fa capire alla propria famiglia che lui è stato qualcuno nonostante ora sia vecchio.

Il più di questo spettacolo è di sicuro l’orchestra live presente sul palco che compare per la prima volta dopo dieci anni, quando sul palco c’era la Band di Paolo Belli. Con loro, Panariello può rivivere il suo Renato Zero, può cantare canzoni proprie che il grande pubblico non conosce.

Di sicuro possiamo dire che Panariello è tornato senza deludere le aspettative. Le battute sono tutte nuove. Non ha riciclato niente ed è forse per questo che ci ha messo un po’ per tornare nei teatri. Il tour proseguirà in tutta Italia.

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Alan Valenza

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Gli eroi sono ancora giovani e belli?

Martedì 9 novembre, all’interno del ciclo di “Incontri del Puccini” dell’omonimo teatro di Firenze, Francesco Guccini, Simone Cristicchi e Sergio Staino (tra i promotori dell’iniziativa) hanno dialogato assieme al pubblico sul tema “Gli eroi sono ancora giovani e belli?“. Una domanda che prendendo spunto dalla celebre “Locomotiva” del cantautore emiliano, ha dato vita a uno stimolante dibattito su musica, politica e cultura, in cui i due cantanti italiani hanno trovato il modo di esprimersi e raccontare la propria storia. Un confronto tra due personalità molto differenti, dove il divario generazionale e la diversità stilistica dei generi musicali trova comunque spazio per un insieme di legami e punti di riferimento comuni.

La saggezza di un uomo che nell’ironia ha trovato la formula per non prendersi troppo sul serio e sfuggire alle banalità, davanti a domande che richiederebbero troppo tempo per trovare una sola risposta. L’umorismo composto di un poeta che in cinquant’anni di canzoni ha già trovato il modo di raccontare se stesso e la realtà in cui viviamo, rifiutando l’epiteto di maestro per definirsi “un artigiano di parole”. E alla domanda sul perché avesse deciso di fare il cantautore ha risposto con inconfondibile sarcasmo, rinunciando a quella fama di sapiente illuminato che le sue canzoni gli hanno costruito attorno. “Una sera sono stato al cinema con degli amici per vedere un film sul rock and roll. – ha spiegato – Era la storia di una band di cinque ragazzi che organizzavano un concerto in un campo scout con trecento ragazze. Cinque uomini e trecento scoutiste… Quando siamo usciti dal cinema un mio amico ha preso la decisione: dobbiamo fondare un gruppo musicale”.

L’originale semplicità di Francesco Guccini, e dall’altra parte l’emozione del più giovane Simone Cristicchi seduto al fianco di due “mostri sacri” della sua vita. Lui che da ragazzo sognava di fare il fumettista e prendeva lezioni di disegno dal grande Jacovitti, ma che successivamente capì che la musica sarebbe stata il suo futuro. “Vorrei ringraziare Francesco per questo – ha esclamato – perché ascoltando e leggendo i suoi testi ho capito quanti significati possono celarsi in un brano musicale, che vanno ben oltre la solita sdolcinata canzone d’amore”.

Sul palco anche un Sergio Staino forte e combattivo. Lui che con un tratto di matita ha la capacità di riassumere complesse vicende politiche e fenomeni sociali, e che da tempo ha ideato l’associazione “Quelli del Puccini: gruppo informale di contaminazioni culturali” (www.quellidelpuccini.it) nato per “stimolare le nuove generazioni con le proposte e le idee che nascono da questi appuntamenti”.

La simpatia del noto attore-regista Leonardo Pieraccioni, che in un rapido intervento di dieci minuti ha raccontato di quando, all’età di dieci anni, sua madre decise di regalargli qualcosa di più profondo di un disco di Cristina D’Avena, “e da allora – ha affermato – io sto a Francesco Guccini come Emilio Fede sta a Berlusconi”.

Una platea senza limiti d’età, per incontrare un cantautore che viene ascoltato oggi così come negli anni Sessanta. Un pubblico partecipativo, felice di guardare al domani con l’estroso talento di Simone Cristicchi che, accompagnato dal Coro dei minatori di Santa Fiora, ha chiuso l’incontro tra le note di “Bella Ciao” e “Volemo le bambole”: il giusto compromesso tra l’allegria della musica popolare italiana e la memoria di versi che ancora oggi trovano il senso di essere cantati…

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Corrado Guzzanti: ricicli a parte, una perla di satira

Corrado Guzzanti è un genio pigro. Non si tratta di un’infamia, è una cosa emersa durante la sua intervista a “Che tempo che fa” (che potete vedere qui).
I geni pigri sono una maledizione, perché ogni volta che tirano fuori qualcosa di nuovo ti obbligano a bestemmiare perché sai che si tratta di una cosa geniale e che non ne vedrai un’altra per un bel pezzo.

Dopo L’ottavo nano (2001), con la conduttrice e collega storica Serena Dandini, e la parentesi de Il caso Scafroglia (2002), Corrado sparisce dalla tv. Passa temporaneamente al cinema, dove consuma ben tre anni per realizzare il film di Fascisti su marte, che riscuote un successo modesto. Dal teatro, se non si conta Faccia da comico, con la Dandini e Neri Marcorè, mancava invece dal 1998, ben undici anni.
E’ tornato alla ribalta questo aprile, con uno spettacolo chiamato semplicemente Recital.

Recital è una sorta di “nelle puntate precedenti”: un lungo (dura più di tre ore), gustosissimo riassuntone della vita professionale di Corrado. E’ affiancato in questa impresa dalla sorellina Caterina (che ha ormai un curriculum di tutto rispetto sia come comica che come attrice, viste le sue doti recitative in Boris) e dal sempiterno collega e amico Marco Marzocca.
Lo spettacolo parte in quarta con un Giulio Tremonti (attuale ministro dell’economia) che sdrammatizza i più tragici eventi economici recenti banalizzandoli con cinismo e, tra un “povca tvoia, povca puttana” e un altro, finisce ad illustrare paranoiche teorie complottistiche che comprendono persino gli alieni.
Marco Marzocca Subito a ruota vengono presentati i comprimari dello show: Marzocca interpreta un ligio e giovane prete tanto ingenuo da risultare ottuso, personaggio ricorrente come il tema che rappresenta; la Guzzantina si giostra invece tra diversi personaggi, primo fra i quali un’ipotetica Miss Italia stereotipo dell’oca ignorante che si studia le risposte a memoria.
Mentre sul megaschermo passano spezzoni di altri personaggi che purtroppo non saranno eseguiti dal vivo (Antonio Di Pietro, i mafiosi “prestati” alle ronde…), Corrado mette su la pelata di Fausto Bertinotti e ci rende partecipi dei progetti del leader de La sinistra l’arcobaleno: frazionarsi in partiti sempre più piccoli fino a diventare microscopici e, come i virus, attaccare la maggioranza dall’interno, invisibili e fatali.
Dopo la breve pausa bagno che segue la prima ora di show, Corrado riparte con Vulvia, storico personaggio de L’ottavo nano, e il suo “Rieducational Channel”.
Entra poi il più recente Padre Pizzarro, visto a Parla con me, che elargisce vere e proprie perle di satira al vetriolo su religione e chiesa. Segue il lungo ma piacevolissimo intermezzo di Maria Stella Gelmini (attuale ministro dell’istruzione), imitata da Caterina, che sfrutta come spalle il fratello Corrado e Marco Marzocca nei panni di padre Federico.
Le ultime battute dello spettacolo sono inanellate perfettamente partendo dal profeta del dio Quélo, che scopriamo essere morto (!). Mentre padre Federico cerca in tutti i modi di farsi raccontare qualche dettaglio sulla vita nell’aldilà, fa la sua comparsa sul megaschermo niente meno che Gianfranco Funari (realmente morto nel luglio 2008).
Sono momenti davvero tragicomici, raccontati con precisione millimetrica, dato che gli attori in carne ed ossa devono rispondere alla registrazione sul megaschermo in maniera naturale ma senza sforare i tempi programmati. Il redivivo Funari ci informa con il suo tipico distacco da uomo vissuto che anche in paradiso – ora subappaltato – c’è un gran casino, e la burocrazia ti frega. Consiglia ai neo-morti di non firmare mai niente, dato che persino la famosa “luce da seguire” è a carico e costa parecchio. Dopo aver costretto fuori dal palco gli “attori vivi” con i suoi soliti modi, è proprio lui a chiudere lo show, chiosando che non ci invidia per niente, dato che noi dobbiamo sopportare ancora Berlusconi, che ci sta preparando “un bel piattino dimmerda”.
Grandi assenti: Rokko Smitherson, Lorenzo, Brunello Robertetti, Barbagli.

Che dire di Recital… Guzzanti è Guzzanti. E’ in forma, come sempre, e i suoi personaggi sono semplicemente irresistibili. Essendo, come ho detto in apertura, uno “spettacolo polpettone”, va da sé che gran parte dei personaggi ripetono battute già sentite e risentite nel corso degli anni… L’apoteosi del riciclo si ha con Vulvia e con Quélo: è vero che i classici “Spingitori di cavalieri” e “Tu c’hai grossa crisi, stai miagolando nel buio” sono cavalli di battaglia che vengono accolti da scrosci infiniti di applausi, ma non sarebbe stato male pensare qualche battuta nuova… Sono passati quasi dieci anni dalle loro prime apparizioni, e il mondo cambia in fretta… E’ qui che la pigrizia di Corrado mostra il suo aspetto peggiore.

L’umorismo di quasi tutto lo spettacolo è generalmente leggero e parodistico, più che satirico. Ricorda l’atmosfera felice di tempi più rilassati e rilassanti, come quelli di Avanzi e (un po’ meno) L’ottavo nano. L’effetto è strano, perché questo tipo di comicità sembra quasi anacronistica, fuori tempo massimo, e stona un po’ con la situazione sociale ma soprattutto politica, in Italia. Recital è uno spettacolo probabilmente pensato per regalare una boccata di aria fresca… Far ridere senza dar da pensare più di tanto, senza far rodere il fegato tra un’imitazione e l’altra e far uscire dal teatro rilassati e contenti, anziché meditabondi e vagamente incazzati o depressi come si potrebbe uscire, ad esempio, da uno spettacolo moderno di Beppe Grillo, Daniele Luttazzi (in tour con Va dove ti porta il clito) o persino la sorella di Corrado, Sabina (in tour con Vilipendio).

Ho detto “umorismo leggero e parodistico” e qui subito lo nego perché – e questo è il punto chiave di tutto lo show, secondo me – in realtà la parte satirica c’è eccome, e riguarda esclusivamente la religione, i credo e l’istituzione della chiesa. Tramite i personaggi di padre Federico e soprattutto padre Pizzarro, Recital muove un attacco brillante ed intelligente a tutto il sistema metafisico umano. Con una logica sorprendente poiché estremamente lucida, lo mette a nudo senza vergogna e senza mezze misure, con la freddezza con cui uno scienziato studia un batterio posto sul vetrino del suo microscopio.
Sotto questo punto di vista, lo spettacolo di Corrado fa scuola e pesta più duro di – crediateci o meno – un maestro della satira come Daniele Luttazzi, che personalmente considero il punto di riferimento (quantomeno italiano) su questo argomento (teorico e pratico).

Recital vale quindi l’acquisto del biglietto?
Se amate Corrado Guzzanti ed i suoi personaggi, e non storcete troppo il naso a sentire per l’ennesima volta un’abbondante selezione di battute vecchie, precipitatevi a prenotare i biglietti.
Se Guzzanti vi piace il giusto, ma non potete resistere alla satira senza peli sulla lingua riguardante la religione e la chiesa, Recital è una perla in tal senso, filtrata dai personaggi meno nuovi e/o interessanti.
Se conoscete a malapena Guzzanti, ma avete voglia di farvi due sane risate senza poi sentirvi in colpa una volta usciti da teatro, considerate l’ipotesi di andarvi a vedere questo divertente spettacolo.

E speriamo che non tocchi aspettare dieci anni per vedere qualcosa di nuovo. Muovi il culo, Corrado!