Parlando di progresso e povertà

Chiunque non abbia avuto l’occasione di leggere l’Internazionale n° 980, forse potrà essere interessato a leggere questo articolo. È un numero in gran parte dedicato a economia, mercati e finanza, al termine del quale ti pare quasi di aver trovato l’antidoto di ogni male e la soluzione a molti dei problemi della società.

ProgressAndPovertyBookA colpire particolarmente è il pezzo di Christopher Ketcham dello statunitense Harper’s Magazine, dedicato alla storia del Monopoli, il celebre gioco da tavolo “giocato da almeno un miliardo di persone in centoundici Paesi e quarantatre lingue”, inizialmente ideato con lo scopo di insegnare a combattere i monopòli, e poi tramutatosi in una gara dove l’accumulo dei monopòli è invece il principale obiettivo dei giocatori che s’impossessano della pedina a forma di funghetto, bottiglione etc…

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Disinformazione ecologica ai tempi dell'antropocene – Intervista a Luca Mercalli

Esiste una straordinaria frase di Elias Canetti – scrittore bulgaro – che ben riassume ciò che vorrei affermare: “l’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido”. Da questo aforisma non trapela pessimismo, come qualcuno potrebbe pensare, bensì il volto ignoto del realismo. Immaginarsi un mondo migliore, anzi: un pianeta sul quale non esistono sbuffi nauseanti e inquinanti, microscopiche particelle killer, immani sperperamenti di risorse che causano fame e, al contempo,  spreco. Immaginarsi questo implicherebbe che noi tutti ci fermassimo un istante a riflettere sull’importanza degli errori e del loro peso su oggi e domani, ci dovrebbe indurre a gettarci nell’umiltà, accettare di aver errato per generazioni e da qui ripartire in prima, non in quinta.

Abbiamo errato, è vero, poiché per decenni abbiamo deciso che il destino della Terra fosse uno soltanto: produrre. Fabbricare, consumare quanto più si può e sprecare sono i verbi di ieri e di oggi, di quegli anni in cui il trasgredire le regole era divenuto una consuetudine, quasi un atto obbligatorio, e in cui l’ambiente per molti di noi e per le istituzioni era tramutato in una sorta di nullità, in un optional, in un problema irrisolvibile per cui era, ed è ancora, una questione da abbandonare a sé stessa. È naturale, quindi, che oggi i nodi vengano al pettine: esaurimento di risorse naturali, inquinamento atmosferico, agricolo e marino, spreco incontenibile, e così via. La verità è che il pianeta è una cava di risorse e beni preziosi limitati. Ma osservando le condotte di molte persone comuni, delle istituzioni e dei mezzi di informazione, posso intuire che c’è un’altra verità, la quale ci spiega che viviamo nella totale convinzione che il mondo possa darci tutto per sempre e senza dover fare alcun conto con la natura alla fine della spesa. È come riempire una stanza di rifiuti ogni giorno senza mai liberarla, accumulare spazzatura su spazzatura: alla fine ci ritroveremmo in una montagna di rifiuti, un luogo non più vivibile poiché la nostra negligenza e dissennatezza hanno lasciato che il ciclo della nostra vita consumistica si limitasse all’acquisto, al consumo e allo spreco. Proprio per la natura del nostro mondo – che è limitato e finito – esso non può traboccare di rifiuti esclusivamente generati dal nostro incosciente amore per lo sperperamento. È inevitabile produrre spazzatura, ma è eludibile il continuo gettare via cibo commestibile e l’enorme spreco di energia e risorse, causato da egocentrismo e indifferenza o da una gestione arretrata e poco efficiente. Esistono le energie rinnovabili, quali sole e vento, esistono tecnologie avanzate in grado di riciclare i rifiuti, esistono l’autosufficienza e metodologie efficienti nel gestire le energie e le risorse naturali; potrebbe anche esistere una grande sensibilità collettiva in merito all’ambiente ma ancora non c’è. Forse perché siamo troppo eccitati dall’idea di possedere un SUV luccicante o un cellulare di ultima generazione; forse perché siamo plagiati dalla convinzione che siano i jeans che indossiamo a fare di noi persone interessanti, che seguire il divertimento di massa e la massa stessa siano l’unica cosa importante della nostra esistenza. Forse la verità è che la colpa in fin dei conti non è della TV, dei media, di quei finti personaggi di cartapesta che ci dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato, dell’informazione annacquata, ma è della nostra totale incapacità di essere umili per ammettere gli errori e da essi ripartire daccapo. Per avere una reale conferma, ho pensato di chiedere alcuni pareri a Luca Mercalli – noto climatologo, che dal 2003 ha una rubrica nel programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa.

Perché secondo lei si tende a tralasciare i rischi climatici preferendo sminuire le affermazioni degli scienziati?

Direi che la gente tende a trascurare ogni notizia che segnala dei problemi sul nostro futuro, siano essi cambiamenti climatici ma siano anche problemi legati all’inquinamento che nuoce alla nostra salute, o alla crisi finanziaria che stiamo vivendo come effetto superficiale di altre crisi più profonde legate all’esaurimento o al maggior costo di risorse forestali e alimentari, energia, minerali preziosi, il tutto in un mondo sovrappopolato da sette miliardi di individui che non può sopportare la crescita infinita invocata dagli economisti. Siamo un po’ come il fumatore che legge sul pacchetto di sigarette “il fumo uccide” ma poi continua a fumare, quindi mi sembra che sia una questione profonda sul piano cognitivo e psicologico. Mi pare che ormai gli scienziati siano arrivati un po’ al loro limite nell’informare le persone, adesso abbiamo bisogno di un altro tipo di professionalità che entrino in campo e che per ora non vedo; sono gli esperti delle scienze umane, sono i sociologi, gli psicologi sociali, gli antropologi, cioè quella parte di saperi che oggi deve spiegarci perché l’uomo di fronte ad avvertimenti credibili dei rischi concreti che ha davanti, gira la testa dall’altra parte invece che occuparsene costruttivamente.

Quindi lei è dell’idea che la TV al giorno d’oggi non faccia il suo compito, come dovrebbe fare.

Sicuramente l’informazione non fa bene il suo compito perché un’informazione seria oggi avrebbe il dovere di attirare sempre di più l’attenzione su questi temi; non in modo sensazionalistico, perché sappiamo che le notizie strillate sull’emergenza non servono a niente in quanto attirano l’attenzione per pochi giorni e poi finisce tutto. Invece noi abbiamo bisogno di una continua sollecitazione severa ma costruttiva su questi argomenti che porti tutta la società a riflettere sulle soluzioni. Direi che il problema maggiore dell’informazione è che considera questi argomenti come una delle tante notizie, come un optional; mettiamo nei giornali la crisi ambientale o energetica alla stessa stregua delle pagine sportive dando l’impressione ai lettori che ci si possa occupare d’ambiente oppure si possa anche non occuparsene, senza ricordare che noi dipendiamo esclusivamente da flussi di materia ed energia e da inflessibili leggi fisico-chimiche che regolano la nostra vita e con le quali non possiamo negoziare. È come essere su un aereo e avere finito il carburante: l’atterraggio di emergenza diviene l’unico problema supremo di cui occuparsi, tutto il resto non ha più importanza. Invece nella realtà è come se noi avessimo una notizia che dice “tra poco precipitiamo, ma possiamo anche girare pagina e trovare un articolo di calcio o l’ultimo film da andare a vedere, quindi fate voi, scegliete la pagina che vi piace di più” e intanto l’aereo precipita. Questo mi sembra il difetto dell’informazione di oggi: non è che nasconda i dati o le criticità ma non dà loro quell’importanza assoluta che dovrebbero avere il fine di attivare una vera e propria sfida collettiva per la sopravvivenza dell’umanità. È ovvio che poi la tendenza naturale delle persone è quella di rimuovere i problemi e preferire la partita di calcio, ma proprio nella creazione di un senso di urgenza verso un cambiamento di paradigma economico e ambientale sta la missione dei media. L’informazione influenza miliardi di persone, quindi vuol dire che quelle tendenze nell’evitare di confrontarsi con i veri problemi strategici sono poi riprodotte nella società; dal bar alla redazione di un giornale c’è questo atteggiamento di indifferenza, manca purtroppo questa fondamentale insistenza nel fornire nuove chiavi interpretative di un presente del tutto inedito per la storia della nostra specie, non a caso chiamato “Antropocene”, primo periodo geologico nel quale le forze umane rivaleggiano con quelle naturali. Non possiamo rimandare oltre questa presa di coscienza e le azioni per ridurre la nostra pressione sul pianeta, una volta attivati, certi processi naturali divengono irreversibili, almeno alla scala dei tempi umani, e ne avremo conseguenze irrimediabili.

Secondo lei la politica italiana si comporta in modo efficiente e soddisfacente o tende, come una buona parte della società, a dare poco conto e valore all’ambiente?

Ovviamente la seconda risposta. Noto soprattutto che per la politica e per la società italiana l’ambiente è qualcosa di assolutamente secondario e un aspetto che, da un punto di vista culturale, non esiste. È più un’icona da tempo libero, il parco dove rifugiarsi la domenica, ma non viene percepito come il mezzo biogeochimico fondamentale che ci permette di vivere tutti i giorni. È un argomento rimosso soprattutto adesso, nella crisi economica, che viene messa al primo posto di tutte le riflessioni, quando invece si dovrebbe comprendere che ha le sue radici anche nella crisi ambientale. La crisi economica è diventata una scusa per respingere anche quel poco di provvedimenti o di riflessioni che avevano a che fare con l’ambiente. Oggi con la scusa di tagliare, tagliamo tutto; ovviamente per prime anche le politiche che avevano risultati positivi sull’ambiente, dalle energie rinnovabili alla riqualificazione energetica degli edifici, alle aree di conservazione della biodiversità.

Se uno Stato come il nostro continua a penalizzare le ricerche, gli studi scientifici, le università, come può prepararsi a qualcosa di probabile come l’esaurimento del petrolio?

La ricerca in questi settori è fondamentale per comprendere i meccanismi rapidi di variazione dell’ambiente, che poi possono avere delle conseguenze negative anche sulla nostra salute oppure sul nostro benessere, quindi giustamente energie rinnovabili e così via. Noi penalizziamo la ricerca e assecondiamo di nuovo un altro difetto, tipicamente italiano, cioè che le persone non vengono stimolate a imparare di più ma a essere fiere di sapere di meno. Lo chiamerei “effetto telenovela”, la propagazione di un modello di vita assolutamente irreale e dissipativo che distoglie da una vera programmazione del futuro.

Nel suo libro “Prepariamoci” dice che “le scienze umane – filosofia, psicologia sociale, antropologia, sociologia, storia – dovrebbero diffondere comportamenti saggi, concepire soluzioni politiche ed economiche, comunicare urgenze e speranze”. Perché questi saperi non partecipano a questo dibattito?

Secondo me sono sostanzialmente scienze umane che a differenza delle scienze dure, quelle matematiche, fisiche e naturali, non hanno mai avuto una vera importanza applicativa ma hanno dominato la scena culturale concentrandosi su ideologie e aspetti soggettivi dell’umanità; oggi, mettendosi al servizio di questa sfida epocale, potrebbero fornire nuovi elementi etici e cognitivi per gestire correttamente il rapporto uomo-ambiente fattosi così rischioso e delicato. Sono scienze che oggi cominciano a comprendere come funzionano i meccanismi cognitivi delle persone e le loro attese, e possono dunque completare il lavoro che i ricercatori del clima, dell’energia, del cibo, dell’inquinamento hanno compiuto senza riuscire a sensibilizzare i comportamenti verso approcci non predatori delle nostre risorse. E se io dico che il clima cambia e la gente dice che sono un catastrofista, a questo punto io vorrei passare la palla a uno psicologo sociale e dirgli “spiegami perché uno si prende l’etichetta di catastrofista quando fa vedere dati razionali e scenari rigorosi sul nostro futuro”; è come dire a un medico che è un catastrofista perché ha diagnosticato un cancro. Sembra che le scienze ambientali stiano facendo la stessa cosa: esse sono il medico del pianeta che dice “ci sono molte cose che non vanno”, e nel frattempo dall’altra parte c’è chi risponde dicendo “sei un catastrofista”, invece di pensare alla cura! Vorrei semplicemente che queste scienze umane dialogassero con la ricerca scientifica, assumessero dei dati e si occupassero di spiegare perché le persone, messe davanti a un avvertimento negativo, girano la testa dall’altra parte: questo me lo deve spiegare uno psicologo, non un climatologo. Io non giro la testa dall’altra parte perché ho lavorato su me stesso, riducendo la mia impronta ecologica e i miei consumi energetici, mentre il 90% delle persone non lo fa e mi dice “sei un catastrofista”. Allora faccio appello all’antropologo o allo psicologo perché questo è soltanto un problema di costume culturale dell’umanità, dal quale tuttavia dipenderà la nostra esistenza.

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C'è posta per te

Il postino non porta sempre belle notizie, ma quando fra pubblicità e bollette spunta una denuncia con una richiesta di risarcimento di 500.000 euro, allora la cosa si fa seria.

Qualche mese fa, l’associazione ambientalista Terra! ha messo in luce un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte della APP, che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. Secondo i dati riportati da Terra!, l’Italia è divenuta oramai il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate, e nel 2009 editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Non si tratta solo di corresponsabilità con la deforestazione, ma di un vero e proprio (talvolta inconsapevole) incitamento a proseguire nella devastazione. Infatti la crescita delle vendite spinge il colosso cartario a produrre di più e alimenta la cronica deficienza di materia prima, il legno, gettando le basi di nuove conversioni di foreste pluviali in piantagioni di acacia. Per questo Terra!, assieme a 40 associazioni ambientaliste europee, ha chiesto alle imprese del settore di interrompere ogni relazione commerciale con il colosso cartario sino-indonesiano.

Terra! ricorda anche un altro aspetto: che acquistando prodotti della APP si favorisce l’espansione sul mercato italiano dei suoi prodotti, che rischiano di mettere fuori gioco la produzione cartaria nazionale proprio in un momento di crisi, dato che la APP gode di un accesso vantaggioso alla materia prima, ai danni delle residue foreste pluviali e delle comunità che vi abitano.

Imprese come Mondadori Printing, De Agostini, Gucci, Versace, Ferragamo, Burgo, Fedrigoni, Kimberly-Clark, Nestle, Kraft, Fuji Xerox, Unilever, Stamples, Office Depot, Corporate Express, Metro, hanno compreso come le pratiche della APP siano distruttive e  incompatibili con i propri valori aziendali e hanno evitato o interrotto l’acquisto di prodotti da APP.
Chi la campana di Terra! proprio non ha voluto ascoltarla sono le Cartiere Paolo Pigna, che non hanno ritenuto importante dare una risposta quando Terra! ha divulgato il legame commerciale tra la APP e Cartiere Pigna, quest’ultima si è affrettata a dichiarare alla stampa che si trattava di una menzogna: “Cartiere Pigna non tiene rapporti commerciali con la società indonesiana Asian Pulp and Paper e non si approvvigiona di prodotti derivanti dalle foreste indonesiane“.

La Pigna però non si è limitata a diramare comunicati: ed è così che un bel giorno il postino ha consegnato a Terra! una bella denuncia per danni. Morale della favola: l’associazione ambientalista è stata così condannata a pagare 20.000 euro più le spese, per aver rivelato un fatto vero. Sembra incredibile, ma è vero: in sede processuale, gli attivisti di Terra! hanno fornito gli estremi di diverse fatture che provano gli scambi commerciali tra Cartiere Pigna e la APP, nonché le analisi scientifiche sui quaderni Pigna Monocromo – uno dei prodotti più venduti dall’impresa – che risultano pieni di fibre provenienti da foreste pluviali, per cui Pigna ha dovuto ammettere di aver acquistato carta dalla APP.

Queste prove non hanno impedito a Pigna di tirare dritto e ottenere una condanna per Terra! “Certo è che una associazione ambientalista ci penserà due volte prima di esporre un crimine ambientale” sostengono preoccupati gli attivisti di Terra!. Insomma, deforestare va bene, distruggere il clima globale anche, denunciare quanto accade invece no.

Terra! ha annunciato che ricorrerà in appello, e nel frattempo ha trovato la solidarietà di oltre cinquanta associazioni: “la legge dovrebbe perseguire le imprese responsabili di crimini ambientali contro le forese pluviali dell’Indonesia e contro il clima, invece di condannare chi ha messo in luce il problema – recita il comunicato – è una palese violazione del diritto di parola, e un tentativo di impedire le campagne ambientali”. Tra i firmatari del comunicato: Greenpeace, Legambiente, Friends of the Earth, Rainforest Action Network e numerosi altri.

Sosteniamo Terra! nella sua battaglia contro un verdetto ingiusto – prosegue il comunicato – consideraiamo l’attacco di Pigna a Terra! cone un attacco a ciascuno di noi, che lavoriamo per un ambiente più sostenibile“. Un recente rapporto di Reporter Senza Frontiere, ha messo in guardia sulla crescita delle intimidazioni verso chi rivela crimini ambientali: “quando si rivelano crimini commessi da imprese e governi locali, iniziano i guai” . Ora, fanno notare gli attivisti di Terra! dall’Uzbekistan all’Indonesia, le intimidazioni sono arrivate all’Italia. Ma chi pagherà per i danni al clima globale?
Scheda: le analisi della carta.
Terra! ha fatto analizzare alcuni quaderni della Pigna dalla IPS Testing, un laboratorio statunitense specializzato nell’analisi delle fibre di carta.

Il campione di quattro quaderni “Pigna Monocromo” a copertina rigida (due quaderni e due quadernoni), è risultato contenere alte percentuali di acacia (tra il 62 e il 74%). L’espansione delle piantagioni di acacia e di olio di palma è la principale causa della distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia, che ha fatto di questo paese il quarto emettitore mondiale di gas serra.
Nei quaderni sono state anche rilevate importanti percentuali di latifoglie miste tropicali (MTH), ossia foresta pluviale ridotta in trucioli e quindi trasformata in carta. Tra le fibre rilevate alcune hanno l’aspetto delle dipterocarpacee (Dipterocarpus spp.) e altre delle Myristicaceae. Si tratta di piante che crescono solo nelle foreste pluviali, e ne fanno parte molte specie minacciate (inserite nella Lista Rossa dell’International Union for Conservation of Nature, IUCN).

I risultati delle analisi dei quattro quaderni Monocromo Pigna

 

 

 

 

Scheda: materie prime legate alla deforestazione.

Qualsiasi azienda può condurre periodiche analisi delle fibre, facendo testare periodicamente i campioni di prodotti di carta che si acquistano e i campioni di nuove carte offerte dai fornitori. Queste verifiche possono rivelare fibre sospette e fornitori poco attendibili. Le analisi delle fibre non hanno costi proibitivi, e vi sono diversi laboratori indipendenti in grado di realizzare questo tipo di ricerche.

MTH: dalla foresta pluviale alla carta
Mixed tropical hardwoods (MTH), o fibre miste tropicali, è un tipo di cellulosa fabbricata con fibre di latifoglie tropicali di una vasta gamma di specie diverse. Viene prodotta trasformando in trucioli gli alberi abbattuti da foreste tropicali naturali, composte da specie diverse, alcune delle quali di grande valore. È un prodotto tipico dell’industria cartaria asiatica.
Il genere Dipterocarpus spp., si trova solo nel Sud-est Asiatico e include 70 specie, oltre la metà delle quali sono incluse nella lista rossa dell’IUCN. Anche 225 specie della famiglia delle Myristicaceae sono considerate dall’IUCN minacciate.  Tanto Myristicaceae che Dipterocarpaceae non vengono solitamente impiegate nelle piantagioni.

Acacia: via la foresta, largo alle piantagioni.
L’ Acacia (Acacia Magnum) è un genere di piante della famiglia delle Fabaceae. L’Acacia Magnum, specie di origine africana, viene impiegata per la produzione di cellulosa e carta. La principale causa di distruzione delle foreste indonesiane è la conversione in piantagioni di acacia per rifornire l’industria della carta. Per soddisfare la propria necessità di fibre, i due grandi conglomerati cartari indonesiani, APRIL e Asia Pulp & Paper, causano impatti letali sugli ecosistemi, le loro specie animali e le comunità locali che le abitano, oltre a causare un impatto diretto sul clima globale. Infatti, le foreste dell’Indonesia custodiscono uno spesso strato di torba, accumulata in 20 mila anni, che contiene fino a 300 tonnellate di carbonio per ettaro. Quando vengono abbattute e drenate per farne piantagioni, e la torba si asciuga e inizia a decomporsi, il carbonio torna in atmosfera.  Come conseguenza, l’Indonesia ha il più alto tasso di deforestazione, ed è diventata il terzo paese per emissioni dopo Stati Uniti e Cina. Malgrado ciò, il governo indonesiano, in accordo con l’industria cartaria, ha accordato dieci milioni di ettari alle piantagioni di acacia per la produzione di carta, una superficie pari a un terzo dell’Italia!
Dall’inizio delle sue operazioni, nel 1984, si stima che la APP, le sue consociate e fornitrici abbiano distrutto un milione di ettari di foresta nelle sole province di Riau e Jambi, per farne piantagioni.

Sergio Baffoni – Osservatorio sulle Foreste Primarie

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Buon 2011 a tutti!

La redazione di Camminando Scalzi vi augura di cuore che il nuovo anno vi porti tanta serenità.
Troppe volte, presi dai litigi e conflitti interni, ci dimentichiamo che nonostante tutto siamo un’unica, grande famiglia a bordo di un’astronave meravigliosa chiamata Terra.
Cambiare punto di vista spesso aiuta a inquadrare le cose nel modo giusto, per questo vi lasciamo con le parole che James Lovell, astronauta dell’Apollo 8, ha pronunciato nel 1968, tornato sulla terraferma dopo aver visto per la prima volta il nostro pianeta dallo spazio, e con le foto del nostro piccolo stivale, scattate da un altro astronauta, Paolo Nespoli, che in questo momento orbita sopra le nostre teste, all’interno della base spaziale Nasa-Esa.
Auguri a tutti!

“Nell’intero Universo, ovunque abbiamo guardato, il solo punto di colore era la Terra.


Le persone quaggiù non si rendono conto di quello che hanno.”


L'Italia dallo spazio

Altre foto

Carpiato con doppio avvitamento: quoziente 3,1

Ho qualcosa in serbo per voi: Милош Красић. Beh si, forse è meglio scriverlo nel nostro alfabeto: Miloš Krasić. Il fortissimo calciatore della Juventus che ricorda a tutti quel Pavel Nedved che strappava applausi anche a chi non tifava per la “Vecchia Signora” ieri è stato grande protagonista, così come la domenica precedente. Stavolta però non per aver fatto ammattire i difensori avversari con le sue sgroppate sulla fascia laterale destra, bensì per un gesto molto antisportivo: una simulazione. Nella partita col Bologna infatti non venendo nemmeno sfiorato da Portanova il calciatore si lascia cadere ingannando l’arbitro che concede il calcio di rigore. Inutili le proteste dei calciatori felsinei che si vedono anche rispondere dall’arbitro in maniera piuttosto seccata di allontanarsi. Ok, Iaquinta poi se lo fa parare dall’ottimo Viviano, ma questo è un altro discorso. Così come è un altro discorso il fatto che il giornalista Mediaset Maurizio Pistocchi si confermi un assoluto inetto avendo commentato così: “Credevo che fosse un giocatore serio, invece è solo un serbo”. Ma qui si parla d’altro. La simulazione. Personalmente la ritengo una scorrettezza gravissima, il trarre in inganno l’arbitro merita sempre una punizione. Per farvi capire: secondo me andrebbe anche sempre ammonito chi alza il braccio per chiedere un fuorigioco (Baresi avrebbe giocato sei partite in carriera così).

Di simulazioni storiche ce ne sono a bizzeffe, ma le giornate di squalifica invece sono abbastanza recenti. Ricorderete senz’altro quelle inflitte a Marcelo Zalayeta del Napoli dopo un match proprio contro la Juventus (toccò anche ad Adriano in un Inter-Roma, giusto citarlo). Beh adesso è sacrosanto che anche Miloš Krasić si becchi le sue belle giornate di stop, perché come l’ho applaudito e lo applaudirò in futuro perché lo reputo un giocatore meraviglioso e dal talento sopraffino spero che possa così imparare che questi mezzucci ai campioni non servono.

Anche perché a volte si scade nel ridicolo. Ricordo una volta il mitico Zebina che stramazzò a terra dopo che Moriero aveva mimato (si, avete capito bene, mimato) una gomitata rialzandosi immediatamente fra le risate di tutti gli altri, avversari e compagni. Quindi caro Miloš Krasić…per questa volta la giuria ti ha dato 8,5 per il tuffo, ma la prossima volta evita.

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La Terra brucia

È un muro di fuoco, ma il fuoco non si vede.  Si vede il fumo. Un muro grigio e compatto che arriva fino al cielo, e lo trasforma in fumo. Il muro si muove, avanza lentamente, come un rullo compressore. Il fumo appare dal suolo e sale, è la terra stessa che brucia. Una terra fatta di carbone,  anzi di torba: alberi palustri che per dieci, ventimila anni hanno lasciato cadere foglie e rami sotto il pelo dell’acqua, dove si sono accumulati, sottraendo carbonio all’atmosfera e nascondendolo sotto le proprie radici. Ora la foresta è stata abbattuta, la palude prosciugata.
Non è l’inferno, è lo sviluppo che avanza, la nuova Indonesia: le piantagioni di acacia e di palma per la produzione di carta e di combustibile. La torba è un suolo sterile, non è buona per le piantagioni, ma  una volta seccata, è come una distesa di carbonella: basta un cerino e il gioco è fatto, la cenere è un ottimo fertilizzante.
Il fumo dall’Indonesia copre il cielo della Malesia e di Singapore, ma prima passa per i polmoni della popolazione del posto costretta a vivere in quella camera a gas globale. E la gente si ammala, i bambini muoiono. E il carbonio, fino a 300 tonnellate per ogni ettaro, se ne torna in atmosfera a scaldare lì’intero pianeta. Le emissioni provocate dalla distruzione delle foreste torbiere, fanno di un paese scarsamente industrializzato come l’Indonesia il terzo emettitore di carbonio, dopo Stati Uniti e Cina.
La vita dei contadini, la sopravvivenza delle specie, e il futuro dello stesso pianeta sono sacrificabili. Serve nuova terra per produrre merci da immettere sul mercato estero.
La distruzione delle foreste è pianificata dall’alto. A guidare le operazioni, il conglomerato cartario sino-indoensiano Asia Pulp & Paper (APP), un gigante capace di produrre tre milioni di tonnellate di cellulosa ogni anno. Ancora nel 2006, la APP si riforniva per il 70 per cento da foreste naturali e solo per un 30 per cento da piantagioni. Nel frattempo le piantagioni si sono espanse, ma sempre ai danni delle foreste naturali: fino al 2003 l’impresa ha ottenuto 121.000 ettari di piantagioni, nel 2004 ne ha aggiunti altri 65.000 ettari, nel 2005 ancora 81.000 e nel 2006 ulteriori 108.000 ettari. In molti casi si tratta di aree di grande valore ambientale.
Questa impresa ha distrutto da sola un milione di ettari di foresta, un’area grande come tre volte la Val d’Aosta. Dodici anni di deforestazione in Riau stanno portando l’elefante e la tigre di Sumatra all’estinzione. La tigre di Sumatra, l’ultima delle tigri insulari, non supera ormai i 500 esemplari in natura. La APP ha recentemente ottenuto dal governo indonesiano il permesso per abbattere tutti gli alberi su 200.000 ettari nell’area del Parco Nazionale di Bukit Tigapuluh, nella provincia di Jambi. Questo parco è essenziale per la tigre di Sumatra e l’orango. Le operazioni dovrebbero iniziare nel 2010, e includeranno l’unica area in cui era stato reintrodotto con successo l’orango.
La continua espansione sui mercati internazionali, dovuta al basso costo della materia prima prodotta con metodologie devastanti, fa sì che la APP abbia un continuo bisogno di espandere le proprie piantagioni, distruggendo quel che resta delle foreste di Sumatra, e affacciandosi a quelle del Borneo e della Nuova Guinea.
Le foreste asciutte nel frattempo si sono esaurite e oramai il 75 per cento delle nuove piantagioni della APP nelle provincie di Riau e Jambi, si trova in torbiere palustri, ricchissime di carbonio (fino a 300 tonnellate per ettaro).
Stesso paese, stesso scenario. Ma è un altro muro di fuoco quello che si leva dal villaggio di Suluk Bongkal, in una remota area di Sumatra. Questa volta è fuoco vivo, le fiamme si alzano in lingue giallastre sui tetti delle 400 capanne. Un fuoco secco, da cui si leva un sottile cono di fumo nero e acre di benzina e  gomma bruciata. Il villaggio è stato sgombrato dall’irruzione una composita truppa d’assalto: agenti di polizia, security privata e bande criminali. Da un elicottero della polizia piove carburante sui tetti delle case. Basta un cerino, come sempre.
Mentre il fuoco divora le poche cose dei contadini, la polizia arresta 70 abitanti nel fuggi fuggi generale. Alla fine due bambini saranno trovati morti, uno, di due mesi ucciso dalle fiamme, l’altro, di due anni, annegato in una pozza mentre fuggiva nella foresta. Gli arrestati saranno poi trattenuti per mesi senza processo.
Cosa ci fa questo scenario da guerra civile nell’isola di Sumatra? È il conflitto per il controllo della foresta: i colossi industriali della carta e dell’olio di palma hanno urgente bisogno di nuovi terreni da mettere a piantagione, il governo rilascia loro nuove concessioni senza curarsi dei diritti di indigeni e comunità locali e quando questi non accettano di abbandonare le proprie case, si passa alle maniere spicce.
L’impresa PT Arara Abadi aveva ottenuto la concessione alcuni anni prima, ma assieme ad altre imprese del gruppo APP – Sinar Mas era finita nel mirino di investigazioni sul taglio illegale, che avevano portato al sequestro di un milione di metri cubi di legname. Secondo gli investigatori le concessioni erano state rilasciate in modo irregolare.
Gli abitanti del villaggio di Suluk Bongkal avevano forse festeggiato, ma contro la polizia di Riau è intervenuto l’allora ministro delle foreste Malam Kaban, e dopo mesi di braccio di ferro istituzionale, il capo della polizia di Riau era stato rimosso. Nel giro di pochi giorni, ecco la polizia locale schierata assieme alle guardie private della Arara Abadi nel distruggere il villaggio.
Suluk Bongkal non l’eccezione. Simili conflitti sono diffusi trai Jambi e Riau. Le violazioni dei diritti umani si estendono anche ai giornalisti: nel luglio 2009 la security aziendale a di una impresa del gruppo APP, la PT Lontar Papirup Pulp and Papers, ha sequestrato due reporter della televisione France 24, che riprendevano camion di tronchi.
La APP sostiene di svolgere un ruolo cruciale per il benessere delle comunità delle aree in cui opera, lasciando intendere che il sacrificio delle foreste sia necessario allo sviluppo di un paese povero. Una tesi su cui si può discutere, ma quel che è certo è che l’espansione della APP è una disgrazia per le comunità indonesiane: foreste in questo paese danno da vivere a 30 milioni di persone, tra cui 300 gruppi indigeni. La loro distruzione lascia questa gente senza casa, senza fonti di sussistenza, senza il loro ambiente e la loro cultura. La loro vita, sostenuta dalla foresta per migliaia di anni, si trasforma in una povertà senza radici né mezzi di sussistenza dignitosi. In realtà i profitti dell’industria del legno e della carta non contribuiscono certo allo sviluppo. Secondo un rapporto pubblicato da Human Rights Watch redatto sulla base dei dati forniti dalla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK) voluta dallo stesso Presidente della Repubblica, il settore forestale indonesiano avrebbe sottratto circa 2 miliardi di dollari, tra tasse evase, sussidi “aggiustati” e prelievo di tronchi senza le necessarie autorizzazioni. La stessa cifra, secondo i calcoli della Banca Mondiale, sarebbe sufficiente ad assicurare l’assistenza sanitaria a 100 milioni di indigenti per almeno due anni.
Intanto le ruspe avanzano, e i mercati si riempiono di nuovi prodotti, gli strateghi commerciali pianificano aggressive politiche di penetrazione dei mercati. Editori e tipografie italiane ricevono la visita di venditori con una piacevole sorpresa: carte di buona qualità a prezzi imbattibili e con generosi tempi di pagamento. Sotto le cravatte dei venditori si nasconde l’inferno dell’Indonesia: se la APP riuscirà ad espandersi sul mercato italiano e europeo, questo si tradurrà un nuove foreste convertire in piantagioni. Non è una mera previsione: il governo indonesiano ha allocato 29 milioni di ettari alla produzione di legno, e altri 10 milioni di ettari alla conversione in piantagioni. Si tratta di una superficie più grande dell’Italia.
Assieme al Rainforest Action Network, una associazione ambientalista statunitense, l’associazione ambientalista Terra! ha scoperto che uno dei principali fornitori di packaging delle griffe, PAK 2000, era una controllata della APP, e ne veicolava le fibre nel mondo della moda, sotto forma di shopper e packaging. Il primo risultato della campagna di Terra! è stata la rottura dei contratti con PAK2000 da parte di imprese come Tiffany, Gucci, Balenciaga, e Versace, riconvertendo i propri acquisti a prodotti certificati Forest Stewardship Council (FSC). Per evitare di perdere tutti i propri clienti, alla fine PAK 2000 si è impegnata a chiudere i contratti di fornitura dalla APP o altre imprese coinvolte nella deforestazione, e usare solo fibre certificate FSC. Per dare credibilità a questa mossa, PAK 2000 ha dovuto liberarsi del controllo azionario della APP.
Nel frattempo, numerose altre imprese, come Staples, Fuji Xerox, , H&M, Office Depot, Corporate Express, Idisa Papel, Metro, Woolworths, Robert Horne e Ricoh hanno interrotto gli acquisti dalla APP, considerata società a rischio.
Sparita dalle griffe, la carta incriminata continua a essere consumata in Italia, primo importatore europeo di carta e cellulosa indonesiana. Fonti di Terra! hanno messo in luce un’aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte della APP, che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania. L’Italia è divenuta oramai il primo importatore europeo di prodotti cartari dall’Indonesia, superando le 77.000 tonnellate. Nel 2009, editori, tipografie e rivenditori di carta hanno acquistato oltre 40.000 tonnellate di carta soltanto dalle tre cartiere indonesiane del gruppo APP: Tjiwi Kimia, Pindo Deli e Indah Kiat. Il 10 maggio 2010, nel cuore di Roma, a Piazza Venezia, è comparso uno striscione pubblicitario delle Cartiere Paolo Pigna: “Per deforestare abbiamo carta bianca: le cartiere Pigna contribuiscono ogni giorno alla distruzione delle foreste secolari”. La beffa è ispirata al rapporto Le Tigri di Carta, pubblicato da Terra!, secondo cui  le Cartiere Paolo Pigna acquistano carta e prodotti lavorati dal colosso cartario asiatico APP. In questo modo, sostiene Terra!, anche le cartiere italiane alimentano la distruzione delle foreste pluviali dell’Indonesia. La continua espansione del mercato, sostenuta dal basso prezzo della materia prima, non fa che accelerare la distruzione delle foreste. È un circolo vizioso: le foreste indonesiane vengono abbattute per produrre carta a costi contenuti. Le cartiere Pigna negano e hanno annunciato denunce e richieste di danni. Ma chi pagherà i danni ai contadini di Suluk Bongkal?

Emergenza inquinamento: Terra! "multa" i possessori di SUV

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per noi Daniel Monetti, fondatore della ONLUS Terra!, che ha l’obiettivo di creare un nuovo attivismo ambientale, aperto e partecipato che possa crescere grazie alle competenze e alla creatività di tutte le persone che vogliono agire per la salvaguardia del pianeta. Oggi ci parla di un’interessante iniziativa per sensibilizzare i possessori di SUV, e dell’impatto che questi ultimi hanno sul nostro ambiente.[/stextbox]

Ancora un’ondata di false multe ai SUV nei centri storici di Milano e Roma.
Stanotte gli attivisti dell’associazione ambientalista “Terra!” hanno ironicamente “sanzionato” centinaia di SUV con volantini simili a una multa, con l’obiettivo di fornire ai proprietari informazioni dettagliate sull’impatto ambientale del loro veicolo. Un approccio semiserio dunque, per un problema serissimo, considerati anche gli elevati valori di inquinanti presenti nell’aria di molte città italiane in questi mesi invernali. Ma non è la prima volta: a dicembre è toccato a Bologna e Padova, a gennaio a Bassano e Napoli.
Il trasporto su strada rappresenta attualmente circa il 25% delle emissioni di gas serra in Europa, e più della metà di questa percentuale viene prodotta dalle automobili. Si prevede che questa cifra raddoppierà entro il 2050. È quindi necessario ridurre drasticamente le emissioni di gas serra di questo settore. Ed è per questo che i SUV rappresentano un problema autentico: innanzitutto per via del peso e delle caratteristiche massicce, che ne fanno grandi consumatori di carburante e potenti emettitori di CO2 (più della media degli autoveicoli), per problemi di sicurezza stradale, e perché con le loro dimensioni occupano maggiori porzioni di spazio urbano. Insomma, sono un modello da abbandonare al più presto. Invece l’industria automobilistica ha deciso di indirizzarsi verso la produzione di SUV e Cross-over perché ha margini di guadagno più alti rispetto a veicoli più piccoli ed efficienti: una vera e propria irresponsabilità verso i cambiamenti climatici, un atteggiamento incurante dell’impatto devastante causato dai gas di scarico di questi ‘mostri’.
“Stavolta abbiamo deciso di agire sui consumatori, per rovesciare un sistema che mescola informazioni errate (a cominciare da una falsa percezione di sicurezza) e modelli di consumo aggressivi e tecnologicamente superati. Servono profonde modifiche strutturali per la mobilità urbana, che portino a eccellenze del trasporto pubblico e a un progressivo abbandono dei mezzi autoveicolari privati, spesso altamente inquinanti per numero e modelli.”

Proprio per denunciare e opporsi a questo atteggiamento, Terra! ha lanciato da più di un anno, assieme a una rete di undici associazioni ambientaliste europee, una campagna che promuove l’efficienza energetica nel settore dell’auto e l’abbandono del motore a scoppio come unica alternativa alla mobilità.
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Rapporto “SUV in città”.
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The Big Eye In The Sky

Da che l’uomo è presente sulla terra, ha sempre guardato al cielo con un misto di ammirazione, curiosità, mistero e perché no, riverenza. Nelle varie intepretazioni che le stelle hanno assunto in differenti epoche presso differenti culture, il loro fascino sembra essere uno dei pochi denominatori comuni. Oggi sappiamo bene o male vita, morte e miracoli degli astri, grazie agli studi che gli astrofisici hanno condotto sin dal primo telescopio ottico di Galilei, arrivando a impianti come il VLA (Very Large Array, il sistema di radiotelescopi che si può anche ammirare alla fine del film “Contact”). Il continuo avanzamento tecnologico ha portato alla costruzione di telescopi e radio telescopi sempre più grandi e dalle prestazioni sempre migliori, in grado di captare anche il più debole segnale in arrivo sulla Terra. Tuttavia i telescopi ottici terrestri hanno sempre sofferto la presenza dell’atmosfera, che per quanto possa essere considerata trasparente o quasi dall’occhio umano, altrettanto non si può dire per gli occhi elettronici che scrutano il cielo alla ricerca di informazioni che noi non saremmo mai in grado di percepire senza gli strumenti adeguati. Gli effetti dell’atmosfera sono principalmente due: da un lato lo strato d’aria che circonda la terra attenua la luce che giunge sino a noi, assorbendone una parte. La luce che viene trasmessa poi viene modificata dalle proprietà ottiche dell’atmosfera stessa, cosicché la luce che percepiamo presenta componenti di provenienza terrestre, difficili da discriminare. Si può porre rimedio ad entrambi i problemi, aumentando la dimensione degli specchi, costruendo i telescopi in altitudine e migliorandone l’elettronica di acquisizione. Tuttavia se fosse possibile bypassare del tutto l’atmosfera, sarebbe possibile vedere più lontano, meglio e con uno specchio più piccolo.

HST

Nell’aprile del 1990 viene immesso in orbita stabile l’Hubble Space Telescope (d’ora innanzi, HST), a circa 600km di altitudine. All’epoca non si trattava del primo telescopio spaziale, ma era di gran lunga il più avanzato mai costruito. Oltre ad operare nello spettro ottico, l’HST sfrutta appieno la sua condizione “siderale”, ottenendo immagini sia negli infrarossi che negli ultravioletti, radiazioni non osservabili dalla terra a causa della succitata presenza dell’atmosfera. Sebbene sul telescopio siano installati una vasta gamma di strumenti dedicati alle osservazioni e alle analisi spettrografiche di varie porzioni dello spettro elettromagnetico, il principale impianto ottico è composto da un telescopio riflettore il cui specchio principale ha un diametro di 2,4 metri. Il design del sistema ottico determina le performance finali del telescopio. Per potersi avvantaggiare appieno dell’ambiente spaziale, l’HST è stato progettato come sistema diffraction limited: in pratica la capacità di un sistema ottico di distinguere due punti vicini l’uno rispetto all’altro (la risoluzione) viene solitamente limitata da fattori quali imperfezioni nelle lenti, errori di allineamento e la presenza o meno di un mezzo in cui la luce si propaga (come l’atmosfera). Tuttavia c’è un limite massimo alla risoluzione di qualunque sistema ottico, dovuto al fenomeno della diffrazione, che si manifesta come una variazione di traiettoria dell’onda elettromagnetica quando questa incontra un ostacolo. Questo effetto è tanto maggiore quanto le dimensioni dell’ostacolo e la lunghezza d’onda della luce incidente coincidono. Stando così le cose, se per ipotesi potessimo avere una sorgente di luce perfettamente puntiforme, la sua immagine presenterà comunque una leggera sfocatura ai lati. Essendo limitato solo dalla fisica delle onde elettromagnetiche, l’HST permette di raggiungere risoluzioni anche 10 volte maggiori rispetto ai normali telescopi terrestri. Ovviamente per raggiungere queste prestazioni è stato necessario limitare le imperfezioni presenti sulla superficie dello specchio con un’accuratezza mai raggiunta prima, riducendo tutte le possibili asperità ad un massimo di 10 nanometri. Alla quasi perfezione ottica è abbinato un altrettanto perfezionato sistema di puntamento e controllo dell’assetto, in grado di individuare e orientare di conseguenza lo strumento con una precisione di 0,0003 arcosecondi (per darvi un’idea, un grado angolare è composto da 3600 arcosecondi).

Il telescopio miope

Miglioramento dovuto al sistema ottico correttivo (click per ingrandire)
Due immagini che mostrano la correzione del problema ottico iniziale (click per ingrandire)

Le prime immagini che arrivarono dal telescopio gettarono tuttavia nello sconforto i tecnici che per anni avevano lavorato al HST, nella speranza di ottenere risoluzioni notevolmente maggiori rispetto alle osservazioni terrestri. Le immagini erano sì migliori delle loro controparti terrestri, ma non si avvicinavano nemmeno lontanamente al limite di diffrazione tanto agognato. Come è possibile che un progetto sulla carta tanto valido restituisse risultati tanto scadenti? Si capì in seguito che ad essere sbagliata era la forma dello specchio, troppo “piatto” di circa 2,2 micron ai lati. Questa apparente minuscola imperfezione, dovuta ad un errata calibrazione degli strumenti responsabili del controllo della forma dello specchio, introduceva in realtà moltissimi problemi di aberrazione ottica, impedendo un fuoco accurato degli oggetti che si andavano ad osservare, e dimostrando una volta di più la supremazia dei fisici (che non hanno sbagliato nulla a livello progettuale) sugli ingegneri preposti al controllo di qualità del sistema (non se la prendano i piccoli humpa-lumpa della scienza… Servono anche loro a qualcosa). Cambiare lo specchio in orbita sarebbe stato impossibile, e altrettanto difficoltoso sarebbe stato riportare il telescopio a terra per effettuare le riparazioni. Si decise quindi di apporre un sistema ottico correttivo, similmente a quanto si fa con un paio di occhiali per gli esseri umani. Nell’immagine qui in alto dovreste poter notare il notevolissimo miglioramento che ne è risultato.

I risultati


L’HST ha aiutato a risolvere molti problemi astrofisici di lunga data, e ha messo in evidenza risultati che hanno richiesto nuove teorie per la loro spiegazione. In particolare, grazie a misurazioni di un accuratezza finora mai raggiunta, ha migliorato grandemente la stima della costante con cui condivide il nome (Edwin Hubble fu il primo a ipotizzare che la velocità di allontanamento delle galassie da noi fosse proporzionale alla loro distanza tramite una costante che prende il suo nome). Di conseguenza è stato possibile migliorare la stima dell‘età dell’universo (sapendo a che rateo esso si sta espandendo). Inoltre ulteriori osservazioni hanno suggerito che effettivamente l’espansione dell’universo stia accelerando, più di quanto non dovrebbe fare secondo la teoria dello stesso Hubble, e molti interpretano questi risultati come una delle prove indirette della presenza di energia oscura (che non c’entra niente con le forze demoniache. Si tratta di una forma ancora piuttosto misteriosa di energia, che sembra comporre niente meno che il 70% circa dell’Universo, ndR). Inoltre sembra oramai assodato che al centro delle maggior parte delle galassie vi sia un buco nero, anche grazie alle osservazioni di Hubble. Le immagini delle regioni più lontane mai osservate (Hubble Ultra Deep Field) ci permettono realmente di osservare l’Universo indietro nel tempo di 13 miliardi di anni, e le immagini di meravigliose nebulose in espansione, dei resti delle supernove, di stelle binarie e supergiganti blu hanno iniziato ad affollare internet e ad essere usate anche in altri ambiti rispetto a quello astronomico, come ben sanno ad esempio i fan dei Pearl Jam, che hanno riempito il loro album “Binaural” con le immagini delle nebulose Clessidra, Elica e Aquila. Ma Hubble non significa esclusivamente osservazioni di oggetti lontani: nel 1994 la cometa Shoemaker-Levy 9 impattò contro Giove, e le osservazioni tramite l’HST permisero di studiare con estrema accuratezza le dinamiche dell’impatto di una cometa con Giove, che si ritiene sia un evento che accada con la frequenza di uno ogni parecchie centinia di anni.

LINK UTILI
– Sito ufficiale del telescopio Hubble
– Galleria immagini catturate dal telescopio

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Auto elettriche? Sì, ma senza scappatoie!

TITOLO: Auto elettriche? Si, ma senza scappatoie!
di Daniel Monetti – campagna trasporti, Terra!
Oggi si parla tanto di auto elettriche, come la soluzione del futuro: l’auto elettrica può giocare un ruolo molto importante nel tagliare le emissioni di CO2 della Unione europea, ma l’attuale legislazione contiene scappatoie che possono portare ad un maggiore uso dei combustibili fossili.
A settembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso sostenne che i trasporti dovevano essere urgentemente decarbonizzati, alzando l’attenzione sul trasporto elettrico quale chiave di volta di questo processo. (1) Ma non è così, almeno in questa prima fase di transizione.
Secondo un rapporto pubblicato da Transport & Environment (2), gli obiettivi vincolanti della Unione europea in materia di emissioni di CO2 da auto approvati lo scorso Dicembre 2008, includono dei ‘supercrediti’ che permettono ai contruttori di auto di vendere 3,5 SUV superinquinanti per ogni veicolo elettrico venduto, permettendo loro di raggiungere ugualmente gli obiettivi fissati dalla UE. Questo perché le auto elettriche sono state fatte passare ad emissioni zero, nonostante il fatto che l’elettricità usata derivi da fonti fossili come il carbone. (3)
Il risultato di tutte queste scappatoie legislative sarà che i costruttori di automobili dovranno fare molti meno sforzi per ridurre le emissioni dalle auto convenzionali, immettendo nel mercato qualche modello di auto elettrica.  E l’effetto complessivo sarà emissioni di CO2 più alte e maggior uso del petrolio, contrariamente alle finalità stesse della legislazione europea.
Terra! sostiene che queste scappatoie legislative debbano essere chiuse, affinché l’industria automobilistica affronti seriamente le proprie responsabilità nel taglio delle emissioni di CO2 e rafforzi i propri investimenti in efficienza energetica. I sogni delle innovazioni tecnologiche delle propulsioni elettriche o a idrogeno sono una buona cosa, ma in questo momento distolgono l’attenzione dei legislatori dal problema reale di migliorare l’efficienza dai motori a scoppio tradizionali; o tutte le parti in causa si impegnano in questo primo passaggio obbligato, o tutti gli altri che seguiranno risulteranno una pura operazione di greenwashing.
Il ruolo dei legislatori europei è quello di tagliare le emissioni di CO2 e ridurre la dipendenza del mondo dal petrolio, non promuovere auto elettriche, soprattutto quando ancora non si hanno sistemi per capire da dove questa energia è stata prodotta, sistemi di misurazione dei consumi dalla rete o ancora, sistemi di monitoraggio per l’erogazione dell’energia elettrica che permettano di sviluppare nuove stazioni di servizio per la ricarica delle batterie);  l’Unione europea non deve farsi accecare dal mito dell’elettrico e guardare troppo al futuro, senza mantenere una vera pressione sugli standard di efficienza energetica al presente, perché altrimenti tutto il lavoro fatto fino ad oggi risulterà vano.
(2) Il rapporto “How to Avoid an Electric Shock – Electric Cars from Myth to Reality” è scaricabile da http://www.transportenvironment.org
(3) I supercrediti saranno messi al bando nel 2016, ma le auto elettriche rimarranno a zero emissioni.  I supercrediti sono stati presentati anche in una proposta dello scorso Ottobre sulle emissioni di CO2 dai furgoni e minibus.
[stextbox id=”custom” big=”true”]L’articolo di oggi è scritto da Daniel Monetti, ambientalista da sempre, con un passato in Greenpeace. Insieme ad altri ex-colleghi e amici di altre ONG nel 2008 ha fondato Terra!, un’associazione indipendente e apartitica che vuole difendere l’ambiente operando sul territorio e attraverso campagne internazionali. “Terra!” ha l’obiettivo di creare un nuovo attivismo ambientale, aperto e partecipato che possa crescere grazie alle competenze e alla creatività di tutte le persone che vogliono agire per la salvaguardia del pianeta. All’interno dell’associazione Daniel si occupa di mobilità sostenibile e di trasporti, seguendo una campagna europea coordinata da Friends of the Earth Europe, volta all’abbattimento delle emissioni di CO2 dai trasporti.[/stextbox]

Oggi si parla tanto di auto elettriche, come la soluzione del futuro: l’auto elettrica può giocare un ruolo molto importante nel tagliare le emissioni di CO2 della Unione europea, ma l’attuale legislazione contiene scappatoie che possono portare ad un maggiore uso dei combustibili fossili.
Auto-elettriche-3A settembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso sostenne che i trasporti dovevano essere urgentemente decarbonizzati, alzando l’attenzione sul trasporto elettrico quale chiave di volta di questo processo. (1) Ma non è così, almeno in questa prima fase di transizione.
Secondo un rapporto pubblicato da Transport & Environment (2), gli obiettivi vincolanti della Unione europea in materia di emissioni di CO2 da auto approvati lo scorso Dicembre 2008, includono dei ‘supercrediti’ che permettono ai costruttori di auto di vendere 3,5 SUV superinquinanti per ogni veicolo elettrico venduto, permettendo loro di raggiungere ugualmente gli obiettivi fissati dalla UE. Questo perché le auto elettriche sono state fatte passare ad emissioni zero, nonostante il fatto che l’elettricità usata derivi da fonti fossili come il carbone. (3)
Il risultato di tutte queste scappatoie legislative sarà che i costruttori di automobili dovranno fare molti meno sforzi per ridurre le emissioni delle auto convenzionali, immettendo nel mercato qualche modello di auto elettrica.  E l’effetto complessivo sarà emissioni di CO2 più alte e maggior uso del petrolio, contrariamente alle finalità stesse della legislazione europea.
“Terra!” sostiene che queste scappatoie legislative debbano essere chiuse, affinché l’industria automobilistica affronti seriamente le proprie responsabilità nel taglio delle emissioni di CO2 e rafforzi i propri investimenti in efficienza energetica. I sogni delle innovazioni tecnologiche delle propulsioni elettriche o a idrogeno sono una buona cosa, ma in questo momento distolgono l’attenzione dei legislatori dal problema reale di migliorare l’efficienza dei motori a scoppio tradizionali; o tutte le parti in causa si impegnano in questo primo passaggio obbligato, o tutti gli altri che seguiranno risulteranno una pura operazione di greenwashing.Auto elettriche 2
Il ruolo dei legislatori europei è quello di tagliare le emissioni di CO2 e ridurre la dipendenza del mondo dal petrolio, non promuovere auto elettriche, soprattutto quando ancora non si hanno sistemi per capire da dove questa energia è stata prodotta, sistemi di misurazione dei consumi dalla rete o ancora, sistemi di monitoraggio per l’erogazione dell’energia elettrica che permettano di sviluppare nuove stazioni di servizio per la ricarica delle batterie.  L’Unione europea non deve farsi accecare dal mito dell’elettrico e guardare troppo al futuro, senza mantenere una vera pressione sugli standard di efficienza energetica al presente, perché altrimenti tutto il lavoro fatto fino ad oggi risulterà vano.
(2) Il rapporto “How to Avoid an Electric Shock – Electric Cars from Myth to Reality” è scaricabile da www.transportenvironment.org
(3) I supercrediti saranno messi al bando nel 2016, ma le auto elettriche rimarranno a zero emissioni.  I supercrediti sono stati presentati anche in una proposta dello scorso Ottobre sulle emissioni di CO2 dai furgoni e minibus.
[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate. Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]