Intervistando Marco Travaglio – II parte

– NOTA: Qui il link alla prima parte dell’intervista.


LINEE EDITORIALI

Come si legge nel tuo libro “La scomparsa dei fatti” (Saggiatore Editori, 2006), nel giornalismo “c’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale”. Un concetto a cui dedichi ampio spazio anche all’interno dello spettacolo teatrale. Ti riferisci solo alla tua esperienza ne Il Giornale, che hai abbandonato assieme a Montanelli a seguito delle pressioni dell’ex editore Silvio Berlusconi, oppure ti senti di includere anche la Repubblica e l’Unità, nei quali hai lavorato per diverso tempo?
Parlo di tutti i giornali che fanno parte, chi più chi meno, di un sistema malato. Io per ritrovare la libertà che avevo a Il Giornale di Montanelli e a La Voce, ho dovuto fondare insieme ad alcuni amici un giornale indipendente, dal punto di vista politico ed economico, nel senso che si autofinanzia insieme ai suoi abbonati e lettori. Ho anche avuto delle bellissime esperienze, come all’Espresso, con cui continuo a collaborare e dove nessuno si è mai permesso di toccarmi una riga, dai tempi di Claudio Rinaldi, poi Daniela Hamaui e adesso con la direzione di Manfellotto. Ma a la Repubblica è stato molto diverso, perché è proprio un giornale-partito, dove mi sono spesso trovato in difficoltà e a disagio, e infatti me ne sono andato. A l’Unità sono sempre stato molto libero grazie a Padellaro e Colombo, che poi quando c’erano loro non era più un giornale di partito, perché il partito lo aveva chiuso e loro lo avevano riaperto. Però c’era sempre questo ricatto che il partito faceva, visto che devolveva il finanziamento per la stampa di partito a l’Unità e quindi la mia presenza metteva in difficoltà i direttori, che probabilmente sono stati cacciati anche a causa mia. Probabilmente se avessero accettato di tagliare i miei pezzi non sarebbero stati mandati via, o almeno non con quella brutalità. Così a un certo punto, come aveva fatto Montanelli nel 1994 lasciando Il Giornale e fondando La Voce, anche io mi sono reso conto che l’unico luogo in cui uno come me poteva lavorare era un giornale veramente nostro: dei giornalisti e dei lettori, senza alcun partito o editore che potesse imporre il proprio volere.Continua a leggere…

Intervistando Marco Travaglio – I parte

Giornalista, saggista, scrittore e autore teatrale, Marco Travaglio non è uno che ha bisogno di troppe presentazioni. Per tutto il resto… leggete l’intervista!

TRA GIORNALISMO, SATIRA E TEATRO

Lo stile inconfondibile di Marco Travaglio si riconosce per la capacità di mettere insieme informazione e satira con un linguaggio diretto, divertente e comprensibile a tutti, fatto di metafore, soprannomi e racconti. Da cosa deriva la scelta di adottare questo tipo di comunicazione, così differente dalla scrittura giornalistica standard?
Dipende. A volte faccio pezzi dichiaratamente satirici, altre volte faccio pezzi di pura cronaca dove non c’è traccia di questi elementi, e altre volte faccio articoli di analisi e commento dove non ricorro a nessun soprannome e non c’è alcuna ombra di satira. Lo spazio che ho nella prima pagina de il Fatto Quotidiano è uno spazio libero dove giostro diversi generi e quindi diversi stili. Sicuramente usare il sarcasmo e il linguaggio della satira è molto più diretto. Più della lamentazione e della geremia, perché se uno è troppo noioso poi non si riesce a seguirlo. Già leggere il giornale è una fatica… bisogna cercare di non essere troppo pesanti. Invece la satira è più diretta e infatti in questo periodo è stata sicuramente più censurata e temuta rispetto al commento, perché arriva subito al bersaglio e lascia più impresso il concetto.

E come nasce il bisogno di portare un giornalista in teatro?
Il teatro rappresenta il luogo ideale per approfondire un tema. Uno spazio libero in cui il pubblico ha scelto di venire a sentire quello che hai da dire e ha addirittura pagato un biglietto per farlo. Il luogo ideale per parlare liberamente, senza limitazioni di tempo, senza l’assillo di non poter parlare per più di cinque minuti come succede invece in televisione, tra le interruzioni pubblicitarie o le interruzioni degli altri ospiti che ti saltano addosso e cercano di parlare. In teatro è tutto più disteso e sereno. È il luogo ideale.Continua a leggere…

Meridiano Zero – Tutti contro uno, uno contro tutti

Evidentemente, tra legittimo impedimento e Lodo Alfano ha fatto confusione. Qualche cattivo consigliere gli avrà suggerito che può dire quello che gli pare, tanto già fa, come gli pare; quindi, con la solita violenza che accompagna i suoi discorsi e con la meticolosità di un chirurgo, ha sferrato i suoi incoerenti attacchi contro scuola, magistratura, sinistra (spargiamolo un po’ di sale sulla terra deserta, tante volte dovesse nascere qualcosa). Tutti contro Silvio, la magistratura eversiva (addirittura a Milano spuntano manifesti che paragonano PM e BR) la scuola che inculca valori di sinistra (!) grazie all’opera di professori di sinistra (!!); e ce li vedo, questi manifesti di propaganda comunista appesi nelle aule dei licei, falci e martelli ovunque, “bandiera rossa” cantata durante l’intervallo e se qualcuno fiata, nel gulag. Molto meglio le scuole private, nelle quali studiano i figli di mezza Camera e Senato; grazie al buono scuola, infatti, nella Lombardia del fido Formigoni, sono stati distribuiti a caso 400 milioni di euro in 8 anni senza ottenere, tra l’altro, risultati in termini di efficacia formativa (http://www.leragioni.it/2009/11/30/lombardia-fallimento-del-buono-scuola-di-formigoni/). E così si è ritrovato sul podio della convention indetta dalla Brambilla a Roma, osannato dai fedelissimi sostenitori, ciechi come topolini di fronte al loro Leader (dalla folla urlano “sei pure bello!”), urlanti di fronte allo sproloquio del presidente. Ci è andato giù duro Berlusconi, come se si fosse dimenticato che non era nel bagno di casa sua, dove può dire quello che gli pare. Accecato da cotanta piaggeria, si butta sui magistrati con ferocia, che “Hanno fatto fuori Craxi e la prima Repubblica, ora vogliono fare fuori me, ma io resisterò”. Evidentemente il presidente si è dimenticato la storia, ma nella storia che conosco io, quella che mi hanno insegnato professori di sinistra nelle scuole di sinistra, Craxi e la prima Repubblica non sono stati fatti fuori, ma il primo è scappato al sicuro a Tunisi e la seconda si è sgretolata sotto al peso delle tangenti che volavano da una parte all’altra del Parlamento. Si è pure dimenticato del suo, di passato, affermando “l’opportunità di una commissione di inchiesta che accerti se esiste un’associazione a delinquere a fini eversivi nella magistratura”; l’associazione a delinquere a fini eversivi, Presidente, c’era, si chiamava P2 e non era solo nella magistratura, lei lo dovrebbe sapere visto che ne faceva parte. Difende la legge sul processo breve, buttando là ogni tanto un “ridicolo!”, o “illazioni!” a cui rispondono minuti di applausi. Troppo facile così, signor Presidente; su quel podio potrebbe dire davvero quel che le pare che scroscerebbero applausi.

Da domani, il lunedì, il giorno più brutto della settimana, si chiamerà Bersanedì, mentre il venerdì che è quello più bello lo chiameremo Silviedì. O Berlusconedì, devo decidere.

Siiii! Bravo! Bono!

Troppo facile così. Ci vorrebbe un Travaglio lì davanti, o uno Stella qualsiasi, giusto per correggerle il tiro quando la dice un po’ troppo grossa. Come quando stempera l’atmosfera con una battuta puramente omofoba delle sue, “ognuno è per il 25% gay, ma il mio 25% è lesbico”. Signor Presidente, tenga a freno la sua libido, che poi si ritrova a spergiurare sui suoi nipoti che quelle cene erano cene elegantissime tra un vecchio di settantanni e delle diciottenni, mentre le varie brasiliane e neolaureate giurano che le cene elegantissime c’erano, ma poi era tutto un fottifotti che neanche nei peggio porno (http://www.repubblica.it/politica/2011/04/15/news/ragazze_smentiscono-14954485/). Diciottenni signor Presidente, anche se immagino già il sorriso beffardo con cui potrebbe suggerire “beh, ma mi consenta, bisogna essere orgogliosi di un presidente che soddisfa una diciottenne. Lo sa che il 25% di quella diciottenne anche se è lesbico si è innamorato di me?”.

 

Non è la Rai…

Giovedì 20 maggio 2010. Sono le ore 21 e Rai2 trasmette una delle ultime puntate di Annozero. Michele Santoro apre il programma col suo solito editoriale, lanciato in una strenua difesa del proprio diritto a lavorare liberamente, con l’auspicio di poter conoscere una Rai diversa, quella stessa del Paladozza di Bologna, quella stessa della storica serata di “Raiperunanotte”.

Su “Il fatto quotidiano” dello stesso giorno, Marco Travaglio commenta la questione riguardante la possibilità che il suo collega continui a lavorare per la Rai solo da esterno, con le parole tristi ma comprensive di uno che conosce la vicenda da vicino. “So che nessuno può lavorare per un’azienda che non lo vuole – scrive Travaglio – e non solo non gli dice grazie, ma lo prende pure a calci in culo. Santoro l’ha fatto per 4 anni, più per tigna politica che per motivi professionali, consumandosi una bella fetta di fegato e di sistema nervoso, mobbizzato ogni giorno a colpi di telefonate, minacce, proiettili, pressioni, avvertimenti, multe, ammonimenti, sabotaggi, bastoni fra le ruote, fango a mezzo stampa e tv (persino su Rai2)”.

Nel frattempo quotidiani e tg, a braccetto con un malpensante entourage politico, commentano la notizia della possibile chiusura di Annozero parlando di denaro e buonuscite, e mentre Santoro attende il temine della contrattazione per spiegare le proprie motivazioni, si diffonde l’ipotesi che le sue dimissioni siano state “comprate” da un’allettante liquidazione.

Un pubblico di affezionati alla trasmissione commenta la notizia sulla pagina Facebook di Annozero, tra biasimi, condanne e frasi d’incoraggiamento affinché non venga più chiuso il programma. Cinque milioni di telespettatori a puntata che oggi non vogliono rinunciare a uno dei pochi spazi alternativi del panorama culturale ed informativo italiano. Una trasmissione che in più di un’occasione ha dato spazio a quelle deboli voci che in quello studio hanno avuto la possibilità di gridare al Paese la propria opinione. Un elenco di puntate e di consecutive polemiche, sempre immancabili verso qualunque programma osi osteggiare i poteri forti di questa folle Italia, tra le serate dedicate alla Chiesa, ai casi di pedofilia e ai video-scandalo che nessun’altra trasmissione si è mai sognata di rendere pubblici. Tra la fortissima puntata su Gaza e le innumerevoli accuse di antisemitismo, per continuare con l’esclusiva intervista in diretta a Patrizia D’Addario, contro ogni autorizzazione e tutela da parte dei vertici Rai.

Uno dei programmi più seguiti e meno costosi dell’intero palinsesto Rai, con uno share medio di 20,34%, si ritrova oggi a dover fare i conti con l’incapacità di una rete pubblica che non riesce a distaccarsi dagli interessi partitici che siedono al tavolo del Consiglio di amministrazione. Una trasmissione che neppure la più cruda logica di mercato è riuscita a salvaguardare, perché non è sufficiente essere uno dei programmi maggiormente seguiti della tv quando il record di ascolti è garantito dagli interventi di giornalisti come Santoro, Travaglio, Ruotolo o Vauro.

Ma un’altra televisione è possibile, e la serata del 26 marzo 2010 a Bologna ce lo ha già dimostrato…

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Un'indimenticabile "Raiperunanotte"…

Una scena in bianco e nero apre la diretta. È una piazza stipata di persone definite da sfumature di grigio, esattamente come il Ventennio che evocano. Una folla di automi che inneggia un leader urlante che pensa, parla e decide per loro, per tutti loro…
La scena cambia. L’immagine prende colore e la sbiadita figura di quel passato si tinteggia delle vivaci tonalità del presente in una Piazza San Giovanni che acclama un solo uomo, beatificandolo come un martire e venerandolo come colui che indosserà le vesti del salvatore d’Italia.

Il filmato termina e le luci si accendono su un enorme Paladozza colmo di persone euforiche ed entusiaste per il valore della storica serata a cui stanno prendendo parte. Michele Santoro apre il programma con un efficace editoriale che richiama alla memoria la data del 25 marzo e l’apertura di quella che fu la prima trasmissione radiofonica libera in Italia: Radio Libera Partinico di Danilo Dolci. Gli incisivi interventi di Marco Travaglio, l’ironica genialità musicale di Elio e le Storie Tese e le sagge considerazioni di un Mario Monicelli che critica la passiva concezione di “speranza” auspicando a quella “rivoluzione” che l’Italia non ha mai avuto…

La greve e particolareggiata descrizione di un metaforico rapporto anale mandato in scena dalla satirica rappresentazione di un esilarante Daniele Luttazzi, che non manca di citare la cultura con una celebre frase del greco Aristofane: “Odiare i mascalzoni è cosa nobile, perché onora gli onesti”…

Milena Gabanelli, il racconto di un padre che le ha insegnato e trasmesso il valore della pluralità di pensiero e l’importanza della capacità di critica, e la “normalità” che dovrebbe contraddistinguere quelle scelte che oggi appaiono come eroiche. Un Riccardo Iacona che mette in risalto le differenze che intercorrono tra il significato di Politica in Italia e nei tanti altri Paesi europei dove nessun capo di Governo sarebbe uscito incolume dalla serie di scandali che hanno coinvolto il nostro Premier.
Il caso di Trani, riprodotto con disegni animati e raccontato dal testo delle scottanti intercettazioni tra Innocenzi, Masi e Berlusconi.
Le cassa integrate della “Omsa” e la voce dei troppi posti di lavoro perduti. La pazza comicità del celebre Benigni e gli informati interventi dei grandi nomi del giornalismo che hanno partecipato all’evento, da Gad Lerner a Barbara Sanna, da Norma Rangeri a Giovanni Floris

La meravigliosa interpretazione di un Crozza “mascherato” da ministro Brunetta, l’escalation di ilarità del sintetico tratto di matita della genialità di Vauro, e persino la voce del contraddittorio nello spazio riservato all’intervista di Emilio Fede.

L’orologio decreta che la mezzanotte è oramai passata e l’appuntamento con “Raiperunanotte” sta per volgere la termine. Una mano sul cuore di tutti i presenti suggella un ironico giuramento: il patto tra il diritto di espressione dei giornalisti e il diritto di informazione dei cittadini. Santoro afferra la mano di una cassaintegrata Omsa originando una catena umana di persone che corrono verso la piazza esterna al Paladozza.
Un record di connessioni alla Rete, un record di ascolti, un record di partecipazione popolare, e soprattutto un record di orgoglio, nell’idea che sia ancora possibile realizzare qualcosa di tanto eccezionale e poter affermare di averne fatto parte…

Per chi volesse guardare tutta la puntata in replica su youtube, basta partire da questo video: Raiperunanotte – Annozero – Replica integrale.

Raiperunanotte – La Diretta

Ecco la pagina dove seguire Raiperunanotte qui su Camminandoscalzi.it.

Se volete approfondire o se ancora non conoscete l’iniziativa Raiperunanotte, ecco gli articoli di riferimento:

Raiperunanotte – L’informazione che si strappa il bavaglio

Raiperunanotte su Camminando Scalzi

E il sito ufficiale dell’evento:

www.raiperunanotte.it

Vi lasciamo alla diretta, che partirà alle ore 21. Mi raccomando, dobbiamo essere numerosissimi. Buona visione, ci sentiamo nei commenti al post.

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Meridiano Zero – Mia nonna decide le sorti dell'Italia

Ieri ero da mia nonna. Con mia nonna non ho un buon rapporto, anzi, è uno di quei rapporti basati sull’ipocrisia e le frecciatine mai abbastanza velate, di quelli che può avere una suocera con una nuora, non la nonna col nipote più grande. Fatto sta che ero da lei per mantenere ben saldo il velo di ipocrisia che tutto ammanta, e lei se ne stava lì a parlarmi a guardarmi con i suoi occhi infossati e non so come, ha iniziato a parlare di Berlusconi.

Ho sempre saputo che mia nonna fosse destroide, ma è stata venti minuti buoni a difendere Berlusconi, il povero Berlusconi, quello colpito perseguitato malmenato squarciato affondato vessato oppresso tormentato dalla sinistra infame. Quello preso di mira dai giudici rossi, quello invidiato per i suoi successi, quello che lotta per noi, al nostro fianco, che non ha paura di metterci la faccia e di sporcarsi le mani. Quello che ha ricostruito L’Aquila, quello che ha aiutato Messina, quello che ha reso grande l’Italia.

Quindi, gentile Dottor Masi, non è corretto dire “neanche in Zimbabwe“, perché secondo la Freedom House (http://goo.gl/Y2bg), l’Italia si piazza 73esima, ben 100 posizioni al di sopra dello Zimbabwe. Avrebbe potuto dire “neanche in Bulgaria”, o “neanche in India”, ecco, sarebbe stato più giusto e gli interlocutori – magistrati, spioni e noi tutti compresi – avremmo capito subito a cosa si stava riferendo. Il problema vero non sono io, non è la mia generazione, quella che è abituata a sgassare con il mouse invece che con la Lambretta, che si sa informare, che sa ascoltare più campane e giungere ad una verità che non è assoluta, ma per lo meno si avvicina ad una oggettività apprezzabile. Il problema è mia nonna e la sua generazione, con la manifesta passività all’informazione; perché in fondo mia nonna è rimasta a Radio Londra ascoltata nel sotto scala, quando la voce parlante era un po’ come l’arcangelo Gabriele per Maria, quando ambasciatore e quando boia a dar notizie a rinsaldare speranze ad asciugar lacrime.

E a mia nonna quello che le metti davanti è quello a cui crede: i Travaglio e i Luttazzi sono solo fumo negli occhi, sono comunisti perseguitatori e basta, proprio come dice Berlusconi. Ed è giusto che abbiano chiuso i talk show, perché tanto era solo un processo mediatico continuo ed immorale contro il Presidente del Consiglio, proprio come dice Berlusconi.

Si crea quindi un’avaria informatica; mentre si imbavagliano i giornalisti di sinistra, mentre si chiudono i talk show, mentre da Trani vengono fuori intercettazioni che legittime o meno fotografano bene la realtà istituzionale che amministra l’informazione, e che quindi dovrebbero quantomeno aprire gli occhi su chi ci governa, mia nonna è ancora lì, radicata nella congiura di sinistra, agitando i pugni al cielo contro l’ingiustizia che affligge Berlusconi.

Rimane da chiedersi quante “mia nonna” ci siano in Italia.

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Il ritorno del Popolo Viola

Li avevamo lasciati il 5 dicembre nel famoso giorno del No B-Day, dedicando un ampio speciale a tutto l’evento anche qui su Camminando Scalzi. Ma il Popolo Viola, come promesso in questi mesi, non si è fermato. Oltre alle tante iniziative che già stanno seguendo i ragazzi in viola (basti pensare al sit in di protesta per la Costituzione, davanti al Parlamento, o la patente viola ai politici virtuosi), ieri a Roma si è tenuta una nuova manifestazione, totalmente autofinanziata. Un grande successo anche questa volta.

Come al solito però nessuno ne ha parlato come si deve, come se quelle migliaia di persone non esistessero. Ma poco importa in fondo: la partecipazione in massa della gente ci dimostra che, nonostante l’informazione faccia di tutto per far passare sotto banco certe notizie -e modificarne altre- questo nuovo movimento nato dal basso sta diventando sempre più solido e presente.

Ieri in piazza del Popolo si è manifestato a favore della legalità, a difesa della Costituzione e contro le leggi ad personam tanto care al Presidente (ne riparleremo sicuramente nei prossimi giorni, ma basti pensare al caso Mills). Due sono, a nostro parere, gli elementi importanti di questo secondo grande appuntamento del Popolo Viola: l’assenza di finanziamenti “esterni” e l’adesione di larghissima parte dell’opposizione.

Il primo fattore, quello dell’autofinanziamento, rappresenta il vero e proprio fulcro dell’essere del Popolo Viola. Un movimento che ha sempre urlato a gran voce la propria lontananza da qualsiasi vecchio partito, quasi a prendere le -dovute- distanze da un’opposizione che si ritrova a rappresentare una parte sempre più piccola del paese. Una macchina organizzativa nata  su Facebook, che ormai conta sedi in tutta Italia, e che ha dimostrato di funzionare in maniera perfetta – vista anche l’enorme quantità di gente accorsa a Roma da tutto il Paese – senza alcun intervento economico da parte dei partiti.

Questa volta, inoltre, i partiti di opposizione sono scesi coesi in campo accanto alle sciarpe Viola, compreso il Partito Democratico (che, ricorderete, aveva fatto nascere una bella bagarre sulla sua adesione al No B-Day). Chiare le parole del Senatore Marino: “È importante essere qui come Partito Democratico che, rispetto alla precedente edizione della manifestazione, ha dato adesione piena” (via | Repubblica.it). Almeno questa volta hanno evitato figure ridicole, diciamolo. Non sono mancati naturalmente gli esponenti dell’Italia dei Valori, dei Verdi, ma anche Pannella e la candidata alla presidenza del Lazio Bonino. Certo, a fare i maligni viene da pensare che in vista delle elezioni fa anche bene farsi vedere con un movimento che sta risultando così positivo e propositivo, ma l’importante è che questa volta la presenza della presunta opposizione sia stata comunque massiccia, segno che questo Popolo Viola comincia a prendere sempre più dei contorni definiti.

Non sono mancati gli interventi di grandi personalità del mondo della cultura, della stampa, del mondo del lavoro. Interventi di Roberto Saviano, Giorgio Bocca, Marco Travaglio e tante altre persone serie che donano credibilità a tutto il movimento.

Cosa farà adesso il Popolo Viola? Sicuramente apprezzabile la decisione di non candidarsi alle regionali, perché sì, qualche preoccupazione che sarebbe diventato un nuovo partito-accozzaglia c’era tutta. Non so se e quanto durerà, ma mi auguro che la strategia scelta dai fondatori e dagli organizzatori possa rimanere questa, prendendo le distanze e rimanendo ben lontani dalla massa gelatinosa (è proprio il caso di dirlo di questi tempi) dei partiti politici italiani. La gente, quella di sinistra, quella di opposizione vera, riesce a difficoltà a trovare una controparte politica, un punto di riferimento che possa rappresentare un’opposizione vera. Il Popolo Viola sta andando pian piano a colmare questo vuoto, sta riportando la gente in piazza, sta unendo le persone sotto un’unica idea, quella di difesa della legalità, della democrazia, della Costituzione.

E di questi tempi, scusate se è poco.

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Berlusconi fu ferito

Ci siamo cascati.
Ci siamo cascati come delle pere cotte.
Non abbiamo capito che era proprio questo l’inganno: insultarci tra di noi.
Sì, perché la conseguenza più grave della riproduzione del duomo di Milano tirata in faccia a Berlusconi da Massimo Tartaglia è proprio questa: tutti hanno cominciato ad insultare.
berlusconi-si-e-toccato-il-fondoNon sto parlando dei politici di centro-destra pro-Berlusconi, la loro reazione era prevedibile e scontata. No, no, sto parlando proprio del grande gruppo degli “anti-berlusconiani”, praticanti o meno, cioè quella buona metà della popolazione italiana che NON l’ha votato (perché ricordiamoci sempre che le percentuali di Berlusconi non stanno né in cielo né in terra).
La maggior parte di loro si è unita nella blogosfera per lanciare messaggi di condanna del gesto di Tartaglia e, talvolta, solidarietà al Premiere. Solo in pochi si sono distaccati dal coro conformista: Gianky ha colto in pieno il punto, Sabina Guzzanti meno, ma almeno non è scaduta nella banalità del mainstream.

Ognuno ha visto in quello che è successo quello che gli è parso: c’è chi ha parlato di “un povero settantreenne debole e indifeso” e chi continua a far notare la sofferenza sul suo volto. Boh, sarò scemo, io la sofferenza sul volto di Berlusconi non l’ho proprio vista. Ho visto rabbia, quella luce di violenza che è trapelata altre volte dai suoi occhietti biechi. Penso che se avesse avuto tra le mani Tartaglia, avrebbe provato a strangolarlo. Ma la sofferenza, proprio…
Ergo, ognuno ha reagito come ha creduto alla notizia del ferimento del Presidente del Consiglio. Dalle mie parti siamo gente di pancia, come si suol dire, e non ho potuto proprio fare a meno di gioire.
L’avessi mai fatto. Nel giro di un’ora ogni status facebook dei miei amici “democratici” e “liberali” mi stava insultando.
Mi son preso del cretino, dell’imbecille e dell’ignorante. C’è chi ha detto che “partorisco cacate e mi bullo del mio cinismo infantile” (Luigi Ruffolo, negli ultimi tempi un po’ troppo cerchiobottista e inconcludente nella sua ferrea volontà di rimanere equilibrato a tutti i costi, secondo me; tuttavia ha aggiustato un po’ il tiro in un post successivo); c’è chi ha detto che sono scemo, o matto, o matto scemo, proprio su queste pagine di Camminando Scalzi.

Coda di paglia? Non direi: queste persone si riferivano a chi non ha preso le distanze dal gesto di Tartaglia contro Berlusconi; a chi non ha rifiutato la violenza dell’atto. Io non l’ho rifiutata, non ho preso le distanze… Temo quindi che parlassero proprio di me.

Ora, vediamo di arrivare al punto ragionando e spiegando, evitando di continuare ad insultarci a vicenda.
OITBS-CGIL-GOVERNOIo sono convinto che “la violenza è l’ultimo rifugio dell’incapace” e se tutte le persone del mondo fossero come me (Dio ce ne scampi) non esisterebbero guerre, soprusi, mafia. Ma questo non significa affatto che io debba necessariamente condannare ogni atto di violenza che vedo nel mondo, perché sarebbe ipocrita. E con questo non voglio dire che ci sono atti di violenza che sono giustificabili, solo che l’essere umano non è affatto buono, puro e casto come certa gente vuol far finta di credere. Pensate che il Male provenga solo da quelli che fanno la guerra, da quelli che sfruttano altre persone, da quelli che rubano e ammazzano? Il Male è anche augurare di schiantarsi contro un palo al tizio che vi sfaretta in autostrada, o al vicino del piano di sopra che si mette a spostare i mobili alle sette di domenica mattina. Il Male fa parte dell’essere umano esattamente come il Bene, per il semplice motivo che se così non fosse, non esisterebbe nemmeno il Bene, in mancanza di termini di paragone.
Sveglia! Gli anni ’70 sono finiti! I figli dei fiori oggi sono morti, o scrivono libri di scarso successo, o fanno gli opinionisti senza opinioni. Ci vogliamo scrollare di dosso l’utopia del pacifismo Lennoniano? Non arriveremo mai a quella situazione, non prima di un’apocalisse culturale che sradichi completamente i nostri attuali sistemi sociali, economici, politici e quant’altro.
Anticipo la vostra obiezione: “non vorrai mica paragonare un augurio di morte estemporaneo con chi commercia in organi tolti senza consenso?!”: non siate ingenui. Oggigiorno c’è bisogno di un eroismo meno ovvio. E’ chiaro che non è quello che sto dicendo.

Cosa vorreste fare ai bracconieri che uccidono le foche a martellate in testa? A quelli che scuoiano gli ermellini vivi? A quelli che uccidono bambini? A quelli che stuprano e picchiano le minorenni? A quello che governa le vostre vite più o meno da quindici anni ed ha nel suo partito (almeno) un colluso con la mafia, va con prostitute e controlla direttamente tre reti di informazione e indirettamente le altre tre, oltre ad avere la fetta di maggioranza di quotidiani e riviste?
Io capisco che “moralità” significhi anche dover condannare certi gesti, ma se esagerate dalla parte opposta, se vi mordete la lingua quando state per dire ad alta voce cosa vorreste fare a queste categorie di persone, diventate moralisti. Diventate ipocriti. Questo perché state negando il vostro stesso essere, state bloccando la naturalezza di un pensiero. Siete come il monaco penitente che si fustiga con le catene perché “ha avuto pensieri peccaminosi”. Avere pensieri peccaminosi non è peccato, è solo dannatamente umano.

duomo statua berlusconiIo non avrei mai e poi mai tirato un duomo in testa a Berlusconi, ma penso comunque che se lo sia meritato, e che sia il minimo che gli possa essere successo, a livello karmico. E godo di quel momento, perché per me è naturale farlo e sarebbe innaturale negarlo. È stato un gesto liberatorio, per me e per altre (almeno) 50.000 persone (no, non mi basta più mandarlo a fanculo, dopo tutto quello che ha combinato. Mi può bastare mandare a fanculo l’opposizione che non fa opposizione, come gesto liberatorio. Per Berlusconi ci voleva qualcosa di più): un gesto liberatorio, né più né meno. Questo a prescindere dalle conseguenze. Lo vedo da me che non ha fatto in tempo ad uscire, la notizia, e subito è stata manipolata e strumentalizzata per tutt’altri scopi. E quindi? Cosa avrei potuto farci io? E’ scritto nel Tempo che Massimo Tartaglia avrebbe tirato un duomo in faccia a Berlusconi. Che io ne gioisca o condanni il gesto, non avrei potuto comunque evitarlo, così come le sue conseguenze. Mettervi a postare su facebook annunci su quanto siate indignati per quello che è successo non migliora la situazione. Cicchitto avrebbe comunque dato la colpa a Travaglio, al Fatto e ad Annozero; Maroni e la Carlucci avrebbero comunque tirato fuori fregnacce indicibili sulla censura ad internet e alle manifestazioni pubbliche.

Vediamo quindi di darci una regolata e finirla di offendere a cuor leggero chi non si nasconde dietro le spesse vetrate riflettenti del super ego ma cerca invece il contatto dell’ego o addirittura dell’es. Non vanno bene nemmeno i raffinati giri di parole di Greenwich, qui su CS, come “Si ha tutto il diritto di essere cretini“. Ma cretini chi, perché? Lo capite che offendere l’intelligenza altrui è un atto di violenza tale e quale a scagliare un duomo sui denti a qualcuno (se non peggiore: il corpo fisico più o meno guarisce, quello mentale non sempre)?

Se odiate chi odia, non siete differenti da lui: prenderne le distanze offendendolo vi avvicina.
Penso di poterla dire meglio: facciamo tutti la cacca, e la cacca puzza a tutti. Non esiste un modo per convincermi che la vostra puzza un po’ meno.