Riassunto delle puntate precedenti

Cosa è accaduto in questo mese vacanziero appena trascorso? Prima di cominciare la nuova stagione, è bene fare un breve riassunto delle puntate precedenti, con due momenti salienti di quest’ultimo mese di agosto.

L’Italia si è trovata a dover fronteggiare la crisi economica che a cascata sta investendo tutto il mondo. Il terreno di discussione della politica si è, per l’appunto, spostato su di una manovra economica (che dovrebbe essere di 45 miliardi circa) che è riuscita a mettere ancora una volta a nudo tutte le difficoltà dell’attuale Governo. Un Silvio Berlusconi sempre più “debole” politicamente, sempre più dipendente dalla Lega che tiene l’Italia in pugno con le sue decisioni. Tremonti, dopo il primo varo della manovra, si è trovato totalmente isolato dal suo stesso partito, che si è scagliato contro i tagli alle amministrazioni locali (la sparizione dei piccoli comuni, la cancellazione delle province) e il tentativo di andare a toccare le pensioni, baluardo inattaccabile per il Senatur e compagni. Bossi l’ha spuntata ancora una volta (minacciando l’ennesima nascita della Padania), e adesso si sta cercando di giungere ad un accordo per cercare di sollevare le sorti di un’Italia sempre più allo sbando, con una manovra-bis che sembra non accontentare nessuno ma che dovrebbe accontentare tutti, andando solamente a rattoppare quelle falle che inevitabilmente torneranno ad aprirsi al primo indebolimento dei mercati. E così oggi si decide, in un incontro tra il Primo Ministro e quello dell’Economia, il modo per uscire da questa situazione. L’incontro di oggi sarà presumibilmente risolutivo in una maniera o nell’altra, con un Tremonti che cerca sempre di più di far valere le proprie posizioni (ormai abbandonato dal suo stesso partito) minacciando dimissioni a destra e a manca. L’ultima modifica prevede l’innalzamento dell’IVA di un punto percentuale, l’accorpamento dei servizi dei comuni sotto i tremila abitanti, mentre pensioni e province non verranno toccate (queste ultime in attesa di una qualche riforma più in là). Insomma, una situazione molto confusa e difficile per il Governo, che ha sempre promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, e che invece di ritrova a farlo. E dire che con una decisa lotta all’evasione fiscale probabilmente avremmo molti meno problemi. Tutto questo mentre l’Italia si preoccupa di un ridicolo sciopero dei Calciatori di Serie A, tra notizie di esodi e controesodi, rimedi per il caldo e dove lasciare il cane per le vacanze, che hanno costellato inevitabilmente il mese di agosto.

La guerra in Libia nel frattempo è giunta alle sue fasi finali. Qualche giorno fa i ribelli sono entrati nella capitale, e oggi sono diretti a Sirte, città natale del leader Gheddafi, al momento in fuga e con una taglia sulla testa. Mentre il ràis propone anacronistiche trattative per un governo di passaggio, i ribelli scoprono in una Tripoli distrutta un’emergenza umanitaria, con decine di cadaveri ritrovati tra le macerie. Cadaveri che si sono lasciati dietro i mercenari di Gheddafi prima della fuga: prigionieri, vittime civili, persino donne e bambini, in una città ormai allo stremo delle forze. E mentre proprio oggi a Sirte si parla di negoziati con il Cnt preme per una risoluzione veloce della conquista della città (altrimenti passerà ancora una volta per vie militari), sono gli stessi ribelli a denunciare l’emergenza umanitaria in Libia, mentre continuano i bombardamenti dell’alleanza atlantica nelle zone di guerra. Intorno a Gheddafi si fa sempre più terra bruciata, ormai seguito soltanto dai fedeli figli, con i suoi generali che man mano lo stanno abbandonando. Il leader è in fuga da qualche parte (si diceva che fosse prima a Tripoli, poi a Sirte, poi in Algeria), mentre l’intera Libia (e la Nato) lo cerca al fine di porlo agli arresti e processarlo per crimini contro l’umanità. Ci auguriamo che finisca presto questo scempio di guerra e che possa cominciare quanto prima una transizione democratica del governo del paese libico.

 

 

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Chiudiamo con un breve saluto da parte di tutta la Redazione di Camminando Scalzi per voi lettori. Una nuova stagione di informazione libera è cominciata, e noi saremo in prima linea per fornirvela come sempre, senza pubblicità, senza filtri, dando la voce a tutti quelli che hanno una storia da raccontarci o semplicemente un’opinione da condividere (i modi per collaborare li trovate in alto nel sito). Grazie a tutti e bentornati.

Liberi, come ci si sente camminando scalzi…

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Pontida: niente fuochi d'artificio

Nella settimana in cui l’Italia in crisi urla la sua indignazione sul palco di Tuttiinpiedi! a Bologna, la politica si interessa di più dell’annuale raduno leghista di Pontida. Davanti e sopra il palco allestito sul “sacro prato”, va in scena la classica pagliacciata dell’iconografia padana, fatta di spadoni, figuranti rosso-crociati, sole delle Alpi e militanti in camicia verde.
La settimana di avvicinamento all’adunata del Carroccio era stata caratterizzata dall’attesa spasmodica per i messaggi che il partito di Bossi avrebbe lanciato nei confronti del governo. Dopo le batoste elettorali e referendarie, infatti, la golden share della maggioranza nelle mani della Lega condiziona non solo le scelte politiche ma il futuro stesso della legislatura. L’immagine del clima politico è riassunta nella conferenza stampa di Berlusconi e Maroni di giovedì, in cui, rispondendo a una domanda sulla tenuta del governo, è bastato che il Ministro dell’Interno toccasse il braccio del premier dicendo “aspettiamo Pontida” per spegnergli il sorriso ottimista.
Nei giorni precedenti si era parlato anche di un “penultimatum” che Bossi avrebbe lanciato a Berlusconi, ossia una serie di condizioni non trattabili alla base del sostegno al governo ma che non avrebbero messo in discussione l’immediata sopravvivenza dell’esecutivo. Così è stato. Se infatti il leader della Lega ha toccato diversi temi, non c’è stato un vero e proprio aut aut. Al contrario, Bossi ha esplicitamente affermato che l’alleanza con il PdL e la leadership di Berlusconi sono in discussione per le prossime elezioni politiche, ma non per il breve futuro: eventuali elezioni anticipate favorirebbero la sinistra, visto il cambio del clima politico sancito dalle recenti consultazioni, e non sarebbe politicamente saggio far cadere il governo in questo momento. In questo, si è riscontrato uno sfasamento rispetto al popolo radunatosi a Pontida, come dimostrano i cori di sabato, le ovazioni levatesi domenica nei passaggi del discorso più duri nei confronti del presidente del consiglio e il grande striscione esposto durante l’intera manifestazione “Maroni presidente del consiglio”.
L’impressione generale che si è colta è quella di un Bossi in difficoltà, in equilibrio tra la necessità di distaccarsi dalla scomoda alleanza con Berlusconi che sta trascinando al fondo anche la Lega e la volontà di continuare a governare, anche per dimostrare all’elettorato di essere in grado di portare a casa dei risultati concreti. La bocciatura del reato di clandestinità da parte dell’Europa, il federalismo fiscale risoltosi in un abbozzo e la pressione fiscale mai veramente scesa, in particolare, pesano sul curriculum di governo del partito e rischiano, se non corretti o bilanciati con altro, di minare i prossimi risultati elettorali, come già evidenziato dalle ultime amministrative. Non è un caso se i temi caldi dell’agenda politica recente siano stati tutti dettati da Bossi. La riforma della giustizia tanto voluta da Berlusconi (costretto a scardinare del tutto il sistema per mantenere pulita la sua fedina pulita) è stata prontamente accantonata, per far spazio alla riforma fiscale e allo spostamento dei ministeri al nord. Su entrambi gli argomenti il senatùr ha detto la sua. Se Tremonti ha fatto chiaramente capire che non solo un abbassamento delle tasse non è possibile ma che forse occorrerà andare nella direzione contraria, Bossi ha ribadito che la riforma fiscale è una delle priorità della Lega e che i soldi bisognerà trovarli. In particolare, l’accento è caduto sulla necessità di rivedere il patto di stabilità e di risparmiare sulle missioni internazionali e sui costi della politica (auto blu e stipendi dei parlamentari). Sui ministeri, nei giorni scorsi in molti avevano cercato di buttare acqua sul fuoco, per ultimo Angelino Alfano, ridimensionando l’intera vicenda a una delocalizzazione di alcuni uffici di rappresentanza. Bossi ha invece confermato come la volontà sia quella di spostare quattro ministeri, primi fra tutti il suo e quello di Calderoli, dichiarando che il provvedimento era già anche stato firmato dal premier, che però poi “si è cagato sotto”.
La pochezza politica dell’intero discorso si è evidenziata anche nella scelta delle materie trattate: le quote latte, vecchio cavallo di battaglia del carroccio, il centralismo romano, la fantomatica identità padana. Frequenti i cori “Padania libera” da parte di Bossi durante il suo intervento. L’obiettivo era quello di toccare gli istinti degli elettori leghisti, facendo leva sui soliti argomenti beceri del campionario. La folla di Pontida ha risposto, interrompendo più volte il suo leader al grido di “secessione”, sul quale Bossi ha nicchiato. Non altrettanto ha fatto Maroni poco dopo, nel suo discorso, inneggiando all’indipendenza della Padania.
Se da Pontida si attendeva una netta svolta alla politica della maggioranza e un Berlusconi messo con le spalle al muro, in realtà la sensazione è che nessuno voglia affondare il colpo, in attesa di uno sviluppo della sensazione. Di sicuro, la maggioranza è in una profonda crisi, dalla quale difficilmente uscirà nell’assetto attuale. I prossimi mesi chiariranno probabilmente i dubbi e si capirà quale strada verrà intrapresa fra le uniche tre possibili:
1) si andrà avanti come adesso facendo finta di nulla per poi esplodere nel 2013;
2) Berlusconi verrà messo da parte per mano della sua stessa coalizione per dare spazio a un governo tecnico (Maroni o Tremonti, probabilmente);
3) la Lega staccherà definitivamente la spina e si andrà a elezioni anticipate.
La prima opzione appare di per sé improbabile, ma il prevalere di una fra le altre due dipenderà anche dagli eventi non strettamente legati ai giochi politici italiani, prima fra tutti la crisi internazionale e situazione europea in particolare (di pochi giorni fa l’allarme di Moody’s sui nostri conti pubblici). L’augurio è che il paese non precipiti insieme alla sua vergognosa classe politica e che non si debba più assistere a una parata di ministri della Repubblica bardati di verde schierati a fianco di comparse in armatura.

Pdl-Lega: per amore o per interesse

L’attività del governo è ultimamente concentrata su due materie: la gestione degli immigrati giunti a Lampedusa e la difesa a oltranza del premier dalle note vicende giudiziarie. L’aspetto interessante è che l’autorità sulle due materie sembra essere nettamente distinta fra le due principali componenti della maggioranza. La Lega, per la sua naturale vocazione e per il ruolo del ministro Maroni, si occupa della questione immigrazione, mentre il Pdl fa quadrato attorno a Silvio Berlusconi. A dire la verità gran parte dei papaveri del Popolo della Libertà non sono sulla ribalta, probabilmente troppo occupati nelle serrate rese dei conti interne al partito per la successione al capo. L’aria che tira, infatti, è quella di fine ciclo. Questa volta, se anche i processi non dovessero risultare in condanne definitive, Berlusconi non sembra in grado di ribaltare a suo favore la difficile situazione mediatica e c’è il rischio che abbia addirittura perso il tocco da Re Mida sull’elettorato vicino al centro-destra. Le elezioni degli ultimi 3-4 anni hanno visto crescere costantemente la quota leghista nella maggioranza anche a scapito dello stesso Pdl e il pericolo è che la prossima volta l’esito delle urne possa mettere in discussione il ruolo di leader indiscusso di Berlusconi.
A dire il vero anche la Lega, ultimamente, sta vivendo un periodo di fibrillazione. La caratteristica del partito di Bossi è sempre stata quella del partito di lotta e contestazione, anche in posizione di governo, cosa che è storicamente servita ad attirare il consenso del suo elettorato, giocando sul filo della xenofobia. Questo tratto mal si concilia con il dovere istituzionale di gestione dell’immigrazione, piuttosto che di contrasto, e potrebbe determinare confusione, se non malcontento, nella base del partito. In questa prospettiva è interpretabile la proposta volutamente esagerata di uscita dall’UE, avanzata da Maroni e sostenuta dagli altri leghisti. Per di più, la difesa di Berlusconi davanti alle numerose e pesanti accuse non giova all’immagine “dura e pura” del Carroccio, altro importante fattore di consenso nella storia del partito. In parole povere, senza una svolta plateale e netta, entrambi i compari rischiano di perderci. E qui arrivano le dolenti note. Da qui alla fine della legislatura si assisterà al solito crescendo di proposte di provvedimenti “epocali”, compatibilmente con le leggi ad personam (quelle, sì, vere) per la tutela del premier. È plausibile, però, che la prima vera svolta sarà anche la più importante, ossia la successione a Silvio Berlusconi. I giochi sono iniziati mesi fa e non fanno che infittirsi. È noto che Tremonti, con l’appoggio mai celato della Lega, stia lavorando per ipotecare il posto d’onore. I recenti sommovimenti nello scenario del capitalismo italiano, ancora appena all’inizio, rinforzano il ruolo del ministro dell’Economia, la cui figura, infatti, si profila sullo sfondo. Ma che succederebbe se alla fine la spuntasse un altro al posto di Tremonti? È di pochi giorni fa la notizia di una cena in un ristorante romano tra alcuni ministri ex Forza Italia (Alfano, Frattini, Gelmini, Prestigiacomo, Carfagna, Fitto e Fazio), ufficialmente per riequilibrare la bilancia del partito nei confronti degli ex-AN. Insospettisce, per usare un eufemismo, l’assenza proprio di Tremonti. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che Berlusconi abbia già indicato Alfano come suo delfino, il clima di tutti contro tutti si fa palese.
Difficile che la Lega accetti di recitare ancora una volta il ruolo di alleato del partito del premier nel caso in cui le future elezioni politiche dovessero ancora favorire la coalizione.  Sempre che ci sia ancora una coalizione. Quello che unisce Lega e Pdl, in un post-Berlusconi, sarebbe paradossalmente l’isolamento del partito di Bossi in caso di mancato accordo. È improbabile immaginare un’alleanza Lega-Terzo Polo o Lega-PD, vista la divergenza di vedute su innumerevoli faccende e i precedenti scontri politici. Considerando anche le tendenze suicide di alcuni esponenti dell’opposizione, in particolare del PD, da escludere categoricamente restano solo le eventuali compresenze nello stesso cartello elettorale di Fini o Di Pietro con Bossi.
Per quanto riguarda il Pdl, l’unico possibile alleato alternativo alla Lega è il Terzo Polo, ma la presenza di Fini rende ancora una volta impraticabile l’idea.
In ogni caso, l’ipotesi più probabile è quella di partenza, ossia del mantenimento del patto fra Lega e Pdl, con un deciso apprezzamento dell’influenza “verde”. La prospettiva di rafforzare il potere di politici come Castelli e Calderoli sulle sorti del paese dovrebbe far storcere il naso a molti.
Lo scenario politico è troppo fluido per fare previsioni che vadano al di là della fantapolitica. Molto dipenderà dai risultati delle amministrative e dei referendum. Ancora una volta, per usare un’espressione ormai banale, gli ennesimi referendum su Berlusconi.

 

Polso di Puma – Vizi pubblici e private virtù

L’ultimo G20, svoltosi nel febbraio 2011 a Parigi, è stato incentrato sulla scelta degli indicatori in grado di valutare le politiche economiche degli Stati, allo scopo ridurre gli squilibri che minacciano la crescita e la ripresa economica.

L’Italia, attraverso il ministro Tremonti, ha caldeggiato la scelta di considerare un indicatore per il debito degli Stati che tenga conto della somma del debito pubblico e degli indebitamenti complessivi dei privati. Questo tipo di analisi dovrebbe migliorare la valutazione dell’economia italiana da parte delle agenzie di rating e scongiurare i rischi di default dei conti dello Stato: notoriamente infatti il nostro paese è caratterizzato da un basso livello di indebitamento privato: gli italiani sono un popolo di risparmiatori, molto più di altre nazioni.

Senza entrare nel merito degli aspetti tecnici connessi alla scelta di un indicatore finanziario di questo tipo, è interessante valutare le conseguenze sociali di un approccio di questo genere. Lo Stato italiano ha iniziato da anni una politica di progressivo smantellamento del welfare, il sistema dei servizi pubblici mediante il quale l’individuo può sentirsi davvero parte di una comunità. La progressiva diminuzione delle risorse destinate a scuola, università, trasporti pubblici, sanità, ha provocato una conseguente diminuzione della qualità di questi servizi, spesso anche per uno scarso controllo centrale sulla effettiva produttività delle strutture coinvolte e dei dipendenti che lavorano all’interno di questi enti.

Il welfare funge da strumento in grado di mitigare le differenze economiche tra i singoli ridistribuendo, sotto forma di servizi, delle opportunità per l’accesso alla cultura e alla salute anche a persone che non potrebbero permettersi le stesse possibilità pagandole attraverso strutture private.

Certificare, a livello statale, la sconfitta di un modello sociale in grado di ridistribuire ricchezza significa decretare la fine delle possibilità di ripianare un debito pubblico che di anno in anno continua a crescere, tagliando le ali a qualsiasi progetto in grado di rimettere in moto l’economia.
Inoltre, si ribadisce implicitamente che la politica di questi anni ha incentivato l’accumulo dei risparmi privati (anche mediante l’evasione fiscale e la gestione non trasparente dei conti pubblici).

Intervenire invece prontamente, mediante un progetto di tassazione delle plusvalenze e dei grandi patrimoni, ottenendo capitali freschi da reinvestire nel welfare, nella diminuzione del debito pubblico e negli incentivi alle imprese che producono reale innovazione, rappresenta la vera sfida – economica e sociale – che i nostri governanti dovrebbero essere in grado di affrontare.

Risorse economiche nuove per valorizzare le migliori risorse umane, in un paese sempre più ripiegato su sé stesso e sul proprio particulare, sempre più vecchio, sempre più impaurito.

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Se il premier va a puttane, l'Italia lo segue a ruota…

Dopo settimane di giochi di prestigio per nascondere l’evidenza, la crisi di governo sembra essersi ufficializzata. Nel frattempo l’incompreso Silvio minaccia di partire alla volta dei programmi televisivi, per mandare avanti il deprimente talk show a cui gli Italiani assistono da quasi venti anni. Si ripeteranno le solite “verità” nascoste dalla solita sinistra comunista e dalla solita informazione faziosa. Berlusconi e la sua interminabile schiera di cadetti continueranno a ripetere che i media, troppo concentrati sul gossip di Ruby e la famigerata telefonata alla questura, hanno perso di vista gli argomenti che realmente meriterebbero uno spazio in prima pagina. Si ripeterà la consueta frase “l’opposizione non sa confrontarsi sui contenuti politici e sul merito delle scelte del governo”, e Bersani continuerà ad arrabattarsi nel tentativo di salvare un partito che macina elettori insoddisfatti e semina astensionisti.

Ma parliamo dunque di contenuti politici e lasciamo un attimo da parte la famosa storia di un vecchio di settantaquattro anni incantato da una diciassettenne prosperosa, confuso e felice di aggirare le leggi per una sfortunata ragazza che si definisce, contemporaneamente, nipote del presidente Mubarak e povera donzella con una drammatica situazione familiare. Mettiamo da parte anche i processi a carico del presidente, il conflitto d’interessi e le leggi ad personam, e concentriamoci sui contenuti…

Economia: Il Fondo monetario internazionale ha collocato l’Italia al 179° posto in una classifica di 180 Paesi, in una statistica che tiene conto della crescita economica degli ultimi dieci anni. Dopo di noi solo la derelitta Haiti. In compenso la disoccupazione è salita all’11%, e chi ha la fortuna di avere ancora un lavoro si trova spesso costretto a sopravvivere con stipendi da fame, senza le minime garanzie.

Istruzione: “Tagli” e “riforme” sono oramai sinonimi, e la scuola pubblica si appresta a precipitare nel baratro più profondo, mentre la ministra Mariastella Gelmini assiste inerme alle continue manifestazioni di protesta. Nel frattempo un articolo di Salvo Intravaia della Repubblica online del 16 novembre denuncia il cancellamento dei tagli per gli atenei privati, che nell’ultima versione del maxiemendamento alla legge di stabilità vedono anche “un finanziamento di 25 milioni per le università non statali legalmente riconosciute”.

Cultura: L’esponente Fli Fabio Granata si abbatte sul ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi definendolo “il peggior ministro di sempre”, proprio nel giorno in cui diciassette soprintendenti lo attaccano frontalmente per i pesanti tagli che privano il settore delle risorse necessarie alla salvaguardia dei beni culturali. Per non parlare delle proteste del mondo del cinema…

La famigerata “sicurezza”: “Sono finiti i fondi per l’acquisto del carburante e per le ricariche delle fuel-card che sono state ritirate – spiega al Sole24ore Felice Romano (segretario generale del Siulp, Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia). – Stiamo dando fondo alle riserve strategiche, terminate anche quelle andremo a piedi”.

Politica Estera: Mentre si continuano a tagliare i fondi per i progetti di cooperazione internazionale, il libro “Il caro armato” di Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca documenta che nel 2010 l’Italia ha previsto di spendere circa 23 miliardi di spese militari.

Immigrazione: L’ONU ha criticato il “pacchetto sicurezza” per lo scarso rispetto dei diritti umani e le continue discriminazioni a cui sono sottoposti i migranti in Italia, a cui si aggiunge, fra le altre cose, la recente protesta di Brescia contro la falsa sanatoria del governo.

E si potrebbe andare avanti per ore ad elencare i tanto agognati “contenuti” del governo Berlusconi, parlando dell’Aquila e della manifestazione nazionale del 20 novembre per denunciare la mancata ricostruzione a diciannove mesi dal sisma, o riflettendo sulle condizioni della Campania, che nuovamente affoga tra i rifiuti.

Continuiamo pure a parlare di contenuti, che tanto tra puttane e puttanate… la musica non cambia.

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Scuola Pubblica: come distruggerla.

Il nuovo anno scolastico è alle porte: per qualcuno è già cominciato, per qualcun altro sta per cominciare. La riforma delle “riduzioni” istituita dal ministro Gelmini ha fatto morti e feriti, devastando il settore dell’educazione in Italia.

La prima considerazione da fare riguarda l’educazione scolastica e l’importanza che questa ha in una società moderna. L’Italia è un paese che destina soltanto il 9% della spesa pubblica alla scuola, siamo ultimi in Europa. E penultimi per quanto riguarda l’investimento scolastico del Pil (4,5%). Peggio di noi soltanto la Slovacchia (fonte | Repubblica.it).

Stiamo parlando di 10.000 (diecimila) insegnanti di ruolo in esubero che hanno perso la titolarità del posto e 600.000 (seicentomila) gli studenti che al primo anno avranno meno ore di lezione a causa di ciò. Ci sono presidi costretti a gestire due o tre scuole contemporaneamente, con gli ovvi disagi a livello organizzativo che questo comporta. Le classi sono spesso in sovrannumero, fino a 34 alunni (contro ogni norma di sicurezza). Anche per i portatori di handicap ci sono problemi, in quanto l’insegnante di sostegno non è spesso presente per le ore necessarie che queste problematiche richiedono.

Insomma, la scuola è un vuoto a perdere per il nostro governo. Le proteste si susseguono in tutta Italia, in molti istituti si è cominciato l’anno con delle manifestazioni, alunni e insegnanti che fanno fronte comune per difendere quello che dovrebbe essere un diritto sacrosanto e assolutamente fondamentale in un paese democratico e civile: l’istruzione e l’educazione delle nuove generazioni. In tutte le maggiori città d’Italia c’è stata mobilitazione, soprattutto dei precari (che mai come oggi sono identificati da questa terribile etichetta): Roma (con un sit-in e una manifestazione davanti al ministero), Terni (con i precari incatenati intorno alla fontana di piazza Tacito), Torino (con un presidio sotto gli uffici della regione), la manifestazione di due giorni fa a Messina (con i precari sulle due sponde dello Stretto), e la critica situazione de L’Aquila, che dopo il sisma è stata forse la più colpita in negativo dai tagli della Gelmini (1.033 iscrizioni in meno, 355 insegnanti in esubero nella provincia). Un panorama sconfortante.

Eppure si prosegue per questa strada di devastazione della nostra Scuola Pubblica, senza che nessuno muova effettivamente un dito in tale direzione. Questi tagli (si parla di 8 miliardi di euro da smaltire in tre anni… Quindi, ahinoi, non è finita qua) stanno dilaniando il comparto della cultura in Italia, ma in piccolo stanno rovinando la vita a tantissime persone, in cerca di quel dannato posto fisso per arrivare a fine mese. Senza parlare dei disagi che proveranno gli alunni di tutte le età, ritrovandosi con meno ore a disposizione (le cattedre non assegnate), meno spazio a disposizione (il sovraffolamento si traduce in un più difficile apprendimento), ma soprattutto meno investimenti per il futuro. E un Paese che non si cura del proprio futuro è un Paese destinato a cadere sempre più in basso, sfiancato, senza cultura.

Ma è davvero questo il nostro futuro? Affossare la Scuola Pubblica, forse a favore di quelle private? Un tempo, il nostro Ministero si chiamava “della Pubblica Istruzione”. Oggi quel “Pubblica” non c’è più, e la più grossa paura è che vada sparendo, oltre che dal titolo, anche dal concreto della vita reale.

E nel frattempo, ad Adro, una scuola viene completamente dipinta di verde con i simboli della Padania stampati qua e là. Inammissibile direte voi. La politica sulla Scuola. La politica nella Scuola.

Inammissibile. Ma non in Italia.

Caro armato ti scrivo…

Mentre sta per essere approvata la manovra correttiva da 24 miliardi proposta dal ministro Giulio Tremonti, Comuni e Regioni fanno i conti con la possibilità di un budget sempre più ridotto, con probabili tagli alla formazione professionale, ai trasporti pubblici e alle scuole.

Nel frattempo la puntata di Anno Zero del 3 giugno ha mostrato quanto poco inutili fossero gli enti che verranno soppressi a seguito di questa manovra, e qualcuno come Luigi Bonanate (Università di Torino) ha giustamente cominciato a domandarsi per quale motivo i ministri La Russa (Difesa) e Frattini (Affari Esteri) non abbiano dato un proprio contributo a questa generalizzata riduzione della spesa pubblica. “Nei sette anni dacché siamo in Afghanistan – scrive Bonanate su l’Unità del 3 giugno – abbiamo aumentato la spesa militare di 750 milioni l’anno, ovvero 5 miliardi di euro (senza contare le spese fisse)”.

Pare infatti che fra i tanti sacrifici richiesti da questo provvedimento economico, il bilancio del Ministero della Difesa si aggiri attorno al 2% del Pil, come afferma un articolo di Pietro Salvato pubblicato su giornalettismo.com. Rifacendosi a fonti autorevoli come il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) e la Nato, il giornalista fa infatti notare come la cifra assegnata alle forze armate italiane sia “di poco inferiore, sostanzialmente, a quanto il governo destina per gli investimenti in politiche sociali: circa il 2,7% del Pil”.

Se il ministro La Russa può ancora permettersi di andare in giro a raccontare la favola secondo cui le spese militari non supererebbero il punto e mezzo del nostro prodotto interno lordo, è solo perché il bilancio del Ministero della Difesa costituisce solo una buona approssimazione dei costi militari dello Stato italiano, non tenendo conto “della spesa delle cosiddette missioni di pace che invece vengono assegnate in capitolati di spesa extra-bilancio della Difesa. Poi ci sono delle spese per sviluppo di armamenti, riportati invece nel Bilancio del Ministero delle attività produttive. I finanziamenti diretti o indiretti dello Stato a favore dell’industria militare nazionale e per prodotti “dual use” ( doppio uso, militare e civile). Infine, la frazione di spesa che l’Arma dei Carabinieri, di fatto, destina a soli compiti militari”.

In base ai dati riportati dalla Sipri, le spese militari collocano l’Italia all’ottavo posto della graduatoria mondiale davanti a paesi come la Russia (19,4 miliardi), l’Arabia Saudita (19,3 miliardi), la Corea del Sud (15,5 miliardi) e l’India (15,1 miliardi). Dati che risultano ancor più interessanti quando si confrontano tali cifre con la percentuale di spesa assegnata allo stato sociale, dove mentre l’Italia sfiora il 2,7% del Pil, la Gran Bretagna destina il 6,8%, la Francia il 7,5% e la Germania l’8,3%.

Secondo quando riportano Massimo Paolicelli e Francesco Vignarca prosegue l’articolo di Pietro Salvato – nel loro libro “Il caro armato. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane” (Altreconomia edizioni), nel 2010 il nostro Paese ha previsto di spendere in spese militari qualcosa come 23 miliardi di euro. […] Il nostro Paese ha più di 30 missioni internazionali in corso e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei progetti sui cosiddetti “sistemi d’arma”, ben 131 caccia per un valore complessivo di circa 13 miliardi di euro”.

A ciò si aggiungono sprechi ed inefficienze, e il 18 maggio di quest’anno il ministro La Russa è intervenuto durante La telefonata di Canale 5 per annunciare un aumento di circa 1000 unità al già cospicuo numero di soldati presenti sul territorio, affermando che “entro fine anno avremo un contingente italiano di poco inferiore ai 4.000 uomini“.

Si potrebbe sommare a questo mero conteggio di denaro il fatto che questa “non-guerra” sembri apportare ben pochi benefici, sia agli afghani stremati dal permanente stato di belligeranza, sia allo svariato numero di soldati italiani che hanno perso la vita per “servire” questa nostra meravigliosa patria…

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Un Tremonti nei panni di Visco

Sono passati circa due anni da quando Silvio Berlusconi incantava le facce degli Italiani promettendo un miracolo economico fatto di nuovi posti di lavoro, pensioni più alte e meno tasse per tutti… Ma oggi si ritrova in mezzo a due fuochi, conteso tra la necessità di chiedere dei sacrifici economici ai tanti fiduciosi che lo hanno votato e il bisogno di mantenere alto il suo consenso al fine di portare a termine il “programma” di Governo.

“Via libera del Consiglio dei ministri alla manovra correttiva da 24 miliardi messa a punto dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. – scrive Rosaria Amato in un articolo de “La Repubblica.it” del 25 maggio – Ma è un via libera con riserva, senza conferenza stampa finale, senza l’invio del documento finanziario alla Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione, e con l’ammissione che “ulteriori aggiustamenti” vanno fatti su misure tutt’altro che laterali”.

Nel frattempo il debito pubblico dello Stato italiano si appresta a superare il 118 per cento del PIL, e il Governo taglia stipendi e allunga i tempi di pensionamento per coprire il buco nel bilancio del governo entro il 2012, mentre la classe politica affoga negli scandali. Dall’ingenua innocenza di un Claudio Scajola che è stato costretto alle dimissioni nonostante la sua completa estraneità ai fatti, sino alle accuse che hanno coinvolto Guido Bertolaso e la tanto rinomata Protezione Civile. Una interminabile lista di scandali accomunati dal nome dell’imprenditore Diego Anemone. Per tranquillizzare gli animi “Berlusconi ha assicurato – afferma Guy Dinmore del Financial Times su un articolo dell’Internazionale del 21 maggio – che nessuno dei colpevoli resterà impunito. Ma allo stesso tempo ha criticato la pubblicazione dell’elenco dei clienti di Anemone, tra cui figurano anche Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli, gli uffici e la residenza romana del premier”.

Tra servizi segreti, mafie e Vaticano, oltre 400 persone sono inserite nella lunga lista di amici-debitori del costruttore Anemone e del suo importante collaboratore Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici che al momento è ancora in carcere. Il recente film “Draquila”, di Sabina Guzzanti, riesce a dare un’idea molto chiara e documentata del giro di incompetenza e corruzione che ha coinvolto il Governo assieme ai suoi “protetti”, limitandosi a descrivere solo un piccolo frammento dell’attualità di questo Paese. Un focus sulla “non ricostruzione” dell’Aquila, sostituita dalla edificazione di una nuova città parallela, dove i vecchi Aquilani si sono ritrovati a dover ricostruire la propria vita al posto della loro precedente casa.

E mentre l’establishment politico affoga in questo schifo, la priorità principale di questo Governo continua a essere la legge sulle intercettazioni, quelle stesse che hanno contribuito a portare a galla questi scandali. Ma tutto ciò non è bastato a ridurre i consensi del premier più amato d’Italia, e adesso resta solo da vedere se il buon Silvio riuscirà a cavarsela anche con la caterva di tagli che dovrà apportare, soprattutto all’interno delle pubbliche amministrazioni.

“Si andrà in pensione più tardi: un anno per i dipendenti, diciotto mesi per gli autonomi. – spiega il giornalista Roberto Petrini su “La Repubblica.it” del 26 maggio – Gli statali dovranno fare qualche sacrificio: i loro stipendi resteranno congelati per quattro anni e saranno bloccati tutti gli automatismi. Stretta anche sulle pensioni di invalidità mentre le donne della pubblica amministrazione dovranno attendere di più per avere i requisiti della pensione. Più della metà della manovra (13 miliardi) è costituita da tagli a Comuni, Province e Regioni”.
Oltre a ciò questa manovra può vantare il merito di abbattere una serie di spese spesso inutili, dalle consulenze alle spese per sponsorizzazioni e pubbliche relazioni. E i dirigenti della pubblica amministrazione che guadagnano più di 90 mila euro dovranno rinunciare ad un 5 per cento del loro stipendio, con un rialzo al 10 per cento per chi incassa oltre i 130 mila euro.

A controbilanciare i meriti arriva però l’ennesimo condono edilizio, con “una maxisanatoria catastale che comprende anche una sanatoria ai fini fiscali degli abusi edilizi”, giusto per conservare almeno i consensi dell’elettorato migliore…

Precaria della scuola, precaria della vita.

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Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it

Continua la nostra inchiesta sul mondo del lavoro: oggi abbiamo il piacere di presentarvi Rosalinda Gianguzzi che, con la sua esperienza da precaria dell’insegnamento scolastico, ci racconta il suo vissuto e ci fa capire cosa significa insegnare da “precari” in Italia. Un fenomeno quanto mai di attualità, visto dagli occhi di chi è dentro quel mondo ingarbugliato che è l’Istruzione italiana. Buona lettura.

La Redazione di CamminandoScalzi.it

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Ciao,

sono Rosalinda Gianguzzi, precaria della scuola e, come spesso accade, un po’ precaria della vita.

MaestraOggi, per noi precari, sentir parlare di “elogio al posto fisso” sembra quasi una beffa, soprattutto considerando che, contemporaneamente alle interviste raccatta-consensi, bagarre, scorrettezze procedurali e continui richiami a mostrare maggiore interesse alle discussioni in aula, il parlamento nei fatti sancisce il precariato a vita per i pochi superstiti dai tagli.

Ho deciso proprio per questo di lasciarvi memoria, in stile “romanzo storico” (la storia cioè raccontata dai suoi protagonisti anche più semplici), di cosa sia questa specie in estinzione dei precari della scuola.

La parola precariato è spesso associata ad un’immagine preconcetta che rappresenta giovani “Peter pan”, bamboccioni che guadagnano quattro lire -forse con un certo compiacimento- perché questo dà loro la possibilità di poter spendere quello che guadagnano e continuare ad essere mantenuti dalla famiglia. In parte è vero, soprattutto parlando di retribuzioni, ma la situazione differisce radicalmente quando in un calderone sono inseriti i precari di call center privati con i precari della pubblica amministrazione/precari della scuola. Il precariato della scuola è del tutto diverso da qualunque altro precariato, e lo dimostra l’età degli “aspiranti insegnanti” o “supplenti” inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Questi sono i termini che sono utilizzati per definirci, ma per la verità di “aspirante” abbiamo ben poco dato che molti di noi insegnano da decine d’anni e c’è persino chi va in pensione da precario, spesso senza “supplire” nessuno. In realtà sono su posti vacanti, posti che esistono al solo fine di risparmiare sugli scatti di anzianità degli insegnanti o, alla peggio, per poter tagliare cattedre, innalzando il numero legale di alunni per classe.  Un altro aspetto che ci permette di differirci dagli altri precari è il non essere legati a logiche clientelari, vale a dire che a Natale non abbiamo grosse ceste piene di prelibatezze da regalare per ringraziare qualcuno. Tutto quello che abbiamo e che siamo, lo abbiamo costruito negli anni attraverso lo studio permanente, i concorsi e il servizio.

In una sola parola: IL MERITO.

Allora mi si potrebbe chiedere come sono diventata precaria della scuola (io e buona parte degli altri 299999 colleghi)?

La mia avventura comincia da diciottenne appena diplomata, con la voglia di essere la nuova Maria Montessori e la presunzione che le magistrali mi avessero dato tutti gli strumenti per entrare nella testa e nel cuore di ogni alunno, per dar loro le chiavi per costruire il proprio giudizio critico e la propria coscienza intellettuale.

La mia formazione scolastica e universitaria attacca il nozionismo e, come risposta ad una società complessa e in rapida trasformazione, vuole offrire ai discenti chiavi di lettura che permettano loro di essere costruttori e attori della propria formazione. Per la verità ci sono voluti una laurea, due master e diciotto anni d’insegnamento, per capire ogni giorno che non esiste “una ricetta buona e perfetta” per ogni alunno.

Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione
Mariastella Gelmini, attuale Ministro dell'Istruzione

Ognuno è un universo a sé, vuole essere preso con il proprio verso, con i propri tempi, con strumenti educativi differenti. La prima “palestra” sono state le scuole private, veri e propri “centri d’addestramento”, in cui la voglia di fare fa i conti con “il cliente che ha sempre ragione”. Posti in cui la libertà di insegnamento diventa libertà di fare ciò che dicono i direttori, non dare rogne con i genitori e non dispiacere troppo l’alunno. Dopo anni di mobbing, soprusi vari, contratti “aggiustati”, la mia avventura prosegue nella scuola pubblica. Tutto inizia con l’attesa del telefono che squilla: significa essere vestita e pronta per uscire la mattina alle otto, senza sapere se e dove sarai impegnata. Che felicità quando al cellulare sento la musichetta “We are the champions”, associata ai numeri delle scuole. Per non parlare di quando arrivano gli assegni, festeggiati con un “acquisto gratificante”. Nel frattempo gli anni passano, “la chiamata” diventa la regola e arriva finalmente l’incarico: da settembre a giugno o da settembre ad agosto, non sostituisco nessuno, sono in realtà la titolare di una cattedra vacante. Non importa se in un’isola, in un carcere, in un paese di montagna o nella scuola sotto casa. E’ la mia cattedra per un anno. E sono dodici punti che, come gradini, mi permettono di scalare la difficile montagna della stabilizzazione. A questo punto penso di poter affrontare persino un progetto di vita insieme all’uomo che amo e di concedermi un “matrimonio gratificante”. Il sindacalista di turno mi rassicura: “una volta preso l’incarico, sei dentro”.

Così divento precaria sostanzialmente nella sede e nel dover vivere i piccoli grandi disagi dell’“ultima arrivata”. Una precaria, infatti, è quella che deve accontentarsi quando si formula l’orario, quella a cui, in termini di rendimento, è richiesto sempre di più. Anche le mie figlie diventano “precarie”. Sono abituate ad essere lasciate alla nonna, alla zia, alla vicina o a chiunque disponibile, spesso ancora con il pigiama, avvolte in una coperta e quando capita anche febbricitanti perché “oggi non posso mancare”. La mamma non ha tempo per consolarle quando piangono per andare all’asilo, come non ha tempo per rimanere alle loro feste di Natale a scuola. Quando posso, prendo un’ora di permesso, per sorridergli o per rassicurarle quando recitano la loro poesia. Sono ormai abituate a fare i loro compitini e le loro cose da sole, magari in un banco di un’aula vuota, in silenzio, mentre la mamma compila i registri e programma insieme ai colleghi.

Ma fino a due anni fa, una certezza: punto dopo punto, anno dopo anno, avrei avuto l’agognato ruolo. Poi c’è stato l’avvicendarsi -come in una contraddanza- di vari ministri che, con le loro “novità”, ci facevano fare chi tre passi indietro, rimescolando fasce e graduatorie, chi due passi avanti, con una buona tornata d’immissioni in ruolo. Ma la mia certezza rimaneva: loro si avvicendavano, ma noi eravamo sempre lì, con la nostra borsa sempre più logora, piena di fotocopie e penne, per noi e per l’alunno distratto di fiducia.

Io non ho mai chiesto altro: una classe tutta mia, perché insegnare è tutto ciò che so e voglio fare.

Poi arriva il terremoto Berlusconi/Tremonti/Gelmini/Brunetta: raccontano che siamo fannulloni, che “pochi pagati bene” sono meglio di “molti che vivono dignitosamente”, senza dire cosa deve fare chi resta fuori da questo setaccio. Assicurano che vogliono “riformare” la scuola, modernizzarla: tagliano cattedre, chiudono scuole, tolgono insegnanti di sostegno, eliminano i tre insegnanti specialisti su due classi della scuola primaria per averne una tuttologa, eliminano le compresenze che permettono di far fare gite, eliminano informatica, eliminano il  supplire i colleghi che mancano -dato che le scuole non sempre possono pagare i supplenti- senza dividere le classi, riducono le ore di italiano alle superiori e accorpano classi e materie. E poi ancora la  coda/pettine, e gli incarichi fuori e salvaprecari (che altro non è che un escamotage per aggirare le sentenze dei tribunali, che ci danno ragione sul nostro diritto ad essere stabilizzati).

Insomma un vero tsunami per la scuola pubblica.

E cosa ne sarà dei precari? E di me?

Il desiderio è quello di contrastare in ogni modo: scioperi, manifestazioni, comizi, sit in, forum, azioni di protesta, ma soprattutto puntare su di un’informazione vera.

Il tutto finalizzato a prendere tempo e restare in gioco perché -come è successo finora- la politica cambia.

Loro sono i veri precari. Noi vogliamo solo continuare a lavorare.

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