Nudo alla meta

“Possiamo vivere la vita che gli altri si aspettano da noi oppure sceglierne una basata sulla nostra verità. La differenza è tra una vita consapevole e una inconsapevole, tra vivere e non vivere”.

Con queste parole, Stephen Gough riassume il senso di ciò che gli sta accadendo. Non è un guru di qualche setta, né un signore eccentrico vecchio stile. Quest’uomo ha una sua idea di come la vita debba essere vissuta e ha deciso di andare fino in fondo. Sono ormai più di dieci anni che Gough gira a piedi nudo. Cammina a piedi senza vestiti perché il mondo è sbagliato, quello che pensa il mondo è sbagliato e noi siamo buoni e possiamo fidarci di noi, del nostro corpo nudo, degli altri. Questo è il suo pensiero. Potremmo ironizzare di quest’uomo che le prime foto ritraevano nel pieno del vigore fisico e che adesso mostra i segni del passare del tempo con forza e dignità. Potremmo sorridere pensando a questa figura un po‘ Forrest Gump un po‘ Gandhi. Potremmo scuotere la testa pensando a una provocazione vintage stile anni sessanta. L’uomo in realtà è uno che ti costringe a pensare. Non sempre gli è andata bene, insieme alla curiosità, all’ironia e all’indifferenza ha trovato anche chi lo ha picchiato e gli ha rotto il naso. Non sempre è stato facile. Gough ha avuto una compagna, ha dei figli, una anziana madre.

All’inizio era una cosa ma ora molti non capiscono o si sono stancati. Gli attivisti dell’ambiente naturista hanno smesso da tempo di supportarlo, ogni giorno è sempre più solo. Adesso poi, non riesce più a uscire dal carcere. I tribunali hanno deciso di adottare la linea dura e lui si è irrigidito nella ricerca della sua verità. Non si veste in carcere, non si veste per andare in tribunale, non si vestirà il giorno in cui lo rilasceranno e quindi sarà nuovamente arrestato. Lui vuole tornare a casa nudo e camminando. “Ho capito che nel mio profondo sono buono, che tutti siamo buoni e che ci si può fidare di questa parte di sé” ha dichiarato al giornalista Neil Forsyth, che lo ha intervistato recentemente per il Guardian nella prigione scozzese dove è detenuto. Gough è uno che ha dalla propria parte la forza delle sue convinzioni. Niente sembra fermarlo. Non il freddo del suo viaggio invernale verso John o’ Groats, l’ultimo villaggio a nord della Scozia, dove il cielo sembra così basso che ti viene da allungare la mano e raccogliere una manciata di stelle. Non il dover continuamente dare spiegazioni di ciò che sta facendo. Niente sembra fermarlo. E questo, immagino, sia ciò che spaventa.
È per questo che la società tiene dentro una cella uno come Gough. Non è questione di senso del pudore è che se Gough vincesse la sua battaglia, un granello di libertà potrebbe insinuarsi nell’ingranaggio del controllo sociale e incepparlo. Potrebbe rovinarsi quell’architettura di potere fondata sull’idea che l’uomo non è buono, che l’uomo deve difendersi sempre e comunque, che in nome di questa difesa egli debba rinunciare a perseguire la propria verità e debba abbracciare quella dominante. Tanto può un uomo nudo che cammina. La nudità ci ricorda la forza dell’assenza di difese, il cammino la potenza di avere una meta. Non sappiamo come finirà questa storia, se alla fine prevarrà in quest’uomo la stanchezza, se invece vincerà o resterà in prigione per il resto dei suoi giorni. Se avrà insinuato in noi il dubbio che sia giunto il momento di toglierci i vestiti e iniziare il nostro cammino, avrà già fatto molto.

Giustizia, verità e bellezza: i più concreti tra i canoni astratti

Le parole “giustizia” e “verità” evocano valori, scopi, finalità astrattamente stimabili, lodevoli, ma soprattutto caratteri che devono essere propri di ogni uomo che ricopra la funzione del giudice. L’uomo giudice, per essere un buon magistrato, deve essere terzo e imparziale, deve essere distaccato da ogni legame umano, superiore a ogni simpatia e a ogni amicizia.

I concetti di verità e giustizia sono difficilmente rintracciabili nei nostri codici, ma sono generalmente considerati la vera e propria radice fondante dell’intera materia giuridica.

Del resto, come potremmo pensare a un giudice non giusto? Come immaginare una verità non vera?

Gli studiosi e le alte Corti del nostro Stato per decenni hanno tentato, e tuttora tentano affannandosi non poco, di dare una definizione di terzietà e imparzialità, di trovare loro una collocazione sistematica, di decifrarne i codici, all’apparenza esclusivamente astratti, creando istituti potenzialmente idonei a sanare quei vuoti che inevitabilmente si incontrano in un ordinamento giuridico in perenne mutamento.

Terzietà e imparzialità come due facce della stessa medaglia, ma allo stesso tempo due principi così imprescindibili,  irrinunciabili e così astratti da far sembrare addirittura improprio un loro imprigionamento in un codice di procedura o all’interno del più ampio ordinamento giuridico.

Entrambi i principi sono espressamente indicati come valori di rango costituzionale, che devono caratterizzare non solo il processo penale, ma l’intero esercizio della giurisdizione e della funzione giudiziaria in tutte le sue forme.

Semplificando, si potrebbe affermare che il concetto di terzietà attiene specificatamente alla posizione del giudice chiamato a esercitare la sua funzione nell’ambito del singolo processo affidatogli, posizione di “alterità” rispetto a quella delle parti in causa – attore e convenuto nel processo civile; pubblico ministero, parte civile e imputato in quello penale -.

La terzietà non esiste o non rileva al di fuori del processo.

Il concetto d’imparzialità è invece molto più ampio, e la sua realizzazione dipende non solo da come l’ordinamento disegna la figura del giudice e l’esercizio della giurisdizione, ma anche dal modo di porsi della persona giudice rispetto alla vicenda che deve decidere.

Si potrebbe affermare che l’imparzialità corrisponde al disinteresse” del giudice per la soluzione della vicenda, considerando che “disinteresse personale” è proprio l’espressione utilizzata dal codice deontologico, sia pure in un contesto non identico.

È possibile quindi affermare che l’ordinamento deve conformare l’esercizio della giurisdizione in modo da garantire terzietà e imparzialità.

Per garantire il principio dell’imparzialità occorre fare riferimento anche a situazioni o fatti esterni ed estranei alla vicenda processuale in quanto tale, ma suscettibili di influenzarne la soluzione – quali ad esempio i rapporti del magistrato di tipo affettivo, economico, personali o d’altro tipo – tali da far comunque pensare al rischio di un pre-giudizio, nel senso di giudizio preconcetto.

Tuttavia, per quanto siano concetti diversi, terzietà e imparzialità finiscono per intrecciarsi in un vincolo che non è facilmente risolvibile, tanto che non può parlarsi di vera terzietà se non in relazione o in collegamento con l’imparzialità. Non può parlarsi di giustizia se non in rapporto con la verità. Una decisione del giudice ingiusta è pur sempre una decisione non vera. Una decisione giusta spesso è una decisione vera, spesso e non sempre perché applicare la legge alla lettera è praticamente impossibile. Come può interpretarsi la formula “oltre ogni ragionevole dubbio”? Il dubbio è qualcosa di soggettivo, come fa a essere sindacabile?

La verità è oggettiva? La bellezza è oggettiva? Allo stesso modo la giustizia. È difficile rispondere, ma quando penso al binomio verità – giustizia, mi viene sempre in mente un passo del grandissimo giurista  Piero Calamandrei ( 1889 – 1956) che, con una metafora, ci illustra la difficoltà di percepire la verità, paragonando l’attività del giudice a quella del pittore.

mettete due pittori davanti allo stesso paesaggio, l’uno accanto all’altro, ognuno con il suo cavalletto:  tornate dopo un’ora a guardare quello che ciascuno ha tracciato sulla sua tela. Vedrete due paesaggi assolutamente diversi, tali da parer impossibile che il modello ne sia stato lo stesso. Direte dunque che uno dei due ha tradito la verità?

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TG1: Mills assolto?

Partiamo prima di tutto da due definizioni:

Assoluzione: dichiarazione del giudice che riconosce innocente l’imputato. (via | Worldreference)

Prescrizione: La prescrizione nell’ordinamento penale italiano indica l’estinzione di un reato a seguito del trascorrere di un determinato periodo di tempo. (via | Wikipedia)

Sono due termini che non hanno, come si può ben vedere, nulla a che fare l’uno con l’altro. Dove il primo si riferisce ad una riconoscenza della diretta innocenza da parte del giudice riguardo l’imputato, il secondo sancisce la decadenza dei termini processuali, ma non cambia lo status della sentenza. In soldoni, chi viene condannato oltre una certa decorrenza dei termini (che variano in base ai vari reati), non è obbligato a scontarne la pena. Ma non c’è alcuna traccia di dichiarazione di non colpevolezza da parte del giudice.

Bene, questo più o meno lo sanno tutti. Più o meno.

Il 26 Febbraio scorso, il TG1 dichiara per ben due volte che David Mills è stato assolto, e non prescritto. Ecco il video che lo testimonia:

L’avvocato Mills, nei primi due gradi di giudizio, si era visto infliggere una pena di quattro anni e mezzo per il reato di corruzione. La Corte di Cassazione ha però deciso per l’estinzione del reato causa prescrizione, in quanto il suddetto procedimento era andato oltre la decorrenza dei termini (il passaggio di denaro, secondo il processo, è avvenuto nel novembre del 1999, e i termini scadevano più di tre mesi fa, quindi). Tantopiù che la Cassazione ha confermato la pena pecuniaria di 250 mila euro da pagare alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile ai tempi del governo Prodi. Quindi, ironia della sorte, le pene accessorie (la parte pecuniaria) devono essere  comunque scontate, mentre la condanna alla reclusione, come già detto, non viene eseguita in quanto sono passati dieci anni dal reato.

Questi sono i Fatti.

Procediamo con un’altra definizione: “Il giornalismo è la professione di chi, operando nel mondo dell’editoria, è specializzato nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie.” (via | Wikipedia)

In questi tempi in cui l’informazione appare in una crisi profonda, soprattutto quella dei media tradizionali (giornali e televisioni), si viene a riproporre un tema sempre attuale, quello della “realtà imposta”. Il TG1 è probabilmente il telegiornale più importante e seguito della televisione italiana, è il telegiornale della prima rete nazionale della Televisione di Stato. La Rai è finanziata dalle tasse pagate dai cittadini (ricordiamo, l’abbonamento Rai non è facoltativo, è una tassa sul possesso dell’apparecchio ricevente), è un servizio statale, è qualcosa che dovrebbe avere un rispetto infinito per l’informazione e le notizie.

Questa volta, invece, c’è stata una totale deformazione della realtà, anzi, diciamo pure che è stata data una notizia che nella pratica è assolutamente falsa. L’etica dei giornalisti dovrebbe stare davanti a qualsiasi altro tipo di interesse personale. Così come i medici non devono fare nulla -per etica- che danneggi il paziente, così il giornalista non dovrebbe dare mai una notizia falsa. Per un giornalista dichiarare il falso, farlo in un telegiornale nazionale, farlo nel più importante telegiornale nazionale della tv di Stato, è la summa dell’errore etico. È una manipolazione palese delle masse, è un inquinamento totale e assoluto dell’istituto del “dare una notizia”. Può esserci una linea editoriale, possono essere scelte le notizie, può essere seguita una linea politica (penso ai giornali), e ognuno può esprimere una sua opinione, questo è poco ma sicuro; ma nessun giornalista deve dare mai una notizia falsa, una notizia che fa venire a tutti il sospetto di una propaganda, di un’informazione manipolata, di un dire alla gente quello che non è vero, di nascondere la verità. Un errore (perché noi vogliamo sperare che di errore si tratti, lo vogliamo sperare perché altrimenti c’è da preoccuparsi seriamente) imperdonabile, un errore a cui ancora non è stato posto rimedio.

Intanto però alla rete non sfugge niente. L’ultimo luogo rimasto di informazione pulita, libera, senza vincoli dei poterucoli, si è immediatamente mobilitata contro questo totale abuso. Su Facebook (avete notato quanto stia diventando importante questa piattaforma per quanto riguarda l’attivismo dei cittadini?) è nata una raccolta firme, firme che verranno inviate domani o dopodomani all’ordine dei giornalisti e alla Rai. È bello sapere che la gente sa ancora indignarsi, e che è rimasto qualcuno che crede ancora fermamente nell’Informazione Libera, base di ogni democrazia (peccato poi pensare che ora tutti i programmi di approfondimento verranno sospesi per il periodo elettorale… Ma di questo ne riparleremo.)

Concludo con un estratto dalla lettera della raccolta firme del suddetto gruppo, un brano di Michele Serra che è più che pregnante sulla questione:

“Certo che per dire in un tigì, o scrivere su un giornale, che “Mills è stato assolto”, spacciando la prescrizione di un reato accertato per “assoluzione”, bisogna essere dei bei mascalzoni. Non dico faziosi, o manipolatori, o servi, dico proprio mascalzoni perché per un giornalista manomettere la verità è un crimine, tal quale per un fornaio sputare nel pane che vende. Qui non si tratta di opinioni, di interpretazioni, di passione politica. È proprio una frode, una lurida frode che non descrive più l’aspra dialettica di un paese spaccato, descrive qualcosa di molto peggiore: l’impunità conclamata di chi mente con dolo, con metodo, con intenzione, sicuro di non doverne rispondere ad alcuno (all’Ordine dei giornalisti? È più realistico sperare che intervenga Batman).
Per altro in un Paese di impuniti, perché proprio i giornalisti dovrebbero essere esentati dal privilegio di poter sparare bugie e ingannare la pubblica opinione senza conseguenze? Molti dei loro padroni e dei loro referenti politici negli ultimi vent’anni hanno perseguito con ogni mezzo, e ampiamente sperimentato, il piacere dell’impunità. Se ne sentono partecipi anche i loro impiegati”

Michele Serra

L'illusione della ricostruzione

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi.it Samanta Di Persio, cittadina aquilana autrice del libro “Ju Tarramutu“, che ci ha presentato in questo articolo. Samanta torna a scrivere della sua città, per raccontarci da due differenti punti di vista come fu vissuto quel tragico 6 aprile 2009[/stextbox]

ore 3.32 più di centomila aquilani (città e paesi) devono evacuare le abitazioni. Alcuni vengono colpiti, seppelliti dalle macerie: feriti e morti. Subito lacrime, dolore, dispersi, distruzione.

ore 3.32 alcuni costruttori si sfregano le mani: “Un terremoto non capita tutti i giorni!” si pensa alla colata di cemento e alle tasche gonfie.

Nel primo pomeriggio i vigili del fuoco scavano fra le macerie per trovare persone vive e corpi. I familiari aspettano fra lacrime, dolore e speranza.

Nel primo pomeriggio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi arriva a L’Aquila. Nella conferenza stampa presso la scuola per sottoufficiali della Guardia di finanza dichiara l’intenzione di fare una new town.

Ormai è sera le speranze di poter trovare gente ancora viva si affievoliscono. Il terremoto ha ucciso molte famiglie, molti bambini e giovani. Si sono fidati delle rassicurazioni delle istituzioni. Per sei mesi uno sciame sismico ha tenuto in allerta la popolazione, meno in allerta le istituzioni che fino all’ultimo hanno rassicurato per non diffondere il panico. Fra coloro che hanno detto “Non c’è pericolo!”: Protezione civile, il presidente dell’INGV Boschi, la Commissione grandi rischi.

Ormai è sera; il Presidente del Consiglio e scorta se ne sono tornati a casa. Ha nominato commissario straordinario Guido Bertolaso. Per la prima volta viene nominato commissario una persona che non è del posto.

Dal martedì si cominciano a predisporre i campi di accoglienza. Non bastano per tutti gli sfollati. Metà popolazione viene spostata negli alberghi della costa abruzzese.

Dal martedì un via vai di imprenditori per capire l’entità del danno e capire chi è il referente, per partecipare alla fetta della new town.

Il sindaco Cialente assente fra i cittadini. È nella scuola della Guardia di finanza per fare gli onori di casa, non per dare solidarietà agli aquilani. Nessuna visita nei campi, nessuna divergenza con le scelte di Governo e Protezione civile. Ormai la popolazione è stata divisa, un modo per sedare le polemiche e il dissenso.
Gli sfollati nelle tende prima al freddo e poi al caldo, mentre le intercettazioni telefoniche che emergono a dieci mesi narrano di incontri per accaparrarsi gli appalti sottraendoli ad imprese abruzzesi che sono rimaste senza lavoro. La gara si svolge in pochi giorni, non importa il prezzo più vantaggioso… Ditte che fanno i ribassi minori vengono scartate. Quelli delle intercettazioni vincono (o gli viene confermato) l’appalto.

Ma l’appalto di cosa?

Il Presidente del consiglio quando parla de L’Aquila in televisione descrive una città ricostruita, dove tutti hanno un tetto. Il tetto di nuove costruzioni -nulla è stato riparato- costate 700milioni di euro di soldi pubblici. Non più una new town, ma 20 new town. In deroga a tutte le regole: espropri, terreni non edificabili, colata di cemento ovunque. L’Aquila è il più grande cantiere a cielo aperto, tutto fatto di fretta. Un’arma vincente per la campagna elettorale. Le abitazioni con danni leggeri ed i loro proprietari, non rilevanti ai fini elettorali, lasciati in balia degli eventi. Molto rilevante in termini economici. Gli sfollati con danni leggeri sono ancora al mare, costano 55 euro al giorno. Centinaia di milioni di euro dopo dieci mesi. Le casette di legno avevano un costo di 600/700 euro al mq, vivibili e confortevoli. Le case delle new town hanno un costo di 2.700 euro al mq.

Il 6 aprile non si è deciso come ricostruire una città distrutta, ma come speculare.

Ju Tarramutu: il libro sul terremoto in Abruzzo

[stextbox id=”custom” big=”true”]Il primo contributo dell’anno è di Samanta Di Persio, laureata in Scienze Politiche. Vive a L’Aquila e da diversi anni è impegnata per i diritti dei lavoratori con denunce su, “Casablanca”, “articolo21”, “Micro Mega” e http://www.cadutisullavoro.it. Samanta ci presenta  il suo libro “Ju Tarramutu”, in vendita a prezzo libero nel catalogo “Grillorama“, l’area libri/dvd del blog di Beppe Grillo. A fondo articolo trovate il trailer del libro e i link utili per approfondire l’argomento.[/stextbox]

“Cos’è successo il 6 aprile a  L’Aquila?” Questa domanda me la sono posta tante volte fra le lacrime. Piangere non serve a niente, ma in qualche modo bisognava pur sfogarsi, e quella notte di persone che piangevano ne ho viste molte. Realizzare che la tua casa anche se in piedi è inagibile, quindi non ci puoi più entrare, non è semplice. Ci ho pensato per giorni. E per giorni con chiunque incontrassi era un abbraccio. Un abbraccio di gioia perché c’eravamo ancora. Quella notte più di 300 persone sono state sommerse dalla forza di qualcosa che non puoi fermare. Però si poteva prevenire.

Ho ricostruito tutto in un libro “Ju tarramutu. La vera storia del terremoto in Abruzzo.” (Casaleggio associati) Mi hanno aiutato le testimonianze degli esperti del posto e dei cittadini. L’Aquila e gli aquilani hanno convissuto per sei mesi con uno sciame sismico. Il 30 marzo c’è la scossa più significativa fino a quel momento. Magnitudo 4. La popolazione nel panico. La gente si riversa nelle strade. Genitori preoccupati, in coda per andare a prendere i propri figli a scuola. Ci sono già dei crolli importanti, tanto che il sindaco Massimo Cialente deciderà di chiudere le scuole. Molti decideranno di dormire in macchina, altri desisteranno per il freddo.
Il 31 marzo su richiesta di Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile, si riunisce a L’Aquila la Commissione Grandi Rischi. L’obiettivo, come riporta un comunicato stampa della regione Abruzzo, è di fornire ai cittadini tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane. Si riportano alcune dichiarazioni della riunione che decideva della vita degli aquilani. Boschi (presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia): “Escluderei che lo sciame sismico sia preliminare di eventi… anche se siamo in una zona sismica.

Guido Bertolaso

Nell’area abruzzese registriamo circa ottocento scosse l’anno. Ma i terremoti non si possono prevenire” Franco Barberi (presidente vicario della Commissione Grandi Rischi): “Gli sciami tendono ad avere la stessa magnitudo ed è assai improbabile che nello stesso sciame la magnitudo cresca… Noi rappresentiamo la situazione scientifica. Non c’è nessuno strumento che possa avvisarci che ci sarà un terremoto. Non vale la pena che la Commissione grandi rischi discuta di questo”. Queste sono alcune delle frasi pronunciate da coloro messi a capo di Enti per nomina politica. Poi i giorni trascorrono, ancora scosse con magnitudo inferiore rispetto a quella del 30 marzo. In città non si parla d’altro.

Qualcuno ha paura che la propria abitazione possa crollare… Ma questo non sembra interessare alle istituzioni, che continuano a diffondere notizie rassicuranti perché di primaria importanza era l’ordine pubblico, non la vita di essere umani. E poi il 5 aprile. Scossa di magnitudo 4 alle 22.48, altra scossa a mezzanotte ed infine sappiamo tutti ciò che avvenuto. Le immagini di un capoluogo di regione distrutto fanno il giro del mondo. La solidarietà è davvero tanta. Si possono: inviare sms, fare donazioni, raccolte spontanee. Però non si sanno gli importi precisi e non si sanno chi gestisce questi soldi, ma forse questo non è il più grande dei mali. Arriveranno i volontari della Protezione civile. Il Governo decide che Guido Bertolaso dev’essere il commissario per il terremoto, l’ennesimo incarico per l’uomo. Per la prima volta viene nominato un commissario che non è del posto. Solo dopo qualche settimana si scoprirà se è stato un bene o un male. La cosa peggiore! Guido Bertolaso non conosceva il territorio abruzzese allora, e forse nemmeno oggi, considerando il tempo trascorso più presso la cittadella della Guardia della Finanza che fra le gente. Già dall’8 aprile il Presidente del consiglio parla di New Town. Poi fa un passo indietro e ai funerali di stato delle vittime innocenti giura di fronte alle bare e ai familiari di chi quella notte ha perso la vita: “Non farò una nuova new town, ricostruirò L’Aquila dov’era”. Dopo otto mesi e mezzo si fa fatica a mettere insieme tutte le bugie che sono state dette. Bisognerebbe avere una memoria da elefante per ricordare tutto, ma a volte bisogna dire grazie anche all’informazione che non ci piace, perché riporta le “buone novelle”. E così sui pezzi di giornali ricordi i titoli: “Case per fine settembre, case prima del freddo, ecc.” 700 milioni di soldi pubblici per il piano C.A.S.E. voluto dal Governo e dalla Protezione senza nessuna concertazione, il perché è chiaro: le imprese stavano preparando le forniture prima che l’appalto venisse indetto e prima di sapere di averlo vinto. Misteri della fede? E poi ovviamente ci sono le assegnazioni dirette. A fine lavori si riscontrano illegalità ed emergono alcune imprese colluse con la mafia, ma le informazioni si limitano a questo, per il resto non si sa ancora nulla. Bene,  il 24 dicembre, la vigilia di Natale, c’è molta gente che viaggia ancora, fa più di 100 km al giorno, sta aspettando la consegna dell’alloggio che ormai slitterà ad anno nuovo. Altri hanno rinunciato a viaggiare, sono nelle strutture alberghiere e non potranno rientrare nelle loro case. Ma questo non si può dire. Il messaggio da dare questa volta è: “Stanno tutti bene, abbiamo ricostruito!” Peccato che si tratta di nuove costruzioni, delle vecchie abitazioni da riparare non si sa nulla, l’unica cosa certa che se il Governo non metterà a disposizione dei soldi le case crolleranno ugualmente per mancata manutenzione, e i cittadini pagheranno i mutui per qualcosa di cui non possono disporre e forse non disporranno mai più.

Intanto Guido Bertolaso è ancora in carica a dare numeri che non rappresentano la realtà, ancora ad auto lodarsi mentre gli aquilani sono alle prese con i problemi delle nuove case (scoppio di tubi non adeguatamente protetti dal freddo), perché quando c’è da intascare 700 milioni di euro di soldi pubblici e bisogna affrettarsi, il cittadino nella scala dei valori viene all’ultimo posto. Intanto sono 20mila gli aquilani negli alberghi (per un costo di 55 euro al giorno) e 15mila gli aquilani che si sono trovati una soluzione autonomamente (accendendo un mutuo per una casetta di legno).

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