Respirando lo stato d'assedio della Colombia

[stextbox id=”custom” big=”true”]Vi presentiamo Cristina: una piccola rivoluzionaria nata in Sardegna 32 anni fa, da sempre convinta che “un altro mondo non solo sia possibile, ma necessario”… Da circa due mesi lavora come attivista per un’organizzazione che si occupa di diritti umani in Colombia, con un’esperienza che oggi ha deciso di condividere anche con noi lettori di Camminando Scalzi[/stextbox]

Bogotà… Grande, dispersiva e molto pericolosa, sicuramente. Ma allo stesso tempo ti strega e ti cattura con i suoi odori, colori.

Non hai subito l’impressione del pericolo, e quando te ne rendi conto capisci che è naturale che sia rischiosa, viste le disuguaglianze sociali così evidenti. In una strada che può essere considerata tranquilla, ti rendi conto che giusto girando l’angolo è tutta un’altra realtà. Si dorme in uno spartitraffico solo con quello che si ha addosso, e c’é un mito da sfatare: a Bogotà c’è freddo!

L’altra sera sono andata a ballare salsa con delle ragazze e ragazzi di una ONG amica in un locale che aveva appena inaugurato. A un certo punto arriva la polizia, con armi e tutto. Giusto per farsi vedere, e per ricordare al proprietario l’orario di chiusura, semmai l’avesse dimenticato. Ma soprattutto per chiedere un “contributo” per la benzina… Inutile dire che il tipo ha sganciato la bellezza di cinquanta mila pesos colombiani (lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos, ndr). Alla faccia del rincaro della benzina…

La sera dopo c’era la quarta festa di “despedida” di una collega e siamo uscite a ballare. Arriviamo al Congo, la Candelaria. Un locale caldissimo, i cui muri sembravano traspirare alcool. Decido di fumare una sigaretta e prendere una boccata d’aria. Mi metto vicino a un carretto di venditori ambulanti. Arriva la polizia, un agente si avvicina e in modo poco gentile chiede una sigaretta. Qui si vendono sfuse… I proprietari fanno a gara per offrirgliene una. Ne prende quattro e ovviamente non pensa di pagare nemmeno per un secondo. Le prende e va.

La cosa che più mi ha scioccata é proprio la presenza di armi e persone armate. Non parlo solo della polizia, presente a ogni angolo della strada, ma anche della sicurezza privata, fissa all’esterno delle case “ricche”, di edifici pubblici o di professionisti. Tutti pagano una guardia armata che sta fuori giorno e notte. È incredibile vedere l’esercito tranquillamente a ogni angolo, e dico ogni angolo, soprattutto al centro. È assurdo trovarsi con armi dovunque, ma in particolare è inconcepibile vedere come la gente conviva e abbia interiorizzato questo stato di polizia. In effetti la Colombia è perennemente sotto “estado de sitio” (stato d’assedio).

È una città difficile, ma vale la pena viverla, almeno per un po’. Qui ci vivono dieci milioni di abitanti su un totale di quarantacinque, quasi un quarto della popolazione. Ci sono zone che avrei voluto visitare, ma che per questioni di sicurezza non ho potuto. E non esagero, visto che non ci vanno nemmeno i Bogotani, se non scortati. Anche questo è normale da vedere: camionette blindate con i vetri oscurati e l’autista. Soprattutto al nord, zona sfacciatamente ricca in opposizione al sud sfacciatamente povero. Anche chi si occupa di diritti umani: sono minacciati e devono vivere una vita da blindati per poter portare avanti la lotta.

Poi arriva l’ora di lasciare la capitale, per andare verso il Caribe. Apartadò, departamento de Antoquia. Zona di FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), ma anche la zona dove nascono i paramilitari, zona di stragi, di ingiustizie e di caldo estremo. Appena arrivata a Medellin si sente la differenza con Bogotà. Vado a cambiarmi all’aeroporto e mi vesto da agosto, ma il caldo è insopportabile anche sotto l’aria condizionata. Medellin, la città dell’eterna primavera e del cartello di Escobar. Città ricca, si vede. Città in cui sembra che un gruppo di paracos (paramilitari, ndr) stia cercando di metterci le mani. Ma questa è un’altra storia, magari ve la racconto la prossima volta…

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Un viaggio verso il mondo.

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.

Vi presentiamo oggi Serena, alla sua prima collaborazione con la blogzine, ecco come si presenta ai lettori di Camminando Scalzi.

Ho 20 anni, studio Scienze Umanistiche per la Comunicazione a Firenze; sono una ragazza semplice, solare, socievole..in poche parole acqua e sapone. Mi definisco anche testarda, cercando così di raggiungere sempre gli obiettivi che mi sono prefissata. Mi piace viaggiare e ho una passione sfrenata per gli animali. Amo stare in compagnia degli amici di sempre e fare lunghe passeggiate con mia sorella in riva al mare. La frase che mi rappresenta è: “Vivi e lascia vivere”  [/stextbox]

Viaggiare è bello, entusiasmante, sa rendere una persona autonoma. Viaggiare significa imparare a conoscere posti, culture e persone di tutto il mondo. Ogni paese ha qualcosa da proporci e non c’è cosa più frizzante che prenotare un biglietto aereo e visitare quei luoghi che tanto ci incuriosiscono.

Chi ha avuto la possibilità di visitare terre diverse tra loro, ognuna con la propria cultura, con modi di fare e di essere diversi dal nostro, sarà rimasto in qualche modo affascinato; ma una cosa che notiamo spesso è quella di accorgersi  che nessuno mai riuscirà a farci innamorare di una terra lontana da casa nostra, perché è cosa naturale sentire il richiamo e il bisogno della nostra patria.

Tutti da piccoli sogniamo di visitare quel luogo che tanto ci ispira. Sogniamo a occhi aperti e guardiamo e riguardiamo quel mappamondo che sempre più ci invoglia a comprare quel biglietto aereo. Ci innamoriamo del viaggio e vorremo subito partire all’avventura con quella voglia di scoprire quei posti fatti di storia e abitati da altre persone, cittadini del mondo.

New York, Parigi, Sharm El Sheik, paesi diversi tra loro, visitati da milioni di persone all’anno. America, Europa e Africa, i loro continenti, così distanti ma così vicini quando parliamo di uomini, bambini e anziani. Gente ricca e gente povera, una statua della libertà e un deserto da scoprire. Palazzi alti, grigi e tanti negozi con tanta gente dentro pronta a spendere per portare a casa tanti piccoli souvenir come ricordo. Dall’altra parte, bambini che giocano con pezzetti di legno davanti alle loro capanne in mezzo al deserto.

Sono anche queste le cose che fanno crescere una persona. Viaggiando ci possiamo rendere conto di come il mondo cambi a seconda di dove ci troviamo, ma è anche vero che non importa il luogo in cui ti trovi, ma la persona che ti è accanto.

Il turista vuole capire fino in fondo se quel posto che ha visto magari in televisione o su qualsiasi giornale esiste realmente e vederlo con i propri occhi per poi poterlo raccontare. Siamo frettolosi, vogliamo vedere tutto e subito, scattare qualche fotografia e incollarla lì, nell’ album fotografico, insieme alle altre fotografie di altri viaggi, facendo così di esso uno dei ricordi più piacevoli della nostra vita.

Il turista invece dovrebbe soffermarsi molto di più su un posto e cercare di capire il perché esiste quel monumento così tanto visitato e famoso, conoscere la storia e dopodiché sentirsi soddisfatto, non solo dei bei giorni passati in quell’albergo così lussuoso con piscina e centro benessere, ma bensì di essersi sentito parte di quel posto tanto lontano dalle loro case.

Viaggiare è anche partire senza meta e capitare in qualsiasi posto del mondo e provare a entrare in sintonia con i popoli, tenendo conto che tutti hanno la capacità di coinvolgersi nella vita altrui, perché effettivamente, se vogliamo, possiamo.

Dovremmo imparare a mettersi nei così detti “panni” degli altri, magari di quei bambini africani che ogni giorno, per un po’ di acqua, fanno chilometri su chilometri per raggiungere un pozzo; ma ai ragazzi di oggi farebbe fatica, perché siamo abituati ad avere tutto e subito senza un minimo di riconoscenza. Forse un viaggio non basterebbe.

Viaggiamo, perché dobbiamo imparare ciò che la vita ci offre, dobbiamo conoscere popoli, culture, religioni e lingue diverse, visitando sia l’Oriente che l’Occidente perché entrambi ci sapranno offrire quel qualcosa in più che oggi non abbiamo.

Non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta e credendo fosse per sempre”.

Questa frase va tenuta in considerazione perché chi nella vita ha viaggiato si sarà reso conto che tornare a casa è sempre bello, e sa che nessun paese, anche se più ricco del suo, gli offrirebbe più serenità e felicità.

Viaggiate ragazzi, e imparate dagli altri, ma amate anche la vostra Italia, terra così bella e così ricca di storia.

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Italia: amarla o lasciarla?

“Italy: love it or leave it”. Un dilemma frequente. Un dubbio che tanti italiani hanno cercato risolvere e su cui Gustav Hofer e Luca Ragazzi hanno realizzato un documentario che oggi sta facendo il giro del mondo.

Una storia che comincia con una lettera di sfratto dall’appartamento romano in cui Luca e Gustav convivono da sei anni. Un trasloco che apre un conflitto nella coppia, combattuta fra radicamenti inconsci e possibilità alternative. Da una parte Luca e il suo desiderio di continuare ad abitare nella città in cui è nato e cresciuto; dall’altra Gustav e il suo progetto di emigrare a Berlino, “dove gli affitti costano un terzo che a Roma”, eguagliando la scelta dei tanti amici che già hanno lasciato quel Paese in cui non riuscivano più a riconoscersi.

Un bivio che decidono di superare a bordo di una 500 che cambia colore, percorrendo la penisola da nord a sud, fra oscenità e luoghi comuni, fra cliché e paesaggi da cartolina, alla ricerca dell’agognata risposta richiamata dal titolo del film. Sei mesi di viaggio in 75 minuti, peregrinando fra le meraviglie e le vergogne del nostro Bel Paese, per mettere in luce le sue eterne contraddizioni e quell’infinità di motivi per cui vale la pena di andare o restare.

Partendo dai grandi marchi, Gustav e Luca cominciano con l’intervista a un’operaia della Fiat di Torino e proseguono con una visita all’ultima fabbrica italiana della moka Bialetti, che nell’aprile 2010 ha messo in mobilità i centoventi dipendenti dello stabilimento di Omegna (Piemonte) per chiudere e spostare l’intera produzione in un Paese dell’est europeo.

Parlando della rinomata cucina italiana l’inquadratura si sposta verso il fondatore di “Slow Food” Carlo Petrini e prosegue il cammino verso la Calabria di Rosarno, per registrare le drammatiche condizioni dei braccianti agricoli che per venticinque euro al giorno lavorano fino a dodici ore, raccogliendo le arance e i pomodori che poi finiscono sulle nostre tavole…

Fra scandali e “Ruby-gate” Luca e Gustav si ritrovano alla manifestazione “In mutande ma vivi”, tenutasi il 12 febbraio 2011 al Teatro Dal Verme di Milano e organizzata dal direttore del Foglio Giuliano Ferrara per ribattere agli attacchi contro l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Poi l’intervista a Lorella Zanardo, autrice del documentario “Il corpo delle donne”, e una piccola visita a Predappio, cittadina emiliana che ha dato ai natali Benito Mussolini e che oggi rappresenta la meta preferita dai vacanzieri fascisti.

La spedizione continua a Napoli, fra spazzatura e panorami da sogno, e poco dopo in Sicilia, tra la mafia descritta dalle commoventi parole di Ignazio Cutrò (imprenditore sotto protezione) e la cultura argomentata dalle forti sentenze di Andrea Camilleri, secondo cui “lasciare il proprio Paese per scelta equivale a disertare”.

Si procede con i dodici ecomostri di Giarre e l’ingegnoso progetto dell’Incompiuto Siciliano, per poi riattraversare il mare verso la Puglia di Vendola e di Padre Fedele, che delinea i pregi e i difetti dell’Italia attraverso la metafora: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”…

Una traversata attraverso i vizi e le virtù degli Italiani, con statistiche e immagini da sconforto, ma sempre accompagnate da straordinarie parole ed esperienze in grado di far tornare il sorriso anche sulla bocca dei più scettici pessimisti.

Si può guardare il documentario cliccando qui: http://tv.wired.it/entertainment/2012/05/09/emigrare-o-resistere-scoprilo-nel-documentario-italy-love-it-or-leave-it.html

 

Un'Italiana a Bruxelles: al corso di Francese

Partita con l’idea che per un’italiana imparare il francese sarebbe stata una passeggiata, sono incappata nel peggior corso che Bruxelles potesse offrire…

Arrivata troppo tardi per poter accedere ai test d’ingresso degli istituti più seri, decido di spendere quindici euro al mese con la convinzione che sia meglio apprendere poco piuttosto che niente, e mi ritrovo seduta sulle scomode scale in legno di un’aula pensata per accogliere massimo cinquanta persone, ma che a quanto pare riesce a stiparne anche venti in più.

Una stanza gremita di età differenti, dove accenti asiatici e sud americani si confondono in una mescolanza di difficoltà che possono anche richiedere due intere ore di lezione per imparare i soli numeri.

Un appuntamento con un insegnante ogni volta differente, tra il divertente omino pelato costretto ad ascoltare un’anziana donna brasiliana che si ostina a rispondergli in portoghese e l’elegante signora belga che spiega la lezione imbarazzata dal galante invito a cena di un giovane studente colombiano.

Un “rendez vous” con una pausa intermedia che può durare il tempo di un caffè, una sigaretta e una chiacchierata tirata per le lunghe, e dove si può arrivare anche a fine lezione, giusto per firmare la presenza.

Corsi di lingua che si alternano a classi di informatica e marketing, con appesi in bacheca anche i listini per i servizi di “nettoyage” domestici, e il signore russo della portineria che lavora anche la domenica sera.

Un’esperienza formativa divertente e originale, dove l’apprendimento del francese si trasforma in una mera cornice, per racchiudere il grottesco quadretto che mi accompagnerà sino all’inizio di un futuro corso più credibile…

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Un'Italiana a Bruxelles: stupidi spunti di nostalgia patriottica

L’Italia ha tanti problemi. La seconda prima Repubblica, i soliti condoni, i soliti evasori fiscali, le solite collusioni con la mafia, il solito debito pubblico e i soliti “tanto funziona così”. Pagine di giornale che si ripetono giorno dopo giorno spingendoti oltre i confini nazionali, proprio laddove, inaspettatamente, riemerge quell’inventario di meraviglie che te la fanno ricordare come uno dei Paesi più belli.

Senza troppa ironia, inizierei dal bidet. Quel meraviglioso oggetto dimenticato dagli stati nordici e ingiustamente rimpiazzato da insulse salviettine umidificate. Quell’ingegnoso sanitario senza il quale la doccia non rappresenta più un piacere da fine giornata quanto un bisogno da prima mattina.

Continuerei col cibo, ripensando alle distese di frutta e verdura a chilometro zero, mentre faccio la spesa scegliendo fra prodotti di colore e forma diversa accomunati dallo stesso insapore, arrivati a destinazione chissà da dove, chissà da quando.

Proseguirei ancora con la strana organizzazione della raccolta differenziata, nella capitale europea da cui s’impongono le percentuali minime di rifiuti necessariamente recuperabili. Una Bruxelles in cui si separa il vetro colorato da quello bianco ma l’organico finisce nel sacchetto dell’indifferenziato insieme a svariati tipi di plastiche che in Italia si riciclano ormai da tempo.

Procederei con l’idea di organizzare il letto con due lenzuola e una coperta invece che ridurre la seconda a semplice “fodera per piumone”, decisamente poco adattabile alle mezze stagioni e incomprensibile per chi ama coprirsi anche ad alte temperature. E andrei avanti con la mancanza di avvolgibili o tapparelle, che impongono doppie tende alle finestre per cercare il buio nelle meritate notti di sonno.

Concluderei infine con la banale nostalgia per quella colorata luminosità che caratterizza il rinomato “Bel Paese”, contrapposta a quel pesante grigiore che impregna l’architettura bruxellese, anche quando il sole concede una visita alla città.

Piccoli particolari che ti condizionano la vita, ricordandoti l’originalità di certe abitudini che un tempo davi per scontate. Un’esperienza da capire e una città da amare anche per questa sua contraddittoria opportunità: fra la curiosa scoperta di una realtà inesplorata e un’imprevista rivisitazione delle tue origini.

 

Un'Italiana a Bruxelles: il viaggio

Una coppia di giovani speranzosi, una Renault Clio del 2001 e un bagagliaio stracolmo di valige e scatole, dominato da una testa parlante di Darth Fener: totem di ricordi universitari e di una stravagante passione cinematografica.
Una lacrima interrotta e un abbraccio di saluto, per scappare da una quotidianità pagata a quattro soldi, fra pacche sulle spalle e bile nello stomaco.

1200 chilometri da percorrere e sei nazioni da attraversare, con un bagaglio di nostalgia e punti di domanda, diretti verso quell’Estero tanto invidiato. Alle spalle una città di ricordi e l’amicizia delle persone che l’hanno vissuta insieme a te.

Un viaggio da 16 ore, alla scoperta di quei piccoli particolari che i libri di geografia non ti raccontano.

In Svizzera un uomo in divisa ti ferma alla dogana e ti invita a scendere dall’auto per pagare 40 franchi di autostrada (poco meno di 40 euro), con una differenza restituita in spicciolini elvetici mai più riutilizzabili.

In Germania le autostrade non si pagano e la mancanza di limiti di velocità ti invoglierebbe a schiacciare il piede sull’acceleratore, se non fosse per i continui “baustelle” (lavori in corso) “umleitung” (deviazioni) di cui nemmeno gli impeccabili tedeschi riescono a fare a meno.

Una notte nel freddo campeggio della meravigliosa Friburgo e due pasti a base di wurstel e birra prima di ritrovarsi ai caselli autostradali francesi, dove il panico per la mancanza del ticket passa solo dopo aver scoperto che la tariffa è già prestabilita.

Neppure Lussemburgo e Belgio riescono a riportarti al vecchio motto “all’estero la benzina costa meno”, sebbene fare il pieno dopo aver chiesto a due passanti quale fosse il carburante giusto per la tua auto ti faccia provare sensazioni impareggiabili: tra gusto del rischio e cieca fiducia verso il prossimo.

Una coppia di italiani in terra straniera, in una Bruxelles meno fredda e piovosa del previsto, dove la prospettata internazionalità lascia invece ben poco spazio a coloro che non parlano francese e fiammingo. La capitale dell’Unione Europea in cui viene richiesto un interprete per iscriversi all’ufficio di collocamento, e dove scopri che non solo in Italia le persone manifestano una certa avversione per la lingua inglese.

Un’avventura appena cominciata e una pagina bianca da riempire, tra ansie, speranze e mille curiosità…

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Viaggi originali tra memoria e futuro sostenibile

L’estate è tempo di viaggi. Viaggi spensierati, avventurosi, sognati. Sono per lo più viaggi di svago, divertenti, di-vaganti. La rete si popola di diari personali, di offerte promozionali, di lamentele contro improvvisati tour operator o strutture non all’altezza delle luccicanti promozioni propagandate. Il viaggio è spesso occasione per spostare altrove i soliti riti o le solite modalità del quotidiano vivacchiare. Per alcuni è invece stordimento, abbuffata di tutto ciò che la quotidianità nega, scorta di eccezioni da consumare nell’ordinario tran tran che attende il rientro.

Ci sono poi viaggi originali, che coniugano lo spostarsi con il desiderio di conoscere, capire, comprendere noi stessi e gli altri, senza inseguire il bisogno di estraniarsi o di essere altro da sé, ma cogliendo le opportunità del viaggio come metafora o come occasione di crescita professionale e sviluppo di innovazione in ciò che ci appassiona.

È questo il caso di due esperienze che vale la pena raccontare e che potrete seguire passo dopo passo perché hanno scelto la rete come strumento di condivisione e approfondimento.

Il primo viaggio è quello di due ricercatori inglesi, Teresa Cairns e Denis Doran, entrambi di Brighton. Teresa è una storica esperta nella raccolta di storie di vita. Denis è un artista e docente universitario di fotografia. I due sono partiti per gli Stati Uniti per ripercorrere la storia del padre di Denis, fuggito di casa da ragazzo per raggiungere New York. Ripercorrono le orme del padre di Denis fino a San Francisco, alla ricerca di frammenti di memoria, in un incrocio di realtà e immaginazione in cui hanno deciso di coinvolgere chiunque voglia interagire con loro tramite il blog appositamente creato: An Imagined Country. Si legge nella presentazione: questo viaggio è costruito attorno a posti significativi che riflettono frammenti della storia raccontata da mio padre, racconti fatti in lunghe passeggiate lungo la costa del Northumberland. Frammenti più immaginati che ricordati; le storie sono state raccontate anni fa e anch’io dimentico. Nel blog i frammenti si concretizzano in fotografie e brevi scritti con cui, conoscendo un po’ di Inglese, è possibile interagire.

Il secondo viaggio si svolge in Italia ed è un viaggio alla ricerca dei “buoni frutti”. E’ partito il 28 Agosto da Udine e, dopo 30 giorni e 7.500 Km, arriverà ad Agrigento toccando decine di realtà agricole che oltre a produrre reddito si occupano di sociale, di servizi alla persona, di sostenibilità ambientale. Gli originali ideatori sono Margherita Rizzuto e Giuseppe Orefice, esperti di fattorie didattiche, Angela Galasso, Francesca Durastanti e Silvia Paolini, agronome. Cosa ha spinto questi professionisti a cimentarsi in un’impresa così originale e impegnativa? Per Giuseppe si tratta di “dare voce alle esperienze virtuose di chi è saputo tornare o non abbandonare la campagna”. Margherita ha da sempre il sogno di “creare reti, reti attive che possano portare valore aggiunto a tutti gli attori che le compongono”. Francesca crede “che il miglior modo per testimoniare e essere di supporto ai tanti che chiedono ‘come si fa?’ sia quello di portare testimonianze concrete e far circolare storie ed esperienze”. Angela ritiene “utile mettersi a disposizione di quanti pensano che la campagna e l’agricoltura possano ancora avere un ruolo importante nella società e in questo senso intendono spendersi”. Per Silvia “è fondamentale dare visibilità alle tante piccole realtà concrete che con passione ed ottimismo creano un’economia nuova e sostenibile con il proprio impegno quotidiano”. Per tutti loro si tratta di un viaggio “per scoprire un’Italia minore che in silenzio, partendo dalle nostre comuni radici agricole, sviluppa reddito, socialità, progresso”. E’ possibile fare un pezzo di strada con loro collegandosi al sito web Il raccolto dei buoni frutti.

Nell’Europa della crisi e del pessimismo è possibile trovare piccole storie che non rinunciano né alla memoria né al futuro con passione, competenza e originalità. Piccoli forti segnali che è giusto e bello ascoltare.

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Lost in translation: more than this

Il viaggio è un fenomeno antico dettato dalla voglia di cambiare, di conoscere e di scoprire.

Una ricerca che può essere indefinita ma è determinata dal bisogno personale e indiscutibile di condizioni migliori. Probabilmente del sé e della propria identità. “Everyone wants to be found”. Bob e Charlotte possono definirsi due turisti in questo senso: la loro esperienza di viaggio permette il superamento del confine e della prospettiva di origine, abilita al dialogo costruttivo e mette alla prova.

La solitudine del protagonista incontra al bar dell’albergo quella di Scarlett Johansson, moglie trascurata di un fotografo in carriera. I due si sbirciano, si raccontano, frequentano le mille luci e qualche karaoke di una città in perenne fibrillazione a perdere. Infine si separano, dicendosi qualcosa di ovvio che pure non sapremo mai. La regista Sofia Coppola racconta il viaggio di Bob e Charlotte su un doppio binario: da un lato dà un affresco realistico dell’ultramoderna società giapponese, che cerca di conciliare la propria cultura con quella occidentale. È anche questo a provocare nei due protagonisti un senso di smarrimento: si ritrovano faccia a faccia con una società che, sulle prime, sembra declinata in eccesso su quella dell’ovest ma che risulta di fatto inaccessibile e misteriosa.

La sapienza registica della Coppola riesce, con classe e profonda sensibilità psicologica, a usare come metafora una società straniante per raccontare il fallimento di due vite sentimentali e della vita di coppia giunta al capolinea. Il film da un certo momento vira, cambia rotta e diventa più privato, si lascia alle spalle tutta l’alienazione provocata da una metropoli soffocante. La regia si rifugia nelle camere di Bob e Charlotte riprendendoli quando si contorcono sul letto non riuscendo a dormire, nelle varie sale dell’hotel dove soggiornano, affetti da quel mal di vivere così simile per entrambi. I dialoghi sorprendentemente calzanti, astratti ma allo stesso tempo profondi, lasciano intuire più che spiegare. Il tutto viene facilitato dall’evidente vitalità del rapporto fra i due personaggi, che interagiscono dando un tono di leggerezza e tenerezza a tutto il film; nei loro sguardi e nei loro silenzi.

È questo il senso del loro viaggio. Lost in translation è un film fatto di attimi, sguardi ed emozioni: è riservato a chi ha provato quel languore irripetibile che attraversa lo stomaco quando ci si innamora di uno sconosciuto. E non importa se è al bar di una città che non si conosce o un giardino pubblico. Toglie il respiro.

L’eccezionalità sta nella vulnerabilità e nella malinconia che traspaiono dietro la maschera umoristica, in sostanza, in quel particolare sentimento definito “il piacere della tristezza”. Dopo “Il giardino delle vergini suicide”, Sofia Coppola si conferma cineasta fatta e finita: scrive (premiata con l’Oscar) e dirige con mano sicura, non confonde sentimento e sentimentalismo, trae prestazioni strepitose dagli attori. È cinema che intriga. Fa viaggiare. E pensare. Come recita la colonna sonora, è dedicato a chi sogna e pretende per sés “more than this”.

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La Calcutta che non ti aspetti

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Giovanni Paci è un consulente e ricercatore indipendente che opera nel campo della programmazione e dell’analisi delle politiche e dei servizi sociali. Ha 45 anni. È editor del blog pratichesociali dove vengono raccolti contributi sui temi della giustizia sociale, dei diritti umani, delle migrazioni e della ricerca sociale. È possibile seguirlo anche su Twitter.
Nel suo primo articolo ci racconta del suo viaggio in oriente… [/stextbox]

L’immagine di Calcutta è stata rovinata dalla letteratura e dalla storia recente. Il primo sito turistico nelle principali guide occidentali è la “Casa dei Morenti” di Madre Teresa che, in realtà, lì è chiamata “casa per anziani” ed è chiusa per restauro. Chi l’ha visitata negli anni passati non ha potuto non provare un certo disagio nell’attraversare le due stanze in cui uomini e donne stavano esposti come fossero quadri o elementi architettonici di raro interesse. Il turista spesso cerca le atmosfere della “città della gioia”, vuole immergersi per qualche giorno nello sporco e nel caos di questa metropoli di quasi venti milioni di abitanti, per poi godere del ritorno nelle strade pulite e ordinate di casa propria, ringraziando per essere nato nella parte “giusta” del mondo.

Foto di Giovanni Paci

In realtà Calcutta è una città molto bella, una metropoli piena di contraddizioni, come tutte le metropoli, innaffiata però di odori e rumori incredibilmente amplificati. Non è solo la città degli slums e degli uomini “cavallo” che richiamano i clienti con il campanello in mano. Vi puoi trovare di tutto, sia per mangiare che per dormire. Puoi prendere il tè nei baracchini nelle tazzine di terracotta usa e getta o mangiare una buona pizza come a casa propria. Puoi dormire in un albergo alla “occidentale” o in quel vecchio hotel per pensionati nostalgici che è il Fair Lown o, meglio, in piccole guest house dignitose e pulite oppure, infine, ritrovarti in una bettola piena di scarafaggi.

La forza della città è la mobilità. La metropolitana che ha solo una direzione è puntuale e ti permette di raggiungere le zone principali. I rikshaw a motore collegano a bassissimo costo e in modo efficiente le principali vie di comunicazione. Se vuoi puoi provare l’ebbrezza dei bus presi al volo, dove però spesso dovrai stare in piedi e, in alcune zone, c’è pure la tramvia. Per andare nei villaggi fuori città poi c’è il treno dove è possibile sperimentare una piccola società in miniatura. Ci sono infatti due modi di conoscere questo paese: o un viaggio di mesi lungo il subcontinente o un viaggio in treno di tre ore tra la città e i villaggi vicini. Venditori che salgono a ogni stazione con qualsiasi tipo di mercanzia; mendicanti di basso strato sociale che si accontentano di pochi centesimi e rispettati eunuchi che pretendono non meno di 10 rupie con fare altezzoso; bambini che puliscono i vagoni strisciando per terra e altri che improvvisano uno spettacolo circense per racimolare il pasto della giornata, prima di stendersi a dormire nei vagoni, sui sedili rimasti vuoti. Il treno è l’India in miniatura: dentro quel caos c’è una logica che è possibile intuire se non ci lasciamo andare a giudizi affrettati e proviamo a entrare nell’esperienza senza limitarci a osservarla dall’esterno.

Ma la cosa che più colpisce di Calcutta è l’incredibile socialità. Anche nelle zone più degradate si percepisce la presenza concreta di reti di protezione e solidarietà che coinvolgono anche lo straniero che non ha mai l’impressione di sentirsi minacciato. Anzi, proprio nelle zone più povere puoi assistere a piccoli gesti di solidarietà e condivisione che, soprattutto se hai la fortuna di viaggiare con persone del luogo, non possono non farti riflettere. Certo, troverai il tassista che cercherà di strapparti un prezzo esoso ma troverai anche quello che ti restituisce i soldi quando hai capito male il costo. Troverai la persona che ti tira fuori da situazioni critiche, come ad esempio perderti nel deposito treni della stazione di Howrah, e quella che ascolta le tue richieste nel tuo inglese incomprensibile (loro parlano l’indish, un inglese indianizzato accompagnato da una mimica che certo non aiuta!).

È vero, c’è ancora tanta povertà a Calcutta. Ma povertà non è sempre sinonimo di disperazione. Qui prevale l’arte di arrangiarsi, la voglia di arrivare a sera, la creatività e la ricerca di nuovi e sempre diversi espedienti. Insomma Calcutta non è un fatto letterario, è una città moderna che cresce veloce, piena di disuguaglianze e contraddizioni, in parte radicata nel passato e in parte proiettata nel futuro. Ha una grande Università in cui hanno studiato tre premi Nobel e una marea di gente che dorme per la strada. È però la città che non ti aspetti, da visitare senza pregiudizi o aspettative, assaporandola fino in fondo.

Giovanni Paci

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American Gods – Recensione

American Gods è un romanzo fantasy scritto da Neil Gaiman pubblicato nel 2001. Ho finito di leggere questo libro più di un mese fa, ma ho volutamente aspettato a riportare nero su bianco le mie impressioni: avevo bisogno che il testo si sedimentasse, altrimenti sono sicuro che preso dall’entusiasmo post-libro avrei dato delle impressioni non del tutto veritiere.
Chi, come me, ha letto solo i libri di Gaiman rivolti ai più giovani, come “Stardust“, “Coraline” o “Il Figlio del Cimitero“, noterà immediatamente la differenza; si renderà conto fin dai primi capitoli che questo libro non è rivolto ai più piccoli, e forse si troverà disorientato. Dopo tre anni di prigione Shadow sta per tornare in libertà, quando viene a sapere della morte misteriosa della moglie e del suo migliore amico. Durante il viaggio di ritorno a casa, Shadow viene assunto da un enigmatico Mister Wednesday, che vede in lui una perfetta guardia del corpo. Qui inizia il viaggio del protagonista attraverso l’America, un viaggio a tratti onirico in un mondo per metà reale e per metà mistico, attraverso tutte le usanze, tutte religioni e tutte le superstizioni che in America sono arrivate dai vari paesi del mondo, portate dalle tante etnie che oggi popolano il territorio degli Stati Uniti.
Le antiche divinità sono state trasportate e poi abbandonate in America dai propri fedeli per far posto a religioni più moderne e più attuali; i vecchi Dei sono costretti a sopravvivere con mezzi di bassa lega, lavorando, truffando, o addirittura prostituendosi.
Gaiman prende tutti questi esseri divini e li rende tangibili, li rende umani, indeboliti da una fede che non esiste più, eppure così attaccati a questa vita materiale da usare tutto quanto in proprio potere per poter anche solo sopravvivere, come farebbe una qualsiasi persona sulla faccia della terra.
La storia è avvincente e l’intreccio è ben raccontato, per quanto i ritmi non siano dei più vivaci si rimane comunque attaccati al libro perché sempre circondati da quell’alone di mistero che non se ne va mai, nemmeno giunti all’epilogo. Gaiman mostra un’America diversa da quella televisiva; mi sono immaginato una nazione nebbiosa, cupa, in cui tutto è offuscato, molto simile alle rappresentazioni della Londra del ‘900 di Stevenson. L’unica cosa che a mio avviso può infastidire il lettore è la gestione di alcuni personaggi secondari, presentati, descritti a fondo e poi lasciati nel limbo per molte pagine per essere brevemente ripresi o addirittura completamente dimenticati.
Dietro questo libro c’è sicuramente uno studio approfondito dei pantheon delle varie culture e, anche se la maggior parte viene a volte appena accennata, suscita nel lettore la voglia di informarsi un po’ di più sulle antiche civiltà, e in particolare sulla mitologia norrena.
Non mi sento di suggerire questo libro a tutti: l’ambientazione, i temi e come gli stessi vengono trattati rendono la storia un racconto fantasy fuori dai canoni classici. “American Gods” è un libro che va letto con attenzione; Gaiman non usa il classico linguaggio immediato dei fantasy ma ti costringe a ragionare e non solo a fantasticare su quello che leggi.