Le Donne hanno la “D” maiuscola

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi

Diamo il benvenuto ad Agostina D’Alessandro, giornalista pubblicista. Dirige il settimanale modenese on line www.dabicesidice.it  e collabora al mensile InPiazza di S. Giovanni Lupatoto(VR) e al bimestrale I Carristi.
A fondo articolo trovate una nota con le sue pubblicazioni. Buona lettura![/stextbox]

Non scrivo questo articolo solo perché siamo a ridosso del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Esso è motivato anche da un brandello di discorso, captato casualmente, fra due amici; discorso che mi ha semplicemente indignato. Parlavano di una donna, una conoscenza comune,  con il primo che chiedeva all’altro: “ma cosa le hai fatto, che ce l’ha tanto con te?”, e con il secondo che, tutto ammiccante e tronfio, rispondeva “cosa  non le ho fatto, vorrai dire, eh eh…”, ponendo esageratamente in evidenza quel “non”, dicendo poco e facendo intendere molto, gettando così  il seme della calunnia, una delle tante forme di violenza nei confronti di una donna.

Oggi, anche la ricorrenza del 25 novembre rischia di essere assimilata alla categoria degli eventi inutili; non nelle intenzioni, certo, ma negli effetti.

Perché fino a quando non si muteranno radicalmente – sia nell’anima degli uomini sia in quella delle donne – pensieri, atteggiamenti, tracotanti certezze, questa, come ogni altra lodevole iniziativa, non servirà a nulla.

Ho già avuto modo di parlarne,  in altre occasioni e in altra sede, attirandomi talvolta critiche, altre volte ricevendo  sguardi di compatimento, quelli per intenderci che “chi tutto sa” riserva ai minus habens mentali… Ma non importa. Ribadisco che anche le migliori iniziative sono destinate a rimanere una semplice esercitazione del diritto a creare virtuose associazioni dai fini più elevati, se non si cambiano le persone.

Perché, paradossalmente, appena smessi gli abiti dei volenterosi e sinceri sostenitori di giuste cause, si ritorna quelli di sempre. A che serve festeggiare un platonico “otto marzo” quando poi si tollera che ancora dei datori di lavoro facciano firmare segrete “dimissioni in bianco” da rendere operative in caso di gravidanza… O ancora, che ci sia chi pensa bene di selezionare il personale femminile per  promozioni e avanzamenti  preferibilmente fra le componenti  più disinvolte… Oppure,  per lo svolgimento del medesimo lavoro, ci sia chi paga alla dipendente donna uno stipendio inferiore. Sono piuttosto critica poi, anche riguardo alle cosiddette quote rosa, che impongono per legge una percentuale di presenza femminile. Senza ricorrere a metafore stantie, con le donne considerate alla stregua di qualche animale da tutelare in quanto incapace, trovo avvilente per l’intelligenza, per il merito, per il talento, per la tenacia, per la volontà, per il coraggio, per la passione, e soprattutto per la dignità di una donna, che essa debba a una imposizione legale il diritto a entrare nel mondo del lavoro o ad avere potere decisionale.

La donna stessa, talvolta, è colpevole della sua condizione di insostenibile sudditanza nel mondo del lavoro, nella società, in famiglia.

C’è poi, grave più di ogni altra cosa, la violenza fisica che vede la donna vittima.

Io, troppo giovane per appartenere agli storici gruppi femministi, troppo vecchia per esserlo in quelli nati nell’ultimo decennio, forse anche troppo indipendente intellettualmente per condividerne totalmente i precetti, ho tuttavia maturato una mia personale fede che forse non è femminista secondo i canoni comuni, ma ha della donna uno straordinario concetto.

Dico sempre che le donne sono custodi di saggezza, forze trainanti, fuochi di passione, scrigni di dedizione. Capaci di sublimi eroismi e luciferine crudeltà. Questo è il nostro preciso ritratto. Per nulla al mondo avrei rinunciato al privilegio di nascere donna.

Per questo sono accanto a tutte le donne vittime della violenza – morale e fisica – entrambe  inaccettabili e atroci, per le quali si chiedono impegni precisi  nella prevenzione e nella punizione. Troppe volte le vittime rimangono senza giustizia e senza pietà.

Ago D’Alessandro Zecchin
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Nota sull’autrice:
Agostina D’Alessandro Zecchin ha pubblicato:

– Segnalibro a pagina 15– 2005 e 2007       Ed.Seneca
– Cara esperta ti scrivo, Vol.I -2006           Ed.Seneca
– Cinque monete d’oro-2006                     Ed.Kimerik
– Cara esperta ti scrivo Vol.II -2008           Ed.Il Piccolo Prisma
– Il cavallo con i piedi nell’acqua– 2008      Ed.Phasar
– …di carta e d’aria… -2010                      Ed. Il Piccolo Prisma

I Diritti d’Autore di ogni libro sono devoluti a favore del Fondo Assistenza orfani della Polizia di Stato, in memoria della figlia Alessandra Zecchin, scomparsa nel 2003.  (note biografiche tratte  da dal sito Zam.it)

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Mimosa nera

Oggi è la festa della donna e io mi chiedo cosa ci sia da festeggiare.

Che senso ha andare nei locali, mangiare una pizza con le amiche, assistere a degli spettacoli più o meno di buon gusto e ballare, ballare con una spensieratezza che non ci possiamo permettere? Non che ci sia qualcosa di male in questo, sono la prima a trovare la cosa divertente, ma non oggi. Mentre tutti sembrano fare a gara per chi è più bravo a rispettare la dignità o il corpo delle donne, solo noi sappiamo che oggi non c’è festa per le donne.

Donne come Gabriella, la precaria della scuola di Salerno costretta a chiedere aiuto per mangiare attraverso una sottoscrizione. Donne violentate, infibulate, perseguitate a casa come in ufficio da padri, mariti, amanti, datori di lavoro che hanno confuso l’amore con il possesso e il certificato di nascita o matrimonio con un contratto di compravendita. Donne dell’Olgettina, Ruby Rubacuori, che usano il proprio corpo come un salvadanaio, e non ci vuole molto a capire qual è la fessura da cui entrano i soldi e il buco da cui escono. Donne che devono lasciare il lavoro (una su due) con la nascita di un figlio per nidi assenti, e nessun supporto da parte dello Stato nella crescita dei figli. Donne giovani che non si sono mai inserite nel mondo del lavoro, e altrettante che per farlo sono costrette a fuggire dall’Italia. Donne a cui lo Stato toglie il lavoro, e con un certo sadico sarcasmo fa notare che non è vero, poiché essendo precarie in realtà non glielo ha mai dato. E questo avviene attraverso il più grande licenziamento di massa nel settore della scuola, dove la presenza femminile e nettamente predominante.

E soprattutto a danno delle donne del sud, quelle economicamente più svantaggiate e con meno possibilità di essere reinserite, che nella migliore delle ipotesi sono costrette a lasciare le famiglie per lavorare a centinaia di chilometri da casa; rappresentate da un ministro donna che ritiene un privilegio la tutela delle lavoratrici madri, che ritiene che abbiamo bisogno dei comunisti che ci fomentano per indignarci e che l’indignazione non è l’undicesimo comandamento. Un ministro che ritiene che la scuola possa “sopportare” un taglio di ulteriori ventimila insegnanti a danno della qualità, del tempo pieno dove presente e dove mai attivato malgrado le richieste delle famiglie che dovrebbero poter scegliere. E continua ad affermare che c’erano posti in più! Giochi di potere di cui conosciamo lo svolgimento, danneggiano sempre più il sud, e l’istruzione nostri figli. Ma non doveva migliorarla la scuola?

E ancora donne che per farsi strada devono sgomitare, devo fare gli uomini, e spesso  occupano posizioni di rilievo  solo per una mortificante quota rosa, come fosse una preferenza da handicap, o perché a detta del premier  sono ben vestite e non puzzano. Pur essendo consapevoli di ciò, ci raccontano la favoletta del merito.

Donne gonfiate, urlanti, che fanno gestacci in televisione, grottesche, non riesci a seguire i loro discorsi, perché l’occhio non riesce a scollarsi da quel disarmonico canotto che hanno al posto delle labbra. Donne imbellettate e profumate e vendute come pezzi di carne, come passatempi, da genitori e fidanzati e senza neanche la poesia della Magnani. Donne arrestate per aver rubato 2 magliette e a cui può succedere di essere violentate da tre uomini in divisa che dovevano proteggerle. Ma era una situazione amichevole. Amichevole come il gatto che gioca con il topo!

Giovanissime donne, o perfino  bimbe, che ancora oggi partoriscono prima dei quattordici anni, sono date in sposa, e in 700 metri di strada che portano dalla palestra a casa possono essere trucidate. Bambine che sotto il tetto che dovrebbero proteggerle, possono trovare uno zio o una cugina disposti ad uccidere perché piace loro un ragazzo, o  un padre “per il troppo amore” e per  dispetto contro la ex moglie. E infine donne, le sorelle d’Italia della Omsa, che hanno visto la loro vita buttata alle ortiche perché hanno preferito delle sorelle di altre nazioni che possono pagare con un piatto di riso e non riconoscergli nessun diritto. E come loro le donne di Pomigliano, dell’Alitalia, e tutte le cassaintegrate, disoccupate che lottano e resistono contro la miseria, e la fame che le cerca e le stana, e che al governo del fare chiedono solo di fare… fare qualcosa contro questa emorragia di lavoro che sta uccidendo l’Italia.

Donne che sfamano una famiglia di 4 persone con 100 euro la settimana, che pagano le bollette, che fanno i conti e che non tornano mai, che seguono i figli a scuola, si svegliano presto, cucinano, fanno la spesa, riordinano casa, protestano, scrivono pensieri su Facebook per sentirsi meno sole, per sentirsi più capite, e che, anche quando non si piegano, sentono il peso del loro cervello, delle loro idee e di quella sensibilità tutta femminile. E perfino per tutte quelle altre di cui tutti ignorano il colore degli occhi.

Per tutte loro, per tutte noi, nessun fiore oggi: solo opere di bene.

Perché è bene che alziamo la testa tutti insieme e che oggi doniamo solo mimose nere, perché non si può sostituire la dignità con una festa, e una festa di un giorno non può cancellare le umiliazioni che abbiamo dovuto subire quest’anno.

C’era una volta un bel posto chiamato Italia…e dalle ceneri di questo, dopo il passaggio di Nerone, spero si possa costruire un posto più bello dove uomini e donne possano vivere felici in rispetto, autonomia e dignità.

Se non ora quando?

 

L'8 marzo e l'opportunità di essere donna

Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha, perché anche indurre in tentazione è peccato”.

A parlare è Monsignor Bertoldo, vescovo di Foligno. La stessa persona, per intenderci, che nel dibattito a distanza tra Vendola e Berlusconi era intervenuto con un’altra dichiarazione degna di nota, che etichettava il governatore della Regione Puglia come “contro natura”, riferendosi ai suoi orientamenti sessuali. Cito il Monsignor Bertoldo perché, triste coincidenza, dopo qualche giorno dalle sue illuminate parole, è stata diffusa la notizia della denuncia di una giovane donna, vittima di violenza sessuale a Roma.

Mons.Bertoldo

Potrei fermarmi qui perché quando una donna subisce violenza, non importa chi sia, come era vestita, se aveva la minigonna o i pantaloni, dove stava andando o se era sposata.  Parliamo di una donna, ferita nella sua intimità, indifesa e tradita, derubata di qualcosa che le apparteneva e che la rendeva un essere unico, la libertà di decidere e di esprimersi in quanto donna e in quanto essere umano. Allo stesso modo di nessuna importanza è sapere chi siano gli uomini denunciati – quattro per la precisione – colpevoli di così basso crimine. Né in quanti abbiano fisicamente compiuto l’atto mentre gli altri erano lì a guardare, a tenere a bada la preda o ad accertarsi che nessuno li scoprisse. Inutile dettaglio la loro nazionalità, il loro lavoro o le loro tendenze sessuali. Conta solo la loro ferocia nel compiere una violenza che va ben oltre l’atto sessuale, perché capace di segnare una donna così profondamente da lasciarne i segni per una vita intera.

Potrei fermarmi qui e nulla cambierebbe nella triste cronaca di quest’ennesimo atto crudele. Ma vado avanti. Vado avanti perché il quadro completo della situazione è talmente avvilente e drammatico da non poter essere omesso. Il fatto è avvenuto a Roma nella notte fra il 23 e il 24 febbraio,  nella Caserma al Quadraro, dove la donna era detenuta dopo un arresto in flagranza per furto. Aveva rubato due magliette all’Oviesse. Certo, comunque si tratta di un crimine, ma compiuto da una ragazza di 32 anni, senza lavoro e con una bimba da mantenere. Un colpo di testa, una follia fatta senza pensarci, spinta dalla disperazione. Gli aggressori sono tre Carabinieri e un Vigile Urbano, tutti indagati per violenza sessuale, anche se con ruoli diversi. Non si sa in quanti abbiano fisicamente abusato della donna, ma rimangono in ogni caso tutti coinvolti. Dunque personale in servizio delle Forze dell’Ordine; per essere chiari, proprio chi dovrebbe difenderci da questi reati, invece di commetterli.

Ma neanche questa ricostruzione rende bene ciò che è realmente accaduto quella notte terribile. Il caso necessita di maggiore precisione.
La giovane ladruncola, una volta scoperta, è stata affidata ai Carabinieri, che l’hanno trasportata alla Caserma di Cinecittà. Dovendola trattenere per quella notte e non essendoci posti liberi, i Carabinieri hanno chiesto ospitalità alla caserma al Quadraro, dove la ragazza avrebbe dovuto passare la notte in una cella di sicurezza. A un certo punto, racconta la vittima, la porta si è aperta, è stata prelevata e portata in sala mensa dove, sui tavoli, dopo essere stata costretta a bere del whisky, è stata violentata ripetutamente, a turno, da diversi uomini, stando a quello che la sua mente annebbiata dall’alcol ricorda.

Ma la parte ancora più assurda di tutta la vicenda deve ancora arrivare. Sconvolta e sotto shock, la giovane, dopo quella notte di violenza, racconta di aver avuto grandi difficoltà a sporgere denucia ai Carabinieri, perché si apprestava a puntare il dito contro loro  colleghi. Alla fine si è recata in ospedale accompagnata dal suo fidanzato e da lì l’uomo è riuscito finalmente a denunciare l’accaduto alla Polizia.

Ma dato che non c’è limite al peggio, come ciliegina sulla torta, ecco che arrivano le prime dichiarazioni a caldo dei colleghi della Caserma di via In Selci, gli stessi che stanno conducendo le indagini insieme alla procura di Roma… Quella donna li ha di certo istigati.

Dichiarazioni che vanno di pari passo con le parole degli indagati, che poi sono le parole di tutti gli indagati di sempre per violenza sessuale: lei era consenziente.

La cosa più triste che salta agli occhi leggendo i numerosi articoli comparsi nei giorni scorsi su tutte le testate giornalistiche è che, piuttosto che parlare di quanto sia terribile subire una violenza sessuale, di come ancora oggi nel 2011 ci troviamo troppo spesso di fronte a comportamenti tanto bassi e vergognosi,  invece di cercare soluzioni al problema, si spendono fiumi di parole sulla delicatezza della questione, sulle misure prese nei confronti degli agenti coinvolti, immediatamente trasferiti e sottoposti a indagini interne oltre a quelle condotte dalla procura di Roma, sulla paura che l’accaduto getti fango sull’Arma dei Carabinieri, sulla preoccupazione che sia intaccata la credibilità dell’Arma agli occhi dei cittadini italiani. Persino il sindaco di Roma Alemanno si dice certo che l’Arma isolerà eventuali mele marce prendendo i giusti provvedimenti, capaci di non annebbiare la fiducia che tutti i romani devono continuare a nutrire nei confronti dei Carabinieri. Perché un crimine come questo non faccia perdere di vista tutto il bene che l’Arma dei Carabinieri fa in Italia e nelle sue missioni all’estero.

Mi chiedo il perché di tanta ipocrisia. Perché spostare l’attenzione su stupide questioni di facciata, quando moltissime donne sono lasciate sole a combattere col proprio dolore. Donne umiliate, ferite, violentate nel corpo e nell’anima da quegli stessi mostri che si difendono dietro l’alibi della provocazione femminile. Donne che ci mettono una vita intera a rimettersi in piedi e ad andare avanti.

Mi chiedo come sia possibile che ancora oggi di fronte a notizie di questo genere pare sia lecito l’insinuarsi del dubbio che le donne violentate siano state consenzienti o, al limite, abbiano provocato in qualche modo l’accaduto.

Mi chiedo come si possa considerare una violenza sessuale come atto inevitabile in certe condizioni, di nuovo create dalle donne, continuando a giustificare uomini incapaci di tenere a bada i propri impulsi sessuali e a condannare donne che hanno l’unica colpa di esprimere la propria femminilità, nel modo in cui credono sia giusto.

Mi chiedo, ancora, come possano esponenti del Vaticano sostenere che anche l’istigazione al peccato è peccato. Dando ovviamente per scontato che ogni donna istighi. Come se l’essere donna fosse una macchia indelebile, un peccato originale, qualcosa da cui doversi redimere. Sembra di essere tornati nel Medioevo.

La verità è che viviamo in una società maschilista, nella forma più bieca e subdola, perché ci si nasconde dietro l’emancipazione femminile per esaltare la cultura dell’uomo sopra ogni cosa. Fino al paradosso di giustificare un terribile atto di violenza, costringendo quelle povere vittime a difendersi per il resto della loro vita dagli sguardi di chi, in fondo in fondo, le considera responsabili in qualche modo.

Oggi è l’8 marzo, la festa della donna. Il sentire ancora il bisogno di ricordare in questo giorno i diritti conquistati e l’emancipazione raggiunta da parte dell’universo femminile è indicativo del fatto che, in realtà, la situazione non è cambiata poi molto da quel lontano 8 marzo 1908, quando un gruppo di operaie americane decise di scioperare per far valere i propri diritti, dando il via a un dilagante movimento di liberazione ed emancipazione della condizione femminile che si è diffuso a macchia d’olio in molte parti del mondo. Io credo che non dovrebbe più esistere una ricorrenza come l’8 marzo. Non dovrebbe esistere perché non c’è niente da festeggiare in quel giorno. Non c’è più niente da sbandierare, niente da dimostrare, niente da gridare al mondo.

Siamo donne, punto. Persone che hanno il diritto di vivere liberamente la propria femminilità e la propria vita, di scegliere per il proprio futuro e di lottare per realizzare i propri sogni. Esseri umani con desideri, talenti, limiti e ambizioni, proprio come ogni uomo. Mamme che rinunciano a tutto per crescere i propri figli, mogli al servizio del proprio uomo, pronte a sostenerlo sempre e comunque. Finché sarà necessario ricordare al mondo tutto ciò vorrà dire che siamo ancora lontani dalla tanto sbandierata uguaglianza tra sessi.

Uguaglianza che, a dirla tutta, non dovrebbe obbligare ogni donna a trasformarsi  in un uomo e a immergersi nei rigidi meccanismi di una società di modello maschile, quale è la società attuale, ma semplicemente dovrebbe lasciarle ogni giorno l’opportunità di essere donna, con tutto quello che questa complessa affermazione comporta.

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Mimose di plastica

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi.it
Il post di oggi è stato inviato da Teresa Orsetti, diamole il benvenuto leggendo e commentando il suo primo articolo! [/stextbox]

Domenica mattina. Presto. Saranno state le sei. Mi sono alzata – non per un mio virtuoso atteggiamento verso la vita e il mattino che “ha l’oro in bocca”ma grazie al mio gatto che ha deciso per me- e uno sguardo al calendario mi ha ricordato che ho un appuntamento fra due giorni che non posso mancare.

Martedì sarò bellissima, truccata alla perfezione, indosserò probabilmente qualcosa di nuovo, sarò profumatissima dopo la doccia con il nuovo bagnoschiuma al profumo di  vaniglia e melograno e userò la crema per il corpo della stessa profumazione, per mantenere quel profumo sulla pelle per le ore a venire. Sarò al meglio, perché appuntamenti come questo capitano una volta l’anno, non posso sbagliare, la serata me la devo godere.

Immagino che saremo in tanti, soprattutto donne. Ci sarà casino, voglia di divertirsi e finalmente un po’ di sane risate, di quelle che ti fanno riappacificare col mondo.

Domani.

Manca poco ormai. Credo che mi stirerò i capelli. No, forse meglio asciugarli ricci. Si, sicuramente meglio, risparmierò circa un’ora e li sentirò comunque leggeri e vaporosi per tutto il tempo, fino a quando non mi butterò esausta sul letto dopo una notte brava.

Sono una donna, per forza mi devo divertire, no? Se non mi diverto domani, quando? Credo che opterò per un look naturale, il più possibile semplice e di classe. La serata sarà sicuramente impegnativa, meglio non esagerare col fondotinta, per non rischiare di ritrovarmi lucida nel punto T e sulle guance.

Le ragazze staranno scalpitando come me, immagino che anche loro stiano già pregustando la serata. L’anno scorso è stata bellissima, ci siamo divertite da morire, è stato bellissimo soprattutto lo spettacolino finale. Mi dispiace solo un po’ che anche quest’anno non possa esserci Roberta, ma pazienza, ogni tanto un piccolo imprevisto può capitare. Veramente quest’anno è stato un po’ difficile organizzare, siamo tante, ma 127 in meno rispetto all’anno scorso. Beh, lustrini e paillettes non ce li faremo mancare.

Catia sicuramente verrà truccata di scuro, usa sempre quell’ombretto nero che le appesantisce lo sguardo, a volte sembra un panda. Ma è sempre la più scatenata di tutte, quanto balla lei, neanche noialtre tutte insieme riusciamo a ballare. Deve avere una bella energia, il suo fidanzato, a starle dietro. Quasi la stessa del marito della signora Irma, sempre elegantissima nei suoi tailleurs morbidi, i capelli in ordine, le unghie perfettamente laccate. A proposito: devo scegliere uno smalto per me, non devo assolutamente sbagliare nuance, quest’anno. Devo essere smagliante. Non è che debba trovare marito, ma mi piace essere al meglio. Una serata così capita una volta l’anno. Devo riuscire a trovare un po’ di fiori da mettere nel vaso in soggiorno, magari un bel ramo di mimosa, se non lo metto adesso che è il periodo di migliore fioritura, quando?

Certo, solo mimosa è poco, e poi sfiorisce presto quando è in casa, diventa subito secca, i fiori da soffici diventano aspri al tatto e piccoli e di un giallo spento. Dovrebbero farla di plastica, in modo da poterla tenere in vaso tutto l’anno senza vederla appassire mai. Certo si perderebbe il gusto di annusarla, ma tanto è così bella che si può rinunciare a qualcosa, no?

Come Simona, che ha rinunciato a qualcosa per ottenere dell’altro, no? Eh, certe donne fanno veri affari! Certe si, che sanno come si vive!

Ma torniamo a noi. Dunque… i capelli, si, ho deciso che li terrò ricci. Sono un po’ indecisa sulle calze. Preferirei non metterle, tanto sono perfettamente liscia, ho fatto la ceretta alle gambe da una settimana, sono in perfetta forma. Però potrei avere freddo, a Marzo non siamo ancora in primavera e poi al meteo hanno annunciato un calo delle temperature. Si, le calze le metto, devo solo scegliere quali. Devo essere sexy quanto basta, non voglio sembrare “in cerca”. Anche perché non lo sono. Annetta lo è, lei si. Infatti raccatta sempre quei catorci umani. Quei falliti che fanno tutto quello che lei chiede. Non come i veri uomini, quelli che piacciono a me e alle ragazze. Domani le parleremo e dovrà imparare a scegliere. Anche perché, diciamoci la verità, che te ne fai di un uomo che è sempre presente, gentile, tutto a modo? Dopo un po’ ti annoi. Sono altri i veri uomini.

I veri uomini sono quelli che si fanno aspettare, che ti insegnano la passione. Sono quelli che ti insegnano a vestirti con abiti pratici, soprattutto pantaloni che sono così sexy! Sono quelli che ti spingono a migliorarti nel trucco, perché quanto diventi brava quando devi coprire un livido intorno ad un occhio! Scopri i fondotinta migliori, i più coprenti, e la cipria di un tono più scura o più chiara, quella perfetta per te, che non faccia notare troppo la differenza di colore tra una guancia e l’altra.  I veri uomini sono quelli che ti insegnano a disporre le posate per bene ai lati del piatto, al millimetro, perché altrimenti diventano una bestia e hanno anche ragione, perché se sei ostinata!

Sono questi i veri uomini, quelli che piacciono a noi. E io passerò la serata di domani insieme alle 127 che non saranno presenti alla festa, perché hanno incontrato uomini così speciali da insegnare loro -con le cattive, perché con le buone non volevano capire- come si vive e come si muore.

Indosserò il mio pigiama, dopo aver fatto una doccia profumatissima, le calze, perché fa freddo la sera, cercherò di coprire il livido che ho intorno all’occhio sinistro facendo attenzione a non muovere troppo le braccia, che mi fanno ancora un po’ male dopo l’ultima volta che ho dovuto imparare che, quando si apparecchia, il bicchiere si mette sempre a destra, ma un po’ più vicino al piatto rispetto a come l’avevo messo io.

Di sicuro, Roberta, sarò insieme a voi tutte, martedì sera. Potrebbero dover depennare il mio nome dalla lista, e aggiornare il conto a 128. Ma sono certa che sarà una festa indimenticabile. Ho deciso che oggi, quando apparecchierò per il pranzo, metterò il bicchiere quasi attaccato al piatto. E se sarò fortunata, me ne andrò prima di sera. Ci vediamo in pizzeria domani sera. Oppure altrove.

Ma se mi incontrerete, per favore, non lasciatemi senza un rametto di mimosa. Magari anche di plastica.

 

Quando le vittime sono le donne

La scorsa settimana si è verificato un drammatico incrocio di notizie aventi in comune le stesse vittime designate: le donne.

In provincia di Mantova, Omar Bianchera ha prima ucciso la sua ex moglie a colpi di pistola, poi ha concluso una sorta di percorso di vendetta eliminando una vicina di 71 anni e il figlio di un uomo con cui aveva dissapori a causa di affitti arretrati. Dopo aver seminato il panico con la sua fuga, è stato lo stesso uomo a chiamare le forze dell’ordine perché potesse costituirsi. La follia omicida è stata subito descritta come una tragedia annunciata. Pare che Bianchera fosse conosciuto per le sue escandescenze, e che molti in paese sapevano che possedesse un’arma. Facile dire “tutti sapevano e nessuna ha parlato”. Prima di tutto è più facile eccepire il comportamento di un estraneo che non di un conoscente; in quest’ultimo caso subentra spesso un sentimento di clemenza che spinge a chiudere gli occhi di fronte a comportamenti se non pericolosi, poco ortodossi. Ma guardiamo la realtà: che strumenti hanno i cittadini per segnalare un comportamento sospetto da parte di un’altra persona? Quali garanzie di protezione vengono effettivamente offerte? Riprendere una persona – fosse anche perché ha buttato una carta per terra- significa diventare un fastidioso intruso da coprire di insulti. Figuriamoci se qualcuno avesse mai pensato di rimproverare qualcosa a un uomo violento. E poi come? Qui entrano in ballo altri aspetti di questa vicenda che ancor più suonano come un copione ripetuto altre migliaia di volte, purtroppo. La ex moglie di Bianchera, avendo concrete ragioni per sentirsi vulnerabile,  aveva denunciato l’uomo perché dopo il divorzio la perseguitava, la seguiva, si nascondeva nell’oscurità per irrompere all’improvviso in offese. Per come stanno le cose, una denuncia non è una tutela sicura come purtroppo spesso siamo costretti a constatare. È chiaro quindi che le persone che sporgono denuncia andrebbero protette in maniera più efficace perché i costi umani, specie al femminile, sono davvero troppo alti. Quindi è inutile gridare ogni volta alla tragedia annunciata, bisognerebbe escogitare delle misure adeguate per proteggere le persone minacciate, una volta che le minacce si rivelino fondate. Bisogna evidenziare che le più esposte siano proprio le donne: le motivazioni che stanno alla base di questa crudele dinamica sono complesse. Nella gran parte degli omicidi che vedono soccombere le donne, credo si possa avanzare l’ipotesi che queste in qualche modo abbiano evaso il ruolo che l’uomo aveva assegnato loro e che nell’ottica dell’uomo che si sente offeso vadano punite. Nel caso di una ex moglie che cerca di rifarsi una vita, o di una brava donna che cerca di realizzarsi e guadagna più del marito (come Barbara Cicioni, uccisa all’ottavo mese di gravidanza dal marito geloso del successo della lavanderia che lei aveva messo su con le sue forze)  deve scattare nella mente omicida un impeto di rivalsa. Indubbiamente questi avvenimenti drammatici sono il culmine di una dinamica relazionale insana, di cui le avvisaglie si manifestano in precedenza; tuttavia la società e le stesse famiglie spesso non vedono, non decodificano, e lasciano soli, spesso non si hanno gli strumenti per intervenire.

In Afghanistan, in questi stessi giorni, alcune studentesse sono state intossicate da un misterioso gas mentre erano a scuola. Non è la prima volta che si verifica un’azione del genere, in passato, infatti, si è arrivati a lanciare dell’acido su alcune ragazze in cammino verso scuola. I fondamentalisti sono stati indicati come i fautori dell’attacco, tuttavia non hanno rivendicato l’azione. Chiunque sia stato, questo atto ingiustificabile è un rigurgito ideologico di un passato non tanto lontano che fino a 10 anni fa, in Afghanistan, proibiva alle donne di andare a scuola.
Questa è stata una forma collaterale e più sofisticata di violenza contro le donne, che nel caso specifico sono poco più che bambine. È fin troppo banale evidenziare come sia ingiusto e crudele voler relegare le donne a un ruolo subalterno di ignoranza. Impedire alle donne di camminare sul percorso del progresso è una forma di violenza come tutte le altre, aggravata dalla vigliaccheria per aver colpito – di nascosto individui che non avevano protezione alcuna.

Voler impedire alle donne di godere degli enormi benefici della cultura è deturpante per un popolo quanto l’acido sul viso di una donna.