Brucia troia

«Si fanno dei distinguo tra quelle che allargano le cosce per bisogno e quelle che le allargano per comprarsi la borsetta. Tra quelle che si prostituiscono per strada e quelle che invece lo fanno al caldo. Che di questi tempi averci il riscaldamento mentre la dai via è un lusso. Devi soffrire, devi farci vedere quanto sei dispiaciuta mentre ti vendi, altrimenti poi non possiamo redimerti, non possiamo chiamare il prete tal dei tali per fargli compiere il recupero della puttana e per darti l’opportunità di pentirti e diventare una santa donna.”

Femminismo al Sud

Correva l’anno 1982 quando Giuni Russo, in “Un’estate al mare”, cantava di una prostituta che sognava un’estate spensierata, e che bruciava le gomme di automobili per riscaldarsi un po’.

Attualmente forse le tendenze sono un po’ cambiate, e si bruciano direttamente le prostitute sui cigli delle strade.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, capace di accontentare ogni genere di pubblico: il lettore che si indigna davanti al giornale in attesa di un’altra notizia di cui parlare, i politici a cui viene servito su un piatto d’argento la possibilità di tornare a parlare delle leggi sulla prostituzione in Italia, i “crocerossini” della patria che si preoccupano infine di redimere e riabilitare al mondo queste povere ragazze.

Una storia (poco) ordinaria di degrado e violenza, che noi forse dimenticheremo presto, ma che rimarrà per sempre marchiata sul corpo di Mihaela (alcuni giornali l’hanno chiamata Michela, altri Mikaela, meglio ancora “prostituta rumena”), la protagonista di questa drammatica vicenda.

Roma, 11 settembre 2012, via Rocco Cencia, una zona di campagna al limite tra la Prenestina e la Casilina, intorno alla mezzanotte.  Il Messaggero racconta di due uomini sbucati dal buio con i cappucci, i quali hanno aggredito Mihaela prima a calci e pugni, poi l’hanno cosparsa di benzina, infine le hanno dato fuoco scappando tra le campagne. In molti hanno testimoniato la scena di una ragazza in fiamme, che si disperava e contorceva in un dolore fisico che non ci è dato di conoscere, aiutata dalle colleghe che cercavano di strapparle i vestiti.

La ragazza è stata quindi soccorsa e ricoverata all’ospedale Sant’Eugenio, dove si trova in prognosi riservata e a cui sono state diagnosticate ustioni di terzo grado su più della metà del corpo. I due soggetti non sono stati ancora individuati e i moventi si accavallano uno sull’altro, per la serie “se non è zuppa sarà pan bagnato”.

Le indagini, condotte dai carabinieri dell’unità di Frascati, guidati dal comandante Rosario Castello, si stanno orientando su diversi fronti: dallo scontro fra bande di sfruttatori dell’est europa alla banda di romeni che sfrutta le proprie connazionali. Si sono fatte avanti anche le ipotesi di clienti insoddisfatti o di una vendetta trasversale, che però non sembrano aver avuto rilevanti riscontri. Una delle tesi invece che si sta portando avanti con più insistenza riguarda il raid contro quattro prostitute che avevano rifiutato la “gestione” dei protettori lavorando in maniera indipendente.

Quale che siano le motivazioni, c’è da dire che il nostro bel Paese comunque non è nuovo a questo tipo di episodi; ricordiamo, solo per citarne qualcuno, la scoperta a Tivoli, lo scorso anno, di una prostituta marchiata a fuoco dai protettori, l’operaio di Guastalla condannato a quattro anni per il sequestro e la riduzione a schiavitù di una prostituta rumena, fino ad arrivare ai delitti, ormai entrati nella storia, di Donato Bilancia e Ramon Berloso.

A seguito dell’episodio non sono mancate le reazioni politiche rispetto alla vicenda. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha richiesto “che il Parlamento approvi una legge nazionale sulla prostituzione utile proprio per tutelare le prostitute dalla violenza cui, spesso, sono sottoposte” (La Stampa). Altro comunicato quello del segretario del Pd di Roma, Marco Miccoli, secondo cui “Occorre prendere atto che la piaga della prostituzione è molto spesso legata alla criminalità organizzata e al racket. È necessario ora dare impulso alla lotta, che non è solo di ordine pubblico, contro questo fenomeno sempre più diffuso sulle strade di Roma. Intanto auspichiamo che le Forze dell’Ordine facciano luce sull’accaduto per risalire agli autori del barbaro gesto” ( Roma Today).

Infine, questo però lo ritroviamo solo o quasi sulle pagine di “Femminismo al Sud”, ecco un comunicato stampa congiunto del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Associazione Radicale Certi Diritti e Associazione Radicali Roma, che vorrei riportare integralmente e che spero possano aiutarci ad assumere un punto di vista altro su questa problematica.

La vicenda della prostituta romena massacrata di botte e data alle fiamme in una strada di Roma è l’emblema di una drammatica situazione sociale che dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, di come le politiche proibizioniste sul tema della prostituzione siano miseramente fallite. La ragazza romena, ricoverata in gravissime condizioni all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, è uno dei tanti casi di persone vittime della tratta che sempre più si  alimenta grazie al proibizionismo e alle ipocrite azioni di demagogia politica repressiva e del tutto inutili.

Gli stessi finanziamenti destinati alla lotta alla tratta della prostituzione sono stati tagliati e così l’ aiuto e la protezione a quelle persone vittime dello sfruttamento e della schiavitù sono sempre più difficili se non addirittura inesistenti.

Negli scorsi mesi abbiamo documentato come nella città di Roma le continue ordinanze emergenziali anti-prostituzione, l’ultima, per la quinta volta, è stata reiterata lo scorso febbraio, siano del tutto inefficaci. Perseguitare le prostitute con sanzioni non fa altro che alimentare la clandestinizzazione del fenomeno rendendo impossibile la fotografia di tutti quei casi di furti e violenze che non vengono nemmeno più denunciati e che sono di sicuro in aumento. Basti ricordare quanto denunciato dal Sindacato di Polizia (FP Cgil) lo scorso gennaio secondo cui a fronte di quasi 14.000 sanzioni fatte in due anni a prostitute, solo quattro di queste sono state pagate.

Il Sindaco di Roma nonostante l’ordinanza antiprostituzione sia in vigore chiede ora una legge nazionale proibizionista che di fatto estenderebbe in tutta Italia la drammatica situazione in cui si trova la Capitale. Il Sindaco continua a tenere nascosti i dati sui costi delle operazioni (personale, mezzi, ore di straordinario, propaganda, ecc) antiprostituzione facendo finta di niente e continuando a blaterare sul nulla.

Lo scorso aprile abbiamo promosso un manifesto-appello per la legalizzazione della prostituzione e per dare dignità alle sex workers che è già stato sottoscritto da migliaia di cittadini.
L’appello si può firmare al seguente link:

http://www.certidiritti.it/campagne-certi-diritti/itemlist/category/85-legalizzazione-prostituzione

Tante, forse troppe, le riflessioni che si muovono su un piano ideale delle leggi, che poco hanno a che fare sulla tutela e soprattutto sulla punizione adeguata verso chi perpetra atti di violenza nei confronti delle donne, chiunque esse siano e qualsiasi siano le attività da esse svolte.

Non esistono donne che girano per strada con la gonna troppo corta, o che escono a un’ora troppo tarda, o che semplicemente sono delle puttane. Ci sono altresì uomini violenti, prepotenti, onnipotenti, che credono di poter agire sul corpo e sulla psiche delle donne una sopraffazione difficile da contenere. C’è Mihaela, e ci auguriamo per lei un futuro migliore, forte e debole dei segni che la sua drammatica storia le lascerà per sempre.

Quella notte la morte aveva una divisa blu: storia di Federico Aldrovandi

“Chi non conosce la Verità è uno sciocco, ma chi conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.”

B. Brecht

Da quando sono incappata, per puro caso, nella vicenda di Federico Aldrovandi la mia vita non è stata più la stessa. Frase retorica, in quanto la mia vita ha continuato a scorrere con gli stessi ritmi di sempre, ma con pensieri e rivolgimenti alla sua storia che non mi hanno permesso di essere più la stessa. Ciò è attribuibile a più fattori individuabili, quali la sua morte, la vicenda giudiziaria infinita e costellata di buchi neri, il coinvolgimento delle forze di polizia, fatti oggettivi che lascerebbero perplesso chiunque dotato di un minimo di senno e di buon senso. Che vita avrebbe potuto condurre ora Federico, a venticinque anni, non ci è dato di saperlo, perché a lui non è stato concesso di vivere, ma a noi sì, ed è quindi un dovere conoscere la sua storia e quantomeno riflettere su di essa.

Questa la premessa necessaria, nel racconto di una vicenda che provoca in me una passione e un’intensità pari forse solo a quella per le vicende del G8 della scuola Diaz, e che mi portano a parlare di un ragazzo ammazzato, che risulta a me caro senza aver avuto mai il piacere di poterlo conoscere.

Riscostruiamo i fatti. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi, dopo una notte passata con amici, si trova in viale Ippodromo a Ferrara. Le ricostruzioni riportano l’arrivo della volante “Alfa 3” con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quali descrivono Federico come “un invasato violento in evidente stato di agitazione”, come riportato durante il processo, a cui segue il rinforzo della volante “Alfa 2” con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il ragazzo risulta violentissimo, ne sono testimonianza due manganelli spezzati e le innumerevoli ecchimosi  che verranno individuate successivamente.

Alle ore 6.04 le pattuglie richiedono l’invio dell’ambulanza, a causa di un sopraggiunto malore. Federico infatti è stato ammanettato ed è immobile, sembra svenuto. Dopo numerosi tentativi di rianimazione, la morte verrà indicata per arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale.

La famiglia intanto? La tensione aumenta perché Federico non torna ancora a casa, le telefonate si succedono ma senza risposta. Pura casualità vuole che Nicola Solito, ispettore della DIGOS e amico della famiglia Aldrovandi, venga chiamato sul posto, e riconoscendo il figlio degli amici provveda ad avvisare la famiglia ancora ignara di tutto.

I sospetti della famiglia, sempre secondo la ricostruzione durante il processo, cominciano a sorgere dal riconoscimento del cadavere da parte dello zio di Federico, infermiere, che riscontra evidenti lesioni ed ecchimosi (sembra più di 54), evidentemente frutto di tutto fuorché di un malore accidentale.

A causa delle indagini lente e lacunose e della scarsa attenzione rivolta al caso, il 2 gennaio 2006 la famiglia di Federico apre un blog (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it), chiedendo che venga fatta finalmente luce su questo triste caso.

Il 20 febbraio 2006 viene depositata la perizia disposta dal Pubblico Ministero, secondo cui “la morte risiede in una insufficienza miocardica contrattile acuta […] conseguente all’assunzione di eroina, ketamina e alcol”. Altra voce quella del medico legale dei periti della famiglia, il quale dall’esame autoptico parla di “anossia posturale” causata dal caricamento sulla schiena di uno o più poliziotti.

In realtà, l’assunzione delle sostanze sovra citate non erano in grado di causare alcun tipo di arresto respiratorio, l’alcol era addirittura al di sotto dei limiti fissati dal codice della strada, la ketamina inferiore alla dose letale, l’eroina era presente in minima quantità.

Il 6 aprile 2006 giunge l’avviso di garanzia ai quattro agenti, iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Una svolta nelle indagini arriva grazie ad Annie Marie Tsagueu, camerunense e residente in via Ippodromo, l’unica a riferire di aver visto due agenti picchiare il ragazzo e manganellarlo, oltre che grida di aiuto e conati di vomito.

Molte le incoerenze all’interno del caso, quali l’assenza del PM per un sopralluogo sulla scena del decesso, il mancato sequestro dei manganelli, il ritardo della consegna del nastro con la comunicazione fra il 113 e la pattuglia, tutti elementi che porteranno all’apertura di un’inchiesta da parte della Procura di Ferrara per falso, omissione e mancata trasmissione di atti.

Molte le perizie, le testimonianze, i riscontri su cui si è dibattuto in aula, in una lotta senza esclusione di colpi. Il 6 luglio 2009 arriva la sentenza, nella quale il giudice Francesco Maria Caruso del tribunale di Ferrara condanna per omicidio colposo a tre anni e sei mesi di reclusione i quattro poliziotti indagati, riconoscendo l’eccesso colposo nell’uso legittimo di armi. Grazie alla legge dell’indulto, i quattro condannati non sconteranno mai la pena. Il 21 giugno 2012, la Corte di Cassazione conferma la condanna.

In seguito alla sentenza, come ciliegina sulla torta Paolo Forlani consegna alla bacheca di Facebook riflessioni auliche rispetto alla madre di Federico: “Che faccia da c… aveva sul tg, una falsa e ipocrita, spero che i soldi che ha avuto ingiustamente (2 milioni di euro, risarciti dal ministero degli interni alla famiglia Aldrovandi, ndA)  possa non goderseli come vorrebbe, adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie.”

La famiglia di Federico continua a lottare affinché gli agenti condannati vengano dismessi dai loro posti di lavoro (ci sembrerebbe un’ipotesi ovvia e invece purtroppo non lo è). Chi compie atti di tale violenza, ferocia, senza alcun senso della vergogna, del rispetto e meno che mai del senso di colpa, non può indossare una divisa. Il 25 settembre è capitato a Federico, domani potrebbe capitare a me, domani l’altro ai nostri figli, compagni e persone che amiamo; il controllore purtroppo non lo controlla quasi mai nessuno.

Questa comunque è una parte della storia di Federico Aldovrandi, la parte che racconta della sua morte e dell’iter giudiziario che la famiglia ha dovuto intraprendere per scoprire la verità e cercare la giustizia.

L’altra parte, per fortuna, non ci apparterrà mai, ed è quella legata ai ricordi di un bambino bellissimo, divenuto un giovane uomo, dei natali passati in famiglia, delle feste, delle serate passate con gli amici, dei progetti di una vita, dei sogni e delle tante speranze coltivate, speranze di giustizia che la famiglia di Federico continua a portare avanti con forza instancabile, forse la forza di chi aveva ancora tanto, troppo amore da dare.

Una carezza, Federico, una carezza e un pensiero a ogni figlio, a ogni genitore, con la speranza che la vita riservi loro il meglio, ma soprattutto tanto amore, insieme.
Lino Aldrovandi

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Stalking: termine nuovo, storia vecchia.

La violenza sulle donne purtroppo è sempre esistita, ma la percezione è che da qualche anno sia in aumento. Da un po’ di tempo sentiamo un termine nuovo – stalking – che indica una serie di comportamenti molesti, assillanti e continui di una persona nei confronti di un’altra persona, perseguitandola e facendole generare ansia e paura. Appostamenti nei pressi del domicilio o degli ambienti comunemente frequentati dalla vittima, invio invadente di lettere, biglietti, SMS, scritte sui muri oppure atti vandalici con il danneggiamento di beni… cose del genere sono considerate atti provocatori e chi li attua è un persecutore. Lo stalking si differenzia dalla semplice molestia per l’intensità, la frequenza e la durata dei comportamenti. Non si può parlare di stalking, invece, quando i messaggi sono indesi derati, ma di tipo affettuoso. In questo caso, per parlare di stalking, i messaggi devono essere molto frequenti e non occasionali. Spetterà poi al giudice, in sede penale, decidere se sia possibile o meno parlare di stalking.

La maggior parte delle volte lo “stalker” è un conoscente della vittima: un collega, un ex collega, un ex compagno. Di solito si tratta di persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale. Ci sono anche degli stalker affetti da disturbi mentali, ma questo è il caso meno frequente.

Secondo il CPA (Centro Presunti Autori), oltre il 50% dei persecutori ha vissuto almeno una volta nella vita l’abbandono, la separazione, un trauma psicologico dal quale non è riuscito a riprendersi, e può rientrare in una di queste categorie: il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi; il “bisognoso d’affetto”, desideroso di avere una relazione sentimentale, il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking di breve durata; il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler vendicarsi dopo un rifiuto; il “predatore”, che ha prevalentemente scopi sessuali.

Tuttavia non esistono soltanto stalker uomini. Nel 2009, secondo il Dipartimento di Giustizia inglese, in base ad alcune denunce, il 43% di stalker è costituito da donne; inoltre, lo stalking non avviene soltanto nella relazione di coppia (anche se questo è il caso più frequente), ma anche in famiglia e sul posto di lavoro. Queste statistiche furono anche pubblicate dal giornale inglese The Guardian nel 2010 e furono oggetto di diverse polemiche.

Esistono anche i falsi abusi. Questi, nel 2004, sempre secondo il CPA, riguardavano circa il 70% delle denunce e provenivano da persone che soffrivano di delusioni personali.

In Italia, il decreto Maroni emanato il 23 febbraio 2009, introduce nel Codice Penale il reato di “atti persecutori”, stabilendo la reclusione da sei mesi a quattro anni, ai quali si deve eventualmente aggiungere l’aumento di pena in caso di recidiva e se il soggetto perseguitato è un minore. Questa fattispecie di reato è procedibile con una denuncia della vittima, salvo casi in cui la stessa vittima è un minore, un disabile oppure quando lo stalker è già stato ammonito dal questore. In questi casi è prevista la procedibilità d’ufficio. In realtà, molte volte le donne non denunciano i loro persecutori per paura oppure perché legate a loro sentimentalmente. Questo però è un comportamento sbagliato delle vittime, perchè non denunciando danno la possibilità agli stalker di continuare nelle loro manie persecutorie. Spesso le minacce, gli appostamenti, le offese, sfociano in qualche caso perfino nell’omicidio.

L’unico modo per cercare di fermare questa spirale di violenza è quello di denunciare gli stalker e mettere fine a quest’incubo che, il più delle volte, condiziona psicologicamente la vittima per tutta la vita.

Essere donna nel mondo

Oggi è l’8 marzo. Del 2012.

In Afghanistan il 90% delle donne è analfabeta e viene quotidianamente privato dei più elementari diritti. Violenza domestica, abusi, rapimenti, matrimoni forzati, stupri ed esclusione dalla vita pubblica sono all’ordine del giorno. Una condizione che determina un’allarmante crescita dei suicidi fra le ragazze. (Fonte: www.rawa.org).

Un proverbio dell’Arabia Saudita recita “Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”; in un territorio in cui le donne non possono andare in bicicletta nelle strade pubbliche né guidare un’automobile. In uno stato dove la “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio” – ovvero la polizia religiosa che controlla il rispetto delle norme della Sharia – ha il diritto di decidere l’abbigliamento di una donna e persino di ordinarle di coprirsi gli occhi qualora risultassero troppo sensuali. (fonte).

In Brasile l’organizzazione CFEMEA denuncia che ogni 15 secondi una donna è vittima di un’aggressione, e in Nicaragua, tra il 1998 e il 2008, sono stati denunciati oltre 14.000 casi di violenza sessuale, due terzi dei quali ai danni di ragazze che avevano meno di 17 anni, dove i carnefici sono perlopiù familiari o conoscenti. (Fonte: www.amnesty.it). Nell’intera America Latina inoltre, circa 5 milioni di donne sono oggetto di tratta nei fiorenti mercati intra-regionali per il commercio di persone. (Fonte: www.deltanews.net).

In Senegal migliaia di donne subiscono la mutilazione genitale femminile; la mortalità materno-infantile è altissima e circa il 70% delle studentesse abbandonano la scuola a causa di maternità e matrimoni precoci (Fonte: http://www.cospe.org).

La tradizionale pratica della mutilazione genitale femminile viene infatti praticata in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, ledendo fortemente la salute psichica e fisica di coloro che la subiscono: circa 130 milioni di donne nel mondo, con 3 milioni di bambine a rischio ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Fonte: http://www.wikipedia.org).

Nel libro “Schiave”, di Anna Pozzi, viene poi denunciata la tratta di donne provenienti soprattutto dall’Africa sub-sahariana, destinate a incrementare un traffico di prostituzione che ogni anno, secondo le Nazioni Unite, frutta alle organizzazioni criminali circa 32 miliardi di dollari. Giovani strappate alle loro famiglie e costrette a prostituirsi dietro la minaccia di violenze fisiche e psicologiche.

In Europa una donna su quattro è vittima di violenze (fonte), mentre in Italia una recente sentenza ha riconosciuto delle attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. In un paese in cui sono stati accertati 651 femminicidi in cinque anni, dal 2007 al 2011, di cui novantadue nei primi nove mesi dello scorso anno. (fonte).

Violenze e soprusi a cui si aggiungono le discriminazioni in ambito sociale e lavorativo. Considerando l’attività complessiva svolta dalle donne, si calcola che in Africa, Asia e America latina esse lavorino in media il 30% più degli uomini, senza che il loro lavoro sia proporzionalmente remunerato né riconosciuto nel suo reale valore. 
E anche nell’Unione Europea si calcola che le donne guadagnino in media, a parità di lavoro, un quarto meno degli uomini: in Grecia, il salario femminile è in media il 68% di quello maschile; in Olanda e Portogallo rispettivamente il 70,6% e il 71,7%; in Belgio, l’83,2%; in Svezia, l’87%. (fonte).

E si potrebbe continuare coi tassi d’occupazione femminile, la rappresentanza politica nei parlamenti, o anche solo accendere la tv e sbirciare un cartellone pubblicitario per rendersi ancora più conto di quanto sia importante oggi celebrare le donne e ricordarsi di quanta strada ci sia ancora da fare…

Un maschilismo latente che domina anche le grandi religioni monoteiste che hanno plasmato le culture a loro immagine e somiglianza. Dove la Bibbia recita “Poi disse alla donna: moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze; partorirai i figli nel dolore, tuttavia ti sentirai attratta con ardore verso tuo marito, ed egli dominerà su di te” (Libro della Genesi – Gen 3, 16), mentre nella Sura IV del Corano, il versetto 34 afferma: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse”.

Giusto per ribadire come cambino i continenti, cambino le religioni e cambiano i tempi, mentre la complessità dell’essere donna rimane una triste costante del genere umano.

Le Donne hanno la “D” maiuscola

[stextbox id=”custom” big=”true”]Una nuova autrice su Camminando Scalzi

Diamo il benvenuto ad Agostina D’Alessandro, giornalista pubblicista. Dirige il settimanale modenese on line www.dabicesidice.it  e collabora al mensile InPiazza di S. Giovanni Lupatoto(VR) e al bimestrale I Carristi.
A fondo articolo trovate una nota con le sue pubblicazioni. Buona lettura![/stextbox]

Non scrivo questo articolo solo perché siamo a ridosso del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza alle donne. Esso è motivato anche da un brandello di discorso, captato casualmente, fra due amici; discorso che mi ha semplicemente indignato. Parlavano di una donna, una conoscenza comune,  con il primo che chiedeva all’altro: “ma cosa le hai fatto, che ce l’ha tanto con te?”, e con il secondo che, tutto ammiccante e tronfio, rispondeva “cosa  non le ho fatto, vorrai dire, eh eh…”, ponendo esageratamente in evidenza quel “non”, dicendo poco e facendo intendere molto, gettando così  il seme della calunnia, una delle tante forme di violenza nei confronti di una donna.

Oggi, anche la ricorrenza del 25 novembre rischia di essere assimilata alla categoria degli eventi inutili; non nelle intenzioni, certo, ma negli effetti.

Perché fino a quando non si muteranno radicalmente – sia nell’anima degli uomini sia in quella delle donne – pensieri, atteggiamenti, tracotanti certezze, questa, come ogni altra lodevole iniziativa, non servirà a nulla.

Ho già avuto modo di parlarne,  in altre occasioni e in altra sede, attirandomi talvolta critiche, altre volte ricevendo  sguardi di compatimento, quelli per intenderci che “chi tutto sa” riserva ai minus habens mentali… Ma non importa. Ribadisco che anche le migliori iniziative sono destinate a rimanere una semplice esercitazione del diritto a creare virtuose associazioni dai fini più elevati, se non si cambiano le persone.

Perché, paradossalmente, appena smessi gli abiti dei volenterosi e sinceri sostenitori di giuste cause, si ritorna quelli di sempre. A che serve festeggiare un platonico “otto marzo” quando poi si tollera che ancora dei datori di lavoro facciano firmare segrete “dimissioni in bianco” da rendere operative in caso di gravidanza… O ancora, che ci sia chi pensa bene di selezionare il personale femminile per  promozioni e avanzamenti  preferibilmente fra le componenti  più disinvolte… Oppure,  per lo svolgimento del medesimo lavoro, ci sia chi paga alla dipendente donna uno stipendio inferiore. Sono piuttosto critica poi, anche riguardo alle cosiddette quote rosa, che impongono per legge una percentuale di presenza femminile. Senza ricorrere a metafore stantie, con le donne considerate alla stregua di qualche animale da tutelare in quanto incapace, trovo avvilente per l’intelligenza, per il merito, per il talento, per la tenacia, per la volontà, per il coraggio, per la passione, e soprattutto per la dignità di una donna, che essa debba a una imposizione legale il diritto a entrare nel mondo del lavoro o ad avere potere decisionale.

La donna stessa, talvolta, è colpevole della sua condizione di insostenibile sudditanza nel mondo del lavoro, nella società, in famiglia.

C’è poi, grave più di ogni altra cosa, la violenza fisica che vede la donna vittima.

Io, troppo giovane per appartenere agli storici gruppi femministi, troppo vecchia per esserlo in quelli nati nell’ultimo decennio, forse anche troppo indipendente intellettualmente per condividerne totalmente i precetti, ho tuttavia maturato una mia personale fede che forse non è femminista secondo i canoni comuni, ma ha della donna uno straordinario concetto.

Dico sempre che le donne sono custodi di saggezza, forze trainanti, fuochi di passione, scrigni di dedizione. Capaci di sublimi eroismi e luciferine crudeltà. Questo è il nostro preciso ritratto. Per nulla al mondo avrei rinunciato al privilegio di nascere donna.

Per questo sono accanto a tutte le donne vittime della violenza – morale e fisica – entrambe  inaccettabili e atroci, per le quali si chiedono impegni precisi  nella prevenzione e nella punizione. Troppe volte le vittime rimangono senza giustizia e senza pietà.

Ago D’Alessandro Zecchin
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Nota sull’autrice:
Agostina D’Alessandro Zecchin ha pubblicato:

– Segnalibro a pagina 15– 2005 e 2007       Ed.Seneca
– Cara esperta ti scrivo, Vol.I -2006           Ed.Seneca
– Cinque monete d’oro-2006                     Ed.Kimerik
– Cara esperta ti scrivo Vol.II -2008           Ed.Il Piccolo Prisma
– Il cavallo con i piedi nell’acqua– 2008      Ed.Phasar
– …di carta e d’aria… -2010                      Ed. Il Piccolo Prisma

I Diritti d’Autore di ogni libro sono devoluti a favore del Fondo Assistenza orfani della Polizia di Stato, in memoria della figlia Alessandra Zecchin, scomparsa nel 2003.  (note biografiche tratte  da dal sito Zam.it)

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E' tutta questione di genere

Al suono di “Se non ora quando” si è avviata una nuova stagione del femminismo italiano, che si sta  nutrendo sempre più di manifestazioni, eventi culturali, volti a dare voce a quelle donne che non si sentono per niente rappresentate dalla cultura attuale, ancor meno dalla politica e dai mezzi di comunicazione.

Sempre valide ma poco al passo con i tempi, le idee del femminismo italiano si erano fermate storicamente agli anni ’70, agli slogan de “l’utero è mio e io lo gestisco”, mentre a livello effettivo ci erano rimaste le sempreverdi Jo Squillo e Sabrina Salerno al grido di “siamo donne, oltre le gambe c’è di più”.

Ora che anche le più giovani avvertono, a ragione, l’esigenza di sentirsi rappresentate, di trovare un’identità comune in cui riconoscersi, appare fondamentale un rimando a quelli che sono le origini, il rimando al genere.

Gli studi di genere propongono un approccio multidisciplinare legato al significato di identità di genere. Nati negli anni ’80, gli approfondimenti sul genere traggono spunto dagli studi sul femminismo, in correlazione agli studi sull’omosessualità , e dalla filosofia francese che ebbe come maggiore esponente in quegli anni Jacques Derridà.

Parlare di studi di genere non comporta l’affrontare una disciplina, quanto piuttosto una modalità interpretativa che si sta sviluppando soprattutto negli ultimi anni, attraverso diverse discipline, e che si focalizzano sullo studio dell’identità del soggetto.

La distinzione originaria che viene posta in essere è quella tra sesso e genere, individuando nel primo una demarcazione di tipo biologico, nel secondo invece la rappresentazione di atteggiamenti e comportamenti, proprie della visione di mascolinità e femminilità, definiti dalla cultura di appartenenza. A ciò è correlato anche il ruolo di genere, quindi la modalità di esteriorizzare la propria identità maschile o femminile.

Il genere non è un drammatico destino a cui andare incontro, poiché a partire dalla dimensione biologica, data dalla nascita, l’identità di genere viene costruita, delineata, rappresentata nel corso del tempo.

A tal proposito la filosofa femminista Simone de Beauvoir afferma: “non si nasce donna, vi si diventa”.

Da sottolineare come gli studi  femministi d’esordio  rispondevano all’immagine di donna bianca, mediamente benestante, con una cultura discreta. Questo elemento ha fatto sì che gli studi di genere avessero un grande seguito soprattutto nei Paesi più poveri, meno occidentalizzati, in cui si è cercato di offrire, attraverso questo tipo di cultura interpretativa, un’analisi che appartenesse anche alle cosiddette “subalterne”, vittime di una cultura poco emancipante. Non a caso una delle più grandi studiose del genere è stata Mahasweta Devi, indiana di lingua bengali, che nei suoi testi racconta un’India diversa da quella del nostro immaginario, che per lo più arriva ai film di Bholliwood e a Sandokan, che oltretutto era la tigre sì, ma della Malesia.

Gli studi di genere sono stati e restano il caposaldo per una nuova visione interpretativa, in cui siamo noi, donne e uomini, a fare la differenza, con il nostro modo di vivere la cultura, senza che essa ci venga imboccata col cucchiaino.

E forse tra l’inno “tremate, tremate le streghe son tornate” , e le immagini poco edificanti di signorine che passano con versatilità dal letto alla poltrona politica e viceversa, ci siamo noi, le ragazze che lottano nel quotidiano, che si impegnano e ogni tanto si disimpegnano anche, affinché “non più puttane, non più madonne, ma finalmente donne”.

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Cronaca di una giornata di rivolta (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”] Pubblichiamo oggi la seconda parte dell’articolo di Alessandro Grassi sulla manifestazione NO-TAV in Val Susa. Trovate la prima parte dell’articolo a questo link[/stextbox]

Arrivo a casa la sera dalla Val Susa e mi fiondo su internet per leggere della giornata a cui ho partecipato, ma subito la rabbia mi prende: i giornali principali si schierano senza se e senza ma, riproducendo in pieno il volere bipartisan che appoggia la TAV. Dal PD al PDL uniti contro i NO-TAV, così come da Repubblica al Giornale la differenza è poca.

C’erano terroristi? Non credo proprio. Quel che ho visto è la popolazione di una valle che supportata da attivisti e attiviste o cittadini e cittadine ha cercato per l’ennesima volta di far sentire le proprie ragioni. Una popolazione che con la propria attività politica ha già dimostrato che costruire un sistema differente e fondato sulla partecipazione dal basso – come è quello dei comitati NO-TAV – è possibile.

Quando sui giornali si parla di violenza lo si fa in maniera sempre semplicistica e tutta la complessità del reale viene ridotta alla semplice e tremenda domanda: “Siete con me o siete contro di me?” spesso nascosta dalla più politically correct: “Siete violenti o siete pacifici?”.

È così che queste dicotomie dividono con un taglio netto l’esistente, spartendo e distribuendo le categorie del discorso politico dominante senza appello o da una parte o dall’altra. Abbiamo così forze dell’ordine, Stato, democrazia, legittimità, rappresentanza, partiti, informazione, obiettività tutti schierati dal medesimo lato, ovviamente quello della non-violenza, della giustizia e del buon senso, mentre chiunque si opponga a questa divisione netta tra bene e male, chiunque cerchi di complicare la questione per esempio rompendo la catena che lega democrazia a rappresentanza, informazione a giornali, giornali a obiettività, forze dell’ordine a legittimità o qualsiasi delle altre possibili combinazioni, automaticamente ricade – nel discorso pubblico dominante esercitato dai soggetti che incarnano e che promuovono quella catena di termini – nell’infausto lato sbagliato della barricata. Quello dei violenti, dei facinorosi, terroristi per l’appunto o forse peggio idealisti, utopisti, gente che non conosce il mondo, che non parla del reale, sovversivi, black bloc. Il black bloc, realtà fittizia creata dai giornali e dalla disinformazione di Stato, diventa il soggetto che incarna tutto quanto di negativo può esserci.

Il gioco della disinformazione è sottile. La logica è questa: per prima cosa esistono un bene e male nettamente distinti, eternamente definiti in teoria ma in pratica definiti da soggetti che ricalcano su di sé la categoria bene. Come dire: se un poliziotto comanda dirà che il bene è la polizia. Oppure se chi comanda dice che la polizia è il bene allora automaticamente inizierà a dire di essere la polizia. Il movimento è doppio, si muove in sensi diversi contemporaneamente e in questo doppio movimento rafforza e definisce reciprocamente i due poli attraverso cui si articola, legandoli sempre più strettamente: nell’esempio polizia e bene. Al contempo affermerà che tutto ciò che è male non è lui e che tutto ciò che non è lui è male. A seconda di una priorità descrittiva o normativa. Per cui il non-poliziotto, il violento (perchè lui ovviamente ha deciso di definirsi come non-violento) l’illegittimo (il legittimo è solo lui, legittimato da se stesso secondo un circolo vizioso), tutto questo è il black bloc. Un’etichetta pronta da applicare a chiunque si opponga. Ma il black bloc non è un semplice dato inerte, si sta facendo disinformazione, l’ottica normativa è dominante.

Si tratta di quella forma di assoggettamento che passa attraverso la soggettivazione. Il black bloc non può essere presentato come un semplice dato descrittivo, un semplice “diverso da sé”, esso viene dotato da chi lo definisce di una forza autonoma, di soggettività propria che afferma sé stessa. Ecco quindi che il black bloc è un soggetto vivo che fa cose, fa cose che hanno a che fare con la politica, quindi che fa parte in qualche modo di un’organizzazione, di un gruppo organizzato che, data la ferrea applicazione delle dicotomie che organizzano il discorso, ha come scopo dichiarato la sovversione e quindi la violenza, la violenza a prescindere, sia ben inteso. Ebbene li ho visti coi miei occhi: i vecchi della Val Susa sono sicuramente dei Black Bloc. Hanno rotto troppe catene di parole, troppi legami ferrei. Bastava essere là per capire che dietro quanto facevano c’era un chiaro disegno sovversivo. È indiscutibile che se l’ordine del discorso è quello del potere, senza ombra di dubbio i NO-TAV sono sovversivi.

I dati poi sono incontrovertibili, è proprio come scrive Repubblica: i manifestanti nel bosco applicavano tattiche militari studiate con cura: quando la polizia caricava, scappavano indietro e poi quando la polizia si fermava andavano avanti. Tutto sommato è bello scoprire di essere dotati di un innato addestramento militare.

Eppure è semplice complicare i discorsi e spezzare le catene di parole se si fa attenzione a quanto ci circonda. Certo ci si avventura su un sentiero sconosciuto ma non certo più pericoloso di quelli che ho percorso sotto il lancio di lacrimogeni.

Quindi, forse, porsi delle domande senza paura, come i Valsusini, è la cosa più importante. Dopotutto se lanciare un sasso è sicuramente un gesto violento, non è altrettanto evidente che lanciare un lacrimogeno urticante, arma chimica a tutti gli effetti, sia più violento? Un manganello non implica violenza? La militarizzazione non è violenza? L’astrazione può proseguire e con essa aumenta anche il grado di violenza fisica: la precarietà non è violenza?

La violenza è un problema? Di sicuro, di qualsiasi genere essa sia. Ma non tutto è indiscriminatamente uguale. Le variabili da considerare sono infinite. Chi comincia, chi non comincia, come si comincia, come si continua, da che posizione si esercita violenza, cosa porta a esercitare violenza, eccetera eccetera. Risposte chiare e distinte non ne ho, ma sarebbe bene che tutti si ponessero certe domande prima di lanciare giudizi sconsiderati, perchè poi ci potremmo accorgere che il prezzo pagato sarà troppo alto.

Cosa voglio dire? Se i NO TAV, indubbiamente cittadini che agiscono secondo quanto credono sia giusto fare per l’interesse loro e di tutti, sono dei terroristi, allora cosa ci perdiamo? Cosa assecondiamo? La risposta è che avvaliamo la volontà conservativa di un potere che tende, attraverso i discorsi e la forza bruta a stringere sempre più le maglie del controllo fino a identificare qualsiasi spinta al cambiamento come una minaccia da stigmatizzare col marchio della sovversione. Ci perdiamo la possibilità di cambiare.

Dopotutto la conflittualità è normale, anche quella tra Stato e cittadini, ma se lo Stato sceglie di risolvere questa conflittualità manu militari, se lo Stato decide che è pronto a scontrarsi con la popolazione costi quel che costi, senza mezze misure, allora come si fa?

Sì gli anziani della Val Susa sono sovversivi, ma che male c’è? Per Bacco, essere sovversivi come loro, essere rivoluzionari quando è diventato negativo?! Non sarà mica questo il mondo che tutti desiderano!

Chiedersi se i NO TAV sono diventati un movimento violento dopo domenica senza un’attenta riflessione sull’uso dei termini significa entrare automaticamente nel discorso dominante che lega violenza a black bloc, a illegalità, a ingiustizia, a illegittimità e a qualsiasi attributo che il buonsenso potrebbe farci ripudiare. Eppure i NO TAV son brava gente che si preoccupa per la valle. Se preoccuparsi della valle e dell’ambiente in cui si vive e dei costi sociali ed economici di certe opere è da sovversivi, da terroristi rivoluzionari beh… Forse anche io sono un black bloc. Forse nella mia solitudine faccio parte di un’organizzazione e nemmeno me ne sono accorto.

Di nuovo il movimento del pensiero è scontato, perchè farsi quella domanda: “sono diventati violenti?” automaticamente implica una sola possibile risposta: “sì, sono diventati violenti” perchè se la violenza coincide con l’illegittimità che coincide con la illegalità tout-court, che coincide con tutto ciò che non è Stato e in questo caso polizia, allora evidentemente i NO TAV rientrano nella categoria. Non solo, tutto ciò implica automaticamente anche la soluzione pratica: “Sì, sono violenti, sono antidemocratici, non possono essere tollerati”. E cosa succede se non possono essere tollerati? Mandiamo la polizia a menarli legalmente. Ma, paradosso, questo lo decidiamo solo dopo che la polizia ha già fatto tutto. Meglio della guerra preventiva di Bush. Qui la prevenzione è massima: prima si fa la guerra ma solo dopo si decide di farla. Perchè comunque sono dei violenti: la prova che sono violenti è che dopo che è stata mandata la polizia a militarizzare la zona e lanciare lacrimogeni, loro hanno reagito. Se non fossimo persone di buon senso verrebbe quasi da meravigliarsi!

Son andato in Val Susa per capire, per farmi un’idea di quanto stava succedendo. Ho trovato uno scenario da “imperialismo”. Una popolazione, che poteva essere africana, piuttosto che indocinese, si è trovata nel mezzo di giochi più grandi di essa, gestiti da cricche di potere e da movimenti economici che non guardano in faccia a nessuno. Loro hanno detto di non essere d’accordo, la soluzione è stata l’azione militare. Il diritto al dissenso non può rimanere un semplice palliativo, deve avere un corrispettivo pratico. L’insorgere delle persone contro l’oppressione di cui si son sentite oggetto è un gesto nobile e ammirevole quanto la preoccupazione che dimostrano per il territorio e per la riproducibilità e sostenibilità dell’organizzazione sociale. A Chiomonte si è visto il volto oscuro dell’organizzazione Statale di cui facciamo parte. Non è questione di dire se lo Stato sia un bene o un male a priori, ma di capire nello specifico cosa di negativo possa fare per poter evitare che lo faccia. La cosa che conta è che in questo momento un potere che a parole dovrebbe garantire diritti e libertà porta sofferenza e oppressione. È diventato un potere violento. E la violenza, ci hanno insegnato, non può essere tollerata.

In Val Susa hanno deciso di opporsi a tutto questo. È una storia lunga quella dello spirito ribelle della valle, dagli eretici contro la Chiesa ai partigiani contro il nazismo. Se abbiano mai perso non si può dire. I Valdesi ancora ci sono e i partigiani hanno cacciato i nazisti da tempo. Sono sempre loro e ora li chiamano NO-TAV. È su un cavalcavia che leggo una scritta che è un ammonimento per tutti coloro che vogliono imporre la propria legge con la forza: “Benvenuti in Vietnam”. Il problema per ognuno di noi che non siamo chiamati direttamente a partecipare al loro movimento è come al solito chiedersi “che fare?” oppure, ora che sappiamo cosa si dice quando si parla di violenza, ora che sappiamo che le catene di parole possono essere spezzate, smontate e rimontate e che certe catene implicano certi discorsi, ora, solo ora, possiamo accogliere la domanda che ci viene posta quando ci viene chiesto se si è a favore o contrari alla violenza, ora sì possiamo chiederci “da che parte stare?”.

Benvenuti in Vietnam.

 

Cronaca di una giornata di rivolta (parte 1)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi
Pubblichiamo oggi la prima parte dell’articolo di Alessandro Grassi alla sua prima collaborazione con la blogzine. L’articolo è accompagnato dalle foto scattate da Alessandro in Val Susa.[/stextbox]

Hanno proprio ragione i valligiani di Susa a scrivere sulle proprie magliette “la paura qui non è di casa”.

Poche cose riescono a suscitare un consenso bipartisan così vasto come la linea TAV Torino-Lione, tanto da indurre lo Stato a schierare 2000 agenti (duemila! Quanti sono i carabinieri in Afghanistan?). Loro, il popolo della valle, hanno contro tutti i poteri che contano, ma paura non ne hanno. Così come non ne hanno avuta i manifestanti, autoctoni e non, che hanno assediato quella che un tempo era la Libera Repubblica della Maddalena e ora è zona militare occupata dalle forze dell’ordine. Domenica hanno legittimamente provato a liberarla, ma sapevano che sarebbe stato impossibile. L’obiettivo dichiarato – “dare un segnale forte” e “assediare” le recinzioni – però, è stato raggiunto.

Poiché i giornali mainstream faticano a riportare le dinamiche della protesta, questo è il mio racconto della giornata di rivolta che ha animato una valle intera nel nord-ovest italiano.

Sono arrivato a Susa sabato mattina e da subito mi son accorto che l’aria che si respirava era diversa, ma non era solo l’assenza dello smog romano e il bel paesaggio naturale che mi circondava. La solidarietà degli abitanti della valle ai manifestanti forestieri la sperimento in prima persona. Appena arrivato sono tutti felici di dare informazioni e una signora spontaneamente si offre di dare un passaggio a me e ad altri ragazzi fino al presidio NO TAV di Venaus. In macchina ci racconta dello sgombero della Maddalena, della violenza dei poliziotti e della propria decisione a non lasciare costruire la TAV. Tutti sapevano che l’indomani sarebbe successo “qualcosa di grosso”, che ci sarebbe stata l’ennesima battaglia in una lunga serie che ha visto questo territorio come teatro.

Domenica mattina mi sveglio presto al presidio. Faccio colazione e rimedio un passaggio da due emiliani fino a Exilles, uno dei tre concentramenti da dove partirà un corteo. Dovrebbe essere lo spezzone più numeroso e quello più istituzionale e pacifico. Da Exilles ci si dirige verso Chiomonte (da dove parte un altro corteo che confluisce). È in questo corteo che l’incontro surreale con una anziana signora, che potrebbe essere una predicatrice eretica di secoli remoti, preannuncia che sarà dura. Regge un bastone con in cima un crocifisso e nell’altra mano una statua della Madonna e mi  dice che protestare contro la TAV “è giusto”, perchè la Madonna vuole pace e amore e giustizia divina, che ci sono dei diritti da rispettare e la TAV non li rispetta. Poi precisa: “anche l’apocalisse è pace e amore”. Non so in che senso lo intendesse ma ora è difficile pensare che non fosse un presagio di quanto poi è successo.

Durante il corteo incontro altri Valsusini di tutte le età, in testa ci sono sindaci e bambini. È bello parlare con loro, ci tengono alla loro valle e alla loro lotta. Sono cinque chilometri nel punto in cui la valle è più larga: due statali, un fiume, una linea ferroviaria sottoutilizzata e un’autostrada già poco desiderata, un’altra ferrovia ad alta velocità per portare le merci da Lisbona a Kiev, costosa e inutile, non la vogliono. Per non parlare dei costi sostenuti da tutto lo Stato e dalla mancanza di evidenti benefici che dovrebbero costituire l’interesse nazionale.

Il corteo prevede la discesa fino a Chiomonte per sfilare davanti alla centrale elettrica (dove c’era la barricata che proteggeva la Libera Repubblica della Maddalena), io però mi sfilo prima e al bivio per Ramats salgo i monti deciso a imboccare uno dei sentieri che porta giù alle recinzioni che circondano il cantiere dei lavori. Dal corteo si staccano in molti. Arrivo in cima a Ramats, alla frazione Sant’Antonio, dove ci sono già tanti manifestanti che si preparano per scendere. Indossano caschi e tengono maschere antigas intorno al collo. “Violenti organizzati”, diranno le malelingue, giornalisti che forse nemmeno erano presenti, ma come biasimare quelli attrezzati dopo lo sgombero della settimana prima? Tutti sapevano che le forze dell’ordine ci avrebbero sommerso di gas lacrimogeni; non quelli normali: il CS, vietato in guerra, che ti toglie il respiro, brucia la pelle e ti entra in gola fino a farti vomitare. Di lì a poco anche io avrei pregato in ginocchio per avere una maschera.

I sentieri per scendere al cantiere sono due, uno più lungo e leggermente più largo e uno più esposto e più stretto. Decido di prendere il secondo, perché da lì si riesce a vedere il cantiere e l’autostrada (chiusa al traffico dalla mattina). Mentre scendo l’elicottero svolazza intorno alle montagne con il suo incessante rumore che proseguirà per tutto il giorno. Scendere il sentiero è emozionante, non mi era mai capitato un corteo “di montagna” e non si può certo rinunciare a questa esperienza. All’inizio non ci sono alberi intorno e infatti riesco a vedere l’imponenza dello schieramento dei carabinieri più in basso. C’è anche la forestale, la finanza e i cacciatori della Sardegna, corpo speciale capace di muoversi tra i monti, chiamato apposta per la situazione. Mano a mano che si scende però si capisce che non si tratta di una piacevole scampagnata tra i boschi.  Il sentiero è tortuoso e si addentra nel bosco, inizio a sentire puzza di lacrimogeno e i botti si ripetono costantemente. Gli scontri, giù al cantiere, sono iniziati dalla mattina. Altri due concentramenti, da Giaglione e da Ramats, si sono diretti attraverso la vegetazione all’assalto delle recinzioni. La polizia è sotto assedio già da diverse ore quando arrivo. Siamo incolonnati e ci avviciniamo a un bivio da dove si può scendere per la recinzione. Da lì salgono manifestanti con gli occhi gonfi e le facce impaurite; tutti che dicono “non scendete se non avete le maschere, ci sono i poliziotti che appena vedono qualcuno avvicinarsi sparano lacrimogeni”. Tutti ripetono questa cosa e si decide allora di proseguire e scendere alle recinzioni più avanti. Cammino ancora un po’ dietro gli altri in fila indiana, si sale e poi si prosegue per un bel pezzo alla medesima altezza, infine si scende. Di nuovo lo stesso scenario, ma questa volta sono in tanti a risalire, tanti quanti quelli che scendono. Di nuovo lo stesso mantra: “non scendete”. Mi sembra di andare incontro all’orrore del colonnello Kurtz discendendo un sentiero tortuoso invece che risalendo un fiume. Si respira aria di lacrimogeni invece che di napalm.

La quantità di gente che cammina per i sentieri è impressionante. Migliaia, tra quelli che salgono e quelli che scendono a dare il cambio agli assedianti stremati. Le raccomandazioni di coloro che salgono, che già hanno visto e respirato la potenza delle forze armate, valgono a poco. Alcuni si fermano ed esitano ma molti continuano. Una colonna infinita muove decisa e quando i cori fanno tremare la foresta al grido “giù le mani dalla val Susa!” il cuore si ferma nel petto.

I lacrimogeni iniziano a fare effetto e penso di essere ormai prossimo al cantiere ma in realtà solo più tardi mi accorgo di essere ancora molto in alto e che i lacrimogeni riescono ad arrivare in quel punto perchè sparati direttamente dall’elicottero che continua a volare sopra le nostre teste.

Ci si addentra sempre di più. A volte ci si ferma per aspettare che l’aria si pulisca dai gas e poi si procede. Si scende e alla fine si arriva a uno spiazzo dove avvengono gli scontri.

Qui, mi dicono, la mattina c’era la polizia, ma è stata respinta. Le recinzioni sono state tagliate e parte del cantiere è stato anche riconquistato. Poi la polizia ha ripreso terreno ma non è in grado di dissolvere la forza dei manifestanti. Si limitano a sparare lacrimogeni a raffica, senza sosta per tutta la mattinata, anche se nel pomeriggio, probabilmente mossi dal timore di rimanere senza, ne riducono l’uso. Non so se è a causa dell’abitudine o meno, ma anche l’effetto dei lacrimogeni sembra diminuire, tanto da farmi pensare che forse gli ultimi non erano del medesimo tipo dei primi che erano veramente intollerabili.

Scendendo dal sentiero, superando gente intossicata o che si riposa mangiando un panino negli spiazzi prima di tornare a manifestare, il fondo del sentiero è ancora parte del bosco e delimitato da alte rocce. Tra queste una strettoia è il punto per accedere al cantiere e fronteggiare la polizia. Lì si concentrano i manifestanti e da lì arrivano i lacrimogeni sparati ad altezza uomo direttamente addosso alle persone, oppure lanciati alle spalle in modo che a volte ci si ritrova con la polizia davanti e il gas dietro. Si tratta di proiettili a grappolo che una volta toccato terra si dividono in diverse cartucce che saltano tutto intorno. Per fortuna molti manifestanti sono attrezzati con guanti spessi abbastanza da poter prendere in mano le cartucce e lanciarle indietro oppure abbastanza svelti da coprirle con terra e foglie.

Dai manifestanti in risposta vengono lanciati sassi alla polizia, non si fatica a ritrovare materiale nel sottobosco. Le forze dell’ordine non si tirano certo indietro dal rispondere allo stesso modo: lanciano pietre dall’alto dell’autostrada. Forse proprio a questo si riferisce Maroni quando parla di “tentato omicidio”.

A un certo punto mentre questo caos mi circonda, le urla della gente e i botti degli esplosivi rimbombano, e una scena quasi surreale mi si presenta davanti agli occhi. Dal monte scende una banda mentre la rivolta imperversa. Sono vestiti di rosa acceso, con paillette luccicanti, la cosa più fuoriluogo che potesse comparire. A quel punto anche i carabinieri che cantano la canzone di Topolino o Mary Poppins che scende dal cielo con un ombrello sarebbero stati normali. I musici attaccano a suonare i loro tamburi, ma dura poco. Ci sono i feriti e il loro suono copre anche le urla di chi chiede un medico, quindi vengono fatti smettere. I manifestanti sono tutti pronti a soccorrersi a vicenda, i feriti vengono medicati e portati via dal campo di battaglia.

Si continua così, si alternano avanzate dei manifestanti con scariche più dense di lacrimogeni che costringono tutti ad allontanarsi. Avanti e indietro in continuazione. La polizia fatica evidentemente a tenere a bada i manifestanti. A un certo punto, forse pensando a una azione risolutiva, decide persino di avanzare con una ruspa. Poi segue una violenta carica, ma mentre osservo da una posizione laterale, si capisce subito che è una brutta idea. La polizia mette in fuga i manifestanti nello spiazzo e si trova così al centro di una sassaiola proveniente dalle posizioni sopraelevate in cui costringe i NO-TAV. L’unica soluzione che rimane loro è quella della fuga, disordinata e per questo pericolosa, tanto pericolosa che uno “sbirro” viene catturato. Subito viene circondato e spogliato delle armi. Poi viene lasciato andare. Si accende un dibattito, molti avrebbero voluto tenerlo per trattare il rilascio dei fermi.

Il fatto che i manifestanti siano in possesso di una pistola delle forze armate non lascia tranquilli i rappresentanti dello Stato e quindi si aprono persino delle trattative per riavere indietro l’arma. Trattative che scemano nel nulla. Scopro solo il giorno dopo che la pistola sarà restituita, senza caricatore, la sera stessa. Nel frattempo i manifestanti sono stanchi e la pausa dai lacrimogeni della polizia permette loro di riflettere sul da farsi. Nel mentre arriva la notizia che cinque camionette sarebbero arrivate e avrebbero caricato le persone su alla frazione di Sant’Antonio. La decisione presa è quella di risalire per dare una mano, forse anche mossi dal desiderio di cambiare un po’ teatro per uscire dalla evidente situazione di stallo che si è creata. Inizia così la risalita. Una faticosissima risalita su per i sentieri, accompagnati dal rumore dell’elicottero. La stanchezza è molta. Quando arriviamo in cima la polizia se n’è andata, ancora non so se la carica ci sia effettivamente stata. Ma a quel punto per me la giornata finisce e decido che è ora di trovare il modo di tornare a casa. Altri si spostano, cercando di evitare i blocchi stradali che, si vocifera, siano sparsi per tutta la valle. Nel mentre gli scontri continuano alla centrale elettrica, dove un gruppo di manifestanti distaccatosi dal corteo principale si è scagliato contro le recinzioni.

Il tempo di trovare un passaggio su un camper di generosi anarchici e di raggiungere una stazione qualsiasi da dove prendere un treno per Torino.

…continua…

La dignità scende in piazza

Se non ora quando? È l’unica domanda che viene da porsi in un momento come questo. Ed è proprio per tale motivo che domenica 13 febbraio oltre 230 piazze italiane si sono riempite di donne e uomini uniti dal bisogno di rivendicare la dignità del genere femminile e dire basta a qualunque forma di discriminazione e sfruttamento.

Dire basta a una rappresentanza politica maledettamente sbilanciata a favore del mondo maschile, e dove il mondo femminile sembra troppo spesso rappresentato da ex igieniste dentali senza passione ed esperienza.

Dire basta a una rappresentazione maschilista e superficiale del genere femminile nei media, dove i culi vengono usati persino per pubblicizzare la marca di uno yogurt e una quinta di reggiseno trova più spazio dello sguardo fiero di una donna che ha qualcosa da raccontare.

Dire basta a un mondo del lavoro dove il tasso di occupazione femminile nel 2010 era uno dei più bassi fra i Paesi Ocse, e dove l’Italia precede solo il Messico e la Turchia. Le donne disoccupate superano il 50% e guadagnano mediamente il 20% in meno degli uomini, a parità di lavoro e posizione professionale. Un trend legato anche all’identificazione della figura femminile come unica responsabile del nucleo familiare, perché in Italia sembra che solo le donne maturino il desiderio di avere dei figli e solo le donne abbiano il dovere di crescerli sacrificando le proprie ambizioni professionali, come spiega “La mamma architetto” Daniela Scarpa su Camminando Scalzi il 13 febbraio.

Dire basta a quei 10 milioni e 485 mila casi di molestie sessuali sul posto di lavoro, risultanti da un’indagine indagine ISTAT pubblicata nel 2010, condotta su un campione di 24.388 donne di età tra i 14 e i 65 anni, da cui è risultato che il 51,8 per cento delle intervistate abbiano “subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche”.

Dire basta a quel 31,9% di donne italiane che nel corso della loro vita sono state, almeno per una volta, vittime di violenza fisica o sessuale. (Dato ricavato da una indagine ISTAT del 2006, su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni intervistate su tutto il territorio nazionale).

Dire basta a chi continua a mettere in discussione i diritti duramente conquistati nel corso della storia, come ha fatto Giuliano Ferrara, che dopo essersi fatto promotore della campagna “No aborto” nel 2008, oggi accusa i sostenitori di queste manifestazioni di dissenso di essere giacobini, neo-puritani e moralisti.

Dire basta all’europarlamentare Iva Zanicchi e alle sue assurde dichiarazioni pseudo-cattoliche sul “Gesù proteggeva le prostitute e diceva ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’”, come se proteggere significasse pagare settemila euro a prestazione sessuale (anche se minorenne), regalare farfalline di Swarovski e offrire incarichi pubblici a persone di dubbia competenza politica.

Dire basta a tutto questo e a coloro che hanno visto nella manifestazione del 13 febbraio solo una rivolta contro il Presidente del Consiglio e i recenti scandali che lo hanno coinvolto, perché questo movimento va ben oltre Silvio Berlusconi e il suo harem di via Olgettina: la misera rappresentazione di un sistema che oggi non possiamo più fingere che non esista.

La macchina del fango si abbatte su Assange…

Persino Il Giornale del 9 dicembre ha scelto di difendere Julian Assange dalle assurde calunnie che gli sono state mosse: “Le accuse di violenza sessuale usate per arrestare Assange – scrive Gian Micalessin – sono dubbie e dimostrano l’inadeguatezza e l’impreparazione con cui grandi potenze, agenzie di sicurezza, diplomazia e giustizia internazionale affrontano i rischi determinati dalla pirateria elettronica e dall’uso di internet come strumento per la diffusione di segreti di Stato”. A ciò si aggiunge l’inadeguato utilizzo della parola “violenza sessuale” da parte di una grossa parte della stampa, che non ha tenuto conto del fatto che il crimine di cui è realmente accusato il noto giornalista legato alla rivoluzionaria vicenda di WikiLeaks è il “sesso di sorpresa”. Un reato che, come si legge su Esse, consiste nel comportamento per cui, se durante un rapporto sessuale con una persona consenziente utilizzi contraccettivi come il preservativo e ne interrompi l’uso (ad esempio perché si rompe) questa condotta per la legge svedese si equipara allo stupro, sebbene sia punito con una multa e non con il carcere, come accadrebbe in caso di violenza sessuale. Un reato che non esiste negli altri Paesi europei, ma che ha comunque permesso di emettere un mandato di cattura internazionale per il terribile criminale dal preservativo bucato.

E’ evidente che la vicenda che ha condotto Julian Assange davanti al magistrato londinese Caroline Tubbs con un’accusa di stupro e due di molestie sessuali non è altro che un imbarazzante stratagemma per legare le manette ai polsi di un uomo la cui sola colpa è quella di aver reso pubblici dei documenti che sono sfuggiti al controllo del dipartimento di stato statunitense. E mentre la Svezia tratta sull’estradizione del pericoloso criminale negli USA, l’Independent, citando fonti diplomatiche, scrive che le autorità di Washington avrebbero avviato discussioni informali con quelle svedesi sulla possibilità di consegnare il fondatore di WikiLeaks alla giustizia americana. Mark Stephens, legale del giornalista più controverso del pianeta, intervistato dalla BBC si è detto “inquieto per le motivazioni politiche che sembrano esservi dietro l’arresto”. E non serve certo un avvocato per capire che si tratta di una incredibile messa in scena organizzata col solo scopo di infangare la reputazione di uno degli uomini più “scomodi” del momento.

“Un profilattico bucato, la gelosia di una femminista rancorosa, la rabbia di una ragazzina illusa. Sono gli unici cavilli di cui dispone la giustizia internazionale per sbattere in galera un uomo colpevole di aver messo a repentaglio la sicurezza planetaria”, scrive Gian Micalessin su Il Giornale, e forse questa volta bisognerà pure dargli ragione. Perché poco importa se alla fine Assange verrà giudicato colpevole o innocente… Nel frattempo le sue vicende personali faranno il giro del mondo, infangando la sua reputazione e impedendogli di concentrarsi sulle importanti informazioni che WikiLeaks avrebbe da raccontare.

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